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sabato 8 dicembre 2012

Arma letale 2

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, ormai partners affiatati e sempre più casinari, si ritrovano in mezzo ad un traffico che vede coinvolti alcuni diplomatici sudafricani nel pieno degli anni dell'apartheid. Pestati un pò troppi piedi politici, i due si ritrovano a fare da cani da guardia ad un esperto del riciclo del denaro sporco - l'ancor più casinista Leo Getz - che involontariamente con la sua presenza li riporterà sulle tracce degli stessi criminali.
I poliziotti avranno tutto il tempo di scampare ad almeno tre attentati a testa prima di riuscire a mettere alle strette i loro avversari, che si riveleranno essere non soltanto a capo di un traffico decisamente milionario, ma anche i responsabili dell'incidente che provocò la morte della moglie di Riggs, anni prima, evento che scatenò la vena più folle dell'indisciplinato agente.





Ci sono alcuni film che sono un vero e proprio toccasana.
Di recente, riscoprendo una delle saghe più emozionanti e divertenti dell'action tutta come quella di Arma letale, pensavo che i miei ricordi dei tempi avessero ragione e che soltanto il primo capitolo sarebbe stato degno di nota per quel sano intrattenimento tamarro di cui tutti noi ogni tanto necessitiamo: e invece ecco giungere a smentirmi un numero due che non compariva sugli schermi di casa Ford da millemila anni - non ricordavo neppure della presenza di Joe Pesci, figurarsi! - e che ha reso alla perfezione i suoi servizi di svago per un cervello reso un pò fiacco dalle recenti disavventure ospedaliere fordiane - e non parlo soltanto delle mie tonsille ormai nel paradiso delle parti del corpo estratte e buttate in un cestino -.
Ma torniamo alle avventure della premiata ditta Murtaugh e Riggs: con l'abbandono di Shane Black alla sceneggiatura, Donner cerca con questo bis di mantenere la narrazione sugli stessi binari del supercult che diede inizio alla storia pur concedendosi un'atmosfera decisamente più fracassona e scanzonata, affidandosi per questo ad un Mel Gibson così sopra le righe da rasentare in più occasioni il gigionismo estremo.
Quello che, però, è interessante, è che nonostante tutto l'insieme continui a reggere, e ad una vicenda assolutamente figlia dell'immaginario di genere anni ottanta - sparatorie come se piovesse, passaggi non proprio limpidi o troppo semplificati dello script - ritroviamo accostato addirittura un tema di grande attualità ai tempi, ovvero la protesta contro l'apartheid sudafricana, non ancora sconfitta dall'ascesa che avrebbe avuto non troppo tempo dopo Nelson Mandela.
Un risvolto, questo, in grado di dare spessore ad una proposta decisamente ricreativa ed al contempo far ripensare ai bei tempi andati - ricordo, in questo senso, Rambo III con gli USA a sostenere i talebani contro i sovietici, roba che ora sarebbe praticamente fantascienza - quasi fossero una sorta di limbo al quale tornare solo ed esclusivamente grazie a questo tipo di visioni.
Per il resto è tutto un botta e risposta tra i due protagonisti e la spalla aggiunta Leo Getz - che diverrà praticamente il terzo incomodo nei successivi due film del franchise -, battute sguaiate da amicizia virile, prove di forza e follia di Riggs - un personaggio più che mitico, il suo confronto con il capo è tornato ad essere uno dei miei cult totali - ed una robustissima dose di botte e proiettili come si conviene ad ogni proposta di questo genere che si rispetti.
Vi confesso che, addirittura, l'eccesso chiassone e da buddy movie con tanto di voli da finestre e containers di questo secondo giro di giostra è riuscito a sorprendermi a tal punto rispetto ai ricordi che avevo dello stesso da farmi pensare che non sia poi tanto distante - parlando di valore cinematografico - dal primo, e che Richard Donner sia riuscito a mantenere decisamente alto il livello del suo lavoro - parliamo, di fatto, di un mestierante del Cinema, benchè autore di un Classico come I Goonies -, tanto da alimentare nel sottoscritto la voglia di recuperare dopo quindici anni almeno anche i restanti due capitoli, sperando che anch'essi possano trasformarsi in piacevoli, caotiche, scombinate perle come questa.
Dunque, se siete in una di quelle giornate in cui pare non vi resti nient'altro se non ubriacarvi e sbattere la testa contro il muro - o entrambe le cose - un titolo come Arma letale 2 è sempre consigliato per riscoprire quelli che sono alcuni degli assoluti piaceri della vita.
Come i buoni, vecchi film d'azione: vecchi amici che non ti abbandonano mai.
Neppure quando per anni ti dimentichi di loro.
E sono sempre lì, pronti ad accorrere per pararti le chiappe.


MrFord



"He sang a song as on he rode,
his guns hung at his hips
he rode into a cattle town,
a smile upon his lips
he stopped and walked into a bar and laid his money down
but his mother's words echoed again:
Don't take your guns to town son,
leave your guns at home Bill,
don't take your guns to town."
Johnny Cash - "Don't take your guns to town" -



mercoledì 11 luglio 2012

Rock of ages

Regia: Adam Shankman
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 123'




La trama (con parole mie): Sherrie, giunta a Los Angeles dalla provincia profonda carica di sogni di rock and roll incontra per caso Drew, aspirante cantante che lavora come barman al Bourbon Club, uno dei locali che ha dato origine alla leggenda degli Arsenal e di Stacee Jaxx, loro leader e frontman.
I due ragazzi si innamorano proprio alla vigilia dell'ultima esibizione del gruppo di Jaxx prima del suo esordio come solista, ma durante il concerto le loro strade si dividono: Drew viene ingaggiato dal manager di Stacee, il viscido Paul Gill, come nuova promessa della musica, mentre Sherrie finisce a lavorare nello strip club gestito da Justice Charlier.
Le cose paiono mettersi sempre peggio per il rock ed i suoi alfieri, complice il volere del sindaco Whitmore e della sua consorte, e per il Bourbon Club, ma proprio quando le speranze vacilleranno, i nostri impareranno "a non smettere di credere".




Mi fa davvero molto, molto strano mettermi a scrivere un post che possa trasmettere il senso e le emozioni che il rock è in grado di regalare: potrei andare con la memoria a quel giorno in cui il mio vecchio amico Emiliano, passato dall'allora casa Ford, dimenticò Love gun, cd dei Kiss del 1977 che finì per curiosità nel mio stereo e diede inizio ad una vera e propria febbre che portò in dono, oltre ai suddetti Kiss, band come i Black Sabbath, gli Ac/Dc, i Led Zeppelin, gli Aerosmith e tante altre, per una passione che ancora, dopo tutti questi anni, è tutt'altro che spenta, tanto che basta l'inizio di un riff per scatenare un'energia inesauribile.
O degli anni passati a frequentare lo Zoe, storico locale delle profondità di Baggio ed ultimo baluardo delle discoteche rock milanesi dopo la caduta degli storici Rainbow, Transilvania e Transilvania Live, tra le mura del quale il sabato sera - oltre a sbronze colossali - si andava incontro ad un ritorno al futuro nel pieno degli anni ottanta fatto di personaggi improbabili, fan del glam e perle a profusione - almeno quelle che riesco a ricordare -.
Ma basterebbe soltanto pensare a questa mattina, o ad una qualsiasi, quando premendo il tasto play sull'Ipod avviandomi alla stazione il mondo cambia con il passo e la sensazione di poter andare avanti come uno schiacciasassi anche quando mi aspetta una giornata di lavoro tutto tranne che stimolante o entusiasmante, prendendo quello che arriva come qualcosa di magico, unico e speciale.
Questo è il rock.
Per me, ma fortunatamente non solo.
Il rock è come la carne al sangue, un bourbon che ti spacca il naso con un pugno e poi ti infila la lingua in bocca, la sensazione che sì, ci sei, ed è questo il tuo momento: una sorta di carpe diem dopato e con il volume al massimo.
Rock of ages non sarà mai la trasposizione effettiva di questa sensazione, di questa magia - troppo morbido, legato alla recente iconografia filtrata dal Cinema per famiglie e da Glee -, eppure per chi lo ama rappresenterà un palliativo piacevole e non indifferente agli anni che passano e a tutte quelle voci che vorrebbero la sacra fiamma del R&R spenta per sempre: certo, abbiamo una storia d'amore nel più canonico dei suoi percorsi, degli antagonisti soltanto caricaturali - nonostante il sempre mitico Bryan Cranston ed una Catherine Zeta-Jones in grande spolvero, soprattutto nella sua interpretazione del classico di Pat Benatar Hit me with your best shot -, passaggi non limpidi - o troppo limpidi - dello script, un non osare che finisce per limitare anche le sfumature più interessanti della storia.
Ma abbiamo anche Stacee Jaxx.
E Stacee Jaxx è il rock.
Quel rock barcollante e sfrontato che non molla mai, neanche quando il suo tempo pare inesorabilmente tramontato, o la leggenda ha superato la realtà neanche fossimo nel vecchio West di John Ford e quasi si ha la sensazione di soffocarcisi dentro: perchè Stacee è prigioniero del suo mito, volontario esiliato di una solitudine fatta di donne che cadono ai suoi piedi e palchi confusi uno con l'altro, ex ragazzo smarrito che ancora pare non avere il coraggio di crescere, quasi avesse paura che quella spinta, quella magia possa essere subordinata ad una cosa mutevole come l'età.
Ma non è così, caro Jaxx.
Il rock non è così.
Il rock è per sempre, una volta che ci sei davvero dentro.
Ed il percorso per arrivare a questa consapevolezza è lungo, arduo e pericolosamente in bilico tra il piacere estremo ed il più rischioso degli smarrimenti.
Ma chi davvero lo ama non si tirerà mai indietro.
Un pò come il vecchio Stacey, cui non poteva prestare follia, corpo e volto - e chissà, forse anche anima - quel Tom Cruise che salta sui divani e sgrana gli occhi, giunto alla soglia dei cinquanta eppure fisicamente ancora a stento un quarantenne - se non meno -.
Un Tom Cruise che si destreggia tra Guns, Def Leppard, Poison e gli alfieri di questa schiera di cui orgogliosamente mi sento parte ogni giorno, quando basta un play per sentirsi a cavallo del mondo intero come ad essere giganti su una tavola da surf lunga quanto la Via Lattea.
E poco importa che Rock of ages sia poco più di un cocktail sciapo, rispetto alle gradazioni cui posso essere abituato: il solletico che provoca è quello della fiamma che non si spegne, di quel Love gun dimenticato da Emiliano, della lingua di qualche tizia di cui non ho mai ricordato il nome di un sabato sera allo Zoe, di ogni giorno prima e dopo il lavoro, di quando sarà il momento in cui, chissà, quei riff potrebbero risvegliare sensazioni simili anche nei miei figli, che potranno anche arrivare a pensare che sarò troppo vecchio per un concerto, o per ascoltare quella musica.
Ma non si è mai troppo vecchi, per il rock.
Come non si è mai troppo vecchi per la vita.
E per la fiamma che non si spegne.


MrFord


"Rise up! Gather round
rock this place to the ground
burn it up let's go for broke
watch the night go up in smoke
rock on! (rock on!)
drive me crazier, no serenade
no fire brigade, just Pyromania, c'mon."
Def Leppard - "Rock of ages" -


 

martedì 12 luglio 2011

Adventureland

La trama (con parole mie): James Brennan, terminato il liceo, sogna di andare in Europa con gli amici e di tornare pronto ad iniziare l'avventura universitaria a New York, alla Columbia.
Peccato che, a causa di una retrocessione lavorativa del padre, si ritroverà non solo bloccato nel suo paese d'origine, ma anche costretto a rinunciare al Vecchio Continente e costretto a trovarsi un lavoro per finanziare almeno l'inizio della sua avventura nella Grande Mela.
L'impiego è dei peggiori: addetto ai banchetti dei giochi ad Adventureland, il parco tematico della città: ma non tutto il male viene per nuocere, e l'estate di quel fatidico 1987 porterà a James anche il primo, vero, grande amore.

Occorre ammetterlo: i film di formazione, specie quelli in grado di fare leva su esperienze personali simili alle nostre, su una colonna sonora o un atmosfera in qualche modo in grado di entrare in risonanza con le vite dell'audience hanno una corsia preferenziale già pronta ad essere percorsa che porta dritta al cuore dello spettatore.
Basti pensare a Stand by me, I Goonies, Y tu mama tambien, Quasi famosi, La mia vita a Garden State, Fandango, per avere esempi perfetti di pellicole generazionali che, indipendentemente dall'età in cui le si guarderà ancora, ed ancora, ed ancora, continueranno in qualche modo a commuoverci come un ricordo dei tempi d'oro.
Così è, a suo modo, per Adventureland, diretto dallo stesso Mottola del cult SuXbad e del meno incisivo Paul, idealmente perfetto a metà tra i due film appena citati: perchè se da un lato non posso che rimanere ammirato dalla sincerità con la quale la storia è raccontata - pur nella sua ingenuità - o conquistato dalla strepitosa colonna sonora, dall'altro ho sentito - e molto - la mancanza di una vera operazione vintage proprio rispetto ai due protagonisti, decisamente più simili a quelli delle pellicole di genere anni novanta che non al decennio che in questo caso si vorrebbe omaggiare e di un pò di cattiveria in più, specialmente sul finale.
Ma poco importa.
In fondo, Adventureland è stato una visione divertente e perfetta per un pomeriggio estivo come ne facevo ai tempi, lontano dai pensieri di conti, lavoro e quant'altro e concentrato, eventualmente, solo sul cosa avrei fatto la sera: come in una versione adolescente di Alta fedeltà, mi ha riportato alla mente situazioni, errori, struggimenti ed esaltazioni tipiche di una parte della vita in cui si è in bilico ma senza saperlo davvero, in cui tutto il peggio - la scuola - pare alle spalle ed il futuro si dipinge come possibile in ogni sua incarnazione, specialmente quelle da noi desiderate.
Eppure, dietro una facciata d'innocenza e sane goliardate, cominciano già a delinearsi ruoli che saranno decisivi per ognuno dei protagonisti, spesso influenzati nelle loro scelte e nei destini dal ruolo dei genitori e dalle possibilità economiche degli stessi, oppure segnati da esperienze che costringono a scontrarsi in anticipo forse eccessivo con le realtà della vita adulta - la storia tra Emily e Connell ne è l'esempio lampante -.
Una commedia dolceamara, dunque, ben lontana dalla demenzialità sfrenata del già citato SuXbad, ma ugualmente interessante e coinvolgente, forte di una struttura che porta ad un'immediata familiarità con i protagonisti, caratterizzati senza eccessivo spessore eppure facilmente riconoscibili dal pubblico.
James e la crescita legata al lavoro ad Adventureland entrano facilmente nel cuore di ogni (ex) adolescente che abbia passato almeno qualche mese in una situazione simile, magari davvero riuscendo a trovare la prima, vera, storia importante o gli amici che sarebbero durati una vita, venendo travolto dalla prima sbronza, abbagliato dall'ammirazione per qualcuno che poi, col tempo, si scoprirà non essere tutto questo granchè, preso nel mezzo di qualche non voluto triangolo amoroso o, semplicemente, divertitosi quanto più possibile, conscio che prima o poi tutto sarebbe finito.
In particolare, il dialogo sulla collina tra James, Joel e Frigo è una delle scene più profonde, divertenti e toste della pellicola, e a mio parere l'ideale conclusione che Mottola avrebbe potuto - dovuto? - disegnare per una vicenda che, in quel modo, avrebbe lasciato la sensazione dolceamara perfetta.
Ma ancora una volta poco importa, se il film non si sia chiuso come avrei voluto: me lo sono goduto e questo basta e avanza, per un amarcord piccolo piccolo - ma assolutamente gradevole - come questo.
Se, inoltre, Bill Hader impazza dispensando una perla dietro l'altra, anche qualche piccolo scivolone ci può stare: di tanto in tanto, è un piacere tornare a quei tempi magici in cui si pensava che tutto sarebbe potuto accadere.

MrFord

"Sometimes I feel so happy,
sometimes I feel so sad.
Sometimes I feel so happy,
but mostly you just make me mad.
Baby, you just make me mad.
Linger on, your pale blue eyes.
Linger on, your pale blue eyes."
Velvet Underground - "Pale blue eyes" -

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