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martedì 9 maggio 2017

Monster trucks (Chris Wedge, USA/Canada, 2016, 104')




Se penso che negli anni ottanta erano considerati film d'avventura per ragazzi I Goonies, La storia infinita, La storia fantastica, Labyrinth, Gremlins e via discorrendo ed ora ci siamo ridotti a cosa implausibili anche per un prodotto fantasy - problemi di logica, non di immaginazione - con una qualità da pomeriggio di Italia Uno - sarà pur vero che si parla di una produziona Nickelodeon, ma c'è un limite all'artigianalità - come questa, brutta copia di E. T. et similia con un cast che pare la sagra delle star in rovina in cerca di qualsiasi impiego pur di un ritorno economico - da Rob Lowe a Barry Pepper passando per Danny Glover - sento la desolazione crescere nel cuore rispetto al destino che attende i Fordini e la loro generazione per gli anni a venire.
Quello che è certo, oltre al fatto che Monster Trucks fa davvero una gran tristezza, è che questo duemiladiciassette sarà l'anno in cui, dai tempi dell'apertura del Saloon, la battaglia per il primo posto per il Ford Award dedicato al peggio sarà sanguinosa come non era mai stata, considerato il volume delle merdate che la primavera cinematografica ha riservato alle sale.
Qualche anno fa di fronte ad un titolo come questo mi sarei sbizzarrito con una bella recensione divertente e divertita a proposito del livello bassissimo di tutto quanto potesse essere basso nella produzione del film, ma proprio come Danny Glover era solito pronunciare in un cult - quello sì - dei favolosi anni ottanta dei favolosi film d'avventura per ragazzi, "sono troppo vecchio per queste stronzate".




MrFord



 

sabato 24 maggio 2014

The rainmaker - L'uomo della pioggia

Regia: Francis Ford Coppola
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 135'




La trama (con parole mie): Rudy Baylor, un giovane ed idealista avvocato di Memphis, accetta di patrocinare una famiglia a basso reddito rimasta vittima di una complessa truffa assicurativa per mano di una compagnia che è un vero e proprio colosso del settore.
Spalleggiato dal veterano e non ancora avvocato Deck Shifflet, Rudy dovrà ingaggiare una vera e propria battaglia all'ultimo cavillo che lo vedrà opposto ad uno degli studi più importanti della città, schierato al gran completo alle spalle dello squalo del foro Leo Drummond: l'occasione finirà per essere un banco di prova per il ragazzo per una crescita non soltanto professionale, ma umana.
Accanto alla fragile Kelly, maltrattata dal marito e conosciuta proprio grazie all'esercizio del mestiere, Rudy muoverà i suoi primi passi ben oltre i confini delle aule di tribunali: un percorso che potrebbe rivelarsi ben più importante rispetto a quello da avvocato.








Francis Ford Coppola è senza ombra di dubbio uno dei nomi di riferimento del panorama cinematografico statunitense, non fosse altro per Apocalypse now, uno dei grandi Capolavori irrinunciabili della Storia del Cinema.
Accanto a quest'ultimo, ovviamente, figurano almeno i primi due capitoli della saga de Il padrino e La conversazione, pronti a rendere il cineasta di origini italiane uno dei volti più importanti della New Hollywood che nel corso degli anni settanta ribaltò il mondo del Classico e dei grandi studios che avevano dominato la scena nel ventennio precedente.
Eppure quando penso al buon Francis, uno dei primi titoli che mi tornano in mente è senza dubbio The rainmaker, legal drama onesto e pulito tratto da un romanzo dell'esperto del settore John Grisham, titolo al quale ho voluto un gran bene fin dalla prima visione.
Tenendo, infatti, un profilo squisitamente basso, Coppola è riuscito, grazie anche ad una confezione assolutamente pregevole, a trovare il punto d'incontro perfetto tra il blockbuster hollywoodiano "impegnato" e l'opera d'autore, potendo contare su un gruppo di attori tutti straordinariamente in parte - dall'aggressivo principe del foro Jon Voight alla futura star del piccolo schermo grazie a Homeland ed ex Giulietta Claire Danes passando attraverso la piccola comparsata di Mickey Rourke, al quale potrebbe essere stato cucito addosso il personaggio di Bruiser come uno dei completi su misura che lo stesso indossa - ed una sceneggiatura che conduce dritti al punto toccando le corde giuste, come un'arringa finale in grado di mettere una giuria al servizio della Legge, sia essa scritta o morale.
Difficile, in questo senso, non immedesimarsi almeno in parte con l'idealista Rudy Baylor - cui presta volto ed ingenua passione un Matt Damon che pare la versione placida di Will Hunting - seguendolo passo dopo passo nella battaglia condotta contro un colosso del ramo delle assicurazioni affrontato con coraggio da una famiglia dalle possibilità economiche decisamente limitate determinata, però, nell'inseguire la Giustizia.
In particolare, le figure dei genitori di Donny Ray - combattiva e fiera lei, scombinato e commovente lui - divengono il cardine di una struttura che Coppola gestisce come solo un Maestro del suo calibro riesce a fare, un meccanismo ad orologeria che dispone i pezzi sulla scacchiera prendendosi tempo e spazio prima di liberare la strategia vincente, tradotta in un finale capace di toccare nel profondo senza scadere nel melenso e non chiudere la vicenda come se fosse la classica e prevedibile storia americana di affermazione dei giusti.
Principalmente, infatti, la lezione importante de L'uomo della pioggia resta l'elogio di una determinazione che dimora nella fierezza e nel coraggio tutti "proletari" di chi lotta per non farsi mettere i piedi in testa o intimorire da chi pensa di poter disporre della vita - soprattutto altrui - a proprio piacimento: in questo senso Rudy diviene l'alfiere di una battaglia ingaggiata da outsiders sulla carta destinati ad essere vittime eppure fermamente disposti a dare tutto il possibile - e anche di più - affinchè quella stessa realtà dei fatti possa essere smentita - dai coniugi Black a Kelly, fino allo stesso protagonista -.
E per quelli di noi abituati a rimboccarsi le maniche e farsi il culo - Ford al completo compresi - battaglie come questa - a prescindere dai risultati - sono ossigeno che permette alla lotta di continuare a rinnovarsi insieme alle energie che permettano agli abitueè dei cavalli tenuti ben saldi fuori dal Saloon, ai Goonies della quotidianità, di alzare la testa ed essere fieri di guardare avanti, senza preoccuparsi troppo di quanto gli squali possano approfittarsi del sistema e dei soldi che chiamano soldi.
In fondo, un giorno o l'altro un "rainmaker" giungerà a cambiare le carte in tavola, battendosi con il proprio nemico con la stessa fierezza dei poveracci che rappresenta ed ispira.
E chissà che, un giorno o l'altro, l'uomo della pioggia non possa essere proprio qualcuno di noi.



MrFord



"You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears away.
You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears."
Iron Maiden - "Rainmaker" - 




domenica 23 dicembre 2012

Arma letale 4

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1998
Durata: 127'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, inseparabili compagni e pilastri - si fa per dire - della Omicidi, non sono più due ragazzini. Lo stesso Riggs, da sempre il più folle e spericolato della coppia, comincia a perdere qualche colpo e pensare più alla famiglia che sta per mettere su rispetto al tentare di oltrepassare perennemente i suoi limiti: Lorna Cole, sua compagna da tempo, è infatti incinta, ed il dubbio se chiederle oppure no di sposarlo è la cosa che tormenta di più lo scombinato Martin, che si appoggia al sempre solido amico Roger per tutte le questioni che riguardino sparatorie e famiglia.
Questa volta la strada dei due, promossi quasi per caso capitani, si incrocia con quella della Triade cinese, che oltre ai traffici di clandestini vorrebbe "importare" negli USA i quattro boss più potenti di Hong Kong, catturati dalla polizia cinese e spediti a Los Angeles grazie ad un generale corrotto.
Inutile dire che i criminali dovranno fare i conti con quella che ormai è, di fatto, la famiglia allargata di Murtaugh - alle prese con il giovane detective Butters, suo futuro genero - e Riggs, pronta a prenderli dal primo all'ultimo a calci nel culo.




Il recupero della saga di Arma letale, da troppo tempo accantonata in casa Ford, è stato una goduria come non me ne capitavano davvero da un sacco di tempo.
Onestamente, penso di essermi addirittura perso, ai tempi, questo quarto film, già troppo concentrato ad entrare nel periodo buio che furono i miei anni da radical chic cinematografico tutto film d'autore e recupero di classici fondamentali con il minor divertimento possibile.
E invece devo ammettere che quest'ultimo - per ora - capitolo rappresenta forse in qualche modo e nella maniera migliore la summa di quella che è l'idea alla base delle avventure di Riggs e Murtaugh, coppia inossidabile e guascona di investigatori della Omicidi che, definitivamente abbandonate le cupe e violente - pur se stemperate dal loro rapporto sempre burrascoso - atmosfere del primo capitolo, si è focalizzata principalmente sulla connotazione ironica dell'azione e del poliziesco unite ad una forte componente legata al concetto di famiglia, da sempre al centro delle vite dei due protagonisti.
Alla già numerosa famiglia del burbero Roger si uniscono per quest'avventura non solo Leo Getz, accanto ai nostri per la terza volta, e la cazzutissima Lorna Cole, ormai compagna fissa di Riggs, ma anche il futuro genero ed apparente corteggiatore di Murtaugh - divertentissimo il siparietto in macchina con Riggs a buttare benzina sul fuoco tra il suo partner ed il giovane collega - Lee Butters, interpretato da un allora ancora poco noto Chris Rock.
A fare da contrappeso alla nutrita squadra dei "buoni" questa volta troviamo la Triade cinese, legata al traffico di esseri umani orchestrato dalle cosiddette "teste di serpente" - così vengono chiamati i responsabili dei viaggi in condizioni disumane di quelli che possono essere considerati come dei moderni schiavi - e capeggiata da un Jet Li nel quasi inedito ruolo del cattivo, pronto a sfoderare una serie di evoluzioni e calci rotanti da fare paura e a tenere testa ai due protagonisti - l'ormai un pò arrugginita "arma letale" Mel Gibson compresa - in più di un'occasione.
Il duello finale a mani nude - o quasi - che vede Riggs e Murtaugh opposti al loro piccolo ma agguerrito avversario è degno delle migliori perle action made in Hong Kong, così come da applausi è l'inseguimento in macchina con tanto di "surf urbano" con tavolino annesso - una dei passaggi a mio parere più riusciti dell'intero franchise, o almeno della sua parte più fisica: non mancano, inoltre, le battute e gli intermezzi comici poggiati principalmente sulle spalle di Joe Pesci e Chris Rock - roba grossolana e di bassissima lega, ma che continua a farmi pisciare sotto dal ridere in barba a qualsiasi pretesa di cultura o presunta tale - ed un lieto fine che pone l'accento sul già affrontato concetto di famiglia - in questo caso molto allargata - tanto caro al mitico Richard Donner - che continuerò a ringraziare in eterno, non fosse altro che per I Goonies e questa serie assolutamente indimenticabile -.
La curiosità di scoprire cosa si potrebbe combinare con un quinto capitolo - ovviamente orchestrato dalla stessa squadra vincente, e chissà, magari impreziosito da un ritorno alla sceneggiatura di Shane Black, creatore dei personaggi e penna dietro il primo film - con tanto di figlio cresciuto di Riggs è molta, specie se gestita con il piglio divertito che ha contraddistinto l'evoluzione di due insoliti e scombinati detectives che per passare da duri hanno preso una strada rischiosa ma impossibile da non condividere come quella dell'autoironia.
E a questo punto, posso proprio dirlo: non si è mai troppo vecchi per certe stronzate.


MrFord


"I seen ya, I seen ya, I seen ya walkin' down in Chinatown
I called ya, I called ya, I called but you did not look around
I pay my, I pay my, I pay my money to the welfare line
I seen ya, I seen ya, I seen ya standing in it everytime."
Smash Mouth - "Why can't we be friends" -



giovedì 13 dicembre 2012

Arma letale 3

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh, dopo anni di onorato servizio, è finalmente ad una settimana dalla pensione quando il suo inseparabile e folle collega Martin Riggs combina un casino tale da far retrocedere entrambi al ruolo di semplici agenti di pattuglia a piedi.
I due, comunque, riusciranno ad inserirsi in un'indagine ad alto rischio che coinvolge un ex poliziotto divenuto un trafficante d'armi pronto a mettere in mano alle gang di quartiere di Los Angeles fucili automatici e proiettili "ammazza-sbirri" dal potenziale devastante.
Al cocktail già esplosivo Murtaugh/Riggs - con il loro sempre bistrattato socio Leo Getz - si aggiungerà l'agente della disciplinare Lorna Cole, donna cazzutissima pronta a dare filo da torcere a Riggs a suon di battute, colpi di arti marziali e numero di cicatrici: ovviamente, per i "cattivi", saranno cazzi amari.





E così continua il revival della saga di Arma letale, tornata di gran moda di recente in casa Ford e riscoperta come rimedio per gli stress da rientro al lavoro e per il sangue amaro da quotidianità troppo arrembante: il terzo capitolo - che io, nella memoria ormai confusa da alcool e antidolorifici da tonsillectomia, pensavo fosse il secondo - riprende di fatto la formula che ha reso questo franchise vincente, nonchè un cult consolidato per almeno una generazione di spettatori, ovvero l'amicizia virile tra i due protagonisti Murtaugh e Riggs attorno alla quale ruotano tutte le vicende - d'azione e non - dello script.
Certo, rispetto al primo film si è persa ormai completamente la componente noir e violenta, sostituita da un impianto decisamente più fracassone e votato all'intrattenimento puro di cui è emblema il personaggio interpretato da Mel Gibson, completamente folle e votato alla cazzata per contratto - si veda, in questo senso, la sequenza con il cane da guardia, una delle più irresistibili ed imbarazzanti della carriera dell'attore e regista australiano -: nonostante questa "commercializzazione", comunque, il prodotto funziona e diverte sempre parecchio, grazie sicuramente anche al ruolo di parte seria della coppia di Murtaugh, alla macchietta che, di fatto, è Leo Getz/Joe Pesci e all'inserimento vincente di Rene Russo, protagonista con il già citato Gibson di una delle scene di "sesso" più note della storia recente della settima arte, nonchè già più volte citata e parodiata - chi non ha mai visto, Arma letale o no, quella sequenza del conteggio delle cicatrici che finisce con una scopata royale, in fondo!?!? -.
La scelta di affiancare una presenza femminile anche al caotico Riggs risulta azzeccata anche nell'ottica generale della saga, che ha una forte componente radicata nei concetti di famiglia e cura dei propri cari - i Murtaugh, di fatto, adottano sia Riggs che Getz -, e pone le basi per quella che sarà una delle sorprese più importanti - per quanto riguarda i personaggi - nel successivo quarto capitolo: c'è spazio inoltre per una riflessione legata alla depressione da pensionamento e alla sensazione che, una volta appeso al chiodo il lavoro - specie se si è così fortunati da averne uno che appassiona -, si possa avere una paura fottuta di non essere utili a niente e nessuno, e ad una sulla violenza nelle strade che, nelle grandi metropoli come Los Angeles, conduce ragazzi giovanissimi alla morte soltanto perchè mossi da un qualche ideale di gloria malriposto.
Ma non pensate che questo Arma letale 3 sia un film da introspezione o contraccolpi particolarmente profondi: il lavoro di Donner è quello di regalare al pubblico la sensazione di essere completamente a suo agio sul divano con snack, salsa piccante ed un bel bicchiere di robusto bourbon pronti a godersi ogni singola follia che i protagonisti riusciranno ad inventarsi per fare il culo al criminale di turno, specie se il malvivente in questione dovesse avere l'insana idea di spostare il "conflitto" su un piano personale.
Dunque troverete già pronte ed impacchettate una prima parte più votata all'ironia e al lato guascone del poliziesco ed una seconda all'interno della quale sarà l'azione a farla da padrona, con un finale ambientato in un cantiere di case in costruzione che permetterà al buon Riggs di sfoderare un altro dei suoi numeri, ed un epilogo che andrà ad omaggiare l'esordio del charachter di Murtaugh, con tanto di torta, candeline, famiglia al completo e vasca da bagno.
Senza dubbio, questi due sbirri apparentemente male assortiti, rappresentano una delle coppie cinematografiche migliori che il genere abbia mai regalato al suo pubblico, ed ora che mi ritrovo ad averli riscoperti difficilmente li abbandonerò, specie in quelle serate in cui sentirò il bisogno di sciogliere i muscoli e rilassarmi senza dover necessariamente rifare i connotati al sacco o a qualcuno a me sgradito.


MrFord


"If the night turned cold
and the stars looked down
and you hug yourself
on the cold cold ground
you wake the morning
in a stranger's coat
no-one would you see
you ask yourself, 'Who'd watch for me?'
My only friend, who could it be?
It's hard to say it
I hate to say it
but it's probably me."
Sting - "It's probably me" -


 

sabato 8 dicembre 2012

Arma letale 2

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, ormai partners affiatati e sempre più casinari, si ritrovano in mezzo ad un traffico che vede coinvolti alcuni diplomatici sudafricani nel pieno degli anni dell'apartheid. Pestati un pò troppi piedi politici, i due si ritrovano a fare da cani da guardia ad un esperto del riciclo del denaro sporco - l'ancor più casinista Leo Getz - che involontariamente con la sua presenza li riporterà sulle tracce degli stessi criminali.
I poliziotti avranno tutto il tempo di scampare ad almeno tre attentati a testa prima di riuscire a mettere alle strette i loro avversari, che si riveleranno essere non soltanto a capo di un traffico decisamente milionario, ma anche i responsabili dell'incidente che provocò la morte della moglie di Riggs, anni prima, evento che scatenò la vena più folle dell'indisciplinato agente.





Ci sono alcuni film che sono un vero e proprio toccasana.
Di recente, riscoprendo una delle saghe più emozionanti e divertenti dell'action tutta come quella di Arma letale, pensavo che i miei ricordi dei tempi avessero ragione e che soltanto il primo capitolo sarebbe stato degno di nota per quel sano intrattenimento tamarro di cui tutti noi ogni tanto necessitiamo: e invece ecco giungere a smentirmi un numero due che non compariva sugli schermi di casa Ford da millemila anni - non ricordavo neppure della presenza di Joe Pesci, figurarsi! - e che ha reso alla perfezione i suoi servizi di svago per un cervello reso un pò fiacco dalle recenti disavventure ospedaliere fordiane - e non parlo soltanto delle mie tonsille ormai nel paradiso delle parti del corpo estratte e buttate in un cestino -.
Ma torniamo alle avventure della premiata ditta Murtaugh e Riggs: con l'abbandono di Shane Black alla sceneggiatura, Donner cerca con questo bis di mantenere la narrazione sugli stessi binari del supercult che diede inizio alla storia pur concedendosi un'atmosfera decisamente più fracassona e scanzonata, affidandosi per questo ad un Mel Gibson così sopra le righe da rasentare in più occasioni il gigionismo estremo.
Quello che, però, è interessante, è che nonostante tutto l'insieme continui a reggere, e ad una vicenda assolutamente figlia dell'immaginario di genere anni ottanta - sparatorie come se piovesse, passaggi non proprio limpidi o troppo semplificati dello script - ritroviamo accostato addirittura un tema di grande attualità ai tempi, ovvero la protesta contro l'apartheid sudafricana, non ancora sconfitta dall'ascesa che avrebbe avuto non troppo tempo dopo Nelson Mandela.
Un risvolto, questo, in grado di dare spessore ad una proposta decisamente ricreativa ed al contempo far ripensare ai bei tempi andati - ricordo, in questo senso, Rambo III con gli USA a sostenere i talebani contro i sovietici, roba che ora sarebbe praticamente fantascienza - quasi fossero una sorta di limbo al quale tornare solo ed esclusivamente grazie a questo tipo di visioni.
Per il resto è tutto un botta e risposta tra i due protagonisti e la spalla aggiunta Leo Getz - che diverrà praticamente il terzo incomodo nei successivi due film del franchise -, battute sguaiate da amicizia virile, prove di forza e follia di Riggs - un personaggio più che mitico, il suo confronto con il capo è tornato ad essere uno dei miei cult totali - ed una robustissima dose di botte e proiettili come si conviene ad ogni proposta di questo genere che si rispetti.
Vi confesso che, addirittura, l'eccesso chiassone e da buddy movie con tanto di voli da finestre e containers di questo secondo giro di giostra è riuscito a sorprendermi a tal punto rispetto ai ricordi che avevo dello stesso da farmi pensare che non sia poi tanto distante - parlando di valore cinematografico - dal primo, e che Richard Donner sia riuscito a mantenere decisamente alto il livello del suo lavoro - parliamo, di fatto, di un mestierante del Cinema, benchè autore di un Classico come I Goonies -, tanto da alimentare nel sottoscritto la voglia di recuperare dopo quindici anni almeno anche i restanti due capitoli, sperando che anch'essi possano trasformarsi in piacevoli, caotiche, scombinate perle come questa.
Dunque, se siete in una di quelle giornate in cui pare non vi resti nient'altro se non ubriacarvi e sbattere la testa contro il muro - o entrambe le cose - un titolo come Arma letale 2 è sempre consigliato per riscoprire quelli che sono alcuni degli assoluti piaceri della vita.
Come i buoni, vecchi film d'azione: vecchi amici che non ti abbandonano mai.
Neppure quando per anni ti dimentichi di loro.
E sono sempre lì, pronti ad accorrere per pararti le chiappe.


MrFord



"He sang a song as on he rode,
his guns hung at his hips
he rode into a cattle town,
a smile upon his lips
he stopped and walked into a bar and laid his money down
but his mother's words echoed again:
Don't take your guns to town son,
leave your guns at home Bill,
don't take your guns to town."
Johnny Cash - "Don't take your guns to town" -



lunedì 26 novembre 2012

Arma letale

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1987
Durata:
110'




La trama (con parole mie): Roger Murtaugh è un veterano del Vietnam e poliziotto della Omicidi che ha appena compiuto cinquant'anni, sposato e con tre figli, alla ricerca di quella tranquillità che l'età comincia ad imporgli. Martin Riggs, vedovo, più giovane e alla ricerca di un incontro ravvicinato con la morte che lo ricongiungerebbe alla moglie, fu addestrato fin da ragazzo e proprio in Vietnam per diventare una vera e propria arma, finendo per trasformarsi in una mina vagante.
Quando dalla Narcotici Riggs viene assegnato come partner a Murtaugh, i due si trovano a dover fare i conti con le loro differenze e con un gruppo di trafficanti di droga disposti a tutto pur di mettere a tacere poliziotti zelanti come loro: lo scontro con i criminali coinvolgerà anche la famiglia di Roger, che dovrà imparare a fidarsi del suo instabile collega per poter portare a casa la pelle e proteggere i suoi cari.




Richard Donner avrà sempre un posto d'onore nel cuore del sottoscritto per aver permesso ad una meraviglia come I Goonies di diventare uno dei punti fermi della mia crescita, eppure i primi ricordi che ho rispetto a lui sono quelli - sconvolgenti, per allora - della sequenza d'apertura di Arma letale, supercult inossidabile che vidi per la prima volta quando ancora credo che fosse estraneo alle emittenti televisive il concetto di "parental advisory": facevo le elementari, e pronti via, dopo il classicone Jingle bell rock, partiva al volo una sequenza che vedeva la tipica modella strafatta che, in pieno delirio e mostrando quello che allora mi pareva clamoroso - e che non era nient'altro che un seno nudo - si gettava nel vuoto schiantandosi su una macchina.
Come se non bastasse, di lì a poco feci la conoscenza di Martin Riggs, uno dei personaggi più azzeccati che il folle Mel Gibson abbia mai interpretato, pronto ad ogni piè sospinto non soltanto a togliere di mezzo i criminali di turno ma anche ad infilarsi la canna della pistola in bocca, pronto ad affrescare le pareti con la sua scombinata materia grigia per raggiungere la moglie morta tragicamente.
A fare da contrappeso a questi elementi destabilizzanti giunse in soccorso Roger Murtaugh con la sua famiglia, che in un certo senso fotografava una realtà più simile a quella che vivevo tutti i giorni con i miei e mio fratello, quasi facesse da ancora rispetto al mondo invaso dal caos di Riggs e della storia che avrebbe coinvolto entrambi i poliziotti: ma prima di parlare della trama, o del fatto che, a venticinque anni di distanza, questo poliziesco fracassone e roboante ancora funziona e diverte nonostante alcuni palesi limiti, voglio godermi la sensazione dell'ennesima visione concessa alle avventure dei due protagonisti, alle praticamente innumerevoli scene cult disseminate nelle quasi due ore di durata - il salto di Riggs con l'aspirante suicida, ancora oggi il mio momento preferito, il poligono, la cena a casa Murtaugh, lo scontro con il torturatore, i continui botta e risposta dei due poliziotti - e alla sensazione che Arma letale sarà sempre un porto cui potrò fare ritorno nei momenti di difficoltà, quasi una riserva d'aria in caso di apnea cinematografica.
Per il resto, quello che ci troviamo ancora di fronte è un film solido e convincente, scritto dallo stesso Shane Black che qualche anno dopo avrebbe firmato un'altra pietra miliare - L'ultimo boy scout, appena passato da queste parti - del genere, non privo di difetti ma pane e salame abbastanza per essere altamente credibile anche ora, praticamente in un'altra epoca: oserei dire anzi che, insieme a Danko - che resta comunque superiore -, si possa parlare di una delle migliori espressioni dell'hard boiled made in USA del decennio, simbolo di una certa tipologia di pellicole che ora pare quasi fuori moda ma che, al contrario, è assolutamente perfetta per costruire e cementare ogni rapporto d'amicizia, fratellanza o tra padri e figli che si rispetti, unendo di fatto generazioni appartenenti a realtà differenti grazie ad ironia, follia, qualche sparatoria che non fa mai male e botte senza risparmiarsi - si veda lo scontro finale -, giusto per manifestare il proprio sostegno a chi ci guarda le spalle, ricambiato.
Andrebbe spesa qualche parola anche per l'albino selvaggio interpretato da Gary Busey, mitico interprete di Un mercoledì da leoni ed altrettanto mitico Angelo Pappas di Point break, qui nel ruolo di psicopatico ammazzacristiani dalla prima apparizione destinato alla resa dei conti con "l'arma letale" Mel Gibson: spesso e volentieri, negli action che si rispettano, anche il "cattivo" contribuisce - e non poco - alla riuscita dell'operazione.
Ma si potrebbe costruire una serata intera di bevute, su una visione come questa: per quanto non si parli di Capolavori, o di chissà quali alte opere artistiche, ringrazio che ci siano stati film come Arma letale ad alimentare la mia passione per la settima arte.
Senza di loro, non sarebbe davvero lo stesso.


MrFord


"Jingle bell, jingle bell, jingle bell rock
jingle bells chime in jingle bell time
dancin' and prancin' in Jingle Bell Square
in the frosty air."
Bobby Helms - "Jingle bell rock" -


domenica 28 ottobre 2012

Shooter

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2007
Durata: 124'




La trama (con parole mie): Bob Lee Swagger, uno dei migliori cecchini del mondo, addestrato dal governo americano per entrare nell'elite dei corpi speciali, viene abbandonato a se stesso nel corso di una missione di copertura in Etiopia nel corso della quale perde la vita il suo braccio destro e migliore amico. Sopravvissuto e tornato in patria, il reduce si isola sulle montagne fino a quando il Colonnello Isaac Johnson lo contatta per un consulto a proposito di un probabile attentato al Presidente.
Swagger accetta solo per venire coinvolto, suo malgrado, in un gioco di controspionaggio che gli costa una caccia all'uomo: a quel punto, abbandonato, braccato dalle forze dell'ordine e ferito, l'ex soldato dovrà fare riferimento alla fidanzata del defunto compagno d'armi e ad un agente solerte per pianificare il suo ritorno e la vendetta ai danni delle schegge impazzite del governo colpevoli di averlo manipolato.



Avete presente quei miracolosi film di spionaggio figli della cultura "contro" targata anni settanta che inchiodavano alla poltrona dal primo all'ultimo minuto - Il giorno dello sciacallo o Tutti gli uomini del Presidente, su tutti -?
Prendeteli e, con una buona dose di tamarraggine ed una qualità autoriale - nell'approccio più che nella tecnica - minore shakerateli per bene con gli action pompati made in eighties che fecero la fortuna - e l'esaltazione - degli spettatori da quel decennio in avanti, ed avrete servito il cocktail Shooter.
Onestamente, nonostante il regista fosse il Fuqua di Training day, mi aspettavo ben poco da questo giocattolone con un Marc Wahlberg in versione Capitan America ribelle infallibile con il fucile, tutto valori di una volta, capanna in montagna, passione per le armi da fuoco ed un cane chiamato Sam: al contrario, però, sono stato ben lieto di essere piacevolmente sorpreso da una pellicola volutamente sopra le righe e prevedibilissima nel suo evolversi eppure avvincente, girata e fotografata benissimo ed assolutamente goduriosa, con una prima parte ottima ed un crescendo che, come è ovvio che sia, si fa prendere un pò la mano dal patriottismo sotterraneo e dall'azione dura e pura.
In questo senso, la scelta di Wahlberg è pressochè perfetta, complici la poca espressività ed il fisico alla John Cena dell'attore - che, comunque, per me continua ad essere troppo sottovalutato dalla critica illustre -, così come quella dei comprimari di lusso Danny Glover - per la prima volta, a mia memoria, nel ruolo del bastardo doppiogiochista - ed Elias Koteas, senza contare la più che appariscente spalla Kate Mara, già vista da queste parti in American horror story.
Per il resto la cornice pare quella di un episodio di 24, con il protagonista destinato a spaccare i culi a tutti quelli che gli hanno pestato i piedi - solo un pò meno reazionario del cattivissimo Jack Bauer - ed una corsa contro il tempo continua nella migliore tradizione dell'eroe solitario made in USA, in questo caso - merito del regista? - spinto da una certa quale pulsione "rivoluzionaria" che dalle frecciate all'amministrazione Bush nel dialogo tra Swagger e Johnson alla t-shirt con l'immagine del Che indossata dall'agente dell'FBI interpretato da Michael Pena pare non risparmiarsi, pur se sottovoce, critiche al sistema politico statunitense ed al suo approccio "abbiamo trovato tracce di armi di distruzione di massa, quindi andiamo lì e facciamo tabula rasa".
Il vero peccato sta nel fatto che ad una prima parte convincente e ben ritmata succede una seconda decisamente più votata all'implausibilità della trama, salvata solo in parte da un finale giustizialista ma estremamente ribelle - e torniamo al discorso di fondo rispetto alla pellicola -, con l'incontro tra il senatore che ha orchestrato il tutto ed il buon Swagger sempre più incazzatonei confronti di chi si approfitta di potere e denaro quando dovrebbe fare esclusivamente gli interessi del Paese - quanto mi divertono queste sviolinate a stelle e strisce! - e della sua gente - cosa che, a ben guardare, risulta attuale in molte parti del mondo, Terra dei cachi compresa -.
Un intrattenimento, dunque, di grana grossa e gran retorica ma anche di mestiere notevole, coinvolgente ed efficace come pochi altri prodotti anche più noti figli dell'action votata al gasamento - passatemi il termine molto, molto tamarro - dell'audience: i fan della saga del già citato Bauer, così come gli appassionati del genere, troveranno assolutamente pane per i loro denti.
Per tutti gli altri, che dire!?
Attenzione, perchè io uno come Swagger non ci terrei troppo a farlo incazzare.


MrFord


"Then even louder we got shooters, shooter
I turn around, I was starin' at chrome
shotgun watches door, got security good
jumped right over counter
pointed gun at, wink, he tell her
I'm your shooter, shooter, shooter."
Lil' Wayne - "Shooter"-


domenica 1 gennaio 2012

2012

Regia: Roland Emmerich
Origine: Usa
Anno: 2009
Durata: 158'



La trama (con parole mie): dopo aver scoperto che a causa dell'interferenza dei neutrini emanati dal Sole la Terra comincia a dare segni di cedimento, un gruppo di ricercatori contatta il Presidente degli Usa che, dal 2009 al 2012, organizza con gli altri capi di stato delle più grosse potenze mondiali una sorta di servizio di arche progettate per portare in salvo la parte più abbiente della popolazione mondiale.
Quando la catastrofe ha inizio con diversi mesi d'anticipo - come predetto dal pirata radiofonico Frost -, lo scrittore ed autista Jackson Curtis si ritrova a lottare per la sopravvivenza accanto alla sua famiglia sperando di poter raggiungere uno degli esclusivi trasporti grazie alla conoscenza di un magnate russo.
Ma le difficoltà per i Curtis saranno appena all'inizio.



Direi che non c'era pellicola più adatta ad inaugurare il nuovo - e profetico - anno che questo giocattolone in pieno stile baraccone hollywoodiano firmato Roland Emmerich, tra i registi più clamorosamente scarsi del pianeta.
Devo ammettere che, avendolo evitato come la peste per anni e bollato come vomitevole assecondando i miei pregiudizi più radical chic possibili, questo 2012 mi ha sorpreso, e non poco: benchè, infatti, si tratti di un prodotto/giostra da blockbusterata popcorn e bibitona infarcito in più di un passaggio della peggior retorica ammmeregana, il lavoro di Emmerich risulta divertente quanto basta perchè riesca ad oltrepassare il confine tra l'inesorabilmente brutto ed il trash a suo modo di culto, grazie ad una discreta dose di autoironia e critica di fondo alla società - i biglietti da un miliardo di euro per avere il posto assicurato su una delle arche della salvezza ed un futuro ad uso e consumo dei soli ricchi -, un sempre mitico Woody Harrelson - in un ruolo marginale ma in grado di conquistare da subito - ed alcune sequenze già di culto - su tutte, la rappresentazione di noi italiani, tutti belli rifugiati in Vaticano a pregare vestiti come vedove siciliane prima di essere schiacciati dalla cupola di S. Pietro, con il premier in prima fila -.
Dunque nessuno sbadiglio o silenziosa speranza che il minutaggio possa rivelarsi la metà di quello - decisamente importante - segnalato dalle guide, ma al contrario un discreto, rilassante divertimento di quelli da cervello in vacanza - e dopo i bagordi delle Feste, ci sta tutto - e risatone senza pretese, gettandosi accanto a John Cusack - che mi è sempre sembrato un potenziale fordiano, tra le altre cose - neanche si fosse su una montagna russa tra limousine in fuga da città inghiottite dal suolo, camper spinti al massimo per evitare eruzioni di vulcani giganteschi appena nati, aerei nel pieno di tempeste di cenere e fuoriserie lanciate da un cargo in atterraggio sui ghiacciai dell'Himalaya: un giro di giostra che apprezzeranno i più piccoli ma che i vecchi tamarri come il sottoscritto non potranno rigettare neanche fossero i peggiori fighetti da cineforum, proprio perchè presi per la gola grazie all'altissimo contenuto di trash di una pellicola assolutamente conscia dei suoi limiti.
Paiono lontani, dunque, per Emmerich, i giorni infausti dell'agghiacciante The day after tomorrow, e più vicini quelli del sottovalutato, supertrash ed assolutamente spassosissimo Independence day: certo, in 2012 si ride molto meno - almeno secondo quello che vorrebbe la sceneggiatura - e la componente misticheggiante ha i suoi buoni margini di attenzione nel corso della visione, eppure, tra una Cappella Sistina sgretolata davanti agli occhi degli alti prelati e le cime del "tetto del mondo" inondate da uno tsunami che travolge l'ascetico Dalai lama e le sue campane tibetane direi che il lavoro del vecchio Roland risulta essere abbastanza anticlericale - e lontano dai dogmi religiosi - per risultarmi quantomeno simpatico, e guadagnare un altro punticino nella sua personale scalata nella classifica delle mie tamarrate di serie b di culto personali.
Certo, sequenze come quelle legate al Presidente Usa - un Danny Glover in versione buonista - risultano un pò troppo stoppose, così come il moraleggiante discorso ai capi di stato di Adrian al momento della preparazione delle arche, eppure, affrontando un titolo di questo genere, sono bocconi amari che si deve mettere in conto di mandare giù, anche perchè stupirsi di incontrarne almeno una decina in un prodotto come questo sarebbe come avere la presunzione di uscire da un cenone con bevutona come se ne fanno qui al saloon senza nessun effetto hangover.
Dunque tenetevi forte e dateci dentro, perchè è questo che ci vuole, in casi - e film - come questo, e non solo.
E che il 2012 sia un anno da vivere fino in fondo per tutti voi ospiti di questo crocevia di frontiera.
Dovessero poi essere vere tutte le profezie che si sentono in giro, non preoccupatevi troppo: prima della fine, potrete comunque passare dalle mie parti a farvi un ultimo, vigoroso, tonificante bicchiere.


MrFord


"It's the end of the world as we know it 
it's the end of the world as we know it
it's the end of the world as we know it and I feel fine."
R. E. M. - "It's the end of the world as we know it (and I feel fine)" -

mercoledì 13 luglio 2011

Blindness - Cecità

La trama (con parole mie): un uomo è fermo ad un semaforo quando un insolita coltre di un biancore quasi innaturale cala sui suoi occhi. L'uomo è diventato cieco. E' l'inizio di un'epidemia terribile che colpisce la popolazione a tutti i livelli, e progressivamente conduce i contagiati attraverso un viaggio allucinante che passa dalla prigionia in un ex manicomio ad una libertà riconquistata per le strade di una città ormai preda di squallore, morte e degrado, popolata soltanto da ciechi che brancolano nella loro nuova condizione.
A guidare lo sparuto gruppo di protagonisti, l'unica donna che pare essere immune alla malattia: sarà destinata a fare da madre, compagna, confidente, amica e paladina di tutti loro.

Portare sugli schermi un romanzo dell'intensità di Cecità è una sfida certo non da tutti i giorni.
Onestamente, con una materia così delicata tra le mani, il rischio di pesanti cadute è ben più che presente, specie se siete un regista venuto dritto dal videoclip con una tendenza piuttosto marcata all'esagerazione, sia essa visiva o emozionale, come Fernando Meirelles, autore del discreto City of god e del decisamente meno incisivo The constant gardener.
Eppure, al contrario di quanto mi aspettassi, il regista di San Paolo non solo riesce nell'impresa di rimanere fedele all'opera di Saramago, ma anche ad imbrigliare il suo stile adrenalinico per metterlo al servizio di una pellicola giocata quasi esclusivamente sulla sottrazione, sia essa stilistica o emotiva, dei suoi protagonisti e della realtà che li circonda: sfruttando una messa in scena decisamente teatrale - soprattutto per quanto riguarda la lunga parte del manicomio adibito a luogo di quarantena per gli infetti - il regista gioca il tutto e per tutto puntando sulla sua protagonista, una convincente Julianne Moore, sfruttando l'importanza che anche nel romanzo gioca nell'economia del racconto la moglie dell'oculista contagiato attraverso una visita dal primo cieco.
Eppure, nonostante una resa decisamente funzionale - anche nelle parti dedicate alla cecità nel momento del suo sopraggiungere - ed un incedere senza cadute di stile, Blindness pare restare sempre e comunque un passo indietro rispetto alla potenza dirompente del romanzo, emotivamente ben più travolgente soprattutto nella parte dedicata alla lotta strenua che la moglie dell'oculista combatte con i ciechi divenuti usurpatori del potere all'interno del manicomio - non efficace, in questo senso, Gael Garcia Bernal nel ruolo dello spietato cieco con la pistola - e  nel finale ambientato nella casa della coppia protagonista, limitato per questioni di minutaggio e, probabilmente, d'azione drammatica troppo ridotta per una versione cinematografica.
Qualcosa è perso anche nel confronto tra la moglie del medico e la ragazza con gli occhiali scuri a seguito del tradimento consumato nel corso della quarantena da parte dell'uomo, una delle parti più coinvolgenti dell'intero romanzo, a testimonianza di quanto, nonostante l'efficacia delle versioni su pellicola, la potenza della pagina scritta mantenga ancora il primato, soprattutto rispetto ad opere incredibili come questa.
Un plauso comunque va fatto a Meirelles, in grado di confezionare un film onestissimo, molto fedele alla sua fonte d'ispirazione e dalla buona resa, anche se sicuramente non in grado di sostituire, nel cuore dei lettori di Saramago, quello che è considerato a tutti gli effetti come uno dei suoi Capolavori.
Ora, per non fare la parte del borioso e radical chic che se la mena perchè si è letto il romanzo prima del film posso dire che, in questo caso, se tra i due quello davvero meritevole è il libro, una visione della pellicola è comunque consigliata, anche perchè parte del sempre troppo ristretto gruppo di titoli in grado di non sfigurare completamente rispetto alle controparti letterarie: in questo senso, ho trovato Blindness molto simile a Non è un paese per vecchi dei Coen, anch'esso fedelissimo all'opera di McCarthy ma privo della carica delle sue pagine.
La cecità algida che vela gli occhi dei protagonisti, anche se soltanto in misura emozionale, pare aver avvolto anche il cuore della pellicola stessa.
A voi, in un modo o nell'altro, trovare la strada per tornare a vedere.

MrFord

"And I know how it should be
there is nothing more for you and I
some are young and some are free
but I think I'm goin' blind."
Kiss - "Goin' blind" -
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