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venerdì 30 dicembre 2016

Ford Awards 2016: i film (dal 20 all'11)


Siamo giunti quasi in vetta alla classifica, e seppur in un'annata non particolarmente pazzesca in termini di film usciti in sala - vincono, senza dubbio, a mani basse le serie tv - la lotta si fa più dura, anche grazie ad alcune visioni dell'ultimo minuto e rimaneggiamenti.
Ad ogni modo, ecco a voi i dieci titoli appena sotto i migliori dell'anno.
Sempre per il sottoscritto, ovviamente.







N°20: WHERE TO INVADE NEXT di MICHAEL MOORE

 

Michael Moore, da sempre sagace e brillante, confeziona una sorta di road movie all'interno del quale si riserva di "conquistare" tutti quei Paesi che hanno qualcosa che gli States dovrebbero imparare per migliorare le vite dei loro abitanti: interessante vedere qualcuno che guarda anche all'Italia - pare impossibile - come ad un esempio, ed estremamente toccanti - per diversi motivi - tutte le realtà scandinave mostrate. Una piccola chicca di intelligenza, civiltà e coscienza.



 

Ignorato ai tempi dell'uscita in sala a causa del suo regista e recuperato quasi per caso soltanto mesi più tardi, Eye in the sky si è rivelato non solo un thriller umano serratissimo e da apnea, ma una delle riflessioni sulla guerra ed il suo utilizzo più devastanti dai tempi di American Sniper e The hurt locker. 
Portato in scena da una squadra di attori perfetta - fu l'ultimo lavoro di Alan Rickman, tra i tanti scomparsi di questo duemilasedici - e scritto alla grande, è un esempio di quanto possa offrire il Cinema bellico anche privo di grandi spazi, battaglie o profumi da Oscar.


N°18: LA GRANDE SCOMMESSA di ADAM MCKAY


Di finanza io non capisco un beneamato cazzo.
Eppure, il film di Adam McKay ed il suo cast in grandissimo spolvero sono riusciti ugualmente a farmi percepire, in mezzo a tutta una serie di termini capiti poco e nulla perfino quando spiegati dalle star con parole loro, la grandezza di questo film.


N°17: EL ABRAZO DE LA SERPENTE di CIRO GUERRA

 

Alla ricerca di confini da superare come un lavoro di Herzog e mistico come un viaggio di Jodorowski, il lavoro di Ciro Guerra è quello che al Saloon viene considerato un vero film d'autore: ostico, difficile, magico e misterioso.
Un trip che non si dimentica.


N°16: IL CASO SPOTLIGHT di TOM MCCARTHY


Vincitore dell'Oscar come miglior film - non era, comunque, il mio favorito per la statuetta - il lavoro di Tom McCarthy rispolvera la grande tradizione dei film inchiesta figli della New Hollywood anni settanta, appoggiando una struttura classica sulle spalle di un cast in grandissima forma.
Forse non rivoluzionario, ma solido e necessario.


N°15: MACBETH di JUSTIN KURZEL

 
Che Shakespeare fosse il più grande sceneggiatore prestato dal Teatro al Cinema era indubbio, per quanto mi riguarda, da una ventina d'anni.
Il fatto che un regista praticamente esordiente potesse tirare fuori una pellicola visionaria e potentissima tanto quanto ostica ed imponente era molto meno probabile.
Un plauso a Kurzel, che confeziona un lavoro più che impegnativo per il pubblico - messo alla prova dall'inizio alla fine - ma emotivamente e visivamente straordinario.


N°14: SULLY di CLINT EASTWOOD

 

L'inossidabile Clint, a ottantasei anni suonati, continua a non sbagliare un colpo anche quando, di fatto, sforna un film "minore": Sully, ispirato alla vicenda del Capitano Sullenberger, che salvò centocinquantacinque vite effettuando un incredibile ammaraggio sull'Hudson, è un film rigoroso e solido come il suo regista, che tesse le lodi del lato più bello degli USA senza scadere nel patriottismo becero e nella retorica.
Come sempre, un esempio.


N°13: OCEANIA di RON CLEMENS e JOHN MUSKER



Visto il pomeriggio della vigilia di Natale con Julez e i Fordini in una sala praticamente deserta, Oceania è l'ennesima conferma della qualità tecnica ed emotiva altissima ormai caratteristica dei prodotti di grande distribuzione Disney: il lavoro di Clemens e Musker è un omaggio alle proprie radici, alla Natura, all'oceano e soprattutto alla figura della donna, che è ragazzina coraggiosa, guida dei popoli, vecchia saggia e lungimirante, creatrice, madre e dea.
Tutte cose che noi uomini dovremmo ricordare ogni giorno.


N°12: STEVE JOBS di DANNY BOYLE

Regia sorprendentemente asciutta di Boyle, sceneggiatura da antologia di Sorkin, interpretazione pazzesca di Fassbender.
Basterebbero questi tre fatti a rendere Steve Jobs un grande film.
Ma non c'è soltanto tecnica: siamo probabilmente di fronte al biopic più anomalo e strepitoso del passato recente. Una bomba.


N°11: THE REVENANT di ALEJANDRO GONZALES INARRITU


Inarritu, che avevo parzialmente bastonato per il troppo celebrato e sopravvalutato Birdman, torna a sorprendermi grazie ad una pellicola non priva di difetti ma tecnicamente strepitosa, con un paio di sequenze da Storia del Cinema e che sarà impressa nella memoria anche per aver permesso a DiCaprio di stringere il suo primo Oscar - pur se non grazie alla sua migliore interpretazione -.
Lacrime e sangue, qualche sogno di troppo, ed una vicenda all'interno della quale mi trovo a mio agio come un ape sul fiore.



TO BE CONTINUED...

domenica 9 ottobre 2016

El abrazo de la serpente (Ciro Guerra, Colombia/Venezuela/Argentina, 2015, 125')




I confini, siano essi mentali, fisici o naturali, dalle rivincite degli outsiders alle scoperte dei grandi esploratori, e l'atto di varcarli sono da sempre una passione per nulla celata del sottoscritto, al Cinema e non solo: nel corso dell'avvicinamento all'ultima notte degli Oscar, avevo notato tra le pellicole candidate come Miglior film straniero questo El abrazo de la serpente, che fin dal trailer e dalla trama aveva colpito l'immaginario del sottoscritto, tanto da spingermi a tifare in qualche modo per lui, nonostante avessi indicato come favorito il poi trionfatore Il figlio di Saul.
Per nulla preso in considerazione dalla distribuzione italiana e recuperato grazie come di consueto all'Internet, sono riuscito dopo mesi di "corteggiamento silenzioso" a mettere gli occhi su questo lavoro dai ritmi lenti ed ipnotici in grado di mescolare l'Aguirre di Herzog, la visionarietà di Malick e Kubrick - la sequenza onirica che precede l'epilogo è una meraviglia -, il crepuscolo di Dead Man e tutta l'autorialità che funziona da queste parti, fatta di suggestioni ed interpretazioni, ma anche e soprattutto di una ricerca che porti al cuore dell'Uomo e della Natura, per la quale anche l'estetica e le immagini finiscono per essere al servizio della sostanza, quasi si crescesse minuto dopo minuto, fotogramma dopo fotogramma.
Senza dubbio parliamo di un film non facile, in alcuni passaggi in grado di spiazzare anche un veterano di questo tipo di pellicole come il sottoscritto, che a mio parere non va approcciato con l'idea di poterlo - o doverlo - comprendere necessariamente in toto, quanto più di seguirlo al ritmo lento di una canoa spinta dai remi nel cuore del Rio delle Amazzoni, uno dei fiumi più affascinanti e magici al mondo, culla di civiltà sterminate dall'arrivo della "civiltà" nel corso degli ultimi secoli, alcune perdute e scomparse, giunte a noi grazie al lavoro, al sacrificio ed al coraggio di esploratori pronti ad abbandonare tutto per mettersi sulle tracce di questi popoli ma anche, in una certa misura, di se stessi.
Osservare il rapporto dello sciamano in bilico tra passato, presente e futuro con la Natura, il Cosmo e l'invasione dei bianchi lascia ad un tempo spiazzati ed affascinati, così come se lo stesso viene comparato con il personaggio di Macuta, indio "civilizzato" scampato alle brutalità delle piantagioni di gomma, pronto ad esplodere facendo della violenza un riscatto sociale contro gli sfruttatori ed i colonizzatori celebrati da targhe commemorative e colonie religiose eppure responsabili della fine di un mondo che doveva essere magico ed affondare le sue radici al cuore della civiltà e della Storia: abbandonarsi ed abbandonare almeno nel corso della visione il nostro retaggio culturale e lasciare che questo serpente ci abbracci, liberando il giaguaro in agguato dentro di noi, potrebbe essere un'esperienza non solo cinematografica, ma anche e soprattutto "mistica", per quanto un discorso di questo tipo possa suonare strano buttato sulla pagina da un tamarro pane e salame come il sottoscritto.
Del resto, che dire, io sono uno "stupido uomo bianco": eppure, serpente o giaguaro, abbraccio o artiglio che lacera le carni, subisco il fascino del Tempo che si ferma nel momento in cui viene valicato un confine.
Interiore, culturale o geografico che sia.




MrFord




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