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mercoledì 30 maggio 2018

Deadpool 2 (David Leitch, USA, 2018, 119')










In un certo senso, Deadpool - forse il mio personaggio Marvel favorito dell'età adulta - sta al me stesso attuale quanto Spider Man - forse il mio personaggio Marvel favorito dell'infanzia e prima adolescenza - sta al me stesso dei tempi delle medie e delle superiori: fuori dagli schemi, sboccato, sempre pronto a fare casino o rompere qualche regola, a vivere alla giornata o fare la parte del cattivo pur manifestando un aperto desiderio di calore, passione, famiglia e tutte queste cose sdolcinate da film per famiglie.
Nonostante l'annuncio della presenza di Cable - assolutamente fantastica la battuta a proposito di Thanos pronunciata da 'Pool - e l'impatto della Domino di Zazie Beetz, alla vigilia della visione avevo l'enorme timore che il secondo capitolo delle avventure del mutante chiacchierone potessero risentire del desiderio della produzione di andare sul sicuro, o di edulcorare in qualche modo una proposta che - e gli incassi confermano - è ormai nota in tutto il mondo.
Fortunatamente, non è stato così.
Certo, manca l'effetto sorpresa del primo capitolo e la sensazione che tutto nasca come pretesto per il già annunciato ed attesissimo da questo vecchio cowboy X-Force diretto da Drew Goddard pare più che un sospetto, eppure Deadpool 2 funziona dall'inizio alla fine, diverte da matti, rompe la quarta parete, suona scorretto e gode e si diverte come il suo protagonista, uno di quei charachters che non solo definisce la fortuna di chi l'ha creato, ma che rende la dimensione dell'idea geniale dello stesso.
Tutto questo senza contare la consueta scorrettezza, una colonna sonora ancora una volta da urlo, la proposta fantastica di una X-Force dal destino fantozziano, e due personaggi assolutamente bistrattati nella saga cinematografica dedicata agli X-Men come Colosso e Fenomeno finalmente resi degnamente, nonchè rispettosi di quelle che sono le loro controparti sulla pagina disegnata.
In un certo senso, si potrebbe pensare a Deadpool come al South Park dei film di supereroi, al punto di rottura di un genere ormai tanto amato quanto odiato, ad un circo che conosce il suo jolly, il matto, l'appeso, colui che viene per rompere tutti gli schemi, farsi beffe dei sentimenti, estremizzare tutto il possibile per mostrare quanto le cose semplici che di norma paiono scontate e sentimentali siano importanti: oppure al fatto che Wade Wilson è perfetto così com'è, con le sue intemperanze, le cicatrici, le battute ed il desiderio, gli eccessi di protagonismo e quelli di autocompatimento.
E' perfetto perchè non c'è niente di perfetto, in Deadpool, che ad un costume fighissimo affianca un aspetto orribile, che ad un attore che ho sempre considerato un cane maledetto regala l'intepretazione ed il charachter della carriera - altra scena cult l'autografo come Ryan Reynolds -, che a quello che parrebbe la versione sboccata e senza controllo della pellicola di supereroi butta in faccia come vomito tossico il bello dell'essere tamarri e non vergognarsene.
E come se non bastasse, l'equilibrio che si crea tra Deadpool e Cable, neanche fossero Terence Hill e Bud Spencer, è assolutamente perfetto, in linea con i loro interpreti ed i personaggi, frecciate metacinematografiche e momenti assolutamente cinematografici da multisala e slow motion.
Del resto, uno come lui riesce ad unire, più che dividere: ispira gli sfigati che vorrebbero la sua scioltezza, gli stronzi che si ritrovano nel suo atteggiamento, i duri che sognano di essere più malleabili, il Potere che più di ogni altra cosa desidera mettere a tacere chiunque parli troppo.
In poche parole, X-Force.
Il gruppo mutante - e di supereroi - definitivo.
Quello giusto per tutti quelli che frequentano i margini e i confini.
Da una parte e dall'altra.
E con la voglia di superarli.




MrFord




martedì 5 dicembre 2017

Il culto di Chucky (Don Mancini, USA, 2017, 91')





Ho sempre amato alla follia il personaggio di Chucky, uno degli alfieri dell'horror trash anni ottanta nonchè charachter perfetto nel mescolare crudeltà, terrore, ironia, risate grasse, linguaggio colorito e violenza incontenibile, rivale assoluto in questo dell'altrettanto mitico Freddy Krueger: tempo fa, qui al Saloon, avevo perfino dedicato una sorta di retrospettiva alla creatura di Don Mancini, recensendo tutti i film della saga e divertendomi a rivederli anche più di quanto non fosse accaduto per quelli, per l'appunto, più blasonati e legati al brand di Nightmare.
Alla notizia - ed avendo letto buone recensioni - del ritorno della bambola più folle del Cinema, avevo già immaginato una serata da rutto libero selvaggio e risate sguaiate un pò come era capitato, anche se non parliamo di horror, di recente con Thor: Ragnarok, pregustandomi già tutte le cattiverie che il buon Chucky avrebbe riservato alle sue vittime di turno: peccato, però, che non si sa neppure bene perchè, Mancini abbia deciso, nonostante la vena ironica sia ovviamente presente, di virare in una direzione decisamente più seriosa, quasi un tentativo di rendere il prodotto più oscuro ed "autoriale", risultando a conti fatti un pò troppo pretenzioso - anche se mi pare assurdo associare un termine di questo tipo alla figura di Chucky - e finendo per limitare troppo lo spettacolare protagonista pupazzo, in questo caso reso sulla carta ancora più forte da un nuovo potere che gli permette di trasferire la sua coscienza in più bambole contemporaneamente e perfino all'interno di persone viventi.
Peccato che l'insieme del lavoro, legato ad un fu piccolo Andy sempre più cresciuto e potenzialmente più pericoloso della sua nemesi ed agli internati in un istituto psichiatrico di media sicurezza - compresa Nica, che Chucky affrontò nel capitolo precedente del suo percorso cinematografico - non regga neppure per sbaglio in termini di logica anche spiccia - per quale motivo scegliere una cornice di questo tipo se a fronte di una struttura ipermoderna ed enorme troviamo soltanto cinque o sei persone tra personale e pazienti? -, ritmo e divertimento, restando a galla solo nei - comunque troppo rari - momenti in cui Chucky sproloquia e conducendo ad un finale che dovrebbe portare ad un nuovo capitolo addirittura, ma spero davvero che non sia così, con protagonisti il serial killer divenuto bambola e la sua ex ma neanche poi tanto moglie in versione umana - in questo senso andrebbe spezzata una lancia in favore di Jennifer Tilly, che ricopre il ruolo con grande ironia e sfruttando tutte le sue non proprio spiccate doti recitative -.
Una grossa delusione su tutta la linea, dunque, che giunge proprio quando, al contrario, mi aspettavo la definitiva consacrazione comedy di un characther dalle potenzialità illimitate, che necessiterebbe di un approccio in stile Ash vs Evil Dead e di un rilancio a tutti gli effetti, magari proprio attraverso una serie televisiva: dopotutto, a Chucky piace stare sotto i riflettori, e pensare che il suo posto possa essere in qualche modo "rubato" da un eccesso di presunzione degli autori e dalla figlia dell'attore che da sempre gli ha prestato la voce mi pare davvero uno spreco enorme.




MrFord



 

martedì 19 aprile 2016

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Regia: Roy Andersson
Origine: Svezia, Germania, Norvegia, Francia, Danimarca
Anno:
2014
Durata:
101'








La trama (con parole mie): Sam e Jonathan, venditori di scherzi e maschere non propriamente abili e non propriamente fortunati, si muovono attraverso veri e propri quadri ed epoche destinati a mostrare, attraverso il grottesco, l'ironia e l'assurdo, la grande commedia umana, soprattutto la sua parte legata a doppio filo al concetto di morte ed al suo rapporto con la stessa.
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?












Era da tempo, ormai, che non mi capitava per le mani una bella scarica di bottigliate d'autore.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.




MrFord




"For just a Skyline Pigeon
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
Elton John - "Skyine pigeon" - 





domenica 3 aprile 2016

Infinite Jest

Autore: David Foster Wallace
Origine: USA
Anno: 1996
Editore: Einaudi






La trama (con parole mie): siamo dalle parti di Boston in un futuro prossimo in cui Stati Uniti, Canada e Messico sono riuniti sotto un'unica bandiera, e tra tennis, aneliti indipendentisti del Quebec ed un film che porta al piacere fisico estremo chi lo guarda e ci si perde, assistiamo alle vicende della famiglia Incandenza, pronta a rimbalzare tra una stranezza e l'altra, un futuro da star della racchetta ed un bong di colore imprecisato, quello che era e quello che potrebbe essere.
Ma cosa mostra questo "Infinite Jest" pronto a ribaltare le regole di qualsiasi cosa, ed a rapire inesorabilmente chi se ne ritrova preda?
Riusciranno i protagonisti di questa epopea a trovare una risposta? E sarà una risposta sensata, o un tentativo fuori da ogni schema di trovare un senso ad una vita sempre e comunque troppo complicata?










In tutta onestà, è la seconda volta che capita nel corso della mia vita di lettore.
Di norma, anche nei casi in cui mi trovo di fronte a qualcosa che azzecca poco con le mie corde, tiro dritto e mi faccio forza fino alla fine, sicuro del fatto che, in un modo o nell'altro, la fatica sarà ripagata.
Curioso che, come la prima volta, accada con un romanzo che è considerato un cult imprescindibile, uno di quei titoli che andrebbero letti almeno una volta nella vita, senza se e senza ma: ai tempi fu Il signore degli anelli la vittima sacrificale del sottoscritto, nonostante tre - e dico tre - tentativi differenti di superare la noia terribile della prosa troppo descrittiva di Tolkien facendomi forza grazie ai personaggi e ad una cornice che ho sempre apprezzato, senza successo.
A questo giro di giostra, è stata la volta di Infinite Jest, celebratissimo titolo che valse a David Foster Wallace l'appellativo di genio assoluto della narrativa americana, di recente tornato alla ribalta grazie all'ottima visione di The end of the tour, che, come scrissi nel post dedicatogli, riuscì non solo a solleticare la curiosità rispetto alla lettura di questa pietra miliare, ma anche il desiderio sopito del sottoscritto di rimettermi alla tastiera per scrivere qualcosa che non sia una recensione: le aspettative, dunque, in proposito, erano molto alte, la curiosità molta, il desiderio di confrontarmi, dopo Il Cartello, con un altro volume imponente, pressante.
Peccato che, a conti fatti, si sia rivelato tutto come un gigantesco buco nell'acqua.
Personalmente, non ho nulla contro Wallace, la sua indubbia proprietà di linguaggio e la straordinaria cultura pronte ad eruttare ad ogni pagina, alla fantasia grottesca o al coraggio di lavorare ad un'opera così complessa e scombinata, eppure anche solo arrivare a centocinquanta pagine scarse sulle mille totali si è rivelata un'impresa pressochè impossibile e fantascientifica, che ho dovuto abbandonare per non torturarmi continuamente con il pensiero dello spreco di tempo e lettura che sarebbe stato dedicare ad Infinite Jest almeno un altro paio di mesi - considerato il ritmo con il quale stavo procedendo - di viaggi avanti e indietro dal lavoro.
E ad ogni secondo di quest'impresa fallita, ho continuato a rimuginare sull'effetto provocato dalle sbronze di parole di Wallace a quello della stessa matrice firmato Bukowski, autore molto legato al grottesco che qui al Saloon ha un posto d'onore: se, infatti, da un lato l'inquietudine esistenziale del buon David ha assunto le sembianze di una sorta di mostro composto per un quarto da una donna in periodo mestruale, per un altro da un professore radical e sbomballato, dunque dal tuo compagno di liceo rimasto ai tempi delle (troppe) canne all'intervallo e dalla sensazione di perdersi talmente tanto in se stessi da essere impossibilitati a vivere il mondo all'esterno, dall'altro il mitico Hank è sempre stato in grado di farmi percepire una vitalità incontrollabile, una voglia di azzannare, mangiare, sputare, leccare le cose da farmi sentire la Natura animale dritta nel profondo del cuore.
Per limiti miei, dunque, del mio approccio e della formazione che mi ha condotto dall'adolescenza dei pipponi ad ora, non credo di essere in questo periodo della mia vita in grado di poter dedicare altro, al vecchio Wallace, se non le bottigliate delle grandi occasioni, ed un brindisi alla liberazione da quella che pareva, senza se e senza ma, una prigionia da lettura in grado di non farmi neppure lontanamente godere di quello che è uno dei miei grandi piaceri quotidiani.
Questo, con ogni probabilità, mi costerà l'ingresso nei circoli letterari più cool della blogosfera e non, nei caffè da reading alternativi e via discorrendo, ma volete sapere una cosa?
Non me ne importa un bel cazzo.
Preferisco recuperare una bella bottiglia, tornarmene a casa, scolarmela tutta dopo essermi ingozzato a tavola, sdraiarmi sul divano e meditare su quel tipo che cercava di farsi un pompino da solo e, non riuscendo nell'impresa, sentenziava: "Possono essere due centimetri o anni luce, ma il risultato è dannatamente lo stesso".
Quanto ha ragione.




MrFord





"I wanna tell you a story about an acrobat. it's a funny situation I'm going to explain. in a nutshell he had sat on a chair's hind two legs badaboom! Because of a Lego brick he's dead. So what? So strange? It was only a game. Does it seem strange?"
Jarvis - "Badabap the parrot" -







martedì 23 febbraio 2016

Deadpool

Regia: Tim Miller
Origine: USA, Canada
Anno:
2016
Durata:
108'








La trama (con parole mie): Wade Wilson, ex membro delle Forze Speciali, mercenario dal cuore tenero, dopo aver trovato l'amore trova anche, sotto l'albero di natale, un cancro terminale. Avvicinato da misteriosi individui che dicono di volerlo guarire per renderlo, di fatto, un supereroe, ed accettata la loro offerta nella speranza di poter tornare accanto alla donna della sua vita, Vanessa, Wade si trova con il volto ed il corpo completamente sfigurati dalla mutazione, poteri incredibili di rigenerazione ed una grande incazzatura celata abilmente dall'ironia che l'ha sempre contraddistinto.
Inventato, grazie all'amico Weasel, l'alter ego Deadpool, Wade inizia a pianificare la tanto agognata vendetta contro i responsabili di tutte le sue disgrazie: peccato che sistemarli a dovere sarà più difficile del previsto e dovrà avvenire forzando un'alleanza certo non desiderata con alcuni degli X-Men di Charles Xavier.










Con ogni probabilità, se il mio io quattordicenne avesse visto Deadpool al Cinema, la mia storia sarebbe stata molto diversa, o se non molto, almeno in parte: ai tempi delle medie e dei primi anni delle superiori, infatti, patii tantissimo una timidezza che superai davvero soltanto con la fine dell'adolescenza lottando con le unghie e con i denti, e da appassionato di Fumetti adoravo il modo in cui un supereroe come l'Uomo Ragno dribblava il problema con battute a raffica ed un umorismo da maschera pronto a scacciare ogni paura.
Ma, già allora, c'era chi era riuscito a fare molto meglio del vecchio Testa di tela: sto parlando del Mercenario Chiacchierone, l'antieroe numero uno tra i miei favoriti dalla metà degli anni novanta ad oggi, Mr. Wade Wilson, alias Deadpool.
Leggere le sue avventure era come assistere ad una versione dopata e pirotecnica di quelle di Spidey, quasi come se si passasse da Wall Street a The Wolf of Wall Street, o da Lock&Stock a Pulp Fiction: da allora, ed anche dopo aver appeso gli albi a fumetti al chiodo - o quasi - come lettore, il charachter aveva mantenuto un posto d'onore nella mia memoria, custodito gelosamente nonostante una piccola parte non esaltante nel per nulla esaltante Wolverine: Origins e nell'interprete scelto in quell'occasione e dunque per questo tanto atteso esordio in solitaria su grande schermo, Ryan Reynolds, uno degli attori più cani dell'universo conosciuto.
Ma torniamo al mio io quattordicenne, che probabilmente sarebbe uscito dalla sala esaltato oltre ogni misura e convinto di poter superare qualsiasi timidezza a suon di battutacce e scorrettezze verbali alla maniera del vecchio Wade, e ringrazierebbe in eterno l'esordiente Tim Miller per aver confezionato non solo il film di supereroi - anche se la definizione non piacerebbe a Pool - più grandioso dell'anno, ma anche delle ultime stagioni, vincendo a mani basse la concorrenza pur agguerrita e portando sullo schermo una versione pulp e soprattutto ironica come non mai dei vari Kick Ass, Scott Pilgrim, Super e via discorrendo: perchè Deadpool è questo, un cocktail esplosivo di quelli pronti a stendere il bevitore esperto senza che se ne accorga o distruggere quello alle prime armi già dalle prime sorsate.
Narrazione scomposta, quarta parete letteralmente sbriciolata da uno strabordante protagonista - da impazzire i riferimenti alla saga cinematografica degli X-Men, tra Patrick Stewart e James McAvoy, quelli a proposito delle scene più violente e della colonna sonora o il riferimento alla scarsa capacità attoriale dello stesso Reynolds, impagabile -, scene d'azione esilaranti e perfette per ogni patito dei film di botte e degli effettoni, un crescendo con tanto di battaglia finale che ad un tempo omaggiano e sbeffeggiano tutti gli stilemi di un genere, scorrettezze come se piovessero e perfino lo spazio per una storia d'amore che, a suon di volgarità e colpi bassi, finisce per diventare più romantica di tante altre raccontate con epica ed enfasi certamente maggiori e seriose: e poi legnate, sangue, teste mozzate, proiettili, risate, vecchie cieche appassionate di Ikea e la costruzione della base per un protagonista che, se continuerà ad essere scritto e diretto con questo piglio, rischierà di soppiantare nel cuore dei fan del genere qualunque altro.
Il mio io quattordicenne, scrivevo poco sopra, sarebbe uscito esaltato e pronto a lottare con sorriso e lingua lunga contro la timidezza ed il mondo: non so se sarebbe andata diversamente da come effettivamente è stato, ma quello che è certo è che mi piacerebbe potergli mostrare cosa il futuro è stato in grado di fare con uno dei nostri favoriti di sempre del Fumetto mainstream.
Ma in fin dei conti, chi se ne frega. Del mio io quattordicenne e di tutte le elucubrazioni.
Io, oggi, nel duemilasedici, sono uscito dalla visione di Deadpool esaltato ed a pieno regime.
Quasi come se mi fossi fatto un acido e schiaffato i titoli di testa di Enter the void per un paio d'ore, poi Spongebob per un altro paio ed infine avessi sognato un coltello piantato in testa per vedere uscire animaletti animati da dietro le spalle di Julez.
E l'effetto, a distanza di un giorno o due, non è ancora finito. Anzi.
Dunque fanculo i quattordici anni, la critica, il questo ed il quello.
Deadpool è una ficata come ne esce - se va bene - una all'anno.
E per me si è già guadagnato il posto che fu di Fury Road la scorsa stagione.
Perchè finalmente, ed è sotto gli occhi di tutti, realizzare una tamarrata d'Autore è più che possibile.
E' fottutamente reale.
Ed ora un paio di esplosioni, gli Wham! che attaccano Careless whisper ed una bella scopata di chiusura.
E non aspettatevi teaser del sequel.
Parola di Pool.
Forse.





MrFord





"I'm never gonna dance again
guilty feet have got no rhythm
though it's easy to pretend
I know you're not a fool
I should have known better than to cheat a friend
and waste a chance that I've been given
so I'm never gonna dance again
the way I danced with you."
Wham! - "Careless whisper" - 





sabato 7 novembre 2015

Knock knock

Regia: Eli Roth
Origine: USA, Cile
Anno:
2015
Durata:
99'






La trama (con parole mie): Evan Webber, ex dj divenuto architetto sposato con l'artista Karen, padre di due figli e marito modello, rimane solo nella casa di famiglia a Los Angeles per il weekend mentre i suoi ragazzi e la moglie partono per il mare.
Quando, alla prima notte "in solitaria" una coppia di ragazze bussa alla sua porta chiedendo aiuto per trovare un taxi dopo essersi perse, per Evan ha inizio un vero e proprio incubo: le due fanciulle, dichiaratesi hostess e presentatesi come Genesis e Bel, infatti, lo mettono sempre più alle strette con il passare del tempo provocandolo sessualmente in maniera sempre più esplicita.
Evan resiste il più possibile, ma quando, alla fine, cede alle lusinghe dell'insolita coppia di ospiti, il comportamento delle stesse cambia radicalmente: il resto del weekend sarà teatro di una vera e propria battaglia tra l'uomo, i suoi sensi di colpa e lo sfogo delle due ragazze terribili, che paiono non essere nuove a questo tipo di "attività".










Eli Roth mi sta simpatico. Davvero.
Trovo sia un cazzone appassionato di Cinema fino al midollo, un pò come siamo noi che frequentiamo in queste vesti "critiche" la blogosfera, o per usare un esempio certo più celebre, Quentin Tarantino.
Certo, il buon Eli ha probabilmente il talento dell'unghia del mignolo sinistro del vecchio Quentin, come la sua produzione ampiamente dimostra, eppure mi sono trovato quasi sempre a volergli tutto sommato bene: il suo modo di approcciare all'horror, anche quando pare andare sopra le righe, non pare mai nocivo, quanto più che altro tendente all'esagerato.
Quest'ultimo Knock knock, uscito in sala ad una velocità supersonica rispetto a The Green Inferno - che, lo ricordiamo, ha ritardato due anni la distribuzione -, però, per quanto supportato da un'idea di fondo molto, molto interessante - la natura animale dell'uomo che, per quanto si sforzi, finisce per non essere mai davvero capace di resistere alle tentazioni - e graziato da una singola scena che da sola vale non solo l'intera pellicola, ma forse l'opera tutta di Roth - spoiler alert: Keanu Reeves ormai umiliato e sconfitto dalle sue due nemesi, lasciato sepolto in una buca mentre con la mano che ha liberato cerca di cancellare il video che le caotiche e non volute ospiti del suo weekend terrificante hanno postato su Facebook sfruttando il suo account, e riesce soltanto a cliccare il temutissimo "mi piace", impagabile - resta forse il film più brutto realizzato dal regista.
Dal sapore fin troppo anni novanta, recitato da cani dal suo protagonista - non avevo mai visto un Reeves così terribile -, terribilmente lento nonostante le continue trovate delle ragazzacce psicopatiche che il main charachter si ritrova a dover gestire, Knock knock odora di stantìo lontano un miglio, appare come una finta produzione di serie a quando il livello è ben al di sotto anche delle categorie minori, non avvince o diverte come vorrebbe - del resto, è tutto giocato sull'utilizzo massiccio di ironia nerissima - e solletica in un vecchio spettatore come il sottoscritto la nostalgia di chi questo tipo di film li sapeva davvero girare, e li avrebbe girati con le palle: qualcuno ha detto Wes Craven?
Resta, per l'appunto, la riflessione legata al fatto che anche il migliore tra i padri e i mariti, messo con le spalle al muro da due ventenni disinibite pronte a prodigarsi in un'escalation di allusioni fino ad arrivare ad un pompino in stereo, non riuscirebbe a resistere alla tentazione e finirebbe per cedere inevitabilmente alle "interlocutrici" - e, spesso e volentieri, ne basta anche una soltanto -: ma, in qualche modo, è qualcosa che, uomini o donne, tutti già sappiamo o pensiamo di sapere, e dunque non finisce per scavare davvero fino in fondo, o almeno non come dovrebbe.
Resta, dunque, un two-women show di fanciulle pronte a fare il culo a strisce al buon Keanu - che pare essersi già dimenticato dei fasti di John Wick - riuscendo a rendersi davvero, davvero irritanti al punto da desiderare di eliminarle fisicamente pur essendo dall'altra parte dello schermo e nonostante i loro interessanti argomenti di natura fisica, ma resta davvero troppo poco per considerare questo film degno non solo di nota, ma anche di una pur passeggera visione.





MrFord




"Feel it coming
it's knocking at the door
you know it's no good running
it's not against the law
the point of no return
and now you know the score
and now you're learning
what's knockin' at your back door."
Deep Purple - "Knocking at your back door" -





domenica 23 agosto 2015

Preacher special 2 - Quei bravi ragazzi

Autori: Garth Ennis, Richard Case, Carlos Ezquerra
Origine: USA, UK
Anno: 1998
Editore: Vertigo/Magic Press






La trama (con parole mie): uno sguardo al passato di alcuni dei personaggi che hanno segnato nel profondo la vita ed il percorso di Jesse Custer, finendo per definire il protagonista della saga di Preacher almeno in parte per quello che è.
Assistiamo dunque al racconto della formazione, adolescenza e origine di Facciadiculo, rockstar improvvisata e ragazzo emarginato da una figura paterna troppo violenta e limitante – lo sceriffo Hugo Root, visto ai tempi di Texas o morte -, seguito a ruota da una “scampagnata” di Jody e T.C., responsabili dell’omicidio del padre di Jesse e carcerieri tuttofare della sua arcigna e terrificante nonna, che il nostro predicatore ha affrontato insieme all’amata Tulip nello splendido Fino alla fine del mondo.
Due spaccati di vite completamente diverse tra loro e nel modo in cui vengono raccontate, ma non per questo meno potenti nel loro personale modo di farsi sentire dal mondo.











E’ curioso quanto, ancor più de Il santo degli assassini, questo secondo Special di Preacher sia ufficialmente considerato come il divertissement per eccellenza del suo geniale e malefico creatore Garth Ennis: di fatto, un personaggio indimenticabile ma palesemente grottesco come Facciadiculo e i due malefici emissari dei traumi del passato di Jesse Custer Jody e T. C. si prestano, in effetti, a questo tipo di operazioni, di norma attuabili, nel Fumetto, solo quando l’opera di un autore riesce ad essere talmente celebrata e di successo da poter permettere allo stesso, di fatto, di fare il bello ed il cattivo tempo con editor e majors.
Eppure, ho trovato questo spin off della serie principale ben più profondo di quanto non si possa pensare ad un’analisi superficiale, o comunque troppo legata alla natura molto pulp, pure troppo di Ennis e delle sue trovate: la prima metà dell’albo, dedicata alle vessazioni che conducono Facciadiculo a divenire Facciadiculo stesso, dal legame con il migliore amico alternativo per forza che si scopre essere più giovane di lui ai problemi con i professori e soprattutto con il padre, il reazionario e fin troppo tutto d’un pezzo Hugo Root, che il nostro Jesse ha sistemato a dovere in uno dei primi episodi della serie regolare, è un ottimo ritratto del disagio e delle insicurezze che nel corso dell’adolescenza ognuno di noi affronta, ed ancora una volta una critica assolutamente non velata a quella che è stata l’influenza di una figura come quella di Cobain rispetto ad una generazione fatta a pezzi dalla voglia di autodistruzione suggerita dal grunge.
I passaggi, poi, che vedono il giovane Facciadiculo fare buon viso – e certo non bello – a cattivo gioco quasi suscitano tenerezza, come quando, di fronte al padre che lo critica rispetto alla posizione del fucile nel tentativo di suicidio, il ragazzo promette di non ripetere più un errore simile.
Altra cosa curiosa è la duplice natura di Ennis a proposito dei “duri”: dal John Wayne ispirazione di Custer a Hugo Root, è interessante notare come la formazione dello sceneggiatore nutra una certa predilezione per figure forti e legate ad un certo tipo di valori e, ad un tempo, non esiti neppure un secondo di fronte all’idea di ridicolizzare e criticare aspramente le stesse.
In questo senso, il racconto che occupa la seconda parte dello special, dedicato a Jody e T. C. alle prese con una coppia di fuggitivi che pare uscita da un action anni ottanta con protagonista uno Stallone o uno Schwarzy – pare che il modello per la resa grafica del personaggio fosse proprio Sly – è indicativo: da una parte abbiamo Jody, che tra le pagine del già citato Fino alla fine del mondo ha reso alla grande il concetto di “padre padrone”, un vero e proprio mastino incapace di mostrare sentimenti ed in grado di esprimersi solo attraverso crudeltà e violenza – come per Hugo Root, in un certo senso – eppure proprio attraverso questi intento a manifestare, paradossalmente, il suo affetto per il “figlio”, e dall’altra uno spocchioso action hero tutto d’un pezzo pronto ad essere smontato senza pietà non solo dallo stesso Jody – che, di fatto, rappresenta il Male – ma anche e soprattutto da Ennis stesso.
Probabilmente all’autore irlandese gli infallibili – almeno sulla carta – piacciono proprio poco, e da peccatore fatto e finito, non posso che sentirmi di dargli ragione, nonostante in questo si caso dei miei tanto adorati action heroes.
Quello che è certo, però, è che grazie a queste due storie non solo si finisce per dare spessore a charachters fondamentali per l’evoluzione della serie, ma anche per suscitare riflessioni non da poco a proposito della crescita e dell’importanza del rapporto con i nostri padri – o chi pensiamo, in un modo o nell’altro, che lo siano -.
Da padre, mi sento personalmente chiamato in causa.
E quasi avrei paura di scoprire cosa Ennis potrebbe pensare di me.
O forse no. Perché in fondo quello tra un genitore ed un figlio è un legame talmente unico da trascendere ogni interpretazione e definizione.




MrFord




"Mama told me when I was young
come sit beside me, my only son
and listen closely to what I say.
And if you do this
it will help you some sunny day.
Take your time... Don't live too fast,
troubles will come and they will pass.
Go find a woman and you'll find love,
and don't forget son,
there is someone up above."
Lynyrd Skynyrd - "Simple man" - 




venerdì 5 giugno 2015

Dead Snow 2 - Red VS Dead

Regia: Tommy Wirkola
Origine: Norvegia
Anno:
2014
Durata: 100'





La trama (con parole mie): Martin, reduce dal peggior weekend della sua vita, nel corso del quale ha visto i suoi amici morire uno dopo l'altro per mano di un manipolo di zombies nazisti capitanati dal perfido Herzog, è stato costretto ad amputarsi un braccio con una sega elettrica ed ha erroneamente ucciso la sua fidanzata con un colpo d'ascia, si ritrova in fuga a bordo di una macchina nel tentativo di lasciarsi alle spalle proprio la malefica orda.
Quando, a seguito di un incidente, si ritrova in ospedale il giorno successivo, e scopre con orrore di aver subito il trapianto del braccio dello stesso Herzog in sostituzione del suo, capisce che i guai sono appena cominciati: l'ex battaglione delle SS, infatti, è intenzionato a portare a termine la missione che interruppe nel corso della Seconda Guerra Mondiale marciando sulla più vicina cittadina per compiere un massacro, e toccherà proprio al giovane, considerato il responsabile dell'eccidio dei suoi compagni di viaggio, non solo fermare la folle corsa di Herzog e soci, ma anche trovare alleati validi per poterlo fare.
E chi meglio di un manipolo di zombies sovietici e di una squadra di nerd specializzati in materia giunta dagli States?








Dovrò ricordarmi, alla prossima bevuta - perchè ormai i nostri incontri sono intervallati anche da bellissime parentesi da padri al parco -, di offrirne uno in più al mio fratellino Dembo, responsabile della scoperta che sono stati Dead Snow e questo Dead Snow 2 qui al Saloon.
Considerati questi ultimi anni poveri di soddisfazioni particolarmente goduriose per uno storico amante dell'horror in tutte le sue forme come il sottoscritto, i due lavori di Tommy Wirkola sono stati una vera e propria manna dal cielo in grado di rinverdire i fasti del primo Peter Jackson e dei due clamorosi cult firmati Raimi, La casa e La casa 2, che lanciarono quest'ultimo nell'Olimpo non solo del genere per gli appassionati della settima arte.
Il merito di Wirkola, infatti, è assolutamente associabile a quello che fu di Raimi stesso, passato dalle atmosfere slasher del primo capitolo del suo franchise più noto a quelle quasi scanzonate - pur ammettendo litri e litri di sangue - del secondo, senza dimenticare la lezione di pietre miliari dello splatter come Bad Taste: sequenze come quella che vedono protagonisti Martin ed il ragazzino pronto a rivelare al main charachter dell'esistenza di una Zombie Squad negli USA sono senza dubbio alcuno da antologia del genere, in grado di strappare risate che vanno ben oltre lo humour nero e rivelano una grande intelligenza critica, senza contare la componente prettamente action di un prodotto realizzato con lo stesso piglio artigianale del suo predecessore ma impreziosito da effetti sicuramente meglio riusciti - e finanziati -, che uniti all'evoluzione della storia, dei suoi protagonisti e del piacevole - per una volta - citazionismo sfrenato rendono Dead Snow 2 un piccolo cult all'altezza dell'originale, ed alimentano nei fan di questo neonato franchise il desiderio di veder tornare Herzog ed i suoi uomini per un terzo e conclusivo capitolo, per quanto possa suonare sacrilego, in questo senso, agganciarsi allo splendido finale orchestrato sulle note di Total eclipse of the heart con tanto di richiamo al Titanic di James Cameron, geniale chiusura assolutamente romantica per uno dei titoli più politicamente scorretti, sguaiati e divertenti che non solo il Cinema d'orrore ha prodotto nel corso delle ultime stagioni.
Senza dubbio, e nonostante i meriti e l'inequivocabile valore, Dead Snow 2 resta comunque un prodotto per cultori, una scheggia impazzita di nicchia per nulla radical - anzi, oserei dire perfino il contrario - perfetto esempio della grande intelligenza ed ironia che porta i paesi nordici ad essere anni luce avanti rispetto alla Terra dei cachi e non solo: in questo senso risultano spassosi sia i due schieramenti di zombies sia i nerdissimi ed all'apparenza usciti da un episodio di troppo di The Big Bang Theory membri della Zombie Squad, utili per mostrare anche il punto di vista americano rispetto alla realtà europea - ed il riferimento alle armi è soltanto la punta dell'iceberg -.
Nel corso di questo duemilaquindici, alle spalle una "carriera" ormai quasi trentennale di cinefilo, mi sono reso conto di quanto importante stia diventando per il sottoscritto il fatto che un film possa essere raccontato, vissuto e proposto "di pancia" pur non rinunciando ad un certo stile, ad un'idea, alla tecnica - grossolana o raffinata che sia -: nel momento in cui la passione conquista prima la pellicola e dunque lo schermo quando mi ci ritrovo di fronte, la geografia del suo valore muta, ed accresce non solo una valutazione in termini di voto, ma anche la percezione di quello che la pellicola in questione è in grado di fare.
Questo è il Cinema che cerco: quello senza mediazioni o mezze misure, che si concede senza troppi giri di parole, godendosi l'attimo evitando di tirarsela come una figa di legno alla quale piace farla annusare senza mai aprire le gambe.
Wirkola, che nel suo grande assalto alla distribuzione su larga scala ha fallito miseramente - il terribile Hansel&Gretel già citato ieri - con i due Dead Snow è riuscito nella non facile impresa di rinverdire i fasti di un Cinema profondamente gore che pareva morto e sepolto, neanche fosse uno degli zombies che tornano alla vita grazie al tocco di Martin.




MrFord




"(Turn around)
every now and then I get a little bit terrified
and then I see the look in your eyes
(turn Around, bright eyes)
every now and then I fall apart
(turn Around, bright eyes)
every now and then
I fall apart."
Bonnie Tyler - "Total eclipse of the heart" - 




martedì 5 agosto 2014

Notte Horror - L'ululato

Regia: Joe Dante
Origine: USA
Anno: 1981
Durata: 91'





La trama (con parole mie): Karen White, una giornalista televisiva coinvolta nel caso di un serial killer rimasta traumatizzata dall'incontro con quest'ultimo, viene consigliata da un noto psicologo in modo che possa trascorrere un periodo di riposo all'interno di una comunità immersa nella Natura insieme al marito per ritrovare la tranquillità, se stessa ed i ricordi della notte del suo incontro con l'assassino.
Ma all'atmosfera pacifica ed accogliente dell'arrivo ben presto si sostituisce il sospetto che qualcosa di strano si celi nel luogo in cui è stata mandata, e per Karen ha inizio un incubo fatto di passione, sesso, carne e sangue che coinvolgerà non soltanto lei ed il suo compagno, ma anche, in caso di sopravvivenza, il mondo, una volta che la stessa giornalista dovesse riuscire a tornare per raccontare la sua esperienza.






Per intercessione del sempre mitico Zio Tibia, questo post partecipa alle celebrazioni di Notte Horror.



 



Ricordo bene - come più spesso mi è capitato di sottolineare qui al Saloon, anche con post dedicati come questo - le meravigliose estati di una ventina e più d'anni fa, quando con mio fratello passavamo la mattinata a guardare film, il pomeriggio a giocare a calcio al parco, la sera nella speranza di sfruttare obbligo o verità per limonare duro con la ragazza di turno prima di correre a casa per l'appuntamento imperdibile con Notte Horror, contenitore di Italia Uno che regalava una rassegna di titoli spesso e volentieri molto diversi tra loro legati dal denominatore comune del terrore.
Quando, complici i miei vulcanici colleghi della blogosfera, è stata messa sul piatto l'idea di un'iniziativa che ne ripercorresse i fasti e celebrasse il ricordo, non ho avuto alcun dubbio a proposito della partecipazione, sfruttando l'occasione per proporre uno dei film meno noti del regista cult degli anni ottanta Joe Dante - che la maggior parte ricorda principalmente per Salto nel buio e Gremlins -, L'ululato, di fatto, con il primo L'uomo lupo di George Waggner - omaggiato ribattezzando lo psicologo della protagonista proprio con questo nome - e Un lupo mannaro americano a Londra, una delle più importanti pietre miliari per quanto riguarda i licantropi al Cinema.
Più un'inquietante favola nera che non un horror vero e proprio, il lavoro di Dante sfrutta il viaggio della protagonista all'interno di una comunità dominata dai licantropi per affiancare a sequenze prodigiose per effetti - parliamo dell'alba degli eighties, ricordiamolo - e tensione - la lotta nella baita, l'incipit legato alla caccia al serial killer che sconvolge le strade della città, e che ricorda le atmosfere dei thriller urbani figli degli anni settanta - una riflessione profonda sull'istintività umana - dal cibo, al sesso, fino all'omicidio e alla violenza - e sulla gestione dei lati più oscuri di noi stessi, così come al rapporto tra il singolo e la società - i media, gli amici e i vicini, i compagni e compagne -: così come per il già citato Lupo mannaro di John Landis, anche in questo caso il cocktail proposto da regista e sceneggiatori unisce ironia nerissima, sangue, passaggi al limite dello splatter e momenti dal fascino decisamente carnale, più vicini ai b-movies che non alle grandi produzioni a fare da cornice ad una trama che pare più vicina ad un thriller - a mio parere, sono evidenti i richiami e gli omaggi al Maestro del genere, Hitchcock, per quanto la materia trattata sia assolutamente più grezza e "zozza" rispetto all'approccio controllato e di classe del regista inglese - che non allo slasher sanguinolento che ci si potrebbe aspettare sulla carta.
Un titolo, dunque, passato troppo spesso ed ingiustamente sotto silenzio, affascinante e profondo ma anche divertito e divertente - splendido il finale, con tanto di hamburger al sangue -, tra le prime testimonianze del talento di un autore mai davvero esploso eppure tra i più interessanti che gli States abbiano regalato al genere negli ultimi decenni: l'appartenenza ad un gruppo, la presa di coscienza
della propria natura predatoria, i legami che ognuno di noi ha con la carne - in tutti i sensi la si possa intendere - e le tentazioni che la stessa veicola sono tematiche decisamente importanti, trattate senza alcuna spocchia e con il panesalamismo delle migliori occasioni.
Tutto questo contribuisca a rendere L'ululato un titolo perfetto per una rassegna come Notte Horror, capace di riunire davanti ad un fuoco vecchi lupi navigati e giovani cuccioli in cerca di brividi.
In un modo o nell'altro, il fascino della cornice ed un'atmosfera ben sfruttata, riusciranno, seppur con mezzi e punti di vista differenti, a far drizzare i peli sulla nuca a chiunque abbia voglia di guardare in quel fuoco, ed ululare alla luna liberando l'animale che è in lui.



MrFord



"In touch with the ground
I'm on the hunt I'm after you
smell like I sound, I'm lost in a crowd
and I'm hungry like the wolf
straddle the line in discord and rhyme
I'm on the hunt I'm after you
mouth is alive with juices like wine
and I'm hungry like the wolf."
Duran Duran - "Hungry like the wolf" - 



sabato 12 luglio 2014

Freddy VS Jason

Regia: Ronnie Yu
Origine: USA
Anno: 2003
Durata: 97'



La trama (con parole mie): costretto all'Inferno e dimenticato dagli abitanti di Springwood a seguito di una pesantissima campagna di condizionamento che prevede l'isolamento degli adolescenti ancora legati a lui, Freddy Krueger si ritrova senza poteri e lontano dai bagni di sangue cui era abituato. L'unica possibilità di riacquistare l'antico splendore pare essere Jason Voohries, essere immortale e letale almeno quanto lui che viene da Freddy manipolato ed inviato lungo Elm Street in modo da risvegliare il timore di un suo ritorno. Peccato che Jason, commessi i primi delitti, si lasci prendere la mano, e che il redivivo Freddy si trovi a dover fare i conti anche con l'omone dalla maschera da hockey oltre che con gli ultimi teenagers sui quali ha messo gli occhi.






La maratona dedicata alla serie di Nightmare ed al suo indimenticabile protagonista Freddy Krueger giunge al termine con il più recente, di maggior successo - parliamo di incassi che sfiorano quelli dell'indimenticabile primo film - e momentaneamente ultimo capitolo del brand - escludendo il pessimo reboot di qualche anno fa -, crossover che regala al pubblico patito di horror uno degli incontri più incredibili e desiderati fin dagli esordi dei due charachters: quello tra Freddy, per l'appunto, e Jason Voohries, star della serie Venerdì 13 - che a questo punto potrei prendere in considerazione per una nuova maratona di genere - e punto di riferimento dello slasher degli anni ottanta, noto anche ai non avvezzi principalmente per la maschera da hockey indossata da questo immortale ragazzone specializzato in giovani educatori da campeggio.
Ricordavo ben poco della visione di questo film firmato da Ronnie Yu - lo stesso de La sposa di Chucky, per restare in tema -, passato sugli schermi dell'allora Saloon nel periodo appena successivo all'uscita in sala, e devo ammettere di essermi parecchio divertito nel riscoprirlo: rispetto agli ultimi capitoli del brand, infatti, non solo vengono omaggiate due figure cardine del Cinema d'orrore di tutti i tempi ed una struttura tipica dello slasher anni ottanta con tanto di quadretto liceale e mondo degli adulti ostile - addirittura trova spazio come comparsa per una manciata di secondi anche un'allora sconosciuta Evangeline Lilly nel periodo antecedente a Lost -, ma il tono generale resta divertito e divertente, gli effetti interessanti e, per quanto l'evoluzione della storia resti prevedibile e legata ad uno script di bassa qualità, le schermaglie crescenti tra Freddy e Jason rendono la visione decisamente piacevole, regalando un intrattenimento con la giusta dose di volgarità, sangue e violenza decisamente superiore alla maggior parte dei film che hanno fatto parte della saga, esclusi i due firmati dal creatore Wes Craven.
Certo, sono ben lontani i tempi in cui Krueger incuteva timore, ed il personaggio è ormai divenuto una sorta di versione visivamente più impressionante di Chucky - spassoso il suo continuo intercalare "bitch" -, eppure l'incontro/scontro con Jason funziona alla grande, i due si completano come una coppia inossidabile - uno sempre intento a parlare, l'altro muto come un pesce, uno legato al fuoco e l'altro all'acqua, uno sadico e predatorio, l'altro una sorta di macchina da guerra mossa dal rancore - e riescono a tirare fuori il meglio anche dai protagonisti umani presi nel mezzo del loro confronto - perfetto il climax che vede Kelly Rowland fare allusioni sessuali sulle "lamette" di Freddy confrontate al machete di Jason -: in questi termini, l'attesissimo faccia a faccia che di fatto dona un significato all'ora abbondante precedente di pellicola è una vera manna per tutti i fan di genere, che si saranno divertiti - o si divertiranno - a scegliere di quale dei due mostri prendere le parti - personalmente, nonostante abbia sempre adorato la favella di Krueger, la Natura dello stesso di assassino di bambini mi fa pendere dalla parte del corpulento Jason, che all'origine dei suoi eccidi conserva pur sempre un torto subito - e gustarsi uno scontro all'ultimo sangue che regala ben più di una sorpresa e conduce ad un epilogo che potrebbe sfociare, prima o poi, in un secondo round, e che lascia aperta ben più di una porta ad operazioni di questo genere, grazie alle quali leggende dell'horror potrebbero interagire regalando ai fan soddisfazioni anche più grandi rispetto a quelle dei loro massacri "convenzionali".


MrFord


"I'm friends with the monster
that's under my bed
get along with the voices inside of my head
you're trying to save me
stop holding your breath
and you think I'm crazy
yeah, you think I'm crazy (crazy)."
Eminem feat. Rihanna - "The monster" - 



sabato 1 febbraio 2014

La sposa di Chucky - La bambola assassina 4

Regia: Ronnie Yu
Origine: USA, Canada, Hong Kong
Anno:
1998
Durata:
89'
 




La trama (con parole mie): sono passati dieci anni dall'ultimo confronto tra Chucky ed il suo antagonista per eccellenza, Andy, e l'ex fidanzata del serial killer reincarnatosi nella bambola Tipo bello, Tiffany, finisce per mettere le mani sulle spoglie "di plastica" dell'amato, riportandolo di nuovo alla vita grazie ad un rituale voodoo. Il rapporto di coppia, però, non è idilliaco come lei vorrebbe, tanto che Chucky finisce per toglierle la vita costringendola ad incarnarsi a sua volta in una bambola.
Per l'improvvisata coppia di giocattoli animati si profila dunque l'idea di una sorta di "viaggio di nozze" che possa condurli al luogo di sepoltura delle spoglie mortali di Chucky, nella speranza che un medaglione dai grandi poteri possa aiutare entrambi a tornare tra gli umani a tutti gli effetti.







Devo ammettere che il ritorno in grande stile di Chucky e della sua saga sugli schermi del Saloon sta avendo il merito di risvegliare nel sottoscritto la voglia di riscoprire le grandi epopee dell'horror anni ottanta e novanta, da Venerdì 13 a Nightmare: prodotti spesso e volentieri sopra le righe, eppure in grado, anche a distanza di anni, di divertire ed intrattenere come la maggior parte delle proposte odierne può soltanto immaginare di fare.
Giunto al quarto dei titoli a lui dedicati, il bambolotto più malvagio della settima arte sperimenta per la prima volta un'avventura senza quella che è stata la sua nemesi storica, l'ormai non più piccolo Andy, divenendo dunque il protagonista indiscusso della vicenda e, almeno nella sua prima parte, la "vittima", neanche fosse una sorta di eroe positivo della stessa: fin dalle prime battute questo trashissimo titolo firmato Ronnie Yu - autore anche del divertentissimo Freddy vs Jason, per tornare al discorso di cui sopra - pare definirsi all'insegna dell'ironia - nera e non -, con tanto di citazioni dedicate ad alcuni "mostri sacri" - in tutti i sensi - del genere come Jason Voorhies, Michael Myers e Leatherface, proseguendo con omaggi a Classici come La moglie di Frankenstein - una vera e propria pietra miliare - presentati attraverso il consueto turpiloquio di Chucky, per la prima volta alle prese con le gioie ed i dolori - soprattutto questi ultimi - della vita di coppia.
In questo senso, l'idea vincente ed interessante di questo quarto film basato sui personaggi creati da Don Mancini è proprio quella di affiancare a Chucky una lei che possa in qualche modo tenergli testa arrivando a seminare - in tutti i sensi - quelli che saranno i fiori del quinto film dedicato alla sempre più instabile ed iraconda bambola: Tiffany - intepretata da una perfetta per la parte cagna maledetta Jennifer Tilly, che molti, soprattutto maschietti, ricorderanno per il ruolo in Bound - risulta dunque, di fatto, il fulmine a ciel sereno nell'esistenza fino a quel momento "tranquilla" di Chucky, lo squilibrio - anche positivo - introdotto da una storia sentimentale nel grande disegno di ogni scapestrato scapolo dedito agli eccessi da single senza freni. 
Una metafora della vita di coppia pronta a specchiarsi nella vicenda dei due giovani protagonisti "in carne ed ossa" vittime ed ostaggi delle due bambole, in fuga come novelli Romeo e Giulietta e ad un tempo pronti ad accusarsi a vicenda di follia nonchè degli omicidi commessi da Chucky e signora: curioso scoprire, nel ruolo della lei, una giovanissima Katherine Heigl sulla quale pesa la pressione del dispotico zio interpretato dal compianto John Ritter, ai tempi decisamente lontana dai fasti cui la destinò - almeno in parte - Grey's anatomy.
Un film divertente e di grana grossa come piace a noi del Saloon quando si considera di lasciare i neuroni a riposo, ironico quanto basta per non risultare spocchioso e sempre pronto ad omaggiare una delle epoche più importanti dell'horror - geniale la battuta che rimanda a Hellraiser a seguito del primo tentativo di omicidio dello sceriffo - che in cuor mio spero sempre di vedere in una nuova e, chissà, ancor più interessante veste: in questo senso, la conclusione di La sposa di Chucky potrebbe essere colta come un segno premonitore di un futuro - speriamo prossimo - ritorno dell'horror "come si faceva una volta".



MrFord



"I’d love it if you’d spin your head for me
or vomit a beautiful pea soup green,
so beautifully
across your stomach it said “HELP ME”
I gotta know will you marry me."
Murderdolls - "Love at first fright" -



martedì 14 gennaio 2014

Cose nostre - Malavita

 
 Regia: Luc Besson
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 111'


La trama (con parole mie): la famiglia Manzoni, a seguito delle soffiate del patriarca Giovanni, è costretta a riparare nel Sud della Francia per evitare che i vecchi compagni della Mafia si liberino della loro presenza. Scortati da un manipolo di fin troppo zelanti agenti, i Manzoni ribattezzati Blake porteranno una ventata di stelle e strisce e durezza da strada nella campagna della Normandia, che sarà letteralmente sconvolta dall'arrivo di questa famiglia ben oltre il disfunzionale all'interno della rodata, composta e solo apparentemente sofisticata realtà di una piccola comunità che tutto si aspetterebbe tranne un tocco certo non leggero come quello di questo gruppo di strambi ex abitanti di Brooklyn.






Luc Besson non è mai stato tra i miei favoriti, non è certo un mistero.
L'autore e produttore francese, uno tra i nomi più sopravvalutati del panorama cinematografico mondiale, tolti l'exploit - fortunato, direi - di Leon e la trilogia regina delle tamarrate di Transporter, ha prodotto una quantità di schifezze inenarrabili da competizione, finendo spesso e volentieri per ricevere tempeste di bottigliate e critiche aspre quanto quelle che normalmente riservo a gente come Paul W. S. Anderson.
Questo Cose nostre - Malavita, giunto al Saloon dopo essere stato piacevolmente massacrato un pò ovunque nella blogosfera, rappresenta il classico film bessoniano utile giusto per una visione dimenticabile e nulla più, prodotto wannabe made in USA che sfrutta tutti i luoghi comuni di un genere ed un cast di richiamo - Robert De Niro, stranamente non così irritante come è solito essere ultimamente, Michelle Pfeiffer, sempre bellissima nonostante l'età che avanza, Tommy Lee Jones nel suo classico ruolo da duro e la star di Glee Dianna Agron - che non riescono, però, nel complesso, a rendere il risultato davvero degno di diventare un riferimento anche minore per gli appassionati del gangster movie.
Senza dubbio nulla per cui perdere davvero la pazienza, e a tratti anche quasi divertente - la sequenza della proiezione di Quei bravi ragazzi che sconfina nel metacinema mi ha onestamente stuzzicato parecchio -, eppure il gioco non regge l'ora e quarantacinque abbondante di durata, specie con alle spalle paragoni di humour nero come lo stesso già citato filmone firmato Scorsese o divertenti esperimenti come Burn after reading dei Coen, e tutto finisce fin troppo presto per apparire implausibile e stantìo, per quanto i Manzoni/Blake possano solleticare le simpatie del pubblico proprio grazie ai loro eccessi ed alle punizioni esemplari che riescono, a turno, a rifilare ai dal sottoscritto sempre detestati cugini d'oltralpe.
Dunque, passando da una serie di quasi citazioni de I Soprano alle disavventure sociali e burocratiche di De Niro e congiunti, il gioco finisce per esaurire il divertimento - già non clamoroso - abbastanza in fretta, svelando principalmente la prevedibilità dell'intero lavoro - per quanto interessante possa sembrare, in questo senso, il complesso mosaico di casualità che porta il boss dei boss a scoprire la posizione del nascondiglio dei Manzoni - così come il suo telefonatissimo epilogo, tipico delle commedie - nere e non - basate sul concetto di Famiglia uscite da Hollywood nel corso delle ultime stagioni - si veda la sorpresa Come ti spaccio la famiglia, ad esempio -.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e nulla cui un curioso, vecchio Bob intento a reinventarsi scrittore quasi assumendo i connotati di un narratore esterno in pieno stile anglosassone - la voce fuoricampo mi ha ricordato l'approccio di Guy Ritchie a Lock&stock - possa di fatto porre rimedio: resta la delusione di non essermi potuto sfogare maggiormente su una delle mie vittime favorite nell'ambito cinematografico e qualche vago ricordo di una serata di grande svacco sul divano spinta verso i titoli di coda più dal dubbio se alzarsi o no per recuperare delle patatine o resistere pazientemente confidando solo nell'alcool.
MrFord
"Pullin' up at tha club in a 67 'lac
wit tha champagne color, drop top, blowin on a sack
we were rollin like some macs, peepin all foes
I got to Valet, my baby, cause she sittin on some all golds
now Lucci call those, ladies wit fitness
so we can handle our business, and let em know, jus how we kick it
it's time to let em know tha real crooks are on tha scene."
French Connection - "Mr. Pookie" - 
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