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lunedì 20 aprile 2020

White Russian's Bulletin



Mentre la quarantena prosegue - sperando si avvii ad una "nuova fase" di apertura - e la clausura influenza le vite, il lavoro e chi più ne ha, più ne metta, le visioni al Saloon si attaccano principalmente al piccolo schermo, fatta eccezione per qualche esperimento e per le serate Cinema dei Fordini, che ora si accingono ad affrontare per la prima volta Il signore degli anelli.
Senza dubbio, in un momento storico in cui le sale paiono dinosauri in estinzione, la fanno da padrone le proposte seriali ed i network come Netflix, che sempre di più si imporranno come una realtà imprescindibile in tempi di distanziamento sociale.


MrFord



IL BUCO (Galder Gaztelu Urrutia, Spagna, 94', 2019)

Il buco Poster


Recensito piuttosto bene - per essere un film da piattaforma streaming - sia in rete che su portali a grande diffusione, Il buco è stato una delle poche nuove visioni che ci si è concessi al Saloon in questo periodo di quarantena: riflessioni sociali non banali, spunti interessanti, un mix semplice ma efficace che pare mescolare The Cube a riferimenti letterari importanti - il Don Chisciotte che il protagonista sceglie di portarsi nell'agghiacciante struttura carceraria come unico oggetto personale -, violenza in stile orientale e un tentativo di proporre la sensibilizzazione della coscienza sociale in modo diretto, teso e non pesante e autoriale.
Peccato che, nonostante le premesse, il film esaurisca presto la sua carica, e nella parte finale non si dimostri a mio parere coraggioso abbastanza per giustificare il tutto: un pò come se fosse stata lanciata una provocazione senza che la stessa potesse davvero centrare il bersaglio per la quale era stata, per l'appunto, lanciata.
Senza dubbio una visione particolare, ma che avrebbe potuto essere davvero molto di più.




LO SHOW DI BIG SHOW - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2020)

Lo show di Big Show Poster

Per un appassionato di wrestling del mio calibro, fosse anche solo per affezione, era impossibile non fare un tentativo con la serie comedy in stile Modern Family legata alla figura di Big Show, uno dei lottatori più importanti del periodo in cui il wrestling venne traghettato dagli Anni Novanta al Nuovo Millennio, e ancora oggi veterano sempre pronto a lavorare in modo da lanciare nuovi volti nel panorama dello sport entertainment.
Senza dubbio, nonostante la partecipazione molto attiva dei Fordini, la serie è davvero poca cosa anche nell'ambito delle sit com, e se non fossi stato un appassionato "del settore" avrei abbandonato la nave già dopo il primo episodio: ci sono volute le partecipazioni di gente come Mick Foley ed i riferimenti al wrestling per poter mandare giù il tutto e non privare i piccoli del Saloon di un intrattenimento che pare aver divertito soltanto loro.
Probabilmente, farò a meno di comunicare l'uscita di un'eventuale seconda stagione.




BORDERTOWN - STAGIONE 1 (Netflix, Finlandia, 2016)

Bordertown Poster

Una cosa sicuramente interessante del periodo di lockdown è stata la possibilità di recuperare serie che, in condizioni di normalità, per il tempo a disposizione e la quotidianità serrata, sarebbe stato impossibile anche solo immaginare di andare a cercare: sulla scia di The Valhalla Murders, al Saloon si è proseguito nel filone del thriller nordico con questa sorta di versione finlandese del nostrano Rocco Schiavone. Kari Sorjonen, profiler dei metodi inusuali della polizia di Helsinki, decide di trasferirsi nella città natale della moglie, Lappenranta, al confine con la Russia, per trovare la tranquillità che nella capitale non aveva mai avuto.
Ovviamente non sarà così, e caso dopo caso lui e la sua nuova squadra si troveranno ad affrontare crimini violenti di ogni genere, pronti a sconvolgere una volta ancora la vita privata del detective: strutturata a blocchi di coppie di puntate dedicate ad un singolo caso Bordertown non rappresenta certo una proposta rivoluzionaria, ma come intrattenimento legato al genere funziona, per quanto il taglio finisca per essere abbastanza televisivo.
Interessanti i soggetti legati ai crimini, così come il metodo del protagonista - legato all'utilizzo delle stanze della memoria -, per il resto un prodotto solo per gli appassionati.




NON SUCCEDE, MA SE SUCCEDE... (Jonathan Levine, USA, 2019, 125')

Non succede, ma se succede... Poster

Ho sempre avuto un debole per Seth Rogen, uno di quei cazzoni che negli Anni Novanta sarebbe stato da dio dentro a cose come Clerks. Il suo approccio pane e salame ed film legati al clan Apatow lo rendono uno dei buddies ideali per le serate senza troppo impegno, e le commedie romantiche con deragliamenti sguaiati sono da sempre le mie preferite.
Non succede, ma se succede... - stendo un velo pietoso sul titolo italiano - si ascrive perfettamente al genere, anche se, devo ammetterlo, non riesce a raggiungere il livello di altri titoli come Zack&Miri, un pò per la sua durata - il muro delle due ore è duro da affrontare per questo tipo di titoli -, un pò perchè i momenti di ilarità legati all'insolita coppia Rogen/Theron finiscono per essere troppo pochi, o di sicuro meno di quanti ci si potrebbe aspettare.
Resta una visione buona per una serata senza impegno, con il giusto equilibrio tra sguaiatezza maschile e spessore femminile, ma senza dubbio non è destinato a lasciare un segno nella memoria.




CORRUZIONE (Don Winslow, USA, 2017)

Corruzione (Einaudi. Stile libero big) eBook: Winslow, Don ...

Don Winslow è da sempre una delle certezze letterarie del Saloon, quasi sempre - come il suo collega Nesbo - in grado di centrare l'obiettivo grazie a competenza, talento e capacità di raccontare.
Uscito qualche anno fa ma recuperato solo oggi, Corruzione pare scritto per essere un film: incentrato sulla figura di Denny Malone, poliziotto irlandese che regna supremo sulla Harlem degli afroamericani e dei domenicani, e sulla sua squadra, racconta quanto la realtà della società influisca sugli atteggiamenti e sulle decisioni di chiunque occupi una posizione di potere, da una parte o dall'altra della barricata della Legge.
A metà tra l'epopea scorsesiana ed il taglio da 25ma ora o Collateral, Corruzione è l'ennesima grande prova d'autore di Winslow, senza dubbio uno dei grandi maestri contemporanei del crime, pronto a mostrare il lato oscuro di ogni personaggio dei suoi romanzi senza dimenticare neppure per un istante la loro umanità: ed è proprio questo, il bello.
Denny Malone e i suoi sono profondamente umani, nel bene e nel male.
Così come i trafficanti ed i politicanti con i quali si trovano a venire a compromessi, a combattere, a giocarsi la vita: per quanto si possa pensare che le regole siano dettate e precise, le sfumature del tavolo da gioco sono sempre troppo indistinte.




GODLESS (Netflix, USA, 2017)

Godless Poster

Era da parecchio che leggevo e sentivo parlare di questa miniserie western, e da parecchio che, colpevolmente, ne rimandavo la visione. Complici Netflix ed il lockdown, ho potuto recuperare quello che, da appassionato, posso ufficialmente considerare come un vero e proprio gioiellino western, genere prediletto da queste parti: la vicenda delle donne di LaBelle, città di vedove a seguito di un terribile incidente nella miniera che costituisce la spina dorsale della città, e della rivalità tra Frank Griffin e Roy Goode, porta in dono tutta l'epica di un genere che ha fatto la Storia del Cinema e che ancora oggi ha il potere di affascinare, per quanto lontano nel Tempo e nei modi possa apparire.
Sette episodi che si prendono tutto quello che serve per disporre tutti i pezzi sulla scacchiera ed esplodere in una chiusura splendida, a tratti crudele e a tratti profondamente commovente, un vero film nella serie che chiude una vicenda in grado di raccontare anche in una manciata di minuti personaggi che avrebbero lo spessore dei protagonisti, e lasciare ai protagonisti destini di un secondo come quelli che un'epoca crudele come quella poteva riservare.
E per essere "senza dio", devo ammettere che Godless rappresenta qualcosa di così "santo" da valere i il rischio di battersi per lei fino alla fine.


lunedì 27 maggio 2019

White Russian's Bulletin



Nonostante le settimane piene di un maggio lavorativo piuttosto intenso, anche a questo giro il Saloon è riuscito a presentarsi all'appuntamento con il Bulletin con due cocktail di grande fordianità pronti, sulla carta, a rendere questa insolita primavera autunnale decisamente interessante, che si parli di piccolo o grande schermo: saranno riusciti nell'intento, o anche per titoli "di sicurezza" si sarà concretizzato l'agguato delle bottigliate?


MrFord



COBRA KAI - STAGIONE 2 (Youtube Originals, USA, 2019)

Cobra Kai Poster


Lo scorso anno, quando a sorpresa uscì per Youtube Originals la prima stagione di Cobra Kai, pensai che sarebbe stata un'operazione nostalgia perfetta per i vecchiacci come me, che ancora oggi, quando nessuno li vede, posano nel colpo dell'airone che permise all'underdog Daniel LaRusso di battere il favorito Johnny Lawrence nell'All Valley Tournament per gli under diciotto dell'ottantaquattro.
Invece, amarcord a parte, gli autori di Cobra Kai non solo finirono per attualizzare le vicende degli ormai ultracinquantenni Daniel e Johnny, ma anche per rendere profondo, divertente e a tratti drammatico un serial che suonava, inizialmente, come un divertissement: con questa seconda stagione la conferma della bontà del prodotto è arrivata, a partire dall'utilizzo del vecchio sensei di Johnny nonchè villain numero uno - o quasi - del brand cinematografico John Kreese fino all'evoluzione dei personaggi, su tutti proprio quello di Lawrence, scritto benissimo, incredibilmente fallibile e dunque incredibilmente umano. 
Il crescendo degli ultimi episodi, impreziositi dalla cornice da commedia romantica del nono e dalla chiusura assolutamente drammatica del decimo - che già alimenta un hype pazzesco per la terza stagione -, mette il sigillo ad un'operazione che, ormai, è una delle certezze più solide che posso avere sul piccolo schermo, e che mi fa immaginare ad un ponte ideale tra la mia generazione e quella dei Fordini. In fondo, dai la cera e togli la cera funziona ancora. E molto bene.





DRAGGED ACROSS CONCRETE (S. Craig Zahler, Canada/USA, 2018, 159')

Dragged Across Concrete Poster


Zahler, noto al Saloon per aver stupito con l'ottimo Bone Tomahawk ed aver consolidato la sua posizione con Brawl in cell block 99, continua il suo percorso da regista grindhouse confezionando un poliziesco violento e dai ritmi dilatati che almeno fino a mezzora dalla conclusione regala l'impressione di essere un vero e proprio miracolo di gestione: non che il finale sia deludente, ma considerato il percorso del regista, non regala sorprese rispetto a chi, ormai, conosce il suo "modus operandi". 
Un film solido, ruvido, lento eppure magnetico, ottimo nel gestire personaggi anche marginali come fossero veri e propri protagonisti, violento nel modo in cui piacerebbe a Tarantino, e non solo, senza speranze ma in qualche modo ottimista: peccato davvero che il marchio di fabbrica, al terzo lavoro, andrebbe modificato quantomeno per non rischiare di lasciare che chi ha seguito dal principio la sua opera possa prevedere tutto, o quasi.
Molto bene Gibson, pulp la rapina, interessanti le riflessioni "sociali" trasmesse attraverso la moglie proprio del charachter dell'attore/regista australiano: sarà sottovalutato, ma non bisognerebbe sottovalutarlo.


martedì 2 gennaio 2018

Holydays series



Con le appena trascorse vacanze natalizie, tra pranzi, cene, trasferte ed impegni moltiplicati dalla presenza in casa dei Fordini, qui al Saloon si è lavorato su alcune serie che erano rimaste in sospeso con la preparazione delle classifiche ed i festeggiamenti, ed approfittando di un momento libero ho deciso di ricorrere al vecchio stratagemma del Bullettin - rubrica che tenni un paio di estati or sono per riassumere in poche righe quello che di norma traduco in un post - per raccontare di tre titoli che ci hanno accompagnati in questo appena nato duemiladiciotto.




Parto con il più semplice da descrivere, Hawaii Five-O, giunto alla sua quinta stagione qui al Saloon con uno standard ormai rodato, una qualità non particolarmente alta ma anche una leggerezza perfetta per accompagnare i Ford tutti ai pasti, quando i più piccoli della tribù sfogano tutto quello che, di norma, viene sfogato giocando e dunque la concentrazione non è proprio quella delle grandi occasioni: non parliamo certo di un titolo imperdibile, quanto più del classico prodotto buono per tutti senza infamia e senza lode, che qui si continua a seguire per affezione rispetto ai protagonisti, per le location pazzesche e ormai anche per la sigla, diventata un must per i Fordini, con tanto di balletto incorporato.




Rimanendo in tema di sigle è diventata un cult da queste parti anche quella di Orange is the new black, chiamata con la quinta stagione a replicare la precedente, forse ad oggi la migliore annata per le ragazze di Litchfield. Il livello, purtroppo, si abbassa, complice un pò di confusione e di una mancanza di idee solide per gestire la rivolta scoppiata con la morte di Pussey, ma non mancano passaggi interessanti sia in termini comici o grotteschi sia emozionanti. 
Il gruppo si rivela affiatato, è interessante il ruolo del cattivo affidato alla guardia Piscatella ed è attuale la critica sociale: manca solo il botto vero.




Chiudo questa breve carrellata con uno dei titoli più caldi dell'inverno, che a causa delle tempistiche non ho potuto valutare per la Top 30 dedicata alle serie tv negli appena assegnati Ford Awards - se ne riparlerà, in caso, a fine duemiladiciotto -: The Punisher.
Parte della scuderia dei personaggi Marvel targati Netflix e della versione urbana del Cinematic Universe, Frank Castle, ex marine in cerca di vendetta rispetto ai colpevoli della morte della sua famiglia, è un personaggio complesso e difficile da scrivere e descrivere, spigoloso ma profondo: Jon Bernthal lo rende alla grande, fisicamente e nell'approccio, e la serie ha il grande pregio di andare in crescendo, chiudendo con due episodi tesi e violentissimi. Peccato che la prima metà di stagione, giocata sulla preparazione dell'escalation della seconda, finisca per essere tendenzialmente lenta e priva della marcia che rispetto ad un prodotto seriale ti fa sbavare all'idea di schiaffarti un episodio dietro l'altro.
Un plauso, ad ogni modo, alla coppia formata da Punisher e Micro, davvero perfetti nel rendere l'atmosfera da buddy movie inserita in un contesto decisamente violento e drammatico.
Spero, comunque, in una seconda e nel rilancio definitivo di un charachter notevole finalmente rappresentato da un attore cui il ruolo pare essere stato cucito addosso come una seconda pelle.




MrFord



lunedì 20 febbraio 2017

Sleepless - Il giustiziere (Baran Bo Odar, USA, 2017, 95')




Ormai è storia più che vecchia il fatto che da queste parti gli action movies, soprattutto di stampo crime e poliziesco, siano praticamente di casa, partendo in una certa misura avvantaggiati rispetto a qualsiasi altra pellicola - specialmente quelle radical - quando si tratta di solleticare i più reconditi piaceri cinematografici del sottoscritto.
Purtroppo, però, è sempre più raro incontrare titoli che possano eguagliare il livello di miticità - per dirla come Po - di quelli che sono stati indiscutibilmente i cult della mia infanzia, e solo raramente produzioni attuali riescono a rinverdire i fasti del decennio per eccellenza delle tamarrate, e parlo ovviamente degli indimenticabili eighties.
Negli ultimi anni, Expendables a parte, i riferimenti che più facilmente tornano alla mente sono quelli di John Wick - sono in trepidante attesa per il sequel - e The equalizer, due vere e proprie chicche che non mi hanno fatto per nulla rimpiangere l'epoca d'oro di Schwarzy, Sly, Van Damme e Kurt Russell, e che sono anni luce distanti da robetta come questo Sleepless: devo ammetterlo, le premesse in questo caso non erano per nulla buone già dal trailer, che puzzava di già visto lontano un miglio e rievocava inquietanti atmosfere da serial proposto sui canali Mediaset il sabato sera forse neppure in seconda serata, con una trama più che telefonata ed una scelta di casting che, inesorabilmente, rispetto agli spettatori più navigati - di recente è accaduto anche con La ragazza del treno, ma ne parlerò prossimamente - fondalmentalmente rivela qualsiasi possibile twist previsto nel corso dell'evoluzione della stessa.
Come se non bastasse, optando per il serioso Jamie Foxx come protagonista - lo preferisco di gran lunga nel ruolo di cazzaro come nell'ottimo Ogni maledetta domenica o dell'outsider come in Collateral - finiscono inesorabilmente morte e sepolte tutte le speranze di una visione spensierata e sopra le righe, a prescindere dal fatto che tutto fosse la riproposizione in salsa ammeregana di un film francese di respiro ben più autoriale, lasciando spazio al consueto prodotto gettato nella mischia sperando nel successo al botteghino - che, a quanto pare, non si è riscontrato, malgrado il finale aperto che lascia presupporre la realizzazione di un sequel - che non dice nulla di nuovo e riprende (male) il vecchio.
Un film che non risulta brutto o particolarmente fastidioso per qualche motivo in particolare, ma piuttosto così noioso ed anonimo da far quasi dimenticare che si tratta di una proposta action che dovrebbe tenere inchiodati alla poltrona lasciando liberi solo per saltare nei momenti di maggior tensione, che considerato tutto è forse peggio rispetto a tutte quelle volte in cui un titolo dal quale ci si aspettava qualcosa di buono finisce per scatenare una tempesta di bottigliate.
Con il nuovo anno mi sono ripromesso, dunque, di punire severamente tutti i prodotti inutili pur se non necessariamente brutti, e questo Sleepless è indubbiamente parte del novero, tanto che, considerati i ritmi scellerati di sveglie notturne della Fordina - noi Ford sì che siamo Sleepless, in questo periodo -, se non l'avessi visto a cavallo di un pranzo in solitaria ma in una qualsiasi serata sarei probabilmente crollato senza preoccuparmi troppo della prevedibile vicenda di Jamie Foxx e soci.
E non mi sarei perso nulla che meritasse di sacrificare del sonno ristoratore.




MrFord




venerdì 24 giugno 2016

Hawaii Five-O - Stagione 4

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2013/2014
Episodi:
22






La trama (con parole mie): proseguono le indagini e le avventure dei componenti dello speciale team della polizia hawaiana Five-O, momentaneamente orfani della loro compagna Kono, impegnata nella fuga con il fidanzato ed ex yakuza Adam, sostituita tra le loro fila da Catherine Rollins, fidanzata del leader McGarrett.
Ai casi di tutti i giorni si affiancano una rivalità pronta a diventare alleanza con il comandante della Swat Grover, la vicenda di Kono, i segreti che custodisce la madre di McGarrett, agente della CIA ancora operativa ed il destino di Wo Fat, nemesi della Five-O arrestata proprio dai componenti della stessa di recente evasa.
Riusciranno i membri di questa famiglia d'azione a mantenere saldo il legame tra loro ed affrontare al contempo la routine di polizia e le più complicate vicende che li riguardano da vicino?












Considerate bocciature clamorose rispetto a titoli di culto del piccolo schermo come Mr. Robot, risulterà più che curioso ai radical come Cannibal Kid che io perseveri ed insista nel seguire, al contrario, proposte di puro intrattenimento di grana grossa come Hawaii Five-O stagione dopo stagione, eppure continuo a pensare che prodotti di questo genere, a prescindere dalla resa finale - ed in questo caso, non parliamo certo della miglior stagione di McGarrett e soci, soprattutto in termini di scrittura -, siano una vera e propria manna dal cielo specie rispetto a chi, come gli occupanti di casa Ford, invece di dedicarsi alla tv durante i pasti si concede l'episodio di una serie per passare la serata.
In questo senso, le avventure della task force schiacciasassi targata Hawaii è una vera bomba a partire dalla sigla - ispirata all'originale anni settanta ed in grado di stimolare la tentazione del ballo anche nel sottoscritto - fino ai personaggi, che saranno anche stereotipati a mille ma che risultano di pancia, vivi ed onesti come si finisce per avere bisogno al ritorno dal lavoro o al termine di una giornata passata dietro le faccende quotidiane: e dai passaggi action da fare invidia alle migliori produzioni a stelle e strisce in termini di retorica e contenuti - nel corso di questa stagione, lo spaccaculi per eccellenza McGarrett ha almeno un paio di occasioni per esaltare i valori statunitensi senza ritegno - all'amicizia virile non solo tra il già citato McGarrett ed il mitico Danny Williams, ma anche tra i due e la new entry della squadra Grover, tutto contribuisce a rendere la visione scorrevole, spensierata e senza troppi pensieri, condita da una cornice meravigliosa - ad ogni stagione, con Julez, ci ripromettiamo non tanto un viaggio, quanto un trasferimento alle Hawaii - ed una serie di soluzioni in grado di fare contenti sia i maschietti del pubblico - dalle comparsate di Lili Simmons alle bellezze locali - che le femminucce - sempre McGarrett -, senza contare le numerose reminiscenze del cult Lost, rappresentato non più da Terry O'Quinn - a questo giro di giostra non pervenuto - ma dalla presenza fissa Daniel Dae Kim e da Jorge Garcia, che pare essere entrato in pianta quasi stabile nel cast.
La ricetta ideale, insomma, per una visione scacciapensieri orchestrata con sapienza dai creatori di uno dei capisaldi dell'action su piccolo schermo come Alias, che pur non raggiungendo i livelli delle vicissitudini di Sidney Bristow porta a casa la pagnotta, intrattenendo quanto basta unendo episodi autoconclusivi e sottotrame a lungo raggio - un pò come nei fumetti Bonelli, giusto per citare un esempio vicino a noi - e presentando una galleria di main charachters pronti a soddisfare qualsiasi esigenza, sempre che, a monte, sia presente la voglia di divertirsi senza pensare troppo alla costruzione o alla profondità del prodotto finale.
Tutto questo, nonostante pensi, più passa il tempo, che prodotti pur modesti come Hawaii Five-O siano comunque in grado di trasmettere sensazioni forti nel momento in cui decidono, senza troppi peli sulla lingua o sullo stomaco, di toccare tematiche come quelle della fratellanza, dell'amicizia e della famiglia: in fondo, a prescindere da quanto cinefili o esperti si possa essere, siamo tutti esseri umani.
E certe cose, nel bene o nel male, finiscono davvero per toccare tutti.
Un pò come quando si guarda un'onda perfetta scendere verso una spiaggia da sogno.
Difficile credere che esista qualcuno pronto a non desiderare di trovarsi lì, con una ragazza da sballo in bikini sulla sdraio accanto ed un cocktail saldamente in mano.





MrFord





"I'm slowly drifting away (drifting away)
wave after wave, wave after wave
I'm slowly drifting (drifting away)
and it feels like I'm drowning
pulling against the stream
pulling against the stream."
Mr. Probz - "Waves" - 






martedì 14 giugno 2016

The Wire - Stagione 1

Produzione: HBO
Origine:
USA
Anno:
2002
Episodi:
13








La trama (con parole mie): nella parte più problematica di Baltimora, dominata dagli uomini dell'apparentemente intoccabile Avon Barksdale, la droga gira stabilmente per le strade, distribuita da più livelli, dai ragazzini pronti a fare il palo sui tetti dei palazzi fino allo stesso Barksdale, che attraverso un complesso sistema di prestanome, donazioni ed agganci risulta fondamentalmente incensurato pur dirigendo i giochi.
Quando il testardo e poco ligio alle regole detective Jimmy McNulty e l'ufficiale Cedric Daniels vengono posti al centro di un progetto che vede una squadra di "scarti" di altre unità o agenti problematici affrontare proprio la questione Barksdale, nessuno dei membri della stessa sa che darà origine ad un cambio epocale nella rotta alla lotta al crimine della città: grazie ad una serie di intercettazioni ed alla determinazione del team, infatti, l'impero del boss verrà messo a dura prova, nonostante i problemi politici e gli spargimenti di sangue.











Tornando indietro nel tempo al periodo della "rinascita" delle serie televisive dei primi Anni Zero, l'unico titolo considerato un vero e proprio cult imprescindibile che mancava all'appello qui al Saloon era The Wire, che potrebbe essere associato per influenza ed importanza a I Soprano - che rimpiango di aver finito prima di aprire il blog e dunque di non averne parlato a caldo - e reputato il "padre" di proposte successive ed altrettanto mitiche come The Shield.
Recuperato più o meno sei o sette anni fa e rimasto congelato anche a causa della scarsa attitudine di Julez al genere hard boiled, è tornato alla ribalta in questo periodo di orari sballati tra la nascita della Fordina, il lavoro ed i tempi stretti della quotidianità: l'impatto sul sottoscritto, considerato che da sempre adoro il genere, è stato ovviamente molto positivo nonostante un'atmosfera decisamente datata - sembra quasi di essere tornati agli Anni Novanta, più che ai primi Zero -, fatto di carne e sangue da strada, charachters decisamente umani nei loro pregi e difetti - dal testardo ed in cerca di sensi di colpa McNulty al combattuto D'Angelo, passando per la tostissima Kima al pezzo di merda con spirito di corpo Rawls - ed un incedere misurato ma ugualmente spettacolare, che rende senza dubbio questa prima stagione di The Wire un modello per tutto quello che il genere ha prodotto in seguito e che, probabilmente, deve ancora produrre.
Oltre a rappresentare, dunque, un ritratto piuttosto fedele dei quartieri difficili di una qualsiasi grande città americana - ma, a ben guardare, non solo - e a mostrare i riflessi e gli interessi che la politica ha e continuerà per sempre ad avere rispetto alle pubbliche relazioni, al successo, ai soldi ed anche al crimine, The Wire racconta vite di uomini e donne destinati a combattere quotidianamente "nella buona e nella cattiva sorte", a prescindere dal lato della barricata che hanno scelto di difendere, ma anche un crocevia per molte carriere già avviate o, ai tempi, ancora agli inizi: dai caratteristi noti come Dominic West, Lance Reddick, Wendell Pierce fino all'ormai decisamente famoso Idris Elba, passando per un giovanissimo Michael B. Jordan, sono tantissimi i volti riconoscibili e funzionali all'interno di questa prima stagione pronta a mantenere un profilo basso senza risparmiare, però, colpi duri e dritti alla bocca dello stomaco, ed a regalare un epilogo che ricorda uno degli assunti più importanti e veritieri de Il gattopardo, "tutto cambia per non cambiare".
Il destino dei protagonisti della lotta tra la squadra di Daniels e l'organizzazione di Barksdale riassunto nell'ultimo episodio, infatti, mostra tutte le contraddizioni ed assurdità della lotta alla droga ed ai giochi politici che, inevitabilmente, ne fanno parte, così come negli anni successivi sarebbero stati raccontati da prodotti divenuti immediatamente cult come il recentissimo Narcos.
La stoffa ed il valore di cui ho sempre sentito parlare rispetto a questo titolo, dunque, sono stati confermati, ed aumentano l'hype per la visione della seconda stagione che, onestamente, spero non giungerà su questi schermi con le stesse tempistiche che hanno caratterizzato la prima: le vicende di McNulty e soci ed il destino dell'impero di Barksdale, infatti, paiono essere solo al principio non solo della loro lotta, ma delle potenzialità che la stessa può esprimere.
E se il buongiorno si vede dal mattino, da queste parti si prospetta davvero una gran bella giornata: anche se la stessa sarà inevitabilmente segnata da pallottole, sangue, lotte di potere e di strada.
Speriamo solo di riuscire ad essere tra quelli che, alla fine, saranno ancora in piedi.





MrFord





"In I come and out you go you get
here we are again now, place your bets
is this the time
the time to win or lose
is this the time
the time to choose."
U2 - "Wire" -





domenica 28 giugno 2015

Miami Vice

Regia: Michael Mann
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 131'




La trama (con parole mie): Sonny Crockett e Ricardo Tubbs sono due detectives della polizia di Miami legati a doppio filo alle operazioni sotto copertura volte a portare allo scoperto traffici illeciti, dalle armi alla droga. Quando un loro agente viene compromesso a causa dell'intrusione dell'FBI i due vengono reclutati dall'agenzia affinchè si infiltrino spacciandosi per corrieri in un'organizzazione che fa capo ad un colombiano di nome Yero, che pare sia uno dei pesci più grossi del continente.
Una volta entrati nel giro, però, Crockett e Tubbs vengono a conoscenza di un livello ancora superiore a quello portato appena sotto la superficie dallo stesso Yero, ed entrati in contatto con Isabella e Montoya, vertici dell'organizzazione, tenteranno di smantellare la stessa dall'interno: il legame sempre più stretto tra Sonny e Isabella e l'odio di Yero per l'infiltrato, però, finiranno per complicare le cose.








Se dovessi pensare ad un'ipotetica classifica dei miei registi americani - viventi, sia chiaro - favoriti, Michael Mann si giocherebbe senza dubbio le prime posizioni con Maestri del calibro di Eastwood, Scorsese e Cimino: eppure, riflettendo proprio in merito ai nomi che abiterebbero i piani alti dell'ipotetica lista, forse il suo è quello che finirebbe per doversi sudare più degli altri non tanto il fatto di essere dove si trova, quando di essere amato in termini cinefili.
Ho impiegato anni - e visioni -, infatti, per riuscire a comprendere appieno la grandezza di Mann e del suo Cinema: ricordo quanta fatica feci la prima volta che affrontai Heat - La sfida, o con quanta diffidenza approcciai più di recente Collateral e questo stesso Miami Vice, salvo poi ricredermi ed aumentare non solo la percezione delle pellicole stesse, ma il loro valore passaggio dopo passaggio su questi schermi.
Proprio Miami Vice, nato dall'idea che fu alla base della nota serie tv - firmata dallo stesso Mann nei primi anni della sua carriera ed ormai cult imprescindibile legato agli anni ottanta -, mi lasciò abbastanza freddo ai tempi della prima visione in sala, quasi come fosse una sorta di fratello minore del già citato Collateral, tutto fotografia, riprese pazzesche e colonna sonora perfetta: valutazione clamorosamente sbagliata.
Perchè Miami Vice è un trionfo non solo di tecnica e stile, ma un omaggio strepitoso ad un genere purtroppo ormai relegato a tentativi isolati, un hard boiled d'altri tempi in grado di regalare passaggi action mozzafiato, caratterizzazioni immediate - come già avvenne per Heat - ed atmosfere uniche: in questo senso, da Miami alle cascate di Iguazu, passando per il bacino centro americano, questa pellicola è assolutamente perfetta sotto ogni punto di vista.
Se, poi, alla cornice vengono associati scambi come quello tra il Sonny di Colin Farrell e la Isabella di Gong Li prima del viaggio in motoscafo verso L'Havana pare quasi di deporre le armi senza neppure lottare rispetto alla potenza di un prodotto che racconta la durezza della strada e del confronto tra poliziotti e criminali - da entrambe le parti dipinti come uomini, con i loro difetti ed i talenti a fare da contrappeso - sfruttando una partenza a razzo ed una chiusura assolutamente perfetta nel suo essere aperta, quasi incompiuta, nella scelta di Crockett di rimanere accanto a quella che è la sua famiglia a scapito di quello che potrebbe essere l'amore.
Da questo punto di vista, Miami Vice - come il recente Blackhat - ricorda da vicino il melò dell'action di Hong Kong e dei grandi registi orientali, che ai proiettili non dimentica mai di associare struggenti legami dal sapore di Classico e sesso così vero da farlo sentire sulla pelle - Tubbs e la compagna sotto la doccia e a letto, Crockett e Isabella all'interno della macchina -, un marchio di fabbrica da passato remoto portato sullo schermo sfruttando mezzi e tecniche assolutamente all'avanguardia.
Senza dubbio a Mann non interessa piacere, così come ai suoi protagonisti: eppure Miami Vice entra sottopelle, da qualsiasi angolazione lo si guardi o lo si viva, che ci si senta più vicini alla razionale struttura di Tubbs o all'improvvisato charme di Sonny, che si preferiscano i proiettili e la mano pesante dei neonazisti o gli intrighi quasi politici dei grandi trafficanti internazionali.
E' prendersi il tempo di un mojito alla Bodeguita prima di buttarsi in un conflitto a fuoco che potrebbe significare morte certa.
E' il ruggito di un fucile d'assalto, o quello di cascate che mostrano la potenza di chi vive al di sopra di tutto. Ordine o Caos che siano.
E Michael Mann è così.
Ordine e Caos.
Tecnica e istinto.
Fortunatamente, il risultato è lo stesso: grande Cinema.



MrFord



"So come pull the sheet over my eyes
so I can sleep tonight
despite what I've seen today.
I found you guilty of a crime, of sleeping at a time
when you should have been wide awake."

Audioslave - "Wide awake" - 





domenica 14 giugno 2015

Homicide

Regia: David Mamet
Origine: USA
Anno: 1991
Durata: 102'




La trama (con parole mie): Bobby Gold, un detective della omicidi di origine ebrea per nulla legato alle tradizioni del suo popolo, si ritrova dirottato da un importante caso all'indagine riguardante l'uccisione di un'anziana gestrice di un negozio di quartiere che i suoi famigliari, ricchi esponenti della comunità ebraica, giudicano come un vero e proprio attentato firmato da gruppi di estremisti antisemiti.
Inizialmente svogliato e disinteressato all'evolversi della vicenda, Gold si troverà sempre più legato non solo alle proprie radici ed identità culturale, ma anche alla necessità di comprendere cosa potrebbe celarsi dietro questo crimine apparentemente banale, arrivando addirittura a scontrarsi con il suo partner e migliore amico, Tim Sullivan.
La risoluzione dei due casi avverrà in un confronto tragico che lascerà segni indelebili su Bobby ed il suo approccio alla professione ed alla vita.














Spesso e volentieri, considerati il mio approccio al Cinema ed il carattere, mi trovo a tessere le lodi di quei film "come non se ne fanno più", gli stessi che, ai tempi delle vhs, diventavano piccoli cult da consumare visione dopo visione, o che si finiva inchiodati al divano a guardare anche ad orari improbabili una volta catturati dalle loro immagini: opere del calibro de I guerrieri della notte, o Johnny il bello - riscoperto, tra l'altro, di recente -, Hard boiled o Danko, solo per citarne alcuni.
Homicide, firmato dal veterano di classe David Mamet, rientra senza alcun dubbio nel novero: recuperato con fiuto da segugio cinefilo da Julez alla fine della scorsa estate in una delle bancarelle da località balneare e dunque approcciato dal sottoscritto, questo solido crime d'azione metropolitana dal cast più che ispirato è stato una piccola rivelazione, ed ha finito per colmare un vuoto che la sua mancata visione ai tempi dell'uscita aveva lasciato, nonostante l'abbia scoperto soltanto a posteriori.
Mamet, che non è certo un regista che le manda a dire, per descriverlo nel modo più pane e salame possibile, imbastisce un thriller metropolitano serrato e nerissimo, che lascia ben poche speranze all'audience così come ai suoi protagonisti - curioso vedere Joe Mantegna, ora impegnato con Criminal Minds, e William Macy, mitico Frank Gallagher in Shameless, decisamente più giovani ed alle prese con ruoli che ne definirono i tratti già ai tempi - prendendosi anche il tempo per spaziare dal botta e risposta tipico dei prodotti più sguaiati - per quanto le sparatorie ed i confronti di natura fisica siano estremamente realistici e curati - ad un crescendo di tensione più vicino, per l'appunto, al thriller o all'intrigo che non al poliziesco fatto e finito - le scoperte di Bobby a proposito del mondo dietro la donna uccisa in modo apparentemente casuale -: e se non bastasse il lavoro sulla contaminazione di generi, Mamet costruisce anche una riflessione decisamente importante sia sul peso delle proprie origini - il progressivo avvicinarsi del suo protagonista alla comunità ebraica ed alla ricerca della verità in merito all'uccisione della stessa donna che inizialmente giudicava semplicemente come un numero nelle statistiche delle vittime di violenze "casuali" - che sul rapporto tra la Legge ed i suoi esecutori, non sempre perfetti e non sempre nel giusto nell'applicarla.
Il tema in questione, forse, non sarà nuovo, se si considerano trascorsi cinematografici come quelli dell'Ispettore Callahan di Eastwood o del quasi contemporaneo Point break, eppure l'unione dello stesso con la volontà di esplorare da una nuova angolazione il rapporto tra la cultura ebraica ed il mondo funziona alla grande, fornendo di fatto una sorta di versione originale di quella che è risultata essere l'idea di Spielberg nell'ottimo Munich: e dalla telefonata con il collega a casa dei parenti della defunta al drammatico confronto con la realtà celata dietro un negozio apparentemente normale la parabola di Gold finisce per risultare più complessa e stratificata di quanto non si possa chiedere ad un comune hard boiled, finendo per incasellare il main charachter nell'Olimpo dei losers da distintivo presentati con fortune alterne sul grande schermo.
E se l'incedere del discontinuo Bobby promette scintille, con il finale assistiamo ad una sorta di sconfitta collettiva - del Sistema e non - che ha il suo culmine nel confronto con il fuggitivo che, almeno in principio, aveva catturato l'attenzione del protagonista a scapito del caso che ne avrebbe, di fatto, cambiato l'esistenza: e se non avessi dubbi sul fatto che l'ispirazione potrebbe giungere dalla presenza di Ving Rhames, oserei addirittura pensare che qualcosa di quel momento a metà tra la tragedia ed il grottesco possa aver ispirato Tarantino prima ancora della sua definitiva e pulp consacrazione.
E per una pellicola non solo di genere, ma anche di nicchia, direi che questo supera ogni più rosea aspettativa.




MrFord




"There's no need to tell you what's in mind,
but in the game of life I'm doing fine
no reason to tell you which way to be
the streets have opened my eyes to see."

Avenged Sevenfold - "Streets" - 





domenica 18 gennaio 2015

Il confessore

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno: 2014
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Sonny Lofthus ha trent'anni, e da dodici vive dietro le sbarre di un carcere di massima sicurezza di Oslo, accusato di un duplice omicidio e sempre pronto a caricarsi sulle spalle nuove imputazioni in cambio di eroina. Ma il giovane uomo non è solo questo: gli altri detenuti, infatti, lo considerano una sorta di illuminato, un vero e proprio confessore, il buco nero ove scaricare coscienze e peccati.
Quando, proprio a seguito di uno dei suoi colloqui, Sonny viene a scoprire che il padre, il poliziotto Ab Lofthus, morto suicida e reo confesso di essere una talpa della criminalità organizzata guidata dal mastodontico e misterioso Gemello, è stato in realtà ucciso perchè vittima di un complotto, tutto cambia.
Sonny si disintossica dietro le sbarre, e prepara una spettacolare fuga che possa condurlo, prima ancora che alla libertà, ai responsabili della morte del genitore per dare inizio ad un elaborato piano di vendetta.







Jo Nesbo è uno degli ospiti più graditi, qui al Saloon, quando si parla di Letteratura e non solo.
Fin dall'estate duemilaundici, quando entrò prepotentemente nella mia vita grazie a Il leopardo, l'autore norvegese è riuscito a conquistare pagina dopo pagina la stima incondizionata dell'intera famiglia Ford, grazie anche ad uno dei main charachters più incredibili che la pagina sia riuscita a regalare nel passato recente: Harry Hole.
Ma Jo Nesbo, che senza dubbio non ama stare troppo fermo ed ha un cervello che viaggia a velocità supersonica, non pare accontentarsi della sua creatura più riuscita, tanto da cimentarsi in opere "parallele" come Il cacciatore di teste o questo altrettanto efficace Il confessore: spinto dalla recensione entusiastica di Julez e dal desiderio di spezzare una sorta di torpore da lettore che ha finito per attanagliarmi - nonostante ottimi titoli - sul finire dell'anno appena trascorso, mi sono tuffato nella vicenda di Sonny Lofthus a testa bassa, carico di emozione ed aspettative.
E devo ammettere che, nonostante il risultato sia stato senza dubbio all'altezza del buon Jo, fino alla fine sono rimasto in bilico aspettandomi sempre quella scintilla in più che di norma avverto fin dalle prime pagine di ogni romanzo dedicato a Hole: e credo sia stato proprio questo, il problema principale de Il confessore.
Nonostante, infatti, un gruppo di personaggi di supporto notevoli - su tutti, lo splendido, profondamente umano Simon Kefas - ed una vicenda dal ritmo serrato che ricorda quasi il taglio cinematografico che potrebbe tenere un Michael Mann, a questo lavoro è mancata l'empatia con il sottoscritto tipica della saga dedicata al già citato Hole, personaggio incredibilmente più vero e presente del quasi "magico" Sonny, in grado di colpire, nel bene o nel male, tutti quelli che incrociano il suo cammino dando, di fatto, l'impressione di essere decisamente meno ancorato alla realtà.
Eppure, Il confessore riesce nell'impresa di portare un passo oltre qualsiasi lavoro precedente dell'autore, toccando un tasto che probabilmente Nesbo conosce bene quanto la Musica e che, di fatto, rende così grande un "one shot" che non dovrebbe avere seguiti e rimanere una sorta di parentesi nella carriera del suo creatore: la dipendenza.
Per poter dare una dimensione che renda giustizia a questa affermazione torno con la mente ad uno dei passaggi che ho più amato di questo romanzo, il racconto di Sonny legato al suo tentativo di battere il record sul trampolino per il salto con gli sci detenuto dal padre, scritto con la stessa partecipazione che si avrebbe mettendo su carta un ricordo effettivo ed assolutamente reale.
La delicatezza del passaggio e la commozione legata allo stesso finiscono per suscitare una reazione simile a quella di Martha, interlocutrice di Sonny, nel momento in cui finisce per chiedere se quel ragazzino cresciuto, di fatto, in cella, avesse mai provato una gioia così grande.
La risposta del protagonista è disarmante: il primo buco.
Ora, io non sono un grande esperto o frequentatore assiduo nel campo delle droghe - anzi, direi che non è affatto la mia specialità -, ma conosco bene l'attrazione che il superamento dei limiti esercita su chiunque ne sia anche in minima misura attratto, quegli stessi individui che Simon fotografa così dettagliatamente in un altro grande passaggio del romanzo, e che finiranno per condurre un'esistenza sul filo proprio perchè incapaci di seguire quelle che sono le regole morali della società - e con questo non si intendano solo ed esclusivamente i criminali o giudicati tali -.
Ed è proprio qui che si appoggia il cardine de Il confessore, che incede con passo deciso nella speranza di uscire dagli schemi dettati dal genere per raccontare una vicenda che tocca riscatto, passione e fragilità, la stessa che chiunque avverta il fascino per quell'oscurità non potrà non percepire.
Sonny, angelo caduto e vendicatore quasi divino, una sorta di Sposa al maschile in versione naif nordeuropea, incarna perfettamente tutte le angosce di chi, si tratti di sesso, un bicchiere o un buco, finisce per trovarsi davanti una montagna nel momento in cui quello stesso piacere viene meno.
Ed ecco, il ruolo migliore di questo confessore: un santo bevitore che salvi i santi bevitori.
Un pò come il "santo" Hole.
Un pò come Nesbo.




MrFord




"Take second best
put me to the test
things on your chest
you need to confess
I will deliver
you know I'm a forgiver."
Depeche Mode - "Personal Jesus" - 






lunedì 29 settembre 2014

Duro da uccidere

Regia: Bruce Malmuth
Origine: USA
Anno: 1990
Durata:
96'




La trama (con parole mie): Mason Storm è un poliziotto tutto d'un pezzo, spaccaculi incorruttibile, nel posto giusto al momento sbagliato. Nel corso di un'intercettazione, infatti, insieme al boss locale Calabrese scopre l'implicazione del Senatore Trent, uno tra i politici più in vista della città.
Appoggiandosi ad alcuni poliziotti corrotti, lo stesso membro del Congresso ordina un assalto alla casa del tutore della Legge che finisce in un vero e proprio massacro: malgrado la resistenza di Storm, infatti, sua moglie e suo figlio vengono uccisi, mentre lui, ridotto in coma e nascosto da un vecchio amico del dipartimento, è costretto in un letto d'ospedale per sette lunghi anni.
Al risveglio, l'ex poliziotto dovrà non solo difendersi dagli attacchi di Trent e degli uomini responsabili dell'uccisione dei suoi cari, ma anche fuggire - aiutato dall'infermiera che si è occupata di lui durante il coma -, nascondersi per ritrovare le forze e rimettersi in forma nonchè rintracciare il collega che aveva reso possibile la sua sopravvivenza per attuare un piano di vendetta.







Questo post partecipa alla sarabanda di legnate organizzata per celebrare Meniamo le mani 2!




Dev'essere davvero un periodo di magra, per gli action che mi hanno cresciuto, se oltre ai miei consueti eroi del genere sono finito perfino a ripescare quello che, forse, ho meno seguito anche ai tempi, Steven Seagal.
Eppure, con il recente ripescaggio di Trappola in alto mare e Trappola sulle montagne rocciose - senza contare il terribile quanto geniale Killing point -, mi sono trovato a rivalutare l'operato del parruccone più bolso del Cinema di botte, andando di conseguenza a ripescare le sue performance legate ai tempi in cui non era poi così bolso e, almeno all'apparenza, non sembrava indossare un caschetto di capelli in stile Playmobil.
Duro da uccidere, in questo senso, è una scelta pressochè perfetta: cucito sulle spalle di Seagal - ma ugualmente adattabile, con qualche cambio di coreografia per quanto riguarda le scene di combattimento e le parti dedicate all'allenamento, ad un qualsiasi interprete che questo tipo di pellicole abbia consacrato dagli anni ottanta in avanti, si parli dei mostri sacri Stallone, Schwarzenegger, Van Damme e Willis fino ai recenti Statham -, inverosimile, breve, veloce, divertentissimo nel suo essere tamarro, è in grado di riportare qualsiasi nostalgico - come il sottoscritto - ad un'epoca in cui le cose erano molto più semplici, i buoni erano i buoni e sistemavano i cattivi a suon di gran legnate, non c'erano grossi tormenti, domande e passaggi legati al buon senso ed alla logica, ed alla fine tutti al parco ad imitare - o più propriamente, a cercare di farlo - le mosse del protagonista di turno.
In particolare, scoprire per la prima volta una chicca di questo calibro è stato davvero godurioso, degno del banco di legno del Saloon e delle sbronze selvagge: dalla ridicola e divertentissima sequenza dell'assalto alla casa di Mason Storm - che si prende fucilate a ripetizione continuando a sgominare avversari come se niente fosse prima di cadere in un coma di sette anni dal quale finisce per riprendersi a tempo di record - all'escalation conclusiva con la giusta e sacrosanta resa dei conti, il film di Malmouth è un festival di luoghi comuni dell'action anni ottanta e novanta, impreziosito giusto dalla presenza di Kelly LeBrock - all'epoca compagna del protagonista -, nel ruolo improbabile dell'infermiera che senza farsi troppe domande si innamora del suo assistito in coma dopo averlo rasato per anni in maniera penosa, senza preoccuparsi del numero imprecisato di inseguimenti, sparatorie e scazzottate cui sarà costretta ad assistere da quel momento in avanti.
Onestamente, nel corso della visione la sensazione più presente è stata quella della malinconia per un periodo in cui questo tipo di prodotti non solo veniva considerato come "roba forte" ed andava bene al botteghino, ma di fatto costituiva uno standard pronto a guidare una generazione di ragazzini alla loro età adulta e ad intrattenere gli adulti come se non ci fosse un domani: al giorno d'oggi, purtroppo, l'essere naif di robaccia di questo calibro è una qualità andata perduta dietro minutaggi da capogiro o pretese artistiche anche per titoli che pretese artistiche non dovrebbero avere per contratto, e che porta residuati dell'epoca come il sottoscritto a rimpiangere perfino i loro meno interessanti "eroi" pur di tornare ad un periodo d'oro che, ora come ora, difficilmente potrà ripetersi.
Fortunatamente, ed è il bello del Cinema, ogni volta che si vorrà si potrà pensare di tornare a menare le mani accanto ai pionieri delle botte della settima arte, interpreti dozzinali e sguaiati che prima o poi - anche se, a ben guardare, questo trend ha già preso vita - verranno rivalutati e ringraziati per il lavoro svolto, seppur esclusivamente con i muscoli e parecchia immaginazione.
In fondo, il miracolo di una visione è anche questo: uomini grandi e grossi dalla scarsa mobilità pronti, a mani nude, a sgominare intere schiere di nemici.
Chi non l'ha mai sognato, del resto!?






"Yeah, play times over motherfuckers
spice 1's defiantly in motherfuckin' effect
you know what I'm saying? bringing it to all you bitch ass niggaz
so raise up and recognize, and understand that this brother is hard to kill."
Wu Tang Clan - "Hard to kill" - 



venerdì 15 agosto 2014

Hawaii Five-O - Stagione 3

Produzione: CBS
Origine: USA
Anno: 2012
Episodi: 24




La trama (con parole mie): il Comandante McGarrett e i suoi amici e colleghi della Five-O, come sempre impegnati in casi di rilevanza fondamentale per le Hawaii e non solo, si ritrovano a dover proseguire il loro scontro con Wo Fat, nemesi dello stesso McGarrett, in fuga dopo aver minacciato di uccidere la rediviva madre di quest'ultimo, agente segreto per anni data per morta anche dai suoi figli.
Come se non bastasse questo a rendere agitate le acque, la relazione tra Kono e l'erede designato dei clan Yakuza delle isole Adam Noshimuri, alle prese con il fratello da poco uscito di galera e deciso a riprendere le attività precedenti all'arresto, e le operazioni sempre al limite dell'insubordinazione dei nostri non permettono ai membri della task force di avere un solo istante di tregua.
Del resto, vivere sul filo del rasoio pare essere proprio il loro mestiere.






Non è certo un mistero che, quando si parla di visioni, o di ascolti, l'approccio del sottoscritto sia decisamente "stagionale": non potrei mai, ad esempio, schiaffarmi Bob Marley o i Red Hot Chili Peppers a dicembre, o guardare Ricomincio da capo nel pieno dell'estate.
L'atmosfera, dentro e fuori una pellicola, è importante, qui al Saloon, almeno quanto la pellicola stessa, che si tratti di meraviglie come Collateral o porcate cult come Sharknado.
Dunque, in estate, di norma le proposte più scanzonate e pane e salame prendono il sopravvento sull'autorialità, in linea con la voglia di vacanza e relax che corpo e cervello richiedono: Hawaii Five-O, per quanto non sempre seguita nei mesi più caldi, quest'anno è caduta nel pieno del periodo dell'anno che più le compete, a partire dalla location - le sempre meravigliose Hawaii - per giungere al prodotto stesso.
Pur affrontando, di fatto, un passo indietro rispetto all'ottima seconda annata, questa serie si conferma come uno dei prodotti d'intrattenimento da piccolo schermo più piacevoli da vedere al momento in programmazione, un mix esotico - sempre grazie alla location - di vintage - fantastico il riferimento a Magnum P. I., storico titolo anni ottanta -, azione in pieno stile 24 - ma meno seriosa -, risvolti da buddy movie - la relazione bromantica tra McGarrett e Danny è sempre impagabile - ed una cornice di spionaggio che mostra quanto il team di produttori e creatori sia quello legato ad un altro grande cult di genere di qualche anno fa, Alias.
Nel corso di questa terza stagione, pur con un pò troppa facilità e decisamente poco realismo - ma a questo tipo di proposte, di fatto, sarebbe assurdo chiederlo -, assistiamo ad un'alternanza ben gestita di episodi legati alle sottotrame principali - Wo Fat, la madre di McGarrett, il legame tra Kono e Adam - ed altri sfruttati quasi come riempitivi autoconclusivi ma sempre ottimi nel definire al meglio i main charachters - la rivolta carceraria con protagonista Chin, l'episodio dedicato all'undici settembre con Danny sotto i riflettori, il recupero della salma dell'ex commilitone di McGarrett in Corea del Nord da parte dello stesso Comandante e della sua finalmente fidanzata Catherine -, che scorrono in grande scioltezza come sempre e si fanno voler bene come i protagonisti - peccato che, al mitico Terry O'Quinn, ex Locke di Lost, questa volta sia riservata solo una comparsata veloce -.
Senza dubbio non parliamo di una proposta irrinunciabile del piccolo schermo, o di qualcosa che riuscirebbe perfino a convincere i detrattori più accaniti dell'action poliziesca o i radical chic tendenzialmente pusillanimi come il mio antagonista Cannibal Kid, eppure, giunti alla fine della terza stagione, qui in casa Ford si continua a pensare che, dalla sigla azzeccatissima - che il Fordino ha adottato come preferita dopo i fasti di quella del Dr. House - ai personaggi Hawaii Five-O rappresenti una di quelle boccate d'aria delle quali ogni spettatore ha bisogno, e che raramente ci si trova ad affrontare senza essere toccati dal dubbio che sia tutto costruito a tavolino e nulla più - l'unico altro esempio, in questo senso, mi pare essere il The Mentalist con protagonista Simon Baker -.
Se, dunque, prima che l'estate saluti il suo pubblico per quest'anno vi ritroverete ad aver voglia di ossigenare un pò il cervello e rilassarvi come se foste a bordo di una piscina con i piedi a mollo ed un bel mojito formato gigante ad attendervi sul tavolino dove appoggiate un braccio con disinvoltura, Hawaii Five-O è la proposta giusta: nessun massimo sistema, atmosfera da sogno - almeno pensando alle vacanze -, protagonisti in grado di farsi pienamente strada nei vostri cuori ed una buona dose di adrenalina.
Considerato che l'estate è la stagione del divertimento e degli amori fugaci, direi che non potreste chiedere niente di meglio.



MrFord



"Surfin' night and day
never twice in one spot
he's somethin' you and I would like to be
noble (ain't joshin')
surfer (ain't joshin')
he's the number one man (he's movin')."
Beach Boys - "Noble surfer" - 



martedì 5 agosto 2014

I poliziotti di riserva

Regia: Adam McKay
Origine: USA
Anno: 2010
Durata: 107'





La trama (con parole mie): quando Danson e Highsmith, i due superpoliziotti spaccaculi di New York eroi di colleghi e cittadinanza muoiono in azione, si scatena una sorta di lotta interna al dipartimento per capire quale sarà la coppia di detectives che prenderà il loro posto. I meno papabili ad assumere il ruolo di protagonisti sono Terry Hoitz ed Allen Gamble, male assortita coppia formata da colui che costò agli Yankees la vittoria nelle World Series e un ex contabile forense.
Apparentemente sfavoriti per natura e sottovalutati anche dal loro stesso capitano, i due decisamente scombinati poliziotti riusciranno non solo a coesistere, ma anche a svelare i retroscena di un losco affare di alta finanza che potrebbe rischiare di approfittare proprio del fondo pensioni della Polizia.








Nonostante il sottoscritto sia un fan sfegatato dei buddy movies da neurone in vacanza sin dai tempi dell'infanzia, un vero e godurioso recupero del genere qui al Saloon è stato reso possibile, in questi anni, principalmente grazie all'entusiasmo che suscitò, ai tempi, la lettura della serie di romanzi firmati da Joe Lansdale dedicati alle avventure di Hap e Leonard, gli improvvisati detectives più incredibili della Letteratura recente, idoli assoluti da queste parti - Joe, per favore, vedi di pubblicare presto un nuovo capitolo della saga! - e base più che solida dell'amicizia che mi lega a Dembo, conosciuto proprio grazie al blog e all'autore texano. 
Dunque, a partire proprio dalle gesta del duo appena citato, passando per Apatow ed i recuperi di epopee come quella di Arma letale, questo particolare filone ha conosciuto una vera e propria seconda giovinezza, finendo per portare alla luce titoli ai tempi dell'uscita snobbati quasi radicalchiccamente come I poliziotti di riserva: letteralmente idolatrato dai miei colleghi e da tempo noto come un vero e proprio riferimento per le serate tra amici con alcool a fiumi e rutto libero, il lavoro di McKay è giunto dunque a furor di popolo qui al Saloon, riscontrando, com'era decisamente prevedibile, un successo immediato.
A partire dall'apertura dedicata alle imprese dei durissimi e fighissimi poliziotti spaccaculi idoli di New York interpretati da The Rock e Samuel Jackson fino agli improbabili duetti degli altrettanto improbabili Marc Wahlberg e Will Ferrell, The other guys - questo il titolo originale, come spesso accade decisamente più sensato - ha finito per intrattenermi e divertirmi dall'inizio alla fine senza perdere ritmo e mordente, ricordando, di fatto, una sorta di versione di grana un pò più grossa della Trilogia del Cornetto firmata da Edgar Wright: perfetti i protagonisti - irresistibile Ferrell in versione pappone e tranquillo contabile, divertentissimo Wahlberg, stizzoso e "lento" almeno all'apparenza come e più di quanto mostrato in Ted e Pain&Gain -, azzeccata l'ambientazione hard boiled comprensiva di tutte le fasi di rito - i protagonisti dapprima quasi rivali, poi messi in difficoltà da un caso apparentemente più grande di loro e dunque pronti finalmente a spalleggiarsi per portare a casa il risultato centrando il bersaglio grosso - e da manuale le sequenze che, una dietro l'altra, vanno a comporre una vera e propria antologia di perle da citazione - su tutte l'intera scena della cena a casa dei coniugi Gamble, con un Wahlberg allibito di fronte al successo che il suo apparentemente sfigato collega pare riscuotere rispetto al genere femminile, o almeno ai suoi esponenti più sexy -.
Una scommessa vinta, dunque, da McKay, che riesce nell'intento di produrre un titolo scanzonato e divertente senza per questo consegnare al pubblico un lavoro svilente e volgare almeno nelle accezioni peggiori del termine, grazie al quale dal cast ai tecnici, fino ovviamente all'audience tutti paiono uscire vincitori e con un sorriso idiota di grande e goduriosa soddisfazione stampato in piena faccia: e dalle battute sulle macchine all'utilizzo di un perfetto Michael Keaton - che, come giustamente sottolineato da Julez, appare sempre in grande spolvero e, a conti fatti, enormemente sottovalutato -, senza contare le sfaccettature regalate dai due protagonisti - il precisino Ferrell con il suo passato turbolento e l'irrequieto Wahlberg intento a studiare cose come la danza classica e l'arte contemporanea soltanto per il gusto di mettere alle strette i radical chic di turno - ed una realizzazione più che onesta per un film assolutamente "di cassetta", perfetto per soddisfare le aspettative di un branco di scalmanati amici per la pelle - o anche solo compari di una qualche notte da leoni - senza dover chiedere chissà quale pegno in cambio, se non il divertimento senza un domani.
Avere la possibilità, diciamo una volta al mese - almeno -, di staccare la spina con proposte di questo calibro lasciandosi andare come in occasione della partita a calcio - o a paintball, o a quello che volete - con i colleghi o gli scapoli e ammogliati di turno, è un pò come pensare di avere un salvagente in grado di mescolare testosterone e capacità di essere assoluti cazzoni tipica dei maschi adulti, e che come nella sbronza settimanale all'inglese permette di lasciare tutto alle spalle e godere del momento, senza pensare troppo al fatto che il giorno dopo si potrebbe finire con dei postumi più pesanti di quelli che ormai si è in grado di sopportare o ad affrontare i rimproveri di mogli e fidanzate - e in questo caso, se la soluzione a questo tipo di inconvenienti è la stessa proposta da Ferrell e dalla Mendes, con tanto di "telefono senza fili" costituito dalla madre di lei, il divertimento potrebbe essere anche soltanto all'inizio -.
Senza contare che, a ben guardare e a meno di casi eccezionali, quei "The other guys" siamo proprio noi, improbabili "eroi" pronti ad affrontare le prove della vita moderna che da veri Goonies finiamo per dibatterci tra aspettative, il posto che abbiamo e quello che vorremmo, ed una vita decisamente più movimentata di quella che pensiamo possa essere quella dei nomi sulla locandina: perchè non è detto che quegli stessi nomi abbiano davvero così tanto più di quello che possiamo offrire - ed offriamo - noi ogni dannato giorno in cui combattiamo le nostre - piccole o grandi - battaglie.




MrFord




"Don't know what's comin' tomorrow,
maybe it's trouble and sorrow;
but we'll travel the road, sharin' our load,
side by side."
Ray Charles - "Side by side" -




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