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lunedì 23 marzo 2015

The Drop - Chi è senza colpa

Regia: Michael R. Roskam
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Bob Saginowski è un solitario e timido barman che da anni lavora fianco a fianco con il cugino Marv nel locale una volta di proprietà dello stesso Marv, da anni passato in mano alla mala cecena, sempre pronta ad amministrare i passaggi di denaro legati alle scommesse.
Quando una rapina che pare improvvisata provoca un ammanco di cinquemila dollari ed i boss chiedono conto degli stessi a Marv e Bob, la tranquilla monotonia dei due è sconvolta: e mentre Marv rivela i suoi scheletri nell'armadio, Bob, grazie al ritrovamento di un cucciolo di pitbull picchiato selvaggiamente, stringe un legame con Nadia, senza sapere che un suo ex nonchè padrone del cucciolo, l'instabile Eric Deeds, è disposto a prenderlo di mira spingendolo al limite, ed anche oltre.
Quando i nodi verranno al pettine la notte del Superbowl cosa accadrà ai due gestori del piccolo bar?








Sarebbe davvero una gran cosa se film come The Drop - e caliamo un velo pietoso sull'orrido titolo italiano Chi è senza colpa - uscissero ogni settimana: prodotti tosti, solidi, di pancia, pane e salame come piacciono al sottoscritto, ben scritti ed interpretati, pronti a trasportare lo spettatore in un mondo che, di colpo, pare quasi diventare il suo: del resto, nonostante l'esportazione in terra statunitense non sempre porti bene ai registi promettenti approdati alla corte di Hollywood da ogni parte del mondo, avrei dovuto sospettare che Michael R. Roskam, già autore dell'ottimo Rundskop, non avrebbe fallito, specie se supportato da uno script firmato Dennis Lehane - che molti di voi conosceranno per cose come Gone baby gone o Mystic river - e da un'interpretazione come sempre notevole di Tom Hardy, che passa dall'apparenza minacciosa cui ci ha abituati in passato ad una dimensione quasi dimessa, e dall'accento profondamente inglese di Locke ad uno slang americano invidiabile.
The Drop è un classico film di genere che pesca a piene mani dall'immaginario noir metropolitano, che non inventa nulla di nuovo - sarebbe esagerato definirlo un cult, o un filmone, nonostante mi senta di sostenerlo e mi sia davvero piaciuto dal primo all'ultimo minuto - ma che porta sullo schermo passione e voglia di raccontare, una tensione per dosata - e decisamente notevole in almeno un paio di sequenze - e soprattutto una storia che non fa sconti, legata alla bassa manovalanza del crimine ed ai losers di un mondo che vede giungere in cima alla catena alimentare solo pochi predatori.
In questo senso, è interessante notare i diversi atteggiamenti di Marv e Bob, ex piccoli criminali finiti il primo a rimpiangere i vecchi tempi della propria "grandezza" ed il secondo a tenere un profilo così basso da rischiare di scomparire anche di fronte alle angherie di un bullo senza arte nè parte - ed è stata una piacevole sorpresa ritrovare nella parte dell'irritante ed inquietante Deeds Matthias Shoenaerts, protagonista del già citato Rundskop e dello splendido Un sapore di ruggine e ossa -: il climax della parte finale, che vede i due main charachters tornare in una certa misura al passato, mantiene sul filo quel tanto che basta per ricordare quanto il genere abbia ancora da dare al pubblico, e nel caso di The Drop, quanto a volte un lavoro onesto e solido possa a visione conclusa lasciare sensazioni più forti e ricordi di titoli blasonati ed autoriali privi dello stesso spessore.
Ma il lavoro del regista belga non si limita a raccontare una fosca vicenda criminale: il legame tra Bob e Nadia, mostrato per sottrazione, sottovoce come i suoi protagonisti, evita i clichè della classica storia d'amore e mostra un aspetto profondo e per nulla scontato del corteggiamento e dell'avvicinarsi di due persone abituate ad essere estremamente selvatiche e refrattarie al mondo esterno.
I passi compiuti dai personaggi interpretati da Hardy e Noomi Rapace, simili a quelli che ci permettono di conquistare l'amore e la fiducia di un animale, risultano così credibili da non rendere fastidiosa neppure una chiusura che ha decisamente il sapore della concessione alla grande distribuzione, e che in condizioni normali avrebbe causato uno scivolone dell'intera pellicola proprio al suo apice.
A conti fatti, dunque, e nonostante certo non si tratti di un titolo pronto a raccontare la storia di una vittoria, quanto più di un pareggio risicato, la scommessa di The Drop, da queste parti, è senza dubbio vinta.
E un brindisi all'operato di Roskam e Lehane ci sta come il bicchiere della staffa in un bar fumoso della periferia.



MrFord



"This man so humble, this man so brave.
a legend to many, he fought to his grave.
saved family and friends from the hardship and horror, 
in a land of depression he gave hope for tomorrow."
Dropkick Murphys - "Boys on the docks" - 




mercoledì 18 gennaio 2012

Rundskop

Regia: Michael R. Roskam
Origine: Belgio
Anno: 2011
Durata: 124'



La trama (con parole mie): Jacky Vanmarsenille lavora nella fattoria di famiglia e traffica in ormoni della crescita, che inietta ai suoi capi in modo da incrementare la rendita offerta dal bestiame.
Quando un socio in affari lo mette in contatto con un boss locale, la sua vita si complica: ci sono di mezzo l'omicidio di un poliziotto, il disequilibrio dei suoi nuovi contatti, il vecchio amico Diederik - testimone del terribile avvenimento che costò a Jacky non ancora adolescente una vita normale e provocò la sua dipendenza dagli steroidi -, la sorella del responsabile di quello stesso trauma ed una vita che pare inesorabilmente segnata da solitudine e nerissima desolazione.




Per prima cosa, ringrazio Ottimista per la segnalazione di questo film.

A volte capita di incontrare pellicole in grado di raccontare ben più di quello che mostrano, dalle inquadrature artistiche e tendenzialmente fini a se stesse fino alle sequenze serrate da lasciare senza fiato: Rundskop è una di queste.
Purtroppo ancora - e probabilmente mai - distribuita in Italia, questa storia terribile ed oscura è figlia della stessa mitologia che guidò Refn nella sua trilogia Pusher e al più recente e splendido Drive, mio personale film dell'anno nell'appena trascorso 2011: un protagonista che ricorda quasi un antieroe letterario, o figlio del Cinema di Melville e dei grandi Maestri orientali dell'action melò, si tuffa inesorabilmente nel gorgo che rappresenterà la sua fine con una consapevolezza disarmante e clamorosamente umana, neanche si trattasse di un malato terminale che vede la sua emotività progressivamente divorata da un cancro che il suo ambiente ha generato e che non conosce lotta o tentativo affinchè possa essere recuperata.
In questo senso i flashback che riportano al momento in cui il Jacky del presente ebbe origine, così come il suo rapporto con Lucia divengono i tentativi disperati di un giovane uomo condannato alla penombra del suo bagno, che ricorda una cella di isolamento, tra i pugni chiusi scagliati contro il mondo - o se stesso? - e gli steroidi in grado di renderlo simile ai capi di bestiame che sono il suo lavoro, il suo esperimento, il suo grido d'aiuto: proprio a Lucia risponderà che lui "lavora con la carne", senza ben capire, probabilmente, se si tratta della sua - destinata a morire - o quella di un giovane vitello appena nato - destinata, ma solo per un tempo limitato, a vivere -.
E proprio nell'esperienza che legò indissolubilmente e separò inesorabilmente Jacky stesso e Diederik esplode la potenza della narrazione di Roskam, che sfodera una sequenza da far impallidire anche l'Haneke di Niente da nascondere, spostando all'improvviso, con un movimento di macchina quasi impercettibile, l'attenzione dalla vittima diretta del fatto - Jacky, per l'appunto - e quella indiretta, ma non per questo meno segnata - il succitato Diederik -.
Con il personaggio dell'ex migliore amico del protagonista, informatore della polizia, gay non dichiarato - clamorosa la scrittura del suo rapporto con il poliziotto -, vigliacco atavico e gregario per vocazione, la sceneggiatura - solo apparentemente statica - assume uno spessore da grande epopea criminale e umana, tanto da rievocare ai miei occhi le miserie che, ai tempi, soltanto Dostoevskij e Schiller riuscirono a disegnare attorno alle loro "creature".
Diederik diviene dunque l'altra faccia della triste medaglia di Jacky, un moderno Quasimodo criminale che vive una vita da spettatore isolato in una menomazione che ha originato la sua dipendenza e, probabilmente, il suo stesso "personaggio", divenendone l'ombra, l'eminenza grigia, l'espressione di una solitudine non più dettata dal corpo, ma dalla mente.
Questo Runskop diventa dunque la prima, grande visione di inizio 2012, una pellicola nella piena tradizione del grande noir di genere in grado di colpire a fondo e mostrare, attraverso gli occhi di Jacky, tutta la rabbia e l'inquietudine di chi, da vittima, finisce per vivere una vita da carnefice: quasi come se un animale in gabbia decidesse di averne avuto abbastanza, e lottasse in una corrida disperata per portare nella tomba con lui il numero più grande possibile dei suoi carcerieri.
Ed è proprio questo il finale più sanguinoso e tristemente possibile per una favola distorta in cui la bestia resta prigioniera del suo aspetto e la bella è una principessa impaurita e sottilmente crudele capace di un male peggiore del più esperto tra i cacciatori.


MrFord


"I am the bullgod...I am free...and I feed on all that is forsaken
I'm gonna get you....I see through you...I'm gonna get you."
Kid Rock - "I am the bullgod" -

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