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venerdì 9 marzo 2018

Galveston (Nic Pizzolatto, 2010)




In quest'ultimo anno e poco più da casalingo, purtroppo, per impegni, organizzazione in famiglia e mancanza del pendolarismo che ha caratterizzato gli ultimi quasi dieci anni di lavoro, ho diminuito - non per volontà - il volume di lettura, riducendomi a poche pagine al giorno, e dunque finendo per ritrovarmi a palleggiare un romanzo come Galveston dal settembre alle Canarie fino all'inverno lodigiano, senza per questo smettere di gustarmi la prosa malinconica, sporca e magica di Nick Pizzolatto, creatore di True Detective e romanziere dal talento cristallino.
La vicenda di Ray Cade, uomo di forza di un boss di New Orleans, abituato al crimine ed alla sopravvivenza, che giunge ad un crocevia della sua vita quando gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni all'ultimo stadio finendo per mettere in discussione qualsiasi sua certezza e ritrovarsi al centro di una vicenda che vede gelosia, vendetta, speranze disilluse e nuove possibilità come nella migliore tradizione del noir di stampo romantico da Chandler in poi, trascina il lettore in una serie di situazioni che raccontano il disagio dell'America degli outsiders e di quei confini che, una volta valicati, non portano a nulla che sia una sconfitta, neanche ci trovassimo in uno dei pezzi più maliconici e struggenti di Springsteen o Neil Young.
Il rapporto che Ray costruisce con Rocky, ragazza allo sbando colpevole soltanto di essere nata in una vita sbagliata, e della sua sorellina - ma nulla è come sembra, come si avvince quasi da subito - ha il sapore della sconfitta fin dal primo istante, eppure non lo si abbandona, lo si cerca, si lotta almeno quanto il protagonista, che pur condannato a morte dalla Natura e dal Destino non molla la sua posizione neanche fosse uno di quegli alberi centenari che a fronte delle ruspe si attaccano al terreno con radici robuste, solide e cazzute.
Se dal punto di vista dell'originalità o della necessità di non staccare gli occhi dalla pagina Pizzolatto forse non raggiunge i livelli di scrittori come Nesbo o Winslow, tutto viene compensato dallo spirito e dal lirismo di alcune descrizioni da pelle d'oca, che trasportano in un mondo ai margini in cui non sempre sopravvivere basta, e la sensazione che il buon Nick abbia una penna fatata del calibro di quella di gente come McCarthy è quasi una certezza, tanto da chiudere più di un capitolo con il groppo in gola a fronte delle riflessioni tristi ma vere dei protagonisti del romanzo.
Per chi, come questo vecchio cowboy, va a nozze con alcool, outsiders, motel a basso costo e panorami da film incentrato sui losers, pallottole e amori mai consumati, Galveston non sarà soltanto un luogo in cui fuggire, perduti nel profondo Texas, ma quella speranza che chi vive ai margini ha sempre di trovarsi, un giorno o l'altro, a vivere dall'altra parte della barricata.
Anche quando non sarà mai vero.
E in bilico tra presente, passato e futuro, Ray e Rocky vivranno la loro storia, i sogni, le illusioni sulle spiagge di Galveston, dove tutto può essere costruito, anche quando non è vero.
E anche quando il sangue, la morte e gli orizzonti minacciosi di un uragano restano le uniche possibilità per chi non potrà mai vivere una condizione da vincente.



MrFord



sabato 13 maggio 2017

L'odore della notte (Claudio Caligari, Italia, 1998, 101')





Quando, lo scorso anno, il mio cammino incrociò per la prima volta quello di Claudio Caligari grazie a Non essere cattivo - purtroppo, ultimo film del regista prima della scomparsa -, rimasi colpito al cuore: da tempo, nonostante discrete ma patinatissime produzioni come Suburra o ACAB, infatti, non mi capitava di finire catapultato nel cuore della Roma criminale neanche fossi tornato ai tempi della serie Romanzo Criminale, delle borgate raccontate da Pasolini o degli esempi di cinema noir rozzo e cattivo come quello di Cani arrabbiati di Bava.
L'odore della notte, lavoro precedente del regista - datato novantotto, giusto per dare un'idea delle difficoltà produttive cui Caligari andò incontro nel corso di tutta la carriera -, traccia in un certo senso il percorso proprio di Non essere cattivo, forse in modo meno incisivo e dirompente ma non per questo poco ispirato o funzionale.
Le vicende del piccolo gruppo di criminali "di quartiere" - all'interno del quale trova spazio un allora quasi mio coetaneo Marco Giallini, lontano dai fasti e dal successo attuali - guidati dall'ex poliziotto in cerca di adrenalina interpretato da Valerio Mastandrea definiscono ed alla grande lo status di outsiders - o losers, verrebbe da scrivere - della bassa manovalanza della strada, che vive rapine ed esistenze al di fuori della Legge quasi come una rivincita verso il Destino o tutta quella classe sociale e politica protetta da Potere e Denaro che complotta, organizza e progetta in modo che lo status quo del mondo possa non cambiare mai.
L'odore della notte è la storia della parabola discendente - che pare a tratti voluta, quasi autodistruttiva, a tratti inevitabile, quasi non ci fosse alternativa alla sconfitta - delle piccole realtà di quartiere, del crimine "operaio" e di tutti i disadattati che sguazzano in uno stagno neanche si trovassero nel più grande e ricco - in termini di prede - degli oceani.
Da questo punto di vista il lavoro del regista è ottimo soprattutto nell'umanizzazione dei main charachters, che perfino a fronte delle loro azioni peggiori paiono vulnerabili e figli di un disagio profondo ed intimo, di una società che li ha voluti lì dove si trovano quasi fin dalla nascita.
Non mancano una percentuale di grottesco - l'ultima rapina nella villa, l'incontro con Little Tony - ed un tocco artigianale che rendono il tutto quasi "grindhouse" - come la metterebbe Tarantino -, così come una partecipazione sentita da parte di tutti i protagonisti, che paiono usciti dritti dritti da quei luoghi popolari - nel senso buono del termine - ma degradati e lontani dalla città "vera" o dal sottobosco urbano descritto, tra gli altri e alla grande, dal già citato Pasolini.
E la riflessione sul moto che porta qualcuno sulla "cattiva strada" - e qui entra in campo un altro mostro sacro, De Andrè - oltre alla ricerca di un brivido che nient'altro, probabilmente, nel corso di una vita "normale", può dare, ovvero la volontà segreta - come pare sia per la maggior parte dei serial killers - di correre incontro al fallimento, sfiorarlo ogni volta con più decisione fino a finire mangiati dallo stesso per stanchezza, età, desiderio di andare davvero oltre.
Ma sarà davvero così?
Sarà paura di vincere, o di essere come quelli che additiamo come "cattivi"?
Non essere cattivo, avrebbe recitato il film segnalato in apertura di post.
E già, non dovremmo.
Ma a volte il richiamo della foresta è più forte di qualsiasi altro.




MrFord




 

martedì 25 aprile 2017

Via da Las Vegas (Mike Figgis, USA, 1995, 111')




Di norma, considerati il mio background, i vizi e le debolezze, gli stronzi con un cuore dediti ad alcool e donne finiscono sempre per colpire il sottoscritto, che con ogni probabilità fa parte senza neppure fare troppa fatica della categoria.
Da anni sentivo parlare di Via da Las Vegas, cult per moltissimi spettatori che avevo sempre in qualche modo mancato e che non troppo tempo fa, in occasione del Day dedicato da noi bloggers al mitico Nicholas "Parrucchino Selvaggio" Cage, avevo dovuto abbandonare per mancanza di tempistiche nel recupero del dvd: a causa di quell'ennesimo colpo a salve, ho deciso che in un modo o nell'altro avrei recuperato questo lavoro di Mike Figgis, che nel corso della vita ho perfino sentito definire Capolavoro da alcuni tra i miei amici e colleghi decisamente a loro agio in materia cinematografica.
Onestamente, il responso non è stato, almeno per questo vecchio cowboy, dei più positivi.
Perchè certo, Via da Las Vegas è un film intenso e struggente, in grado di raccontare con grande forza sia la passione di una storia d'amore sia quella che ogni persona con una dipendenza ha rispetto al veleno che si è scelta, con un'ottima escalation ed un paio di momenti decisamente toccanti, ma è anche un film prigioniero del suo tempo - puzza di anni novanta, come stile e contenuti, lontano miglia -, fin troppo volutamente "alternativo", lento e, a tratti, perfino noioso.
E a fare da contraltare ad una Elizabeth Shue bellissima come sempre, un Cage che, per quanto gli voglia bene, pare troppo sopra le righe perfino per lui, anche se, lo ammetto, il dubbio che il suo esserlo fosse legato anche all'esserlo della pellicola mi è passato per la mente: basterebbe pensare, sempre per rimanere in ambito alcolico, ad un Capolavoro - quello sì - come Giorni perduti di Wilder, forse ancora oggi uno dei ritratti più drammatici e toccanti del dramma dell'alcolismo, che se confrontato con il tentativo di Figgis finisce per ridimensionare lo stesso non poco.
Eppure, nonostante tutto e nonostante il fatto che, a conti fatti, non mi sia particolarmente piaciuto, non sono proprio riuscito a voler male a questo film, forse per lo spirito da outsiders e perdenti che lo pervade fin nell'anima, e che consegna al pubblico un ritratto - anzi, due - dei losers a stelle e strisce che dal grande sogno sono stati masticati e sputati fuori perchè non troppo graditi.
Con ogni probabilità, infatti, è stato sopravvalutato come molti film generazionali - presumo che i trentenni di allora abbiano visto in un lavoro come questo la versione romantica di quello che fu Trainspotting, decisamente superiore sotto tutti i punti di vista - e per chi lo vede ora per la prima volta, privo dell'occhio dell'amore, non resta molto altro se non i difetti.
Anche se, in una certa misura, è giusto così: Via da Las Vegas è la storia devastante di due solitudini che si incontrano e che sono inevitabilmente destinate al disastro.
E a volte è dura ammettere che dal disastro non c'è speranza di salvarsi.
Soprattutto se non lo si vuole.




MrFord



 

venerdì 23 ottobre 2015

Shotgun lovesongs

Autore: Nickolas Butler
Origine: USA
Anno: 2014
Editore: Marsilio





La trama (con parole mie): Henry, Lee, Kip e Ronny sono cresciuti insieme, come fratelli, a Little Wing, una piccola comunità agricola del Wisconsin. Quando, ormai tra i trenta e i quaranta, si ritrovano nel loro paese d'origine per il matrimonio di Kip, i loro rapporti si evolveranno una volta ancora. Perchè mentre Henry è rimasto rilevando l'attività di agricoltore del padre, ha sposato la storica fidanzata Beth ed ha avuto due figli, Ronny è diventato una star del rodeo, e a seguito di un incidente è considerato una sorta di mascotte naif di Little Wing, Kip ha sfondato nel mondo della finanza a Chicago ed ha fatto ritorno per sposarsi e ricostruire una vecchia fabbrica per trasformarla in uno spazio commerciale moderno e Lee, il più inquieto tra i quattro, è diventato una rockstar, ha viaggiato in tutto il mondo senza dimenticarsi delle origini, tornando nella sua proprietà di tanto in tanto, per staccare dalle folle e dalla notorietà.
L'occasione di festa, però, scoprirà nervi tenuti coperti dai tempi della giovinezza del gruppo di amici, finendo per mettere a rischio legami che parevano indissolubili.








Nel corso della vita, trovare amici con i quali costruire rapporti fraterni è un'occasione più rara che scovare l'anima gemella, la persona che ci accompagnerà, nel bene o nel male, per tutta la vita.
Quando penso all'importanza dei legami d'amicizia, la mente corre subito a mio fratello ed Emiliano, o a Max, il mio vecchio compare citato nel post legato a Guida per riconoscere i tuoi santi, a Stand by me e a quanto è confortante l'idea di avere qualcuno che sai che sarà sempre presente, e ti coprirà le spalle, e baderà ai tuoi figli se un giorno dovesse accaderti qualcosa come fossero suoi.
Shotgun lovesongs è un inno a quei legami, un romanzo dal sapore autunnale scritto con il cuore in mano e la pancia che brontola, fatto di storie semplici che, fortunatamente, iniziano e finiscono come storie semplici, senza drammi o drammatizzazioni eccessive, o una spettacolarizzazione pronta a tirare fuori la lacrima facile del lettore: le vicende di Henry, Lee, Ronny e Kip - ma anche di Beth, Felicia, Chloe e Cindy - paiono quelle che abbiamo vissuto noi stessi, in grande o in piccolo che sia, ed offrono uno sguardo su quello che potrebbe essere tornare a condividere spazio, affetti e vita con quelli che erano i migliori amici che abbiamo avuto.
Butler, dal canto suo, sfrutta nel miglior modo possibile la narrazione per punti di vista dedicando i capitoli del romanzo al charachter che sta vivendo il momento in prima persona, offrendo dunque interpretazioni differenti degli stessi eventi, rimbalzando tra passato e futuro approfondendo le anime di questo gruppo di fratelli acquisiti pronti a scontrarsi con la vita da adulti e tra loro nel momento in cui le diversità che inevitabilmente sorgono con il passare del tempo chiedono il conto di una giovinezza che rendeva i loro legami apparentemente indissolubili.
Leggere Shotgun Stories è stato quasi come guardarsi in uno specchio, scoprire assonanze e dissonanze con i suoi protagonisti e cercare di capire come sono cresciuto, cambiato, come mi pongo rispetto ai miei amici e chi, tra i quattro qui descritti, potrebbe essere più simile al sottoscritto: forse tutti, forse nessuno.
Henry, troppo onesto, tutto d'un pezzo, pratico e saldo, probabilmente alter ego di Butler, è quello che ho ammirato di più, e quello cui può essere che somigli meno, nonostante l'amore per i figli e la famiglia e la presenza costante, anche nell'assenza.
Kip, un falso "cattivo", che cela dietro l'apparenza da yuppie il volto di un ragazzo che vuole solo essere accettato per quello che è, e sentirsi libero di scoprire dove porta una strada presa per caso, un pomeriggio qualsiasi, pronto chissà come a scappare da tutto e da tutti.
Ronny, che con il suo piglio da casinista e cowboy tamarro per certi versi mi ricorda lo stile che attualmente porto sulle spalle, il più candidamente voltairiano dei protagonisti di questo libro, quello che mi ha permesso di vivere uno dei momenti più emozionanti di questa lettura.
E poi Lee. Leland. Corvus. Quello che ce l'ha fatta. Che ha girato il mondo, fatto i gran soldi, scopato con così tante donne da superare la popolazione di Little Wing.
Lee che è un idolo, una leggenda, qualcosa di così fragile da proteggere alla luce dei propri focolari.
Lee che è uno stronzo egoista. Forse, per molti versi, è quello che accosto di più a me.
E quello che meno vorrei finire per essere.
Le Shotgun lovesongs sono una sua creatura.
Ma allo stesso modo, è merito suo che tutti siano passati da Little Wing, ed abbiano, in modi diversi, spiccato il volo.
E passa dai suoi occhi uno dei passaggi più lirici e toccanti dell'intera vicenda, l'interpretazione degli States dello stesso autore, l'amore per gli ampi spazi, il senso di Famiglia, vicinanza, presenza, calore, generosità.
Come quando si torna a casa, o ci si sente a casa.
E poco importa che tutto suoni come una canzone di Springsteen o dei Counting crows alla fine delle vacanze estive, e lasci un senso di malinconia che fa male.
Questo romanzo piacerebbe a Max, a Dembo, a mio fratello.
Sarebbe piaciuto da morire a Emiliano.
Ed io l'ho sentito come se fosse anche mio.
Direi che è abbastanza.





MrFord





"It's funny how it's the little things in life that mean the most
not where you live, what you drive or the price tag on your clothes
there's no dollar sign on a peace of mind, this I've come to know
so if you agree, have a drink with me,
raise your glasses for a toast."
Zac Brown Band - "Chicken fried" -





venerdì 28 agosto 2015

Shortbus

Regia: John Cameron Mitchell
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 101'






La trama (con parole mie): James e Jamie, giovane coppia gay alle prese con i problemi emotivi del primo, prende la decisione di aprire gli orizzonti lasciando che nuove conquiste entrino a far parte della quotidianità. Comunicando con la terapista Sofia i due scoprono che quest'ultima ha vissuto tutta la vita senza essere in grado di avere un orgasmo, finendo per trasformare il rapporto tra specialista e pazienti in amicizia: decisi infatti ad aiutare la donna, i due le mostreranno lo Shortbus, un locale dove si riuniscono i più svariati elementi della comunità underground e non solo di New York all'interno del quale si celebra e festeggia la libertà di amare e fare sesso con chiunque si desideri, e di farlo nel modo più divertito e divertente possibile.
Le vite dei tre, dunque, si incroceranno con quelle della dominatrix Severin, del giovane voyeur Caleb e di Ceth, che sconvolgerà l'equilibrio di James e Jamie mentre Sofia cercherà una nuova strada che la condurrà lontana dal marito.







Questo post partecipa alle celebrazioni del Rainbow Day per il compleanno de La fabbrica dei sogni.




Negli anni in cui fui preda da timidezza da Noi siamo infinito, ricordo che il mio rapporto con il sesso era molto costretto, legato, forse ancora figlio del retaggio cattolico che, volenti o nolenti, noi europei dobbiamo prima o poi affrontare per capire chi siamo e dove stiamo andando: ricordo benissimo un pomeriggio estivo di parecchi anni fa - dovevo avere una quindicina d'anni - in cui una ragazza del parco di quelle da baci sulle panchine e qualche mano allungata ma non troppo mi invitò a casa sua per vedere un film e, quando giunti alla metà non le ero ancora saltato addosso, mi disse candidamente: "Se vuoi ti dico come finisce".
Beata gioventù. Capitasse oggi, penso, potrebbe finire a lingua in bocca già sulla porta.
Il bello, comunque, del sesso - come della vita -, è che non si finisce mai di imparare, ed essendo un linguaggio molto intimo finisce per mostrare molto di chi siamo e di chi abbiamo di fronte - o sotto, o sopra, o dove volete -: ai tempi dell'uscita in sala di Shortbus ero in un periodo di piena rivoluzione della mia esistenza, al principio di una delle fasi più wild - ed occasionali, parlando in termini di compagne di letto - del mio viaggio.
Fin dalla prima visione, e da quella sequenza d'apertura legata, più che ai numeri ed alle posizioni a letto provate da Sofia e dal marito, all'autopompino di James, ho voluto un gran bene a Shortbus, portato sullo schermo dal John Cameron Mitchell di Hedwig - che avevo adorato ai tempi dei tempi -, una grande, divertita, divertente - anche nei suoi risvolti drammatici - dichiarazione d'amore al sesso come espressione della nostra identità, qualcosa per la quale non abbiamo nulla di cui vergognarci, ma della quale godere come fosse un'incarnazione della Libertà come concetto, che si parli di fisicità, sentimento, pensiero, individualità.
E dunque, dai primi dubbi sul voyeur Caleb alla preoccupazione per le inclinazioni autodistruttive dello stesso James, perfino i pensieri più negativi vengono buttati fuori come l'aria durante uno sforzo fisico sfruttando il principio secondo il quale, inevitabilmente, una volta veicolata bene l'energia non si può che stare meglio, anche se stanchi e stremati, e proprio venendo - nel senso letterale del termine - tutto si apra in un meraviglioso momento estatico in grado di farci volteggiare in aria o sprofondare nel più pacifico e profondo dei sonni.
Shortbus è tutto questo e molto altro, è una poesia d'amore a New York e l'inno americano cantato nel culo del proprio partner, è la gioia di mostrare le proprie inclinazioni, perversioni, fantasie senza la paura di essere giudicati, o stare facendo qualcosa che possa causare male a chi ci sta intorno, a noi stessi o al prossimo: un inno alla vita ed alle scopate che è un barbarico YAWP all'indirizzo di chi ancora nega, o seppellisce, o finge non esistano pulsioni selvatiche e profonde, e profondamente umane, come quella del desiderio.
Dovesse mai capitarvi di sentire che la strada è perduta, che l'orizzonte è troppo stretto ed oscuro in termini fisici o sentimentali, allora mollate gli ormeggi, toglietevi tutti i vestiti e godetevi visioni come questa: può essere che, almeno a tratti, vi faccia male, ma alla fine vi verrà una tale voglia di gridare di piacere da farvi dimenticare qualsiasi ferita precedente.




MrFord




Partecipano all'iniziativa arcobaleno:
http://incentralperk.blogspot.com/2015/08/weekend.html Lisa Costa Weekend
http://insidetheobsidianmirror.blogspot.com/2015/08/otto-or-up-with-dead-people.html
http://nonceparagonecinema.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-pride-2014.html
http://www.pensiericannibali.com/2015/08/priscilla-la-vagina-piu-o-meno-del.html
http://lafabricadeisogni.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-la-moglie-del-soldato.html
http://bollalmanacco.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-cruising-1980.html
http://www.delicatamenteperfido.com/2015/08/dallas-buyers-club-recensione.html
http://solaris-film.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-i-segreti-di-brokeback.html
http://directorcult.blogspot.com/2015/08/rainbow-day-appropriate-behavior.html
http://castellodiif.blogspot.com/2015/08/e-adesso-sta-con-lei.html




"We are from heat
the electric one
does it shock you to see, he left us the sun?
the atoms in the air
organisms in the sea
the Sun, and yes, man
are made of the same things."
Pharrell Williams - "Freedom!" -





mercoledì 26 agosto 2015

Joker - Wild card

Regia: Simon West
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): Nick Wild è un tuttofare nell’ambito della sicurezza anglosassone trapiantato malvolentieri a Las Vegas che sogna di mollare tutto per cinque anni, comprare una barca e navigare dalla Corsica in tutto il Mediterraneo.
Quando una giovane prostituta d’alto bordo sua amica finisce per chiedergli aiuto dopo essere stata violentemente percossa dal figlio di un boss locale, e Nick, da buon cavaliere, accetta di sistemare le cose per lei, le carte sul tavolo della guardia del corpo cambiano: ritrovatosi con nuovi nemici, uno strano cliente e venticinquemila dollari, con una notte ancora da trascorrere nella Città del Peccato, decide di giocarsi il tutto per tutto al tavolo di Blackjack.
Riuscirà a guadagnare abbastanza da abbracciare il suo sogno lontano dagli States?
O l’alcool, la predisposizione alla sconfitta e la minaccia del padre del rampollo che ha contribuito a sbatacchiare intralceranno i suoi piani?








Tendenzialmente, la mia inguaribile nostalgia per il Cinema action anni ottanta rispetto alla penuria di proposte in grado di reggere il confronto attuale mi porta a considerare assolutamente imperdibile ogni proposta che garantisca la presenza nel cast di Jason Statham.
Se, poi, dietro la macchina da presa si trova Simon West, parte integrante della figata estrema che è stata la saga degli Expendables, i dubbi finiscono per scendere sotto zero: Wild Card, gioco di parole legato alle carte ed al cognome del suo protagonista, è un prodotto atipico, rispetto a quello che ci si aspetterebbe considerate le premesse, ovvero una sequela infinita di botte rifilate dal nostro inglese spaccaculi preferito ai suoi rivali di turno.
La vicenda di Nick Wild, infatti, è più una sorta di nostalgica riflessione sulla natura di outsiders che non il classico prodotto tamarro e sopra le righe che ci si aspetterebbe considerati i nomi sul cartellone, e che, paradossalmente, proprio in questa sua diversità mostra un fascino perso, ancor più paradossalmente, proprio nelle sequenze action a tutti gli effetti, appesantite da ralenti stile Matrix decisamente superati ed evidentemente accessorie rispetto alla vicenda principale narrata dagli autori.
La posizione del protagonista, loser nonostante le potenzialità, e perfino nella vittoria – si veda il suo ruolo nel confronto tra il boss e la sua amica, o la sequenza d’apertura, prevedibile eppure inaspettata, quantomeno rispetto ai fan di Statham – destinato alla polvere, rappresenta lo spunto più interessante di un action assolutamente atipico, non nuovo all’attore – era già capitato con il sottovalutato Homefront, che spiazzò anche questo vecchio cowboy, scritto, tra l’altro, da Sly in persona – e decisamente più legato all’aspetto crepuscolare di un certo tipo di eroe che non al suo essere un “buono”, o un “vincente”.
La parte di pellicola ambientata nel casinò, con Nick intento a giocarsi tutte le sue carte, i soldi ed i sogni sul tavolo verde alzando sempre di più la posta, infatti, è indicativa rispetto a quello che, probabilmente, West e soci vanno ricercando fin dai tempi dell’operazione Expendables già citata: purtroppo, una certa epoca è inevitabilmente tramontata, e per quanto noi si possa sognare e sperare di no, dobbiamo accettare il fatto di essere destinati a perdere la partita, probabilmente perché guidati da sogni che, in una certa misura, desideriamo rimangano tali proprio perché perfetti per spingerci un giorno dopo l’altro ad inseguirli.
Le presenze di Sofia Vergara, Milo Ventimiglia – un vero cane – e Stanley Tucci fanno, come Las Vegas, da sfondo ad una parabola da tramonto di fine estate incentrata – come è giusto che sia in questi casi – su un protagonista che è impossibile non amare, un lone wolf d’altri tempi in grado di ricordarci, purtroppo, che il West e la Grande Frontiera sono tramontati, e con loro i tamarri sopra le righe figli degli eighties, destinati ad una nostalgia che non potrà mai essere placata, come una sete dagli appetiti insaziabili, o la ricerca di chi non si accontenta di sopravvivere, ma finisce per voler vivere sempre di più, sempre un passo oltre.
E’ il grande limite ed il grande pregio di prodotti come questo, che segnano la fine di qualcosa eppure, in qualche modo, ne officiano l’immortalità: perché tutti quelli guidati da una certa passione, continueranno a sognare una barca nel cuore del Mediterraneo, ad anni lontani da tutte le quotidianità del mondo.
Che si riescano, oppure no, poco importa.
Quello che farà la differenza, sarà l’aver tentato, l’aver vissuto, l’aver lottato.



MrFord



"My odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
my odds are stacked
I've never been a gambling man
I've never had the winning hand
but for you I'd lose it all
(baby I'd lose it all)."
The Overtones - "Gambling man" - 





domenica 23 agosto 2015

Preacher special 2 - Quei bravi ragazzi

Autori: Garth Ennis, Richard Case, Carlos Ezquerra
Origine: USA, UK
Anno: 1998
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): uno sguardo al passato di alcuni dei personaggi che hanno segnato nel profondo la vita ed il percorso di Jesse Custer, finendo per definire il protagonista della saga di Preacher almeno in parte per quello che è.
Assistiamo dunque al racconto della formazione, adolescenza e origine di Facciadiculo, rockstar improvvisata e ragazzo emarginato da una figura paterna troppo violenta e limitante – lo sceriffo Hugo Root, visto ai tempi di Texas o morte -, seguito a ruota da una “scampagnata” di Jody e T.C., responsabili dell’omicidio del padre di Jesse e carcerieri tuttofare della sua arcigna e terrificante nonna, che il nostro predicatore ha affrontato insieme all’amata Tulip nello splendido Fino alla fine del mondo.
Due spaccati di vite completamente diverse tra loro e nel modo in cui vengono raccontate, ma non per questo meno potenti nel loro personale modo di farsi sentire dal mondo.











E’ curioso quanto, ancor più de Il santo degli assassini, questo secondo Special di Preacher sia ufficialmente considerato come il divertissement per eccellenza del suo geniale e malefico creatore Garth Ennis: di fatto, un personaggio indimenticabile ma palesemente grottesco come Facciadiculo e i due malefici emissari dei traumi del passato di Jesse Custer Jody e T. C. si prestano, in effetti, a questo tipo di operazioni, di norma attuabili, nel Fumetto, solo quando l’opera di un autore riesce ad essere talmente celebrata e di successo da poter permettere allo stesso, di fatto, di fare il bello ed il cattivo tempo con editor e majors.
Eppure, ho trovato questo spin off della serie principale ben più profondo di quanto non si possa pensare ad un’analisi superficiale, o comunque troppo legata alla natura molto pulp, pure troppo di Ennis e delle sue trovate: la prima metà dell’albo, dedicata alle vessazioni che conducono Facciadiculo a divenire Facciadiculo stesso, dal legame con il migliore amico alternativo per forza che si scopre essere più giovane di lui ai problemi con i professori e soprattutto con il padre, il reazionario e fin troppo tutto d’un pezzo Hugo Root, che il nostro Jesse ha sistemato a dovere in uno dei primi episodi della serie regolare, è un ottimo ritratto del disagio e delle insicurezze che nel corso dell’adolescenza ognuno di noi affronta, ed ancora una volta una critica assolutamente non velata a quella che è stata l’influenza di una figura come quella di Cobain rispetto ad una generazione fatta a pezzi dalla voglia di autodistruzione suggerita dal grunge.
I passaggi, poi, che vedono il giovane Facciadiculo fare buon viso – e certo non bello – a cattivo gioco quasi suscitano tenerezza, come quando, di fronte al padre che lo critica rispetto alla posizione del fucile nel tentativo di suicidio, il ragazzo promette di non ripetere più un errore simile.
Altra cosa curiosa è la duplice natura di Ennis a proposito dei “duri”: dal John Wayne ispirazione di Custer a Hugo Root, è interessante notare come la formazione dello sceneggiatore nutra una certa predilezione per figure forti e legate ad un certo tipo di valori e, ad un tempo, non esiti neppure un secondo di fronte all’idea di ridicolizzare e criticare aspramente le stesse.
In questo senso, il racconto che occupa la seconda parte dello special, dedicato a Jody e T. C. alle prese con una coppia di fuggitivi che pare uscita da un action anni ottanta con protagonista uno Stallone o uno Schwarzy – pare che il modello per la resa grafica del personaggio fosse proprio Sly – è indicativo: da una parte abbiamo Jody, che tra le pagine del già citato Fino alla fine del mondo ha reso alla grande il concetto di “padre padrone”, un vero e proprio mastino incapace di mostrare sentimenti ed in grado di esprimersi solo attraverso crudeltà e violenza – come per Hugo Root, in un certo senso – eppure proprio attraverso questi intento a manifestare, paradossalmente, il suo affetto per il “figlio”, e dall’altra uno spocchioso action hero tutto d’un pezzo pronto ad essere smontato senza pietà non solo dallo stesso Jody – che, di fatto, rappresenta il Male – ma anche e soprattutto da Ennis stesso.
Probabilmente all’autore irlandese gli infallibili – almeno sulla carta – piacciono proprio poco, e da peccatore fatto e finito, non posso che sentirmi di dargli ragione, nonostante in questo si caso dei miei tanto adorati action heroes.
Quello che è certo, però, è che grazie a queste due storie non solo si finisce per dare spessore a charachters fondamentali per l’evoluzione della serie, ma anche per suscitare riflessioni non da poco a proposito della crescita e dell’importanza del rapporto con i nostri padri – o chi pensiamo, in un modo o nell’altro, che lo siano -.
Da padre, mi sento personalmente chiamato in causa.
E quasi avrei paura di scoprire cosa Ennis potrebbe pensare di me.
O forse no. Perché in fondo quello tra un genitore ed un figlio è un legame talmente unico da trascendere ogni interpretazione e definizione.




MrFord




"Mama told me when I was young
come sit beside me, my only son
and listen closely to what I say.
And if you do this
it will help you some sunny day.
Take your time... Don't live too fast,
troubles will come and they will pass.
Go find a woman and you'll find love,
and don't forget son,
there is someone up above."
Lynyrd Skynyrd - "Simple man" - 




venerdì 7 agosto 2015

Louisiana - The other side

Regia: Luca Minervini
Origine: Italia, Francia
Anno: 2015
Durata: 92'




La trama (con parole mie): un viaggio a ridosso delle esistenze di Mark, Lisa e dei loro amici e parenti, per le strade più nascoste e di confine della Louisiana, nel cuore delle paludi e delle periferie in cui reduci, criminali, tossici e losers cercano quotidianamente di trovare un senso alle loro vite, lottando con le unghie e con i denti per affermare il diritto di costruire, e non solo di distruggere, sperare nel meglio per il futuro delle loro famiglie e del Paese, perfino arrivare ad imbracciare le armi con l'idea di difendere, prima dei confini, la propria Libertà e la Famiglia.
Un mondo lontano dalle grandi città e dalle mete turistiche, che mostra tutta la durezza della vita ai margini, dal lavoro occasionale all'eroina, dalle roulotte alle improvvisate cene natalizie: eppure, come un'energia sotterranea da cercare nel cuore del bayou o da esplodere a colpi di fucile, tutto ribolle di un folle, passionale, incontrollato amore.








Nell'ambito della settima arte, il documentario è sempre stato un genere in grado di esercitare un fascino enorme sul sottoscritto, complice il fatto che, senza ombra di dubbio, la realtà che viviamo quotidianamente, oltre a divenire la fonte d'ispirazione per tutto ciò che è fiction, ci porta a vivere sulla pelle situazioni ed emozioni che, spesso e volentieri, superano di gran lunga quelle offerte dai mondi lontani portati sullo schermo dalla pellicola: Luca Minervini, passato in sordina nella sezione Un certain regard dell'ultimo Festival di Cannes con questo suo Louisiana all'ombra del trio delle meraviglie Moretti/Garrone/Sorrentino e finito sugli schermi del Saloon grazie alla prontezza di Julez, che ha prenotato al volo un posto virtuale nella sala streaming di Mymovies per il sottoscritto, visione alle spalle, ha guadagnato ben più di un brindisi ed un attestato di stima non da poco, grazie ad un tocco che ricorda la passione per questo genere di Herzog ed un taglio artistico del Malick dei tempi migliori, filtrati attraverso il desiderio di raccontare vite ai margini del grande mondo neanche fossimo nel cuore di una canzone di Springsteen o Waits.
Le vicende del protagonista Mark, ex detenuto, eroinomane, individuo disequilibrato eppure clamorosamente vitale, pronto a sopravvivere con lavori di fortuna eppure in grado di arrangiarsi in più campi, dalla sintetizzazione di droga alle riparazioni domestiche, compagno e fratello, guida per il pubblico attraverso un mondo lontano dall'immagine degli USA che percepiamo da turisti e sognatori, che ricorda più i lati oscuri di Mud o Joe, la durezza di un'esistenza condotta sempre sul filo, all'interno della quale Mark si muove con passo deciso anche rispetto alle decisioni più drammatiche - esemplare il confronto con la partner Lisa rispetto alla possibilità concreta della morte di sua madre, che porta il "protagonista" a preferire l'idea di farsi sbattere dentro per qualche mese in modo da poter restare il più pulito possibile invece di rischiare di farsi fino alla morte per superare il dolore della perdita - e, a dispetto di un'immagine senza dubbio borderline, mostra quanto l'amore e la passione esplodano anche dove non ci aspetteremmo.
La cena di Natale della famiglia di Mark, con lo zio Jim, sdentato e sconnesso, bevitore incallito, reduce, che si commuove all'idea di esserci sempre gli uni per gli altri, e di difendere a qualsiasi prezzo la Libertà, o i più piccoli che sperano che anche nel resto del mondo le famiglie possano provare lo stesso amore gli uni per gli altri che provano loro regala brividi che solo l'esperienza può garantire a noi, che ci dibattiamo da queste parti per guadagnare un giorno in più, un giorno alla volta.
Paradossalmente, accanto a quelli che, normalmente, potremmo definire disperati e disadattati, passando dal dibattito politico a favore di Hillary Clinton fino ai consigli su come comportarsi nel caso in cui si finisca dentro, dall'eroina sparata direttamente in vena all'alcool fino allo svenimento, dalle pagaiate nel cuore delle paludi, quasi alla ricerca di un segreto che la Natura insiste nel non rivelarci, ai raduni di gruppi paramilitari pronti a difendere gli USA da se stessi e soprattutto dai loro governanti, ho visto e sentito più vita e passione di quanta avrebbe potuto sognarsi il Cobain di Montage of heck: e nell'ex marine pronto ad addestrare giovani mossi dalla voglia tutta redneck di armi da fuoco e focolare domestico pronti a farsi fare pompini da compagne con la maschera di Obama - detestato ed osteggiato in ogni forma - che si commuove nel parlare del cameratismo tra compagni di lotta, o nella lucidità dell'analisi del suo commilitone che sottolinea l'assurdità dell'esportazione militare del modello americano - vecchio di duecento anni - in paesi dalla storia di dieci o quindicimila, nello sfogo quasi gomorriano che chiude la pellicola e lascia in un campo deserto lo scheletro di un sogno a stelle e strisce che pare essersi dimenticato dei più poveri e degli stessi perdenti che in principio proclamava di difendere si vede, paradossalmente, tutta l'energia che è possibile trovare dietro una speranza, per quanto sporca, brutta e cattiva possa essere.
E, combattuta, gridata nel delirio di una sbronza o di un trip, o sussurrata sul bordo di un lago naturale, nel silenzio della solitudine dei boschi e all'orecchio della persona amata, è sempre una speranza.
La benzina per il motore di chiunque voglia vivere.
Dal primo all'ultimo giorno. E un giorno ancora. Un giorno alla volta.




MrFord




"Habitual offenders, scumbag lawyers with agendas
I'll tell you sometimes people I don't know what's worse
natural disasters or these wolves in sheep clothes pastors
now damn it I'm scared to send my children to church
and how can we seek salvation when our nations race relations
got me feeling guilty of being white
but faith in human nature, our creator and our savior, I'm no saint
but I believe in what is right."
Kid Rock - "Amen" -





domenica 14 giugno 2015

Homicide

Regia: David Mamet
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Bobby Gold, un detective della omicidi di origine ebrea per nulla legato alle tradizioni del suo popolo, si ritrova dirottato da un importante caso all'indagine riguardante l'uccisione di un'anziana gestrice di un negozio di quartiere che i suoi famigliari, ricchi esponenti della comunità ebraica, giudicano come un vero e proprio attentato firmato da gruppi di estremisti antisemiti.
Inizialmente svogliato e disinteressato all'evolversi della vicenda, Gold si troverà sempre più legato non solo alle proprie radici ed identità culturale, ma anche alla necessità di comprendere cosa potrebbe celarsi dietro questo crimine apparentemente banale, arrivando addirittura a scontrarsi con il suo partner e migliore amico, Tim Sullivan.
La risoluzione dei due casi avverrà in un confronto tragico che lascerà segni indelebili su Bobby ed il suo approccio alla professione ed alla vita.














Spesso e volentieri, considerati il mio approccio al Cinema ed il carattere, mi trovo a tessere le lodi di quei film "come non se ne fanno più", gli stessi che, ai tempi delle vhs, diventavano piccoli cult da consumare visione dopo visione, o che si finiva inchiodati al divano a guardare anche ad orari improbabili una volta catturati dalle loro immagini: opere del calibro de I guerrieri della notte, o Johnny il bello - riscoperto, tra l'altro, di recente -, Hard boiled o Danko, solo per citarne alcuni.
Homicide, firmato dal veterano di classe David Mamet, rientra senza alcun dubbio nel novero: recuperato con fiuto da segugio cinefilo da Julez alla fine della scorsa estate in una delle bancarelle da località balneare e dunque approcciato dal sottoscritto, questo solido crime d'azione metropolitana dal cast più che ispirato è stato una piccola rivelazione, ed ha finito per colmare un vuoto che la sua mancata visione ai tempi dell'uscita aveva lasciato, nonostante l'abbia scoperto soltanto a posteriori.
Mamet, che non è certo un regista che le manda a dire, per descriverlo nel modo più pane e salame possibile, imbastisce un thriller metropolitano serrato e nerissimo, che lascia ben poche speranze all'audience così come ai suoi protagonisti - curioso vedere Joe Mantegna, ora impegnato con Criminal Minds, e William Macy, mitico Frank Gallagher in Shameless, decisamente più giovani ed alle prese con ruoli che ne definirono i tratti già ai tempi - prendendosi anche il tempo per spaziare dal botta e risposta tipico dei prodotti più sguaiati - per quanto le sparatorie ed i confronti di natura fisica siano estremamente realistici e curati - ad un crescendo di tensione più vicino, per l'appunto, al thriller o all'intrigo che non al poliziesco fatto e finito - le scoperte di Bobby a proposito del mondo dietro la donna uccisa in modo apparentemente casuale -: e se non bastasse il lavoro sulla contaminazione di generi, Mamet costruisce anche una riflessione decisamente importante sia sul peso delle proprie origini - il progressivo avvicinarsi del suo protagonista alla comunità ebraica ed alla ricerca della verità in merito all'uccisione della stessa donna che inizialmente giudicava semplicemente come un numero nelle statistiche delle vittime di violenze "casuali" - che sul rapporto tra la Legge ed i suoi esecutori, non sempre perfetti e non sempre nel giusto nell'applicarla.
Il tema in questione, forse, non sarà nuovo, se si considerano trascorsi cinematografici come quelli dell'Ispettore Callahan di Eastwood o del quasi contemporaneo Point break, eppure l'unione dello stesso con la volontà di esplorare da una nuova angolazione il rapporto tra la cultura ebraica ed il mondo funziona alla grande, fornendo di fatto una sorta di versione originale di quella che è risultata essere l'idea di Spielberg nell'ottimo Munich: e dalla telefonata con il collega a casa dei parenti della defunta al drammatico confronto con la realtà celata dietro un negozio apparentemente normale la parabola di Gold finisce per risultare più complessa e stratificata di quanto non si possa chiedere ad un comune hard boiled, finendo per incasellare il main charachter nell'Olimpo dei losers da distintivo presentati con fortune alterne sul grande schermo.
E se l'incedere del discontinuo Bobby promette scintille, con il finale assistiamo ad una sorta di sconfitta collettiva - del Sistema e non - che ha il suo culmine nel confronto con il fuggitivo che, almeno in principio, aveva catturato l'attenzione del protagonista a scapito del caso che ne avrebbe, di fatto, cambiato l'esistenza: e se non avessi dubbi sul fatto che l'ispirazione potrebbe giungere dalla presenza di Ving Rhames, oserei addirittura pensare che qualcosa di quel momento a metà tra la tragedia ed il grottesco possa aver ispirato Tarantino prima ancora della sua definitiva e pulp consacrazione.
E per una pellicola non solo di genere, ma anche di nicchia, direi che questo supera ogni più rosea aspettativa.




MrFord




"There's no need to tell you what's in mind,
but in the game of life I'm doing fine
no reason to tell you which way to be
the streets have opened my eyes to see."

Avenged Sevenfold - "Streets" - 





lunedì 23 marzo 2015

The Drop - Chi è senza colpa

Regia: Michael R. Roskam
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Bob Saginowski è un solitario e timido barman che da anni lavora fianco a fianco con il cugino Marv nel locale una volta di proprietà dello stesso Marv, da anni passato in mano alla mala cecena, sempre pronta ad amministrare i passaggi di denaro legati alle scommesse.
Quando una rapina che pare improvvisata provoca un ammanco di cinquemila dollari ed i boss chiedono conto degli stessi a Marv e Bob, la tranquilla monotonia dei due è sconvolta: e mentre Marv rivela i suoi scheletri nell'armadio, Bob, grazie al ritrovamento di un cucciolo di pitbull picchiato selvaggiamente, stringe un legame con Nadia, senza sapere che un suo ex nonchè padrone del cucciolo, l'instabile Eric Deeds, è disposto a prenderlo di mira spingendolo al limite, ed anche oltre.
Quando i nodi verranno al pettine la notte del Superbowl cosa accadrà ai due gestori del piccolo bar?








Sarebbe davvero una gran cosa se film come The Drop - e caliamo un velo pietoso sull'orrido titolo italiano Chi è senza colpa - uscissero ogni settimana: prodotti tosti, solidi, di pancia, pane e salame come piacciono al sottoscritto, ben scritti ed interpretati, pronti a trasportare lo spettatore in un mondo che, di colpo, pare quasi diventare il suo: del resto, nonostante l'esportazione in terra statunitense non sempre porti bene ai registi promettenti approdati alla corte di Hollywood da ogni parte del mondo, avrei dovuto sospettare che Michael R. Roskam, già autore dell'ottimo Rundskop, non avrebbe fallito, specie se supportato da uno script firmato Dennis Lehane - che molti di voi conosceranno per cose come Gone baby gone o Mystic river - e da un'interpretazione come sempre notevole di Tom Hardy, che passa dall'apparenza minacciosa cui ci ha abituati in passato ad una dimensione quasi dimessa, e dall'accento profondamente inglese di Locke ad uno slang americano invidiabile.
The Drop è un classico film di genere che pesca a piene mani dall'immaginario noir metropolitano, che non inventa nulla di nuovo - sarebbe esagerato definirlo un cult, o un filmone, nonostante mi senta di sostenerlo e mi sia davvero piaciuto dal primo all'ultimo minuto - ma che porta sullo schermo passione e voglia di raccontare, una tensione per dosata - e decisamente notevole in almeno un paio di sequenze - e soprattutto una storia che non fa sconti, legata alla bassa manovalanza del crimine ed ai losers di un mondo che vede giungere in cima alla catena alimentare solo pochi predatori.
In questo senso, è interessante notare i diversi atteggiamenti di Marv e Bob, ex piccoli criminali finiti il primo a rimpiangere i vecchi tempi della propria "grandezza" ed il secondo a tenere un profilo così basso da rischiare di scomparire anche di fronte alle angherie di un bullo senza arte nè parte - ed è stata una piacevole sorpresa ritrovare nella parte dell'irritante ed inquietante Deeds Matthias Shoenaerts, protagonista del già citato Rundskop e dello splendido Un sapore di ruggine e ossa -: il climax della parte finale, che vede i due main charachters tornare in una certa misura al passato, mantiene sul filo quel tanto che basta per ricordare quanto il genere abbia ancora da dare al pubblico, e nel caso di The Drop, quanto a volte un lavoro onesto e solido possa a visione conclusa lasciare sensazioni più forti e ricordi di titoli blasonati ed autoriali privi dello stesso spessore.
Ma il lavoro del regista belga non si limita a raccontare una fosca vicenda criminale: il legame tra Bob e Nadia, mostrato per sottrazione, sottovoce come i suoi protagonisti, evita i clichè della classica storia d'amore e mostra un aspetto profondo e per nulla scontato del corteggiamento e dell'avvicinarsi di due persone abituate ad essere estremamente selvatiche e refrattarie al mondo esterno.
I passi compiuti dai personaggi interpretati da Hardy e Noomi Rapace, simili a quelli che ci permettono di conquistare l'amore e la fiducia di un animale, risultano così credibili da non rendere fastidiosa neppure una chiusura che ha decisamente il sapore della concessione alla grande distribuzione, e che in condizioni normali avrebbe causato uno scivolone dell'intera pellicola proprio al suo apice.
A conti fatti, dunque, e nonostante certo non si tratti di un titolo pronto a raccontare la storia di una vittoria, quanto più di un pareggio risicato, la scommessa di The Drop, da queste parti, è senza dubbio vinta.
E un brindisi all'operato di Roskam e Lehane ci sta come il bicchiere della staffa in un bar fumoso della periferia.



MrFord



"This man so humble, this man so brave.
a legend to many, he fought to his grave.
saved family and friends from the hardship and horror, 
in a land of depression he gave hope for tomorrow."
Dropkick Murphys - "Boys on the docks" - 




venerdì 27 febbraio 2015

Il colore dei soldi

Regia: Martin Scorsese
Origine: USA
Anno:
1986
Durata:
119'





La trama (con parole mie): Eddie Felson "Lo svelto", ex grande giocatore di biliardo, venditore di whisky per professione ed affarista per vocazione, incrocia per caso la strada del giovanissimo ed arrembante Vincent Lauria, fenomenale con la stecca e dal carattere esplosivo. Stimolato dal ragazzo, si offre di addestrarlo nella sottile arte della vittoria intesa come incasso portando dalla sua parte anche la più sveglia Carmen, ragazza di Vince.
Nell'ottica di partecipare ad un torneo importante ad Atlantic City, l'insolito terzetto si imbarca in un viaggio on the road di sei settimane che dovrebbe formare Vincent in modo da prepararlo nel migliore dei modi alla grande occasione: il tempo di oliare i meccanismi e lasciarsi alle spalle le prime scaramucce, ed ecco che la vecchia passione di Eddie torna a galla rompendo l'incantesimo.
Quando, proprio al torneo, i due si troveranno sul tavolo verde da avversari, i nodi verranno al pettine.
E a quel punto, chi sarà il vincitore? Quello sul campo o quello con i soldi?








Scrivo questo post nel nome dei vecchi tempi, e nel giorno del funerale del mio amico Emiliano.
Ed è tutto per lui, il ricordo.

So benissimo che Scorsese, nel corso della sua lunga e strepitosa carriera, è riuscito a fare molto di più di questo piccolo film forse più vicino ai tempi di Alice non abita più qui che non a quelli di Toro scatenato, e che lo stesso è stato frutto più della passione, che non dell'esigenza di portare sullo schermo qualcosa che segnasse per sempre la settima arte.
Eppure, se dovessi parlare con il cuore, Il colore dei soldi sarebbe una delle prime scelte, per quanto riguarda la filmografia del vecchio Marty.
In qualche modo, il ritorno sullo schermo di Eddie Felson - già protagonista del Classico di Robert Rossen Lo spaccone, film enorme che prima o poi mi deciderò a riproporre qui al Saloon - affiancato all'esplosivo figlio degli anni ottanta Vincent Lauria - interpretato da uno dei migliori Tom Cruise di tutti i tempi, clamoroso nella sequenza ritmata dalle note di Werewolves of London di Warren Zevon - rappresenta per il sottoscritto una delle più grandi dichiarazioni d'amore al Cinema dell'autore di The Wolf of Wall Street, una piccola scheggia impazzita fumosa e di provincia, una pellicola da losers, da margini della società, eppure a suo modo guidata dal sacro fuoco di chi ha voglia davvero di raccontare una storia, e riesce con il suo fervore nel miracolo di far appassionare anche un non conoscitore dell'argomento trattato - in questo caso, ed in una certa misura, il biliardo -.
Ad ogni modo, Il colore dei soldi rappresenta più di tutto un ritorno a casa, per il sottoscritto: un ritorno alla camera che dividevo con mio fratello, e che ci contendevamo a colpi di titoli fatti girare allo sfinimento con il videoregistratore, un ritorno a quel giorno in cui, per caso, nel negozio di cd usati che ancora oggi non so come sopravvive tra casa dei miei ed il parchetto in cui ho passato l'infanzia trovai il dvd, già fuori catalogo da un pezzo, e lo presi al volo, conscio di avere messo le mani su un tesoro, un rifugio, un luogo in cui fuggire nei momenti più bui.
Rappresenta Paul Newman, probabilmente l'attore più figo che Hollywood potrà mai produrre, l'uomo tutto d'un pezzo senza il bisogno di essere l'uomo tutto d'un pezzo, "il migliore", quello che "è tornato", "lo svelto".
Rappresenta i primi momenti di condivisione con mio fratello di una passione che ancora oggi ci lega, e che ho deciso di celebrare con una nuova visione a, credo, più di dieci anni dall'ultima, in barba alla colonna sonora strepitosa, al montaggio eccezionale di Thelma Shoonmaker - che per il sottoscritto resta la numero uno di sempre -, al cast in forma strepitosa, all'atmosfera, a questo stesso post: ho voluto recuperarlo come un'ancora di salvezza che mi portasse indietro ad un tempo in cui tutto era senza dubbio meno intenso, ma più semplice.
Ho voluto recuperarlo perchè oggi, salutando il nostro amico, ho visto mio fratello minore diventare un uomo e sono stato orgoglioso come un padre, e mentre con un sorriso mi godevo il grande Paul insegnare chi vince e chi perde a Tom e non vedevo già l'ora di poterlo condividere con il Fordino ripensavo a quando, sceso dal palco dopo aver parlato con una forza che non avrei immaginato, mio fratello si è fatto fragile ed io ero lì ad abbracciarlo, per quello che è stato uno dei momenti più importanti della nostra vita insieme.
Allargare le spalle e fare buon viso a cattivo gioco è fondamentale, se non si vuole rimanere schiacciati, e a volte è molto meglio portare dentro l'innocenza naif e l'arroganza di Vince, che non la scorza dura e le cicatrici di Eddie: a volte si vince perdendo, ed altre si perde vincendo.
Ma in fin dei conti, fanculo.
Quello che conta è che, a prescindere dalle recensioni, dai pareri critici e qualsiasi altra cosa, io amo questo film.
Lo amo per come è stato realizzato, per quello che rappresenta per me, per i ricordi e per quello che, forse, mi riserverà in un futuro.
Perchè il ritorno di Eddie Felson è anche il mio.
Ad ogni colpo che fa finire con il culo per terra, una rinnovata passione.
Perchè se non si vincerà questa volta, si vincerà la prossima.
E se non la prossima, quella ancora dopo.
Perchè si ritorna, sempre.
Fino a quando le energie, la voglia e la passione ce lo imporranno.
E onestamente, al momento non vedo una fine per le mie.




MrFord




"Well, I saw Lon Chaney walking with the Queen
doing the werewolves of London
I saw Lon Chaney, Jr. walking with the Queen
doing the werewolves of London
I saw a werewolf drinking a pina colada at Trader Vic's
his hair was perfect
werewolves of London again
draw blood."
Warren Zevon - "Werewolves of London" - 




mercoledì 30 aprile 2014

Dom Hemingway

Regia: Richard Shepard
Origine: UK
Anno: 2013
Durata:
93'





La trama (con parole mie): Dom Hemingway è uno scassinatore, ma sarebbe riduttivo etichettarlo solo in questo modo. E' un vecchio figlio di puttana che per dodici anni è rimasto dentro tenendo la bocca cucita e giocandosi, in questo modo, la possibilità di assistere la moglie malata di cancro e alla crescita della figlia. Giunto il grande giorno della Libertà, Dom si trova a dover ricostruire la sua vita proprio a partire dal credito da riscuotere presso il beneficiario del suo silenzio, il letale Fontaine, boss e killer russo riconvertitosi alla campagna francese: ma i suoi guai da cittadino che ha pagato il debito alla società sono appena iniziati, così come il percorso che potrebbe portarlo a ricucire il rapporto con Evelyn, che lo vide uscire dalla sua vita ancora prima di essere un'adolescente e tornare proprio nel momento in cui la sua famiglia pare aver preso una forma ed una direzione ben precise.
L'esatto opposto rispetto al destino del sanguigno Hemingway.








"A volte si incontra un uomo...", recita lo Straniero nell'incipit del supercult Il grande Lebowski, "a volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto".
E in questo caso, con buona pace dell'eroe dei Fratelli Coen, è Dom Hemingway, accento più che british e piglio decisamente oltre il pane e salame.
Perchè il lavoro di Richard Shepard - giovane newyorkese cresciuto nel mondo delle serie tv -, nonostante alcune ingenuità di direzione, delinea un charachter assolutamente memorabile, interpretato alla grandissima da un Jude Law in stato di grazia e finisce per essere illuminato da dialoghi serratissimi ed al fulmicotone, assolutamente impensabili da seguire se non in originale per poter essere apprezzati al meglio.
Onestamente, non sapevo cosa aspettarmi, da una visione come questa: in fondo, quello che cercavo era un intrattenimento old school nello stile di Stand up guys, a metà tra la malinconia ed il divertimento - promessa assolutamente mantenuta, tra le altre cose - che non sfociasse in una delusione, ed al contrario si è materializzato dalle parti del Saloon come un cocktail in grado di dare il colpo del KO un prodotto travolgente e sentito, che rende l'allucinata lezione del recente Il lercio qualcosa di più simile all'emozionante Hesher, ed il suo protagonista un antieroe da ricordare, non fosse altro per il turpiloquio al servizio di un cuore non così nero come finisce per dipingerlo lui stesso.
Andando, dunque, oltre alla cornice pulp di matrice tarantiniana - nonostante l'atmosfera ricordi più il Guy Ritchie dei tempi d'oro -, le presenze illustri di comprimari pescati dall'universo dei serial come Nathan Stewart-Jarrett ed Emilia Clarke, Dom Hemingway rappresenta quello che, fossimo dall'altra parte dell'Atlantico, di tanto in tanto, il Sundance e le pellicole indie finiscono per regalare al pubblico inizialmente scettico sequenza dopo sequenza convinto quasi alla commozione grazie ad una partecipazione sempre maggiore rispetto alle vicende narrate.
Ma, in tutta onestà, non voglio scrivere di questo film come se fosse mera materia tecnica, o analisi critica: perchè non si tratta di una pellicola perfetta, il voto che le ho assegnato potrebbe perfino risultare esagerato, la dimensione finisce per essere decisamente quella della proposta di nicchia, l'approccio e l'estetica appaiono senza dubbio derivativi, eppure Dom Hemingway c'è.
Nonostante le avversità, il Destino, il passato.
Il coriaceo Dom è presente. E lo sarà sempre. Perchè non è il tipo da tirarsi indietro di fronte ad una scommessa o ad una sfida. Perchè è un tipo da rimorsi, più che da rimpianti.
Se volete qualcosa che vi diverta, sollevando i pesi della vita ed allargando le spalle in modo da portarli in vostra vece, avete trovato pane per i vostri denti.
Nonostante non sia affatto certo che possiate uscirne con i suddetti completamente al loro posto. E soprattutto intatti.
Ma ancora una volta ci sto girando troppo attorno: questo è un film che va vissuto, indipendentemente da quanto se ne possa leggere in giro. Probabilmente, se fosse il vecchio Don a parlarne - si veda lo splendido monologo di apertura - non ci sarebbero mezze misure, da un "fottiti" in caso di disapprovazione - con tanto di cazzotto già pronto in canna - ad un sincero e molto alcolico abbraccio dal sapore di patto di sangue.
Dom c'è, con tutto se stesso.
E ci sarà sempre.
Perchè il mondo è il suo boccale, o la sua vagina.
E lui non potrà mai e poi mai rinunciare all'uno e all'altra.
Tranne quando si tratterà di alzarsi presto un lunedì mattina.
Vedere per credere.
Io mi fido di lui.




MrFord




"Got me a movie
I want you to know
slicing up eyeballs 
I want you to know
girlie so groovy
I want you to know
don't know about you."
Pixies - "Debaser" - 





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