Visualizzazione post con etichetta Matthias Schoenaerts. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matthias Schoenaerts. Mostra tutti i post

mercoledì 24 febbraio 2016

The Danish Girl

Regia: Tom Hooper
Origine: UK, USA, Belgio, Danimarca, Germania
Anno: 2015
Durata: 119'






La trama (con parole mie): Einar e Gerda Wegener sono marito e moglie, due artisti piuttosto conosciuti nella comunità della pittura di Copenaghen negli Anni Venti del Novecento. In particolare, è il primo a riscuotere successo e raccogliere riconoscimenti, fino a quando, a seguito di un gioco legato alle pose per alcuni quadri della moglie, si risveglia in lui il desiderio sopito fin dall'infanzia di vivere la propria vita come una donna.
Entrato in crisi creativa e personale, giudicato pazzo dai medici ed assistito dall'inseparabile Gerda, Einar si muove con la compagna a Parigi, dove la donna trova la sua realizzazione artistica proprio grazie alla serie di dipinti che ritraggono il marito nelle sue vesti femminili: quando anche la capitale francese e l'aver ritrovato un amico d'infanzia di Einar, Hans, cominciano a stare stretti ai Wegener, Einar prende una decisione che sarà destinata a cambiare la Storia.
Seguito dal professor Warnekros, un pioniere della chirurgia, l'uomo ha infatti intenzione di dire addio per sempre alla sua parte maschile e diventare donna a tutti gli effetti.












Se qualcuno mi avesse detto, anche solo scherzando, che il giorno dopo essermi goduto senza ritegno una cosa grandiosa e scoppiettante come Deadpool, sarei riuscito non solo a digerire, ma anche a trovare interessante The Danish Girl, drammone romantico ambientato tra la Danimarca, Parigi e Dresda nel corso della seconda metà degli Anni Venti del Novecento, firmato dal finto radicalchicchissimo Tom Hooper pronto a portarlo sullo schermo con l'eleganza più di un fotografo che di un cineasta, avrei riso della grossa.
A dispetto, invece, della predizione di bottigliate selvagge che pendeva sul capo di questo film come la più pesante delle spade di Damocle, ho finito non solo per non patirne il ritmo ed i toni, ma anche per appassionarmi alla storia di Einar e Gerda Wegener come ad un romanzo da sturm und drang di quelli che mi facevano impazzire a sedici o diciassette anni, quando sognavo una carriera sfolgorante come poeta e scrittore maledetto ed una morte appena dopo i trenta: inoltre, la tematica trattata, per quanto lontana anni luce dalla galassia del Saloon, risulta importante a livello sociale soprattutto in questo periodo e per il futuro, quando si spera che la civiltà prenderà finalmente le redini rispetto alle questioni legate alle differenze culturali, sessuali, razziali, religiose e via discorrendo e finirà - si spera - per farne un punto di forza, e non di debolezza del nostro impianto sociale.
Interpretato benissimo dai due protagonisti - entrambi, comunque, a mio parere enormemente sopravvalutati in termini di bellezza oggettiva -, puntellato su comprimari convincenti ed un'estetica senza dubbio notevole, The Danish Girl pare quasi ipnotizzare sfruttando la sensibilità del singolo spettatore, da chi subirà il fascino della "storia d'amore al contrario" di Gerda ed Einar o di Lili a chi, invece, seguirà con più partecipazione il viaggio verso l'emancipazione della stessa Lili, così come chi, semplicemente, si gusterà il tutto come una vicenda molto passionale per quanto, di fatto, vissuta tutta per sottrazione, dal rapporto tra i due sposi a quello tra Gerda ed Hans: il risultato è un viaggio emotivo e, perchè no, anche estetico che lascia senza dubbio più di un brivido pur concedendo troppo specialmente nella parte finale, con una strizzata d'occhio decisamente marcata all'Academy ed alla retorica.
Ma sono peccati veniali di un film che resta profondamente intenso, e che riesce a fotografare - pur se non bene come in The end of the tour, presto qui al Saloon - con grande sensibilità il disagio profondo di chi non si sente al proprio posto in questo mondo, che sia a causa del proprio corpo o della propria mente: un disagio che non è figlio di follia, ma di una sensibilità che viaggia su binari differenti da quelli che ci si aspetterebbe di percorrere in una quotidianità incasellata, e che spesso, nel corso della Storia, ha significato una vera e propria condanna per chi l'ha vissuta sulla pelle.
Una critica, invece, senza appello, è rivolta all'utilizzo dell'inglese come unica lingua parlata della pellicola: comprendo la facilità in termini di produzione - il danese, in effetti, non dev'essere così semplice da imparare per un attore anglosassone -, ma le sfumature delle inflessioni - specialmente rispetto ai personaggi di Hans e del professor Warnekros, interpretati dal belga Schoenaerts e dal tedesco Sebastian Koch -, sarebbero state indubbiamente più incisive.
Dettagli, comunque - un pò come quella sciarpa nel vento del finale, hollywoodiana oltre misura - , per un film che non solo si lascia guardare e colpisce, ma è riuscito nell'impresa di lasciarsi guardare e colpire anche un tamarro vecchio stile come il sottoscritto.
Un risultato già notevole.





MrFord





"One man, one woman
two friends and two true lovers
somehow we'll help each other through the hard times
one man, one woman
one life to live together
one chance to take that never comes back again
you and me, to the end."

ABBA - "One man, one woman" - 








lunedì 23 marzo 2015

The Drop - Chi è senza colpa

Regia: Michael R. Roskam
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Bob Saginowski è un solitario e timido barman che da anni lavora fianco a fianco con il cugino Marv nel locale una volta di proprietà dello stesso Marv, da anni passato in mano alla mala cecena, sempre pronta ad amministrare i passaggi di denaro legati alle scommesse.
Quando una rapina che pare improvvisata provoca un ammanco di cinquemila dollari ed i boss chiedono conto degli stessi a Marv e Bob, la tranquilla monotonia dei due è sconvolta: e mentre Marv rivela i suoi scheletri nell'armadio, Bob, grazie al ritrovamento di un cucciolo di pitbull picchiato selvaggiamente, stringe un legame con Nadia, senza sapere che un suo ex nonchè padrone del cucciolo, l'instabile Eric Deeds, è disposto a prenderlo di mira spingendolo al limite, ed anche oltre.
Quando i nodi verranno al pettine la notte del Superbowl cosa accadrà ai due gestori del piccolo bar?








Sarebbe davvero una gran cosa se film come The Drop - e caliamo un velo pietoso sull'orrido titolo italiano Chi è senza colpa - uscissero ogni settimana: prodotti tosti, solidi, di pancia, pane e salame come piacciono al sottoscritto, ben scritti ed interpretati, pronti a trasportare lo spettatore in un mondo che, di colpo, pare quasi diventare il suo: del resto, nonostante l'esportazione in terra statunitense non sempre porti bene ai registi promettenti approdati alla corte di Hollywood da ogni parte del mondo, avrei dovuto sospettare che Michael R. Roskam, già autore dell'ottimo Rundskop, non avrebbe fallito, specie se supportato da uno script firmato Dennis Lehane - che molti di voi conosceranno per cose come Gone baby gone o Mystic river - e da un'interpretazione come sempre notevole di Tom Hardy, che passa dall'apparenza minacciosa cui ci ha abituati in passato ad una dimensione quasi dimessa, e dall'accento profondamente inglese di Locke ad uno slang americano invidiabile.
The Drop è un classico film di genere che pesca a piene mani dall'immaginario noir metropolitano, che non inventa nulla di nuovo - sarebbe esagerato definirlo un cult, o un filmone, nonostante mi senta di sostenerlo e mi sia davvero piaciuto dal primo all'ultimo minuto - ma che porta sullo schermo passione e voglia di raccontare, una tensione per dosata - e decisamente notevole in almeno un paio di sequenze - e soprattutto una storia che non fa sconti, legata alla bassa manovalanza del crimine ed ai losers di un mondo che vede giungere in cima alla catena alimentare solo pochi predatori.
In questo senso, è interessante notare i diversi atteggiamenti di Marv e Bob, ex piccoli criminali finiti il primo a rimpiangere i vecchi tempi della propria "grandezza" ed il secondo a tenere un profilo così basso da rischiare di scomparire anche di fronte alle angherie di un bullo senza arte nè parte - ed è stata una piacevole sorpresa ritrovare nella parte dell'irritante ed inquietante Deeds Matthias Shoenaerts, protagonista del già citato Rundskop e dello splendido Un sapore di ruggine e ossa -: il climax della parte finale, che vede i due main charachters tornare in una certa misura al passato, mantiene sul filo quel tanto che basta per ricordare quanto il genere abbia ancora da dare al pubblico, e nel caso di The Drop, quanto a volte un lavoro onesto e solido possa a visione conclusa lasciare sensazioni più forti e ricordi di titoli blasonati ed autoriali privi dello stesso spessore.
Ma il lavoro del regista belga non si limita a raccontare una fosca vicenda criminale: il legame tra Bob e Nadia, mostrato per sottrazione, sottovoce come i suoi protagonisti, evita i clichè della classica storia d'amore e mostra un aspetto profondo e per nulla scontato del corteggiamento e dell'avvicinarsi di due persone abituate ad essere estremamente selvatiche e refrattarie al mondo esterno.
I passi compiuti dai personaggi interpretati da Hardy e Noomi Rapace, simili a quelli che ci permettono di conquistare l'amore e la fiducia di un animale, risultano così credibili da non rendere fastidiosa neppure una chiusura che ha decisamente il sapore della concessione alla grande distribuzione, e che in condizioni normali avrebbe causato uno scivolone dell'intera pellicola proprio al suo apice.
A conti fatti, dunque, e nonostante certo non si tratti di un titolo pronto a raccontare la storia di una vittoria, quanto più di un pareggio risicato, la scommessa di The Drop, da queste parti, è senza dubbio vinta.
E un brindisi all'operato di Roskam e Lehane ci sta come il bicchiere della staffa in un bar fumoso della periferia.



MrFord



"This man so humble, this man so brave.
a legend to many, he fought to his grave.
saved family and friends from the hardship and horror, 
in a land of depression he gave hope for tomorrow."
Dropkick Murphys - "Boys on the docks" - 




mercoledì 21 novembre 2012

Un sapore di ruggine e d'ossa

Regia: Jacques Audiard
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata:
120'




La trama (con parole mie): Ali, insieme al figlio Sam, dal Belgio giunge vagabondando nel Sud della Francia, ad Antibes, per stabilirsi dalla sorella. L'uomo trova dei lavori occasionali come buttafuori e addetto alla sicurezza, arrotondando con combattimenti clandestini.
Proprio fuori da una discoteca conosce Stephanie, addestratrice di orche coinvolta in una rissa, e tenta un approccio senza fortuna: qualche tempo dopo, la donna ha un grave incidente sul lavoro e perde entrambe le gambe.
Disperata e sola, richiamerà Ali e tra i due si instaurerà uno strano rapporto di amore/amicizia che romperà gli equilibri dei loro mondi: per il primo significherà mettersi una volta per tutte alla ricerca di una stabilità per la sua esistenza - e quella del figlio -, per la seconda tornare a sentirsi emotivamente in gioco e, di fatto, "a camminare".




Io vado pazzo, per Jacques Audiard.
Pochi, come lui, in Europa e nel mondo, sono in grado di girare con l'occhio dell'Autore riuscendo al contempo a rimanere profondamente fisici nell'approccio alle pellicole, quasi dovessero plasmarle a mani nude, senza risparmiarsi nulla.
Come se non bastasse, il suddetto è riuscito - almeno finora - nella non facile impresa di lasciarmi impressionato positivamente con ogni sua pellicola: ricordo quando vidi Sulle mie labbra, thriller atipico e storia d'amore altrettando fuori dagli schemi, o Tutti i battiti del mio cuore, per giungere, ovviamente, al magnifico Il profeta.
Proprio al primo dei tre riconduce quest'ultimo Un sapore di ruggine ed ossa, storia d'amore che storia d'amore è solo fino ad un certo punto, di presenza ed amicizia - in molti l'hanno accostato, in qualche modo, a Quasi amici -, di miseria e rinascita, dramma e voglia di vivere: Audiard, abbandonando la violenza ed il romanzo di formazione che vide l'ascesa carceraria di Malik per la vicenda di due persone la cui esistenza è in qualche modo già formata, non perde lo smalto che lo contraddistingue pur rimanendo in secondo piano rispetto ai suoi protagonisti, quasi facendosi da parte ed adempiendo "semplicemente" al suo ruolo di narratore.
Ali e Stephanie - interpretati magnificamente da Matthias Schoenaerts e Marion Cottilard, il primo taurino protagonista dell'ottimo Rundskop, la seconda sempre più emblema di una bellezza a tutto campo, a prescindere dalle condizioni e dalla messa in scena - sono due combattenti: lui ha vissuto una vita sempre al limite, lottando con i pugni per quell'occasione che pare non essere mai arrivata e che, di fatto, gli è accanto - il piccolo Sam, il loro è uno dei rapporti padre/figlio meglio raccontati sullo schermo dell'intera stagione -, lei alimentata dalla voglia di mostrare la propria forza, che sia ballando al centro dell'attenzione di uomini che la vorrebbero e non l'avranno o di fronte alle sue orche, predatrici selvagge ed inarrestabili dirette con una levità quasi sublime.
Ed è proprio grazie a loro che Audiard sfodera due scene da standing ovation, una di thrilling puro - l'esibizione precedente all'incidente di Stephanie - che si segue, nonostante la location e la colonna sonora - un parco acquatico in pieno giorno e Firework di Katy Perry in sottofondo - con il fiato sospeso, l'altra sul balcone del nuovo appartamento della donna, scossa da Ali e all'inizio del suo nuovo percorso di vita. 
Quella danza apparentemente sconnessa diretta al cielo - o a un'orca invisibile - è pura poesia del Cinema, di quelle destinate ad essere ricordate e diventare Classici.
Ma il vecchio Jacques non è uno che si dimentica dei suoi protagonisti, così, poco prima di un crescendo finale pazzesco, c'è occasione anche per Ali e Sam di regalare al pubblico una sequenza da capogiro come quella del lago ghiacciato - la contrapposizione primo/secondo piano nel momento della caduta del bambino è da fare invidia ad Haneke -, anticamera di quello che sarà la sensazione lasciata da questo clamoroso film "romantico" in un'accezione totalmente nuova, nonostante il rischio effettivo che materia di questo genere avrebbe generato in altre mani.
Le ossa che si spezzano, o le gambe che si perdono, sono solo un passaggio: che questo avvenga nel dolore è una condizione alla quale, da esseri umani, dobbiamo abituarci, ma che una volta affrontata a viso aperto libererà qualcosa di potenzialmente indescrivibile.
Nessun altro animale, recita Ali nel finale, ha lo stesso numero di ossa che noi portiamo in una mano: e quando ce ne rompiamo uno, anche il più piccolo ed insignificante, questo è destinato a ricordarci della sua presenza ad ogni colpo che daremo da quel momento in avanti.
Da frequente utilizzatore di un sacco da boxe, posso affermare quanto sia assolutamente vera questa affermazione.
E da amante della vita e di tutte le sue esperienze, posso affermare ancor di più quanto sia assolutamente vera questa affermazione.
Non è detto, comunque, che quel dolore e quelle ossa rotte debbano essere necessariamente un male.
Mentre è detto - e anche questa è un'affermazione assolutamente vera - che Un sapore di ruggine ed ossa è un dannato grande film.


MrFord


"Baby, you're a firework
come on, let your colors burst
make 'em go, oh
you're gonna leave 'em falling down
you don't have to feel like a waste of space
you're original, cannot be replaced
if you only knew what the future holds
after a hurricane comes a rainbow."
Katy Perry - "Firework" -


 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...