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lunedì 25 settembre 2017

Dunkirk (Christopher Nolan, UK/Olanda/Francia/USA, 2017, 106')





Non è stato facile approcciare Dunkirk, ultima fatica di Christopher Nolan, illusionista del Cinema, uno dei volti più interessanti della generazione successiva a quella di Tarantino, uno dei registi più celebrati degli ultimi vent'anni.
Personalmente, ricordo benissimo la prima visione di Memento, il recupero dei suoi lavori precedenti e poi l'escalation che portò al successo planetario, passando dal mio personale favorito The prestige fino alla trilogia dei Batman, o allo splendido Inception: il buon Chris è ormai considerato una garanzia, uno di quelli che il pubblico - non importa se di nicchia o mainstream - attende al varco, pronto a criticare per tutto ed il contrario di tutto, punti di vista permettendo.
Non è stato facile, approcciare Dunkirk, perchè nel frattempo, dalla sua uscita, avevo sentito e letto qualsiasi cosa immaginabile: da chi lo ha considerato un Capolavoro a chi l'ha detestato per la sua freddezza, con tutte le sfumature del caso nel mezzo.
Nel corso della visione, personalmente mi sono stupito della scelta operata dal regista, lontana dai suoi canoni e dai generi cui è più avvezzo, ho finito per sorridere all'idea di tutti i presunti radical che hanno deciso di esaltarlo senza considerare che si tratti di una versione british di Salvate il soldato Ryan, tecnica sopraffina e furberie comprese, mi sono emozionato all'idea di tutti quei pescatori e non solo inglesi a bordo delle loro imbarcazioni pronti a fare rotta verso la Francia per salvare quelli che avrebbero potuto essere loro figli, ho ricordato che mio nonno materno, lo stesso che mi trasmise la passione per i Western e che ancora oggi ricordo per tutto il Tempo che mi dedicò sopravvisse ad un naufragio nel corso della Seconda Guerra Mondiale, prima di combattere parte della Campagna d'Africa ed avere la fortuna, per certi versi, di passare più di due anni prigioniero degli inglesi, scampando in quel modo probabilmente alla morte.
Dunkirk, senza dubbio, è grande Cinema, di quello che soltanto i registi di talento possono permettersi di portare sullo schermo.
Ma attenzione: non parliamo, comunque, di un grande film.
E non parlo di uno di quelli destinati a fare la Storia della settima arte, ma anche solo a pensare di poter insidiare quelli che, ad oggi, sono i miei personali favoriti dell'anno.
Occorre dare a Dunkirk quello che è di Dunkirk, e a Nolan quello che è di Nolan.
Personalmente, adoro i registi che percorrono più strade, senza fossilizzarsi su un genere o quantomeno cercando di adattare il loro carattere, la voglia di raccontare, a vicende differenti e lontane tra loro: Nolan ha scommesso forte su questo film, e senza dubbio, anche fosse solo dal punto di vista tecnico, ha vinto la sua partita a mani basse.
Tensione, occhio, tempi di narrazione, tutto funziona: manca forse il cuore, o la scintilla che permette ad un film di diventare "il" film, ma non per questo bisogna avere paura di riconoscere la portata di un lavoro senza dubbio impressionante, nonostante lo stesso finisca per essere destinato a quel novero di pellicole che, seppur splendide quantomeno per l'occhio, finiremo per non rivedere così facilmente.
Dunkirk non è La sottile linea rossa, o Apocalypse Now, o Full Metal Jacket, ma in tutta onestà, credo non voglia neppure esserlo.
E' semplicemente una storia, qualcosa di molto concreto, fisico, reale, che un illusionista ha voluto raccontare mantenendo come unico trucco la sua abilità con il mezzo di narrazione.
Non sarà quello che ci aspettavamo.
Non sarà come essere ingannati, e provare quel brivido che solo l'illusione può dare.
Ma del resto, è un film di guerra.
E la guerra è una delle cose più dannatamente reali che esistano.
In mezzo a qualcosa di così terribile e che noi - Nolan compreso - possiamo solo immaginare, e per fortuna, l'unica cosa che resta, probabilmente, è aggrapparsi a qualcosa che ci possa portare in salvo.
Può essere il Destino, può essere un miracolo, può essere la tecnica, può essere la voglia di arrivare in fondo.
Dunkirk ha dentro tutto questo.
Forse non sarà sopravvissuto, ma senza dubbio, ha messo tutto quello che poteva.




MrFord




venerdì 15 aprile 2016

Peaky blinders - Stagione 1

Produzione: BBC
Origine: UK
Anno: 2013
Episodi: 6








La trama (con parole mie): nella Birmingham del millenovecentodiciannove Thomas Shelby, reduce della Prima Guerra Mondiale decorato, guida la propria famiglia attraverso il mondo del crimine con la speranza, un giorno o l'altro, di portarla completamente alla legalità attraverso il riconoscimento del ruolo di allibratori legali.
Quando, a seguito della sparizione di un carico di armi d'interesse primario per il governo, il detective Campbell, già noto per aver operato in Irlanda contro l'IRA, viene assegnato alle strade dominate dei Peaky Blinders - questo il nome della gang degli Shelby -, le cose si complicano: l'utilizzo di un'infiltrata tra le loro fila ed il confronto tra Thomas ed i leader della criminalità organizzata locali costretti a fare i conti con una nuova realtà pronta ad imporsi per le strade finiranno non solo per mescolare le carte, ma per esporre ogni giocatore pronto a conquistare la città a rischi oltre ogni misura.












E' curioso, a volte, quanto titoli per genere e spirito affini restino colpevolmente nel dimenticatoio per stagioni e stagioni - specialmente per quanto riguarda il piccolo schermo - senza trovare spazio nella propria programmazione: è il caso di Peaky Blinders, proposta gangster made in UK da tempo consigliatami da più parti per qualità di interpretazioni e regia - del resto, la sua "anima nera" è lo Steven Knight di Locke - e per qualche oscuro motivo passata su questi schermi con un ritardo clamoroso rispetto alla programmazione originale.
Ambientata nella Birmingham del primo dopoguerra, cruda e tosta, spietata quanto basta ed altrettanto intensa in termini emotivi - del resto, si parla di Famiglia, lotta e sacrificio, tematiche popolari e sempre molto care al sottoscritto -, Peaky Blinders rappresenta la risposta anglosassone a Boardwalk Empire - altro titolo ancora colpevolmente snobbato dal vecchio Ford qui presente -, un prodotto tosto di quelli da approcciare senza paura di sporcarsi mani ed anime, forse non abbastanza clamoroso - almeno per ora - per far gridare al miracolo ma ugualmente potente ed in grado di lasciare il segno e lo stimolo a proseguire il cammino accanto agli Shelby guidati dal determinato Thomas - un ottimo Cillian Murphy - e dall'eminenza grigia Polly - uno dei personaggi femminili più interessanti della Storia recente del piccolo schermo, almeno da queste parti -, contrapposti ai rivali sul campo così come ad una nemesi nel corpo di polizia di quelle destinate ad un antagonismo alla morte - un Sam Neill carogna quanto basta per ricordare i "cattivi" da antologia -.
La cornice, inoltre, della periferia industriale inglese anni venti rende il tutto molto più crudo ed oscuro, come se non bastassero vendette, violenze, lotte senza quartiere pronte a portare l'orrore della guerra per le strade delle città anche una volta lasciato alle spalle il conflitto - anche perchè, specie in casi come quello della Prima Guerra Mondiale, i sopravvissuti non riuscirono mai davvero a tornare, e lasciarono almeno una parte di loro nel fango delle trincee -: perfino l'amore, non dimenticato come in ogni opera drammatica che si rispetti, pare non essere sufficiente a fare fronte alla cruda realtà ed al destino amaro che personaggi come Thomas, per scelta o natura, si ritagliano - o meglio, cuciono - sulla pelle.
Il fatto, poi, di finire, in un modo o nell'altro, a prendere le parti degli Shelby nonostante la loro natura di criminali un pò come si fosse nei panni della giovane Grace, è indicativo rispetto al grande lavoro svolto dagli autori e della natura umana, che muove i sentimenti e l'istinto prima del senso comune o dell'etica - senza contare che, personalmente, preferirei avere Thomas Shelby a coprirmi le spalle, rispetto al detective Campbell -: altro titolo, dunque, promosso e destinato, probabilmente, ad avere un'escalation nella resa, che non ha nulla da invidiare ad altri più noti e celebrati soprattutto dall'altra parte dell'Atlantico e riesce con grande partecipazione e passione a raccontare i lati oscuri di noi animali sociali, i predatori più pericolosi e gli animi più nobili ed inquieti che possano esistere.






MrFord






"Hey man, you know
you're never coming back
past the square, past the bridge,
past the mills, past the stacks."
Nick Cave & The Bad Seeds - "Red right hand" - 






lunedì 4 gennaio 2016

Heart of the sea - Le origini di Moby Dick

Regia: Ron Howard
Origine:
USA, Australia, Canada, UK, Spagna
Anno: 2015
Durata: 122'






La trama (con parole mie): lo scrittore Herman Melville, dando fondo a tutti i suoi risparmi, rintraccia il vecchio marinaio Tom Nickerson, che decenni prima era stato tra i pochissimi superstiti di una spedizione che vide un intero equipaggio decimato da una leggendaria balena bianca, enorme e pronta a tutto per difendere il suo territorio.
Superate le divergenze iniziali con la sua fonte, Melville si immerge nei ricordi e nella storia dell'uomo che ha di fronte, ancora memore delle imprese che condussero il Capitano Pollard, il suo secondo Owen Chase ed il vecchio compagno di quest'ultimo Matthew Joy a lottare con tutte le forze dapprima per catturare ed uccidere il gigantesco mammifero acquatico, dunque per la sopravvivenza e la speranza di poter tornare, un giorno o l'altro, ad abbracciare i propri cari.
Quale sarà, dunque, la verità dietro la leggenda?












Per quanto non sia propriamente un asso di stile quando nuoto, o un portento della respirazione - chiedete pure a Julez le desolanti imprese del sottoscritto nei tentativi di snorkeling australiano - ho sempre amato il mare, e ormai dai tempi dell'adolescenza sogno, un giorno spero non troppo lontano, di potermi trasferire proprio in una località che permetta di goderselo ogni giorno, per tutto l'anno.
Accanto all'amore per il mare stesso, i suoi confini ed i suoi misteri, ho sempre coltivato un legame speciale con tutte le opere che fossero legate alla sua esplorazione, alle grandi avventure, alla magia del confronto con la Natura, e con qualcosa che trascende la nostra condizione di piccoli uomini di fronte ad una meraviglia ancora più grande: dunque, da Kon-Tiki a Master and commander, passando per L'isola del tesoro e La vera storia del pirata Long John Silver, si può dire che, se ancora non fisicamente, con il cuore e la mente io sia già, di fatto, un "vecchio marinaio", e non solo un cowboy.
Proprio per questo attendevo con una certa trepidazione Heart of the sea, complici l'ottimo lavoro che Ron Howard aveva fatto con il precedente Rush, un cast che mi pareva davvero in parte ed un'ambientazione perfetta - grandi velieri, scorci spettacolari, cornice ottocentesca -: con mio parziale disappunto, devo però ammettere che l'impresa sia riuscita all'ex bravo ragazzo di Happy Days solo in parte, perchè se da un lato Heart of the sea rappresenta alla grande tutti i richiami classici di questo tipo di prodotto, dalla sfida all'ignoto alla Fede - in se stessi ed in qualcosa che trascenda il tutto -, dal coraggio alla quasi follia, dall'altro finisce per risultare schiacciato dalle sue stesse ambizioni.
Perchè, e mi dispiace ammetterlo, dal punto di vista "filosofico", questo Le origini di Moby Dick - agghiacciante come sempre l'adattamento italiano - non riesce neppure nei suoi momenti più riusciti a raggiungere le vette di prodotti come Vita di Pi o, pur se meno riuscito per molti versi, All is lost, da quello prettamente marinaro, e quindi tosto, cazzuto e chi più ne ha, più ne metta, non regge il confronto con produzioni adulte in termini di contenuti in stile Black Sails e da quello epico ed affascinante legato all'etica di chi il mare l'ha esplorato e vissuto sulla pelle, con il già citato Master and commander, pur essendo, di fatto, una sorta di cocktail di tutti i suddetti titoli.
La stessa cornice del racconto nel racconto, sfruttata per introdurre il personaggio di Melville, funziona poco, e riduce l'autore del celebre classico della Letteratura Moby Dick ad una sorta di nerd dei tempi alla ricerca del brivido da raccontare per sentito dire, incapace di alimentare il pathos della storia, o renderne più magnetica l'attrazione.
Non voglio però sminuire troppo l'intera operazione, già non graziata dagli incassi - che, a quanto leggo, sono stati disastrosi se rapportati al budget speso per la realizzazione -, quanto sottolinearne i limiti in modo che altri appassionati di questo genere di produzioni non restino delusi come il sottoscritto a causa dell'hype creatosi alla vigilia: di fatto Heart of the sea è un prodotto onesto, artigianale, figlio di un regista che, con i suoi alti ed i suoi bassi, non ha quasi mai davvero mancato il bersaglio - non contano, o almeno non voglio contare, Il codice DaVinci e Angeli e demoni -: dunque, per evitare delusioni cocenti o critiche che potrebbero risultare fin troppo severe, l'ideale per chiunque subisca il fascino di questo tipo di Cinema sarebbe quello di sedersi sul divano e cercare di tornare bambino, immaginandosi un'impresa quasi impossibile pronta a diventare leggenda vissuta accanto ad un eroe romantico di quelli che, sempre da bambini, tutti noi sognavamo di essere.
Come Owen Chase.
O la stessa Moby Dick.





MrFord





"Mondo di uomini,
fatto di uomini
pronti a rincorrere il vento.
Partono deboli,
tornano uomini;
erano mille e son cento.
Mondo di uomini,
fatto di uomini soli.
Dimmi la bianca balena stasera dov'è;
nella tempesta infinita non c'è.
Mondo di uomini
fatto di uomini soli."
Enrico Ruggeri - "Bianca balena" - 






venerdì 18 settembre 2015

Red Eye

Regia: Wes Craven
Origine: USA
Anno: 2005
Durata: 85"





La trama (con parole mie): Lisa Reisert è una direttrice d'albergo di Miami pronta a tornare a casa dal Texas dopo aver dato l'ultimo saluto alla nonna, la donna che più ha significato nella sua vita.
Quello che Lisa non sa, però, è che è diventata un bersaglio: un politico di spicco, infatti, è cliente abituale dell'hotel che gestisce, ed un uomo misterioso di nome Jackson Rippner è stato incaricato di minacciarla durante il volo in modo che dia disposizioni affinchè la suite occupata da Keefe - questo il nome dell'obiettivo - e dal suo entourage possa cambiare, e divenire un bersaglio più facile per chi lo vuole eliminare.
Costretta a giocare una tesissima partita con il suo vicino di posto in volo, preoccupata per le sorti del padre minacciato da un sicario e per la famiglia di Keefe, Lisa dovrà dare fondo a tutta la sua freddezza per affrontare la sfida che le si pone di fronte.








Questo post partecipa alle commemorazioni per il Maestro Wes Craven.





La scomparsa di Wes Craven è stata, per questo duemilaquindici, l'equivalente di quello che fu, lo scorso anno, quella di Robin Williams: un pezzo d'infanzia che abbandona un'intera generazione, lasciando un segno che ognuno di noi si porterà dietro per tutta la vita da cinefilo, e forse non solo.
Approfittando della giornata dedicata alla memoria del regista prontamente organizzata qui nella blogosfera, ho fatto in modo, più che di celebrare uno dei numerosi cult regalati al pubblico nel corso della sua carriera, di ripescare qualcosa che non avevo mai avuto modo di vedere prima, complice il fatto che, nel duemilacinque che vide giungere in sala Red Eye, ero nel pieno del mio periodo radical da soli film d'autore e non mi sarei mai e poi mai sognato di imbarcarmi in una proposta thriller di grana grossa come questa.
In tutta onestà, devo ammettere che, nonostante le pretese certo non alte ed una fama che precedeva questo titolo e che non lo vedeva posto tra i cavalli di battaglia del vecchio Maestro, il risultato finale non è stato affatto malvagio: un'ora e venti di intrattenimento televisivo puro e semplice, molto straight e basic ma non per questo poco dignitoso, qualche zampata in grado di far riconoscere l'ironia nerissima del vecchio Wes - l'anziana passeggera cui la protagonista regala il libro che pare morta al suo posto in aereo ed invece è solo addormentata, per citarne uno su tutti - ed un ritmo decisamente sostenuto ben sorretto dai due protagonisti, la di recente in grandissimo spolvero qui al Saloon Rachel McAdams ed un inquietante ed assolutamente fallibile villain interpretato da Cillian Murphy, che probabilmente senza un taglio di capelli improbabile come quello sfoggiato in quest'occasione avrebbe potuto rendere decisamente di più.
Certo, non tutto funziona - soprattutto in termini di sceneggiatura -, e nella seconda parte Lisa/Rachel McAdams ha un'impennata da action woman non da poco, eppure nel complesso il prodotto risulta assolutamente godibile, una sorta di opera artigianale che strizza l'occhio allo spettatore occasionale di un regista che nel corso della sua carriera ha saputo sorprendere ben più di una volta, divenendo uno dei nomi di riferimento del genere horror e non solo.
Interessante, invece, tutta la parte all'interno dell'aereo, con un faccia a faccia tra i due main charachters che pare una sorta di partita a scacchi ritmata dai tentativi di fuga improvvisati da Lisa e bilanciata dalla fermezza e freddezza glaciali di Jack, in grado di regalare in più di un'occasione anche battute degne dei migliori prodotti di Craven - "I tuoi genitori avrebbero dovuto pensarci", riflette la protagonista rispetto all'assonanza del nome dell'uomo che diverrà la sua nemesi e quello di Jack The Ripper, ottenendo in risposta "E' stata l'ultima cosa che ho detto loro prima di ucciderli" -, senza contare confronti molto fisici pronti a sfruttare gli spazi limitati dei posti a sedere o della toilette dell'aeromobile.
Non sarà dunque un titolo destinato a fare la Storia del Cinema o del suo Autore, ma è stato un modo onesto di salutare un nome che tutti noi cresciuti con il terrore di Freddy Krueger continueremo a rispettare anche quando ci troveremo, da vecchi, a tramandare il suo ricordo ed i suoi film a figli e nipoti, convinti che la sua ironia tagliente ed il suo gusto unico per l'orrore e la tensione riusciranno, a dispetto del Tempo, a segnare anche generazioni così lontane da lui.




MrFord




"Come on, meet me in the morning, 
meet me in the middle of the night 
the morning light is comin', 
don't it make you wanna go and feel alright."
Led Zeppelin - "Night flight" -



Sfoderano gli artigli per l'occasione:

Il Bollalmanacco - Il serpente e l'arcobaleno 

Non c'è paragone - La casa nera

Mari's Red Room - L'ultima casa a sinistra

Scrivenny - Scream

Combinazione casuale - Nightmare - Dal profondo della notte

Cinquecento Film Insieme - Scream 3 e 4

Pensieri Cannibali - Nightmare - Nuovo incubo

In Central Perk - Nightmare - Dal profondo della notte

Il Zinefilo - Dovevi essere morta

Montecristo - L'ultima casa a sinistra



lunedì 12 novembre 2012

Red lights

Regia: Rodrigo Cortes
Origine: Spagna, USA
Anno: 2012
Durata: 113'




La trama (con parole mie): la studiosa Margareth Matheson ed il suo assistente Tom Buckley si occupano di smascherare i fenomeni cosiddetti paranormali nonchè le persone che sfruttano gli stessi per avere successo ed approfittarsi di chi continua a credere in loro.
Quando, dopo trent'anni di silenzio, torna alla ribalta delle cronache Simon Silver, sensitivo non vedente dai poteri apparentemente inspiegabili e strabilianti, Tom vorrebbe spingere la sua maestra a confrontarsi proprio con la superstar numero uno del mondo che lottano ogni giorno per smontare credenza dopo credenza: la donna, però, memore di uno dei suoi rari momenti di cedimento, rifiuta la sfida propostale dalla giovane spalla con decisione, rivelandosi irremovibile.
Ma la morte incombe sui due scettici del paranormale, e presto Buckley si ritroverà da solo ad affrontare l'apparentemente inattaccabile Silver.





Che si tratti di Cinema o vita vissuta, essere sorpreso è da sempre uno dei piaceri che spero di poter conservare - per goderne -  il più a lungo possibile: trovarsi di fronte a qualcosa in grado di lasciarci a bocca aperta non ha prezzo rispetto alle aspettative deluse, o ancor più al fatto di rimanere indifferente dal primo minuto ai titoli di coda di un film.
Rodrigo Cortes, regista di Red lights, aveva fatto capolino da queste parti qualche anno fa per essere impietosamente bottigliato insieme al suo Buried, una di quelle cose in grado di solleticare i miei colpi più devastanti, e l'idea che tornasse con un thriller superpatinato con tanto dell'ormai in caduta libera Robert De Niro non lasciava presagire niente, ma proprio niente di buono.
Quand'ecco giungere la sorpresa di cui parlavo: non solo l'ultimo lavoro di Cortes è un gran film, diretto con piglio, scandito da un ritmo ottimo, in grado di confermare Cillian Murphy come uno dei volti più interessanti della sua generazione ed al contempo riciclare salvando anche solo parzialmente l'appena citato Bob De Niro, fotografato splendidamente nonchè scritto e montato dallo stesso regista, ma si pone prepotentemente come una delle cose più riuscite degli ultimi mesi, giungendo a scomodare paragoni importanti come quello con il primo Shyamalan - lo stesso che ancora sapeva girare film decenti - e soprattutto con il Christopher Nolan di The prestige.
Il conflitto tra fede e scienza che incarnano la Matheson ed il suo assistente Buckley è rappresentato con intelligenza e sensibilità, inserito in un contesto profondamente legato al thriller sovrannaturale della miglior fattura - e si torna con la memoria a pietre miliari come Gli invasati o Rebecca - che non si risparmia excursus quasi d'azione nonchè una robusta razione di colpi di scena destinati in almeno un paio di occasioni a lasciare lo spettatore impietrito sulla poltrona.
La cosa più interessante, comunque, è la riflessione etica che il lavoro del "redento" - almeno ai miei occhi - Rodrigo lascia sedimentare nel profondo dei cuori dell'audience nel corso della visione ed una volta terminata la stessa: fino a che punto si spinge la fede nel manipolare chi affida le sue speranze alle parole di un sedicente "messia"? E dove è disposta ad arrivare la scienza per affermare la ragione della ragione?
In questo senso una sequenza in particolare è rimasta impressa a fuoco nella memoria del sottoscritto: la dottoressa Matheson, di fronte al letto di suo figlio in coma da decenni ed attaccato alle macchine, rivela al fido Tom il motivo per il quale non si sia mai decisa a far staccare la spina.
"Se fossi sicura che esistesse qualcosa dopo, allora l'avrei lasciato andare il primo giorno".
E' un egoismo profondamente emotivo, quello di Margareth, lo sconvolgimento profondo di una donna che lotta per confutare superstizioni e, in qualche modo, sogni, e ad un tempo si trova a dover seppellire le proprie aspettative, la speranza che il figlio possa un giorno incontrare quel qualcosa che lei stessa, in qualche modo, distrugge caso dopo caso.
Al suo fianco Tom, con la sua volontà irruenta e passionale di fermare l'ascesa del redivivo - ed apparentemente inattaccabile - Silver, di scovare le "red lights" che potrebbero creare una falla nel suo sistema - scoperta interessante, quella dell'utilizzo di intere squadre di persone addette al recupero di informazioni che saranno utili per gli show del sensitivo di turno -, di dimostrare anche per Margareth che la sua battaglia, la loro guerra ha un senso, e tutti i parassiti pronti a dissanguare gente ormai sull'orlo dell'abisso potranno essere visti per quello che sono.
"Io sono un sensitivo", dichiara Tom alla giovane studentessa Sally - Elizabeth Olsen, già convincente in La fuga di Martha - per spiegare la sua particolare predisposizione a comprendere le mosse della donna che è stata sua maestra.
Mi verrebbe da dire, invece, che Tom è sensibile.
E nonostante il dibattersi che lo vedrà trovare una strada pronta a condurlo alla sua vera Natura, prenderà forze ed energie proprio da quella sensibilità che gli permette di andare alla ricerca di qualcosa - o qualcuno - che possa farlo sentire meno solo, e dare una nuova dimensione a tutto il lavoro della dottoressa Matheson.
Anche i più duri di noi, in fondo, sono vulnerabili alla speranza.
Specie quando a solleticarne le carezze sono le vite di chi amiamo, o la nostra.
Ma non bisogna essere ancora più duri, per sopravvivere alla stessa e alla sua indubbia forza distruttrice.
Perchè non c'è armatura - e Margareth ne è testimone - che possa resistere ai suoi colpi.
Occorre essere sensibili. E capire che, a volte, accettare chi siamo può aiutarci a comprendere quello che non siamo.
Fede e Scienza.
In una certa isola sarebbero valse anni di avventure.
Qui sulla terraferma ne richiedono altrettanti di ferite.
Almeno fino a quando non troveremo la nostra Costante.
Quella che Silver crede di possedere.
Quella che Margareth ha osservato spegnersi, anno dopo anno.
Quella che, non senza dolore, Tom scopre di fronte a se stesso prima che agli altri.


MrFord


"And give me something to believe in
if there's a Lord above
and give me something to believe in
oh, Lord arise."
Poison - "Something to believe in" -


lunedì 27 febbraio 2012

In time

Regia: Andrew Niccol
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 109'



La trama (con parole mie):  siamo in un imprecisato futuro in cui le esistenze di tutti si fermano a venticinque anni, quando un timer che segnala il conto alla rovescia fino al momento della morte parte con un anno di bonus. Da quel momento, il tempo diviene la moneta di scambio per poter sopravvivere nei ghetti delle città controllate da un'elite ricchissima che arriva a portare sul groppone centinaia - a volte migliaia - di anni.
A fare da arbitri nella contesa bande di criminali a caccia di tempo ed un corpo di polizia con il compito di preservare lo status quo della società.
Quando Will Salas, giovane potenzialmente ribelle, incontra un ricco centenario che gli dona il suo tempo prima di morire, ha inizio una vera e propria rivoluzione destinata a sconvolgere il mondo.



Andrew Niccol è un regista in grado di stupire, in un senso o nell'altro.
Nel corso della sua carriera è riuscito - come un suo collega che spesso e volentieri finisco per accostargli, Richard Kelly - a lasciare a bocca aperta i suoi spettatori grazie a trovate potenzialmente geniali così come a scatenare le ire più funeste con altre decisamente pessime.
In time, in qualche modo, è una sintesi perfetta di questi due aspetti del suo lavoro.
Basato su un'idea di fondo decisamente interessante e chiara metafora del mondo in cui viviamo ora - una società in cui la moneta di scambio sia il tempo dominata da pochi potentissimi ricchi da far schifo che potranno vivere millenni sfruttando l'economia per portare alla morte i poveracci succhiando loro fino all'ultimo istante - e partito discretamente, il film finisce per avvitarsi su se stesso cedendo alla tentazione della sua componente più tamarra divenendo una sorta di versione "rapfuturistica" di Bonny e Clyde, finendo per perdere di vista quello che poteva essere lo spunto in grado di fare la differenza in uno script come questo.
Incrociando un gusto per il kitsch molto eighties - come sottolineato da Julez, che ha apprezzato questo lato dell'opera di Niccol -, effetti onestamente bruttini ed un incedere che mi ha riportato alla mente I guardiani del destino in una versione più action, posso dire che In time rappresenta certo una visione innocua e assolutamente inoffensiva, ma da una sceneggiatura almeno sulla carta molto ambiziosa ci si poteva aspettare certamente un impatto maggiore.
Un pò come per il cast, che scopre il suo punto debole proprio con i suoi protagonisti: per la prima volta Justin Timberlake - che ho sempre difeso come attore molto più che come performer - mi è parso fuori ruolo e decisamente monocorde, così come la sua partner Amanda Seyfried - che imparruccata ed impacchettata in versione bladerunneriana decisamente perde molto del suo fascino -.
A tenere in piedi la baracca in questo senso pensano Cillian Murphy - il suo personaggio, il poliziotto Leon, certo rappresenta il più riuscito dell'intero lavoro - e Vincent Kartheiser, che già si era fatto notare nel ruolo di Pete Campbell, uno dei volti più importanti del riuscitissimo Mad men.
Ma il fatto che i bad guys siano il motore del crescendo dell'azione non aiuta la pellicola, che ad alcune idee decisamente interessanti - la società costituita da giovani che non lo sono, i prestiti ed i tassi in continua ascesa,  le zone temporali, il tempo regalato - alterna momenti decisamente al limite del trash - la morte della madre di Will, la facilità con la quale lo stesso protagonista trova la strada spianata ad ogni impresa, anche la più improbabile -, e a poco servono l'appeal da bastardo naturale del succitato Kartheiser o l'aspetto da duro e lupo solitario di Murphy, che sfrutta al meglio il ruolo di effettivo guardiano del suo personaggio: l'inesorabile discesa nel già visto con la storia d'amore a correre in parallelo alla carriera di Robin Hood del tempo della coppia da copertina trasforma un potenziale piccolo cult in una visione assolutamente non memorabile, innocua produzione da multisala nel weekend dalla grana grossa giusta per accontentare qualsiasi tipo di pubblico e ad un tempo attraversata da quella vena di piccola autorialità che permetterà anche ad alcuni di considerare il lavoro di Niccol come un film assolutamente da vedere.
Ora, non sarà male come lo dipingo, e sicuramente è molto meglio investire due ore scarse per un intrattenimento di questo genere che perdersi dietro ad esperimenti autoriali spocchiosi e malriusciti, ma decisamente ci si sarebbe potuti aspettare di più da un regista che, nel pieno degli anni novanta, era considerato uno dei talenti emergenti pronti a raccogliere il testimone del Ridley Scott migliore.
Evidentemente il tempo, con Niccol, non è stato così clemente.


MrFord


"If you're lost you can look and you will find me
time after time
if you fall I will catch you I will be waiting
time after time."
Cyndi Lauper - "Time after time" -


 

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