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lunedì 4 marzo 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle la parentesi degli Oscar, torna il Bulletin nel suo formato standard, e che prosegue con il recupero di serie e titoli che nell'ultimo periodo hanno fatto parlare di loro sempre in riferimento alla nottata principe della settima arte: ancora siamo lontani dai tempi d'oro del Saloon in cui passavano almeno una o due pellicole al giorno, ma è sempre meglio qualche piccolo passo di un nulla cosmico e radical, giusto?


MrFord



THE PUNISHER - STAGIONE 2 (Netflix, USA, 2019)

The Punisher Poster

L'ultimo dei Marvel Knights targati Netflix chiude una parentesi con luci ed ombre legata al mondo dei supereroi parallelo allo spettacolare Cinematic Universe visto sul grande schermo, mostrando ancora una volta le potenzialità di un charachter controverso come quello di Frank Castle, giustiziere hard boiled che ha rappresentato, tra le pagine delle sue storie, uno degli antieroi più oscuri di un mondo di norma colorato e magico. Ottimo come sempre Jon Bernthal, perfetto sia fisicamente che come impostazione, interessante l'evoluzione della vicenda, violenta e tosta la cornice, ben scandito il timing. Peccato che, come per Devil, questo titolo sia destinato ad essere dimenticato nell'ambito del passaggio da Netflix a Disney di tutto il grande calderone di Mamma Marvel. 
Personalmente, sarebbe stato un titolo che avrei continuato molto volentieri a seguire.




COPIA ORIGINALE (Marielle Heller, USA, 2018, 106')

Copia originale Poster


In uno degli anni meno affascinanti della Storia della settima arte, tra i titoli candidati agli Oscar Copia originale era senza dubbio uno dei più interessanti: una storia (vera) all'apparenza dai toni dimessi che in realtà tocca tematiche importanti con sensibilità e mestiere, dall'amore, all'amicizia, al ruolo dell'arte e dell'artista, senza mai dimenticare la cosa più importante tra tutte, la vita.
Attorno ai due protagonisti - splendidi sia Melissa McCarthy che Richard E. Grant -, emarginati dal mondo "comune" così come da quello "elitario", si costruisce una geografia dei sentimenti dalla voce bassa ma in grado di toccare nel profondo: e in bilico tra una New York malinconica come in un Allen d'annata, gatti che sono specchi dell'anima e bugie che sanno più che altro di grida d'aiuto, due losers mitici lottano con le unghie e con i denti per vedere riconosciuto un posto che spetta a tutti noi, in quanto semplicemente e caoticamente umani.




UN AFFARE DI FAMIGLIA (Hirokazu Koreeda, Giappone, 2018, 121')

Un affare di famiglia Poster


Nonostante abbia sempre amato il Cinema giapponese, non avevo ancora approcciato alcuna pellicola firmata da uno dei cineasti più celebrati del Sol Levante che il passato recente ricordi, Hirokazu Koreeda. Vincitore a Cannes ed idolo indiscusso del mio buddy Steve, è giunto finalmente da queste parti a prendersi tutti i complimenti che merita: Un affare di famiglia, storia di stampo neorealista che strizza l'occhio al Kurosawa di Una meravigliosa domenica e all'approccio del Kim Ki-Duk "di strada" dei primi tempi, riesce a mostrare allegria, malinconia, risate e lacrime con la stessa naturalezza dei giorni e delle stagioni che si susseguono per ognuno di noi quasi si trattasse di un ricordo, o di un film pensato e costruito per chi lo sta guardando.
Come se tutto questo non bastasse, Koreeda regala almeno due sequenze da brividi e pelle d'oca, di quelle che soltanto i grandi Capolavori sono in grado di consegnare al pubblico: ora, chi passa da queste parti ricorda quanto rimasi colpito da ROMA, ma tra le immagini di Un affare di famiglia c'è un cuore che è troppo grande per qualsiasi sfoggio di tecnica.


martedì 2 gennaio 2018

Holydays series



Con le appena trascorse vacanze natalizie, tra pranzi, cene, trasferte ed impegni moltiplicati dalla presenza in casa dei Fordini, qui al Saloon si è lavorato su alcune serie che erano rimaste in sospeso con la preparazione delle classifiche ed i festeggiamenti, ed approfittando di un momento libero ho deciso di ricorrere al vecchio stratagemma del Bullettin - rubrica che tenni un paio di estati or sono per riassumere in poche righe quello che di norma traduco in un post - per raccontare di tre titoli che ci hanno accompagnati in questo appena nato duemiladiciotto.




Parto con il più semplice da descrivere, Hawaii Five-O, giunto alla sua quinta stagione qui al Saloon con uno standard ormai rodato, una qualità non particolarmente alta ma anche una leggerezza perfetta per accompagnare i Ford tutti ai pasti, quando i più piccoli della tribù sfogano tutto quello che, di norma, viene sfogato giocando e dunque la concentrazione non è proprio quella delle grandi occasioni: non parliamo certo di un titolo imperdibile, quanto più del classico prodotto buono per tutti senza infamia e senza lode, che qui si continua a seguire per affezione rispetto ai protagonisti, per le location pazzesche e ormai anche per la sigla, diventata un must per i Fordini, con tanto di balletto incorporato.




Rimanendo in tema di sigle è diventata un cult da queste parti anche quella di Orange is the new black, chiamata con la quinta stagione a replicare la precedente, forse ad oggi la migliore annata per le ragazze di Litchfield. Il livello, purtroppo, si abbassa, complice un pò di confusione e di una mancanza di idee solide per gestire la rivolta scoppiata con la morte di Pussey, ma non mancano passaggi interessanti sia in termini comici o grotteschi sia emozionanti. 
Il gruppo si rivela affiatato, è interessante il ruolo del cattivo affidato alla guardia Piscatella ed è attuale la critica sociale: manca solo il botto vero.




Chiudo questa breve carrellata con uno dei titoli più caldi dell'inverno, che a causa delle tempistiche non ho potuto valutare per la Top 30 dedicata alle serie tv negli appena assegnati Ford Awards - se ne riparlerà, in caso, a fine duemiladiciotto -: The Punisher.
Parte della scuderia dei personaggi Marvel targati Netflix e della versione urbana del Cinematic Universe, Frank Castle, ex marine in cerca di vendetta rispetto ai colpevoli della morte della sua famiglia, è un personaggio complesso e difficile da scrivere e descrivere, spigoloso ma profondo: Jon Bernthal lo rende alla grande, fisicamente e nell'approccio, e la serie ha il grande pregio di andare in crescendo, chiudendo con due episodi tesi e violentissimi. Peccato che la prima metà di stagione, giocata sulla preparazione dell'escalation della seconda, finisca per essere tendenzialmente lenta e priva della marcia che rispetto ad un prodotto seriale ti fa sbavare all'idea di schiaffarti un episodio dietro l'altro.
Un plauso, ad ogni modo, alla coppia formata da Punisher e Micro, davvero perfetti nel rendere l'atmosfera da buddy movie inserita in un contesto decisamente violento e drammatico.
Spero, comunque, in una seconda e nel rilancio definitivo di un charachter notevole finalmente rappresentato da un attore cui il ruolo pare essere stato cucito addosso come una seconda pelle.




MrFord



lunedì 23 ottobre 2017

Wind River (Taylor Sheridan, UK/Canada/USA, 2017, 107')





Tutti voi vecchi pirati che passate da queste parti dovreste ormai ben conoscere il concetto di Western che mi affascina, che tocca corde che passano dalla Leggenda alla Realtà, per dirla al solito come John Ford, tra i ricordi di mio nonno e John Wayne ed i nuovi confini posti da Eastwood, da Winter's bone, da Hell or high water.
Il Western non è qualcosa che riguarda solo ed esclusivamente cowboys e indiani, sparatorie e canyons, quanto l'idea tutta umana di arrivare a fronteggiare qualcosa di ignoto, sia esso l'amore, la violenza, un'avventura, una sfida, un dolore, la vita stessa.
Una cosa che riporta alla memoria le atmosfere delle canzoni di De Andrè, tanto per citare un autore assolutamente associabile al genere.
Quando Cannibal, e niente meno che lui, pochi giorni fa ha parlato di questo film con lo stesso entusiasmo del già citato Hell or high water, non ho saputo resistere alla sfida, e sono corso immediatamente a confrontarmi con il confine che aveva messo alla prova il mio rivale numero uno: e devo ammettere che quella linea immaginaria era davvero pane per i miei denti.
Wind River, uno di quei titoli che passano in sordina rispetto alle grandi produzioni o alle uscite da sala piena, è un Western nel senso più profondo e puro del termine, una storia di pancia ed umana, dolorosa e potente, pronta a colpire e lasciare segni importanti nel cuore.
E' una storia di padri e figli, di ferite impossibili da rimarginare, di riscatto, di prede e predatori, di guerrieri e di sciacalli: il lavoro di Taylor Sheridan si prende il suo tempo, proprio come un cacciatore appostato, in attesa che la bestia porti la testa allo scoperto, che il branco mostri le zanne, che il momento della resa dei conti prenda forma di lacrime e sangue.
Ed è un tempo da respiri a pieni polmoni, che riempie d'aria in preparazione alla tensione dell'apnea - e credetemi, la sequenza in cui viene mostrata l'aggressione è così forte da aver riportato alla mente del sottoscritto cose gigantesche come Mystic River -, che riesce a caratterizzare i personaggi in pochi e semplici passaggi - la visita dell'agente dell'FBI accompagnata dal capo della polizia tribale e dal main charachter a casa del padre della giovane vittima vive nello sguardo che cambia proprio di quest'ultimo, e nel gesto di protezione del poliziotto che si mette a protezione della porta nel momento in cui l'uomo distrutto si ritrova a dover sfogare il suo dolore -, ed anche quando i nodi vengono al pettine porta in scena un vero e proprio scontro a fuoco che per realismo, rapidità e thrilling merita senza dubbio un posto tra le sequenze più forti di quest'ultimo anno cinematografico.
Wind River è un film che racconta di confini oltrepassati, di prede e predatori, di padri e figli, e che, come giustamente ha scritto sempre il mio rivale Cannibale - che si becca addirittura una doppia citazione, cosa credo mai successa -, in alcuni momenti fa desiderare di avere dei figli, ed in altri spaventa per tutto quello che il mondo possa riservare loro.
Commuove, Wind River. E fa provare rabbia.
Una rabbia che mostra la Natura dell'Uomo, a prescindere dal fatto che possa stare oppure no dalla parte giusta.
Anche in questo caso, il confine, da Western, è labile.
Perchè un predatore di predatori resta pur sempre un predatore.
Perchè l'Uomo non cambierà mai.
Perchè il branco continuerà, in diverse forme, a cercare nuove prede.
Ma è dannatamente vero che quel confine rivela anche legami che non possono essere spezzati, e mostra prove di coraggio che superano - e devono superare - la Paura.
Perchè è in quel coraggio che si trova la forza di andare avanti.
E la forza di combattere.
E l'amore.




MrFord




 

mercoledì 4 ottobre 2017

La fratellanza (Ric Roman Waugh, USA, 2017, 121')




Esistono alcuni film - o romanzi, o dischi, metteteci quello che volete - che sulla carta non hanno nulla per piacervi e che, al contrario, finiscono per diventare delle assolute sorprese: ricordo benissimo, ad esempio, quando il recente Le cose che verranno, francesissimo e radicalchicchissimo, perfetto per Cannibal, finì per colpire quasi più me di lui, in barba alle scarse aspettative della vigilia.
Dall'altra parte, si incrocia a volte il cammino di pellicole che hanno tutto - ma proprio tutto - per essere pane per i nostri denti e si rivelano, al contrario, bocconi amari: ne è un esempio lampante La fratellanza - adattamento da vomito dell'originale Shot caller -, dramma carcerario zeppo di tatuaggi, testosterone, concetto di Famiglia, caduta e tentativi di riscatto, tradimenti e violenza che pare perfetto per una serata fordiana da rutto libero un pò più profonda rispetto a quelle da action puri, che, nonostante tutto, si è rivelato non solo poco credibile - ma poteva anche starci, con la buona volontà di un amante delle pellicole trash e fracassone - ma anche priva del mordente che è come l'aria per proposte di genere di questo tipo per evitare di finire a compiere il tuffo dal trampolino nell'oceano delle produzioni tutte uguali tra loro.
Non che i tentativi non vengano fatti, da parte di regista e sceneggiatori, per portare il lavoro lungo binari inaspettati - soprattutto nella seconda parte -, ma stranamente, quando le sorprese cominciano a piovere sullo spettatore, l'effetto scatenato - almeno nel sottoscritto - è stato il precipitare dell'interesse e del ritmo della pellicola, volata nella prima ora e un quarto per poi tramutarsi in un mattonazzo da quattro ore nei restanti quarantacinque minuti, quelli almeno sulla carta più tesi e risolutivi.
Personalmente mi dispiace più che altro perchè con qualche pretesa in meno ed un pò di sana azione in più il risultato, probabilmente, sarebbe risultato più dozzinale ma anche più a fuoco, e più adatto ad attori che ce la mettono tutta ma che, indubbiamente, non saranno mai dei Pacino, da Coster-Waldau passando per Bernthal - e voglio bene ad entrambi, passando da Game of thrones al Punisher in arrivo per Netflix -: d'altro canto, non posso dire di aver assistito ad uno spettacolo inguardabile o di quelli pronti a farmi incazzare neanche fossero stati girati dal già citato Cannibale per indispettirmi, e di aver apprezzato il taglio molto deciso e crudo dato alla vita all'interno di un carcere di massima sicurezza, che in un paio di momenti è riuscito perfino a ricordarmi le atmosfere della mitica - e stupenda - serie Oz, che una decina d'anni fa scosse come una tempesta il panorama fordiano da piccolo schermo - e che se non avete mai visto vi consiglio di correre a recuperare -.
Se, dunque, avete voglia di una serata "da duri", di quelle che hanno fatto la fortuna di alcuni titoli divenuti fondamentali per i ragazzini con la voglia di esaltarsi pensando di diventare i nuovi Tony Montana o robe simili, allora Fratellanza rappresenta senza dubbio una valida - pur se facilmente dimenticabile - alternativa: se siete, invece, alla ricerca di una cosa molto trash, meglio allora ripiegare su classiconi come Sorvegliato speciale; o ancora, se pensate di trovarvi di fronte ad una versione attuale di quello che furono cose come Cella 211 o Il profeta qualche anno fa, abbassate tranquillamente le aspettative.
Sarebbe come pensare di entrare nel cortile di un carcere di massima sicurezza da spaccaculi e pensare di poter stendere il più spaccaculi di tutti ed il giorno dopo essere già "the face that run the place".
E non è mai una buona cosa.



MrFord



lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




mercoledì 11 maggio 2016

Marvel's Daredevil - Stagione 2

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno:
2016
Episodi:
13








La trama (con parole mie): dopo la caduta di Kingpin e l'incarcerazione di Wilson Fisk, le strade di New York e di Hell's Kitchen paiono essere state ripulite. Lo studio Nelson e Murdock riprende a cercare di sbarcare il lunario schierandosi come di consueto dalla parte dei poveri e degli indifesi, mentre Daredevil continua a pattugliare le strade di notte, ignaro del fatto che, con il vuoto di potere creatosi a seguito della sua vittoria su Fisk, altre bande tramano per prendere possesso della Grande Mela e del suo lato oscuro.
Come se tutto questo non bastasse, a bagnare di sangue una realtà già complessa pensa Frank Castle, un ex marine che ha visto morire la sua famiglia e che è fermamente deciso a divenire giudice, giuria e boia di ogni criminale, ribattezzato dalla stampa "The Punisher", ed a sconvolgere il cuore di Matt Murdock il ritorno di Elektra, ex fiamma dei tempi dell'università, come lui istruita nelle arti marziali dal misterioso Stick.
Legato a doppio filo al destino della donna più importante della vita del Diavolo Rosso, inoltre, si prepara a fare ritorno il ninja Nobu, a capo degli uomini di una leggendaria setta chiamata La Mano.












Ai tempi in cui ero un giovane ed accanito fan dei fumetti Marvel, nel pieno degli anni novanta, se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei potuto assistere a rappresentazioni cinematografiche degne di quel mondo colorato e fantastico, ma anche a visioni legate alla parte più urbana ed oscura dello stesso, non ci avrei creduto.
In quel periodo, avrei fatto la firma con il sangue per cose come il primo Avengers, I Guardiani della Galassia o Il soldato d'inverno, così come per questo Daredevil firmato Netflix, che dopo una convincente prima stagione incentrata sulla figura di Kingpin resa strepitosamente da Vincent D'Onofrio, regala una seconda per molti versi, a mio parere, perfino superiore: sequenze d'azione degne dei due The Raid, violenza tosta ma non eccessiva, la natura del Diavolo Rosso - praticamente, il Batman della Marvel - resa al meglio e soprattutto un personaggio spalla che, proprio come il Wilson Fisk della season one, finisce per rubare la scena in tutto e per tutto al buon Matt Murdock, The Punisher.
Il personaggio di Frank Castle, che calza come un guanto a Jon Bernthal, infatti, per presenza scenica, potenza e riflessioni indotte nel pubblico, rappresenta senza ombra di dubbio uno dei successi in termini di scrittura di charachters dell'intera stagione del piccolo schermo, uomo combattuto e letale, protettivo e paterno eppure spietato: il confronto con Devil nel cimitero poco prima del suo arresto a metà stagione è qualcosa che resterà impresso nella mia memoria di spettatore per molto tempo, così come l'apparizione finale - come era stato proprio per il Diavolo di Hell's Kitchen lo scorso anno - pronta non solo a mostrarne la "divisa", ma anche a procurare un assist all'annunciata serie con protagonista l'antieroe giustiziere.
Certo, in molti hanno criticato l'assenza di Fisk per gran parte della stagione o la resa di Elektra, uno dei cardini della saga a fumetti di Daredevil, eppure, per quanto mi riguarda, bastano le sequenze inquietanti legate ai ninja della Mano pronti quasi a volteggiare scalando le pareti dell'ospedale o il corridoio di sangue lasciato da Castle in prigione - uno dei passaggi più cazzuti che abbia visto in una serie tv di recente - per sciogliere ogni riserva per un titolo che pare stare realizzare, sotto l'egida di Drew Goddard, appieno il suo potenziale, oltre a fungere da raccordo per le serie urbate made in Marvel targate Netflix - Daredevil, Jessica Jones, l'annunciato Punisher - neanche ci si trovasse all'interno del Cinematic Universe costruito attorno agli Avengers sul grande schermo.
E nel cuore di tutto questo, le figure di Matt Murdock - sempre più in bilico tra la sua professione di avvocato e quella di giustiziere -, Foggy Nelson - altro personaggio pronto a rubare la scena al compagno di cause più o meno perse - e Karen Page - che mi piacerebbe vedere portata sullo schermo nella sua versione di Born Again, uno degli archi di storie più struggenti dell'epopea di Devil - riescono nella non facile impresa di mostrare il lato umano degli eroi in costume, così come Castle e Fisk riescono a fare rispetto a chi di eroico ha decisamente molto meno: in fondo, costumi e combattimenti spettacolari a parte, dietro le maschere sono e siamo tutti umani, e quello che incarniamo e significhiamo per noi e per gli altri, è dovuto senza ombra di dubbio proprio a questo.
Del resto, i supereroi "divini", da queste parti, hanno sempre avuto ben poco successo: per quanto mi riguarda, per restare impressi nella mia memoria, occorrono lividi, lacrime e sangue.
E gente come Daredevil e Punisher ne ha una gran bella scorta.






MrFord





"I go out
to the old milestone
insanely expecting
you to come there
knowing that I wait for you there
that I wait for you there."
PJ Harvey - "The devil" - 





martedì 3 febbraio 2015

Fury

Regia: David Ayer
Origine: USA, Cina, UK
Anno:
2014
Durata:
134'






La trama (con parole mie): nel cuore della Germania nazista ormai messa alle strette dagli Alleati l'avanzata dell'esercito americano è resa difficoltosa dalla resistenza degli ultimi gruppi di soldati tedeschi ancora dotati di carri decisamente più potenti e pericolosi di quelli in dotazione agli statunitensi.
A bordo del Fury, che dallo sbarco in Normandia ha viaggiato attraverso mezza Europa senza smettere di combattere, si trovano il sergente e comandante dell'equipaggio Wardaddy ed i suoi uomini Bible, Gordo e Coon-Ass, rimasti privi del loro tiratore, morto durante una delle ultime azioni della squadra.
Per sostituirlo viene assegnato al manipolo di soldati il giovanissimo Norman, un ragazzino spaurito che nell'esercito ha fatto solo il dattilografo catapultato da un giorno all'altro nello stomaco certo non ricco di attrattive della guerra sul campo.
Il giovane, inizialmente terrorizzato dalla situazione e dai compagni di viaggio, finirà per crescere sotto l'ala protettrice dello stesso Wardaddy, imparando sulla pelle il dolore di un'esperienza così terribile.








Con ogni probabilità, la Guerra è fin dall'alba dei tempi una delle realtà in grado di portare a galla l'indiscutibile peggio dell'Uomo, i suoi lati oscuri, l'istintività animalesca da Legge della giungla che guarda solo alla sopravvivenza e al dominio.
L'Orrore, per dirla come il Kurtz di Apocalypse Now.
Eppure, nonostante questo fatto sia quasi indubbio, anche lo spettatore più distante dalle pellicole legate a doppio filo alla stessa finisce, una volta posto di fronte al "fatto", vittima di un fascino quasi irresistibile, fosse anche poi negato da una successiva critica ferocemente negativa: e, onestamente, non ne sono affatto stupito.
In fondo, quei lati oscuri e quel peggio cui accennavo poco sopra, fanno parte di ognuno di noi, ed ognuno di noi, con le diversità legate al carattere ed alla formazione, in situazioni estreme - e non c'è nulla di più estremo della Guerra stessa - dovrebbe fare i conti con loro, inevitabilmente: la varia umanità mostrata da David Ayer a partire dall'equipaggio del suo Fury ne è una dimostrazione lampante, dal giovane Norman, timido dattilografo pronto, passo dopo passo, a trasformarsi in "Machine", fino a Don "Wardaddy", paterno quanto militare, nel senso più autoritario e crudele del termine, passando per Bible, Gordo e Coon-Ass.
Protagonisti che non sono affatto positivi, ma che, dal tesissimo pranzo in casa delle due donne tedesche - forse la scena più intensa della pellicola - allo scontro con lo squadrone di SS, mostrano tutte le sfumature - che, per l'appunto, non devono essere necessariamente positive - dell'umanità, soprattutto se portata sul campo di battaglia: si potrebbe, in questo senso, considerare Fury una sorta di versione molto più badass e sporca di Salvate il soldato Ryan, l'ennesimo ritratto - ed il secondo in poco più di un mese di uscite in sala, insieme ad American Sniper - della grottesca realtà generata dal conflitto, con gli squilibri fisici e psicologici portati a galla, i massacri, il fatto che, da un lato e dall'altro della barricata, finiscono per trovarsi persone che lottano principalmente per riportare a casa la pelle e convinte di essere dalla parte giusta - interessante, in questo senso, proprio il confronto tra il già citato pranzo pronto a stimolare i più bassi istinti della squadra di Wardaddy ed il finale, con una salvezza giunta grazie alla pietà mostrata da uno dei membri delle mostruose SS -, e che la situazione di stress, il contatto con la violenza e la paura rendono inevitabilmente più pericolose di quanto loro non si sarebbero probabilmente mai immaginate di essere.
La cornice, poi, ben si adatta, con il suo fango ed una fotografia decisamente autunnale, all'atmosfera densa e pesante che stringe il cuore dei soldati, costringendoli a proteggersi mostrando un'aggressività a tratti assurda ed esagerata - sono rimasto decisamente colpito dal charachter di Norman, passato dalla paura di sparare alle sventagliate di mitragliatore al grido "Fuck the Nazi" lanciato abbattendone a decine -: la Guerra, come concetto e realtà, resta una delle piaghe più terribili con le quali finiamo per fare i conti, ed effettivamente dovremmo ritenerci fortunati ad essere cresciuti in un'epoca che non ha avuto conflitti "mondiali" sull'altare dei quali sacrificare milioni e milioni di vite.
Certo, illudersi che possa un giorno tutto finire e la Pace trionfare è onestamente assurdo - e lo scrivo con profondo rammarico -, principalmente per colpa della nostra Natura: in fondo, per quanti progressi si possano archiviare, restiamo comunque animali, spinti da un'istintività che porterà inevitabilmente ad un confronto certo non civile con chi, ai nostri occhi, avrà minacciato quello che consideriamo nostro, e che vorremmo sempre proteggere.
Ed è curioso quanto Norman, nell'epilogo, venga ribattezzato "eroe".
Perchè la Guerra non lascia eroi, da una parte o dall'altra.
O vincitori, o vinti.
Solo sopravvissuti.
Alla "furia" dell'Umanità stessa.




MrFord



"Breathe in deep, 
and cleanse away our sins
and we'll pray that there's no God
to punish us and make a fuss."
Muse - "Fury" - 




 
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