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mercoledì 12 settembre 2018

Resta con me (Baltasar Kormakur, USA/ Hong Kong/Islanda, 2018, 96')




- Personalmente, adoro i film che ricostruiscono e raccontano imprese memorabili compiute dall'Uomo, a prescindere dalla loro fattura: da Alive a Kon Tiki, passando per La morte sospesa, sono molte le storie di sopravvivenza ben oltre i confini della realtà che la settima arte ha portato sullo schermo negli anni.

- Kormakur, mestierante efficace cui ho voluto bene fin dai tempi del sottovalutato Contraband, mi ha sempre piacevolmente intrattenuto perfino con i suoi lavori a mio parere meno riusciti, come l'ultimo e sempre ascritto a questo genere Everest.

- Nonostante i film che l'hanno vista protagonista mi abbiano spesso fatto cagare, ho da sempre un debole per la Woodley, che porta sullo schermo argomenti molto interessanti e in questo film, capezzoli a parte, mette spesso e volentieri in primo piano forse la mia sua parte preferita: le mani.

- Resta con me, benchè presentato dai distributori come un drammone romantico smielato e hollywoodiano, racconta in realtà un'impresa incredibile portata a termine da una giovane donna nei primi anni ottanta, quando condusse la barca che con il fidanzato stava traghettando in California travolta dall'uragano Raymond in salvo dopo una deriva di oltre due mesi.

- Non siamo di fronte di certo ad un film destinato a rimanere negli annali neppure del suo genere, o davvero in grado di stupire, eppure Resta con me, al contrario delle previsioni che io stesso avevo fatto alla vigilia, si lascia guardare senza troppi problemi, tiene bene la tensione e traghetta lo spettatore dal primo all'ultimo minuto con buon ritmo.

- Certo, il brodo è allungato di un buon quarto d'ora per evitare anche alla lontana l'effetto che un lavoro più autoriale come All is lost produsse in una buona fetta di pubblico, ed alcuni passaggi sono senza dubbio forzati ad uso e consumo dell'audience - così come la scelta dei protagonisti -, ma se approcciato come una produzione a largo consumo può perfino fare la sua onesta figura.

- La sequenza del naufragio a causa dell'uragano è di grande impatto, forse la migliore della pellicola, e probabilmente in grado di mettere profonda agitazione in tutti coloro i quali temono la navigazione in mare aperto che non sia a bordo di un'immensa nave da crociera: in questo senso la presenza schiacciante della forza della Natura ha saputo mescolare il realismo del Cinema d'essai e passaggi come l'incidente aereo di Cast away.

- Forse le donzelle attratte dall'aura da storia d'amore eterno resteranno, a conti fatti, un pò deluse, ma Resta con me resta un'alternativa romantica o quasi in grado di convincere l'altra metà del cielo ad affrontare l'uscita in sala sicure che l'ominide che accompagna ognuna di loro e siede nel sedile accanto avrà comunque pane per i suoi denti. O le aspirazioni da lupo di mare.



MrFord



giovedì 3 maggio 2018

A quiet place - Un posto tranquillo (John Krasinski, USA, 2018, 90')




Spesso e volentieri, la maggior parte di noi ambisce e dichiara di voler avere la possibilità di rifugiarsi, godere e vivere in un "posto tranquillo".
Ma cosa è davvero, un posto tranquillo?
Il silenzio, da animali sociali, è la nostra dimensione?
Non lo viviamo già abbastanza sul posto di lavoro, quando il conflitto tra essere umani ed essere ambiziosi, carrieristi, subordinati o capi pesa come un macigno?
O tra le mura domestiche, quando pur di evitare una discussione scappiamo nei nostri piccoli rifugi, sperando possano risparmiarci quello di cui non abbiamo voglia?
Sarà pure d'oro, ma nel silenzio esistono oceani di solitudine, incomprensioni, contraddizioni.
E non è facile pensare, scrivere e concepire un film che abbia la sua base proprio in questo silenzio.
Specie quando si tratta di portare sullo schermo sfumature di cult del passato, o di tematiche importanti quali quella della famiglia, del sacrificio, dell'amore.
Non a caso, il regista e protagonista ha voluto al suo fianco la sua compagna di vita.
Ma torniamo al principio.
Quando si dice "vorrei vivere in un posto tranquillo, lontano da tutto e da tutti", è davvero così?
Siamo davvero disposti a rinunciare alla parola, alla socialità, a tutto quello che ci rende quello che siamo allo stato attuale, pur di inseguire un'utopia che potrebbe rivelarsi distopia?
Siamo davvero pronti al silenzio?
In fondo, a ben guardare, nella quotidianità, dai telefoni cellulari, ai giocattoli, alla musica, ai film, a chi più ne ha, più ne metta, siamo continuamente impegnati a combatterlo, a chiuderlo in un angolo remoto della nostra mente per usarlo come arma nel momento in cui qualcosa o qualcuno comincia a non andarci a genio.
Come un mostro.
Un mostro che combattiamo fuori, o che portiamo dentro.
Personalmente, adoravo il silenzio e la tranquillità di questo "posto" ai tempi dell'adolescenza, quando mi sentivo in guerra con il mondo.
Ora mi pare solo un modo ipocrita e codardo di viverlo.
Che si parli di lavoro, nel momento in cui si finge di nulla anche quando il nulla non c'è, o di vita, quando pur di combattere si preferisce una non belligeranza che logora più della lotta.
Non ci sono mostri, nella realtà fuori dallo schermo. O pensiamo non ci siano.
Eppure, il silenzio pesa quanto e più del peggiore di loro.
La mia personale sensazione, il desiderio istintivo, sarebbe quello di gridare per farli uscire tutti dall'ombra e affrontarli faccia a faccia, perchè con tutti i miei difetti sento di vivere più direttamente ed onestamente e coraggiosamente di loro.
Eppure, in un posto tranquillo, sono io l'ipocrita, lo stronzo, quello fuori dagli schemi.
E se è così, un posto tranquillo io non lo voglio.
E preferisco essere il mostro, quello da cacciare e distruggere, quello sempre affamato, quello predatorio e senza controllo.
E in tutto questo, è davvero curioso che un film derivativo, poco originale e sopravvalutato, per quanto ben realizzato, abbia solleticato in me reazioni di questo tipo.
Forse è merito del silenzio.
Che io spezzo, al contrario della pellicola.



MrFord



mercoledì 28 febbraio 2018

Mudbound (Dee Rees, USA, 2017, 134')




Un altro dei grandi temi legati al periodo degli Oscar è senza dubbio quello dei film "etici", titoli pronti a puntare molto sulle sensazioni provocate negli spettatori e sulla sensibilizzazione a temi molto importanti, che nel corso dei decenni ha fruttato - più o meno meritatamente - statuette in quasi tutte le categorie principali.
Curioso quanto nell'anno in cui a farla da padrone per quanto riguarda ruffianeria, retorica e strizzate d'occhio ai sentimenti sia un film d'autore - il sopravvalutatissimo The shape of water di Del Toro - un film passato in sordina ed accolto senza troppi entusiasmi come Mudbound sia riuscito, al contrario, a colpirmi positivamente e con tutta la forza dei titoli che non potranno certo ambire allo status dei grandi cult che faranno la Storia della settima arte ma che riescono in modo molto semplice a farsi voler bene.
Mudbound pare il ritratto di questo tipo di pellicola: prodotto con onestà da Netflix, ambientato nei decisamente poco ospitali e difficili Stati del Sud nel periodo a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, il lavoro di Dee Rees è dritto come un pugno in pieno viso, pronto a toccare corde sensibili di ogni persona civile ma non per questo smielato o troppo carico, e attraverso la storia di due famiglie mostra le diversità razziali, le difficoltà di fronte alla Natura e al Destino, i desideri, i sogni, la sofferenza e tutto quello che si può immaginare di trovare in vite che paiono vere e vive nel racconto.
Partito come un curioso incrocio di voci off con i personaggi principali pronti a dare la propria versione della storia - o a raccontare la parte di cui si sentivano protagonisti - e pronto a diventare palcoscenico per il duetto di characthers di ritorno dalla guerra in Europa - con tutti gli strascichi che ne conseguono - forse potrà a tratti spiazzare, o non convincere appieno in alcuni passaggi, ma rimane una storia cruda e di grande forza emotiva, ottima nel raccontare l'evoluzione di un'amicizia che nasce dalla diversità, trova terreno fertile nel tentativo di superare un orrore e lotta strenuamente per sopravvivere ad un altro: il legame tra Jamie e Ronsel, il primo bianco e tornato dal fronte con una medaglia ed i ricordi della guerra dal cielo, i gradi e le domande a proposito del perchè soltanto lui si fosse salvato del suo equipaggio, il secondo nero, carrista, che ha visto i compagni perdere la vita allo stesso modo davanti ai suoi occhi ed avanti è andato, aprendo la strada al resto dell'esercito e lasciandosi dietro un figlio avuto da una ragazza tedesca, è quello dei sopravvissuti, di chi si chiede per quale motivo il Destino abbia riservato la salvezza a loro e non a chi, invece, non ce l'ha fatta, e di chi, guardato l'abisso, pensa non valga più la pena di rovinarsi la vita quando non se ne avrebbe motivo, e se non per scelta, non riesce più ad abbassare la testa.
Ed è sconvolgente e triste e fa incazzare, a prescindere dal fatto che al sottoscritto non freghi nulla di guerre ed eserciti, osservare come due ragazzi, per dirla come Ronsel, "accolti in Europa come salvatori", assumano i connotati di emarginati nel loro Paese, costretti a dimenticare la sofferenza con l'alcool e fare i conti con ignoranza, razzismo, vite buttate.
In questo, per quanto mi riguarda, sta il bello di film come Mudbound.
Film che non sono ricattatori nel risvegliare le emozioni.
Che non cercano storie d'amore dalla lacrima facile, e hanno comunque il coraggio di finire a testa alta, in barba alla sofferenza, con l'amore.
Perchè un lieto fine è possibile anche senza comprarselo.
Ed è decisamente più bello e goduto se ce lo si è sudato lottando.



MrFord



 

mercoledì 25 ottobre 2017

Il gioco di Gerald (Mike Flanagan, USA, 2017, 103')





Senza dubbio Stephen King, anche grazie all'immenso bacino fornito dalla sua opera, può essere considerato uno degli autori più "saccheggiati" della Storia del Cinema, battuto forse soltanto dal Bardo Bill in persona: da Shining a The Mist, passando per It, Le ali della libertà, Il miglio verde, sono molti gli esempi di questa fruttuosa - anche se non sempre qualitativamente all'altezza - "collaborazione".
Il gioco di Gerald, legato a tematiche simili ad un altro supercult cinematografico tratto da un lavoro del Re del brivido, Misery, è giunto sugli schermi di molti di noi grazie alle ottime recensioni raccolte ed al lavoro come di consueto straordinario di Netflix, che sempre più pare essersi consolidata nel ruolo di nuova frontiera del Cinema e delle serie televisive: a rendere il tutto potenzialmente più interessante la presenza dietro la macchina da presa di Mike Flanagan, molto amato da diversi appassionati di horror, autore di titoli decisamente sopravvalutati come Oculus ed altri più convincenti, come Hush o Ouija - L'origine del male.
Considerate le premesse e le già citate recensioni, quello che speravo di trovarmi di fronte era un titolo che sancisse il salto di qualità definitivo del regista nativo di Salem, ma purtroppo, come spesso accade quando le aspettative sono alte, si finisce per essere quantomeno parzialmente delusi.
Il gioco di Gerald, thriller di sopravvivenza che racconta il dramma interiore e non solo di una donna che vede il compagno morire d'infarto nel corso di un tentativo di gioco erotico lasciandola sola ammanettata al letto ed impossibilitata a liberarsi, si poggia principalmente sulle suggestioni, l'atmosfera ed il lavoro svolto dai due protagonisti, Carla Gugino e Bruce Greenwood, chiamati a lavorare su più fronti proprio per amplificare l'effetto delle immagini che prendono vita nella mente di Jessie, costretta a lottare con i propri demoni prima ancora che con la stessa prigionia per riuscire a sopravvivere - tema molto caro al buon King -.
Eppure, forse per la difficoltà oggettiva di portare in scena un lavoro da stanza chiusa, ho avuto l'impressione che l'operato di Flanagan fosse più che altro espressione di un "vorrei ma non posso" cinematografico, il tentativo di costruire un cult senza di fatto riuscirci nonostante alcune buonissime intuizioni - l'idea di far lavorare le due metà della coppia come fossero la coscienza di Jessie muovendosi nella stanza di fronte a lei come sul palco di un teatro rende molto bene -, una confezione molto curata ed una tensione che gioca bene le sue carte: il risultato, infatti, appare a tratti troppo sbrigativo - la parte iniziale che precede il gioco erotico, piuttosto piatta, i ricordi del trauma subito dalla protagonista per colpa del padre, il finale rivelatorio a proposito del "mostro" finiscono per far perdere fascino ad un titolo che avrebbe potuto fare il paio con il già citato Misery ma che colpisce poco e scivola via abbastanza in fretta, proprio quello che un horror - o un thriller - non dovrebbe fare.
Discreti i due protagonisti - eccessivo, a mio parere, l'entusiasmo creatosi attorno alla performance della Gugino -, buona la tenuta - anche se non saprei che effetto potrebbe fare a chi ha letto il romanzo -, un paio di momenti coinvolgenti ma nel complesso troppo poco per essere considerato non solo un potenziale cult, ma anche, banalmente, un bel film.
Flanagan ha fatto di peggio, ma considerate le sue potenzialità, occorre ammettere che ha portato sullo schermo anche di molto meglio.
Un pò come, probabilmente, è stato per King e Il gioco di Gerald.




MrFord




lunedì 25 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, UK/Olanda/Francia/USA, 2017, 106')





Non è stato facile approcciare Dunkirk, ultima fatica di Christopher Nolan, illusionista del Cinema, uno dei volti più interessanti della generazione successiva a quella di Tarantino, uno dei registi più celebrati degli ultimi vent'anni.
Personalmente, ricordo benissimo la prima visione di Memento, il recupero dei suoi lavori precedenti e poi l'escalation che portò al successo planetario, passando dal mio personale favorito The prestige fino alla trilogia dei Batman, o allo splendido Inception: il buon Chris è ormai considerato una garanzia, uno di quelli che il pubblico - non importa se di nicchia o mainstream - attende al varco, pronto a criticare per tutto ed il contrario di tutto, punti di vista permettendo.
Non è stato facile, approcciare Dunkirk, perchè nel frattempo, dalla sua uscita, avevo sentito e letto qualsiasi cosa immaginabile: da chi lo ha considerato un Capolavoro a chi l'ha detestato per la sua freddezza, con tutte le sfumature del caso nel mezzo.
Nel corso della visione, personalmente mi sono stupito della scelta operata dal regista, lontana dai suoi canoni e dai generi cui è più avvezzo, ho finito per sorridere all'idea di tutti i presunti radical che hanno deciso di esaltarlo senza considerare che si tratti di una versione british di Salvate il soldato Ryan, tecnica sopraffina e furberie comprese, mi sono emozionato all'idea di tutti quei pescatori e non solo inglesi a bordo delle loro imbarcazioni pronti a fare rotta verso la Francia per salvare quelli che avrebbero potuto essere loro figli, ho ricordato che mio nonno materno, lo stesso che mi trasmise la passione per i Western e che ancora oggi ricordo per tutto il Tempo che mi dedicò sopravvisse ad un naufragio nel corso della Seconda Guerra Mondiale, prima di combattere parte della Campagna d'Africa ed avere la fortuna, per certi versi, di passare più di due anni prigioniero degli inglesi, scampando in quel modo probabilmente alla morte.
Dunkirk, senza dubbio, è grande Cinema, di quello che soltanto i registi di talento possono permettersi di portare sullo schermo.
Ma attenzione: non parliamo, comunque, di un grande film.
E non parlo di uno di quelli destinati a fare la Storia della settima arte, ma anche solo a pensare di poter insidiare quelli che, ad oggi, sono i miei personali favoriti dell'anno.
Occorre dare a Dunkirk quello che è di Dunkirk, e a Nolan quello che è di Nolan.
Personalmente, adoro i registi che percorrono più strade, senza fossilizzarsi su un genere o quantomeno cercando di adattare il loro carattere, la voglia di raccontare, a vicende differenti e lontane tra loro: Nolan ha scommesso forte su questo film, e senza dubbio, anche fosse solo dal punto di vista tecnico, ha vinto la sua partita a mani basse.
Tensione, occhio, tempi di narrazione, tutto funziona: manca forse il cuore, o la scintilla che permette ad un film di diventare "il" film, ma non per questo bisogna avere paura di riconoscere la portata di un lavoro senza dubbio impressionante, nonostante lo stesso finisca per essere destinato a quel novero di pellicole che, seppur splendide quantomeno per l'occhio, finiremo per non rivedere così facilmente.
Dunkirk non è La sottile linea rossa, o Apocalypse Now, o Full Metal Jacket, ma in tutta onestà, credo non voglia neppure esserlo.
E' semplicemente una storia, qualcosa di molto concreto, fisico, reale, che un illusionista ha voluto raccontare mantenendo come unico trucco la sua abilità con il mezzo di narrazione.
Non sarà quello che ci aspettavamo.
Non sarà come essere ingannati, e provare quel brivido che solo l'illusione può dare.
Ma del resto, è un film di guerra.
E la guerra è una delle cose più dannatamente reali che esistano.
In mezzo a qualcosa di così terribile e che noi - Nolan compreso - possiamo solo immaginare, e per fortuna, l'unica cosa che resta, probabilmente, è aggrapparsi a qualcosa che ci possa portare in salvo.
Può essere il Destino, può essere un miracolo, può essere la tecnica, può essere la voglia di arrivare in fondo.
Dunkirk ha dentro tutto questo.
Forse non sarà sopravvissuto, ma senza dubbio, ha messo tutto quello che poteva.




MrFord




domenica 14 maggio 2017

The survivalist (Steven Fingleton, UK, 2015, 104')




Nel grande oceano costituito dalla settima arte esistono i titoli popcorn, perfetti per le serate di stanca e per tutti i tamarri senza ritegno come il sottoscritto, e quelli d'essai, pane quotidiano per i radical chic e chiunque - me compreso, non crediate -, pensa di essere un gradino sopra la massa dei consumatori occasionali di Cinema.
Ma, come per la vita reale, tra il bianco ed il nero esistono molteplici sfumature di grigio che possono essere migliori o peggiori di quelle divenute famose grazie a romanzo e trasposizione dello stesso - in questo caso posso parlare solo per la seconda, inguardabile -, e che finiscono per solleticare il gusto di alcuni o finire nel dimenticatoio per altri.
The survivalist si tuffa senza guardare indietro in questo caos: il lavoro di Stephen Fingleton, animato da pretese assolutamente autoriali - dubito che il grande pubblico possa sopportare una prima parte come quella mostrata dal regista grazie al protagonista, il ruvido sopravvissuto interpretato da Martin McCann -, reso interessante da una riflessione forse non nuova ma efficace come quella dell'homo homini lupus e da un buon comparto tecnico ed una tensione che si fa sentire nonostante i ritmi dilatati, perde assolutamente terreno nel latitare della scintilla che, di norma, fa da spartiacque tra i titoli destinati a diventare, in una misura o nell'altra, cult e quelli che il pubblico perderà nei meandri della memoria.
A tratti decisamente derivativo e a tratti quasi irritante, The survivalist rientra alla perfezione nel novero dei titoli da Festival indie pronti a far gridare al miracolo qualche critico radical in erba ma che, al confronto con opere "di sopravvivenza", per l'appunto, rimaste nella Storia perde nettamente il confronto, mancando della potenza dei primi Malick - La rabbia giovane in questo senso è irraggiungibile -, dello spirito caustico di Romero con i suoi morti viventi ed anche del coraggio di portare avanti la vicenda o chiuderla con la sfrontatezza che ci si aspetterebbe quando si affronta un titolo che, sulla carta, dovrebbe essere non tanto senza speranza, quanto crudele come la Natura che, a volte, pone le sue creature di fronte a realtà tanto inevitabili quanto difficili da digerire.
A conti fatti, e visione a ventiquattro ore di distanza, non riesco ancora a trovare una ragione che possa aver guidato Fingleton nella realizzazione di questo film, un'esigenza, la voglia di raccontare una storia: pare più che il regista e sceneggiatore abbia voluto mostrare una sua versione del genere cercando di porsi un gradino sopra le tamarrate come tutti i cinefili che non intendono mischiarsi al mucchio selvaggio degli spettatori occasionali senza avere, però, il colpo di genio o le palle d'acciaio per distinguersi davvero.
In un grande oceano popolato da squali di qualsiasi dimensione come quello della settima arte, temo che Fingleton e The survivalist abbiano davvero poche chances di sopravvivenza.





MrFord





 

venerdì 22 aprile 2016

The last ship - Stagione 1

Produzione: TNT
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 10






La trama (con parole mie): l'equipaggio della nave da guerra della Marina degli Stati Uniti Nathan James, capitanata da Tom Chandler, è costretta ad una missione nell'artico di mesi con tanto di silenzio radio, apparentemente motivata dalla sperimentazione di armamenti ma in realtà legata a doppio filo alle indagini della dottoressa Rachel Scott, da tempo al lavoro su un potenziale vaccino per un'epidemia che i governi hanno predetto essere sul punto di scoppiare in tutto il mondo.
Tornati alla "civiltà" alla fine della missione, gli occupanti della Nathan James scopriranno che nel frattempo il virus ha avuto la meglio sulla civiltà, i governi sono crollati e sulla terraferma le comunità rimaste cercano di arrangiarsi lottando per sopravvivere anche le une contro le altre.
Come se non bastasse, all'urgenza di trovare una potenziale cura ed i rifornimenti per rimanere al largo, si aggiunge il pericolo costituito da una nave russa in cerca della dottoressa e dei suoi risultati e la minaccia di un conflitto nato in seno a quello che resta degli States sulla terraferma.
Come se la caveranno Chandler e i suoi uomini?












Ormai è più forte di me: non riesco proprio a farcela, a non subire il fascino del made in USA, specie se un pò tamarro e sopra le righe, che si tratti di Musica, Letteratura, Cinema o produzioni legate al piccolo schermo.
The Last Ship, giunta da queste parti assolutamente per caso, quando ai tempi presi un suggerimento telefonico del mio fratellino Dembo legato all'horror The Last Shift - che passerà a breve da queste parti - per un'imbeccata rispetto alla serie che ha adottato Eric "Dottor Bollore" Dane una volta chiusa la sua esperienza con Grey's Anatomy, prodotto in grado di mescolare le stelle e strisce di Salvate il soldato Ryan ed il survival di The Walking Dead, ho fatto finta di nulla e convinto Julez ad imbarcarci in una visione che, a conti fatti, si è rivelata assolutamente divertente e perfettamente inserita nel filone dei prodotti di puro intrattenimento indicati per questo periodo della nostra vita, considerati i pranzi e cene ormai dominati dalle chiacchiere a getto continuo del Fordino, pronto a chiedere spiegazioni su ogni titolo e scena così come a coinvolgere il sottoscritto in giochi ed evoluzioni pronte a far considerare alla signora Ford l'idea di avere a tavola due bambini di tre anni.
Tornando, comunque, a The Last Ship, devo dire che, pur non inventando nulla di nuovo - il plot è abbastanza classico, così come le atmosfere legate alle epidemie che, di fatto, dimostrano una volta di più che la minaccia più grande, in questi casi, sarebbe di gran lunga quella dell'Uomo, più che della malattia - nel corso delle sue dieci puntate non solo ha finito per affrontare situazioni e temi diversi tra loro grazie alle vicende occorse ai protagonisti, ma anche a lavorare molto bene sugli stessi, proponendo evoluzioni dei rapporti e dei charachters stessi davvero niente male, per un prodotto di grana grossa di questo genere.
E dalle battaglie navali a drammatici confronti nella giungla - inquietante l'episodio legato al boss del narcotraffico rifugiatosi in Costarica soggiogando un gruppo di locali neanche fosse in pieno delirio da film di Herzog -, dai faccia a faccia interni tra i membri dell'equipaggio all'escalation legata alla ricerca del vaccino da parte della dottoressa Scott - la Rhona Mitra divenuta famosa qui al Saloon per il suo ruolo in Doomsday -, per giungere alle drammatiche rivelazioni del season finale legato al primo contatto vero e proprio con il presunto governo - o quel che ne resta - degli Stati Uniti, il risultato è decisamente discreto e perfetto per veicolare una visione senza troppo impegno, impreziosita per quanto mi riguarda da un personaggio come Tex, praticamente da subito il preferito fordiano assoluto della serie.
Non sono certo qui a gridare al miracolo, eppure la curiosità di scoprire cosa attende l'equipaggio della Nathan James nel corso della seconda stagione è ben radicata, le potenzialità del titolo devono ancora essere completamente espresse, e l'impressione che possa rivelarsi una versione più tamarra ma paradossalmente profonda ed interessante del già citato The Walking Dead è ben più di un sospetto.
Speriamo bene, anche perchè tra navi, esplosioni, amicizia virile e momenti assolutamente fordiani, difficilmente troverò un'altra crociera così nelle mie corde.





MrFord






"And oh my love remind me, what was it that I said?
I can't help but pull the earth around me, to make my bed
and oh my love remind me, what was it that I did?
Did I drink too much?
Am I losing touch?
Did I build this ship to wreck?"
Florence + The Machine - "Ship to wreck" - 






mercoledì 20 aprile 2016

Il libro della giungla

Regia: Jon Favreau
Origine: USA
Anno: 2016
Durata:
105'







La trama (con parole mie): il cucciolo d'uomo Mowgli, trovato solo nella giungla ed affidato ai lupi guidati da Akela dalla pantera Bagheera, è costretto ad abbandonare la sua famiglia adottiva a causa della minaccia rappresentata dalla tigre Shere Khan, predatore conscio della natura umana del bambino e deciso ad ucciderlo prima che possa crescere e diventare quello che lo stesso felino si aspetta.
Scortato proprio da Bagheera, Mowgli scoprirà, nel corso del suo viaggio attraverso la giungla, quanto le sue radici umane saranno fondamentali non solo per affrontare la nemesi felina, ma per guadagnare un posto unico all'interno del mondo animale una volta superate le difficoltà rappresentate dall'infido Kaa e del dispotico ed ambizioso re delle scimmie.
Le Legge della giungla, dunque, varrà anche per chi alla giungla, per natura, non appartiene?













Ai tempi delle scuole elementari e della mitica videoteca dell'altrettanto mitico Paolo, due Classici Disney si contendevano il primato delle visioni nell'allora casa Ford e la preferenza assoluta del sottoscritto: Robin Hood ed Il libro della giungla.
Alla notizia di una trasposizione cinematografica tutta effetti ed "umanizzazione" di quest'ultimo, ammetto di avere storto il naso - e non poco -, all'idea che i ricordi e l'affetto per quello stesso Classico potessero essere in qualche misura intaccati da questo esperimento, tra l'altro targato Jon Favreau, un mestierante di Hollywood che personalmente ho sempre particolarmente apprezzato, con le dovute proporzioni.
Devo ammettere, in questo senso, di aver recuperato il titolo in prima istanza solo ed esclusivamente in favore del Fordino, che con la sua fervente passione per gli animali sta di fatto definendo la direzione delle visioni pomeridiane di casa Ford quando sono lontano dal lavoro, tra documentari, cartoni animati o pellicole che richiamino in qualche modo la fauna terrestre, senza troppi pensieri a proposito di quello che potrebbe apparire ai miei occhi: il risultato, invece, occorre ammetterlo, è stato decisamente meno peggio del previsto, con una trasposizione dell'opera di Rudyard Kipling più adulta e meno effervescente del cult animato - che, musicalmente, continua a fare la differenza -, quasi "dark" - per quanto il termine possa passare, in questo contesto -, un buon ritmo ed una caratterizzazione da film di formazione quasi pre adolescenziale in grado quantomeno di tentare un difficile aggancio tra l'epoca in cui si è ancora bambini e quella in cui si pensa di essere già adulti.
Del resto, Il libro della giungla è, di fatto, un lavoro di costruzione, la descrizione del percorso di emancipazione di Mowgli che può essere considerato una rappresentazione di quello che ognuno di noi vive proprio a cavallo dell'adolescenza, e che ha ispirato altri cult di tempi recenti come Vita di Pi, a prescindere dalla questione "felina" del racconto.
Favreau, dal canto suo, conosce bene il mestiere ed i segreti grazie ai quali unire l'approccio mainsteam a quello più ricercato, di fatto limitando quello che l'egida Disney pone rispetto al pubblico più esigente - ed inutilmente pretenzioso, occorre dirlo - senza dimenticare l'impatto empatico sul pubblico che, al contrario, una pellicola finisce per volersela vivere, più giovani in primis - la lotta con Shere Khan in chiusura di pellicola richiama a gran voce l'ottima parte finale di Kung Fu Panda 3, amatissimo da queste parti -: per il resto, è una caccia alla citazione del film d'ispirazione ed alle differenze dallo stesso - ottima l'idea di sostituire il Kaa maschile alla versione femminile doppiata in originale da Scarlett Johansson - così come una cavalcata accanto ad un Mowgli irriverente ed istintivo ma non bambinesco, sostenuto da un mondo animale molto più umano di quanto potremo mai essere noi custodi e fruitori del rosso arbitro del destino della fauna del pianeta.
L'ideale approccio per questo Il libro della giungla è quello di un prodotto d'intrattenimento in grado di smuovere istinti primordiali in ciascuno di noi grazie ad una galleria di personaggi indimenticabili - e non parlo di influenze hollywoodiane, quando di Letteratura - sfruttati ottimamente, ed in grado di reggere il confronto con un precedente che ha fatto la Storia di almeno un paio di generazioni: forse non si tratterà della visione del periodo, o tantomeno dell'anno, ma di una più che discreta lezione su quello che può diventare il Cinema mainstream se poggiato su basi solide e portato in scena con grande professionalità ed empatia.
Onestamente, non saprei se la parte autoriale a tutti i costi della settima arte saprebbe fare altrettanto.





MrFord




"What am I supposed to do after we done everything that we've done?
Who is your replacement?
Are we still good? Are we still good?
Are we still good? Are we still good?"
Drake - "Jungle"- 





domenica 27 marzo 2016

Spring

Regia: Justin Benson, Aaron Moorehead
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 109'








La trama (con parole mie): il giovane Evan, californiano, perde nel giro di pochissimo tempo entrambi i genitori, ai quali era legatissimo, ed il lavoro sfogando la tristezza covata dentro nei lunghi mesi passati accanto alla madre malata. Finito nei guai anche con la Legge, decide di allontanarsi dagli States e prendersi un periodo per capire che direzione dare alla propria vita: giunto in Italia, e visitata Roma, si aggrega ad altri due ragazzi percorrendo la costa tirrenica: rimasto solo in una piccola località e trovato un impiego come contadino in cambio di vitto e alloggio, Evan conosce Louise, misteriosa sua coetanea con la quale inizia una storia travolgente fatta di sesso e complicità ma anche di tutti i presupposti per un innamoramento.
La ragazza, però, nasconde un segreto oltre ogni immaginazione: riuscirà Evan a convivere con lo stesso, e la storia a proseguire nonostante questo fardello?









E' davvero curioso, sentirsi dall'altra parte.
Un pò come quando, da studente, invidi i tuoi genitori che lavorano, ed in men che non si dica ti ritrovi con un lavoro e pensi a quanto era bello, al contrario, passare la giornata tra scuola, amici e libri - risultati ed applicazione a parte -.
Oppure quando, da adolescente, immagini di avere non solo il mondo in mano, ma anche un'intelligenza ed una sensibilità che tutti quegli altri stronzi, vecchi o giovani che siano, non avranno mai e poi mai.
E' una sensazione che mi ha accompagnato praticamente per mano nel corso di tutta la visione di Spring, pellicola anomala ed affascinante che ha serpeggiato nella blogosfera nel corso degli ultimi mesi ammaliando grazie ad un setting a noi familiare, una fotografia splendida ed una regia che resta ottimamente in equilibrio tra lo sfoggio di tecnica del giovane e lo sguardo esperto del vecchio.
Del resto, sempre per restare legati alle tematiche che il film affronta, mi sono sempre sentito in bilico tra i due protagonisti: io sono da sempre un grande fautore dell'esperienza e della vita vissuta, e vorrei godermi ogni giorno il più a fondo possibile aggrappandomi alla possibilità che abbiamo con le unghie e con i denti per quanto più tempo sarò in grado di restare aggrappato, ma se qualcuno mi desse l'occasione di poter avere un'eternità per vagare, esplorare, imparare, viaggiare e chi più ne ha, più ne metta, metterei subito la firma.
Per usare paragoni da nerd appassionato di giochi di ruolo, potrei quasi pensare di essere un vampiro con un temperamento da lupo mannaro, o un lupo mannaro che sogna di essere un vampiro.
Ma non voglio divagare troppo scrivendo di quanto mi piacerebbe potermela spassare da queste parti fino alla fine dei tempi.
Vorrei scrivere a proposito di Spring, film dalle due anime, senza dubbio interessante, enormemente affascinante, in grado di comprendere l'una e l'altra parte della mia natura, eppure ancora e clamorosamente acerbo, figlio tanto della grande sensibilità dei suoi autori quanto degli eccessi e della voglia di stupire degli stessi.
Non sapevo cosa aspettarmi, dalla visione, ed ammetto che le bottigliate hanno finito per tentarmi con un bicchiere in più a più riprese, ma in questo senso devo dare merito ai registi di aver confezionato una piccola perla, per quanto grezza, che riesce ad affascinare come la sua protagonista tanto quanto a spingere ed insistere come il suo main charachter: certo, non tutto fila liscio come l'olio, a tratti la sceneggiatura è troppo facile e con il finale, secondo me, ci si gioca molto del coraggio mostrato soprattutto nella parte centrale dell'opera e sul lavoro - ottimo - operato sui cambiamenti fisici contro i quali lotta l'eterna fanciulla - indimenticabili, in questo senso, la sequenza nella cripta prima dell'ultima iniezione o lo scambio di battute, in italiano nell'originale, dei due turisti attoniti all'interno della chiesa -, ma può andare anche bene così.
Spring è un film di formazione, tanto per lo spettatore quanto per chi l'ha progettato, sognato, vissuto: ed è proprio con questo spirito che va affrontato.
Cercate di viverlo sulla pelle, sentirlo scorrere sotto di essa, osservarlo dall'alto, e da lontano, e poi immergervi come se foste in cima ad una scogliera nell'attimo appena prima di tuffarvi ed in quello appena dopo l'impatto con l'acqua.
In ogni viaggio ci sono giorni buoni, e giorni cattivi.
Come nella vita.
L'importante è non fermarsi, e mantenere la mente aperta come se avessimo tutto il tempo del mondo.
E come se ogni giorno fosse l'ultimo.





MrFord





"Love bites, love bleeds 
it's bringin' me to my knees 
love lives, love dies 
it's no surprise 
love begs, love pleads 
it's what I need."

Def Leppard - "Love bites" - 







domenica 14 febbraio 2016

Crossed

Autori: Garth Ennis, Jacen Borrows
Origine: UK, USA
Anno: 2008/2010
Editore: Panini Comics






La trama (con parole mie): a seguito di una misteriosa epidemia che tramuta gli esseri umani in veri e propri animali assetati di violenza, eccesso, sangue e sesso, un piccolo gruppo di sopravvissuti fuggiti da una cittadina della provincia americana inizia un vero e proprio viaggio della speranza attraverso la desolazione che è diventata il Paese alla ricerca di un passaggio verso Nord, in Alaska, dove pare che le possibilità di imbattersi nei ribattezzati "scrociati" sia decisamente minore.
Un barista outsider e la sua coraggiosa collega, madre single con attitudini da leader militare ed un figlio da proteggere a tutti i costi, affiancano così sopravvissuti, esuli, disperati e coppie formatesi nella disperazione alla ricerca di un futuro che possa garantire loro la cosa più semplice del mondo: la vita.










Da amante del Fumetto - per quanto negli ultimi dieci anni ne sia stato colpevolmente lontano - non potrò mai e poi mai smettere di ringraziare Garth Ennis, il Tarantino delle nuvole parlanti, se non altro per aver creato uno dei charachters e delle saghe che ho più amato nella mia vita di lettore: Preacher.
Per lo sceneggiatore irlandese, però, le vicende di Jesse Custer hanno di fatto significato anche un peso da portare simile a quello che il già citato Quentin di noi tutti ha dovuto sobbarcarsi dopo aver regalato al mondo Pulp fiction: in ogni sua opera successiva, infatti, il marchio di fabbrica "Ennis" ha reso molti dei lavori di quest'ultimo terribilmente simili l'uno all'altro, e per quanto sempre divertenti, cattivi e tosti, decisamente meno incisivi di quanto non fosse la sua creatura più famosa.
Non è da meno questo Crossed, volumone dal packaging prestigioso prestatomi dal mio fratellino Dembo, che mi sono goduto senza ritegno ma che, al contempo, ho considerato come un'opera fortemente derivativa che sfrutta clamorosamente l'approccio del vecchio Garth e tutti i clichè che il lettore si aspetta quando apre un fumetto scritto dal bad guy irlandese: dunque violenza selvaggia, tanto gore, sangue a fiumi, improperi e via discorrendo, conditi da un setting che pare un ibrido tra 28 giorni dopo, The walking dead e quel Capolavoro videoludico di The last of us.
Se, dunque, il lettore è giovane e lontano dalla grande tradizione del survival zombie da Romero in avanti, potrebbe addirittura trovare irresistibilmente figo un lavoro come questo, ma per i più stagionati l'impressione è che Ennis stia da un ventennio marciando solo ed esclusivamente sul fatto che da lui ci si aspetta sempre e comunque una cosa "alla Ennis": non voglio però sminuire troppo un prodotto godibile ed in grado di stimolare riflessioni profonde almeno in un paio di occasioni - l'eccidio dei bambini abituati ad uccidere "scrociati" ed umani, la rivelazione del compagno di viaggio a proposito della sua natura di omicida, il pensiero legato alla natura degli scrociati, di fatto emanazioni estreme della Natura umana -, che senza dubbio non nega il talento di Ennis come sceneggiatore e dimostra una dose consistente di pancia, un buon ritmo ed una scorrevolezza invidiabile per essere di fatto una miniserie uscita non in volume ai tempi dei suoi esordi e giocando tra presente e passato di narrazione.
Nel mio caso, ho cercato di non considerarlo soltanto una produzione ludica o volutamente eccessiva - come ad esempio pare far sembrare la pessima introduzione dell'edizione deluxe italiana, che cita come esempi, a sproposito, immondizie come A serbian film -, quanto una riflessione - per quanto a suo modo scontata - a proposito di tutto quello che potremmo combinare se privati di convenzioni sociali e regole dettate dalla Legge, o vivessimo in un mondo governato, banalmente, dalla Legge della giungla, per le strade del quale sopravvivono i più forti e i più cattivi, quelli pronti a tutto per liberare ogni peggior istinto e pensiero che sia possibile coltivare.
In questi termini, Crossed offre risvolti decisamente intensi ed umani nel corso dell'epopea che vede i protagonisti perdersi e ritrovarsi lottando sia contro gli infetti che contro la progressiva perdita di se stessi: da questo punto di vista, è lecito, ed appunto umano, chiedersi come ci comporteremmo noi, in un mondo senza regole.
Più facile dare una risposta razionale, che istintiva.
Ma in questi casi, l'istinto fa sempre più male.




MrFord




"I carry the cross, if Virgin Mary had an abortion
I'd still be carried in the chariot by stampeding horses
had to bring it back to New York
I'm happy that the streets is back in New York
for you rappers, I carry the cross."

Nas - "The cross" -







martedì 19 gennaio 2016

The Revenant - Redivivo

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 156'







La trama (con parole mie): Hugh Glass, avventuriero e trapper aggregatosi con il figlio Hawk ad una spedizione di caccia e raccolta di pelli resa drammatica da un assalto di una tribù indiana, è aggredito da un orso che lo lascia in fin di vita. Quando il Capitano Henry, leader della spedizione, impossibilitato a proseguire nel cammino con la barella di Glass al seguito, assegna due uomini alla sorveglianza delle ultime ore dell'esploratore, la situazione degenera: Fitzgerald, uno degli incaricati, che nutre sospetti e dubbi a proposito dell'operato di Glass, intimorito all'idea di essere raggiunto dagli inseguitori che sono sulle loro tracce, uccide a sangue freddo il figlio del ferito davanti ai suoi occhi, e con una scusa riprende il cammino con il compagno assegnatogli, abbandonando Glass alla morte.
Peccato per Fitzgerald che, spinto dalla volontà di vivere e di vendicarsi, Glass riesca a recuperare le forze e compiere un viaggio di oltre trecento chilometri che lo porterà al forte destinazione della spedizione e confrontarsi con il responsabile delle sue sofferenze.










"Fino a quando avrai la forza di respirare, allora fai tutto quello che puoi per vivere, e lottare": recita più o meno così il mantra che Hugh Glass, trapper ed avventuriero immortalato da un romanzo adorato dai suoi fan ed ispirato ad una storia vera, pronuncia in sogno ed in ogni momento del viaggio che segnerà la sua esistenza consegnandolo alla Storia, ed al pubblico cinematografico cui è raccontato dalla macchina da presa pazzesca di Alejandro Gonzales Inarritu, un regista che personalmente ho sempre trovato mancasse della scintilla necessaria a fare davvero il grande salto che, paradossalmente, da queste parti trova il suo più grande successo grazie al film che pare meno suo, almeno nello stile, della carriera, e che rimanda dritto al Terrence Malick che adoravo qualche anno fa, quello de La sottile linea rossa e The new world.
The Revenant, di fatto, è uno dei titoli già destinati a segnare indelebilmente l'anno appena cominciato, un'epopea dal respiro mistico in grado di unire la grande spettacolarità del film d'avventura, la tecnica di un mago della macchina da presa - la sequenza con la fuga di Glass dagli indiani ed il salto nel vuoto a cavallo è assolutamente da paura, e con quella dell'attacco dell'orso forse rappresenta il primo, vero, grande brivido che la settima arte abbia regalato al pubblico in questo inverno ribollente di potenziali cult -, un ritmo insospettabilmente sostenuto per un Western d'autore ed un colpo d'occhio che non sfigurerebbe neppure di fronte a mostri sacri e perfezionisti come Sokurov.
Certo, The Revenant nella sua versione cinematografica andrebbe visto come un lavoro indipendente dalla pagina scritta - come recitano i titoli di coda, "è parzialmente ispirato" dalle vicende raccontate tra le pagine del romanzo -, e potrebbe addirittura indisporre i fan della stessa rispetto ai cambiamenti operati per rendere più spettacolare ed hollywoodiano, almeno in una certa misura, il plot, il Di Caprio che tutti noi abbiamo imparato ad amare e sostenere nella sua fino ad ora purtroppo inutile corsa verso la statuetta dell'Academy conferma le sue doti, ma non trova senza dubbio un'interpretazione grande come quelle offerte in Django o The Wolf of Wall Street, proprio le sequenze più visionarie finiscono per apparire, alla lunga, almeno in parte forzate o superflue, eppure, da amante del Cinema, sarebbe folle non alzare il cappello di fronte ad un'opera visivamente sontuosa, ma non per questo incapace di raccontare la pancia e la passione dietro un'impresa assolutamente oltre i limiti umani - Glass percorse oltre trecento chilometri in condizioni fisiche disastrose riuscendo a coprire un tragitto che molti non sarebbero stati in grado di compiere neppure al pieno delle loro forze -, in grado di mostrare una carrellata di personaggi assolutamente veri ed intensi - su tutti, il Capitano Henry del sempre più convincente Domhnall Gleeson ed il bieco Fitzgerald di Tom Hardy, che in questa particolare occasione, a mio parere, vince il round con il buon Leo - ed uno splendido affresco legato a doppio filo all'amore tra padri e figli, alla violenza ed alla crudeltà della Frontiera e del Vecchio West, a tutte le ombre predatorie di una natura umana decisamente più terribile di quella animale, pronta a battersi fino alla morte semplicemente per la protezione della cosa più sacra che esista al mondo: il proprio sangue.
In questo senso Hugh Glass rappresenta proprio la parte animale della nostra anima, quella più sanguigna e bestiale, che si aggrappa alla vita con le unghie e con i denti, che non ha paura di sporcarsi le mani ed allo stesso tempo conservare quella dignità che distingue i lupi dagli sciacalli: e questa volta, dopo aver tanto criticato il volo in parte vuoto e compiaciuto di Birdman, devo ringraziare Inarritu per essere tornato al suolo, immerso fino al collo in quel brodo primordiale dal quale, di fatto, noi violenti ed imperfetti esseri umani siamo venuti, per raccontare una storia di passione, forza ed umanità di quelle pronte a farmi battere il cuore e stringere i denti, e pensare che anche io, fino all'ultimo respiro, voglio rimanere attaccato a questa spietata palla di fango.
Per me stesso, per il mio sangue, per i miei figli.
E riesce a fare tutto questo con una maestria degna del miglior sfoggio di tecnica cinematografica.
Bicchieri in alto, Alejandro.
A questo giro, mi levo il cappello.




MrFord




"I'll leave the door on the latch
if you ever come back, if you ever come back
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back
there'll be a smile on my face and the kettle on
and it will be just like you were never gone
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back if you ever come back now
oh if you ever come back if you ever come back."
The Script - "If you ever come back" - 








domenica 17 gennaio 2016

No escape - Colpo di stato

Regia: John Eric Dowdle
Origine: USA
Anno:
2015
Durata:
103'






La trama (con parole mie): Jack Dwyer, esperto di sistemi di lavorazione ed estrazione dell'acqua, vola con moglie e due figlie in un paese del Sud Est asiatico a seguito del suo ingaggio presso una compagnia statunitense che da poco ha assunto il controllo delle risorse locali. 
Nell'albergo che li vede ospiti per la loro iniziale permanenza conoscono il misterioso e guascone Hammond, che pare essere un esperto delle tradizioni locali, ed un uomo con una vita avventurosa alle spalle: tutto pare tranquillo e destinato a veicolare il pur lento ambientamento della famiglia nella nuova realtà, quando ribelli pronti a riprendersi non solo il loro Paese, ma anche le sue risorse, insorgono uccidendo il Capo di stato ed assaltando la città ed in particolare l'hotel dove sanno alloggiano i nuovi dirigenti e responsabili della società che ha assunto Jack.
L'uomo e la sua famiglia, ritrovatisi al centro di un vero e proprio colpo di stato, dovranno dare fondo a tutte le loro energie e superare diversi limiti per poter tentare la fuga oltre il vicino confine vietnamita, contando solo sulle proprie forze ed all'insperato aiuto proprio di Hammond.











Ancora una volta in questo giorno speciale, dedico il post a mio figlio, Alessandro Leone, che oggi diventa un piccolo uomo di tre anni.
Sei la cosa più importante della mia vita, e come accade in questo film, non c'è nulla che non farei per proteggerti.


Il buon John Erick Dowdle dev'essere un tipo strano: nel corso della sua carriera ha spaziato da schifezze atomiche come Devil a mockumentary decisamente interessanti ed inquietanti come The Poughkeepsie Tapes, passando attraverso esperimenti affascinanti pur se non completamente riusciti come Necropolis - La città dei morti.
Onestamente, non mi sarei mai aspettato di trovarlo al timone di un'operazione di budget e richiamo senza dubbio superiori ai suoi precedenti lavori, un survival urbano di stampo action legato a due figure che, nonostante alcuni trascorsi, continuo a non vedere come riferimenti del genere come Owen Wilson e Pierce Brosnan: devo dire, però, che, con tutti i suoi limiti, questo No escape è riuscito ad intrattenermi e divertirmi discretamente, soprattutto nella sua prima metà, letteralmente volata e davvero ottima nel mostrare il terrore ed i tentativi di tirarsi fuori dalla merda di persone normali finite nel mezzo di una situazione decisamente oltre i limiti.
L'idea, poi, di sfruttare una famiglia e non un singolo individuo o una coppia riesce a tirare fuori il meglio da una situazione che prevede la lotta per la sopravvivenza mettendo sempre e comunque - come è giusto e sacrosanto che sia - prima quella dei propri figli: sequenze come il lancio da un tetto all'altro delle bambine, o le corse disperate per riunirsi allo scoppio della rivolta sono di grande effetto, e contribuiscono, soprattutto nella fetta di pubblico che sta vivendo l'esperienza genitoriale, ad alimentare l'empatia per i protagonisti e la disperata battaglia combattuta dagli stessi in modo da arrivare tutti sani e salvi - ed insieme - alla salvezza.
Certo, nonostante buoni spunti, comunque, No escape non va preso come chissà quale filmone, quanto più come un divertissement per famiglie - senza intendere, con questo, nulla di edulcorato - che con il passare dei minuti perde più di un colpo in quanto a logica - ed al panico delle prime sequenze, o alla tensione che comunicano, si passa all'inesorabile presa di coscienza di essere di fronte ad un prodotto a stelle e strisce pensato per la grande distribuzione, dunque pronto ad essere sopra le righe quel tanto che basta per risultare fin troppo, soprattutto nella parte conclusiva - ma che intrattiene e scorre rapidamente e senza colpo ferire, di fatto rappresentando un'alternativa neppure troppo malvagia e più fruibile dai non fan del genere all'action ordinaria - anche se, lo ammetto, avrei adorato vedere uno Sly o uno Schwarzenegger nel ruolo di Hammond, pronti a sgominare certo molto meglio di Pierce Brosnan l'intero esercito degli insorti da soli e senza aiuti -.
Ad ogni modo, se siete genitori, non potrà che farvi bene e stimolare istinti e riflessioni lasciarvi trasportare da questa seppur improbabile epopea, quasi una versione di grana grossa e positiva di quello che è stato mostrato qualche mese fa da Forza maggiore, pronto a toccare, a latitudini e con effetti diversi, nervi scoperti come quello legato all'istinto di sopravvivenza che ognuno di noi conserva e che, in un modo o nell'altro, viene influenzato nel momento in cui non siamo più soli a dover fare fronte al pericolo, ma accanto a qualcuno che amiamo.
Come e, si spera, più di quanto non potremo mai amare noi stessi.





MrFord





"Victim of your drives
personification of insanity
no escape
no escape
you can't control the instincts inside
never, there is no escape."
Kreator - "No escape" - 






lunedì 19 ottobre 2015

Sopravvissuto - The martian

Regia: Ridley Scott
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 141'





La trama (con parole mie): Mark Watney, astronauta membro del gruppo di scienziati della Missione Ares, destinati a rimanere su Marte per un mese circa, durante un'evacuazione del rifugio a causa di una violenta tempesta viene colpito da un detrito che lo lascia privo di sensi e distrugge il sensore biometrico della tuta. Creduto morto dai compagni che abbandonano la postazione e ripartono alla volta della Terra, Mark si risveglia ancora vivo e solo, costretto a razionare il cibo ed ingegnarsi in modo da approntare una coltivazione di fortuna e ripristinare le comunicazioni con la NASA.
Individuato dai suoi colleghi e capi sulla Terra, ha inizio un lungo percorso che prevede un piano di recupero che possa garantire la sopravvivenza dell'esule e, dunque, lo veda raggiunto da scorte sufficienti a coprire il tempo che lo separa da una nuova spedizione su Marte.
Questo, ovviamente, a meno di imprevisti.








Esistono pochi registi al mondo in grado di vantare un inizio di carriera fulminante come quello di Ridley Scott: I duellanti, Alien e Blade runner, infatti, non solo si imposero da subito come cult imprescindibili, ma ancora oggi - soprattutto i due sci-fi - vengono guardati e rispettati da appassionati ed addetti ai lavori come pietre miliari.
Peccato che, nonostante i successi ed i premi raccolti, il cineasta inglese non si sia più ripetuto a quei livelli, finendo per essere considerato - a tratti a ragione - come un tecnico impareggiabile che ormai, però, aveva fatto il suo tempo e detto tutto quello che aveva da dire: nonostante tutto, scivoloni compresi, non sono comunque mai riuscito a non volergli bene, e da robette come Un'ottima annata a troppo bistrattati colpi di testa trash come The counselor ho continuato a sostenerlo apprezzando opere artigianali ma efficaci come American gangster o Robin Hood.
Questo Sopravvissuto - The martian, trainato dalla fama di un romanzo - che non ho ancora letto, occorre sottolinearlo - considerato un must e sceneggiato da un giovane rampante come Drew Goddard - il genietto dietro lo splendido Quella casa nel bosco - è giunto in sala accolto dunque dal dubbio: avrebbe sancito una rinascita del vecchio leone Scott, o la sua definitiva cancellazione dalle liste dei nomi da seguire?
La risposta, visione alle spalle, pende senza dubbio più dalla parte della prima e più rosea ipotesi, e pur non avendo avuto lo stesso sconvolgimento dalla visione come fu per i già citati Alien e Blade Runner, The martian è risultato un solido, avvincente, ben equilibrato film di fantascienza old school, emozionante quanto basta per piacere al pubblico mainstream, curato nel minimo dettaglio con tanto di strizzate d'occhio agli appassionati ed introspettivo abbastanza da stimolare anche il pubblico più radical filosofeggiante: e dagli effetti speciali - splendida la ricostruzione della superficie di Marte - al cast - efficace Matt Damon, azzeccato ed all star il resto degli interpreti, seppur pesi un pò il sacrificio in termini di minutaggio di Jessica Chastain -, passando per lo script e l'equilibrio tra la versione marziana di Cast away e la missione di salvataggio, il risultato è quello di una sorta di fratello più pane e salame di Interstellar, all'interno del quale, più che perdersi per ritrovarsi, si finisce per specchiarsi nella volontà di portare a casa la pelle e nel desiderio estremo di vivere e resistere del protagonista, dalle scoperte ai fallimenti, fino alla preparazione per il tentativo di recupero che potrebbe anche costargli la vita - realizzato con un ottimo montaggio, firmato nientemeno che da Pietro Scalia, altro veterano del Cinema, che vede gli studi prodotti nei laboratori della NASA ed applicati da Mark su Marte -.
Uno sci-fi old school che funziona dunque in toto, e per quanto poco probabile risulti la fase finale dell'operazione di recupero importa relativamente: in fondo, la fantascienza esiste - come il Cinema stesso - anche e soprattutto per farci sognare, e guardare a quei momenti magici guidati dai sospiri quasi malinconici di chi ha provato sulla pelle l'adrenalina che nessun altro potrà mai provare e torna alla normalità per poterlo "solo" raccontare: un pò come se un supereroe appendesse il costume al chiodo e dovesse vivere a misura del mondo per tutto il resto della sua esistenza.
Eppure, anche così - ed è bellissima la panoramica sui membri della missione alla vigilia della Ares successiva alla loro, con le esistenze e le scelte che le hanno condizionate a fare da cornice -, nessun brivido e nessuna missione disperata o spazio siderale finisce per eguagliare la meraviglia della vita che avanza nel più semplice e naturale dei modi.




MrFord




"Hanno detto c'è un guasto banale , ma Mc Kenzie può ancora arrivare , ed intanto si è perso il contatto , c'è chi dice "C'è stato un impatto".
Son passati 2 anni a settembre, di Mc Kenzie non resta più niente, solo un nastro che ha registrato una voce di un uomo impaurito.
"Hel me, help me, help me !" . Poi silenzio non si sente niente più. Solo "Help me,help me, help me! Soccorso! Help me!". Poi silenzio e niente più."
Elio e Le Storie Tese - "Help me" - 





giovedì 23 aprile 2015

Homeland - Stagione 4

Produzione: Showtime
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi: 12





La trama (con parole mie): Carrie Mathison, mai dimenticato Nicholas Brody e divenuta madre della figlia di quest'ultimo, è tornata sul campo per combattere le cellule talebane operative tra l'Afghanisthan ed il Pakistan. Lottando con le unghie e con i denti, la donna riesce ad ottenere l'incarico di caposezione ad Islamabad sperando di mettere le mani su uno dei capi talebani più ricercati dall'Agenzia, Haqqani.
Peccato che l'operazione, nata da un suo errore di valutazione in un attacco di droni e poggiata sulle spalle di collaboratori incerti ed il nipote dello stesso Haqqani, si complichi a seguito delle interferenze dei servizi segreti pakistani e l'arrivo di Saul Berenson, vecchio mentore di Carrie ed ex direttore della CIA, ad Islamabad.
Riuscirà Carrie a portare a termine la sua missione? O l'operazione si rivelerà un fallimento?








Ci vuole davvero coraggio, quando si parla di un autore - o di un gruppo di autori -, per cambiare una formula vincente rischiando il tutto per tutto: se, infatti, da una parte il rinnovamento può rappresentare il rimedio alla noia ed alla realtà di una proposta che invecchia finendo per non stupire più l'audience, dall'altra il rischio concreto è costituito dal vecchio detto "chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non quello che trova".
Per Homeland, sorprendente serie che negli ultimi anni ha conquistato i favori del pubblico e della critica, la verità si pone nel mezzo: la scelta di rinunciare ad un charachter indimenticabile come Nicholas Brody, infatti, ha indubbiamente tolto molto alla proposta - in questo senso, decisamente stronzi gli sceneggiatori responsabili della comparsata di Damien Lewis nel corso di questa stagione -, completamente rinnovata dal punto di vista del setting e delle dinamiche - più simili a quelle del film di spionaggio classico, o a 24 -, eppure allo stesso tempo ha permesso ai personaggi più o meno secondari di crescere e ritagliarsi uno spazio che fino alla scorsa stagione difficilmente avrebbero guadagnato, dal mitico Saul dell'altrettanto mitico Mandy Patinkin al Peter Quinn di Rupert Friend, nuovo idolo di casa Ford rispetto, per l'appunto, a Homeland.
Senza dubbio i margini di miglioramento sono ampi, ed il progetto ambizioso, per quanto rischioso risulti da appoggiare alle fragili spalle di un personaggio come quello di Carrie, diventato sempre più odioso ed in grado di far apparire il Chris Kyle dell'eastwoodiano American Sniper come un sovversivo pacifista: si potrebbe definire, in questo senso, l'annata numero quattro di Homeland come quella del passaggio tra la vecchia vita della proposta e quella nuova, una scommessa portata avanti con coraggio e, in alcuni casi, caos in termini di idee.
Assistiamo, in questo senso, a momenti che, per intensità e tensione, riportano indietro ai passaggi migliori delle annate precedenti - l'assalto di Haqqani all'Ambasciata USA, il destino di Aayan, il già citato "ritorno" di Nicholas Brody, il personaggio di Tasneem - così come ad altri decisamente meno riusciti - tutto il rapporto di Carrie con la figlia, parcheggiata come fosse l'erede di Dexter nelle ultime stagioni del serial dedicato al serial killer più famoso del piccolo schermo, l'episodio finale completamente privo della tensione tipica del climax, lo stacco netto tra il penultimo e l'ultimo episodio, quasi non si fosse ancora al corrente rispetto ad una conferma del titolo -, che rendono senza dubbio questa quarta la stagione meno convincente di Homeland ma che, ad un tempo, fanno ben sperare nella quinta: certo, non basterà appoggiarsi come di consueto sull'instabilità di Carrie e la sua determinazione, ma occorrerà puntare - e molto - sulla componente politica e di basso profilo della proposta per evitare di trasformare una delle migliori esperienze da serial televisivo degli ultimi anni in uno di quei titoli che, anno dopo anno, finiscono per rappresentare un'abitudine che si cerca di perdere.
Nell'attesa, non resta che chiedersi cosa accadrà quando Saul sarà tornato al posto che gli compete e che ha sempre desiderato - soprattutto durante il suo distacco dall'Agenzia -, se Carrie avrà la forza di ricominciare nuovamente sola, o se quella di Quinn sarà una missione suicida o il preludio di qualcosa di grande in serbo per il nuovo protettore della protagonista: e, in barba ad intrighi e giochi di potere militare e non, anche cosa accadrà ad una bambina troppo spesso abbandonata e dimenticata da una madre che pare pensare più al suo Paese - o almeno, ad usarlo come una scusa per continuare a combattere - che non a lei.
Perchè Homeland è anche lei.
E soprattutto lei.
La casa da proteggere, e quella cui fare ritorno.




MrFord




"Love one's daughter
allow me that
and I can't let go of your hand
lord, can you hear me now?
Lord, can you hear me now?
Lord, can you hear me now?
Or am I lost?"
Damien Rice - "Cold water" -




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