- Se c'è una cosa che ho amato dal primo momento e che amo ancora oggi a distanza di anni della blogosfera, è il tam tam che porta alla scoperta di titoli dimenticati o potenzialmente dimenticati dai distributori italiani.
- Coralie Fargeat, praticamente un'esordiente seppure "datata" - ha quarantadue anni -, confeziona un thriller perfetto per il contesto sociale che si è sviluppato negli ultimi anni, dal sapore molto nineties ma ugualmente adattato ai gusti attuali, una specie di remix di un dj di quelli di moda ora che ripesca qualcosa come All that she wants.
- La trama è assolutamente implausibile, così come lo svolgimento, eppure il gioco messo in scena dalla regista funziona, il messaggio è ben chiaro, la cornice fantastica. Montaggio e fotografia sono ottimi, e personalmente ho adorato i colori pastello affiancati ad una violenza che ha riportato alla mente Wolf Creek e The Descent.
- L'idea vincente, a prescindere da tutto, è l'assoluta onestà della Fargeat di portare in scena una metafora e uno spettacolo pop, una versione decisamente più riuscita di Alta tensione di Aja di una quindicina di anni fa: non ci sono pretese, e accanto alle possibili implicazioni impegnate, si regalano momenti ad alto tasso di goduriosa ignoranza.
- Scena sicuramente cult per il sottoscritto resterà il momento lisergico della protagonista nella grotta sotto l'effetto del peyote, così come mitico rimane il marchio del logo della birra sulla ferita cauterizzata: una tamarrata che neppure il più tamarro dei registi finto macho d'azione anni ottanta sarebbe riuscito ad immaginare. Chapeau.
- Altro passaggio notevole è il confronto finale nella villa - stupenda, tra l'altro - tra la protagonista ed il suo ormai ex amante, sanguinoso e giocato sul montaggio in pieno stile tarantiniano. E' chiaro a tutti fin dal principio come andranno a finire le cose, ma ce lo si gusta come se non lo si sapesse.
- Revenge, che tratta temi vecchi come il mondo - anche se fingiamo di no, certe dinamiche probabilmente esistono da sempre ed andrebbero combattute alla radice più che con moralismi o riscatti violenti -, rappresenta alla perfezione quella che è una proposta in grado di accontentare il pubblico occasionale e quello smaliziato, il sacro ed il profano, l'Uomo e la Donna. Merito, probabilmente, di una regista che è stata in grado di raccogliere idee e riflessioni e portarle sullo schermo senza pretese o pipponi. Piuttosto, con tanto sangue, colore e polvere.
Una specie di concessione ad un mondo a prevalenza maschile.
L'horror è senza dubbio una delle trappole più insidiose, per un film che voglia trovare uno spazio come si deve al bancone del Saloon: fin da bambino, infatti, dai favolosi tempi di Notte Horror in avanti, il genere è sempre stato uno dei guilty pleasures favoriti del sottoscritto, costantemente in cerca non tanto di spaventi - ormai è davvero difficile scuotermi in quel senso -, quanto di goduria selvaggia accompagnata da idee che, derivative o originali, possano dare un senso ad una tipologia di storie che potrebbe benissimo non averne - problema di molte pellicole prive di logica anche spicciola che tentano questa strada -.
The void, uscito qualche tempo fa in sala perfino in Italia e recensito davvero alla grande da alcuni appassionati in rete, è giunto da queste parti sospinto proprio dal tam tam con aspettative che, seppur non altissime, erano comunque consistenti: messi da parte i paragoni con Carpenter - a mio parere un pò azzardati -, il lavoro di Gillespie e Kostanski si è rivelato l'entertainment che cercavo, portando sullo schermo molte delle suggestioni di un certo cinema gore e mistico degli anni ottanta - da Hellraiser a Society, passando per Reanimator -, tantissimo sangue, effettacci in bilico tra l'essere geniali e trash, una trama assurda ma sfruttata al meglio per lo scopo della pellicola - portare in scena i suddetti effettacci nonchè la componente ultraterrena del "mostro" - ed un ritmo decisamente serrato, in grado di collocarsi tra la tensione costante ed il grottesco.
Un lavoro non originalissimo, dunque, ma assolutamente interessante, che si pone come uno degli esperimenti più riusciti di questo duemiladiciassette "di paura", apre le porte ad un eventuale sequel - che mi piacerebbe molto venisse realizzato interamente nella dimensione aperta dal portale nella parte conclusiva - e conduce lo spettatore navigato ad una serata di godurioso spargimento di sangue, tentacoli e lembi di pelle rimossi dai volti, e quello poco avvezzo a questo tipo di pellicole a rimanere sicuramente colpito dal quantitativo di violenza e "ciccia" portato sullo schermo senza alcun tipo di rimorso dagli autori, che partono forte con un corpo bruciato vivo, confondono le acque con gli incappucciati che paiono usciti da una versione horror di Eyes wide shut ed esplodono una volta superata la parte più misteriosa e da thriller legata all'utilizzo dell'ospedale semi deserto, setting ottimo per questo tipo di proposte.
Non saremo di fronte ad un titolo destinato a fare la storia del genere - in fondo si pesca a piene mani proprio dalle immagini di tutti quelli che l'hanno fatta davvero -, ma il risultato funziona, colpisce, omaggia senza risultare spocchioso o leccaculo e, provo a sganciare la bomba, con ogni probabilità sarebbe piaciuto molto a gente come Romero o Fulci, per non parlare di Gordon o Yuzna.
Le basi, dunque, di The void sono più che solide, e spero che i due ragazzi in regia non si perdano come molti altri loro colleghi e continuino a lavorare con pancia e budella come hanno fatto in questo caso, anche perchè quando le interiora lavorano bene le digressioni cosmiche e mistiche - presenti in modo massiccio nel crescendo finale, che è riuscito ad evocare tra i ricordi d'infanzia del sottoscritto la caduta di Midian in Cabal - finiscono per risultare molto meno fastidiose, campate in aria e snob di quanto potrebbero apparire in altri contesti.
Dunque che si aprano le porte del triangolo - che scritta così suona davvero splatter - e state pronti ad un tuffo in una dimensione che, più che il vuoto, pare rappresentare al meglio il concetto in stile Cthulhu dell'horror: una cosa che, più che spaventare, per un vecchio appassionato come il sottoscritto risulta terribilmente invitante.
Ho sempre amato alla follia il personaggio di Chucky, uno degli alfieri dell'horror trash anni ottanta nonchè charachter perfetto nel mescolare crudeltà, terrore, ironia, risate grasse, linguaggio colorito e violenza incontenibile, rivale assoluto in questo dell'altrettanto mitico Freddy Krueger: tempo fa, qui al Saloon, avevo perfino dedicato una sorta di retrospettiva alla creatura di Don Mancini, recensendo tutti i film della saga e divertendomi a rivederli anche più di quanto non fosse accaduto per quelli, per l'appunto, più blasonati e legati al brand di Nightmare.
Alla notizia - ed avendo letto buone recensioni - del ritorno della bambola più folle del Cinema, avevo già immaginato una serata da rutto libero selvaggio e risate sguaiate un pò come era capitato, anche se non parliamo di horror, di recente con Thor: Ragnarok, pregustandomi già tutte le cattiverie che il buon Chucky avrebbe riservato alle sue vittime di turno: peccato, però, che non si sa neppure bene perchè, Mancini abbia deciso, nonostante la vena ironica sia ovviamente presente, di virare in una direzione decisamente più seriosa, quasi un tentativo di rendere il prodotto più oscuro ed "autoriale", risultando a conti fatti un pò troppo pretenzioso - anche se mi pare assurdo associare un termine di questo tipo alla figura di Chucky - e finendo per limitare troppo lo spettacolare protagonista pupazzo, in questo caso reso sulla carta ancora più forte da un nuovo potere che gli permette di trasferire la sua coscienza in più bambole contemporaneamente e perfino all'interno di persone viventi.
Peccato che l'insieme del lavoro, legato ad un fu piccolo Andy sempre più cresciuto e potenzialmente più pericoloso della sua nemesi ed agli internati in un istituto psichiatrico di media sicurezza - compresa Nica, che Chucky affrontò nel capitolo precedente del suo percorso cinematografico - non regga neppure per sbaglio in termini di logica anche spiccia - per quale motivo scegliere una cornice di questo tipo se a fronte di una struttura ipermoderna ed enorme troviamo soltanto cinque o sei persone tra personale e pazienti? -, ritmo e divertimento, restando a galla solo nei - comunque troppo rari - momenti in cui Chucky sproloquia e conducendo ad un finale che dovrebbe portare ad un nuovo capitolo addirittura, ma spero davvero che non sia così, con protagonisti il serial killer divenuto bambola e la sua ex ma neanche poi tanto moglie in versione umana - in questo senso andrebbe spezzata una lancia in favore di Jennifer Tilly, che ricopre il ruolo con grande ironia e sfruttando tutte le sue non proprio spiccate doti recitative -.
Una grossa delusione su tutta la linea, dunque, che giunge proprio quando, al contrario, mi aspettavo la definitiva consacrazione comedy di un characther dalle potenzialità illimitate, che necessiterebbe di un approccio in stile Ash vs Evil Dead e di un rilancio a tutti gli effetti, magari proprio attraverso una serie televisiva: dopotutto, a Chucky piace stare sotto i riflettori, e pensare che il suo posto possa essere in qualche modo "rubato" da un eccesso di presunzione degli autori e dalla figlia dell'attore che da sempre gli ha prestato la voce mi pare davvero uno spreco enorme.
La trama (con parole mie): a seguito di una misteriosa epidemia che tramuta gli esseri umani in veri e propri animali assetati di violenza, eccesso, sangue e sesso, un piccolo gruppo di sopravvissuti fuggiti da una cittadina della provincia americana inizia un vero e proprio viaggio della speranza attraverso la desolazione che è diventata il Paese alla ricerca di un passaggio verso Nord, in Alaska, dove pare che le possibilità di imbattersi nei ribattezzati "scrociati" sia decisamente minore.
Un barista outsider e la sua coraggiosa collega, madre single con attitudini da leader militare ed un figlio da proteggere a tutti i costi, affiancano così sopravvissuti, esuli, disperati e coppie formatesi nella disperazione alla ricerca di un futuro che possa garantire loro la cosa più semplice del mondo: la vita.
Da amante del Fumetto - per quanto negli ultimi dieci anni ne sia stato colpevolmente lontano - non potrò mai e poi mai smettere di ringraziare Garth Ennis, il Tarantino delle nuvole parlanti, se non altro per aver creato uno dei charachters e delle saghe che ho più amato nella mia vita di lettore: Preacher.
Per lo sceneggiatore irlandese, però, le vicende di Jesse Custer hanno di fatto significato anche un peso da portare simile a quello che il già citato Quentin di noi tutti ha dovuto sobbarcarsi dopo aver regalato al mondo Pulp fiction: in ogni sua opera successiva, infatti, il marchio di fabbrica "Ennis" ha reso molti dei lavori di quest'ultimo terribilmente simili l'uno all'altro, e per quanto sempre divertenti, cattivi e tosti, decisamente meno incisivi di quanto non fosse la sua creatura più famosa.
Non è da meno questo Crossed, volumone dal packaging prestigioso prestatomi dal mio fratellino Dembo, che mi sono goduto senza ritegno ma che, al contempo, ho considerato come un'opera fortemente derivativa che sfrutta clamorosamente l'approccio del vecchio Garth e tutti i clichè che il lettore si aspetta quando apre un fumetto scritto dal bad guy irlandese: dunque violenza selvaggia, tanto gore, sangue a fiumi, improperi e via discorrendo, conditi da un setting che pare un ibrido tra 28 giorni dopo, The walking dead e quel Capolavoro videoludico di The last of us.
Se, dunque, il lettore è giovane e lontano dalla grande tradizione del survival zombie da Romero in avanti, potrebbe addirittura trovare irresistibilmente figo un lavoro come questo, ma per i più stagionati l'impressione è che Ennis stia da un ventennio marciando solo ed esclusivamente sul fatto che da lui ci si aspetta sempre e comunque una cosa "alla Ennis": non voglio però sminuire troppo un prodotto godibile ed in grado di stimolare riflessioni profonde almeno in un paio di occasioni - l'eccidio dei bambini abituati ad uccidere "scrociati" ed umani, la rivelazione del compagno di viaggio a proposito della sua natura di omicida, il pensiero legato alla natura degli scrociati, di fatto emanazioni estreme della Natura umana -, che senza dubbio non nega il talento di Ennis come sceneggiatore e dimostra una dose consistente di pancia, un buon ritmo ed una scorrevolezza invidiabile per essere di fatto una miniserie uscita non in volume ai tempi dei suoi esordi e giocando tra presente e passato di narrazione.
Nel mio caso, ho cercato di non considerarlo soltanto una produzione ludica o volutamente eccessiva - come ad esempio pare far sembrare la pessima introduzione dell'edizione deluxe italiana, che cita come esempi, a sproposito, immondizie come A serbian film -, quanto una riflessione - per quanto a suo modo scontata - a proposito di tutto quello che potremmo combinare se privati di convenzioni sociali e regole dettate dalla Legge, o vivessimo in un mondo governato, banalmente, dalla Legge della giungla, per le strade del quale sopravvivono i più forti e i più cattivi, quelli pronti a tutto per liberare ogni peggior istinto e pensiero che sia possibile coltivare.
In questi termini, Crossed offre risvolti decisamente intensi ed umani nel corso dell'epopea che vede i protagonisti perdersi e ritrovarsi lottando sia contro gli infetti che contro la progressiva perdita di se stessi: da questo punto di vista, è lecito, ed appunto umano, chiedersi come ci comporteremmo noi, in un mondo senza regole.
Più facile dare una risposta razionale, che istintiva.
Ma in questi casi, l'istinto fa sempre più male.
MrFord
"I carry the cross, if Virgin Mary had an abortion I'd still be carried in the chariot by stampeding horses had to bring it back to New York I'm happy that the streets is back in New York for you rappers, I carry the cross." Nas - "The cross" -
La trama (con parole mie): Brodie è un adolescente all'ultimo anno di liceo borderline e problematico. Separato dalla madre a causa dei problemi di quest'ultima dai servizi sociali ed affidato agli zii, il ragazzo si rifugia nella musica - in particolare heavy metal - per cercare di vincere le proprie insicurezze e sfogare la rabbia accumulata nel corso degli anni.
Emarginato a scuola e legato soltanto ad un paio di amici molto nerd, insieme all'altrettanto sopra le righe Zakk viene in possesso di un misterioso spartito consegnato loro da un ex cantante metal in fuga da una strana organizzazione di individui: quando, con la band che nel frattempo hanno messo in piedi, i ragazzi tentano di eseguire il brano recuperato, strani fenomeni cominciano a verificarsi in città.
Questo perchè le note rispolverate dai Deathgasm altro non sono che un inno oscuro volto a risvegliare ed evocare un demone potentissimo, contro il quale Brodie, Zakk ed i loro compagni dovranno lottare fino all'ultima goccia di sangue.
Me lo sono dovuto sudare, questo Deathgasm.
Il tam tam della blogosfera aveva portato all'orecchio del sottoscritto il valore dell'ennesimo e sorprendente film che, nel corso di questa stagione, finiva per omaggiare e pescare a piene mani dall'immenso bacino immaginifico che sono stati gli anni ottanta, all'interno dei quali ho nuotato con grande piacere sia da bambino che da adulto, alimentando a dismisura l'hype dei Ford tutti - o quasi -.
Il bacino ancora più immenso della rete, però, ha finito per ingaggiare con il sottoscritto una vera e propria battaglia, sanguinosa e sfiancante, che mi ha visto vincitore quando, finalmente, armato di alcool e spuntino, ho potuto passare una serata avvolto dalle atmosfere folli che la Nuova Zelanda non mi regalava dai tempi del primo, favoloso Peter Jackson - omaggiato da Jason Lei Howden grazie ad una fantastica t-shirt di Bad Taste, un cult assoluto che tutti gli appassionati di horror dovrebbero vedere almeno una volta nella vita -: Deathgasm è, di fatto, un vero e proprio omaggio non solo ad un decennio indimenticabile, ma anche a quella fase della vita in cui, se non si è vincenti predestinati o sfigati senza speranza, ci si ritrova in quel limbo chiamato adolescenza senza sapere bene da che parte girarsi per prendere fiato e cominciare a vivere davvero.
Il risultato è stato puro godimento dal primo all'ultimo minuto, grazie ad un cocktail forse grezzo e sicuramente artigianale ma di pancia, sentito in ogni fotogramma, figlio di un amore incondizionato per il Cinema - a prescindere dal genere - e perfetto per raccontare la rivincita di un certo tipo di nerd che passa gli anni delle superiori a sudarsi ogni conquista e poi si ritrova a godere della rendita una volta cresciuto: e dai riferimenti alle band ed alla logica di avvicinamento del metallaro "classico" - bellissima la sequenza in cui Brodie e Zakk si conoscono nel negozio di dischi - ai sogni larger than life immaginati sulle note dei pezzi preferiti, passando per sangue, possessioni, risate ed un finale che bussa alla porta de La casa senza dimenticare l'ironia de L'armata delle tenebre - e, ovviamente, tutto il primo Peter Jackson, come già sottolineato -, non è passato un singolo fotogramma del lavoro firmato da Jason Lei Howden che non mi abbia fatto pensare a quanto avrebbe fatto letteralmente impazzire il mio amico Emiliano, che ricordo quando, già dalle medie, si materializzava nell'allora casa Ford con le sue t-shirt degli Iron Maiden e l'inizio dell'amore per la Musica che lo accompagnò tutta la vita, partendo proprio dall'heavy.
Tutto questo senza contare i riferimenti alla classica trama da riscatto dell'outsider che da I Goonies a Karate Kid ha posto le fondamenta per quello che sono ora, settima arte oppure no, con tanto di reginetta del ballo che finisce per essere conquistata dal fascino di chi, nella vita, è condannato a lottare per ogni successo, e con tutti i mezzi possibili: probabilmente allo stato attuale delle cose io sarei più uno Zakk che non un Brodie, decisamente più simile a com'ero ai tempi delle superiori - esilaranti, in proposito, anche i riferimenti ai giochi di ruolo dei due amici nerd del protagonista -, ma poco importa.
Deathgasm è un vero e proprio momento di spaventosa esaltazione per tutti gli appassionati di musica ed horror movies, di eighties e di stronzate raccontate tra amici, di tripudi di alto volume, sesso ed emozioni buttate fuori a squarciagola o attraverso un assolo dirompente di chitarra: probabilmente i radical, i puritani, i perbenisti o tutti quelli che ancora pensano che il metal sia l'anima del diavolo non apprezzeranno, ma sinceramente, chi se ne fotte.
Questa è roba forte.
E se poi si dovesse scoprire che è davvero in grado di aprire le porte dell'Inferno, allora vorrà dire che ci attrezzeremo per prendere a calci in culo anche chi viene dalle fiamme eterne.
MrFord
"Well I'm an axegrinder piledriver mother says that I never never mind her got no brains I'm insane teacher says that I'm one big pain I'm like a laser 6-streamin' razor I got a mouth like an alligator I want it louder more power I'm gonna rock ya till it strikes the hour bang your head! metal health'll drive you mad bang your head! metal health'll drive you mad."
La trama (con parole mie): Justine è un'universitaria figlia di un funzionario delle Nazioni Unite in cerca di una propria strada e di ideali, quando nel campus viene a contatto con un gruppo di attivisti sempre pronti a lottare per perseguire una sorta di Giustizia oltre ogni sopruso, a prescindere dalle latitudini geografiche e dalle situazioni.
Quando, spinta da Alejandro, il leader del gruppo stesso, si aggrega ad una spedizione diretta nella parte di Amazzonia in territorio cileno in modo da fermare l'avanzare delle ruspe di una multinazionale decisa ad intervenire nei territori occupati da una tribù antichissima che raramente è venuta a contatto con la società per come la intendiamo, la ragazza pare aver trovato finalmente la sua dimensione: peccato che, dopo aver capito di essere stata sfruttata soltanto per gli agganci di suo padre nel corso dell'operazione, il piccolo aereo sul quale vola con i suoi ormai poco graditi compagni precipiti nel cuore della giungla, proprio nei pressi del villaggio dei nativi che i ragazzi si prefissavano di salvare.
Il loro rapporto con gli indigeni, però, si complicherà non poco: le uniformi che gli attivisti indossano, infatti, portano il logo della multinazionale, e la popolazione locale è dedita al cannibalismo.
Meglio tagliare subito la testa al toro.
O, per dirla meglio, all'attivista finto rivoluzionario che avrei preso a pugni in faccia fin dalle prime sequenze.
The Green Inferno mi è piaciuto parecchio. Mi ha intrattenuto e divertito. E senza dubbio l'ho trovato il migliore tra i film di Eli Roth che mi sia capitato di vedere.
Mi è piaciuto talmente tanto da farmi riflettere fino all'ultimo se non osare anche di più con il voto, quasi lanciando una sfida a tutte le critiche piovute su un film senza dubbio derivativo, imperfetto ed "ignorante" - nel senso di Cinema di genere al massimo livello -, eppure divertito, divertente, cattivo ed assolutamente godibile, lontano dagli eccessi di Cannibal Holocaust e ad un tempo perfettamente in grado di mostrare al pubblico - principalmente appassionato, immagino - come è possibile sfruttare l'eccesso senza per questo risultare distorti o in qualche modo psicopatici - quello che accade, al contrario, visionando titoli quali il già citato lavoro di Deodato, A serbian film o il secondo capitolo di The Human Centipede -.
Eli Roth, che è un vero buontempone nonchè un appassionato che deve essersi mangiato a colazione - sempre per rimanere in tema - tonnellate di horror, splatter e gore regala al suo pubblico una sorprendente chicca - sempre a modo suo, ovviamente - azzeccando tempi, cornice ed ingredienti: The Green Inferno, infatti, scorre molto velocemente anche nella sua prima parte - per chi fosse solo interessato al massacro, ricordate che nel corso dei quaranta minuti iniziali non vedrete scorrere neppure una goccia di sangue -, regala un gruppo di protagonisti che, per la maggior parte, non si vede l'ora di vedere massacrati come si conviene dagli indigeni cannibali - il leader degli attivisti, vero e proprio sacco di merda, è uno dei charachters più odiosi dell'anno -, un'ottima ed inquietante rappresentazione degli indigeni e si inserisce in una serie di locations mozzafiato, che sono riuscite a farmi tornare alla mente anche perle del Cinema "alto" come Fitzcarraldo o Aguirre furore di dio firmati da Herzog.
Certo, senza dubbio parliamo di un film assolutamente di genere, privo di qualsiasi pretesa, telefonato fin dal principio rispetto alla protagonista - una Lorenza Izzo che passerà alla Storia come l'attrice dagli occhi a pesce pronti per ogni occasione - ed a suo modo conciliante nel finale, eppure ho trovato assolutamente interessanti molte delle scelte del regista, supportato anche da ottimi effetti artigianali firmati dal veterano Nicotero: dalle chicche come l'attacco di diarrea di una delle compagne di viaggio di Jennifer nella gabbia in cui sono prigionieri nel villaggio degli indigeni alle rivelazioni di Alejandro a proposito del vero scopo della loro spedizione mascherata da pagliacciata finto idealista non mancano i momenti interessanti, così come la scelta conclusiva di lasciare che la tribù cannibale rimanga una sorta di mito non confermato, quasi fosse un tributo da pagare da parte di chiunque intenda non solo profanare un territorio incontaminato, ma anche abusare della propria condizione di "colonizzatore".
Senza, dunque, lasciare lo spettatore con il dubbio che si tratti di un deviato dalle fantasie malate, Eli Roth confeziona un solido gore vintage eppure attuale - la prima parte, di preparazione, ricorda molto gli horror a sfondo teen -, ironico e piacevole perfino nei momenti più citazionisti - l'incubo finale in pieno stile Misery - o rispetto all'idea di un decisamente poco probabile sequel: a dispetto, dunque, di qualsiasi radical o detrattore dallo stomaco troppo debole, devo dire che, per una volta, mi sono sentito in sintonia con il lato "Cannibale" del Cinema.
MrFord
"Let them taste the wrath as the agony consumes them swallowed by the darkest light a blackened state of dismay survival is the only thing left for them this grievous revelation is a new beginning led to the solution against their will."
Origine: USA, Germania, Slovacchia, Islanda, Repubblica Ceca Anno: 2005
Durata: 94'
La trama (con parole mie): tre giovani studenti in viaggio attraverso l'Europa alla ricerca di divertimento e compagnia femminile incontrano ad Amsterdam un ragazzo sloveno che consiglia loro una località ed un ostello dove pare essere praticamente certo rimorchiare. Spinti dalla curiosità i tre compagni di viaggio - uno islandese e due americani - cambiano rotta per visitare il piccolo paese, ed effettivamente la prima impressione è quella garantita: ostello frequentatissimo ed affascinante, località caratteristica, ragazze da subito molto, molto disponibili.
Quando, però, passata la prima notte uno dei tre scompare lasciando comunicazione di aver lasciato l'ostello per tornare a casa, i suoi due amici si insospettiscono: per loro avrà così inizio una vera e propria discesa agli inferi ed una lotta serrata per la sopravvivenza.
Ai tempi dell'uscita di Hostel, titolo di genere che lanciò, di fatto, Eli Roth tra i nomi noti dell'horror e non solo, complici il periodo di radical visioni più intenso della mia vita di spettatore e la momentanea crisi rispetto al produttore e patrocinatore dell'opera Tarantino - ero fresco della delusione di Death proof - finii per snobbare clamorosamente il titolo nonostante il clamore suscitato dalla presunta e poco sopportabile violenza mostrata nelle parti più gore della pellicola.
A distanza di dieci anni, in attesa del recupero del più recente Green Inferno, ho approfittato per colmare la lacuna forte della mia ritrovata tamarraggine ed un'elasticità mentale che, ai tempi, non avevo, soprattutto in termini "artistici": il risultato, almeno rispetto alle aspettative della vigilia - che prevedevano il confronto con una merda assoluta -, è stato sorprendentemente positivo.
Certo, non sono qui a difendere Hostel come fosse una rivelazione o un titolo irrinunciabile, dato che si tratta di una trashatona sguaiata e senza ritegno, che sfrutta, fondamentalmente, lo spirito sopra le righe del suo regista e sceneggiatore, pulp almeno quanto quello del già citato Tarantino - anche se privo di tutto il talento di quest'ultimo -, per confezionare un prodottaccio in pieno stile b-movies anni settanta recitato da cani e realizzato con mezzi produttivi limitati, eppure devo ammettere di essermi tutto sommato divertito nel seguire le peripezie dei tre spesso detestabili protagonisti, finiti nel vortice di violenza di una località che pare inghiottire giovani turisti provenienti da tutto il mondo, pronti ad affrontare un'evoluzione che si sviluppa inizialmente quasi come un thriller per poi sconfinare nello slasher ed effettuare un ultimo passo per mutare in un gran casino gore con tanto di risvolti sociali legati, di fatto, alle possibilità dei ricchi - per l'occasione anche decisamente deviati - e dei poveri.
Trama, stile e fotografia non sono assolutamente all'altezza di una proposta da grande distribuzione - anche di genere -, il tutto è molto derivativo - in alcuni passaggi mi è quasi parso di avere davanti agli occhi il primo, indimenticabile, splendido Non aprite quella porta - ed il livello medio di recitazione davvero scarso, eppure l'idea che si tratti, di fatto, di un giocattolone confezionato da un regista che è ancora un ragazzo che si vuole divertire il più possibile con quello che gli piace e lo appassiona basta a convincere, se non altro, quella fetta di audience appassionata di massacri, sangue e situazioni al limite che solo l'horror - o un certo tipo dello stesso - può garantire.
Senza dubbio non basterà al pubblico non avvezzo, occasionale o dal palato troppo fine, che a ragione bollerà il risultato come l'ennesima porcata iperviolenta e volgare partorita dal Cinema d'orrore, eppure, complici anche le aspettative sottozero, trovo che Roth abbia dato un'impronta decisamente personale al suo lavoro, definendo l'amore per la settima arte e la sua necessità di raccontare la stessa attraverso la violenza senza controllo - o quasi - che lo splatter garantisce: in un certo senso, e con una qualità incredibilmente inferiore, potrebbe valere per Hostel lo stesso discorso fatto rispetto a Roth e Tarantino, pensando di paragonarlo ad un'altra indimenticabile opera d'esordio di un regista giovane destinato, ai tempi, a cambiare la Storia di queste produzioni: La casa.
Paragoni assurdi ed azzardati, di certo, ma che se presi per quello che sono, come questo film, potrebbero quasi sorprendere.
MrFord
"So I, I won't be the one be the one to leave this in pieces and you you will be alone alone with all your secrets and regrets."
La trama (con parole mie): il professor Monroe, antropologo tra i più noti nella comunità universitaria newyorkese, viene contattato da un'emittente televisiva affinchè si avventuri nel profondo delle aree inesplorate della foresta amazzonica alla ricerca di un gruppo di noti documentaristi d'assalto dispersi tempo prima. La missione della troupe svanita nel nulla era di riprendere da vicino le popolazioni indigene del cuore della foresta, società tribali lontane dal mondo e mai venute a contatto con l'uomo bianco.
Monroe, grazie alle guide locali e ad una buona dose di fortuna gestita con raziocinio, scopre che il gruppo guidato da Jack Anders è stato ucciso e cannibalizzato dagli indigeni, e a seguito di un'intuizione finisce per recuperare anche il loro girato.
Tornato nella Grande Mela, scoprirà che Anders e i suoi nascondevano segreti più terribili di quanto si potesse immaginare, legati all'approccio ai loro "soggetti", decisamente oltre ogni misura concepibile ed etica.
La Storia della settima arte ha regalato, nel corso dei decenni, titoli che, a prescindere dal loro valore, hanno finito per raccogliere più fan di quanto non abbiano fatto i veri Capolavori - che, per un motivo o per un altro, spesso finiscono per essere quasi dimenticati -: da I guerrieri della notte a Le iene, passando per Bullit o Il corvo, il nostro cammino di spettatori ha finito per incrociare film che sono stati capaci di cambiare mode, spettatori, epoche.
Uno di questi, preceduto da una fama "estrema", è senza dubbio Cannibal Holocaust, oggetto di culto per gli appassionati del gore e dell'horror nonchè vero e proprio fumo negli occhi per il grande pubblico e parte della critica, giunto al suo trentacinquesimo anno con una fama cresciuta stagione dopo stagione, versione uncut dopo versione uncut.
Personalmente, ricordavo solo frammenti parziali di una visione in videocassetta forse neppure portata a termine quando ero piccolo, ed ho approfittato dell'uscita in sala del suo "erede" The Green Inferno per rispolverarlo qui al Saloon: il risultato della visione, sicuramente disturbante in più di un momento, è stato quasi duplice.
Da un lato, è assolutamente giusto riconoscere al lavoro di Deodato lo status non solo di cult, ma di precursore dei tempi rispetto ai mockumentary ed alla volontà di sfidare e testare i limiti dell'audience osando perfino troppo: proprio in merito a questo, dall'altro è indubbio che una visione di questo tipo risulti disturbante o malsana, non tanto per la storia raccontata o per la critica mossa dall'antropologo protagonista ai suoi colleghi scomparsi dei quali recupera le riprese - "Chi sono i veri cannibali?", è il monito del professore in chiusura -, o per la violenza - di scena - operata rispetto agli esseri umani, quanto per quella - che pare sia vera dall'inizio alla fine - perpetrata ai danni degli animali.
Onestamente, siamo bel lontani dalla rabbia che provai ai tempi della visione di A serbian film, l'immondizia più indecente della Storia del Cinema, ma sequenze come quella dello squartamento della tartaruga o della fucilata al piccolo maiale - sparata, tra l'altro, da Luca Barbareschi, che ha sempre negato il suo coinvolgimento diretto negli episodi più estremi che si dice fossero legati alle riprese - rendono difficile non dare un giudizio etico o morale sui responsabili delle stesse: probabilmente, se fosse stato girato oggi, tutto sarebbe stato affidato agli effetti speciali, o addirittura omesso per evitare problemi di distribuzione o censura - come ne ha incontrati Eli Roth, del resto, veri o presunti che fossero -, e senza dubbio sono esistiti esploratori, giornalisti, soldati o più semplicemente uomini che, lontani dalla civiltà e dalla Legge, hanno compiuto efferatezze scellerate forti soltanto della loro temporanea "intoccabilità" - e non sto parlando dei cosiddetti "selvaggi" -, ma questo non deve necessariamente giustificare qualcosa che dovrebbe essere mostrato, super partes, soltanto dai veri documentari.
Sono comunque contento, da spettatore e presunto critico, di essermi confrontato anche con un lavoro come questo: in fondo, piaccia o no, il Cinema ha portato anche a racconti e storie come questa, a volte - come nel caso dell'opera forse più nota di Deodato - giunte a conquistare una fama che Capolavori molto più meritevoli potranno sempre e solo sognarsi.
E come nella vita di tutti i giorni, non possiamo pensare di poter prendere sempre e solo il meglio.
MrFord
"I eat boys up, breakfast and lunch then when I'm thirsty, I drink their blood carnivore animal, I am a cannibal I eat boys up, you better run I am Cannibal (cannibal, cannibal, I am) I am cannibal (Cannibal) (I'll eat you up) (I am) I am cannibal (cannibal, cannibal, I am) I am cannibal (cannibal) (I'll eat you up)."
La trama (con parole mie): ispirato dal film The Human Centipede, il disadattato Martin, vessato dalla madre, segnato dalle violenze perpetrategli dal padre, sconvolto dalla solitudine e dalla voglia di imporsi sugli altri, progetta di ampliare il progetto del folle dottore della pellicola che più ama legando una all'altra ben dodici persone, totalmente inconsapevole del fatto che l'impresa gli richiederebbe conoscenze anatomiche e scientifiche senza dubbio maggiori di quelle che possono garantirgli i suoi metodi violenti ed improvvisati.
La spirale, dunque, di violenza, morte e gore che alimenterà l'esperimento una volta rapiti i dodici malcapitati scelti per l'esperimento, sarà sempre più travolgente e profonda.
Io ci ho provato, davvero.
A pensare, come fino ad un certo punto ha sostenuto - correttamente - Julez, che questo film è stato assolutamente coerente con se stesso e con l'idea di provocare disagio e ribrezzo nel pubblico.
Ad immaginare, o a sforzarmi di farlo, che Tom Six avesse uno scopo, nel mostrare quello che viene mostrato in questo Human Centipede 2.
A riconoscere la bravura incredibile di Laurence R. Harvey, forse il più disturbante psicopatico del grande schermo da almeno un decennio.
A giustificare l'escamotage conclusivo, che in qualche modo rende tutto quello che è stato mostrato nella quasi ora e mezza precedente da un altro punto di vista.
Ma proprio non ce l'ho fatta.
E ad ogni fotogramma in più, l'impressione che ho avuto assistendo a questo spettacolo a metà tra il ridicolo e l'indegno - seppur fotografato benissimo, e, per l'appunto, disturbante come un titolo di questo tipo dovrebbe essere - è stata la stessa che suscitò quell'abominio di A serbian film, una vergogna che non solo non dovrebbe essere distribuita, ma costare quantomeno una pena detentiva a regista ed autori.
In rete mi era capitato di leggere recensioni entusiaste di questa schifezza, che spesso e volentieri giustificavano l'eccesso di splatter e violenza - che, in alcune sequenze, come il raptus fecale del "centipede" condito da concerto di pernacchie in stile Bombolo, quasi mostra il fascino dello scarafaggio rivoltato dal quale non si riesce a staccare lo sguardo - proprio grazie alla già citata trovata conclusiva, ma anche in questo caso non sono riuscito a superare la barriera della decenza, del dubbio, del sospetto.
Perchè, anche quando sono - o dovrebbero - essere al servizio della fiction, idee e visioni di una certa portata sono comunque partorite da una mente fredda, lucida, in grado di sedersi di fronte ad un computer ed immaginare persone legate bocca/culo con la sparapunti con tutte le conseguenze del caso, neonati uccisi senza ragione, uno sfogo malato ed inquietante della violenza: in questo senso: Tom Six è stato formidabile a portare sullo schermo tutto quello che potrebbe trovarsi all'interno di un'anima disturbata come quella del suo protagonista, eppure il dubbio resta.
Così come fu per il già citato A serbian film, infatti, con tutti i miei lati oscuri e le mie stranezze, non riuscirei ad immaginare niente di tutto quello che è mostrato gratuitamente qui neanche se volessi sconvolgere il più possibile il mio pubblico: dunque, la domanda resta.
Quanto di quello portato su pellicola è uno sfogo di desideri reconditi che la Legge e la Società punirebbero, e quanto frutto della volontà di sconvolgere a tutti i costi la platea?
Tom Six nutre davvero tutte queste fantasie, o tutto è una trovata per giocare con lo shock ed il metacinema - sfruttato, tra l'altro, incredibilmente bene -?
Personalmente, sono stato in bilico fino alla fuga della donna incinta ed alla morte del neonato, assolutamente inutile rispetto all'economia della pellicola, ed assolutamente contro la Natura di quasi tutte le Madri: può essere che sia perchè sono genitore, ma se un autore è in grado di immaginare una fine del genere per un bambino appena nato, per quanto mi riguarda merita solo tanti, ma tanti pugni in faccia.
E ci vado anche leggero.
Rispetto a The Human Centipede 2, invece, sono piuttosto certo: il risultato finale è una merda come quella che piace tanto al suo regista, che purtroppo chi sceglie di imbarcarsi in questa visione è costretto ad ingoiare come le malcapitate vittime del suo folle protagonista.
MrFord
"And the neck her head's on is a tunnel of dawn but darkness will come but darkness will come for sure, it's gonna come."
La trama (con parole mie): Sabrina, Jamie, Cody e Teresa sono solo
quattro delle oltre cinquanta donne catturate e segregate da una coppia
che, in una tenuta all'interno della quale è ospitata una platea di più
che benestanti ospiti, obbliga le prigioniere a battersi in un'arena a
mani nude fino alla morte minacciandole di uccidere, nel caso di rifiuto
di scendere in campo, le persone a loro più care.
Sabrina, legata alla
figlia che ha dato in adozione tredici anni prima ed alle compagne di
sventura Cody e Teresa, dovrà lottare con tutte le forze senza
seppellire la speranza, più che di una vittoria nella competizione, di
una fuga disperata.
Con ogni probabilità - e so già che si scateneranno le illazioni del
Cannibale - se non fossero esistiti i film di botte non mi sarei mai
davvero appassionato alla settima arte: ricordo ancora discretamente bene il
passaggio tra i cartoni animati Disney e le sarabande di legnate targate
Bud Spencer e Terence Hill, che furono la vera e propria anticamera per
gli anni d'oro di Stallone, Schwarzy, Van Damme e soci, a loro volta
veicolo per la scoperta del Cinema anche nella sua versione più
adulta ed autoriale.
Certo, con l'autorialità questo tipo di
proposte assolutamente ludiche c'entra poco o nulla, eppure ancora oggi
la goduria maggiore giunge proprio da generi sottovalutati come questo,
che permettono di staccare la spina del cervello ed alleggerirsi
rispetto alla quotidianità: Raze, in particolare, esplora un territorio
quasi esclusivamente maschile da un punto di vista in rosa forse per la
prima volta - onestamente, non ricordo un'altra pellicola stile eighties
con tanto di torneo con combattenti donne -, portando alla ribalta
volti forse ai più poco noti - come Zoe Bell, controfigura di Uma
Thurman in Kill Bill ed una delle protette di Tarantino -, altri che i
fan del piccolo schermo riconosceranno come Tracie Thoms e Rachel
Nichols ed altri ancora decisamente famosi come quello di Rosario
Dawson, che si ritaglia una piccolissima parte probabilmente in ricordo
dei tempi di Death Proof -.
Il prodotto finale, giunto in casa
Ford grazie al mio fratellino Dembo, sempre prodigo di proposte tamarre
perfette per il sottoscritto, non è male e non cerca facili soluzioni -
si veda il finale -, deve molto allo stesso Tarantino, a prodotti come
The woman ed al fascino che, negli ultimi anni, ha esercitato sugli
sportivi il circuito delle MMA - che, personalmente, io non amo, troppo
simili ad una rissa senza regole ed assolutamente poco disciplinate
rispetto alle arti marziali ed alla boxe -, eppure avrebbe potuto puntare
ad uno status perfino più alto se non ci si fosse concentrati troppo su
un certo compiacimento nella violenza dei combattimenti - era davvero
necessario concludere gli scontri con la morte di una delle due
contendenti? - ed alcuni passaggi più vicini al gore che non al
grottesco che probabilmente erano parte degli intenti dell'autore.
Fatto
lo stomaco rispetto ai passaggi più inutilmente violenti, resta un
impianto in pieno stile Senza esclusione di colpi supportato da una
riflessione di fondo sul ruolo della donna e la sua lotta per emergere
in un mondo dominato non solo dall'uomo, ma da donne che hanno accettato
un ruolo subordinato e di facciata rispetto allo stesso - senza dubbio i
fan di vecchia data del piccolo schermo riconosceranno la Audrey di
Twin Peaks -: un prodotto, dunque, d'intrattenimento ma non solo, che
pecca soltanto nella rappresentazione quasi morbosa degli scontri ma non
in uno spirito che non dispiacerebbe al bad guy e già stracitato
Quentin.
Josh C. Waller, regista al suo esordio sul
lungometraggio, potrebbe comunque rimanere sulla buona strada
dell'action dura e pura, smussare almeno in parte gli angoli e sperare
di ritagliarsi uno spazio anche marginale nell'ambito grindhouse.
In fondo, titoli come questo ci sguazzano.
O meglio, si guadagnano il loro spazio un colpo dopo l'altro.
MrFord
"I'm a fist of rage
one foot in the grave
I'm a fist of rage
far from saved
I'm a fist of rage
in a broken state."
La trama (con parole mie): Martin, reduce dal peggior weekend della sua vita, nel corso del quale ha visto i suoi amici morire uno dopo l'altro per mano di un manipolo di zombies nazisti capitanati dal perfido Herzog, è stato costretto ad amputarsi un braccio con una sega elettrica ed ha erroneamente ucciso la sua fidanzata con un colpo d'ascia, si ritrova in fuga a bordo di una macchina nel tentativo di lasciarsi alle spalle proprio la malefica orda.
Quando, a seguito di un incidente, si ritrova in ospedale il giorno successivo, e scopre con orrore di aver subito il trapianto del braccio dello stesso Herzog in sostituzione del suo, capisce che i guai sono appena cominciati: l'ex battaglione delle SS, infatti, è intenzionato a portare a termine la missione che interruppe nel corso della Seconda Guerra Mondiale marciando sulla più vicina cittadina per compiere un massacro, e toccherà proprio al giovane, considerato il responsabile dell'eccidio dei suoi compagni di viaggio, non solo fermare la folle corsa di Herzog e soci, ma anche trovare alleati validi per poterlo fare.
E chi meglio di un manipolo di zombies sovietici e di una squadra di nerd specializzati in materia giunta dagli States?
Dovrò ricordarmi, alla prossima bevuta - perchè ormai i nostri incontri sono intervallati anche da bellissime parentesi da padri al parco -, di offrirne uno in più al mio fratellino Dembo, responsabile della scoperta che sono stati Dead Snow e questo Dead Snow 2 qui al Saloon.
Considerati questi ultimi anni poveri di soddisfazioni particolarmente goduriose per uno storico amante dell'horror in tutte le sue forme come il sottoscritto, i due lavori di Tommy Wirkola sono stati una vera e propria manna dal cielo in grado di rinverdire i fasti del primo Peter Jackson e dei due clamorosi cult firmati Raimi, La casa e La casa 2, che lanciarono quest'ultimo nell'Olimpo non solo del genere per gli appassionati della settima arte.
Il merito di Wirkola, infatti, è assolutamente associabile a quello che fu di Raimi stesso, passato dalle atmosfere slasher del primo capitolo del suo franchise più noto a quelle quasi scanzonate - pur ammettendo litri e litri di sangue - del secondo, senza dimenticare la lezione di pietre miliari dello splatter come Bad Taste: sequenze come quella che vedono protagonisti Martin ed il ragazzino pronto a rivelare al main charachter dell'esistenza di una Zombie Squad negli USA sono senza dubbio alcuno da antologia del genere, in grado di strappare risate che vanno ben oltre lo humour nero e rivelano una grande intelligenza critica, senza contare la componente prettamente action di un prodotto realizzato con lo stesso piglio artigianale del suo predecessore ma impreziosito da effetti sicuramente meglio riusciti - e finanziati -, che uniti all'evoluzione della storia, dei suoi protagonisti e del piacevole - per una volta - citazionismo sfrenato rendono Dead Snow 2 un piccolo cult all'altezza dell'originale, ed alimentano nei fan di questo neonato franchise il desiderio di veder tornare Herzog ed i suoi uomini per un terzo e conclusivo capitolo, per quanto possa suonare sacrilego, in questo senso, agganciarsi allo splendido finale orchestrato sulle note di Total eclipse of the heart con tanto di richiamo al Titanic di James Cameron, geniale chiusura assolutamente romantica per uno dei titoli più politicamente scorretti, sguaiati e divertenti che non solo il Cinema d'orrore ha prodotto nel corso delle ultime stagioni.
Senza dubbio, e nonostante i meriti e l'inequivocabile valore, Dead Snow 2 resta comunque un prodotto per cultori, una scheggia impazzita di nicchia per nulla radical - anzi, oserei dire perfino il contrario - perfetto esempio della grande intelligenza ed ironia che porta i paesi nordici ad essere anni luce avanti rispetto alla Terra dei cachi e non solo: in questo senso risultano spassosi sia i due schieramenti di zombies sia i nerdissimi ed all'apparenza usciti da un episodio di troppo di The Big Bang Theory membri della Zombie Squad, utili per mostrare anche il punto di vista americano rispetto alla realtà europea - ed il riferimento alle armi è soltanto la punta dell'iceberg -.
Nel corso di questo duemilaquindici, alle spalle una "carriera" ormai quasi trentennale di cinefilo, mi sono reso conto di quanto importante stia diventando per il sottoscritto il fatto che un film possa essere raccontato, vissuto e proposto "di pancia" pur non rinunciando ad un certo stile, ad un'idea, alla tecnica - grossolana o raffinata che sia -: nel momento in cui la passione conquista prima la pellicola e dunque lo schermo quando mi ci ritrovo di fronte, la geografia del suo valore muta, ed accresce non solo una valutazione in termini di voto, ma anche la percezione di quello che la pellicola in questione è in grado di fare.
Questo è il Cinema che cerco: quello senza mediazioni o mezze misure, che si concede senza troppi giri di parole, godendosi l'attimo evitando di tirarsela come una figa di legno alla quale piace farla annusare senza mai aprire le gambe.
Wirkola, che nel suo grande assalto alla distribuzione su larga scala ha fallito miseramente - il terribile Hansel&Gretel già citato ieri - con i due Dead Snow è riuscito nella non facile impresa di rinverdire i fasti di un Cinema profondamente gore che pareva morto e sepolto, neanche fosse uno degli zombies che tornano alla vita grazie al tocco di Martin.
MrFord
"(Turn around)
every now and then I get a little bit terrified
and then I see the look in your eyes
(turn Around, bright eyes)
every now and then I fall apart
(turn Around, bright eyes)
every now and then
I fall apart."
La trama (con parole mie): siamo nel cuore delle paludi della Louisiana, e Marybeth, sfuggita al massacro operato dal mostruoso Victor Crowley, convinta di aver messo la parola fine all'esistenza del terrificante essere, giunge al posto di polizia più vicino in stato confusionale finendo per essere arrestata come sospettata principale della carneficina cui è sopravvissuta.
Quando, però, le forze dell'ordine ed i paramedici mandati sul luogo dei delitti cominciano ad essere letteralmente massacrati uno dopo l'altro, il dubbio che la ragazza possa aver ragione a proposito dell'esistenza del leggendario Crowley si fa strada nel cuore dell'ex moglie dello sceriffo, pronta a convincere uno dei vice ad accompagnare lei e Marybeth in una missione disperata: recuperare le ceneri del padre di Victor ed usarle per chiudere finalmente i conti con l'inquietante presenza.
Fin dai tempi della mia infanzia, le calde nottate estive sono state sinonimo di horror in qualsiasi accezione dello stesso: in particolare, ricordo che uno dei filoni che ai tempi andava per la maggiore non solo quando a schiaffarci un bel film da seconda serata eravamo io e mio fratello, ma anche quando in gruppo si approcciava una pellicola sulla quale si costruivano poi scherzi o atmosfera in modo da riuscire a spaventare qualcuno per non provare paura noi stessi, era senza dubbio lo slasher.
Nato sotto il segno di Non aprite quella porta e sviluppatosi grazie a franchise - anche se allora non esistevano termini di questo genere - come Venerdì 13 o Halloween, il classico film d'orrore con il mostro terrificante pronto ad uccidere i malcapitati protagonisti uno dopo l'altro in modi spesso e volentieri piuttosto trucidi fino ad essere a sua volta sistemato di solito da un'eroina è da sempre un cult, qui al Saloon, e qualche tempo fa, spinto da un passaparola, decisi di affrontare la doppietta Hatchet/Hatchet 2, spinti entrambi dal popolo della rete spesso con pareri molto positivi.
E finì che trovai il primo molto deludente, mentre il secondo riuscì a colpirmi in positivo per l'ironia con la quale il creatore della serie Adam Green riuscì a riproporre il suo mostro: a distanza di tre anni tre ecco che Green torna a giocare con Victor Crowley, questa volta nelle vesti di produttore esecutivo, affidando la regia al giovane BJ McDonnell, operatore di steady veterano di prodotti ben più importanti e ben realizzati di questo - come Jack Reacher o Star Trek Into darkness -, e lo fa pescando - giustamente - dal secondo e più riuscito capitolo, premendo il pedale dell'acceleratore sul trash voluto, lo splatter selvaggio di serie b - e forse qualcosa in più - ed un'ironia di fondo che fa sempre piacere in opere come questa, che quando finiscono per prendersi sul serio risultano davvero indigeste.
Dunque, se l'impianto del primo e del secondo capitolo partivano dallo standard eighties del gruppo di ragazzi maciullati dal mostro cattivo, in questo caso abbiamo addirittura intere squadre di polizia, SWAT e paramedici mandate letteralmente al macello contro uno scatenato Victor Crowley, sempre più brutto e sempre più somigliante al wrestler dei tempi Hillbilly Jim, che ricordo aver avuto anche come pupazzetto da bambino: funzionale, per dare respiro ai continui massacri - divertentissimi, tra l'altro, i siparietti con il giovane vice ossessionato dalle armi e membro della NRA e con il capo della SWAT -, l'utilizzo parallelo dell'indagine dell'ex moglie dello sceriffo accompagnata dal riluttante vice Winslow e dalla protagonista dei primi due capitoli, Marybeth, che porta il disunito terzetto anche ad un confronto spassoso con Sid Haigh, l'indimenticato Captain Spaulding de La casa dei mille corpi e La casa del diavolo.
Le curiosità, a questo punto, la fanno da padrone: dalla giovane agente Dougherty che nel secondo capitolo interpretò Victor Crowley da bambino allo sceriffo Fowler, nientemeno che il fu Billy protagonista di Gremlins e padrone del mitico Gizmo, ed intrattengono lo spettatore tra una colonna vertebrale strappata dallo stomaco ed un inutile tentativo di fermare la forza dirompente di Crowley.
Onestamente siamo di fronte a Cinema davvero di bassa lega, eppure portato sullo schermo con una camionata di panesalamismo, tanta passione ed uno spirito che, seppur con risultati decisamente più alti, in tempi ormai troppo lontani guidò gente come Sam Raimi e Peter Jackson agli inizi delle loro carriere.
Personalmente preferisco una visione estiva di questo tipo che qualsiasi tronfio tentativo da presunti artistoni dall'approccio radical chic.
MrFord
"They show you no mercy
they just show you a line
call it a chaos, a curse, or a crime
call it what you will but I call it genocide."