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sabato 16 aprile 2016

Avenging Angelo

Regia: Martyn Burke
Origine: USA, Francia, Svizzera
Anno: 2002
Durata:
97'








La trama (con parole mie): Frankie Delano ha passato l'intera vita come guardaspalle del boss Angelo Alleghieri, che per proteggere la figlia avuta dall'amata moglie defunta ha deciso di darla in adozione ad una coppia di ricchi amici compiacenti in modo da garantirle sicurezza e futuro.
Quando, alla morte di quest'ultimo - ucciso proprio in un momento di distrazione della sua "ombra" -, Frankie si ritrova senza un punto di riferimento, decide di continuare nella sua missione di protezione e di rendere nota a Jennifer - questo il nome della donna - la verità.
Una volta presa coscienza delle sue radici, la stessa finirà per instaurare con Frankie un rapporto di amore e odio nonchè continuo confronto legato al passato del braccio destro del padre ed al futuro che potrebbe costruirsi per lei e suo figlio, ora che, venute a galla le sue origini, sicari inviati dai boss potrebbero perfino farle la pelle.
Riuscirà Frankie a convincere Jennifer a fidarsi di lui, e difenderla dall'esterno?













Quando, poco prima dell'ultima Notte degli Oscar, ho iniziato il percorso a ritroso che mi ha permesso di recuperare tutti i film con Stallone che ancora non avevo - colpevolmente - visto o recensito, ho pensato che avrei incontrato tendenzialmente cose non particolarmente meritevoli neppure per un fan accanito dello Stallone Italiano come il sottoscritto, e che questa carrellata si sarebbe trasformata in una difesa neppure troppo convinta delle "perle nascoste" targate Sly.
Fortunatamente - ma avrei dovuto saperlo, dato il livello di miticità, per parlare come Po, del personaggio in questione - sono stato clamorosamente smentito nella maggior parte dei casi, ed in alcuni di essi, come D-Tox o questo Avenging Angelo, sono rimasto addirittura colpito e sconvolto per il fatto di non aver rimediato prima con una reiterata visione degli stessi: se, però, un lavoro come l'appena citato D-Tox si avvicina più a quello che è sempre stato lo standard stalloniano - quindi action, botte e morti ammazzati -, Avenging Angelo ricorda più l'ottimo Oscar - Un fidanzato per due figlie, inserendosi nel filone Mafia-comedy che ha regalato al Cinema anche ottime pellicole - su tutte, ricordo L'onore dei Prizzi - ed in quello ancora più classico della romcom.
Ultima pellicola a vantare il leggendario Anthony Quinn nel cast - ricordato anche in chiusura con la dedica alla memoria -, Avenging Angelo è, forse, la più femminile tra quelle della filmografia del buon Stallone, piacevole divertissement senza troppe pretese basato principalmente sulle schermaglie ed i duetti tra lo stesso Sly e Madeleine Stowe, pronti a culminare nella sequenza della lezione di camminata che, probabilmente, manifesta di fatto una doppia personalità divenendo un vero e proprio gioiello per i cultori del Silvestrone di noi tutti ed un motivo di incredibile imbarazzo per i suoi radical detrattori.
Personalmente, mi sono goduto la visione sorprendendomi in positivo nonostante gli evidenti limiti del prodotto - a tratti molto televisivo, con un Raoul Bova imbarazzante ad essere generosi -, ricordando l'affetto che ho provato per commedie leggere simili come Two much ed il ruolo di Stallone di guardaspalle sia del suo vecchio boss Angelo che della figlia di quest'ultimo nel corso della sua vita - spassosi i ricordi di lei filtrati attraverso le interferenze che il Frankie di Sly ha operato rispetto agli "ostacoli" nella vita soprattutto scolastica della Jennifer della Stowe -: se, a questo, si aggiungono il classico intreccio da commedia romantica ed alcuni passaggi pronti a far sorridere i vecchi fan dell'action - la "resa dei conti" tra Jennifer ed il boss responsabile dei suoi guai -, il risultato è un piacevole ritorno ai tempi in cui si guardava con tutta la famiglia il più facile dei film da sabato sera buono per mamma, papà e figli, anche quando non si coglievano tutte le sfumature - mi ricordo quando, ai tempi, con mio fratello finivamo per commentare i passaggi che ci erano sfuggiti rispetto alle cose "da grandi" regalando le personali interpretazioni delle quali ridiamo ancora oggi -.
Nel viaggio che sto compiendo alla scoperta degli Sly che mancavano alla mia collezione, devo ammettere che Avenging Angelo è stata una delle scoperte più interessanti: fresco, senza troppe pretese, in grado di non limitare il range di pubblico ai soli aspiranti machos da action pura, ma anzi, aprire le porte all'audience in rosa ed in grado di mostrare uno Stallone un pò diverso - per quanto sia possibile al Nostro - da quanto si sia abituati a vedere sul grande schermo.
Per tutto questo, sono anche più che disposto a concedere al pubblico internazionale una visione dell'Italia - e della Sicilia - buona giusto per i turisti a stelle e strisce.





MrFord





"Cattivo come adesso non lo sono stato
e quando mezzanotte viene
se davvero mi vuoi bene
pensami mezz'ora almeno
e dal pugno chiuso
una carezza nascerà."
Adriano Celentano - "Una carezza in un pugno" - 






sabato 20 giugno 2015

Donnie Brasco

Regia: Mike Newell
Origine: USA
Anno: 1997
Durata:
127'






La trama (con parole mie): Joseph Pistone, agente dell'FBI al lavoro su un'operazione di infiltrazione nella Mafia newyorkese, riesce con uno stratagemma ed un lento lavoro di costruzione del suo "personaggio", Donnie Brasco, ad avvicinare Lefty Ruggiero, uno degli uomini di punta dell'Organizzazione per le strade della Grande Mela, killer di lungo corso e luogotenente mai arrivato a ricoprire ruoli di primo piano.
Il rapporto progressivamente divenuto quotidiano con Lefty porta Donnie a scoprire gli usi e i costumi della Famiglia e ad entrare sempre più nei meccanismi della stessa, finendo per allontanarsi da moglie e figlie e dall'FBI che l'ha posto in un ruolo decisamente scomodo.
Quando l'operazione diverrà sempre più grande, e con lei i nodi al pettine, Donnie/Joe si troverà in pieno conflitto con se stesso, i propri valori ed il futuro che intende avere per lui e chi ama.










Nel pieno del mio periodo da radical chic cinefilo, quando non ero impegnato in recuperi di grandi classici o nello scovare pellicole semisconosciute di autori altrettanto poco noti, un guilty pleasure cui non ho mai rinunciato erano i momenti gangster movie passati con mio fratello e, a volte, con il nostro amico Emiliano, pronti a farci rimbalzare tra i goodfellas scorsesiani ed i padrini targati Coppola, in un continuo incrocio di citazioni e frasi divenute cult che ancora oggi, di tanto in tanto, rispolveriamo.
Una di queste era senza dubbio il "Che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco, sorprendente pellicola firmata da un autore che con questo genere pare non avere nulla a che spartire, Mike Newell, al centro di una delle scene che ricordo con più piacere della stessa - all'interno della quale troviamo un ancora pressochè sconosciuto Paul Giamatti duettare con Johnny Depp ai tempi in cui girava ancora film di valore -, intercalare tipico dei bravi ragazzi della mala newyorkese raccontati grazie alla testimonianza di Joseph Pistone, agente dell'FBI che sul finire degli anni settanta fu protagonista di una clamorosa operazione d'infiltrazione.
Ma non è l'aspetto prettamente crime, o la componente thrilling - strepitosa, per tensione, la preparazione dell'incarico che potrebbe portare Donnie all'affiliazione grazie all'intercessione di Lefty Ruggiero - a regalare a Donnie Brasco l'aura di cult che si è guadagnato negli anni e nonostante un piglio decisamente più sotto le righe rispetto ai supercult del già citato Scorsese, o il fatto che si tratti di una sorta di biopic: il colpo vincente sferrato da Newell, infatti, gioca tutto sul dualismo che ogni infiltrato deve affrontare rispetto a se stesso ed al progressivo sentirsi più legato alle persone che, di fatto, sta ingannando rispetto a quelle che rappresenta.
In questi termini, due passaggi in particolare rendono la grandezza di questa pellicola molto più delle sequenze di alto profilo - la vacanza d'affari a Miami della banda di Sonny, Lefty e Donnie, il sommesso ma ugualmente arrembante gigioneggiare di un Pacino strepitoso -: il confronto drammatico tra Joe/Donnie e sua moglie in cui, di fronte all'accusa della madre delle sue figlie di "sembrare uno di loro" l'agente FBI risponde "Io non sembro uno di loro, io sono uno di loro", e lo sguardo dello stesso Pistone tornato alla sua vita "normale" ed insignito di una medaglia che reca la scritta "justice", quasi fosse un beffardo monito, o un finale grottesco per una persona che ha visto entrambi i lati della barricata, e con essi le ombre e le luci di tutori dell'ordine e criminali incalliti.
In questo senso, dove sta la verità della missione di Joe/Donnie?
E quale potrebbe essere il confine da attraversare per considerarsi da una parte o dall'altra della Legge?
E cosa significa Legge? Parliamo di convenzioni sociali, o di quello che è stato deciso dal Sistema più forte?
Uomini come Lefty, criminali senza appello, risultano in fondo meno umani di quanto non siano agenti disposti a sacrificare i loro uomini pur di archiviare un successo?
Una risposta, con ogni probabilità, non si troverà mai.
Non la troverà Ruggiero, legato a valori che, di fatto, l'hanno reso carnefice e vittima.
Non la troverà l'FBI, per quanti arresti possa compiere.
Non la troverà la Mafia, per quanti cadaveri verranno fatti a pezzi nel nome di traffici e giochi di potere.
Non la troverà Joseph Pistone, che si ritrova con una ricompensa di cinquecento dollari e sulla testa una taglia di cinquecentomila.
Oltre ad una vita da testimone protetto.
E non la troverà Donnie Brasco.
Ma che ve lo dico a fare, è così che va la vita.
Da una parte o dall'altra della barricata.




MrFord




"One way or another I'm gonna find ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna win ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna see ya
I'm gonna meetcha meetcha meetcha meetcha
one day, maybe next week
I'm gonna meetcha, I'm gonna meetcha, I'll meetcha
I will drive past your house
and if the lights are all down
I'll see who's around."
Blondie - "One way or another" - 




domenica 31 maggio 2015

La trattativa

Regia: Sabina Guzzanti
Origine: Italia
Anno:
2014
Durata: 108'





La trama (con parole mie): attraverso una ricostruzione mostrata dal dietro le quinte di un teatro di posa, un gruppo di "lavoratori dello spettacolo" mette in scena il racconto delle vicende che pare siano dietro alla supposta trattativa tra Stato e Mafia volta a chiudere una volta per tutte l'epoca delle stragi che non solo costò la vita ai giudici Falcone e Borsellino ed alle loro scorte, ma anche ad una serie di vittime colpite solo perchè nel posto sbagliato al momento sbagliato o coraggiose abbastanza da affrontare la Mafia.
Un viaggio attraverso episodi fondamentali della Storia recente del Nostro Paese, dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio all'ascesa di Forza Italia e Silvio Berlusconi, dai collaboratori di giustizia ai membri del governo, della chiesa, della massoneria e della criminalità pronti a costruire uno stato parallelo allo Stato.








Credo ci siano pochi avvenimenti che, nella Storia recente del Nostro Paese, siano stati in grado di segnare coscienze, società, animi e cultura più delle morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due Uomini, due eroi, due personalità che dovremmo tutti prendere a modello, e che dovrebbero essere riconosciute alla stregua dei più grandi non solo entro i nostri confini.
La loro lotta alla Mafia e la loro drammatica fine è senza dubbio da considerarsi come uno dei capitoli più oscuri della politica e del crimine in Italia, nonchè la punta dell'iceberg di un'epoca di uccisioni, attentati, massacri che ancora oggi, spesso e volentieri, purtroppo non trovano spiegazioni e colpevoli: Sabina Guzzanti, una vita nella satira, torna sul grande schermo di fatto presentandosi come una sorta di Michael Moore italiano, sfruttando il metacinema - ottima idea, tra l'altro - per raccontare, pur se a grandi linee, il percorso che condusse Cosa Nostra dall'epoca delle stragi a quella della "conciliazione", da Totò Riina a Provenzano, dalla classe politica precedente a Tangentopoli all'era di Silvio Berlusconi.
Posizioni politiche a parte, l'effetto che documenti e racconti legati ad episodi come quelli delle uccisioni di Falcone e Borsellino - che sono due simboli, ma che rappresentano decine e decine di altri martiri della lotta alla Mafia - è sempre in bilico, per il sottoscritto, tra l'indignazione e la costernazione: pensare di essere nato in un Paese - come, peraltro, si afferma nello splendido documentario In un altro paese, che consiglio vivamente - in cui una classe politica intera lotta più per insabbiare morti di persone che quello stesso Paese dovrebbero governare grazie al loro rigore morale è davvero triste, così come il fatto che la società - e dunque noi tutti - finiamo troppo spesso per essere spettatori passivi - o ancora peggio, attivi, come nel caso delle ripetute elezioni del già citato Berlusconi - di quello che è accaduto, accade e speriamo sempre meno possa accadere in futuro davanti ai nostri occhi.
La cronaca degli eventi, resa attraverso un'acuta messa in scena - davvero efficaci i siparietti a proposito dei flashback -, porta a galla anche le vicende di collaboratori di giustizia, ufficiali delle forze dell'ordine, politici e magistrati da una parte e dall'altra della barricata mai salite davvero alla ribalta delle cronache, e dal rapporto tra l'infiltrato ed il Carabiniere e l'assassino di Cosa Nostra che, nello splendido epilogo e con chissà quanti cadaveri sulla coscienza, afferma di non essersi mai ripreso dall'omicidio di Don Puglisi - raccontato anche sul grande schermo dal buon Alla luce del sole -, che, ormai moribondo ai suoi piedi, continuava a sorridere di fronte alla fine.
In questo senso lo spirito della pellicola, che mescola fiction e documenti, satira e profondo dramma sociale, è proprio quello di portare a galla il marcio ma soprattutto dare il giusto risalto, l'importanza dovuta al coraggio che è stato, è e sarà sempre il fulcro della lotta a tutti i movimenti più oscuri della nostra società, senza dubbio ben peggiori dei singoli e semplici crimini di strada, o degli errori che ogni uomo o donna può fare nel corso della sua esistenza.
Complimenti dunque alla Guzzanti, che pur non resistendo a dover inserire almeno un paio di momenti dedicati alla sua - pur divertente - imitazione e parodia di Berlusconi confeziona un prodotto sentito ed importante, che avrebbe meritato una distribuzione ed una divulgazione più massive, ed insieme al lavoro di Pif La mafia uccide solo d'estate rappresenta un altro tentativo di mostrare una delle più grandi tragedie d'Italia attraverso un piglio narrativo didattico e sentito ma non retorico o eccessivo.
Abbiamo bisogno di questi esempi.
Abbiamo bisogno dei sorrisi di Don Puglisi.
Di Falcone e Borsellino.
Di alzare la testa, e dimostrare che è un certo tempo è passato.
E che il futuro è nostro.




MrFord




"Basta alla guerra fra famiglie
fomentata dalle voglie
di una moglie colle doglie
che oggi dà la vita ai figli
e domani gliela toglie
rami spogli dalle foglie
che lei taglia come paglia
e nessuno se la piglia:
è la vigilia
di una rivoluzione
alla voce del Padrino
ma don Vito Corleone
oggi è molto più vicino:
sta seduto in Parlamento."
Frankie HI-NRG MC - "Fight da faida" - 




martedì 10 febbraio 2015

The Iceman

Regia: Ariel Vromen
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Richard Kuklinski, un uomo tranquillo ed equilibrato, innamorato follemente della moglie Deborah e padre più che devoto delle figlie, cela dietro un'apparenza composta ed impeccabile il suo ruolo di killer della Mafia, tenuto nascosto ad amici e famiglia per oltre un ventennio passato un'uccisione dopo l'altra.
Trovato un alleato prezioso nel "collega" ribattezzato Freezy e divenuto uno dei nomi più grossi del mestiere nell'area di New York, Kuklinski verrà scaricato dal suo primo boss e, trovatosi disoccupato, finirà per allargare il giro d'affari aumentando con esso i rischi: quando, nella seconda metà degli anni ottanta, verrà infine arrestato dalle forze dell'ordine, si scoprirà aver accumulato un numero impressionante di cadaveri, pur avendo seguito sempre alla lettera la regola di non uccidere mai donne e bambini.








Anni fa, quando su suggerimento di Julez lessi lo straordinario saggio Uomini comuni di Browning - che, in caso riusciate a reperirlo, consiglio a tutti incondizionatamente -, venni a contatto con riflessioni che non avevo mai considerato, pensando a serial killer ed affini: partendo dall'analisi degli squadroni delle SS che si occuparono dei rastrellamenti a cavallo del secondo conflitto mondiale, infatti, l'autore illustra con perizia quanto spesso individui con evidenti disturbi psichici o veri e propri serial killer - per l'appunto - sfruttino le organizzazioni criminali, le forze dell'ordine o l'esercito in modo da poter istituzionalizzare i loro istinti omicidi e, di fatto, giustificare gli stessi grazie all'esercizio del "mestiere".
Richard Kuklinski, soprannominato Iceman, sicario di spicco della mala del Jersey per oltre un ventennio, dalla seconda metà degli anni sessanta al millenovecentoottantasette, anno del suo arresto, apparteneva con ogni probabilità alla categoria: uomo imponente, tanto amorevole con moglie e figlie tanto spietato e violento nell'esecuzione degli omicidi - sperimentò numerosi e svariati metodi di tortura ed uccisione, e nel corso di tutta la sua carriera si mantenne fedele al personale codice che gli impedì non solo di togliere la vita a donne e bambini, ma di infierire con più accanimento su chi usava violenza agli stessi -, è ritratto da Vromen con piglio deciso ed una buona tecnica, un'atmosfera vintage e si avvale di uno straordinario - come sempre - Michael Shannon, in testa ad un cast variegato ed interessante - irriconoscibili Chris Evans, Stephen Dorff e Richard Swimmer, sempre piacevolmente sopra le righe Ray Liotta -.
Peccato soltanto che lo stesso Vromen, probabilmente ancora acerbo all'epoca della realizzazione di questo film - giunto in Italia con uno scandaloso ritardo di tre anni tre -, si limiti al lavoro di discreto artigiano, ed alla lunga, nelle quasi due ore di durata, si finisce per procedere stancamente fino alla conclusione, senza approfondire, ad esempio, l'interessante e non sempre limpido rapporto di Kuklinski con l'amatissima moglie - una riesumata Wynona Rider - o quello con il socio d'affari Freezy, e relegare il suo arresto ad una manciata di minuti tagliati con l'accetta.
Considerato il genere e l'atmosfera, questo The iceman perde dunque il confronto per valore rispetto a prodotti come Donnie Brasco e per stile con i cult da giovani aspiranti gangsters come Blow, senza citare mostri sacri come Scarface, Carlito's Way o Quei bravi ragazzi.
Resta comunque un prodotto solido, che senza dubbio conquisterà sostenitori tra gli amanti del genere ma che, di fatto, non inventa nulla o sarà destinato a lasciare il segno nella Storia della settima arte: nell'affrontarlo, il consiglio è quello di lasciarsi trasportare dal talento impressionante di Shannon - in questo caso aiutato anche dall'altezza e dallo sguardo - e dalla riflessione legata agli abissi dell'animo umano, che in alcuni casi - e rispetto ad alcune persone - paiono essere più oscuri e profondi di quanto potremmo immaginarli anche negli incubi peggiori.
Così come quanto possa essere raggelante - per usare un termine che si adatta al protagonista della vicenda - pensare di averci vissuto accanto senza neppure rendersi conto della loro esistenza.



MrFord



"You're as cold as ice
you're willing to sacrifice our love
you want Paradise
but someday you'll pay the price
I know."
Foreigner - "Cold as ice" - 




venerdì 22 agosto 2014

Dead city

Autore: Shane Stevens
Origine: USA
Anno: 1973
Editore:
Fazi




La trama (con parole mie): siamo nel cuore del Jersey, una delle zone storicamente in mano alle organizzazioni mafiose statunitensi. Tra Hoboken, Jersey City e tutti i piccoli centri cresciuti oltre i confini di New York giovani aspiranti picchiatori e tiratori - più tecnicamente sicari - guardano a personaggi di spicco della comunità dallo stile di Jo Zucco come ad esempi da seguire.
Charlie Flowers, ex grande promessa caduta in disgrazia ma ancora in grado di riscattarsi e Henry Strega, reduce del Vietnam in cerca di un'identità e di sicurezza, sono soltanto due tra i tanti a caricare speranze e sogni insieme alla pistola.
Il loro è un lavoro di bassa manovalanza, fatto di violenza e sporco del quale sbarazzarsi per i boss dei propri boss, ma quando la tensione tra Alexis Machine e lo stesso Zucco comincia a crescere fino a divenire insostenibile, per i due potrebbe giungere la tanto agognata occasione di una vita.
Sempre che una qualche pallottola di troppo non si metta in mezzo.






Dalle parti del Saloon, quando si tratta di Shane Stevens, ci si toglie sempre il cappello.
L'autore dell'indimenticabile Io ti troverò, schivo a qualsiasi contatto con la società e la celebrità fino alla morte, è da anni un fordiano ad honorem, di quelli da giro offerto a fine serata.
Quando Poison, al mio ultimo - ed ennesimo, direbbe il Cannibale - compleanno, sfoderò questo regalo, non potei che gioire a fronte di una nuova avventura letteraria in compagnia dell'autore newyorkese: il risultato è stato come uno dei ritorni a casa che di norma mi riserva Lansdale - altro protetto di queste parti -, coinvolgente e piacevole, eppure qualcosa, nel complesso, non ha girato come avrei voluto.
Certo, per il millenovecentosettantatre - anno della prima pubblicazione statunitense - il prodotto di Stevens risulta senza dubbio efficace, potente ed avanti con i tempi, quasi precorresse la via di Coppola e del suo Padrino - anche se l'omonimo romanzo di Puzo è datato sessantanove -, la prosa è efficace, la violenza efferata, lo spazio dedicato agli outsiders della Mafia del Jersey ed ai loro destini assolutamente perfetto - soprattutto per un sostenitore del genere Goonie a tutti i livelli come il sottoscritto -, ma qualcosa, ad ultima pagina scorsa, manca.
Forse leggere Dead City a Nuovo Millennio iniziato, con alle spalle decenni di supercult come Scarface, Carlito's Way, Donnie Brasco, I Soprano finisce inevitabilmente per ridurre l'effetto di una proposta di questo genere, che di fatto ha finito, anche rispetto al già citato e di tutt'altro livello Io ti troverò, per apparire come Bronx agli occhi di uno spettatore abituato a Quei bravi ragazzi.
Una buona proposta, onesta e con gli attributi al posto giusto, ma priva, di fatto, del guizzo in grado di renderla, di fatto, imperdibile se non per gli appassionati del genere: le vicende di Charley Flowers o Harry Strega, bassa manovalanza del crimine a metà tra il primo Rocky di Stallone ed il Ray Liotta del già citato Goodfellas destinati a rimanere dei perdenti anche all'apice della loro carriera è senza dubbio affascinante - più di quelle legate ai boss Zucco e Machine, freddi ed impersonali anche quando in preda alle passioni più selvagge -, pronta a toccare nel profondo tutti quelli abituati a farsi il culo per le briciole come la maggior parte delle persone comuni, e l'approccio di Stevens è efficace e molto vicino a quello degli aneddoti di vita vissuta, eppure nel complesso l'affresco non raggiunge neppure di striscio - come un colpo andato male, o un omicidio non compiuto - lo sconvolgimento che matura, al contrario, seguendo le vicende di Thomas Bishop.
I colpi, comunque, non mancano al tamburo di questa sputafuoco, e momenti come lo smembramento dei cadaveri dopo il lavoro compiuto o le speranze di un giovane come Strega, cui la società ha offerto solo la guerra e l'emarginazione, tutte riposte nella speranza di essere richiamato all'azione da una vacanza troppo rilassante in Florida lasciano il segno, e denotano la profonda tristezza che, anche al di fuori della Legge, avvolge chi non raggiungerà mai i vertici della catena alimentare.
In questo senso il pensiero legato a quelli dei suoi uomini visti come figli da Zucco - con tanto di riflessione su quelli che ce la faranno, e gli altri destinati al dimenticatoio, o alla morte - rimane in bilico tra la malinconia e lo sconforto, segno di tempi che, di fatto, non sono cambiati, di qualsiasi livello o professione si tratti.
Come in A proposito di Davis, è sempre uno su mille, a farcela.
E per gli altri non resta che mangiare la polvere.
O, allargando le spalle e cercando di non essere inghiottiti dagli squali, tenere i cavalli sperando di non essere mai chiamati per un lavoro troppo importante.



MrFord



"This dead city longs to be
this dead city longs to be living
is it any wonder there's squalor in the sun
with their broken schemes and their lotteries
they never get nowhere."
Patti Smith - "Dead city" - 



venerdì 30 maggio 2014

La mafia uccide solo d'estate

Regia: Pif
Origine: Italia
Anno: 2013
Durata: 90'





La trama (con parole mie): Arturo, un ragazzino che vive nel cuore di Palermo, attraversa le tappe fondamentali della crescita - il rapporto con i genitori, la scuola, il primo amore - sotto il segno degli omicidi che la Mafia ordinò ed eseguì nel ventennio che corse tra l'inizio degli anni settanta e dei novanta, che culminò con le stragi che portarono alla morte i giudici Falcone e Borsellino.
Il sentimento per Flora, dai banchi di scuola all'impegno lavorativo, sviluppato accanto ai sogni di una carriera giornalistica, porteranno Arturo a sfiorare e vivere sulla pelle anche una delle stagioni più sanguinose e terribili della nostra Storia, figlia di governi dal silenzio assenso e di atti barbari compiuti per le strade.
Riuscirà il ragazzo, cresciuto e pronto a non arrendersi, a raggiungere i suoi obiettivi? Il cuore di Flora ed una nuova vita a Palermo rimarranno miraggi o diverranno possibilità concrete?







Ricordo ormai vagamente, e me ne dispiaccio, la stagione del terrore del millenovecentonovantadue: ero ancora un bambino, preso dall'inizio della quasi adolescenza e dalla recita in teatro che portammo in scena con la scuola proprio alla fine di maggio, nei giorni appena precedenti la morte di uno dei più grandi eroi della Storia Italiana, Giovanni Falcone.
Non passarono neppure due mesi, e toccò al suo amico e collega Paolo Borsellino: ero in montagna con i miei e mio nonno, e l'avvenimento mi parve lontano, incredibile, cinematografico, distante anni luce da quella che era la quotidianità di un quasi tredicenne milanese.
Soltanto tempo dopo mi accorsi dell'importanza che quegli eventi e le persone che avevano perso la vita negli stessi - non dimentichiamo le scorte, come giustamente non dimentica Pif - ebbero nel panorama non solo del Bel Paese, ma internazionale.
E come, fin dai tempi di Dalla Chiesa, fossimo tutti coinvolti in quello che accadde a Palermo, in Sicilia e a Roma: gli anni del terrore furono e rimangono una ferita aperta per l'Italia, il segno di tempi che dovevano e dovranno continuare a cambiare, a partire dagli esponenti politici fino ad arrivare ai criminali di strada.
Ma non voglio perdermi in un pistolotto retorico, pensando a La mafia uccide solo d'estate: in fondo, l'ironia e l'intelligenza - e di nuovo chiamo in causa il regista - sono strumenti decisamente più utili, in alcuni casi.
Certo, l'esordio cinematografico di Pif, ex Iena ed ottimo conduttore de Il testimone, non è esente da difetti, dalla recitazione alla scelta di un ibrido tra fiction e documentario, e sfrutta in parte il ritorno emotivo dell'indignazione che ancora oggi, a distanza di vent'anni e più, si prova rispetto a tutto quello che portò ai massacri di quel periodo, dalle indicazioni di Totò Riina al silenzio assenso della classe politica - neanche fossimo tornati all'epoca di Aldo Moro -.
Eppure il lavoro di Pierfrancesco Diliberto è di quelli venuti dal cuore e dalla pancia, che qui al Saloon godranno sempre e comunque di stima, pur se non riusciti e confezionati come un qualche grande cosiddetto Capolavoro del Cinema d'autore: il mosaico che il buon Pif confeziona, a partire da una rappresentazione che mescola Ovosodo a E' stato il figlio per giungere all'inchiesta di In un altro paese - splendido documentario che raccontò proprio l'escalation che condusse alla morte di Falcone e Borsellino -, funziona e coinvolge, risvegliando anche nel pubblico non solo una certa dose di coscienza sociale e politica, ma anche e soprattutto la sensazione di appartenere ad un luogo e alla sua cultura, sia essa bagnata di sangue, oppure no.
Personalmente, non credo avrei mai avuto la forza di fare ciò che hanno fatto persone come Falcone e Borsellino: sono un individuo dedito all'istintività, e senza dubbio la mia indole è più egoista ed oscura, che non onesta e votata al sacrificio.
Eppure non posso rimanere indifferente di fronte alla forza di chi si è opposto fino alla fine ad un corso delle cose che pareva non si potesse cambiare, ed ha continuato per la sua strada: e credo che, in una situazione estrema come quelle che si sono vissute in Sicilia in quegli anni, avrei finito per essere ammazzato anche io, troppo lontano dal silenzio che certa gente - seduta in Parlamento o in un'aula di tribunale come imputata - continua a sponsorizzare.
E continuo a pensare, come racconta Pif nel finale, che sia un'importante responsabilità, quella di mostrare ai nostri figli cos'è accaduto, e dare loro gli strumenti affinchè possano, in futuro, avere la possibilità di scegliere se vivere con la bocca cucita o alzare la mano e dire la loro.
Anche a costo di pagarne il prezzo.
In fondo, è quello che facciamo anche noi tutti, qui, scrivendo ogni giorno.
E quello che hanno fatto, in misura enormemente maggiore, Falcone e Borsellino.
Gli uomini e le donne che erano al loro fianco, e quelli che li hanno preceduti.
Pif non avrà portato sullo schermo un film perfetto, ma ha trovato il modo migliore per risvegliare i miei ricordi ed i sentimenti rispetto a tante cose.
E per questo va ringraziato anche lui.



MrFord



P. S. Questo post è dedicato ad Agnese, alla quale non avrò la possibilità e la responsabilità di insegnare ad alzare la mano e dire la sua, ma che non dimenticherò - e non dimenticheremo - mai.



"Quanti giardini di aranci e limoni
balconi traboccanti di gerani
per Pasqua oppure quando ci si sposa
usiamo per lavarci
petali di rose
e le lucertole attraversano la strada
com'è diverso e uguale
il loro mondo dal mio.
Vivere più a sud
per trovare la mia stella
e i cieli e i mari
prima dov'ero."
Franco Battiato - "Giubbe rosse" -





martedì 14 gennaio 2014

Cose nostre - Malavita

 
 Regia: Luc Besson
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 111'


La trama (con parole mie): la famiglia Manzoni, a seguito delle soffiate del patriarca Giovanni, è costretta a riparare nel Sud della Francia per evitare che i vecchi compagni della Mafia si liberino della loro presenza. Scortati da un manipolo di fin troppo zelanti agenti, i Manzoni ribattezzati Blake porteranno una ventata di stelle e strisce e durezza da strada nella campagna della Normandia, che sarà letteralmente sconvolta dall'arrivo di questa famiglia ben oltre il disfunzionale all'interno della rodata, composta e solo apparentemente sofisticata realtà di una piccola comunità che tutto si aspetterebbe tranne un tocco certo non leggero come quello di questo gruppo di strambi ex abitanti di Brooklyn.






Luc Besson non è mai stato tra i miei favoriti, non è certo un mistero.
L'autore e produttore francese, uno tra i nomi più sopravvalutati del panorama cinematografico mondiale, tolti l'exploit - fortunato, direi - di Leon e la trilogia regina delle tamarrate di Transporter, ha prodotto una quantità di schifezze inenarrabili da competizione, finendo spesso e volentieri per ricevere tempeste di bottigliate e critiche aspre quanto quelle che normalmente riservo a gente come Paul W. S. Anderson.
Questo Cose nostre - Malavita, giunto al Saloon dopo essere stato piacevolmente massacrato un pò ovunque nella blogosfera, rappresenta il classico film bessoniano utile giusto per una visione dimenticabile e nulla più, prodotto wannabe made in USA che sfrutta tutti i luoghi comuni di un genere ed un cast di richiamo - Robert De Niro, stranamente non così irritante come è solito essere ultimamente, Michelle Pfeiffer, sempre bellissima nonostante l'età che avanza, Tommy Lee Jones nel suo classico ruolo da duro e la star di Glee Dianna Agron - che non riescono, però, nel complesso, a rendere il risultato davvero degno di diventare un riferimento anche minore per gli appassionati del gangster movie.
Senza dubbio nulla per cui perdere davvero la pazienza, e a tratti anche quasi divertente - la sequenza della proiezione di Quei bravi ragazzi che sconfina nel metacinema mi ha onestamente stuzzicato parecchio -, eppure il gioco non regge l'ora e quarantacinque abbondante di durata, specie con alle spalle paragoni di humour nero come lo stesso già citato filmone firmato Scorsese o divertenti esperimenti come Burn after reading dei Coen, e tutto finisce fin troppo presto per apparire implausibile e stantìo, per quanto i Manzoni/Blake possano solleticare le simpatie del pubblico proprio grazie ai loro eccessi ed alle punizioni esemplari che riescono, a turno, a rifilare ai dal sottoscritto sempre detestati cugini d'oltralpe.
Dunque, passando da una serie di quasi citazioni de I Soprano alle disavventure sociali e burocratiche di De Niro e congiunti, il gioco finisce per esaurire il divertimento - già non clamoroso - abbastanza in fretta, svelando principalmente la prevedibilità dell'intero lavoro - per quanto interessante possa sembrare, in questo senso, il complesso mosaico di casualità che porta il boss dei boss a scoprire la posizione del nascondiglio dei Manzoni - così come il suo telefonatissimo epilogo, tipico delle commedie - nere e non - basate sul concetto di Famiglia uscite da Hollywood nel corso delle ultime stagioni - si veda la sorpresa Come ti spaccio la famiglia, ad esempio -.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e nulla cui un curioso, vecchio Bob intento a reinventarsi scrittore quasi assumendo i connotati di un narratore esterno in pieno stile anglosassone - la voce fuoricampo mi ha ricordato l'approccio di Guy Ritchie a Lock&stock - possa di fatto porre rimedio: resta la delusione di non essermi potuto sfogare maggiormente su una delle mie vittime favorite nell'ambito cinematografico e qualche vago ricordo di una serata di grande svacco sul divano spinta verso i titoli di coda più dal dubbio se alzarsi o no per recuperare delle patatine o resistere pazientemente confidando solo nell'alcool.
MrFord
"Pullin' up at tha club in a 67 'lac
wit tha champagne color, drop top, blowin on a sack
we were rollin like some macs, peepin all foes
I got to Valet, my baby, cause she sittin on some all golds
now Lucci call those, ladies wit fitness
so we can handle our business, and let em know, jus how we kick it
it's time to let em know tha real crooks are on tha scene."
French Connection - "Mr. Pookie" - 

sabato 6 luglio 2013

Oscar - Un fidanzato per due figlie

Regia: John Landis
Origine: USA
Anno:
1991
Durata: 109'




La trama (con parole mie): Angelo "Snaps" Provolone è un gangster di spicco divenuto uno dei boss incontrastati dei primi anni trenta, rispettato, ricco e temuto.
Quando incontra il vecchio padre sul letto di morte, quest'ultimo gli impone di promettere solennemente sulla sua memoria di ravvedersi, e così Angelo, da buon uomo all'antica, ripulisce i suoi modi e le attività, e pianifica di diventare socio di un'importante banca.
Il giorno dell'appuntamento con i suoi nuovi partners d'affari, però, Provolone scopre non solo di essere stato derubato dal suo giovane contabile, ma che quest'ultimo è pronto a chiedere la mano di sua figlia Teresa: peccato che lui non abbia una figlia di nome Teresa, e che la vera erede, Lisa, sia pronta a raccontare di essere rimasta incinta in modo da vendicarsi del padre che continua a tenerla rinchiusa in attesa di un matrimonio di comodo e che ha causato la fine della sua storia con l'autista Oscar.
Ma i guai della nuova vita "pulita" dell'ex "Snaps" sono appena cominciati: arrivare alla fine della giornata sarà più duro che ritagliarsi un posto nella mala a suon di colpi di pistola.




Questo post rappresenta la prima parte delle celebrazioni per il Sylvester Stallone Day, tramutato per l'occasione in Sylvester Stallone Weekend, alla facciazza di tutti quei radical chic che gli hanno preferito Kevin Spacey. Un ringraziamento speciale a Julez per il fantastico mosaico celebrativo.



Tutti gli avventori che si rispettano del Saloon sanno benissimo del culto che il sottoscritto continua ad alimentare rispetto ad una delle figure cardine della sua infanzia di appassionato cinefilo: parlo ovviamente di Sylvester Stallone, figura di spicco dell'action anni ottanta e non solo, icona della settima arte e del suo lato più fracassone e possessore del labbro più incredibile di Hollywood.
Nonostante il suddetto culto, alla mia lista personale di visioni mancava ancora Oscar, pellicola dei primi anni novanta firmata da un altro mito indiscusso, il John Landis di Blues Brothers e Una poltrona per due, capisaldi indiscutibili di ogni percorso di formazione che si rispetti.
Fortunatamente, il sessantasettesimo compleanno dello Stallone italiano - stessa età di mio padre, tra le altre cose - ha fornito l'occasione giusta per rimediare: perchè Oscar è uno spasso assoluto e totale, un divertentissimo divertissement all'interno del quale si fondono la commedia sguaiata e quella degli equivoci, la grana grossa e lo humour nero, la risata senza ritegno ed il ghigno sornione di chi la sa lunga.
In poche parole, il suo regista ed il protagonista.
Landis, che nel corso della sua carriera è sempre riuscito a regalare al pubblico un tocco pungente e molto più raffinato di quanto non possa apparire, tira fuori il meglio di Sly cucendogli addosso un personaggio che pare la sua trasposizione, gangster costretto a ravvedersi a seguito di una promessa fatta al padre sul letto di morte che pare un pesce fuor d'acqua almeno quanto uno abituato a menare le mani e scansare le esplosioni all'interno di un titolo che pare quasi un'escursione nell'autorialità nello stile del Woody Allen di Pallottole su Broadway o di frizzanti opere come L'importanza di chiamarsi Ernest.
La sequela di equivoci che mettono spalle al muro l'ormai ex gangster Angelo Provolone, infatti, è figlia della migliore tradizione del retaggio teatrale a partire dai titoli di testa - bellissimi, tra l'altro - sulle note di Rossini e del suo Il barbiere di Siviglia, come una danza senza requie tra figlie legittime e non, contabili con il vizio del furto, sicari tramutati in maggiordomi e borse che entrano ed escono da una villa che diviene palcoscenico quasi unico della vicenda nonchè motore dello stesso Snaps, intento a correre da un piano all'altro in modo da venire a capo di una matassa che pare più difficile da sbrogliare delle sue peggiori avventure da uomo della strada.
Benchè non si tratti d'altro se non di un susseguirsi di scambi di persona, di oggetti e battute apparentemente semplici, Oscar funziona a meraviglia, intrattiene e diverte grazie ad una squadra di attori tutti perfettamente in parte, una messa in scena da grandi studios dell'epoca d'oro ed un ritmo vertiginoso, reso ancor più funzionale da piccoli tormentoni già cult in casa Ford come lo schioccare delle dita di Provolone - e della figlia - ed i vezzi degli sgherri del boss, su tutti il patito di armi nonchè romantico sognatore Chazz Palminteri, perfetto nel ruolo del guardaspalle tutto muscoli e niente cervello.
Una sarabanda di situazioni, risate ed incastri che mi ha divertito dal primo all'ultimo minuto, e che nonostante una fama che non fa onore al lavoro di Landis e di Sly è stata per il sottoscritto una vera goduria che già non vedo l'ora di rivedere, perfetta per rivalutare il Rocky di noi tutti ed il suo ruolo cardine nella settima arte americana.
Almeno quella che, in barba a qualsiasi promessa, finisce sempre per preferire i muscoli alle buone maniere.


MrFord


"Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:
qua la parrucca... Presto la barba...
Qua la sanguigna...
Presto il biglietto...
Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono! 
Qua la parrucca, presto la barba,
presto il biglietto, ehi!"
Gioacchino Rossini - "Largo al factotum" - 


domenica 8 luglio 2012

Sinfonia di piombo

Autore: Victor Gischler
Origine: Usa
Anno: 2006
Editore: BD



La trama (con parole mie): 1965, Harlem. Dan e Mike Foley sono due fratelli al soldo della mala che si occupano di sistemare gli affari dei boss con il piombo. Durante una sparatoria con alcuni spacciatori il secondo uccide per sbaglio una ragazzina, sprofondando nel senso di colpa abbandonando quella vita e ritirandosi nel cuore dell'Oklahoma a coltivare uva per farne una nuova etichetta di vino.
Quarant'anni dopo il figlio del defunto Dan, Andrew, con due amici si ritrova a fare per conto di alcuni boss di origine italiana un lavoretto facile facile: quando con la sua gang, però, si ritrova a vedere quello che non dovrebbe, sulle sue tracce viene scatenata la killer più spietata del mondo, la letale Nikki Enders.
Il giovane, terrorizzato, è però memore di quel fratello che suo padre gli disse di contattare soltanto in caso di vita o di morte: così Andrew molla tutto e corre dritto dritto in Oklahoma.
Ma i guai, per lui, sono appena cominciati.



Giunto quasi di soppiatto in casa Ford lo scorso anno, pubblicizzato da uno dei miti del saloon per eccellenza, Joe Lansdale, Victor Gischler si è progressivamente guadagnato la stima del sottoscritto a suon di romanzi tosti e diretti come una sbronza secca o un pugno nello stomaco.
Romanzi come Anche i poeti uccidono, che non dovrebbero mancare nella libreria di ogni appassionato di noir e pulp, hanno segnato le mie letture degli ultimi mesi ed aperto la strada a questo recente e clamorosamente interessante recupero: sull'onda della sua prosa veloce e tagliente, influenzato evidentemente dalla mitologia creata nel Cinema da Quentin Tarantino, Gischler regala al pubblico quello che, per certi versi, è il suo lavoro più violento e travolgente, una sorta di divertissement d'alta scuola grindhouse che incolla alla pagina dall'inizio alla fine senza risparmiare sequenze clamorose, morti ammazzati, battute sagaci, una buona dose di malinconia ed una sarabanda di colpi di scena e ribaltamenti di fronte degni, per l'appunto, del miglior Lansdale.
Dal giovane protagonista Andrew - un protagonista tutto fuorchè d'un pezzo, simile in questo a molti degli altri "eroi" descritti dall'autore della Louisiana - al solido zio Mike, dalla letale Nikki Enders - che mi ha ricordato prepotentemente la squadra serpentifera di Kill Bill o la Vanilla ride di Sotto un cielo cremisi - alle sue terribili sorelle, dall'uomo con la voce a Linda e Mars, senza contare l'incredibile coppia di killers composta da Jack Acciuga e dalla sua titanica compagna, tutto in questo romanzo ha il sapore del cult, e sequenze come l'assalto in elicottero alla piantagione o il clamoroso doppio confronto tra Mike e Nikki e Mars ed Andrew sono da antologia del genere, nonchè clamorosamente cinematografiche.
Non mi stupirei, in questo senso, se il già citato Tarantino o il suo compagno di merende Rodriguez si cimentassero, prima o poi, con un adattamento di quello che pare un libro scritto, fondamentalmente, a loro uso e consumo: Gischler dipinge una storia di violenza e materia bassa, senza dimenticare comunque di inserire nello shaker sanguinolento pronto a servire questo cocktail esplosivo una spruzzata di malinconia e solitudine - incarnate dallo zio Mike, ma anche dalla nemesi Nikki -, la voglia di riscatto ed i legami inscindibili che caratterizzano la Famiglia, in grado di superare quarant'anni di silenzio e sensi di colpa e cercare di costruire qualcosa che non si ha mai davvero avuto.
Ma quel vecchio bastardone di Victor conosce bene le regole del gioco, e come chiunque inizi a percorrere una certa strada, anche i personaggi di Sinfonia di piombo sono già condannati da regole decisamente più grandi di loro: killer prezzolati, soldati con passato oscuro, criminali di strada, duri da uccidere, tutti hanno una spada in bilico sulla testa, pronta a cadere nel momento in cui il delicato equilibrio si spezza.
Come in quella lontana notte ad Harlem, nel 1965.
O nei campi dell'Oklahoma, e nella corsa spezzata del giovane Keone.
O in una casa da manuale, un marito da manuale, una vita da manuale.
O in quello che non c'è mai stato, perchè in fondo si è voltato le spalle a qualcosa per diventare troppo duri per essere raggiunti da tutto.
Ma non si è mai abbastanza tosti, per quella spada pronta a calare sulle nostre teste.
La Giustizia del 25:17.
E torna a galla l'eredità della riflessione di Jules Winnfield.
Andrew potrebbe essere un discreto debole circondato dalla tirannia degli uomini malvagi.
Malvagio come era suo padre. Come è suo zio Mike.
Come sono tutti gli assassini mandati a fargli la pelle.
Ma la Giustizia ha gli occhi bene aperti, e sa quali sono le teste destinate a cadere.
Senza troppe parole, o troppi fronzoli. Bang. Ed è finita.
Tutto sommato, quando il fumo si sarà diradato, per noi peccatori, ci sarà ancora la speranza che possa nascere un pastore.
E chissà che non sia la bizzarra unione di Andrew e Lizzy a regalarlo al mondo.


MrFord


"Bang bang, he shot me down
bang bang, I hit the ground
bang bang, that awful sound
bang bang, my baby shot me down."
Nancy Sinatra - "Bang bang" -


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