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sabato 7 maggio 2016

La vendetta di Carter

Regia: Stephen Kay
Origine: USA
Anno: 2000
Durata: 102'






La trama (con parole mie): Jack Carter, che lasciò la natìa Seattle per Las Vegas e la carriera come uomo di forza di un'organizzazione non proprio pulita, decide di mollare tutto quando la morte sospetta del fratello richiede la sua presenza a casa, fondamentalmente sbattendosene del beneplacito dei suoi capi.
All'arrivo, Jack dovrà riallacciare i rapporti con la moglie e la figlia del defunto fratello e soprattutto scoprire cosa si nasconde dietro la morte di quest'ultimo, che appare tutto tranne l'incidente che vogliono far credere: l'indagine lo porterà a confrontarsi a modo suo con vecchie conoscenze locali e nuovi avversari, senza contare gli inviati giunti da Vegas per riportarlo sulla "retta via".
Inutile dire che le cose non si faranno facili, per chi deciderà di tentare di mettergli i bastoni tra le ruote.










E così, alla fine è arrivato anche per me.
Non avrei mai voluto scriverlo, ma esiste dunque un film che, nonostante il bene che voglio a Stallone, appare talmente brutto da non potersi salvare neppure qui al Saloon.
La vendetta di Carter, evitato come la peste ai tempi - del resto, era in corso il mio periodo estremamente radical di spettatore - e mai più recuperato, si è rivelato un lavoro decisamente a basso cabotaggio dal sapore di telefilm - peraltro neppure di livello - prodotto tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, con uno Sly ingessatissimo pronto a sfoderare una battuta preconfezionata dietro l'altra per cercare di tenersi a galla nel periodo probabilmente più amaro della sua carriera, pessimo dall'inizio alla fine nonostante un discreto livello di tamarraggine ed un cast certo non cagnesco - Mickey Rourke, Rhona Mitra, Michael Caine -, tanto da ricordarmi più un titolo recente qualsiasi tra quelli interpretati da Liam Neeson piuttosto che gli anni d'oro del vecchio e mitico Sly.
Fatta eccezione, infatti, per il dialogo con il responsabile dell'accaduto alla nipote - "Ti prego, Jack, non uccidermi!" "Io non ti uccido. Ti sei ucciso da solo." -, tutto sa di stantìo e già visto, e se perfino un fan appassionato nonchè veterano del genere come il sottoscritto fatica a superare una visione dal minutaggio certo non importante, allora la situazione risulta effettivamente grave, tanto da considerare di non considerare questo Get Carter come parte della filmografia dello Stallone Italiano, in una sorta di disconoscimento esterno volto a rendere il giusto omaggio a quello che, forse, è stato l'action hero più importante della Storia del Cinema, che non dovrebbe conoscere - visti anche i radical sempre pronti a criticarlo come Cannibal Kid - punti bassi come questo firmato dall'anonimo Stephen Kay.
Unica vera consolazione è il fatto di essere a conoscenza della ripresa che ebbe negli anni seguenti la carriera di Stallone, rilanciato prima dagli ultimi capitoli di Rambo e Rocky e dunque dagli Expendables e dal recentissimo Creed: probabilmente, se l'avessi visto ai tempi dell'uscita in sala, avrei patito molto il colpo e, chissà, forse non sarei mai riuscito a vedere l'action allo stesso modo - impossibile, ma non si può mai sapere -.
Dunque, in tutta onestà, proibirei la visione de La vendetta di Carter a tutti i potenziali detrattori di Sly ed ai radical loro amichetti, ma la sconsiglierei anche ai suoi fan più hardcore, che rischiano di vedere sporcata l'immagine di uno dei miti della loro infanzia e della settima arte tutta, oltre che un film action privo di uno degli elementi fondamentali del genere, coltivato in anni recenti sempre di più - e a ragione - soprattutto dal mitico Silvestrone: l'ironia.





MrFord





"R-E-V-E-N-G-E My list of things to do this week
jealousy, misery, gonna give you what you gave to me
make you feel so B-A-D
break you, make you sorry
I hope you cry getting my R-E-V-E-N-G-E."

Taylor Swift - "Revenge" - 








mercoledì 8 ottobre 2014

Sin City - Una donna per cui uccidere

Regia: Robert Rodriguez, Frank Miller
Origine: USA
Anno:
2014
Durata:
102'




La trama (con parole mie): a Sin City le cose non vanno mai per il verso giusto, e anche quando ci vanno, state pur certi che qualcosa finirà per andare storto. E mentre Marv, tra uno scontro e l'altro, osserva Nancy dimenarsi sulla pista, Johnny, giocatore d'azzardo dal talento sopraffino progetta di mettere all'angolo Roark, conscio che la posta in gioco sia ben più alta di qualche pigna di fiches.
E intanto Dwight, pronto a lottare contro i suoi demoni così come contro le ingiustizie, finisce per cadere nella trappola della donna che ha sconvolto la sua vita ed il cuore, Ava, pronta a manovrarlo come un burattino per poi sbarazzarsi di lui.
Ma la vendetta è un piatto che va gustato freddo, e sanguinolento: e così come Dwight stesso risorgerà dalle sue ceneri per togliere di mezzo l'amore della sua vita, Nancy si ispirerà ai ricordi di Hartigan per chiudere i conti con il passato ed il Potere.
Con l'aiuto sempre ben accetto di Marv.






Ricordo, anche se vagamente, il periodo in cui uscì il primo Sin City.
Probabilmente, ai tempi, la speranza dei distributori - e di Frank Miller, che tra graphic novels e diritti cinematografici dev'essersi fatto dei bei soldi - era quella di cavalcare l'onda del successo di Kill Bill e della moda tarantiniana mai davvero passata per dare origine ad un nuovo fenomeno di massa, sfruttando anche soluzioni visive ai tempi per certi versi innovative.
Ricordo anche - e molto meno vagamente del resto - che la visione mi lasciò parecchio indifferente, e che, oltre a non rendere giustizia alle pagine del fumetto, mi parve priva del carattere necessario per assurgere al ruolo di cult: le idee c'erano, il cast anche, eppure l'intera operazione pareva decisamente posticcia, senza dubbio lontana anni luce da cose enormi come Pulp fiction, tanto per rimanere in tema di sesso, violenza e turpiloquio.
Da allora sono passati quasi dieci anni, e onestamente, di un sequel di Sin City non sentiva l'esigenza praticamente nessuno: certo, il cast è stato rinnovato alla grande - soprattutto dal punto di vista femminile, dalla vecchia conoscenza Jessica Alba alla mia favorita Rosario Dawson, che nonostante un pò di vistoso inquartamento fa ancora una figura decisamente notevole, passando per una Eva Green che, non doma del recente sequel altrettanto inutile di 300 mostra generosamente le generose tette per gran parte del suo minutaggio on screen -, l'utilizzo di personaggi in piena rampa di lancio come Gordon-Levitt o vecchie glorie mai dome come Powers Boothe funziona, il fascino dell'hard boiled e delle scelte visive resta, eppure il tutto risulta ancora più inutile e posticcio di quanto non risultasse nei primi Anni Zero.
Nonostante, però, un ritmo decisamente lento e la sensazione che la visione non dia e non tolga assolutamente nulla, quasi come se non esistesse, rispetto al percorso di uno spettatore, non me la sento di volere male a questo film quanto ad altre schifezze che mi è capitato di dover sopportare di recente: certo, è una bieca operazione commerciale - peraltro naufragata, a quanto pare dai primi risultati al botteghino -, non ha alcuna carta in regola per essere in qualche modo ricordato in futuro, è piuttosto sonnolento e slegato nella narrazione - capisco le storie ad incastro, ma decidere di optare per due tronconi quasi distinti funziona proprio male, dal punto di vista della sceneggiatura e dei tempi -, ma a suo modo è quasi innocuo, un giocattolone di serie b finto autoriale buono giusto come fosse una lettura estiva, di quelle che si fanno senza preoccuparsi troppo di chi potrebbe vederci dedicare loro del tempo sotto l'ombrellone, o una bellezza mozzafiato pronta a catturare l'attenzione di qualsiasi maschio presente mantenendo la coscienza di non ricordare nessuno di loro almeno quanto loro non ricorderanno il viso di lei.
Del resto, penso che nessuno tra gli ometti che hanno approcciato quest'ultimo lavoro della premiata - ma neppure troppo - ditta Rodriguez/Miller si sia concentrato troppo sul viso ormai almeno in parte segnato dall'età di Eva Green, distratti non tanto dagli occhi resi smeraldo sul bianco e nero quanto da una delle coppie di tette forse più importanti del panorama cinematografico attuale - anche se Rosario Dawson, in questo caso, avrebbe da dire la sua, senza citare Jennifer Lawrence -.
Sin City - questo secondo capitolo anche più del primo - è un pò così, come quei porno che si guardano quando si ha voglia di sfogarsi un pò e poi finiscono nel dimenticatoio senza neppure passare dal via.
Del resto, se città del peccato deve essere, una sveltina - anche se cinematografica - non scandalizzerà certo nessuno.



MrFord



"Every damn time I walk through that door,
it's the same damn thing
That bitch bends over, 
and I forget my name - ow!"
Kiss - "Domino" - 




sabato 24 maggio 2014

The rainmaker - L'uomo della pioggia

Regia: Francis Ford Coppola
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 135'




La trama (con parole mie): Rudy Baylor, un giovane ed idealista avvocato di Memphis, accetta di patrocinare una famiglia a basso reddito rimasta vittima di una complessa truffa assicurativa per mano di una compagnia che è un vero e proprio colosso del settore.
Spalleggiato dal veterano e non ancora avvocato Deck Shifflet, Rudy dovrà ingaggiare una vera e propria battaglia all'ultimo cavillo che lo vedrà opposto ad uno degli studi più importanti della città, schierato al gran completo alle spalle dello squalo del foro Leo Drummond: l'occasione finirà per essere un banco di prova per il ragazzo per una crescita non soltanto professionale, ma umana.
Accanto alla fragile Kelly, maltrattata dal marito e conosciuta proprio grazie all'esercizio del mestiere, Rudy muoverà i suoi primi passi ben oltre i confini delle aule di tribunali: un percorso che potrebbe rivelarsi ben più importante rispetto a quello da avvocato.








Francis Ford Coppola è senza ombra di dubbio uno dei nomi di riferimento del panorama cinematografico statunitense, non fosse altro per Apocalypse now, uno dei grandi Capolavori irrinunciabili della Storia del Cinema.
Accanto a quest'ultimo, ovviamente, figurano almeno i primi due capitoli della saga de Il padrino e La conversazione, pronti a rendere il cineasta di origini italiane uno dei volti più importanti della New Hollywood che nel corso degli anni settanta ribaltò il mondo del Classico e dei grandi studios che avevano dominato la scena nel ventennio precedente.
Eppure quando penso al buon Francis, uno dei primi titoli che mi tornano in mente è senza dubbio The rainmaker, legal drama onesto e pulito tratto da un romanzo dell'esperto del settore John Grisham, titolo al quale ho voluto un gran bene fin dalla prima visione.
Tenendo, infatti, un profilo squisitamente basso, Coppola è riuscito, grazie anche ad una confezione assolutamente pregevole, a trovare il punto d'incontro perfetto tra il blockbuster hollywoodiano "impegnato" e l'opera d'autore, potendo contare su un gruppo di attori tutti straordinariamente in parte - dall'aggressivo principe del foro Jon Voight alla futura star del piccolo schermo grazie a Homeland ed ex Giulietta Claire Danes passando attraverso la piccola comparsata di Mickey Rourke, al quale potrebbe essere stato cucito addosso il personaggio di Bruiser come uno dei completi su misura che lo stesso indossa - ed una sceneggiatura che conduce dritti al punto toccando le corde giuste, come un'arringa finale in grado di mettere una giuria al servizio della Legge, sia essa scritta o morale.
Difficile, in questo senso, non immedesimarsi almeno in parte con l'idealista Rudy Baylor - cui presta volto ed ingenua passione un Matt Damon che pare la versione placida di Will Hunting - seguendolo passo dopo passo nella battaglia condotta contro un colosso del ramo delle assicurazioni affrontato con coraggio da una famiglia dalle possibilità economiche decisamente limitate determinata, però, nell'inseguire la Giustizia.
In particolare, le figure dei genitori di Donny Ray - combattiva e fiera lei, scombinato e commovente lui - divengono il cardine di una struttura che Coppola gestisce come solo un Maestro del suo calibro riesce a fare, un meccanismo ad orologeria che dispone i pezzi sulla scacchiera prendendosi tempo e spazio prima di liberare la strategia vincente, tradotta in un finale capace di toccare nel profondo senza scadere nel melenso e non chiudere la vicenda come se fosse la classica e prevedibile storia americana di affermazione dei giusti.
Principalmente, infatti, la lezione importante de L'uomo della pioggia resta l'elogio di una determinazione che dimora nella fierezza e nel coraggio tutti "proletari" di chi lotta per non farsi mettere i piedi in testa o intimorire da chi pensa di poter disporre della vita - soprattutto altrui - a proprio piacimento: in questo senso Rudy diviene l'alfiere di una battaglia ingaggiata da outsiders sulla carta destinati ad essere vittime eppure fermamente disposti a dare tutto il possibile - e anche di più - affinchè quella stessa realtà dei fatti possa essere smentita - dai coniugi Black a Kelly, fino allo stesso protagonista -.
E per quelli di noi abituati a rimboccarsi le maniche e farsi il culo - Ford al completo compresi - battaglie come questa - a prescindere dai risultati - sono ossigeno che permette alla lotta di continuare a rinnovarsi insieme alle energie che permettano agli abitueè dei cavalli tenuti ben saldi fuori dal Saloon, ai Goonies della quotidianità, di alzare la testa ed essere fieri di guardare avanti, senza preoccuparsi troppo di quanto gli squali possano approfittarsi del sistema e dei soldi che chiamano soldi.
In fondo, un giorno o l'altro un "rainmaker" giungerà a cambiare le carte in tavola, battendosi con il proprio nemico con la stessa fierezza dei poveracci che rappresenta ed ispira.
E chissà che, un giorno o l'altro, l'uomo della pioggia non possa essere proprio qualcuno di noi.



MrFord



"You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears away.
You tell me we can start the rain.
You tell me that we all can change.
You tell me we can find something to wash the tears."
Iron Maiden - "Rainmaker" - 




sabato 10 maggio 2014

Johnny il bello

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Johnny il bello è un piccolo gangster di New Orleans dal viso completamente deformato, amico d'infanzia del proprietario di un grosso locale vessato dai debiti, Mikey. Organizzata una rapina e traditi dalla coppia formata dal senza scrupoli Rafe e dall'aggressiva Sunny, i due vecchi compagni finiscono male: Mikey all'obitorio, Johnny in carcere.
Proprio dietro le sbarre lo sfortunato criminale viene inserito in uno speciale programma scientifico che prevede una completa riabilitazione attraverso una serie di operazioni chirurgiche volte a rendere il suo viso completamente normale: aiutato da una suora e dal responsabile degli esperimenti, Johnny riacquista dopo cinque anni non solo la libertà, ma anche un aspetto che non ha mai avuto.
Trovato lavoro ai cantieri navali ed iniziata una relazione con una giovane impiegata, l'uomo non riuscirà comunque a liberarsi dei suoi fantasmi, e rintracciati gli ex soci traditori, ordirà vendetta contro di loro.








Fin dai tempi della mitica videoteca gestita dall'altrettanto mitico Paolo e della prima visione de I guerrieri della notte, Walter Hill è sempre stato uno dei protetti di casa Ford, simbolo di un Cinema action dalle palle d'acciaio che furoreggiò nei mitici eighties regalando perle come il supercult appena citato, I guerrieri della palude silenziosa e Danko, tanto per citarne tre che potrei recitare a memoria.
All'appello delle visioni del sottoscritto mancava però Johnny il bello, film minore di questo solidissimo regista che ai tempi ebbe più successo in Italia che in USA - trainato, probabilmente, dalle imprese del poliziotto moscovita interpretato da Schwarzenegger risalenti all'anno precedente - recuperato quasi per caso ed impreziosito da un cast decisamente all star per i tempi e non solo: accanto a Mickey Rourke, infatti, ed ai lanciati - per l'epoca - Lance Henricksen ed Ellen Burstyn, troviamo volti che solo in seguito diverranno ben più che noti come Forest Whitaker e Morgan Freeman, al centro di una vicenda che mescola hard boiled, noir, ballad strappalacrime da sbronza, un'ambientazione southern perfetta ed un gusto per il melò simile a quello che nello stesso periodo rese grandi le epopee del Cinema asiatico di genere, su tutti quello firmato da John Woo.
Visione alle spalle, posso affermare senza troppi patemi di essermi mangiato le mani per non aver goduto prima di uno dei lavori più emozionanti ed intensi del vecchio Hill, il ritratto di un loser con i controfiocchi in grado di unire al gusto crepuscolare dell'antieroe solitario gli elementi base del western dei cani sciolti, dei figli di puttana senza scrupoli e di amori troppo grandi per poter essere davvero coronati: Johnny il bello è un'anticamera crime di The wrestler, Tom Waits che incontra Shane, la vendetta ed il sangue che una vita passata per le strade chiedono anche a scapito della possibilità di vivere il sogno di potersene di fatto affrancare, il riscatto di un uomo cresciuto ai margini del mondo che, una volta avuta la sua possibilità, decide di regolare i conti prima ancora di vivere la vita che ha sempre sognato.
Johnny, un Elephant man dei bassifondi venuto su a pane e crimine, avuta la possibilità di ricominciare a vivere proprio grazie alla più grande perdita della sua esistenza, è passo dopo passo ed inesorabilmente attratto dal ritorno al lato oscuro dell'anima, lo stesso che lo ha reso prima uno zimbello e dunque un vero protagonista, quella vendetta che chiama a gran voce il sangue di chi è costato tutto al suo più caro amico, per una vicenda che non avrebbe sfigurato in una pellicola di Melville o, portando avanti le lancette del grande orologio, in una di Jonnie To - e in questo caso sarebbe nata una curiosa assonanza di nomi -: Walter Hill, con venticinque anni di anticipo, firma dunque uno dei suoi film meno conosciuti eppure più liricamente potenti, un lavoro che oggi farebbe sognare i fan di Refn, la parabola discendente di un protagonista romantico e dannato come pochi ne sono capitati qui al Saloon, ed uno dei charachters meglio calzati dall'altrettanto dannato Mickey Rourke, che ha sempre fatto della sua somiglianza ai personaggi interpretati uno dei suoi assi nella manica.
L'atmosfera ed il contorno della vicenda, inoltre - che potrà peccare di qualche ingenuità rispetto ad una sceneggiatura in alcuni punti parzialmente sbrigativa -, rendono alla grande il contesto hard boiled di quegli anni, raccogliendo il testimone di vere e proprie perle come Vivere e morire a Los Angeles o pellicole decisamente più sociali come Tuta blu, misconosciuto dramma operaio passato purtroppo quasi sotto silenzio ed ancora oggi noto meno perfino meno dello stesso Johnny il bello: di norma da Walter Hill mi aspetto sempre un certo grado di soddisfazione, eppure il risultato ottenuto da questo film è stato decisamente superiore a quanto potessi sperare.
Hill, con tutta la sua ruvida spigolosità da uomo d'acciaio dell'action, è riuscito a sorprendermi con un melodramma crime dalle tinte fosche e romantiche, una storia di vendetta, amicizia ed occasioni sprecate come ora non se ne fanno davvero più - o quasi -, regalando alla settima arte un charachter assolutamente memorabile anche come fantasma di un'epoca definitivamente tramontata - quella dei titoli dati in seconda serata e delle strade bagnate nelle riprese notturne - e volto di un'opera che difficilmente potrà ritagliarsi uno spazio maggiore di quello che ha ottenuto fino ad ora: ma in fondo è giusto così.
Quelli come Johnny il bello sono nati per i margini.
Ci sono cresciuti, ci sono vissuti, e ci sono morti.
E l'hanno fatto alla grande, meglio di quanto qualsiasi vincente potrà mai davvero sognarsi.
Ed io sarò sempre pronto a raccogliere il loro testimone, e a raccontare le gesta di chi vive oltre quel confine e sempre al massimo, pronto a tenere i propri cavalli e dare ai fantasmi le voci che meritano.
In fondo, prima o poi finiamo per diventarlo tutti.




MrFord



"I'm the detective up late
I'm the blood on the floor
the thunder and the roar
the boat that won't sink
I just won't sleep a wink
you're the same kind of bad as me."
Tom Waits - "Bad as me" -



 

sabato 2 novembre 2013

Dead in Tombstone

Regia: Roel Reinè
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 100'





La trama (con parole mie): Red Cavanaugh, bandito liberato dalla temibile gang di Blackwater ormai sull'orlo del patibolo, offre ai suoi compagni un colpo in una piccola città mineraria scarsamente protetta. Quando la rapina ha successo, però, Red si libera del leader del gruppo, il fratellastro Guerrero, in modo da affermare il suo potere sui loro uomini e sulla città stessa, che ribattezzerà Tombstone.
Condannato alla dannazione eterna, Guerrero convincerà Satana in persona a rimandarlo sulla Terra in modo da consegnargli le anime dei suoi sei ex compagni, Red compreso, ed avere in cambio la salvezza: la sua missione vedrà sparatorie e spargimenti di sangue, nonchè una rivolta della gente del posto stanca dell'egemonia dei membri della banda, ma nasconderà anche un inganno degno del Diavolo.





Probabilmente, se un buono sceneggiatore ed un grande regista si fossero messi al lavoro su una pellicola con protagonista Danny Trejo ambientata nel West più sordido e sanguinoso agli ordini di un Satana interpretato da Mickey Rourke in grado di mescolare il Clint Eastwood de Lo straniero senza nome e Il cavaliere pallido all'horror videoludico di Undead nightmare, nato da una costola del Capolavoro targato Rockstar Games Red dead redemption, probabilmente mi sarei trovato di fronte ad uno dei più grandi cult mai passati da queste parti: peccato che Dead in Tombstone sia firmato dal misconosciuto - e decisamente poco grande - Roel Reinè e sceneggiato con un piglio da dilettanti, finendo nel complesso per assumere le ben poco interessanti dimensioni della cagatona buona solo per i fan hardcore del genere e di Trejo.
Non che mi aspettassi di più, da un titolo uscito - per una volta sensatamente - in Italia direttamente per il mercato dell'home video e del quale non avevo praticamente sentito parlare, che sono riuscito a godermi principalmente come se si trattasse di un diversivo da merenda stravaccato sul divano in un giorno di riposo solo per la stima nell'attore messicano e che riconosco assolutamente lontano dal gusto di tutti quelli che non amano non solo le tamarrate, ma anche il Western e gli horror pseudo pulp di finta serie z che dai tempi del progetto Grindhouse hanno finito per proliferare in ogni dove - e spesso e volentieri senza che ce ne fosse davvero il bisogno -.
Certo, vedere Danny Trejo redivivo nel ruolo di cazzutissimo angelo vendicatore mandato dal Diavolo in persona su questa Terra nel ruolo di giustiziere, oltre che di parzialmente horror, ha tutto il sapore di quelle care, vecchie stronzate delle quali non riesco proprio a fare a meno, ed è un piacere osservare il grande amico del mitico Edward Bunker - si conobbero in carcere, ai tempi delle loro turbolente giovinezze - massacrare i suoi ex compagni traditori uno dopo l'altro e rivaleggiare con un Mickey Rourke più gigione che mai nel ruolo del sempre intrallazzone Lucifero - qui trasformato in una sorta di versione che incrocia l'Efesto classico al wrestler moderno -, ma al contempo è giusto sottolineare che il decisamente scarsino Reinè dietro la macchina da presa non ne sa certo una più del Demonio, e che il montaggio volutamente nervoso della pellicola risulta non solo fastidioso, ma anche ben poco interessante dal punto di vista tecnico - probabilmente se lo vedesse Thelma Shoonmaker avrebbe un collasso cardio circolatorio -.
Nel caso in cui, però, non siate troppo schizzinosi e cerchiate una trashatona da patatine e rutto libero, allora Dead in Tombstone potrebbe decisamente fare per voi in questi pomeriggi a cavallo di Halloween per trasportare la tradizione horrorifica di questo periodo in un contesto che, di norma, si mantiene lontano da tutto quello che è fantastico e oltre quelli che sono "sangue e merda", per usare un linguaggio pulp, e pure troppo: un'occasione da sbronza allegra accompagnata da un gruppo di brutti ceffi da competizione in grado di solleticare il testosterone e la voglia di attaccarsi alla propria console di gioco per rispolverare le pistole e dispensare una vagonata di sana giustizia da Frontiera.
Del resto anche il Diavolo ben sa che lungo certi confini viaggiano sempre più anime perdute.



MrFord



"I'm like evil, I get under your skin
just like a bomb that's ready to blow
'cause I'm illegal, I got everything
that all you women might need to know."
AC/DC - "Shoot to thrill" - 



martedì 6 dicembre 2011

Immortals

Regia: Tarsem Singh
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 110'



La trama (con parole mie): Teseo è un contadino dal fisico scultoreo e dalle abilità in combattimento incredibili che vive con la madre in un piccolo villaggio a ridosso del monte in cui i Titani furono imprigionati dagli Olimpici.
Zeus, assunte le sembianze del vecchio maestro dello stesso Teseo, cerca di fare in modo che lo stesso occupi il suo ruolo di eroe nel mondo resistendo all'avanzata del re Iperione, deciso ad impadronirsi di una leggendaria arma e a liberare i Titani per poi sfruttarli per dominare il mondo conosciuto, in una sorta di rivincita verso gli Dei che non l'hanno mai e poi mai ascoltato.
Da principio il giovane ellenico rifiuterà il suo presunto ruolo, ma con la morte della madre e l'incontro con la giovane sibilla Phaedra cambieranno le sue opinioni in merito alle questioni "superiori".




I miti greci sono, senza dubbio, uno dei bacini più ricchi di grandi storie esistente nella letteratura come nella tradizione orale, e ancora oggi - oltre ad esercitare un fascino fuori dal comune su chi le ascolta - vengono spesso e volentieri prese a prestito dal Cinema in modo che l'epica possa rivivere grazie alle più moderne tecnologie, a regie coraggiose e ad effetti prodigiosi.
Peccato che, sempre spesso e volentieri, i prodotti nati dai suddetti ed indubbiamente affascinanti miti finiscano per risultare delle baracconate di livelli clamorosamente infimi in grado di svilire senza dubbio alcuno la materia di partenza.
300, Scontro tra titani e Troy sono giusto tre esempi molto noti di quanto in basso si possa scendere pur sfruttando racconti di gesta assolutamente da brividi: quest'ultimo Immortals, dal canto suo, nonostante alcune intuizioni senza dubbio notevoli - soprattutto a livello visivo - del regista di culto Tarsem Singh, non si discosta affatto da questa purtroppo ben poco interessante - per lo spettatore - moda delle pellicole a sfondo epico legate all'Antica Grecia.
Mescolando un pò a muzzo parti di questo e di quel mito - da Teseo e il Minotauro alla guerra tra Olimpici e Titani - e portando un gusto estetico clamorosamente orientale all'interno del mondo ellenico Singh cerca di portare sullo schermo un prodotto di livello più alto di quelli appena citati, legando la vicenda principale ad una sorta di progressiva presa di coscienza "religiosa" del protagonista così come ad una serie di scontri e personaggi che ricordano quanto il mondo potesse essere pure meraviglioso, ai tempi, ma anche clamorosamente spietato grazie al personaggio di  Iperione interpretato da un roccioso Mickey Rourke, che quasi cerca di definire una dimensione alla Game of thrones per parte di questa pellicola.
Eppure, nonostante una discreta dose di tecnica alle spalle, Immortals finisce per non decollare praticamente mai, e risultare una sorta di versione dark delle pellicole che negli anni ottanta facevano la fortuna dei b-movies ormai divenuti oggetti di culto per intere generazioni di spettatori che li ammirarono da bambini - qualcuno si ricorda Krull? -, risultando quasi eccessiva nei suoi intenti, se non addirittura involontariamente ridicola - il pessimo discorso d'incitamento conclusivo di Teseo agli Elleni, di chiara matrice "trecentesca", il combattimento tra gli Olimpici e i Titani, talmente brutto da far gridare vendetta a tutto il thrash dei tempi di Barbarians -: in qualche modo occorre ammettere che sia un peccato, anche perchè il talento visivo di Singh appare evidente, così come gli spunti che potevano essere sviluppati in modo da creare una sorta di piccolo cult d'autore in un genere tendenzialmente ignorantissimo come la questione della fede ed i propositi puntualmente ignorati degli Dei di non interferire nelle vicende umane.
Certo, lo sfruttamento del concetto del Minotauro e l'approccio barbaro di Iperione e dei suoi non è affatto male, ma non bastano un paio di spunti interessanti a sopperire ad una sceneggiatura comunque inadeguata e a personaggi letteralmente sprecati che paiono buttati nel calderone giusto per giustificare l'ingaggio di questo o quell'attore - lo Stavros di Stephen Dorff -.
Resta dunque una pellicola che potrebbe risultare a suo modo affascinante ma che rischia di perdersi clamorosamente nella terra di nessuno che sta tra gli appassionati di Cinema - che inevitabilmente resteranno delusi dal confronto con un prodotto di questo tipo - e gli spettatori occasionali o amanti della tamarrata da multisala - che potrebbero addirittura uscire irritati dalla sala, dato l'approccio non proprio "action" del regista anche rispetto ai momenti di battaglia pura -.
Forse, per il bene del genere, occorrerebbe che le produzioni lasciassero campo libero ai registi - specie quando vengono scelti nomi "di nicchia" come Tarsem Singh - in modo che gli stessi possano osare quanto più possibile, e consegnare al pubblico visioni che si possano senza dubbio definire "mitiche".
Altrimenti, tanto vale tornare ai bassi livelli che questo genere ci ha regalato negli ultimi anni.
Quelli, almeno, sai bene che puoi evitarli senza pensare che, chissà, potrebbe essere la volta buona.


MrFord


"Here we are, born to be kings
we're the princes of the universe
here we belong, fighting to survive
in a world with the darkest powers."
Queen - "Princes of the universe" -
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