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giovedì 15 ottobre 2015

Operazione U.N.C.L.E.

Regia: Guy Ritchie
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
116'






La trama (con parole mie): siamo nei primi anni sessanta e nel pieno della Guerra Fredda quando Napoleon Solo, agente della CIA costretto a lavorare per l'Agenzia a causa dei suoi trascorsi come criminale e ladro incallito ed Illya Kuryakin, uomo d'acciaio dell'intelligence russa, finiscono a dover seppellire l'ascia di guerra costretti dai loro superiori ad unirsi alla giovane Gaby, che fa il meccanico a Berlino Est, per rintracciare il padre scomparso di quest'ultima, ex tecnico del Reich che pare avere trovato rifugio forzato in Italia presso una famiglia che pare mostrarsi troppo nostalgica a proposito dei tempi del Fuhrer.
Riusciranno i due riluttanti agenti a mettere da parte la loro rivalità per scrivere la parola fine ad un piano ideato da qualcuno peggiore perfino dei governi che li manovrano? 
La ragazza che dovranno custodire finirà per gettare benzina sul fuoco rispetto al loro confronto? 
E in un mondo di spie, cimici e voltafaccia, ci si potrà davvero fidare fino in fondo di chi ci sta accanto ed è incaricato di coprirci le spalle?










Il fatto che Guy Ritchie abbia un grande stile è risaputo fin dai tempi di Lock&Stock, e ancor più di The snatch: il fatto che molto del suo lavoro si debba alla generazione del pulp e all'esplosione di Tarantino negli anni novanta, in fondo, poco importa, perchè l'anglosassone in questione è sempre riuscito, di fatto, a prendere la grana grossa figlia delle stelle e strisce e a trasformarla in un ibrido rock di gran classe, un pò come quando Iggy Pop incontrò David Bowie.
Personalmente, non sempre ho amato i suoi lavori, e l'ho sempre considerato un più che onesto artigiano, lontano sempre e comunque anni luce dal ragazzaccio Quentin, eppure qualcosa ha finito, anche a fronte delle delusioni peggiori - Rocknrolla su tutti, ma anche il secondo Sherlock Holmes non ha scherzato - per riportarmi sempre alla sua corte all'uscita di qualche nuovo titolo.
Questo Operazione U.N.C.L.E., che pare - o vorrebbe diventare - una versione hipster di Mission Impossible, ha di fatto finito per esercitare la consueta, irrefrenabile curiosità del sottoscritto rispetto al lavoro dell'ex signor Madonna, e, devo ammetterlo, si è difeso molto, molto meglio dei due scivoloni appena citati, finendo per intrattenermi piacevolmente per un paio d'ore - comunque onestamente troppe per un prodotto leggero ma non abbastanza come questo - principalmente grazie ad una messa in scena curatissima e davvero impeccabile - in alcuni passaggi l'impressione è quella di trovarsi all'interno di una versione dopata di Mad Men - ed i continui battibecchi dei due protagonisti, che saranno anche considerati spesso e volentieri inespressivi ma che ho trovato molto calzanti per i ruoli cuciti loro addosso, dalla sbruffonaggine guascona del Napoleon Solo di Henry Cavill - che sta decisamente meglio in questi panni che non in quelli di Superman - e dell'Illya Kuryakin di Armie Hammer, che continuo a considerare ben più capace di quanto non lasci intendere, spalleggiati alla grande all'affascinante Alicia Vikander già vista di recente in Ex machina.
Il resto, per quando ben palleggiato tra sequenze action interessanti come l'inseguimento in apertura ed intermezzi comici ottimamente riusciti - i due agenti che discutono di moda rispetto all'abbigliamento della loro protetta Gaby all'interno del negozio, o lo spuntino all'interno del camion di Solo con in lontananza l'inseguimento in barca con protagonista Illya, forse il pezzo pregiato della pellicola - finisce sempre per ricordare qualcos'altro, da Ocean's Eleven agli heist movies in genere, passando per 007 ed i vecchi film dell'epoca dei grandi studios: certo, tutto di grande effetto, ottimo intrattenimento intelligente, strizzate d'occhio e colpi di gomito a profusione, eppure l'impressione di non essere di fronte ad un grande film è netta ed insindacabile fin dal principio, quasi Operazione U.N.C.L.E. fosse uno di quei titoli "belli senz'anima" che non sono riusciti a trovare una propria dimensione ed un carattere abbastanza forte per poter sperare di lasciare davvero il segno.
Come se non bastasse gli incassi, per il momento, non paiono dare ragione a Ritchie ed alla palese volontà della produzione di porre le basi per un sequel o addirittura una serie - si veda il finale in una certa misura aperto -: non che al sottoscritto importi qualcosa a proposito dei dollaroni o delle sterline che finiranno nel già abbastanza gonfio portafogli del buon Guy e dei suoi soci, ma anche il risultato al botteghino finisce per essere un indicatore dell'impressione che un titolo finisce per comunicare al pubblico.
Quella che lascia questo film, per quanto cool, spigliato, stiloso e ben congeniato, è quella, purtroppo per lui, del "vorrei ma non posso": quantomeno, pensando alla sagacia di Solo e all'orgoglio di Kuryakin, resto dell'idea che i suoi protagonisti non l'abbiano presa troppo male, ed in qualche modo abbiano già trovato la strada per arrivare a noi.
In fondo, le spie sono come gli illusionisti: ti fanno credere di aver visto qualcosa che volevi vedere, ed hanno finito per mostrarti quello che volevano che vedessi.




MrFord




"Oh, se
non m’avessero detto mai
che le fiabe son storie non vere,
ora là io sarei.
D’un regno
con un solo soldato,
che cercava le streghe
voleva cacciarle a sassate."
Luigi Tenco - "Il mio regno" -




martedì 10 febbraio 2015

The Iceman

Regia: Ariel Vromen
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 106'




La trama (con parole mie): Richard Kuklinski, un uomo tranquillo ed equilibrato, innamorato follemente della moglie Deborah e padre più che devoto delle figlie, cela dietro un'apparenza composta ed impeccabile il suo ruolo di killer della Mafia, tenuto nascosto ad amici e famiglia per oltre un ventennio passato un'uccisione dopo l'altra.
Trovato un alleato prezioso nel "collega" ribattezzato Freezy e divenuto uno dei nomi più grossi del mestiere nell'area di New York, Kuklinski verrà scaricato dal suo primo boss e, trovatosi disoccupato, finirà per allargare il giro d'affari aumentando con esso i rischi: quando, nella seconda metà degli anni ottanta, verrà infine arrestato dalle forze dell'ordine, si scoprirà aver accumulato un numero impressionante di cadaveri, pur avendo seguito sempre alla lettera la regola di non uccidere mai donne e bambini.








Anni fa, quando su suggerimento di Julez lessi lo straordinario saggio Uomini comuni di Browning - che, in caso riusciate a reperirlo, consiglio a tutti incondizionatamente -, venni a contatto con riflessioni che non avevo mai considerato, pensando a serial killer ed affini: partendo dall'analisi degli squadroni delle SS che si occuparono dei rastrellamenti a cavallo del secondo conflitto mondiale, infatti, l'autore illustra con perizia quanto spesso individui con evidenti disturbi psichici o veri e propri serial killer - per l'appunto - sfruttino le organizzazioni criminali, le forze dell'ordine o l'esercito in modo da poter istituzionalizzare i loro istinti omicidi e, di fatto, giustificare gli stessi grazie all'esercizio del "mestiere".
Richard Kuklinski, soprannominato Iceman, sicario di spicco della mala del Jersey per oltre un ventennio, dalla seconda metà degli anni sessanta al millenovecentoottantasette, anno del suo arresto, apparteneva con ogni probabilità alla categoria: uomo imponente, tanto amorevole con moglie e figlie tanto spietato e violento nell'esecuzione degli omicidi - sperimentò numerosi e svariati metodi di tortura ed uccisione, e nel corso di tutta la sua carriera si mantenne fedele al personale codice che gli impedì non solo di togliere la vita a donne e bambini, ma di infierire con più accanimento su chi usava violenza agli stessi -, è ritratto da Vromen con piglio deciso ed una buona tecnica, un'atmosfera vintage e si avvale di uno straordinario - come sempre - Michael Shannon, in testa ad un cast variegato ed interessante - irriconoscibili Chris Evans, Stephen Dorff e Richard Swimmer, sempre piacevolmente sopra le righe Ray Liotta -.
Peccato soltanto che lo stesso Vromen, probabilmente ancora acerbo all'epoca della realizzazione di questo film - giunto in Italia con uno scandaloso ritardo di tre anni tre -, si limiti al lavoro di discreto artigiano, ed alla lunga, nelle quasi due ore di durata, si finisce per procedere stancamente fino alla conclusione, senza approfondire, ad esempio, l'interessante e non sempre limpido rapporto di Kuklinski con l'amatissima moglie - una riesumata Wynona Rider - o quello con il socio d'affari Freezy, e relegare il suo arresto ad una manciata di minuti tagliati con l'accetta.
Considerato il genere e l'atmosfera, questo The iceman perde dunque il confronto per valore rispetto a prodotti come Donnie Brasco e per stile con i cult da giovani aspiranti gangsters come Blow, senza citare mostri sacri come Scarface, Carlito's Way o Quei bravi ragazzi.
Resta comunque un prodotto solido, che senza dubbio conquisterà sostenitori tra gli amanti del genere ma che, di fatto, non inventa nulla o sarà destinato a lasciare il segno nella Storia della settima arte: nell'affrontarlo, il consiglio è quello di lasciarsi trasportare dal talento impressionante di Shannon - in questo caso aiutato anche dall'altezza e dallo sguardo - e dalla riflessione legata agli abissi dell'animo umano, che in alcuni casi - e rispetto ad alcune persone - paiono essere più oscuri e profondi di quanto potremmo immaginarli anche negli incubi peggiori.
Così come quanto possa essere raggelante - per usare un termine che si adatta al protagonista della vicenda - pensare di averci vissuto accanto senza neppure rendersi conto della loro esistenza.



MrFord



"You're as cold as ice
you're willing to sacrifice our love
you want Paradise
but someday you'll pay the price
I know."
Foreigner - "Cold as ice" - 




lunedì 12 gennaio 2015

La spia - A most wanted man

Regia: Anton Corbijn
Origine: UK, USA, Germania
Anno: 2014
Durata:
122'




La trama (con parole mie): Issa Karpov, giovane esule ceceno musulmano giunto ad Amburgo clandestinamente, si trova al centro di un complicato intrigo spionistico legato a doppio filo alla sua ingombrante figura paterna, un ex signore della guerra, ed alla lotta al Terrore operata dalle principali agenzie americane. Quando la questione riguardante la fortuna nascosta del genitore di Issa porta quest'ultimo ad essere conteso tra i servizi segreti tedeschi e statunitensi ed una giovane avvocatessa diviene, di fatto, la sua unica speranza in termini non solo di asilo politico, ma anche umani, l'affare si complica.
Toccherà a Gunther Bachmann cercare di concludere l'operazione senza compromettere nessuno dei partecipanti alla stessa.






Personalmente, e considerati i miei gusti quasi per Natura "datati" - come giustamente converrà anche il mio antagonista Cannibal Kid -, ho sempre adorato il film di spionaggio nell'accezione "anni settanta" del termine, con quel gusto per l'attesa a fungere da motore più ancora di quanto possa fare l'azione stessa: dai mitici Il giorno dello sciacallo e Tutti gli uomini del Presidente fino ai più recenti Munich e Homeland, fatta eccezione per l'abulico La talpa - diretto dal del resto da queste parti considerato sopravvalutatissimo Tomas Alfredson - si può dire che, quando si nuota in questo burrascoso ma apparentemente quieto mare, al Saloon si ha una più che discreta garanzia di successo.
Questo La spia - A most wanted man, uscito ormai da qualche mese in sala spinto principalmente dalla presenza - l'ultima, in termini di realizzazione della pellicola - del compianto Philip Seymour Hoffman, e diretto da Anton Corbijn, già apprezzato quantomeno per la tecnica con il discreto Control ed in seguito massacrato per il terribile The american - che, almeno sulla carta, finiva per esplorare territori associabili a quelli portati sullo schermo da questo film, salvo naufragare clamorosamente nel trash involontario - può considerarsi una delle missioni portate a termine con successo dal genere spionistico.
Fotografato - e narrato - con un piglio apparentemente algido e distaccato ed al contempo poggiato sulle spalle di una sceneggiatura che, dietro i fiumi di parole e gli intrighi, finisce per essere al contrario molto appassionata - così come l'interpretazione del già citato Seymour Hoffman, che seppure non in mostra come fu con The Master regala un'altra grande perla agli amanti della settima arte -, A most wanted man - nuova conferma dell'incapacità dei responsabili agli adattamenti italiani - accompagna l'audience sfruttando la curiosità e la tensione rendendo le due ore piene di visione assolutamente godibili e per nulla rese indigeste da quella che, di fatto, è una battaglia combattuta tutta lontana dal campo - fatta eccezione per la splendida sequenza conclusiva -, senza risparmiare critiche alle dinamiche legate alla politica ed alle lotte di potere, trovando un setting interessante e fondamentalmente sconosciuto al grande pubblico - Amburgo, città portuale e pulsante, nonostante la maggior parte delle riprese siano state realizzate a Berlino - e ricordando a chi ne ha amato i momenti di sospensione le prime due stagioni dell'anche in questo caso già citata Homeland.
Ed è proprio la sospensione, il cardine di un lavoro come questo: l'incertezza pronta a regnare sempre e comunque, un filo che può spezzarsi da un momento all'altro, cambiando gli equilibri di una partita in corso da ore in assoluta parità: il charachter di Gunther Bachmann, malinconico e dipinto a mezze tinte, è il simbolo perfetto di una storia che non ha e non può pensare di avere lieti fini, la cronaca di amori solo sognati e legami tra padri e figli che esplodono nel momento in cui la politica non ha la possibilità di fare lo stesso rispetto ai conflitti tra Paesi, etnie, leader più o meno ambiziosi.
Issa Karpov, simbolo di ogni speranza destinata a spegnersi, è anche, in una certa misura, un'ammissione di colpa ed un tentativo di mostrare quantomeno alcuni degli scheletri nell'armadio della Vecchia Europa di fronte agli altrettanto sporchi ma decisamente più capaci di ignorarli States: ed il ricatto, la manipolazione, la menzogna tipici di questo tipo di prodotti diventano una cornice che, più che confondere il pubblico, o spingere in direzione di domande che possano fornire una qualche risposta, quasi affascina e stimola interrogativi che possano far indagare rispetto a quanto a fondo, come esseri umani, siamo disposti ad addentrarci nel lato oscuro, per poter mettere le mani su quello che ci interessa stringere.
Il problema principale si presenta, poi, quando alla fine della lotta finiamo per ritrovarle vuote.



MrFord



"Wanted man in California,
wanted man in Buffalo
wanted man in Kansas City,
wanted man in Ohio
wanted man in Mississippi,
wanted man in ol' Cheyenne."
Johnny Cash - "Wanted man" -




martedì 2 aprile 2013

Grabbers

Regia: Jon Wright
Origine: Irlanda, UK
Anno: 2012
Durata: 94'




La trama (con parole mie): siamo ad Erin Island, al largo delle coste irlandesi, uno di quei luoghi dell'Isola di smeraldo equamente diviso tra pescatori e bevitori, tranquilla e priva di qualsiasi interesse per i poliziotti locali, due soltanto.
Quando uno dei suddetti decide di partire per una vacanza, una giovane agente di Dublino viene convocata per sostituirlo, trovandosi di fronte O'Shea, collega dedito all'alcool ancora scottato dal matrimonio naufragato: per lei si prospettano quindici giorni da incubo a tenere a bada il collega ubriacone e poco altro, quando l'incredibile avviene.
Dallo spazio - o da chissà dove altro - giunge una razza di strane creature assetate di sangue ed acqua che i locali scopriranno poter scacciare solo grazie all'utilizzo massiccio di alcool.
Riuscirà Lisa - questo il nome dell'agente "in visita" - a sopravvivere, debellare la minaccia ed affrontare O'Shea?





Se non fosse passato su questi schermi un paio di mesi fa La parte degli angeli, avrei senza dubbio pensato che questo film fosse stato creato per fare piacere al sottoscritto: quando, infatti, revival anni ottanta, un pò di sano horror vintage e fiumi di alcool vengono mescolati, difficilmente qui al Saloon si griderà allo scandalo portando mano alle bottiglie.
Grabbers, rimbalzato in rete e segnalato da numerosi colleghi di un certo livello - cito Frank Manila e Bradipo in quanto responsabili della curiosità suscitata nel vecchio Ford per questa piccola chicca irlandese -      è un prodotto che, con tutte le sue imperfezioni ed un'identità che si perde un pò tra il gusto per i mostri tipico del Cinema di genere sviluppatosi tra la fine degli anni settanta e la prima metà degli ottanta - Critters, Tremors, Gremlins sono esempi illuminanti di questo filone - e l'approccio da commedia tipico di Edgar Wright, riesce comunque a portare a casa un ottimo risultato sia a livello di intrattenimento che per quanto riguarda ritmo ed effetti, senza contare il fatto di aver azzeccato dei mostri giustamente kitsch ed affascinanti e l'idea strepitosa di trasformare la lotta degli abitanti di Erin Island in una sorta di crociata che mostri il lato positivo dell'essere irlandesi - e quindi tra le popolazioni con il tasso alcolico medio più alto d'Europa, e parlo per esperienza dato che quello nell'Isola di smeraldo è ancora oggi uno dei viaggi che ho più amato compiuti nella mia vita - ponendo i tentacolari alieni sotto scacco proprio grazie agli squilibri da sbronza presenti nel sangue, prelibatezza alla quale questi Grabbers paiono non poter proprio rinunciare.
Interessante anche la caratterizzazione degli stessi mostri, pensati come una sorta di colonia guidata da un maschio dominante - e decisamente ingombrante - che cerca l'accoppiamento con femmine dai fluidi in grado di calamitare l'attenzione del suddetto alfa del branco ed una marea di piccoli mostrini pronti come se niente fosse ad aggredire il primo malcapitato capitato a tiro.
Per il resto, la struttura risulta abbastanza canonica rispetto ai clichè di genere - arrivo dei mostri, prime vittime, attacchi letali che avvengono senza rivelare la fisicità degli alieni predatori, organizzazione delle forze umane, resistenza e contrattacco vincente conclusivo -, eppure quasi tutto funziona, e l'idea dell'assedio del pub risulta vincente quanto basta per consolidare un risultato invidiabile considerata quella che è la media delle produzioni orrorifiche attuali, fresco ed in grado di soddisfare le esigenze del pubblico più stagionato - che apprezzerà il citazionismo ed una forma di racconto conosciuta e ben sfruttata - così come quello più giovane, al quale parrà di assistere a qualcosa di diverso da quello che è, di fatto, il panorama attuale nell'ambito "mostri ed affini".
Grabbers si qualifica dunque come una proposta pane e salame di quelle approvate dal Saloon per le serate da weekend di grande relax, e trova la sua ideale posizione accompagnato da divano, patatine e robuste dosi di whisky o birra - o entrambi, se avete voglia di mescolarli bukowskianamente -, con un occhio ai titoli che hanno formato l'infanzia della nostra generazione ed un altro a come quella dei nostri figli potrebbe prendere questi strampalati manifesti del grottesco che non dimenticano mai il valore dell'innocenza e della meraviglia.
Un pò come il buon Cinema, che corre parallelo al whisky: invecchiando tende a migliorare.
E Grabbers è un pò come la sua "parte degli angeli", che possiamo inspirare profondamente godendocela dal primo all'ultimo istante.


MrFord


"Mush-a ring dum-a do dum-a da
whack for my daddy-o. Whack for my daddy-o
there's whiskey in the jar
I counted out his money and it made a pretty penny
I put it in me pocket and I took it home to Jenny
she sighed and she swore that she never would deceive me
but the devil take the women for they never can be easy."
The Dubliners - "Whiskey in the jar" -


mercoledì 23 gennaio 2013

Frankenweenie

Regia: Tim Burton
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 87'




La trama (con parole mie): il giovane Victor Frankenstein è un prodigio della scienza, ma nonostante i genitori ed in particolare il padre lo spingano verso lo sport, l'esterno e le amicizie tutto quello che pare distrarlo dai suoi esperimenti è l'amato ed inseparabile cane Sparky.
Quando, a seguito di un accordo con lo stesso genitore che gli permetterà di partecipare al concorso di scienze della scuola, Victor accetta di giocare una partita di baseball, accade l'impensabile: all'inseguimento della palla, Sparky muore investito da un auto.
Per il ragazzo è un dramma che soltanto il professore di scienza, Rzykruski, involontariamente riesce a risolvere: sfruttando la potenza dei fulmini ed un impianto di sua costruzione, l'adolescente trova infatti il modo di riportare alla vita il suo adorato compagno a quattro zampe.
I problemi, però, sono soltanto al principio: quando Edgar, inquietante compagno di Victor, scopre il suo segreto, tutto pare prendere una piega decisamente più pericolosa.




Finalmente.
Finalmente Tim Burton è tornato.
Certo, per farlo ha dovuto piegarsi ai voleri di Mamma Disney ed applicare al suo lato dark tutte le restrizioni che un finale consolatorio possono dare, ripescando un vecchio corto precedente al successo, quando ancora lavorava proprio per la grande D.
Ma sapete cosa vi dico? Che importa.
Era dai tempi di Big fish - indiscutibilmente un filmone, forse il migliore del regista - che di lui si erano perse le tracce: ebbene sì, l'autore che aveva influenzato una generazione con Edward mani di forbice e Beetlejuice, stregato con Ed Wood, strabiliato con due Batman gotici e magici, si era perduto dietro la sola apparenza de La fabbrica di cioccolato, le canzoni piatte di Sweeney Todd - comunque il suo film migliore del periodo -, l'agghiacciante scivolone di Alice in wonderland, il mediocre Dark shadows.
Ed ora, come se non fossero passati trent'anni, eccolo tornare al pubblico. Dritto al cuore.
Perchè Frankenweenie è un fulmine piazzato proprio proprio lì. Senza passare dal via.
E ci arriva con tutta la semplicità che soltanto la meraviglia dell'essere ragazzini e coltivare ancora tutti i sogni del mondo permette di custodire dentro.
Frankenweenie è un film che chiede di aprire noi stessi al passato, al periodo della vita in cui tutto era ancora possibile, ai desideri in grado di conquistare e dare un senso anche alla ragione, all'equilibrio tra l'impulsività di pensare solo a noi stessi e alla maturità di costruire solo a quello che si dovrebbe fare, sempre di noi stessi.
Frankenweenie è un film generazionale, che passa dalle citazioni - tutte splendide - dei lavori di Ed Wood e de La moglie di Frankenstein per ricordare quello che sono stati gli anni ottanta dello stupore, da Victor ed i suoi molto eterogenei compagni di scuola ai genitori ormai privi dello stesso spirito di iniziativa dei figli, dalla freschezza e dalla voglia di comunicare alla sapienza di una messa in scena e di una fotografia pressochè perfette - la parte dedicata alla reanimazione di Sparky è una vera e propria chicca, e New Holland un gioiellino a metà tra la stop motion e l'espressionismo -: questo è il potere del Cinema, signori miei, quello in grado di ripescare un autore in crisi e rilanciarlo neanche fossimo tornati indietro nel tempo al suo periodo d'oro.
Prendete l'ironia e la spigliatezza decadente di ParaNorman, la maturità e la tecnica di Brave, shakerateli con vigore ed otterrete quello che, senza dubbio ed al contrario di ogni mia previsione della vigilia è il miglior film d'animazione degli ultimi mesi, in grado di superare una certa staticità di fondo - la sua ora e venti è sicuramente percepita come due abbondanti - per consegnare all'audience e alla settima arte una chicca che mancava al genere da troppo tempo, sentita e magica, coinvolgente e tecnicamente splendida.
Questo 2013 è iniziato nel segno delle piacevoli sorprese, e senza dubbio il lavoro di Burton si iscrive a pieno titolo in questa lista: che possiate pensare di entrare in una macchina del tempo e tornare all'epoca in cui si poteva ancora immaginare senza doverne pagare un prezzo, o in cui un animale domestico, compagno di giochi e di vita, non avrebbe mai conosciuto il momento della sua fine costringendovi a doverne elaborare il lutto e "portarlo nel vostro cuore", in questi neppure novanta minuti c'è tutto quello di cui avrete bisogno.
Perchè, cresciuti oppure no, a volte il segreto sta tutto nel saper trovare la chiave giusta per aprire le porte di una percezione che spesso e volentieri sottovalutiamo, da grandi Uomini d'esperienza che reputiamo di essere: fortunatamente in nostro soccorso giungono creature come Victor e Sparky, cui basta sbavare rincorrendo una palla per definire la magia della vita.
E del Cinema.
Bentornato, Tim.
Ci sei mancato davvero.


MrFord


"Come up to meet ya, tell you I'm sorry
you don't know how lovely you are
I had to find you, tell you I need you
and tell you I set you apart
tell me your secrets, and ask me your questions
oh lets go back to the start
running in circles, coming up tails
heads on a science apart."
Coldplay - "The scientist" -


sabato 5 gennaio 2013

Ralph Spaccatutto

Regia: Rich Moore
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 108'




La trama (con parole mie): Ralph Spaccatutto è da trent'anni protagonista di un videogioco che, nonostante i progressi ed i nuovi titoli, continua a resistere in una vecchia sala giochi conquistando ancora favori. A dire il vero, Ralph non è propriamente il protagonista, bensì il cattivo, ruolo che comincia a stargli parecchio stretto.
Alla ricerca di una medaglia che gli aprirebbe le porte dell'amore e delle attenzioni dei suoi "colleghi" fugge dal suo ambiente per conquistare quello che cerca e dimostrare che anche lui può essere uno dei "buoni": peccato che l'invasione del guerresco sparatutto Hero duty causi una serie di scompensi niente male nell'universo della sala giochi, riportando alla mente di tutti la vicenda di Turbo, un personaggio impazzito per l'invidia verso i titoli più "giovani" che si avventurò in una storia simile tanti anni prima.
Ralph dovrà passare attraverso il successo, lo smarrimento e l'incontro con la piccola Vanellope - personaggio in cerca d'identità di un titolo dedicato a gare di kart a sfondo dolciario - per scoprire di non avere bisogno di una medaglia, per essere apprezzato.




Ralph spaccatutto è vintage, nel profondo.
E' lo stesso protagonista, ad affermarlo. E con ragione.
Vintage che sta per "è vecchio, ma fico".
Perchè Ralph Spaccatutto è effettivamente un film targato duemiladodici, eppure pare uscito dritto dritto non solo dagli anni ottanta, ma anche un pò settanta.
Lo spirito dei più classici tra i film Disney è ripreso ed omaggiato da un film che si pone a metà strada tra i più importanti successi Pixar - l'ispirazione data dal Capolavoro Monsters&Co è evidente, se pensiamo al mondo dei personaggi dei videogiochi che vive una sorta di parallelo con il nostro - ed il recente e molto piacevole Bolt, che già soddisfò gli occupanti di casa Ford qualche anno fa, senza dimenticare tutti gli ingredienti che la grande D ha trasformato in standard negli anni: personaggio in difficoltà, inizio del caos, apparente risoluzione, momento di crisi, finale con tutti i pezzi del puzzle rimessi al loro posto.
Detta così suonerebbe come una cosa negativa, ma certe volte, e con certi titoli, è decisamente quello che ci vuole: il lavoro di Rich Moore - che riesce a trovare un modo di dialogare sia con i più piccoli che con gli spettatori stagionati che riconosceranno i vari Pac-Man, Sonic, Zangief, Bison e chi più ne ha, più ne metta - è divertente, ritmato, coloratissimo, perfetto nello stare in equilibrio tra l'estetica ed i suoni dei tempi di chi scrive e l'adrenalina sfrenata del presente - Hero duty, origine di tutto il casino combinato dal protagonista alla ricerca di un riconoscimento come "buono", pare un mix tra Halo e Call of duty, tra i titoli più giocati online dei ragazzini di tutto il mondo -, e soprattutto poggiato sulle spalle di un charachter destinato a diventare un piccolo cult del genere.
Ralph, inquieto "cattivo" stanco di essere fondamentalmente ignorato perfino dalle comparse del gioco di cui è cardine - Felix l'aggiustatutto, "nemesi" perfetta dello stesso Ralph, e guardando il film pare di vedere il sottoscritto con il Cannibale, indovinate un pò in quali ruoli -, non riesce a sfogare le sue frustrazioni neppure nel gruppo di sostegno per cattivi - che regala recuperi come Bowser, che ho sempre adorato, ed il fantasma di Pac-Man, personaggi ormai più che mitici -, tanto da decidere di sovvertire tutte le regole ed aprirsi un varco verso il dorato mondo degli eroi tutto medaglie e torte: la via per arrivarci, però, non sarà propriamente quella che viene definita una passeggiata, ed ancor più arduo sarà vestire i panni del "primo della classe" senza sapere che non è quello a fare davvero la differenza.
In questo senso, l'opera di Moore si inserisce perfettamente nel filone del Cinema d'animazione di formazione ed educativo - per quanto sguaiato e divertente sia - per i più piccoli, legato all'accettazione di se stessi e alla presa di coscienza del valore delle proprie azioni: per un momento, nel corso della visione - graficamente molto valida, soprattutto nel rappresentare personaggi old school accanto ai più recenti prodotti dell'industria videoludica -, mi è tornata alla mente una delle frasi ormai di culto di Batman begins, quel "non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica" che nel caso del nostro Spaccatutto non sta ad indicare il suo ruolo di cattivo, quanto quello di persona che porta a termine il suo lavoro, e proprio per la sua dedizione e passione merita, in qualche modo, di essere amato.
Un messaggio decisamente positivo - e per nulla banale e scontato come molti spesso ritengono i prodotti Disney - anche perchè applicato ai videogiochi, spesso e volentieri visti da tutti i non utenti come fumo negli occhi in quanto "roba da ragazzini" o, in alternativa, focolaio di devianze violente nei loro utilizzatori: certo, i tempi dei colori e dei suoni che dominarono gli anni ottanta sono alle spalle, gli sparatutto vanno per la maggiore, eppure c'è qualcosa di magico in questo mondo che, in qualche modo, si evolve tanto quanto quelli più blasonati della settima arte e della tecnologia in genere.
Ma non voglio certo mettermi a fare un pistolotto a proposito dei sottotesti culturali di Ralph Spaccatutto: questo film andrebbe visto semplicemente perchè è spontaneo, piacevole, veloce e divertente, in grado di unire generazioni diverse e dare un senso alle visioni in famiglia di questo periodo dell'anno.
Senza contare che l'insolita coppia Felix/Calhoun è uno spettacolo, Vanellope già mitica e che quel testone dall'alito pesante di Ralph un tizio proprio forte.
Anzi, un tizio che spacca.
E i tizi che spaccano, al Saloon, hanno sempre un giro offerto dalla casa.


MrFord


"Got you where you wanna go if you know what i mean
got a ride that smoother than a limosine
can you handle the curves? Can you run all the lights?
If you can baby boy then we can go all night."
Rihanna - "Shut up and drive" -


 

venerdì 27 luglio 2012

Mission impossible

Regia: Brian De Palma
Origine: Usa
Anno: 1996
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Ethan Hunt, membro del nucleo "missioni impossibili", è a Praga con la sua squadra per intercettare l'uomo che dovrebbe trafugare la lista di tutti gli agenti sotto copertura in Europa per conto del misterioso trafficante Max.
Nel corso dell'operazione, i componenti del team vengono eliminati, e Hunt, unico superstite, finisce sulla lista nera dal Governo Usa come sospetta talpa: rimasto solo ed in fuga, dovrà rimettersi in piedi ed organizzare una complessa operazione che vedrà coinvolti Max, i vertici della sua ex agenzia, i vecchi colleghi ed una squadra d'azione costituita interamente da elementi allontanati dagli incarichi, le cosiddette "mele marce", almeno per gli organismi ufficiali.
Il suo scopo è individuare il vero traditore e vendicare, in qualche modo, i compagni d'armi perduti sul campo.




L'impressione che ho avuto trovandomi quasi per caso a rispolverare il primo capitolo della fortunata serie di Mission impossible è stata quella di essere proiettato nel pieno di una di quelle feste vintage in cui non si capisce bene se ci si stia divertendo oppure sprofondando in un amarcord triste nel vero senso della parola - un pò come quando, per caso, finisco per imbattermi in una puntata di Friends data in tv -: il taglio profondamente anni novanta che avvolge la pellicola di De Palma, infatti, pare essere rimasto come congelato quindici anni fa - e oltre - dall'approccio allo stile, tanto da rendere decisamente pesante anche la mano del regista - che resta, di fatto e nonostante questa impressione, uno dei virtuosi dei movimenti della mdp più eleganti del panorama statunitense - e decisamente meno scorrevole di allora questo divertissement d'azione che pare decisamente invecchiato maluccio - al contrario del suo protagonista, un Tom Cruise che, fresco cinquantenne, è ancora in forma come ai tempi della sua prima scorribanda nei panni di Ethan Hunt -.
Nonostante tutto ammetto di essermi comunque divertito, nel giro su questa insolita macchina del tempo in grado di stupire in un paio di sequenze - l'apertura con l'eliminazione dei membri della squadra di Hunt dal sapore hitchcockiano così come la parte dedicata alla camera di sicurezza di Langley, costruita ottimamente sia dal punto di vista tecnico che di coinvolgimento -, riuscendo addirittura a dribblare l'inespressività del già allora bollitissimo Jean Reno - che pare rimasto ai bei tempi di Leon, a proposito di cristallizzazioni - e godendomi la versione reloaded del Marcellus Wallace di Pulp fiction di Ving Rhames quasi come fosse un vecchio amico ritrovato.
Certo, l'ultimo capitolo del franchise firmato Brad Bird fresco di visione finisce per eclissare anche il lavoro di un veterano come il buon De Palma, eppure rispetto alla tamarrata di John Woo ed al fiacco numero tre targato J.J. Abrams questo primo capitolo funziona ed avvince, confermandosi come uno dei migliori prodotti action d'intrattenimento dei novanta dimentichi delle atmosfere fracassone degli eighties e spesso e volentieri tormentati e cupi quanto e più dei precedenti seventies.
Hunt, in effetti, non ha nulla - se non una robusta dose di ego decisamente sopra le righe, eredità del suo interprete - degli eroi del decennio a lui precedente, uomini tutti d'un pezzo e dalla battuta pronta usciti dal trash con la prepotenza di chi si sente sempre a proprio agio, e trova i suoi avversari più ostici nel senso di colpa e nella ricerca di un brivido che, probabilmente, non riuscirà mai a raggiungere divenendo, di fatto, una sorta di "cercatore" di un'onda perfetta che, quando verrà il momento, non sarà pronta a nient'altro che a spazzarlo via: una filosofia spericolata ed in una certa misura autodistruttiva che rende l'agente Ethan nella versione Cruise lo specchio convincente di un decennio in cui anche l'action pagò il suo tributo ad una realtà che aveva smesso con i luccichii delle illusioni reaganiane.
Niente male davvero per un prodotto dalle poche pretese in cui lo stesso regista pare non mettere troppa anima, che nel suo essere prigioniero di un momento ben definito, finisce per esserne, in qualche modo, un'immagine decisamente profonda in cui tuffarsi alla ricerca delle proprie origini o di una visione che appare più solida di un ricordo.


MrFord


"I've been waiting my life
and I stayed on my grind
now I made up my mind
it's been way too much time
that's why
(it's just impossible)
it's impossible
and you know that
(it's impossible)"
Kanye West - "Impossible" -


martedì 12 luglio 2011

Adventureland

La trama (con parole mie): James Brennan, terminato il liceo, sogna di andare in Europa con gli amici e di tornare pronto ad iniziare l'avventura universitaria a New York, alla Columbia.
Peccato che, a causa di una retrocessione lavorativa del padre, si ritroverà non solo bloccato nel suo paese d'origine, ma anche costretto a rinunciare al Vecchio Continente e costretto a trovarsi un lavoro per finanziare almeno l'inizio della sua avventura nella Grande Mela.
L'impiego è dei peggiori: addetto ai banchetti dei giochi ad Adventureland, il parco tematico della città: ma non tutto il male viene per nuocere, e l'estate di quel fatidico 1987 porterà a James anche il primo, vero, grande amore.

Occorre ammetterlo: i film di formazione, specie quelli in grado di fare leva su esperienze personali simili alle nostre, su una colonna sonora o un atmosfera in qualche modo in grado di entrare in risonanza con le vite dell'audience hanno una corsia preferenziale già pronta ad essere percorsa che porta dritta al cuore dello spettatore.
Basti pensare a Stand by me, I Goonies, Y tu mama tambien, Quasi famosi, La mia vita a Garden State, Fandango, per avere esempi perfetti di pellicole generazionali che, indipendentemente dall'età in cui le si guarderà ancora, ed ancora, ed ancora, continueranno in qualche modo a commuoverci come un ricordo dei tempi d'oro.
Così è, a suo modo, per Adventureland, diretto dallo stesso Mottola del cult SuXbad e del meno incisivo Paul, idealmente perfetto a metà tra i due film appena citati: perchè se da un lato non posso che rimanere ammirato dalla sincerità con la quale la storia è raccontata - pur nella sua ingenuità - o conquistato dalla strepitosa colonna sonora, dall'altro ho sentito - e molto - la mancanza di una vera operazione vintage proprio rispetto ai due protagonisti, decisamente più simili a quelli delle pellicole di genere anni novanta che non al decennio che in questo caso si vorrebbe omaggiare e di un pò di cattiveria in più, specialmente sul finale.
Ma poco importa.
In fondo, Adventureland è stato una visione divertente e perfetta per un pomeriggio estivo come ne facevo ai tempi, lontano dai pensieri di conti, lavoro e quant'altro e concentrato, eventualmente, solo sul cosa avrei fatto la sera: come in una versione adolescente di Alta fedeltà, mi ha riportato alla mente situazioni, errori, struggimenti ed esaltazioni tipiche di una parte della vita in cui si è in bilico ma senza saperlo davvero, in cui tutto il peggio - la scuola - pare alle spalle ed il futuro si dipinge come possibile in ogni sua incarnazione, specialmente quelle da noi desiderate.
Eppure, dietro una facciata d'innocenza e sane goliardate, cominciano già a delinearsi ruoli che saranno decisivi per ognuno dei protagonisti, spesso influenzati nelle loro scelte e nei destini dal ruolo dei genitori e dalle possibilità economiche degli stessi, oppure segnati da esperienze che costringono a scontrarsi in anticipo forse eccessivo con le realtà della vita adulta - la storia tra Emily e Connell ne è l'esempio lampante -.
Una commedia dolceamara, dunque, ben lontana dalla demenzialità sfrenata del già citato SuXbad, ma ugualmente interessante e coinvolgente, forte di una struttura che porta ad un'immediata familiarità con i protagonisti, caratterizzati senza eccessivo spessore eppure facilmente riconoscibili dal pubblico.
James e la crescita legata al lavoro ad Adventureland entrano facilmente nel cuore di ogni (ex) adolescente che abbia passato almeno qualche mese in una situazione simile, magari davvero riuscendo a trovare la prima, vera, storia importante o gli amici che sarebbero durati una vita, venendo travolto dalla prima sbronza, abbagliato dall'ammirazione per qualcuno che poi, col tempo, si scoprirà non essere tutto questo granchè, preso nel mezzo di qualche non voluto triangolo amoroso o, semplicemente, divertitosi quanto più possibile, conscio che prima o poi tutto sarebbe finito.
In particolare, il dialogo sulla collina tra James, Joel e Frigo è una delle scene più profonde, divertenti e toste della pellicola, e a mio parere l'ideale conclusione che Mottola avrebbe potuto - dovuto? - disegnare per una vicenda che, in quel modo, avrebbe lasciato la sensazione dolceamara perfetta.
Ma ancora una volta poco importa, se il film non si sia chiuso come avrei voluto: me lo sono goduto e questo basta e avanza, per un amarcord piccolo piccolo - ma assolutamente gradevole - come questo.
Se, inoltre, Bill Hader impazza dispensando una perla dietro l'altra, anche qualche piccolo scivolone ci può stare: di tanto in tanto, è un piacere tornare a quei tempi magici in cui si pensava che tutto sarebbe potuto accadere.

MrFord

"Sometimes I feel so happy,
sometimes I feel so sad.
Sometimes I feel so happy,
but mostly you just make me mad.
Baby, you just make me mad.
Linger on, your pale blue eyes.
Linger on, your pale blue eyes."
Velvet Underground - "Pale blue eyes" -

mercoledì 15 giugno 2011

X-Men: l'inizio

La trama (con parole mie): Terminata - fortunatamente - la saga dei pupilli del Professor Xavier ai giorni nostri, la Marvel porta al Cinema un reboot del franchise dedicato ai mutanti più famosi del mondo del fumetto affidando la regia a Matthew Vaughn, fresco del successo ottenuto con l'ottimo Kick ass.
Rispetto agli albi ovviamente le differenze sono molte, ma lo spirito dell'amicizia divenuta rivalità dei giovani Xavier e Magneto è mantenuto appieno, e la pellicola, tra una citazione ed un cammeo, risulta migliore di tutte le precedenti, e pone le basi per quella che potrebbe essere una felice operazione di recupero di un gruppo che pareva ormai giunto al capolinea della sua fortuna cinematografica.

Ricordo i tempi in cui leggevo - oltre a dedicarmi ai tentativi di farmi pagare per le sceneggiature che scrivevo ed inseguire i disegnatori in modo che consegnassero le tavole in tempo - una marea di fumetti ogni settimana, sfruttando praticamente ogni singolo viaggio sui mezzi e qualche stralcio di nottata ai bei tempi dei primi lavori part time.
Benchè sia sempre stato più orientato verso gli eroi "solisti" - l'Uomo Ragno su tutti -, gli X-Men hanno rappresentato il mio ideale di gruppo di supereroi: fuorilegge, eterogenei, instabili, spesso e volentieri legati da sentimenti profondi più che dall'istituzione stessa dei loro costumi e ruoli - come, ad esempio, poteva essere per Fantastici Quattro e Vendicatori -.
Inoltre, nelle mani giuste, i pupilli di Xavier sono sempre riusciti a cogliere nel segno, sfornando personaggi a dir poco mitici entrati ormai nella Storia del media fumetto - Wolverine su tutti, ma credetemi, ce ne sono tantissimi altri, e molti ben più sfaccettati ed intriganti dell'irsuto canadese -.
Una delle cose che ha esercitato il fascino maggiore in quegli ormai lontani giorni di lettore vorace di comics è stata, senz'altro, la rivalità tra Erik Lehnsherr - più noto come Magneto - e Charles Xavier, nata quando ancora i due erano i giovani idealisti ben lontani dai leader attempati degli X-Men e de La confraternita dei mutanti malvagi.
Erik, sfuggito all'orrore dei campi di concentramento, cresce e coltiva nel cuore i sentimenti di vendetta e rivalsa tipici di chi è stato vessato dalla schiavitù e ha visto i propri cari morire per mano di spietati carcerieri.
Charles, dal percorso lineare e segnato da studi approfonditi, assume le connotazioni dell'illuminato uomo di scienza in grado di far fronte alle ondate sentimentali e cercando sempre e comunque - a volte anche attraverso decisioni controverse - di preservare il suo futuro e quello dei rappresentanti della sua razza, sponsorizzando una coesistenza pacifica tra umani e mutanti.
Il lavoro di Vaughn parte proprio da questo binomio, filtrandolo attraverso la straordinaria, contestatissima gestione degli albi di qualche anno fa nata dalla creatività strabordante della coppia Morrison/Quitely, alla cui opera è clamorosamente ispirata tutta la parte visiva della pellicola: il risultato è, probabilmente, il migliore mai raggiunto dagli uomini x sul grande schermo, e benchè imbrigliato da una produzione decisamente più mainstream del già citato Kick ass, riesce a mantenere alta l'attenzione grazie ad un ritmo tendenzialmente serrato ed alternare all'azione tipica di questo genere di prodotto una buona dose di emotività adolescenziale - legato principalmente agli amori e le rivalità nate in seno al neonato gruppo di mutanti costituito da Xavier e il non ancora Magneto per combattere l'Hellfire club capeggiato da Sebastian Shaw - e di autoironia - i riferimenti alla futura calvizie del Professor X e l'ottima comparsata di Wolverine/Hugh Jackman che elegantemente rifiuta l'invito di Charles ed Erik ad unirsi al gruppo mandandoli affanculo -.
Il crescendo finale, inoltre, culminato con lo scontro con Shaw che darà origine al charachter di Magneto per come il grande pubblico già lo conosceva e segnerà per sempre l'esistenza di Xavier, sottolinea e porta intelligentemente di fronte agli spettatori la questione più spinosa dell'intero percorso degli X-Men: da quale parte vi sareste schierati voi, se foste nati con un bagaglio genetico unico in grado di donarvi abilità straordinarie quanto maledizioni da perenne pregiudizio?
Quale sarebbe la vostra scelta? Passerebbe attraverso l'orgoglio conquistato da Mystica o la furia controllata della Bestia? La vendetta senza ritorno di Magneto o la speranza di una conquista civile di Xavier?
Due combattenti, due scuole di pensiero, due insegnamenti ben differenti: la Confraternita di Magneto, fondata sulla presa di coscienza mutante e pronta a reagire ai soprusi e ai pregiudizi ribaltando il mondo umano e gli X-Men del Professor X, paladini fuorilegge, reietti costretti a nascondere la loro natura pronti, un giorno, ad esibirla orgogliosamente ed insegnare alle nuove generazioni il rispetto reciproco.
Un pò come dire Che Guevara da una parte e Gandhi dall'altra.
Non una scelta facile.
Perchè stare qui ed immaginare un mondo di superpoteri è una cosa, averli e imparare a controllarli al meglio un'altra. La differenza tra Magneto e Xavier è come una pistola affidata alle nostre mani: quanti di noi riuscirebbero ad impugnarla senza abusarne, o a cercare di non uccidere nel momento in cui dovessero sentirsi minacciati?
Quanti riuscirebbero a controllarsi? Quanti avrebbero paura? Quanti farebbero fuoco?
Da che parte state, voi?
Io, che da sempre coltivo animo e controllo da Xavier, temo sarei davvero, davvero tentato di seguire Magneto.

MrFord

"Politics, it's a drag
they put one foot in the grave
and the other on the flag
systems rotten to the core
young and old deserve much more
than struggling every day until you're done.
Tension
too much to mention
living on both sides of the gun."
Ben Harper - "Both sides of the gun" -

venerdì 3 giugno 2011

The ward - Il reparto

La trama (con parole mie): Kristen, giovane dai ricordi confusi, viene arrestata da due agenti nella campagna dell'Ohio nel 1966 dopo aver dato fuoco ad una fattoria, e rinchiusa in un ospedale psichiatrico fa la conoscenza delle sue nuove compagne Iris, Sarah, Emily e Zoey.
Nonostante l'apparenza, qualcosa di sovrannaturale pare turbare l'atmosfera fin troppo tranquilla della struttura, qualcosa di cui sia le pazienti sia il personale paiono essere ben consci, pur continuando ad ignorare, almeno apparentemente, lo stato delle cose.
Toccherà a Kristen smuovere le acque, cercando di fuggire dalla struttura e, al contempo, a risolvere il mistero legato alla presenza che pare perseguitare lei e le sue compagne di sventura.
Ma niente, quando i nodi verranno al pettine, sarà come sembra.


Per prima cosa, e a prescindere dal fatto che si possa, oppure no, apprezzare questo film, non riesco a non dare il bentornato a John Carpenter: da sempre, in casa Ford, le opere del granitico autore di Halloween sono più che incensate, e se si esclude il deludente Vampires posso tranquillamente affermare di non aver mai sentito neppure lontanamente la necessità di bottigliare uno qualsiasi dei suoi lavori.
Il timore, con l'uscita di quest'ultimo The ward, onestamente c'era, specie considerata la lunga inattività del nostro e la sua latitanza dalle sale - era infatti dal 2001 con il sottovalutato eppure divertentissimo Fantasmi da Marte che non si leggeva il nome del regista su una locandina -, eppure devo dire che il buon Carpenter, seppur senza sfornare un nuovo Fuga da New York o Distretto 13, è riuscito a portare sullo schermo un prodotto godibile, teso al punto giusto, accattivante e, nonostante il look incredibilmente vintage, assolutamente diretto e comprensibile alle più giovani generazioni di spettatori.
E proprio nell'atmosfera clamorosamente retrò sta uno dei punti forti della pellicola, perfettamente ricollocata nel tempo come già era accaduto per il più che discreto e visionato di recente The house of the devil
Purtroppo è impossibile citare esempi di grandi registi di recente all'opera su soggetti molto simili ma inesorabilmente caduti rispetto alla resa finale dei prodotti senza svelare la natura del climax finale che vedrà coinvolta un'ottima Amber Heard, azzeccata come il resto del cast: eppure lasciatevi dire che, nonostante non ci sia nulla di nuovo sotto il sole - o lungo i corridoi dell'ospedale psichiatrico - e a tratti vi parrà di assistere ad un film in qualche modo già visto, tutto funzionerà come nel più svizzero degli orologi, dal montaggio secchissimo all'utilizzo dell'elemento sovrannaturale, dai rapporti tra le pazienti ai misteri che aleggiano attorno al personale.
Certo, non saremo di fronte all'horror del decennio, eppure, specie considerando la pochezza generale dei prodotti di questo tipo, The ward si difende più che dignitosamente mescolando elementi prevalentemente sociali - che ricordano Qualcuno volò sul nido del cuculo, Ragazze interrotte o, anche se solo in parte, Changeling - con la classica escalation da slasher movie anni ottanta, pur non presentando alcun elemento gore e la violenza sia ridotta al minimo.
L'esercizio della paura sul pubblico è infatti consumato principalmente attraverso suoni e sensazioni, ennesima dimostrazione di quanto negli ultimi anni l'influenza della scuola asiatica sia stata determinante anche nella realizzazione di film da parte di Maestri incontrastati del settore come, per l'appunto, John Carpenter.
L'elemento orientale, dunque, va ad arricchire il parco riferimenti di The ward, che, come già detto, non sarà un campione di originalità o una pellicola autoriale in tutto e per tutto come il magnifico Il seme della follia, eppure riesce a mantenere alto il livello di intrattenimento collocandosi - come spesso accade per i registi di questa caratura - comunque ben più di una spanna oltre la media passata dai distributori in sala.
E scusate se è poco.

MrFord

"All around me are familiar faces
worn out places, worn out faces
bright and early for their daily races
goin' nowhere, goin' nowhere."
Tears for fears - "Mad world" -
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