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mercoledì 12 settembre 2018

Resta con me (Baltasar Kormakur, USA/ Hong Kong/Islanda, 2018, 96')




- Personalmente, adoro i film che ricostruiscono e raccontano imprese memorabili compiute dall'Uomo, a prescindere dalla loro fattura: da Alive a Kon Tiki, passando per La morte sospesa, sono molte le storie di sopravvivenza ben oltre i confini della realtà che la settima arte ha portato sullo schermo negli anni.

- Kormakur, mestierante efficace cui ho voluto bene fin dai tempi del sottovalutato Contraband, mi ha sempre piacevolmente intrattenuto perfino con i suoi lavori a mio parere meno riusciti, come l'ultimo e sempre ascritto a questo genere Everest.

- Nonostante i film che l'hanno vista protagonista mi abbiano spesso fatto cagare, ho da sempre un debole per la Woodley, che porta sullo schermo argomenti molto interessanti e in questo film, capezzoli a parte, mette spesso e volentieri in primo piano forse la mia sua parte preferita: le mani.

- Resta con me, benchè presentato dai distributori come un drammone romantico smielato e hollywoodiano, racconta in realtà un'impresa incredibile portata a termine da una giovane donna nei primi anni ottanta, quando condusse la barca che con il fidanzato stava traghettando in California travolta dall'uragano Raymond in salvo dopo una deriva di oltre due mesi.

- Non siamo di fronte di certo ad un film destinato a rimanere negli annali neppure del suo genere, o davvero in grado di stupire, eppure Resta con me, al contrario delle previsioni che io stesso avevo fatto alla vigilia, si lascia guardare senza troppi problemi, tiene bene la tensione e traghetta lo spettatore dal primo all'ultimo minuto con buon ritmo.

- Certo, il brodo è allungato di un buon quarto d'ora per evitare anche alla lontana l'effetto che un lavoro più autoriale come All is lost produsse in una buona fetta di pubblico, ed alcuni passaggi sono senza dubbio forzati ad uso e consumo dell'audience - così come la scelta dei protagonisti -, ma se approcciato come una produzione a largo consumo può perfino fare la sua onesta figura.

- La sequenza del naufragio a causa dell'uragano è di grande impatto, forse la migliore della pellicola, e probabilmente in grado di mettere profonda agitazione in tutti coloro i quali temono la navigazione in mare aperto che non sia a bordo di un'immensa nave da crociera: in questo senso la presenza schiacciante della forza della Natura ha saputo mescolare il realismo del Cinema d'essai e passaggi come l'incidente aereo di Cast away.

- Forse le donzelle attratte dall'aura da storia d'amore eterno resteranno, a conti fatti, un pò deluse, ma Resta con me resta un'alternativa romantica o quasi in grado di convincere l'altra metà del cielo ad affrontare l'uscita in sala sicure che l'ominide che accompagna ognuna di loro e siede nel sedile accanto avrà comunque pane per i suoi denti. O le aspirazioni da lupo di mare.



MrFord



venerdì 24 agosto 2018

The ritual (David Bruckner, UK, 2017, 94')




Ogni volta che scrivo di un horror, mi rendo conto che inizio sempre il post allo stesso modo, ripetendo quanto per un vecchio fan come il qui presente sia difficile trovare proposte interessanti, che l'atmosfera degli anni settanta e ottanta si sia persa e non si trovi più nulla che faccia davvero paura. Una sorta di remake di quei film inutili che vengono propinati al pubblico giovane sperando di poter assurgere a cult del Cinema di paura senza avere la minima possibilità di riuscirci.
The Ritual è giunto su questi schermi principalmente per merito dell'operato del suo regista nell'antologico Southbound, ed ammetto che si sia difeso niente male dai post al vetriolo contro le ciofeche che questo genere spesso rifila, pur non riuscendo a raggiungere le vette dei titoli che cito in quei post che spesso e volentieri fanno da remake: grazie ad un'atmosfera che parte da The Descent e giunge fino a The Village, il lavoro di Bruckner finisce per tenere discretamente bene la tensione pur non garantendo risultati esagerati in termini di sceneggiatura, parte con un'atmosfera invidiabile, aperta come i paesaggi ed opprimente come la mente umana e chiude quasi senza dare giustificazioni, pesando non tanto perchè le stesse servano, ma perchè si sono volute inserire in un'equazione che avrebbe funzionato comunque.
Ad ogni modo, The Ritual resta un discreto prodotto di genere basato sul percorso compiuto per affrontare il proprio senso di colpa, specialmente se legato a qualcuno che amiamo o abbiamo amato: un tentativo interessante trasformato in un survival "filosofico" che come spesso accade per gli horror regala il suo meglio quando ancora si sa poco o nulla di quello che si prepara a scendere come la mano del Mietitore sui protagonisti, ben caratterizzati e legati ad un episodio terribile, casuale e violentissimo - forse il momento più spaventoso dell'intera pellicola, benchè clamorosamente ed assurdamente reale -.
Perfetta la cornice, almeno per chi come questo vecchio cowboy ama la Natura e considera i paesaggi incontaminati e sconfinati splendidi quanto spaventosi, come chiunque sia stato in un bosco da solo dopo il calar del sole può testimoniare: forse, a ben guardare, il difetto principale di The Ritual è quello di cercare di mettere più carne al fuoco possibile in modo da apparire come un tentativo d'autore di far compiere all'horror un passo in avanti senza accorgersi che, spogliato dei fronzoli, questo avrebbe potuto essere un titolo di quelli da ricordare dagli appassionati e non.
Un peccato veniale, comunque, di un regista senza dubbio da tenere d'occhio soprattutto se dovesse concentrarsi sul genere e non lasciarsi tentare da eventuali proposte "pop", affrontando "l'orrore" senza il timore di non essere compreso, o di apparire troppo estremo, o "di nicchia".
Non c'è bisogno, del resto, di rituali, per far apparire terribile o spaventoso qualcosa: l'ingrediente principale, l'Uomo, raccoglie senza alcun problema dentro di sè tutto quello che serve.
Come Hitchcock aveva tradotto in sequenze d'antologia e Lynch in un delirio grottesco e spaventoso, del resto, non c'è bisogno di nient'altro che quello che abbiamo da riservare in quanto animali più pericolosi sul pianeta per far scorrere sudori freddi sulle schiene degli spettatori, se non quello che siamo.
Violenti, rancorosi, timorosi, istintivi, codardi.
Non ci sono rituali che possano salvarci da noi stessi in quanto umani.
Tranne noi stessi.



MrFord



 

domenica 14 maggio 2017

The survivalist (Steven Fingleton, UK, 2015, 104')




Nel grande oceano costituito dalla settima arte esistono i titoli popcorn, perfetti per le serate di stanca e per tutti i tamarri senza ritegno come il sottoscritto, e quelli d'essai, pane quotidiano per i radical chic e chiunque - me compreso, non crediate -, pensa di essere un gradino sopra la massa dei consumatori occasionali di Cinema.
Ma, come per la vita reale, tra il bianco ed il nero esistono molteplici sfumature di grigio che possono essere migliori o peggiori di quelle divenute famose grazie a romanzo e trasposizione dello stesso - in questo caso posso parlare solo per la seconda, inguardabile -, e che finiscono per solleticare il gusto di alcuni o finire nel dimenticatoio per altri.
The survivalist si tuffa senza guardare indietro in questo caos: il lavoro di Stephen Fingleton, animato da pretese assolutamente autoriali - dubito che il grande pubblico possa sopportare una prima parte come quella mostrata dal regista grazie al protagonista, il ruvido sopravvissuto interpretato da Martin McCann -, reso interessante da una riflessione forse non nuova ma efficace come quella dell'homo homini lupus e da un buon comparto tecnico ed una tensione che si fa sentire nonostante i ritmi dilatati, perde assolutamente terreno nel latitare della scintilla che, di norma, fa da spartiacque tra i titoli destinati a diventare, in una misura o nell'altra, cult e quelli che il pubblico perderà nei meandri della memoria.
A tratti decisamente derivativo e a tratti quasi irritante, The survivalist rientra alla perfezione nel novero dei titoli da Festival indie pronti a far gridare al miracolo qualche critico radical in erba ma che, al confronto con opere "di sopravvivenza", per l'appunto, rimaste nella Storia perde nettamente il confronto, mancando della potenza dei primi Malick - La rabbia giovane in questo senso è irraggiungibile -, dello spirito caustico di Romero con i suoi morti viventi ed anche del coraggio di portare avanti la vicenda o chiuderla con la sfrontatezza che ci si aspetterebbe quando si affronta un titolo che, sulla carta, dovrebbe essere non tanto senza speranza, quanto crudele come la Natura che, a volte, pone le sue creature di fronte a realtà tanto inevitabili quanto difficili da digerire.
A conti fatti, e visione a ventiquattro ore di distanza, non riesco ancora a trovare una ragione che possa aver guidato Fingleton nella realizzazione di questo film, un'esigenza, la voglia di raccontare una storia: pare più che il regista e sceneggiatore abbia voluto mostrare una sua versione del genere cercando di porsi un gradino sopra le tamarrate come tutti i cinefili che non intendono mischiarsi al mucchio selvaggio degli spettatori occasionali senza avere, però, il colpo di genio o le palle d'acciaio per distinguersi davvero.
In un grande oceano popolato da squali di qualsiasi dimensione come quello della settima arte, temo che Fingleton e The survivalist abbiano davvero poche chances di sopravvivenza.





MrFord





 

sabato 25 marzo 2017

The grey (Joe Carnahan, USA, 2011, 117')




Liam Neeson non è mai stato tra i miei attori favoriti.
Fin dai tempi di Darkman - a memoria, il primo film in cui lo vidi come protagonista -, l'ho sempre trovato fisicamente brutto, poco adatto al ruolo di protagonista - quantomeno dei film che guardavo allora, in cui anche un antieroe come la creatura di Raimi doveva essere figo -, compagno adatto in termini di aspetto terrificante delle mani di Megan Fox.
Negli anni della mia formazione come cinefilo, però, il buon Liam si riscattò prendendo parte a progetti importanti come Schindler's List o Gangs of New York, scalando almeno in parte le graduatorie del Saloon in quanto garanzia di qualità delle pellicole che rappresentava.
A seguito della morte della compagna - avvenuta nel duemilanove a causa di un incidente sugli sci simile a quello che di fatto ha ucciso, per quanto si possa pensare il contrario, anche Schumacher -, forse per cercare in qualche modo di esorcizzare il dolore, il Liamone ha deciso di cambiare completamente direzione artistica, prendendo parte a progetti principalmente action e principalmente trash appartenenti al grande filone esploso negli ultimi dieci anni dei "nonni alla riscossa", che se nel caso di vecchie glorie del genere come Sly, Schwarzy, Van Damme e soci risulta una piacevole e divertente operazione di amarcord, nel suo risulta decisamente fuori tempo massimo.
Ricordo bene le sonore bottigliate piovute a cascata su tutta la saga di Taken, ma anche un paio di altre cosette che la mia mente ha giustamente fatto di tutto per rimuovere dalla memoria: dunque questo The Grey, datato duemiladodici, era rimasto nonostante alcuni pareri incoraggianti in naftalina senza che avessi mai abbastanza voglia di recuperarlo neppure nelle serate di stanca invernali, dato che la collocazione temporale di un film è per me fondamentale - non potrei mai e poi mai concedere una visione ad un titolo come questo in piena estate, per intenderci -.
Spinto, però, da una serie di casualità - la promozione di un paio di settimane gratuite per Cinema e Serie tv sul box di Now TV, una domenica mattina di fine inverno con i Fordini da intrattenere dopo colazione per concedere un pò di giusto riposo a Julez -, ho deciso di tuffarmi, su suggerimento di AleLeo - che appena ha sentito dei lupi ha dato il suo benestare immediato -, in questa avventura al freddo e al gelo di Neeson, che interpreta - guarda caso - il ruolo del vedovo tormentato e sull'orlo del suicidio al lavoro in Alaska per far fuori i lupi pronti ad avvicinarsi agli impianti di estrazione.
Impostato come fosse un survival horror, con la presenza animale che assume connotazioni quasi mitiche - più volte mi è tornato alla mente Gmork de La storia infinita -, ma raccontato come una sorta di palestra del riscatto nel cuore della Natura più selvaggia e crudele di un gruppo di uomini apparentemente cattivi e che in realtà così cattivi non sono, quanto più esuli e sopravvissuti, non aggiunge sicuramente nulla di nuovo al genere o a livello tecnico - del resto, dietro la macchina da presa troviamo il regista dell'agghiacciante A-Team, uno dei film action peggiori del Nuovo Millennio -, eppure riesce ad assumere una connotazione quasi epica e sopra le righe nel senso positivo del termine, regalando al pubblico l'aspettativa di un'escalation in pieno rispetto delle regole non scritte dell'action e dei suoi eroi trasformandosi poi, minuto dopo minuto, in una sorta di racconto crepuscolare di una sconfitta a testa alta che non ci si aspetterebbe da un prodotto di questo tipo, con tanto di finale da brividi che regala senza dubbio qualcosa di più all'intero film.
L'inverno, e non posso che esserne felice, dato che io vivo per la bella stagione dodici mesi all'anno, è ormai alle spalle, ma se dovesse capitarvi, ai primi freddi o per festeggiare la neve, di aver voglia di un prodotto di genere solido e fracassone il giusto, crudo e tosto, una sorta di versione povera di Revenant, allora per una volta fidatevi del Liam action man e buttatevi in questo confronto terribile con Madre Natura ed i suoi lati più oscuri.
In fondo, non fa male ricordarsi chi è che davvero comanda, sulla Terra.




MrFord




 

sabato 26 novembre 2016

Monkey Kingdom (Mark Linfield&Alistair Fothergill, USA, 2015, 81')




Fin dai primi tempi in cui il Fordino ha cominciato a manifestare apprezzamento per la visione di film - che fossero d'animazione o legati ai suoi tanto amati animali - ammetto di aver iniziato a coltivare la speranza che, in un futuro neppure troppo lontano, come fu per me ai tempi possa sviluppare una curiosità tale per la settima arte da permettermi di fargli da guida almeno per un tratto di strada, mettendo a sua disposizione non solo la mia intera videoteca, ma anche tutto quello che ho imparato dalle migliaia di visioni che hanno accompagnato la mia esistenza.
Dunque, quando ora vado in caccia di nuovi titoli, cerco sempre di buttare l'occhio anche a quello che potrebbe interessargli o fare da sfondo ad uno dei nostri pomeriggi di gioco intensivo - Fordina permettendo, che ormai comincia a manifestare i primi segni di desiderio di interazione inserendosi dunque nell'equazione -: qualche mese fa, in quest'ottica, recuperai Monkey Kingdom, produzione Disney Nature simile ad African Cats, già molto amato da AleLeo.
E devo ammettere che, nonostante la voce off pronta a trasformare le vicende orchestrate da Madre Natura in una sorta di favola possa finire per annoiare il pubblico adulto, il risultato - specialmente se liberato in hd - resta mozzafiato dal punto di vista tecnico, e se si ha almeno in parte un certo amore per la Natura stessa ed i viaggi, è impossibile non rimanere ipnotizzati dalle immagini di luoghi esotici e lontani, così come non sentire la propria curiosità stuzzicata almeno in parte - personalmente, conoscendo i rapporti non proprio idilliaci delle scimmie con l'acqua, non pensavo assolutamente che i macachi fossero buoni nuotatori - quantomeno dal punto di vista scientifico.
In particolare, da questa visione sono uscito - ovviamente meno entusiasta del Fordino - ad occhi spalancati per la bellezza delle foreste dello Sri Lanka e per lo stupore rispetto a quanto simile, in realtà, la società animale sia alla nostra, con le sue regole, le sue caste, le sue vittorie e sconfitte: osservare quelli che sono i mammiferi che più ricordano l'Uomo muoversi, cercare cibo ed affrontare le differenze "di classe" all'interno di un branco, crescere i piccoli o difendere il proprio territorio dai predatori così come da simili disposti a lottare per prendere possesso di un riparo o una zona particolarmente ricca di risorse della foresta è, per quanto risaputo, sempre ad effetto, a prescindere dal fatto che sia narrato e strutturato in pieno stile Disney, dunque edulcorato anche nei suoi momenti più crudeli.
A prescindere, dunque, da questa connotazione "di produzione", non ho fatto altro che godermi le reazioni del Fordino alla comparsa di qualche nuova specie mostrata e ripresa, la bellezza dei luoghi - che tanto mi hanno ricordato quelli de Il libro della giungla - e gli animali in movimento nel loro habitat naturale, dai macachi protagonisti della storia ai bradipi, dalle termiti agli scorpioni, dai leopardi agli uomini.
Non si tratta certo di una chicca in stile National Geographic, ma resta comunque un'ottima alternativa per mostrare ai più piccoli - e, di riflesso, anche a noi - lati del mondo ancora sconosciuti, e chissà, alimentare qualche sogno che potrebbe portarli, un giorno, ad essere gli esploratori delle nuove generazioni.




MrFord




 

domenica 9 ottobre 2016

El abrazo de la serpente (Ciro Guerra, Colombia/Venezuela/Argentina, 2015, 125')




I confini, siano essi mentali, fisici o naturali, dalle rivincite degli outsiders alle scoperte dei grandi esploratori, e l'atto di varcarli sono da sempre una passione per nulla celata del sottoscritto, al Cinema e non solo: nel corso dell'avvicinamento all'ultima notte degli Oscar, avevo notato tra le pellicole candidate come Miglior film straniero questo El abrazo de la serpente, che fin dal trailer e dalla trama aveva colpito l'immaginario del sottoscritto, tanto da spingermi a tifare in qualche modo per lui, nonostante avessi indicato come favorito il poi trionfatore Il figlio di Saul.
Per nulla preso in considerazione dalla distribuzione italiana e recuperato grazie come di consueto all'Internet, sono riuscito dopo mesi di "corteggiamento silenzioso" a mettere gli occhi su questo lavoro dai ritmi lenti ed ipnotici in grado di mescolare l'Aguirre di Herzog, la visionarietà di Malick e Kubrick - la sequenza onirica che precede l'epilogo è una meraviglia -, il crepuscolo di Dead Man e tutta l'autorialità che funziona da queste parti, fatta di suggestioni ed interpretazioni, ma anche e soprattutto di una ricerca che porti al cuore dell'Uomo e della Natura, per la quale anche l'estetica e le immagini finiscono per essere al servizio della sostanza, quasi si crescesse minuto dopo minuto, fotogramma dopo fotogramma.
Senza dubbio parliamo di un film non facile, in alcuni passaggi in grado di spiazzare anche un veterano di questo tipo di pellicole come il sottoscritto, che a mio parere non va approcciato con l'idea di poterlo - o doverlo - comprendere necessariamente in toto, quanto più di seguirlo al ritmo lento di una canoa spinta dai remi nel cuore del Rio delle Amazzoni, uno dei fiumi più affascinanti e magici al mondo, culla di civiltà sterminate dall'arrivo della "civiltà" nel corso degli ultimi secoli, alcune perdute e scomparse, giunte a noi grazie al lavoro, al sacrificio ed al coraggio di esploratori pronti ad abbandonare tutto per mettersi sulle tracce di questi popoli ma anche, in una certa misura, di se stessi.
Osservare il rapporto dello sciamano in bilico tra passato, presente e futuro con la Natura, il Cosmo e l'invasione dei bianchi lascia ad un tempo spiazzati ed affascinati, così come se lo stesso viene comparato con il personaggio di Macuta, indio "civilizzato" scampato alle brutalità delle piantagioni di gomma, pronto ad esplodere facendo della violenza un riscatto sociale contro gli sfruttatori ed i colonizzatori celebrati da targhe commemorative e colonie religiose eppure responsabili della fine di un mondo che doveva essere magico ed affondare le sue radici al cuore della civiltà e della Storia: abbandonarsi ed abbandonare almeno nel corso della visione il nostro retaggio culturale e lasciare che questo serpente ci abbracci, liberando il giaguaro in agguato dentro di noi, potrebbe essere un'esperienza non solo cinematografica, ma anche e soprattutto "mistica", per quanto un discorso di questo tipo possa suonare strano buttato sulla pagina da un tamarro pane e salame come il sottoscritto.
Del resto, che dire, io sono uno "stupido uomo bianco": eppure, serpente o giaguaro, abbraccio o artiglio che lacera le carni, subisco il fascino del Tempo che si ferma nel momento in cui viene valicato un confine.
Interiore, culturale o geografico che sia.




MrFord




domenica 25 settembre 2016

Il sale della Terra (Wim Wenders&Juliano Ribeiro Salgado, Francia/Brasile/Italia, 2014, 110')




La fotografia, fin dai tempi dei miei primi viaggi da solo o in compagnia che segnarono il distacco dalle classiche vacanze con i genitori, ha sempre esercitato un fascino notevole, sul sottoscritto: la scoperta, poi, negli anni, di veri e propri artisti dell'obiettivo come Robert Capa - ancora oggi, forse, il mio preferito in assoluto, per quanto relativamente poco possa conoscere di questo mondo - aprì le porte a visioni di scatti talmente potenti da rendere un'immagine non solo una riproduzione, o un'opera, quanto più che altro una sorta di metafora del tempo che, di colpo e per quell'istante, pare smettere di scorrere o schiacciare il pedale dell'acceleratore puntando dritto all'infinito.
Sebastiao Salgado, da molti considerato forse il miglior fotografo di sempre, nel corso della sua incredibile carriera ha compiuto un vero e proprio viaggio attraverso l'Uomo e la Natura, un viaggio così importante e clamoroso da aver attirato l'attenzione non solo del pubblico e della critica, ma anche, in questo caso, di un regista importante ed affermato come Wim Wenders, legato al fotografo brasiliano da ammirazione ed amicizia da decenni, pronto ad accompagnare l'audience in questo film realizzato anche grazie all'apporto del primogenito di Salgado, che proprio con Wenders ha scritto e co-diretto il progetto, che illustra la vita e le opere del padre di quest'ultimo dai primi tentativi con una macchina fotografica ai progetti legati alla rivitalizzazione del pianeta a partire dai terreni che furono di proprietà della famiglia, nel cuore del Brasile rurale.
Con ogni probabilità, per un aspirante fotografo un titolo come Il sale della Terra potrebbe rappresentare un riferimento almeno quanto l'opera di questo incredibile artista, che più che essere ridotto semplicemente ad un uomo dietro un obiettivo, finisce per apparire come un avventuriero, un umanista, un innovatore, un profondo amante del nostro pianeta e delle sue meraviglie, anche quando le stesse finiscono per essere oscurate dalla malvagità umana: i suoi reportage legati ai viaggi in Africa, tra il Rwanda e la Somalia, o quelli nell'ex-Jugoslavia devastata dalla guerra, sono qualcosa di così potente da mettere i brividi e far pensare a quanto possa essere costato all'autore di quelle fotografie che paiono ferite a cuore aperto essere presente a testimoniare quello che stava accadendo: nel corso di quest'epopea delineata da Wenders nel modo più semplice possibile, ovvero sfruttando le immagini catturate da Salgado nel corso della sua carriera, corredate da estratti di video delle sue spedizioni ed i primi piani del fotografo pronto a raccontare a favore di macchina la sua incredibile vita.
In particolare, a prescindere dall'indubbia magia che trasuda dagli scatti del vecchio Sebastiao, la cosa più incredibile di questo film, di questo percorso, è la capacità di trasmettere una passione senza confini per la vita ed il nostro mondo da parte di quest'uomo, che ha viaggiato dal polo alle foreste inesplorate, sfiorato la guerra ed assistito a massacri e morti davanti ai suoi occhi, e passando dall'Inferno dell'Uomo è riuscito a trovare la forza per rinascere attraverso una sempre più intensa comunione con la Natura, vera e propria protagonista della seconda metà della sua carriera.
Ascoltare Salgado spiegare il brivido di poter fotografare una tartaruga delle Galapagos che poteva essere già adulta quando Darwin studiò quei luoghi, o quasi commuoversi pensando che un piccolo albero di qualche mese piantato per risanare i terreni in cui è cresciuto potrebbe arrivare a raggiungere i quattrocento anni è qualcosa in grado di superare i confini del Cinema e dell'Arte, ed aprire al contrario le porte alla vita.
Del resto, anche una fotografia, in qualche modo, sfida il Tempo e l'Eternità.
E' un istante che tende all'infinito, anche quando le creature da una parte e dall'altra dell'obiettivo hanno finito per diventare parte di questo miracolo che troppo spesso diamo per scontato: come spesso mi è capitato di scrivere, io sono un ateo miscredente, ma se devo credere a qualcosa, credo nella passione e nella vita che Salgado trasmette con la sua macchina tra le mani o, semplicemente, quando è seduto ed ascolta il respiro del pianeta.
Perchè il bello di essere così piccoli, a volte, è rendersi conto della grandezza che abbiamo di fronte.




MrFord




 

martedì 19 gennaio 2016

The Revenant - Redivivo

Regia: Alejandro Gonzales Inarritu
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 156'







La trama (con parole mie): Hugh Glass, avventuriero e trapper aggregatosi con il figlio Hawk ad una spedizione di caccia e raccolta di pelli resa drammatica da un assalto di una tribù indiana, è aggredito da un orso che lo lascia in fin di vita. Quando il Capitano Henry, leader della spedizione, impossibilitato a proseguire nel cammino con la barella di Glass al seguito, assegna due uomini alla sorveglianza delle ultime ore dell'esploratore, la situazione degenera: Fitzgerald, uno degli incaricati, che nutre sospetti e dubbi a proposito dell'operato di Glass, intimorito all'idea di essere raggiunto dagli inseguitori che sono sulle loro tracce, uccide a sangue freddo il figlio del ferito davanti ai suoi occhi, e con una scusa riprende il cammino con il compagno assegnatogli, abbandonando Glass alla morte.
Peccato per Fitzgerald che, spinto dalla volontà di vivere e di vendicarsi, Glass riesca a recuperare le forze e compiere un viaggio di oltre trecento chilometri che lo porterà al forte destinazione della spedizione e confrontarsi con il responsabile delle sue sofferenze.










"Fino a quando avrai la forza di respirare, allora fai tutto quello che puoi per vivere, e lottare": recita più o meno così il mantra che Hugh Glass, trapper ed avventuriero immortalato da un romanzo adorato dai suoi fan ed ispirato ad una storia vera, pronuncia in sogno ed in ogni momento del viaggio che segnerà la sua esistenza consegnandolo alla Storia, ed al pubblico cinematografico cui è raccontato dalla macchina da presa pazzesca di Alejandro Gonzales Inarritu, un regista che personalmente ho sempre trovato mancasse della scintilla necessaria a fare davvero il grande salto che, paradossalmente, da queste parti trova il suo più grande successo grazie al film che pare meno suo, almeno nello stile, della carriera, e che rimanda dritto al Terrence Malick che adoravo qualche anno fa, quello de La sottile linea rossa e The new world.
The Revenant, di fatto, è uno dei titoli già destinati a segnare indelebilmente l'anno appena cominciato, un'epopea dal respiro mistico in grado di unire la grande spettacolarità del film d'avventura, la tecnica di un mago della macchina da presa - la sequenza con la fuga di Glass dagli indiani ed il salto nel vuoto a cavallo è assolutamente da paura, e con quella dell'attacco dell'orso forse rappresenta il primo, vero, grande brivido che la settima arte abbia regalato al pubblico in questo inverno ribollente di potenziali cult -, un ritmo insospettabilmente sostenuto per un Western d'autore ed un colpo d'occhio che non sfigurerebbe neppure di fronte a mostri sacri e perfezionisti come Sokurov.
Certo, The Revenant nella sua versione cinematografica andrebbe visto come un lavoro indipendente dalla pagina scritta - come recitano i titoli di coda, "è parzialmente ispirato" dalle vicende raccontate tra le pagine del romanzo -, e potrebbe addirittura indisporre i fan della stessa rispetto ai cambiamenti operati per rendere più spettacolare ed hollywoodiano, almeno in una certa misura, il plot, il Di Caprio che tutti noi abbiamo imparato ad amare e sostenere nella sua fino ad ora purtroppo inutile corsa verso la statuetta dell'Academy conferma le sue doti, ma non trova senza dubbio un'interpretazione grande come quelle offerte in Django o The Wolf of Wall Street, proprio le sequenze più visionarie finiscono per apparire, alla lunga, almeno in parte forzate o superflue, eppure, da amante del Cinema, sarebbe folle non alzare il cappello di fronte ad un'opera visivamente sontuosa, ma non per questo incapace di raccontare la pancia e la passione dietro un'impresa assolutamente oltre i limiti umani - Glass percorse oltre trecento chilometri in condizioni fisiche disastrose riuscendo a coprire un tragitto che molti non sarebbero stati in grado di compiere neppure al pieno delle loro forze -, in grado di mostrare una carrellata di personaggi assolutamente veri ed intensi - su tutti, il Capitano Henry del sempre più convincente Domhnall Gleeson ed il bieco Fitzgerald di Tom Hardy, che in questa particolare occasione, a mio parere, vince il round con il buon Leo - ed uno splendido affresco legato a doppio filo all'amore tra padri e figli, alla violenza ed alla crudeltà della Frontiera e del Vecchio West, a tutte le ombre predatorie di una natura umana decisamente più terribile di quella animale, pronta a battersi fino alla morte semplicemente per la protezione della cosa più sacra che esista al mondo: il proprio sangue.
In questo senso Hugh Glass rappresenta proprio la parte animale della nostra anima, quella più sanguigna e bestiale, che si aggrappa alla vita con le unghie e con i denti, che non ha paura di sporcarsi le mani ed allo stesso tempo conservare quella dignità che distingue i lupi dagli sciacalli: e questa volta, dopo aver tanto criticato il volo in parte vuoto e compiaciuto di Birdman, devo ringraziare Inarritu per essere tornato al suolo, immerso fino al collo in quel brodo primordiale dal quale, di fatto, noi violenti ed imperfetti esseri umani siamo venuti, per raccontare una storia di passione, forza ed umanità di quelle pronte a farmi battere il cuore e stringere i denti, e pensare che anche io, fino all'ultimo respiro, voglio rimanere attaccato a questa spietata palla di fango.
Per me stesso, per il mio sangue, per i miei figli.
E riesce a fare tutto questo con una maestria degna del miglior sfoggio di tecnica cinematografica.
Bicchieri in alto, Alejandro.
A questo giro, mi levo il cappello.




MrFord




"I'll leave the door on the latch
if you ever come back, if you ever come back
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back
there'll be a smile on my face and the kettle on
and it will be just like you were never gone
there'll be a light in the hall and the key under the mat
if you ever come back if you ever come back now
oh if you ever come back if you ever come back."
The Script - "If you ever come back" - 








venerdì 8 gennaio 2016

The hallow

Regia: Corin Hardy
Origine: Irlanda, UK, USA
Anno: 2015
Durata:
97'







La trama (con parole mie): Adam e Claire Hitchens, con il loro piccolo Finn, sono freschi di trasferimento in una zona rurale dell'Irlanda da Londra, inviati dalla compagnia per la quale lavora Adam, che ha l'incarico di monitorare lo stato della foresta presente nei pressi della loro nuova casa in vista di un investimento che è stato fatto rispetto alla vendita ed al riutilizzo e disboscamento dell'area da parte di compratori stranieri.
La presenza dell'uomo non è vista di buon occhio dagli abitanti della zona, legati alla loro terra ed alle tradizioni e superstizioni che li vedono decisamente timorosi rispetto al cuore del bosco, che considerano abitato da creature che, se risvegliate ed affrontate faccia a faccia, non risultano certo benevole.
Quando, involontariamente, Adam stuzzica con la sua indagine - ed il bambino al seguito - le stesse creature, ha inizio una vera e propria battaglia per la salvezza della famiglia che l'uomo dovrà combattere con tutte le forze, senza risparmiarsi nulla e mettendo sul piatto tutto quello che ha.










Mi piace pensare che, forse, in qualche strano modo, le bottigliate che l'horror si è preso sul grugno nel passato recente qui al Saloon come in tutti i luoghi più consoni al genere che si possano trovare nella blogosfera in qualche modo siano servite: nell'ultimo periodo, infatti, sono diversi i titoli "di paura" passati da queste parti che hanno colpito in positivo il sottoscritto, cominciando di nuovo a solleticare una certa idea di come questo tipo di Cinema andrebbe fatto, prodotto, coltivato, coccolato, così come il suo pubblico.
Ultimo "figlio" di questa sorta di new wave è The hallow, prodotto più che discreto giunto da uno dei miei luoghi favoriti sulla Terra, l'Irlanda, costruito con lo stesso piglio artigianale e vivido dei primi prodotti firmati da Neil Marshall - soprattutto Dog soldiers -, forse non originalissimo nello svolgimento ma per nulla banale nelle riflessioni solleticate nell'audience - il rapporto tra la coppia dei protagonisti ed il figlioletto, le differenti reazioni rispetto alla natura della minaccia contro la quale si ritrovano a fare i conti, la sensibilità di Adam di riconoscere il suo bambino anche infettato dalle spore della foresta rispetto a Claire, incapace di cogliere le stesse sensazioni con Finn in braccio -, raccontato sfruttando alla grande una cornice bucolica di grande impatto, le tradizioni celtiche - che, di norma, gli amanti del genere ben conoscono -, temi universali - la Famiglia -, il conflitto Uomo/Natura ed una serie di effetti particolarmente efficaci per quanto lontani anni luce dalle mode del digitale attuali - la sequenza con la mano della creatura che esce dalla botola pronta ad afferrare Claire è da brividi, pur senza spaventi annessi -.
The hallow, però, a prescindere dalle creature sue protatoniste e dal crescendo che vede la famiglia Hitchens braccata dalle stesse - e che regala grandi passaggi cinematografici, si veda la falce infuocata manovrata da un Adam già mutato per illuminare il bosco e combattere i figli dello stesso - resta principalmente un buon prodotto d'atmosfera, che recupera il gusto di produzioni d'annata - penso a cose come Gli invasati, anche se, a livello pratico e di messa in scena, c'entra molto relativamente - ed indovina contesto e setting, dimostrando che, a volte, non occorre liberare chissà quali arzigogoli pseudo intellettuali per essere convincenti, o sfruttare mezzi pirotecnici quando bastano un paio di effetti sonori ed una squadra di pupazzi inquietanti il giusto per arrivare al cuore.
Se, a tutto questo, si aggiunge poi una psicologia legata agli abitanti del bosco abbozzata ma toccante - e pronta a farmeli associare agli spiriti della casa infestata di We're still here di qualche mese fa -, il gioco è fatto: il changeling, gli esseri che paiono spiritelli e fate distorti da un'oscurità che non possono contrastare e che alberga nel liquame che, di fatto, li infetta, il cambiamento che tocca lo stesso Adam, sono tutti ingredienti molto di pancia - anche in termini di impatto visivo - eppure quasi romantici, proprio come lo erano, pur nel loro essere sopra le righe e a volte addirittura guasconi, gli horror che hanno fatto la Storia del genere a partire dalla fine degli anni settanta.
La speranza, dunque, è che, fosse anche solo grazie a produzioni sotterranee e mal distribuite come questa, l'horror torni a pulsare come sapeva fare trent'anni or sono, e faccia di nuovo battere il cuore dei suoi fan così come ha fatto, senza dubbio a sorpresa, in questi ultimi mesi: personalmente, io sarò presente, e pronto ad addentrarmi nel più profondo e buio dei boschi infestati da creature della notte, se questo mi permetterà di tornare a vivere il genere con gli stessi brividi che provavo da bambino.





MrFord




"Somebody please tell me that I'm dreaming
it's not easy to stop from screaming
but words escape me when I try to speak
tears they flow but why am I crying?
After all I am not afraid of dying
don't I believe that there never is an end?"
Iron Maiden - "Hallowed be thy name" - 





lunedì 4 gennaio 2016

Heart of the sea - Le origini di Moby Dick

Regia: Ron Howard
Origine:
USA, Australia, Canada, UK, Spagna
Anno: 2015
Durata: 122'






La trama (con parole mie): lo scrittore Herman Melville, dando fondo a tutti i suoi risparmi, rintraccia il vecchio marinaio Tom Nickerson, che decenni prima era stato tra i pochissimi superstiti di una spedizione che vide un intero equipaggio decimato da una leggendaria balena bianca, enorme e pronta a tutto per difendere il suo territorio.
Superate le divergenze iniziali con la sua fonte, Melville si immerge nei ricordi e nella storia dell'uomo che ha di fronte, ancora memore delle imprese che condussero il Capitano Pollard, il suo secondo Owen Chase ed il vecchio compagno di quest'ultimo Matthew Joy a lottare con tutte le forze dapprima per catturare ed uccidere il gigantesco mammifero acquatico, dunque per la sopravvivenza e la speranza di poter tornare, un giorno o l'altro, ad abbracciare i propri cari.
Quale sarà, dunque, la verità dietro la leggenda?












Per quanto non sia propriamente un asso di stile quando nuoto, o un portento della respirazione - chiedete pure a Julez le desolanti imprese del sottoscritto nei tentativi di snorkeling australiano - ho sempre amato il mare, e ormai dai tempi dell'adolescenza sogno, un giorno spero non troppo lontano, di potermi trasferire proprio in una località che permetta di goderselo ogni giorno, per tutto l'anno.
Accanto all'amore per il mare stesso, i suoi confini ed i suoi misteri, ho sempre coltivato un legame speciale con tutte le opere che fossero legate alla sua esplorazione, alle grandi avventure, alla magia del confronto con la Natura, e con qualcosa che trascende la nostra condizione di piccoli uomini di fronte ad una meraviglia ancora più grande: dunque, da Kon-Tiki a Master and commander, passando per L'isola del tesoro e La vera storia del pirata Long John Silver, si può dire che, se ancora non fisicamente, con il cuore e la mente io sia già, di fatto, un "vecchio marinaio", e non solo un cowboy.
Proprio per questo attendevo con una certa trepidazione Heart of the sea, complici l'ottimo lavoro che Ron Howard aveva fatto con il precedente Rush, un cast che mi pareva davvero in parte ed un'ambientazione perfetta - grandi velieri, scorci spettacolari, cornice ottocentesca -: con mio parziale disappunto, devo però ammettere che l'impresa sia riuscita all'ex bravo ragazzo di Happy Days solo in parte, perchè se da un lato Heart of the sea rappresenta alla grande tutti i richiami classici di questo tipo di prodotto, dalla sfida all'ignoto alla Fede - in se stessi ed in qualcosa che trascenda il tutto -, dal coraggio alla quasi follia, dall'altro finisce per risultare schiacciato dalle sue stesse ambizioni.
Perchè, e mi dispiace ammetterlo, dal punto di vista "filosofico", questo Le origini di Moby Dick - agghiacciante come sempre l'adattamento italiano - non riesce neppure nei suoi momenti più riusciti a raggiungere le vette di prodotti come Vita di Pi o, pur se meno riuscito per molti versi, All is lost, da quello prettamente marinaro, e quindi tosto, cazzuto e chi più ne ha, più ne metta, non regge il confronto con produzioni adulte in termini di contenuti in stile Black Sails e da quello epico ed affascinante legato all'etica di chi il mare l'ha esplorato e vissuto sulla pelle, con il già citato Master and commander, pur essendo, di fatto, una sorta di cocktail di tutti i suddetti titoli.
La stessa cornice del racconto nel racconto, sfruttata per introdurre il personaggio di Melville, funziona poco, e riduce l'autore del celebre classico della Letteratura Moby Dick ad una sorta di nerd dei tempi alla ricerca del brivido da raccontare per sentito dire, incapace di alimentare il pathos della storia, o renderne più magnetica l'attrazione.
Non voglio però sminuire troppo l'intera operazione, già non graziata dagli incassi - che, a quanto leggo, sono stati disastrosi se rapportati al budget speso per la realizzazione -, quanto sottolinearne i limiti in modo che altri appassionati di questo genere di produzioni non restino delusi come il sottoscritto a causa dell'hype creatosi alla vigilia: di fatto Heart of the sea è un prodotto onesto, artigianale, figlio di un regista che, con i suoi alti ed i suoi bassi, non ha quasi mai davvero mancato il bersaglio - non contano, o almeno non voglio contare, Il codice DaVinci e Angeli e demoni -: dunque, per evitare delusioni cocenti o critiche che potrebbero risultare fin troppo severe, l'ideale per chiunque subisca il fascino di questo tipo di Cinema sarebbe quello di sedersi sul divano e cercare di tornare bambino, immaginandosi un'impresa quasi impossibile pronta a diventare leggenda vissuta accanto ad un eroe romantico di quelli che, sempre da bambini, tutti noi sognavamo di essere.
Come Owen Chase.
O la stessa Moby Dick.





MrFord





"Mondo di uomini,
fatto di uomini
pronti a rincorrere il vento.
Partono deboli,
tornano uomini;
erano mille e son cento.
Mondo di uomini,
fatto di uomini soli.
Dimmi la bianca balena stasera dov'è;
nella tempesta infinita non c'è.
Mondo di uomini
fatto di uomini soli."
Enrico Ruggeri - "Bianca balena" - 






sabato 14 novembre 2015

Ixcanul - Volcano

Regia: Jayro Bustamante
Origine: Guatemala, Francia
Anno: 2015
Durata:
93'






La trama (con parole mie): Maria, una diciassettenne Maya che vive alle pendici di un vulcano in Guatemala, è promessa sposa alla figura più importante del luogo, Ignacio, che amministra i braccianti delle piantagioni di caffè e gestisce l'emporio locale. Quando, spinta dal desiderio di andare oltre il vulcano e cercare fortuna e futuro negli Stati Uniti, viene sedotta ed abbandonata dal giovane e scapestrato contadino Pepe, partito proprio alla volta degli USA, si ritrova incinta di una bimba, rifiutata dallo stesso Ignacio e costretta a fronteggiare la situazione con i genitori.
Mentre il padre, dunque, cerca un lavoro che possa portarli ad un'altra piantagione e ad una nuova casa, la madre cerca di mettere in contatto la figlia con la spiritualità della loro cultura e di quei luoghi: ma quando un incidente legato all'incontro di questi due approcci porterà Maria a rischiare la propria vita, la famiglia scoprirà che ci sarà ben altro da temere, che non un matrimonio mancato o la superstizione.












Devo ammetterlo, sono fuori allenamento.
Non fisicamente, o in termini pratici e sportivi, quanto di approccio.
Sono fuori allenamento rispetto ai tempi dilatati ed all'ampio respiro del Cinema d'autore.
Dieci anni fa circa, quando nel mio momento di maggior radicalchicchismo cinematografico andavo avanti a pane e proposte d'essai come se non ci fosse un domani, un lavoro come Ixcanul, potente affresco della realtà rurale guatemalteca e dello stato attuale dell'antica popolazione Maya firmato da Jayro Bustamante, l'avrei affrontato in grandissima scioltezza, senza alcun tipo di fatica.
Il ritorno ad un'apertura a trecentosessanta gradi sul Cinema tutto e del pane e salame, nonchè la passione ritrovata per le tamarrate action, ha arrugginito e non poco la tenuta del sottoscritto rispetto ad un Cinema, al contrario, giocato sulle attese, i silenzi e l'intimismo.
Tradotto, per l'appunto, in termini spicci, l'ora e mezza scarsa di questo film mi è costata fatica, eccome.
Eppure, lo ammetto senza alcun dubbio, Ixcanul è un film splendido, dolente, di grande forza sia immaginifica che emotiva.
La vicenda di Maria e della sua famiglia, campesinos che vivono di duro lavoro nelle piantagioni alle pendici di un vulcano che per alcuni è l'ultimo ostacolo prima della grande via verso il sogno degli Stati Uniti e per altri cela soltanto un deserto, uomini e donne figli di una cultura millenaria - quella dei Maya - ora confinati ai margini della società senza neppure conoscere e parlare lo spagnolo, è una delle più lucide ed avvincenti che la settima arte dei grandi Festival - il lavoro di Buscamante è stato premiato con l'Orso d'argento all'ultima Berlinale - abbia regalato al Saloon ed al sottoscritto negli ultimi mesi, in bilico tra bellezza mozzafiato - i paesaggi, fotografati alla grande, ed il vulcano, rendono perfettamente l'idea di un confronto impari tra questi uomini e donne, la società e la Natura -, momenti di grande profondità - i dialoghi tra Maria e la madre, figura tra le più interessanti che mi abbia riservato questa stagione cinematografica - ed una parte finale tesa e drammatica - la corsa verso l'ospedale dopo il morso del serpente, pur se in un contesto e con immagini assolutamente differenti, mi ha riportato alla mente Mud - pronta a mostrare uno dei grandi drammi rispetto al quale persone poverissime e limitate in termini culturali e sociali rischiano di trovarsi senza possibilità di scelta, o lotta.
In Ixcanul si mescolano realtà profonda e suggestione quasi magica, coscienza e praticità da uomini semplici e legati alla terra con superstizione ed ignoranza, accettazione del dolore e speranza che lo stesso dolore possa, in qualche modo, significare invece un futuro migliore per chi abbiamo perduto - pur se non nei termini che potrebbero sembrare, leggendo queste righe senza aver visto il film -: e se il vulcano che da il titolo alla pellicola e rappresenta, per chi vive alle sue pendici, una sorta di divinità alla quale affidarsi nei momenti di maggiore difficoltà, pur consci che le stesse potranno essere superate quasi esclusivamente allargando le spalle e rimboccandosi le maniche, allo spettatore soprattutto occidentale apparirà come il testimone muto di tanti piccoli drammi che, nel mondo, continuano a perpetrarsi giorno dopo giorno, e che finiscono per essere risvolti della felicità di qualcuno che, forse, questi stessi drammi neppure li immagina.
Il vulcano che ispira Maria, guidata da sogni troppo grandi per essere inseguiti, nella sua impresa più assurda e disperata, e che come Maria porta il fuoco dentro, pronto a riscaldare cuori e parti basse, a portare una vita, a donarla e non credere che possa essere perduta, ad esplodere, bruciare e tornare a vivere ancora una volta.
Perchè il vulcano forgia, tempra, mette alla prova.
Come la vita.
Un ciclo senza fine che la Natura, e chi la vive sulla pelle, conosce bene.
E riprende a girare, quasi svogliatamente, sulle parole di due vecchi contadini che pensano al nuovo futuro dei loro figli.





MrFord





"Volcano, you don't wanna, you don't wanna know.
Volcano
something in you wants to blow
Volcano
you don't wanna, you don't wanna know."
U2 - "Volcano" - 





lunedì 9 novembre 2015

The Green Inferno

Regia: Eli Roth
Origine: Cile, USA
Anno: 2013
Durata: 100'






La trama (con parole mie): Justine è un'universitaria figlia di un funzionario delle Nazioni Unite in cerca di una propria strada e di ideali, quando nel campus viene a contatto con un gruppo di attivisti sempre pronti a lottare per perseguire una sorta di Giustizia oltre ogni sopruso, a prescindere dalle latitudini geografiche e dalle situazioni.
Quando, spinta da Alejandro, il leader del gruppo stesso, si aggrega ad una spedizione diretta nella parte di Amazzonia in territorio cileno in modo da fermare l'avanzare delle ruspe di una multinazionale decisa ad intervenire nei territori occupati da una tribù antichissima che raramente è venuta a contatto con la società per come la intendiamo, la ragazza pare aver trovato finalmente la sua dimensione: peccato che, dopo aver capito di essere stata sfruttata soltanto per gli agganci di suo padre nel corso dell'operazione, il piccolo aereo sul quale vola con i suoi ormai poco graditi compagni precipiti nel cuore della giungla, proprio nei pressi del villaggio dei nativi che i ragazzi si prefissavano di salvare.
Il loro rapporto con gli indigeni, però, si complicherà non poco: le uniformi che gli attivisti indossano, infatti, portano il logo della multinazionale, e la popolazione locale è dedita al cannibalismo.










Meglio tagliare subito la testa al toro.
O, per dirla meglio, all'attivista finto rivoluzionario che avrei preso a pugni in faccia fin dalle prime sequenze.
The Green Inferno mi è piaciuto parecchio. Mi ha intrattenuto e divertito. E senza dubbio l'ho trovato il migliore tra i film di Eli Roth che mi sia capitato di vedere.
Mi è piaciuto talmente tanto da farmi riflettere fino all'ultimo se non osare anche di più con il voto, quasi lanciando una sfida a tutte le critiche piovute su un film senza dubbio derivativo, imperfetto ed "ignorante" - nel senso di Cinema di genere al massimo livello -, eppure divertito, divertente, cattivo ed assolutamente godibile, lontano dagli eccessi di Cannibal Holocaust e ad un tempo perfettamente in grado di mostrare al pubblico - principalmente appassionato, immagino - come è possibile sfruttare l'eccesso senza per questo risultare distorti o in qualche modo psicopatici - quello che accade, al contrario, visionando titoli quali il già citato lavoro di Deodato, A serbian film o il secondo capitolo di The Human Centipede -.
Eli Roth, che è un vero buontempone nonchè un appassionato che deve essersi mangiato a colazione - sempre per rimanere in tema - tonnellate di horror, splatter e gore regala al suo pubblico una sorprendente chicca - sempre a modo suo, ovviamente - azzeccando tempi, cornice ed ingredienti: The Green Inferno, infatti, scorre molto velocemente anche nella sua prima parte - per chi fosse solo interessato al massacro, ricordate che nel corso dei quaranta minuti iniziali non vedrete scorrere neppure una goccia di sangue -, regala un gruppo di protagonisti che, per la maggior parte, non si vede l'ora di vedere massacrati come si conviene dagli indigeni cannibali - il leader degli attivisti, vero e proprio sacco di merda, è uno dei charachters più odiosi dell'anno -, un'ottima ed inquietante rappresentazione degli indigeni e si inserisce in una serie di locations mozzafiato, che sono riuscite a farmi tornare alla mente anche perle del Cinema "alto" come Fitzcarraldo o Aguirre furore di dio firmati da Herzog.
Certo, senza dubbio parliamo di un film assolutamente di genere, privo di qualsiasi pretesa, telefonato fin dal principio rispetto alla protagonista - una Lorenza Izzo che passerà alla Storia come l'attrice dagli occhi a pesce pronti per ogni occasione - ed a suo modo conciliante nel finale, eppure ho trovato assolutamente interessanti molte delle scelte del regista, supportato anche da ottimi effetti artigianali firmati dal veterano Nicotero: dalle chicche come l'attacco di diarrea di una delle compagne di viaggio di Jennifer nella gabbia in cui sono prigionieri nel villaggio degli indigeni alle rivelazioni di Alejandro a proposito del vero scopo della loro spedizione mascherata da pagliacciata finto idealista non mancano i momenti interessanti, così come la scelta conclusiva di lasciare che la tribù cannibale rimanga una sorta di mito non confermato, quasi fosse un tributo da pagare da parte di chiunque intenda non solo profanare un territorio incontaminato, ma anche abusare della propria condizione di "colonizzatore".
Senza, dunque, lasciare lo spettatore con il dubbio che si tratti di un deviato dalle fantasie malate, Eli Roth confeziona un solido gore vintage eppure attuale - la prima parte, di preparazione, ricorda molto gli horror a sfondo teen -, ironico e piacevole perfino nei momenti più citazionisti - l'incubo finale in pieno stile Misery - o rispetto all'idea di un decisamente poco probabile sequel: a dispetto, dunque, di qualsiasi radical o detrattore dallo stomaco troppo debole, devo dire che, per una volta, mi sono sentito in sintonia con il lato "Cannibale" del Cinema.




MrFord




"Let them taste the wrath as the agony consumes them
swallowed by the darkest light a blackened state of dismay
survival is the only thing left for them
this grievous revelation is a new beginning
led to the solution against their will."
Cannibal Corpse - "Make them suffer" -





sabato 26 settembre 2015

African cats - Il regno del coraggio

Regia: Alastair Fothergill, Keith Scholey
Origine: USA
Anno: 2011
Durata: 89'





La trama (con parole mie): nel cuore della riserva Maasai Mara, in Kenya, vivono le stagioni ed il loro susseguirsi animali nomadi e stanziali, solitari o abituati a vivere in branco, predatori come coccodrilli o tranquilli erbivori come antilopi e giraffe. 
In ognuno di loro, però, vive l'istinto più forte in Natura, quello che lega madri e figli: in questo contesto seguiamo le vicende parallele di Mara e Sita, leonessa e ghepardo, alle prese con la dura realtà della sopravvivenza e quella che lega indissolubilmente genitori e prole anche nel regno animale: le vicende che travolgono il branco di Mara, sconvolto da una successione in termini di potere del leone dominante, e quelle che vedono l'indipendente Sita lottare per la sopravvivenza e la crescita dei suoi cuccioli.
Riusciranno nei loro intenti, o la crudeltà che a volte mostra la Natura avrà il sopravvento su di loro?








La passione che sta sviluppando il Fordino per gli animali è ormai una delle grandi certezze del Saloon, a partire dalla splendida giornata passata qualche mese fa allo Zoo di Barcellona - che il Fordino ancora cita facendo un elenco degli animali che ha visto - fino alle visioni, che di norma, dall'animazione ai veri e propri film, finiscono per essere wild animals oriented: quando, non troppo tempo fa, passò il trailer di African Cats sul dvd de Il re leone, il più piccolo della tribù si profuse in un ovazione da stadio, inducendomi a recuperare quanto prima il titolo suddetto.
In tutta onestà, essendo una produzione figlia della grande D costruita come un documentario "romanzato" - del resto, il successo di questo tipo di format è noto dai tempi de La marcia dei pinguini -, non nutrivo grandi aspettative o speranze, e pensavo che avrei finito per metterlo come sottofondo nel corso delle sessioni intensive di gioco o per occupare AleLeo mentre il suo vecchio si dedica ai fornelli o prende cinque minuti di pausa dal suo ruolo di pupazzone formato famiglia: devo ammettere che, visione - pur se frammentaria - alle spalle, il lavoro di Fothergill e Scholey funziona, affascina nonostante la narrazione troppo enfatizzata dalla voce off di Claudia Cardinale - molto meglio l'originale, con Samuel Jackson e Patrick Stewart come narratori -, esalta alla grande l'hd e mostra senza troppi sconti anche le parti meno "carine e coccolose" del mondo degli animali e della Natura.
In questo senso, spiegare al Fordino che il ghepardo non è arrabbiato quando insegue la gazzella e l'azzanna, ma che semplicemente sta procurando il cibo ai suoi cuccioli è una delle prime lezioni rispetto alle regole del mondo che il Cinema mi permetta di cominciare a trasmettergli, e se a questo tipo di riflessioni si aggiunge la presenza di alcune delle sue specie preferite in assoluto - elefanti, coccodrilli ed ippopotami, frutto di ulteriori ovazioni da stadio e di uno dei neologismi che amiamo di più, "Potottii" - il gioco è fatto: abbiamo di fronte mesi e mesi di ripetuti passaggi nel lettore bluray delle vicende di Mara e Sita, della rivalità tra i due leoni alfa che vivono ai lati del fiume infestato dai coccodrilli e dei paesaggi mozzafiato del Kenya, che spero un giorno o l'altro possano essere i protagonisti di un viaggione zaino in spalla di tutti i Ford, ed alimentare i sogni di esplorazione e scoperta di AleLeo, che spero possa mantenere il più possibile della curiosità entusiasta che soltanto i bambini alla scoperta del mondo e della vita a quell'età possono avere.
Nel frattempo, il vecchio leone sarà sempre accanto a suo figlio, pronto a dargli tutto l'aiuto possibile e a lottare con lui e per lui: se, poi, nonostante il nome non dovesse essere la scelta preferita, mi metto tranquillamente a disposizione per diventare un coccodrillo o un potottio.
In fondo, mi basta stare al suo fianco.




MrFord




"Slow cheetah come
before my forest
looks like it's on today
slow cheetah come
it's so euphoric
no matter what they say."
Red Hot Chili Peppers - "Slow cheetah" -





lunedì 17 agosto 2015

Il diamante bianco

Regia: Werner Herzog
Origine: Germania, Giappone, UK
Anno:
2004
Durata:
88'





La trama (con parole mie): Werner Herzog segue nella foresta pluviale della Guyana, nei pressi delle cascate mozzafiato di Kaieteur il dottor Graham Dorrington, ingegnere appassionato di volo che sognava di essere un astronauta da tempo legato ad imprese compiute con dirigibili da lui stesso progettati e realizzati.
Legata a doppio filo alla tragica fine dell'amico documentarista dello stesso Dorrington Dieter Plage, scomparso una decina d'anni prima, ed all'idea di dare una maggiore manovrabilità al dirigibile, da sempre considerato un mezzo "statico", l'impresa del "Diamante bianco" è quella di sorvolare la foresta, con le sue leggende, i misteri e la popolazione, pronta ad ispirare ed attrarre con le proprie storie la troupe di Herzog.










Una delle cose che mi ha sempre conquistato del Cinema di Herzog, che si parli di fiction o documentari, è la capacità del regista tedesco di raccontare con un piglio unico la sfida dell'Uomo all'ignoto, alla Natura.
Il superamento del limite come filosofia di vita, più che come concetto.
L'idea che, probabilmente, stava dietro alle imprese dei grandi esploratori dei secoli scorsi, o di viaggi indimenticabili di tempi più recenti come quello del Kon-Tiki, ben raccontato pochi anni fa da un'altra pellicola legata a doppio filo a questo tipo di scelte, sfide, bisogni.
Da Aguirre a Fitzcarraldo, pare che Herzog abbia deciso di trasformare il suo Cinema in una sorta di inno alla follia ed all'istinto tutto umano di muovere un passo oltre, scoprire tutto quello che, all'apparenza, l'occhio non vede, o non riesce a vedere, che si parli di Natura, Tempo, Spazio, fisicità o spirito.
Il diamante bianco, appartenente alla "trilogia" del ritorno al documentario del Maestro tedesco - insieme a L'ignoto spazio profondo e Grizzly Man, che conto di proporre qui al Saloon il più presto possibile -, riprende appieno questi concetti: l'impresa di Graham Dorrington, fin da bambino spinto verso l'oltre dal desiderio di diventare astronauta - che, come testimoniano il suo corpo ed il racconto legato alla costruzione del razzo artigianale, non è sempre stato facile -, è paragonabile a quelle dei grandi (anti)eroi herzoghiani, e la potenza delle immagini che raccontano la sfida del Diamante bianco alla foresta pluviale della Guyana ed alle cascate di Kaieteur rendono al meglio questo stesso concetto.
Come sempre, poi, l'autore si prende il tempo necessario - nonostante il minutaggio assolutamente abbordabile anche da parte dei meno avvezzi al genere - per scoprire il mondo attorno all'impresa stessa, dalla bellezza mozzafiato del paesaggio al crudele e magnifico distacco delle creature figlie dei luoghi "invasi" dall'Uomo, concedendosi ben più di una parentesi anche rispetto alle storie dei lavoratori locali assunti per l'assistenza tecnica - dal ballerino al saggio che conosce erbe mediche e sogna di volare con la mongolfiera fino a ritrovare i suoi parenti perduti a Malaga, in Spagna -.
Lo stesso tempo che permette a Dorrington di ripercorrere, con le lacrime agli occhi, gli istanti più drammatici dell'incidente occorso all'amico Dieter Plage, regista che l'aveva seguito da vicino, proprio nel corso di un volo, e la cronaca della morte dello stesso, o al pubblico di immaginare cosa potrebbe mai celarsi dietro il muro d'acqua dalle correnti impetuose di Kaieteur, ove milioni di rondoni volano per nidificare, prosperare, scoprire, vivere prima di riprendere il loro viaggio, e le migrazioni.
La poesia delle immagini degli uccelli che scendono in picchiata oltre la cascata è da brividi, tra le più potenti cui abbia assistito in un documentario, e non solo, così come assolutamente condivisibile è la scelta di Herzog e della sua troupe di non divulgare il girato del medico ed esperto di arrampicata sceso lungo i margini delle cascate stesse, alla ricerca di uno scorcio del mondo oltre.
Ma nessun post, interpretazione o visione trasmessa attraverso gli occhi di qualcun'altro potrebbe rendere giustizia al senso de Il diamante bianco, dalla semplicità in grado di trasformarsi in epica alla tecnica che diventa di colpo potenza tutta istintiva: in fondo, nel cuore di ognuno di noi alberga la curiosità di spingersi oltre, di scoprire la brace che ci arde dentro, la stessa in grado di renderci folli, appassionati, vivi.
La stessa che ha guidato, nonostante gli insuccessi e la fatica, ogni grande esploratore al culmine della propria ricerca.
La stessa che mosse Dieter Plage fino all'ultimo istante di vita.
E Dorrington ed il suo Diamante bianco.
E Marc Anthony Yhap, con i suoi sogni di ricerca della madre in Spagna.
E Herzog con ogni suo folle protagonista.
E noi. 
Tutti quanti.
Anche chi resta fermo tutta la vita in attesa dello stimolo giusto per poter andare oltre.




MrFord




"And just like a burning radio
I'm on to you (you’re spell I’m under)
in the silver shadows I will radiate
and flow you
what you see and what it seems
are nothing more than dreams within a dream
like a pure white diamond
I’ll shine on and on and on and on and on."
Kylie Minogue - "White diamond" - 





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