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mercoledì 27 agosto 2014

Hercules - Il guerriero

 
La trama (con parole mie): nato da Zeus e da una semplice mortale, Hercules è stato circondato da un alone leggendario fin dalla sua nascita, quando ancora nella culla stritolò due serpenti inviati da
Era, madre degli dei, per ucciderlo. A quell'impresa seguirono le dodici fatiche, che resero il suo personaggio ancora più importante e venerato in tutta la Grecia: scacciato da Atene dopo essere
stato accusato ingiustamente dell'omicidio di sua moglie e delle sue due figlie, Hercules viaggia attraverso l'Ellade insieme ad un gruppo di inseparabili amici e guerrieri, accanto ai quali combatte come un mercenario.
Quando il gruppo si dirige in Tracia per aiutare il re a sedare una rivolta, finiscono per essere messe alla prova la fede stessa dell'eroe e la capacità di assumere il ruolo che suo padre - chiunque fosse, Zeus o no - avrebbe voluto per lui.








Qui al Saloon, è cosa nota, ogni tamarrata che si rispetti è decisamente ben accolta dal sottoscritto, specialmente se porta in dono, oltre ad un bagaglio di botte e fracassonate, anche qualche interprete d'eccezione dell'action come il sempre più gonfio e gigantesco The Rock, eroe del wrestling fine anni novanta/inizio anni zero - con qualche comparsata in tempi più recenti - al quale un appassionato di sport entertaiment come il sottoscritto non può non voler bene.
Benchè mi aspettassi di incrociare il cammino di una vera e propria schifezzona record, da mesi attendevo l'uscita dell'Hercules targato Dwayne Johnson - vero nome del già citato The Rock -, sopportando il pur non così brutto come avrei pensato alla vigilia della visione Hercules - La leggenda ha inizio con Kellan Lutz di qualche mese fa e preparandomi agli sfracelli che l'ex wrestler avrebbe compiuto nei panni del leggendario semidio greco.
Per quanto la stanchezza l'abbia fatta da padrona e, di fatto, abbia comunque accettato bonariamente tutti i limiti del lavoro di Brett Ratner, devo ammettere che questo Hercules - Il guerriero finisce per
essere davvero, davvero trash, e seppur non in grado di raggiungere i bassissimi livelli del recente Transformers 4 - quantomeno nella durata - pronto a diventare uno dei bersagli preferiti di tutti i non
avvezzi al genere della stagione, tanto da finire per avvincere perfino il sottoscritto così poco da costringere gli occupanti di casa Ford a terminare la visione in due serate, e sempre con la palpebra
parecchio pesante.
Una cosa imperdonabile, questa, per un giocattolone action che ricorda i peplum dei tempi andati e dal minutaggio limitato, che finisce quasi per essere peggiore del parruccone sbattuto sulla testa pelata di The Rock neanche fosse un Nicholas Cage qualunque pronto a girare un nuovo Ghost Rider: trama esilissima, sceneggiatura e dialoghi al limite del ridicolo, personaggi cambiati da una scena all'altra - clamoroso il caso del re interpretato da John Hurt, passato dall'essere un vecchio inoffensivo difeso da Hercules ed i suoi ad un tiranno senza cuore pronto a fare secco perfino il suo stesso nipote ancora bambino -, combattimenti ed approccio senza una vera direzione: perfino l'unica idea interessante della pellicola, ovvero far passare Hercules per un guerriero di impareggiabile abilità che sfrutta con l'inganno la sua fama di semidio grazie ai racconti dei suoi compagni e a trucchi del mestiere viene accantonata e persa per strada liberando il più classico finale da supereroe spaccaculi senza ritegno alcuno che finisce per non tenere conto di quanto di buono poteva essere stato seminato nella prima parte del film.
Un peccato, perchè una sorta di "grande inganno" avrebbe regalato spessore al protagonista così come al suo gruppo, e forse avrebbe permesso al pubblico di dimenticare anche cose terribili come l'agghiacciante interpretazione di Joseph Fiennes, che si conferma la pecora nera della sua famiglia in termini di qualità artistiche - e non che ce ne fosse bisogno -.
In tutto questo, e tra un blackout da sonno da divano e l'altro, tutto sommato non sono comunque riuscito a volere male a questa roba, che almeno non mostra la spocchia che in altre occasioni - come fu per il terribile Scontro tra titani, per rimanere in tema Antica Grecia - avevano cercato di sfoderare blockbuster estivi più che dimenticabili di questa risma: in fondo, la durata non è un ostacolo - un'ora e mezza scarsa -, le scene di battaglia rendono la pillola meno amara - soprattutto quella che vede Hercules ed i suoi opposti agli uomini dal look zombie più o meno a metà pellicola - e il buon Dwayne resta sempre il buon Dwayne, nonostante il telo mare peloso che hanno deciso di lasciargli in testa - e non parlo della pelle di leone, sia chiaro -.
Se non siete della parrocchia action, comunque, risparmiatevi la visione senza troppi timori: rischiereste di assistere ad uno spettacolo che segnerebbe inevitabilmente la condanna del genere per i
non avvezzi.
In fondo, per quanto solo una, e non dodici, questo Hercules - Il guerriero, è stato una vera fatica perfino per un vero tamarro come me.



MrFord



"'Cos I'm strong enough
to live without you
strong enough and I quit crying
long enough now I'm strong enough
to know you gotta go."
Cher - "Strong enough" -



lunedì 25 novembre 2013

Thor - The dark world

Regia: Alan Taylor, James Gunn
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 112'




La trama (con parole mie): archiviati i fatti legati all'invasione aliena di New York, Thor si sta occupando di ripristinare l'ordine e la pace nei nove regni che Odino, dal trono di Asgard, si impegna ad amministrare come sovrano. Nel frattempo, dall'ombra, sorge la minaccia degli elfi oscuri guidati da Malekith, che da millenni attendono di rimettere le mani su un potentissimo artefatto che potrebbe mettere a rischio la vita dell'intero universo conosciuto.
Nel frattempo Loki, imprigionato nelle segrete di Asgard, si troverà ad allearsi con l'odiato fratello per fare fronte alla comune minaccia ed avere la possibilità di vendicarsi non soltanto dei nemici di Asgard, ma anche di Asgard stessa, proprio mentre Thor sarà troppo impegnato a ricostruire il rapporto con Jane Foster.






Occorre ammettere, senza dubbio alcuno, quanto ormai Mamma Marvel comprenda la portata dei suoi poteri e delle sue responsabilità - per sfruttare il motto di uno dei suoi eroi più famosi ed amati - quando si tratta di portare sul grande schermo le gesta dei personaggi che hanno fatto la sua fortuna: negli ultimi anni, grazie anche al complesso mosaico del progetto che ruota attorno agli Avengers, la qualità delle proposte dell'editore di fumetti più importante del mondo si è notevolmente alzata, gestendo alla grande l'unione delle tre componenti più importanti di questo tipo di prodotto: spettacolarità, azione ed ironia.
E' proprio quest'ultima, malgrado nel corso della visione si incappi in almeno due momenti drammatici, l'ingrediente più importante di Thor - The dark world, secondo capitolo delle avventure del Dio del tuono che diverte ed intrattiene il pubblico a prescindere dall'età dello stesso e riesce a migliorare il risultato portato a casa dal già discreto prodotto firmato Kenneth Branagh: mescolando scenari che paiono pescare a piene mani da Star Wars e Il signore degli anelli, Taylor e Gunn portano il Dio del tuono ad una dimensione più simile a quella dei film d'avventura anni ottanta fatta di battute pronte a stemperare anche i momenti più bui delle vicende narrate, sviluppando parallelamente a sequenze a dir poco esilaranti - l'arrivo di Thor sulla Terra e l'incontro con Eric Selvig, astrofisico che aveva incrociato il cammino dell'eroe già nel primo capitolo e comparso anche nel già citato The Avengers - tematiche decisamente profonde come quella del rapporto tra fratelli, sfruttato alla grande per approfondire le figure di Thor stesso e di Loki, gettare le fondamenta per un eventuale terzo capitolo - davvero niente male la prima delle due "code" al finale - e presentare i due nella veste di insoliti alleati, sfruttando la loro fuga da Asgard per regalare all'audience il pezzo migliore - tecnicamente parlando - della pellicola, un ottimo crescendo costruito sul montaggio alternato e le narrazioni su piani temporali separati che pare uscita da un classico heist movie più che da una pellicola di supereroi.
Un risultato, dunque, sorprendentemente positivo che fa ben sperare sia nella realizzazione de I Guardiani della galassia - in uscita la prossima estate ed anticipato dalla seconda "coda" della conclusione, con un Benicio Del Toro più che gigioneggiante nel ruolo del Collezionista - che sarà a sua volta il traino per The Avengers 2, senza contare Capitan America: soldato d'inverno, pronto ad accogliere tutti i fan delle creature di Stan Lee tra qualche mese - un Cap con valori annessi e connessi sbeffeggiato clamorosamente da Loki proprio in uno dei primi passaggi della succitata fuga da Asgard -.
Certo, tutto appare fin troppo lineare, e Malekith con il suo sgherro Kurse avrebbero potuto essere resi decisamente più carismatici, ma siamo pur sempre dalle parti dei giocattoloni ad uso e consumo dei bambini grandi e piccoli pronti ad esaltarsi in sala assaporando tutta la magia del grande schermo: in fondo, per i più esigenti, si può sempre contare su un più che convincente Tom Hiddleston, ormai sempre più calato nel ruolo di Loki, uno dei villains più sfaccettati ed interessanti dell'Universo Marvel, non a caso ormai co-protagonista quasi fisso dell'universo degli Avengers cinematografici.
E se i risultati continueranno ad essere questi, allora ben venga un futuro (?) regno del Dio dell'inganno.
Qui al Saloon saremo tutti dalla sua parte.


MrFord


"Angel girl
in a cold dark world
I'm gonna be your man
angel girl
in a cold dark world
I'll make you understand."

Weezer - "Cold dark world" -




domenica 14 luglio 2013

Cuori ribelli

Regia: Ron Howard
Origine: USA
Anno: 1992
Durata: 140'




La trama (con parole mie): siamo alla fine dell'ottocento, ed in Irlanda imperversano i proprietari terrieri che con gli affitti dei terreni soffocano le esistenze dei contadini. Joseph Donnelly, perduto il padre, insegue il sogno di avere una terra di sua proprietà andando in cerca di vendetta e di Daniel Christie, che possiede i campi per proteggere i quali il suo vecchio ha perso la vita.
Giunto alla tenuta dell'uomo, Joseph scopre di non essere poi così bravo ad uccidere e finisce per fuggire in America con la figlia dello stesso, Shannon, che insegue un desiderio di libertà e modernità.
Giunti a Boston e fintisi fratello e sorella, i due scopriranno il ribaltamento dei destini che li separava nel Vecchio Continente: mentre il primo, infatti, fa fortuna con la boxe e s'imborghesisce, la seconda continua a lavorare come un'operaia criticando i modi da puzza sotto il naso dei ricchi. Quando il legame che si è creato tra i due esplode, il dramma e la separazione li attenderanno al varco, per riunirli soltanto mesi dopo, in Oklahoma, in occasione della grande corsa che prevede l'assegnazione di terre a chiunque riesca a picchettare il proprio angolo di Paradiso sopravvivendo agli altri aspiranti proprietari.







Lo ammetto: ho sempre considerato dei veri e propri guilty pleasures polpettoni come Cuori ribelli.
Curiosamente, questa poco riconosciuta pellicola firmata Ron Howard non era ancora finita tra le mani del sottoscritto, ed è giunta in casa Ford principalmente grazie al contributo di Julez, che rispolverando ricordi di gioventù ed associandola alla mia cara Vento di passioni ha sollecitato questo graditissimo recupero.
Perchè se da un lato prodotti di questo genere rappresentano senza dubbio tutto il peggio che il Cinema americano ha da offrire per quanto riguarda la retorica e la grana grossa della narrazione, dall'altro il lavoro dell'ex Ricky Cunningham di Happy Days è onesto, puntuale, sentito e soprattutto autoironico, cosa che non si potrebbe affatto dire di pellicole simili spacciate per prodotti profondamente autoriali come War horse e Lincoln, che di norma hanno lo straordinario potere di farmi incazzare come un bufalo quando non riescono ad annoiarmi.
Cuori ribelli, al contrario, assume la connotazione di versione pane e salame delle stesse, e cavalcando una storia coinvolgente e volutamente sopra le righe permette allo spettatore di andare oltre anche alle peggiori brutture - i titoli di testa ed il pessimo dolly in stile "anima" conclusivo, per citarne due delle più clamorose - concentrandosi su una vicenda divertita e divertente interpretata da una coppia allora unita anche nella vita reale - curioso pensare alle vicende sentimentali di Tom Cruise e Nicole Kidman, da Giorni di tuono e Cuori ribelli fino al "definitivo" Eyes wide shut - che sfrutta proprio in questo senso il lato più provocatorio e da commedia del romanticismo, lasciando spesso e volentieri spazio agli scambi tra Joseph e Shannon in grado di originare anche le sequenze migliori del film - come le rispettive sbirciate durante la preparazione per la notte a Boston, forse addirittura il pezzo migliore dell'intero lavoro - ed alimentare l'evolversi della trama, suddivisa idealmente in tre atti tra Irlanda - la parte più raffazzonata -, Boston - il momento migliore del racconto, che stizza l'occhio non solo al già citato Vento di passioni ma anche a quello che sarà, dieci anni dopo, Gangs of New York - e l'Oklahoma - pronto a fare da cornice al consueto finalone da kolossal hollywoodiano che, ai tempi ed in questo caso, non servì a trasformare l'opera di Howard nella consueta macchina da soldi e premi che di norma finisce per essere la naturale evoluzione di questo tipo di proposte.
Ma senza soffermarsi troppo sulle questioni tecnico/artistiche rischiando di finire, volente oppure no, a fare lo snob che affibbia una bonaria pacca sulle spalle al mestierante regista di turno con fare di presunta superiorità, mi getto nelle sensazioni positive che titoli di questo genere riescono sempre a lasciare, figli di un'eredità cinematografica effettivamente larger than life ma sempre in grado di parlare ad ogni genere di pubblico ed incarnare, in qualche modo, il senso di meraviglia che per primi stuzzicarono Capolavori come Via col vento: senza contare che il piacere di godersi il divano di casa Ford tutti e tre insieme - anche se per ora per il Fordino non fa alcuna differenza - non ha prezzo rispetto al pensiero della noia d'essai patita di Julez a proposito di alcune scelte troppo estreme del sottoscritto o alle mie stesse pretese a volte decisamente maniacali a proposito delle visioni.
Un bel modo, dunque, per stare insieme e godersela, come un pomeriggio in cui il Cinema intero si trasferisce a casa vostra a favore della Famiglia.
E se il prezzo dev'essere accettare l'esistenza di titoli dal sottotesto retorico ed il richiamo alla lacrima facile, poco importa: la settima arte è anche questo - senza contare che il rapporto tra Joseph e Shannon è riuscito a ricordare molto, seppur fra due poveracci, il continuo provocarsi che ha posto le fondamenta di quello che abbiamo io e Julez oggi -, e sono ben contento che il semplice goderseli dall'inizio alla fine vada oltre ai tentativi di "nobilitarli" raccontando del ribaltamento di ruoli tra i protagonisti nel corso del loro viaggio e dunque del rapporto tra Vecchio e Nuovo Continente, perchè sarebbe come dare ragione ad un borioso proprietario terriero quando qui al Saloon si è sempre appartenuti alla grande schiera dei venuti dalla terra e dalla strada.


MrFord


"There's diamonds in the sidewalks, there's gutters lined in song
dear I hear that beer flows through the faucets all night long
there's treasure for the taking, for any hard working man
who will make his home in the American land."
Bruce Springsteen - "American land" -


martedì 9 aprile 2013

Alexander

Regia: Oliver Stone
Origine: USA
Anno: 2004
Durata:
175'




La trama (con parole mie): formato da un'educazione seguita da Aristotele e dall'incontro tra la cultura sanguigna e violenta del padre Filippo e quella cospiratrice e mistica della madre Olimpiade, Alessandro fu uno dei più grandi conquistatori della Storia.
Unificata la Grecia sotto il suo comando, partì per un'impresa al limite dell'impossibile più di trecento anni prima di Cristo: sconfiggere l'immenso impero persiano e spingersi oltre ogni confine, giungendo ai limiti del mondo conosciuto per trovarsi alla testa di un regno talmente vasto da intimidire perfino gli Dei che l'avrebbero benedetto.
Il viaggio, le battaglie, la vita e la morte di uno dei più grandi geni militari e politici di tutti i tempi specchiate attraverso la sua lotta più dura: quella con se stesso.





Ammetto, forse, di essere di parte, quando parlo di qualcosa che riguarda Alessandro Magno, uno dei miei personaggi storici favoriti di tutti i tempi: il giovane conquistatore macedone, con le sue imprese ed il coraggio, l'ego di dimensioni divine e gli squilibri passionali dei più scombinati degli uomini è da anni una delle mie "fisse", tanto da essere almeno parzialmente responsabile del fatto che uno dei due nomi del Fordino sia proprio Alessandro.
Il film di Stone, che ai tempi attendevo con un hype pazzesco, massacrato spesso e volentieri dalla critica e sicuramente traboccante di difetti è e resta, infatti, uno dei miei guilty pleasures nell'ambito del Cinema epico - che, comunque, finisce sempre per conquistarmi, da Braveheart a Il gladiatore, passando per Il signore degli anelli -, e non ho contato una sua visione senza che l'emozione mi abbia travolto in un crescendo che bilancia la decisamente poco interessante prima parte con una seconda visivamente splendida ed emotivamente larger than life, legata al progressivo allontanarsi di Alessandro dai concetti ellenici che l'avevano formato per una visione cosmopolita ed avveniristica del mondo, nonchè al desiderio sempre più impellente del sovrano di continuare a trovare confini da valicare, in un'eterna lotta con la Terra e le sue Colonne d'Ercole, se stesso e gli dei che avevano creato entrambi.
Proprio il delirio di conquista del giovane guerriero alimenta ad ogni visione la capacità del sottoscritto di andare oltre le parti dedicate alla sua giovinezza - abbozzate e quasi televisive - e alla Grecia per concentrarsi sul grande viaggio che condusse il suo "regno in movimento" da Babilonia fino alle pendici dell'Himalaya, e poi a Sud, nel cuore dell'India, inseguendo un sogno che molti dei luogotenenti dell'irrequieto monarca giudicavano folle ed incomprensibile: probabilmente lo stesso Stone ha subito la fascinazione del processo di "imbarbarimento" di Alessandro, partendo da una messa in scena nitida e dai colori pastello ad una filtrata da un velo rosso come il sangue e la passione, che finisce per tingere la splendida battaglia che vede l'ormai stremato - nella mente, oltre che nel corpo - esercito macedone opporsi agli elefanti guidati dai misteriosi sovrani delle tribù della Valle dell'Indo, un mondo che, ai tempi, era l'equivalente di un pianeta remoto da piena fantascienza oggi.
La realizzazione di un progetto indubbiamente enorme, dunque, vive una sorta di doppia natura - e risultato - raccordata dalla narrazione esterna di un invecchiato Tolomeo, tra i luogotenenti più fidati di Alessandro che si divisero il regno alla sua morte, avvenuta a Babilonia, quando il grande condottiero, appena trentatreenne, progettava una nuova campagna che avrebbe condotto i suoi eserciti in Arabia, di nuovo alla ricerca di limiti del mondo da valicare: in questo senso il regista è senza dubbio stato in grado di inquadrare alla grande il carattere votato alla grandiosità di Alessandro Magno, pronto a sacrificare tutto - dalla sua vita a quella dei suoi uomini, come nel celebre episodio che lo vide uccidere il fedelissimo Clito, già braccio destro del padre Filippo, in un impeto d'ira - pur di realizzare quello che mai prima d'allora era stato compiuto - e neppure in seguito, oserei dire -, raccogliendo l'eredità dei due più grandi imperi dei tempi e trasformandoli in un'unica realtà di sangue e cultura mescolate in un calderone che, millenni dopo, avrebbe assunto le sembianze di un "melting pot" ai giorni nostri globalizzato.
Forse l'idea di Alessandro è giunta troppo presto, e forse anche Stone ha finito per forzare la mano finendo per trasformare quello che poteva essere il suo Capolavoro in un un abbozzato carrozzone dalle ambizioni assolutamente più alte dell'effettiva loro portata.
Io, comunque, continuo a considerare questo lavoro straordinariamente affascinante anche nelle sue parti meno riuscite, e a preferire alla Grecia patinata della Jolie e di Farrell ossigenato e sbarbato il grande Oriente dei capelli lunghi e zozzi e di una Rosario Dawson di una bellezza straripante.
Forse perchè anche io non ho mai amato i confini, o forse perchè dentro posso capire il desiderio che animava i folli sogni di questo personaggio così oltre: il vecchio Tolomeo di Hopkins afferma che Alessandro è stato il più grande, anche negli errori, essi stessi in grado di superare i successi più incredibili di chi gli stava accanto.
Oliver Stone ha commesso parecchi errori, realizzando questo film.
Ma ha centrato lo spirito del suo indiscusso ed indiscutibile protagonista.
E questo insuccesso è senza dubbio preferibile ad una più convenzionale approvazione "accademica".


MrFord


"I'm breaking through
I'm bending spoons
I'm keeping flowers in full bloom
I'm looking for answers from the great beyond."
R. E. M. - "The great beyond" -


domenica 10 marzo 2013

Spartacus

Regia: Stanley Kubrick
Origine: USA
Anno: 1960
Durata: 184'




La trama (con parole mie): il trace Spartacus, schiavo fin dalla nascita, viene venduto a Batiatus allo scopo di diventare un gladiatore. Dopo essere stato addestrato, l'uomo finisce a capo di una ribellione che sconvolge la vita politica di Roma, nel cuore della quale è da tempo accesa la rivalità tra il senatore di origine plebea Gracco ed il patrizio Crasso, che si contendono i favori del giovane Giulio Cesare in ascesa.
La rivolta, partita da Capua, scuote tutta la parte meridionale dell'Italia, e pare non avere rivali fino a quando i pirati Cilici, corrotti dal governo romano, negano l'aiuto promesso ai ribelli, costringendoli a tornare sui loro passi ed affrontare in campo aperto l'esercito della "Caput mundi" al completo.
Tutto finirà nel sangue, con Spartacus crocefisso con i suoi fedelissimi lungo la Via Appia: eppure la sua donna Varinia ed il figlio appena nato conquisteranno l'agognata libertà, e l'esempio fornito da questa lotta varrà per generazioni e generazioni che verranno.





Nella purtroppo non numericamente consistente filmografia di Stanley Kubrick il caso di Spartacus appare quasi come un'eccezione, la mosca bianca del percorso artistico di un regista votato ad un'autorialità sfrenata lontana anni luce da quello che era - e significava - il kolossal dell'epoca d'oro dei grandi Studios.
Frutto di una realizzazione conflittuale che portò all'abbandono del primo regista scelto per il progetto - Anthony Mann, un altro grandissimo - e che conobbe fasi di scontro tra il protagonista e produttore Kirk Douglas e lo sceneggiatore Dalton Trumbo - che proprio grazie a Douglas e Kubrick tornò al lavoro su un grande progetto dopo gli anni di galera e di esilio dal mondo hollywoodiano proprio per la sua fama di dissidente a seguito dell'esplosione del maccartismo -, quello che è senza dubbio il kolossal più autoriale mai realizzato - neppure Ridley Scott e Oliver Stone, con i loro Il gladiatore e Alexander, riuscirono altrettanto bene nell'impresa - rivisto a distanza di anni è riuscito a colpirmi anche più di quanto già non fece quando lo affrontai per la prima volta, quando decisi che non potevo limitare la mia conoscenza di Kubrick ai vertici della sua arte.
La vicenda dello schiavo trace di recente ripresa anche dall'ottima - e decisamente più tamarra - serie televisiva, già di suo estremamente coinvolgente per tutti quelli abituati a confrontarsi con il Potere ed il suo esercizio dalla parte sbagliata della barricata - quella di chi lo subisce, per intenderci - è resa dalla sceneggiatura di Trumbo straordinariamente attuale, ironica e pungente e con molti riferimenti ai drammi personali vissuti dallo scrittore/sceneggiatore, che sfrutta il personaggio di Gracco - un sempre magnifico Charles Laughton, attore di razza e regista del Capolavoro La morte corre sul fiume - per denunciare i disagi che lui stesso dovette vivere nell'esilio che gli costò "l'essere contro" così come nel mostrare i risvolti più drammatici e "scabrosi" del Potere in quella che, allora, era la città - e la civiltà - di riferimento di tutto il mondo conosciuto, Roma - geniale la sequenza del confronto tra il patrizio Crasso, un elegantissimo Laurence Olivier, e lo schiavo Antonino, un giovanissimo Tony Curtis, a proposito delle preferenze sessuali presentate come scelte culinarie, e la questione degli appetiti che la morale non è in grado di saziare -.
Come se tutto questo non bastasse, un cast di prim'ordine per i tempi - oltre agli attori già citati e ovviamente a Kirk Douglas, ricordiamo anche Peter Ustinov, che vinse un Oscar come migliore attore non protagonista nei panni di Batiatus -, una fotografia spettacolare - premiata anch'essa dall'Academy -, i titoli di testa e parte delle coreografie in battaglia realizzate dal geniale Saul Bass ed ovviamente tutta la tecnica di Stanley Kubrick contribuirono - e contribuiscono ancora oggi - a fare di Spartacus la produzione di riferimento del suo genere, superando anche pietre miliari come Ben Hur o I dieci comandamenti.
La lotta di Spartacus e degli schiavi ribelli attraverso l'Italia dei tempi contro un Impero che ancora doveva conoscere il suo inesorabile declino assume contorni epici coinvolgenti dalle sequenze d'introspezione a quelle di battaglia - che influenzarono decine di film successivi, dai Capolavori di Kurosawa Ran e Kagemusha fino al più recente Braveheart -, e nel finale assume contorni struggenti con la resa "all'unisono" degli schiavi tutti autoproclamatisi Spartacus ed il confronto finale tra lo stesso trace e Crasso, incapace di comprendere il potere che il ribelle esercita sulla donna della quale anch'egli ha finito per innamorarsi.
Un'epopea che non sarà forse quello che ci si aspetterebbe da Kubrick - che continuerà anche in seguito a prendere le distanze da questo progetto -, ma che dimostra una volta ancora quanto una mano come quella del Maestro era in grado di fare anche a partire da un genere quasi per definizione blockbusteriano: certo, alle sue spalle hanno avuto fondamentale importanza la determinazione di Douglas quanto la penna di Trumbo, eppure il regista newyorkese non avrebbe avuto assolutamente nulla da rimproverarsi rispetto alla realizzazione di quello che, probabilmente, è uno dei film epici definitivi della Storia del Cinema.
Stanley Kubrick è lo Spartacus della settima arte.
E grazie a lui, lo siamo un pò anche noi.


MrFord


"Tu ti lamenti ma chi ti lamenti
pigghia lu bastuni e tira fora li denti.
E Cristu ci rispunni di la cruci: 
chi forsi su spizzati li to' vrazza
cu voli la giustizia si la fazza
ca tantu nuddu la farà ppi tia."
Domenico Modugno - "Malarazza" -



venerdì 21 dicembre 2012

Lo hobbit - Un viaggio inaspettato

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2012
Durata: 169'




La trama (con parole mie): Bilbo Baggins, nel giorno della celebrazione del suo centoundicesimo compleanno, data che segnerà la sua partenza dalla Contea e il distacco dal nipote Frodo, ricorda le imprese che lo portarono, sessant'anni prima, a mettere le mani sull'anello che segnerà le sorti del mondo.
Una compagnia di nani guidata dal principe decaduto Thorin - erede al trono di Erebor, perduto regno distrutto dalla furia del feroce drago Smaug - sotto la guida di Gandalf il grigio giunge proprio a casa Baggins, saccheggiandone la dispensa e progettando un viaggio che pare tutto tranne che sicuro: seguendo i segnali mandati dalla Natura, infatti, gli abitanti del Paese perduto pensano sia giunto il momento di tornare per trovare la strada che conduce ad un ingresso segreto alla loro antica capitale e vendicarsi della bestia che segnò la fine della pace.
La chiave del successo del loro apparentemente folle piano pare essere proprio il timoroso hobbit, che una volta partito accanto ai suoi improvvisati compagni si troverà a doversi confrontare con troll, orchi, goblin, vita e morte, il feroce Azog ed una creatura che risponde al nome di Gollum.




"Saruman crede che soltanto un grande potere è in grado di tenere a bada l'oscurità. Io invece ho fiducia nelle piccole cose, nei gesti che rendono importante il quotidiano."
Questo, più o meno, afferma Gandalf nel corso del suo confronto con Galadriel - uno dei raccordi con la trilogia de Il signore degli anelli inserito da Peter Jackson in modo da garantirsi in parte il minutaggio necessario a confezionare un secondo terzetto di film, in parte l'affetto del pubblico cinematografico a digiuno dell'opera letteraria di Tolkien -, un passaggio fondamentale per la riuscita di questo Lo hobbit - Un viaggio inaspettato.
Perchè se è pur vero che la realizzazione tecnica risulta pazzesca, gli effetti prodigiosi, l'idea di presentare un Cinema che è quanto di più simile a quello della Meraviglia degli esordi della settima arte e degli anni ottanta dominati dallo Spielberg migliore, la forza dell'ultima fatica di Peter Jackson è proprio nelle piccole cose in grado di offuscare, in qualche modo, l'impatto dell'epica di grande respiro e dei paesaggi mozzafiato.
Dal malinconico, quasi struggente incipit che vede il ritorno nella Contea con tanto di apparizione speciale del Bilbo invecchiato e di Frodo nel momento appena precedente all'incontro con Gandalf al principio de La compagnia dell'anello alla divertentissima e riuscita sequenza dell'arrivo dei nani con tanto di cena travolgente ed invasione della dimora del disorientato hobbit fino alle perle di saggezza di Gandalf e alla scelta di Bilbo stesso di avere il coraggio di risparmiare una vita, "maggiore di quello necessario a toglierla", questo film pare distrarre lo spettatore con sequenze che sono puro godimento degli occhi - lo scontro tra i giganti di pietra, gli scorci mozzafiato made in New Zealand, il regno di Erebor ed il sopraggiungere di Smaug, un vero e proprio pezzo di bravura dietro la macchina da presa - prima di colpirlo con sequenze apparentemente fuori dal grande coro dei mezzi tecnici come la stupefacente tenzone a suon di indovinelli tra Bilbo e Gollum, di gran lunga il passaggio migliore della pellicola, graziato da un personaggio indimenticabile - sempre Gollum - e da un Andy Serkis in forma che pare addirittura superiore a quella che lo vide sfiorare l'Academy Award con la passata trilogia - un Serkis, tra l'altro, anche responsabile della seconda unità di regia -.
Ad impreziosire il tutto, inoltre, richiami perfetti alla precedente saga - che mi hanno fatto tornare alla mente le emozioni provate a ritrovare i protagonisti dei primi tre film di Star Wars nella seconda, pur se meno incisiva, tornata di visioni -, un nemico realizzato e portato in scena alla grande - il terrificante Azog, spietato orco albino interpretato dal Manu Bennett di Spartacus, che sono felicissimo di ritrovare, pur se quasi irriconoscibile, in una produzione di grande respiro internazionale - ed un ritmo che incalza tanto da non fare quasi percepire il "viaggio" di tre ore sfiorate: certo, i detrattori potranno accusare Peter Jackson di aver creato, di fatto, una sorta di omaggio in versione deja-vù de La compagnia dell'anello, nonchè un film che si ha la netta percezione sia stato diluito nella sostanza in modo da raggiungere lo scopo di portare a casa una doppietta simile a quella di Lucas con la sua creatura più famosa - di nuovo Star Wars, se non si fosse inteso -, eppure il godimento provato dal sottoscritto nell'assaporare la sensazione d'autunno - o da fine delle vacanze - impressa dal regista a questa sua serie di pellicole è lo stesso del bambino che, ormai più di vent'anni fa, cercava in Willow o La storia infinita quello che avrebbe potuto trovare qui, e che ora che è cresciuto e quasi padre invidia la generazione attuale che potrà costruire tutti i suoi sogni infantili su uno spettacolo come questo.
Perchè se, come spesso tendo a ripetere, il Cinema "è il mezzo del futuro" - per dirla come Scorsese -, è assolutamente vero che alla sua base troviamo la storia - e l'elogio - delle piccole cose, degli hobbit che, usciti dalle loro case accoglienti e calde, sfoderano uno spirito battagliero e passionale degno dei più grandi tra i condottieri, e a dispetto della loro statura o dimensione, finiscono per divenire l'ago della bilancia nelle sorti della Terra di mezzo.
Un pò come uno sguardo, un boccone particolarmente buono, un brindisi, la sensazione che tutto possa passare dalle meraviglie invisibili del quotidiano.
Gandalf non sbaglia, così come il vecchio stregone di Grosso guaio a Chinatown.
"E' proprio così che tutto comincia: dal molto piccolo".
Furbo, abile, geniale Jackson ad averlo intuito.


MrFord


"Cause we've always known that we belong
and we're better together
if we got our backs against the wall
somehow we survive through it all
knowing I'll be there if you should fall
oh, we're better together, all right, yeah yeah."
Journey - "Better together" -


 

domenica 14 ottobre 2012

King Arthur

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2004
Durata: 126'
 



La trama (con parole mie): siamo nel quinto secolo dopo Cristo, e l'Impero romano è allo sbando, schiacciato ai confini dalle orde barbariche pronte a dare inizio alla loro invasione.
Artù e i suoi cavalieri, discendenti di nobili guerrieri sarmati da generazioni costretti a servire l'esercito romano, sono al termine del loro periodo di leva durato quindici anni ed interamente trascorso come difensori della Britannia e delle terre a Sud del Vallo di Adriano: quando, però, il vescovo Germanius chiede loro di compiere un'ultima missione ed il senso del dovere di Artù smuove anche i suoi più riluttanti compagni, comincia a farsi strada nei cuori dei cavalieri l'idea che Roma non sia quella che hanno sempre sognato e difeso con il sangue ed il sudore, e che forse, con il ritiro di quest'ultima dalla Britannia e la minaccia dei Sassoni con la quale fare i conti, occorrerà mettere da parte la rivalità con le popolazioni locali guidate da Merlino e dare inizio ad un nuovo regno ed una nuova civiltà.




Il Cinema epico - così come la letteratura - è da sempre uno dei più "fortunati" della settima arte, considerate le sue possibilità di arrivare a stimolare sentimenti travolgenti in qualunque tipo di pubblico, dallo spettatore occasionale con ben poche pretese all'appassionato abituato ai colpi magici dell'autorialità: questo perchè, principalmente, gasarsi piace sempre a tutti, e molto, e l'idea di rimanere incollati allo schermo immaginando di lottare - ovviamente dalla parte giusta - per concetti come la libertà, la vita e, in una certa misura, la sopravvivenza finisce per coinvolgere anche chi non vorrebbe.
Di solito, pellicole come questo King Arthur fanno la fortuna delle grosse fette di pubblico - che di norma finiscono per uscire a mezzo metro da terra dalla sala - e causano notevoli snobismi tra i cinefili più colti, che in realtà non perdono occasione per buttarsi nella visione tenendo il tutto - esaltazione compresa - nascosto come un segreto peccaminoso: perchè nonostante la meraviglia di Capolavori come I sette samurai - in questo caso più che omaggiato da Fuqua, curiosamente chiamato a dirigere un lavoro di tale respiro dopo il discreto e tutto urbano Training day - o l'influenza di successi come Braveheart o Il gladiatore, l'epica di grana grossa riesce sempre in qualche modo a spuntarla, anche quando la qualità risulta decisamente bassa.
E' questo il caso di King Arthur, che perde clamorosamente il confronto con cult del passato come Excalibur o con titoli più recenti come I 13 assassini - anch'esso influenzato dal già citato I sette samurai - finendo nella stessa categoria di cose come Troy, L'ultimo samurai ed affini: eppure, sarà per il cast sicuramente interessante - da Clive Owen ad una Keira Knightley in versione Domino dei tempi andati passando per Stellan Skarsgaard e Mads Mikkelsen -, sarà per la resa tutto sommato buona dei combattimenti - lo scontro sul lago ghiacciato mi pare si rifaccia addirittura all'Alexandr Nevskij di Ejzenstejn - o per il comparto tecnico di tutto rispetto - ottima la fotografia firmata da Slawomir Idziak -, devo dire di essermi goduto la visione senza colpo ferire, riuscendo tranquillamente a far coesistere il giudizio "duro e puro" con la voglia di assistere ad un pò di sana avventura marchiata Secoli bui - periodo storico per me sempre molto affascinante - senza chiedere troppo al buon Fuqua, che lontano dalle strade di L. A. e dai traffici di South Central pare un pò spaesato, e finisce per pescare a piene mani dai punti di riferimento del genere.
Alcune idee risultano comunque interessanti - l'idea di rappresentare Artù ed i suoi cavalieri come dei riluttanti ufficiali al servizio di una Roma ormai sull'orlo del baratro, corrotta ed ottimamente rappresentata da una Chiesa melliflua e vile, funziona alla grande soprattutto agli occhi di un anticlericale come il sottoscritto -, i membri della Tavola rotonda caratterizzati - pur se non perfettamente - ognuno da un proprio carattere, look e preferenza in battaglia aiuta a far scattare l'immedesimazione e ad indurre il pubblico a scegliere da subito il proprio beniamino - nel mio caso, il Tristano di Mads Mikkelsen, dal look vagamente orientaleggiante e lontano parente del mitico One Eye di Valhalla rising -, lo scontro con i Sassoni ha il giusto livello di coinvolgimento - anche se, più che i barbari, a stimolare il mio istinto per le bottigliate sono stati i romani, con la loro Santa Chiesa e la tendenza alla schiavitù - ed il personaggio di Ginevra è finalmente rappresentato con le palle giuste per risultare interessante agli occhi del sottoscritto, stanco di vedere la futura moglie di Artù sempre portata sullo schermo come una damigella da vestiti griffati.
Poi, certo, occorrerà che vi tappiate il naso rispetto a cose non propriamente riuscite - Merlino ed i suoi paiono usciti dritti dritti dalla Pandora di Avatar - e consideriate di avere di fronte una pellicola completamente d'intrattenimento, ma tutto sommato, non penso sarà troppo difficile: immaginatevi giusto di essere a cavallo e brandire una spada come foste tornati bambini, e tutto sarà presto dimenticato.
Soprattutto i limiti.


MrFord


"I can hear you, can you hear me?
I can feel you, can't you feel me?
Fertility Mother Goddess
celebration, sow the seeds of the born
the fruit of her body laden
through the corn doll
you will pray for them all."
Iron Maiden - "Isle of Avalon" -


martedì 6 dicembre 2011

Immortals

Regia: Tarsem Singh
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 110'



La trama (con parole mie): Teseo è un contadino dal fisico scultoreo e dalle abilità in combattimento incredibili che vive con la madre in un piccolo villaggio a ridosso del monte in cui i Titani furono imprigionati dagli Olimpici.
Zeus, assunte le sembianze del vecchio maestro dello stesso Teseo, cerca di fare in modo che lo stesso occupi il suo ruolo di eroe nel mondo resistendo all'avanzata del re Iperione, deciso ad impadronirsi di una leggendaria arma e a liberare i Titani per poi sfruttarli per dominare il mondo conosciuto, in una sorta di rivincita verso gli Dei che non l'hanno mai e poi mai ascoltato.
Da principio il giovane ellenico rifiuterà il suo presunto ruolo, ma con la morte della madre e l'incontro con la giovane sibilla Phaedra cambieranno le sue opinioni in merito alle questioni "superiori".




I miti greci sono, senza dubbio, uno dei bacini più ricchi di grandi storie esistente nella letteratura come nella tradizione orale, e ancora oggi - oltre ad esercitare un fascino fuori dal comune su chi le ascolta - vengono spesso e volentieri prese a prestito dal Cinema in modo che l'epica possa rivivere grazie alle più moderne tecnologie, a regie coraggiose e ad effetti prodigiosi.
Peccato che, sempre spesso e volentieri, i prodotti nati dai suddetti ed indubbiamente affascinanti miti finiscano per risultare delle baracconate di livelli clamorosamente infimi in grado di svilire senza dubbio alcuno la materia di partenza.
300, Scontro tra titani e Troy sono giusto tre esempi molto noti di quanto in basso si possa scendere pur sfruttando racconti di gesta assolutamente da brividi: quest'ultimo Immortals, dal canto suo, nonostante alcune intuizioni senza dubbio notevoli - soprattutto a livello visivo - del regista di culto Tarsem Singh, non si discosta affatto da questa purtroppo ben poco interessante - per lo spettatore - moda delle pellicole a sfondo epico legate all'Antica Grecia.
Mescolando un pò a muzzo parti di questo e di quel mito - da Teseo e il Minotauro alla guerra tra Olimpici e Titani - e portando un gusto estetico clamorosamente orientale all'interno del mondo ellenico Singh cerca di portare sullo schermo un prodotto di livello più alto di quelli appena citati, legando la vicenda principale ad una sorta di progressiva presa di coscienza "religiosa" del protagonista così come ad una serie di scontri e personaggi che ricordano quanto il mondo potesse essere pure meraviglioso, ai tempi, ma anche clamorosamente spietato grazie al personaggio di  Iperione interpretato da un roccioso Mickey Rourke, che quasi cerca di definire una dimensione alla Game of thrones per parte di questa pellicola.
Eppure, nonostante una discreta dose di tecnica alle spalle, Immortals finisce per non decollare praticamente mai, e risultare una sorta di versione dark delle pellicole che negli anni ottanta facevano la fortuna dei b-movies ormai divenuti oggetti di culto per intere generazioni di spettatori che li ammirarono da bambini - qualcuno si ricorda Krull? -, risultando quasi eccessiva nei suoi intenti, se non addirittura involontariamente ridicola - il pessimo discorso d'incitamento conclusivo di Teseo agli Elleni, di chiara matrice "trecentesca", il combattimento tra gli Olimpici e i Titani, talmente brutto da far gridare vendetta a tutto il thrash dei tempi di Barbarians -: in qualche modo occorre ammettere che sia un peccato, anche perchè il talento visivo di Singh appare evidente, così come gli spunti che potevano essere sviluppati in modo da creare una sorta di piccolo cult d'autore in un genere tendenzialmente ignorantissimo come la questione della fede ed i propositi puntualmente ignorati degli Dei di non interferire nelle vicende umane.
Certo, lo sfruttamento del concetto del Minotauro e l'approccio barbaro di Iperione e dei suoi non è affatto male, ma non bastano un paio di spunti interessanti a sopperire ad una sceneggiatura comunque inadeguata e a personaggi letteralmente sprecati che paiono buttati nel calderone giusto per giustificare l'ingaggio di questo o quell'attore - lo Stavros di Stephen Dorff -.
Resta dunque una pellicola che potrebbe risultare a suo modo affascinante ma che rischia di perdersi clamorosamente nella terra di nessuno che sta tra gli appassionati di Cinema - che inevitabilmente resteranno delusi dal confronto con un prodotto di questo tipo - e gli spettatori occasionali o amanti della tamarrata da multisala - che potrebbero addirittura uscire irritati dalla sala, dato l'approccio non proprio "action" del regista anche rispetto ai momenti di battaglia pura -.
Forse, per il bene del genere, occorrerebbe che le produzioni lasciassero campo libero ai registi - specie quando vengono scelti nomi "di nicchia" come Tarsem Singh - in modo che gli stessi possano osare quanto più possibile, e consegnare al pubblico visioni che si possano senza dubbio definire "mitiche".
Altrimenti, tanto vale tornare ai bassi livelli che questo genere ci ha regalato negli ultimi anni.
Quelli, almeno, sai bene che puoi evitarli senza pensare che, chissà, potrebbe essere la volta buona.


MrFord


"Here we are, born to be kings
we're the princes of the universe
here we belong, fighting to survive
in a world with the darkest powers."
Queen - "Princes of the universe" -

domenica 18 settembre 2011

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma

Regia: Tsui Hark
Origine: Cina
Anno: 2010
Durata: 119'



La trama (con parole mie): siamo nel 689 d.c., e l'impero cinese è scosso dai tumulti legati all'ascesa al trono della reggente Wu, sul punto di divenire la prima donna ad essere incoronata imperatrice.
Attorno alla costruzione di una gigantesca statua di Buddha da inaugurare parallelamente alla cerimonia d'incoronazione stessa ruota una serie di misteriose morti che costringono Wu a richiamare dalla prigionia Dee, un investigatore accusato di tradimento, in modo che possa risolvere il caso e preservare l'equilibrio dell'impero.
L'uomo, dalla mente acuta e sempre reattiva, aiutato da Pei e Jing'er - inviati per investigare al suo fianco e non perdere occasione di controllarlo -, si troverà di fronte ad un complesso caso di autocombustioni indotte ed intrighi di palazzo la cui risoluzione richiederà sacrifici, vite e promesse eterne.



Confesso di avere sempre avuto un debole, per il genere wuxia, ibrido spesso esteticamente curatissimo di azione sfrenata, ralenti d'autore, arti marziali e danza in grado di piroettare in perfetto equilibrio tra commedia e dramma, amore e morte, contenuti ed intrattenimento.
Tsui Hark, vecchio volpone del Cinema action made in Hong Kong non nuovo al cappa e spada - si ricordano il suo contributo a Storie di fantasmi cinesi ed il discreto Seven swords - torna alla ribalta con una produzione enorme che ricorda nell'approccio i kolossal hollywoodiani d'avventura non sempre scorrevole eppure indiscutibilmente affascinante, visivamente raffinatissimo - nonostante gli effettoni da blockbuster con tutti i crismi - e finemente lavorato, soprattutto in fase di scrittura: l'approccio alla sceneggiatura, insolitamente approfondito per una pellicola almeno sulla carta votata al solo dinamismo, è infatti paragonabile a quello tenuto da un giallista dedito al rimescolamento delle carte a sua disposizione in modo da confondere e tenere sulla corda il suo pubblico nel corso dello sviluppo della trama accompagnandolo solo al momento giusto alla sua risoluzione.
In questo senso, l'ottimo lavoro svolto sui tre protagonisti - Dee, Pei e Jing'er - getta benzina sul fuoco rispetto al coinvolgimento dello spettatore, vincendo la resistenza data da un intreccio per l'appunto molto complesso per quella che è presentata come una pellicola di puro intrattenimento: il rapporto tra i suddetti personaggi, dal confronto allo scontro, definisce in qualche modo la loro stessa costruzione e profondità.
In particolare, il legame tra Dee e Jing'er permette a Tsui Hark di operare ben oltre il wuxia canonico, i duelli e gli effetti fin dalla loro prima notte insieme, quando i servizi della giovane Jing'er sono dapprima respinti e poi utilizzati quasi fossero un'arma dall'acuto detective, per giungere all'ottimo confronto finale tra i due, costruito sul filo dell'illusionismo e dell'impressione che si vuole dare affinchè l'audience possa restare dapprima disorientata e dunque sorpresa della risoluzione degli eventi.
Detective Dee si inserisce perfettamente nell'ambito dell'intrattenimento intelligente, fornendo una validissima alternativa a produzioni americane più note ma sicuramente meno curate nei dettagli ed aprendo un nuovo spiraglio al wuxia, genere ancora troppo poco conosciuto, sfruttato ed apprezzato in occidente in grado, negli ultimi anni, di consegnare alla Storia pellicole degne di almeno una visione come La tigre e il dragone, Hero, La foresta dei pugnali volanti e Red Cliff - quest'ultimo, in particolare, consigliatissimo nella sua versione integrale -.
La componente politica di queste pellicole, inoltre, appare sempre e comunque sentita, che sia legata alla Cina e al suo rapporto con Hong Kong - le idee rivoluzionarie di Dee costate la prigionia e l'esilio al protagonista, il ruolo di Jing'er ed il rapporto tra lo stesso detective e la futura imperatrice - o al mondo intero - l'attentato all'enorme statua del Buddha ed il suo conseguente crollo riportano alla mente le immagini dell'undici settembre -: ulteriore valore aggiunto per un'opera in grado di soddisfare i fan di Tsui Hark - che potrebbero sempre farsi prendere da moti di radicalchicchismo ed accusare il regista di un'eccessiva quanto inesistente commercializzazione del suo lavoro - così come un pubblico nuovo, sia esso abituato oppure no alle evoluzioni del wuxia.
In fondo, bastano una certa propensione alla meraviglia e la voglia di farsi trasportare in un mondo lontano e ancora per la maggior parte inesplorato.

MrFord

"They're releasing all the hounds,
what is lost can still be found,
when you hop up on your feet you're onward bound,
well, there's some who choose to run
following the setting sun,
and now it seems the journey has begun."
Slash - "By the sword" -



lunedì 8 agosto 2011

Vento di passioni

Regia: Edward Zwick
Produzione: Usa
Anno: 1994
Durata: 133'


La trama (con parole mie): narrate dalla voce dell'anziano guerriero Colpo di pugnale, le vicende della famiglia Ludlow ci portano a conoscere la storia che vede intrecciarsi gli amori e le morti, le lotte e le conquiste di tre fratelli nati sul finire dell'ottocento, profondamente diversi per carattere ed aspirazioni.
Alfred, il maggiore, ligio alle regole della società ed aspirante politico, Tristan, dal carattere instabile e selvaggio, legato ad una natura di cacciatore, e Samuel, giovane timido eppure desideroso di avere la possibilità di affermare la sua gloria personale.
Da un'estate spensierata sotto gli occhi del padre e di Susanna, fidanzata di Samuel, agli orrori della Prima Guerra Mondiale, dai primi drammi umani e sentimentali all'epoca del proibizionismo, un'epopea assolutamente classica ed assolutamente americana nella migliore tradizione della grande retorica da blockbuster.


Ricordo, ormai con un sorriso a metà tra il divertito ed il "mi trattengo a stento all'idea di tornare indietro nel tempo e seppellirmi di bottigliate", il periodo travagliato - caratterialmente parlando - dell'adolescenza fordiana, dapprima legata ad un'eccessiva timidezza e dunque sfogata in atteggiamenti da stronzetto che fa il superiore o in fughe solitarie - fossero in montagna o chiuso in camera a scrivere -, in letture selvagge e ribellioni scritte ovunque - dalle strade al banco di scuola - o segnate dai pugni menati spesso e volentieri su muri, armadietti e chi più ne ha più ne metta.
Il risultato delle mie altalenanti reazioni al periodo più instabile della vita di ognuno di noi si sente ancora oggi, tanto da essere spesso e volentieri evitato da molti amici ed ex dei tempi ed uno dei due della vecchia classe delle superiori cui tutti gli altri hanno scelto di interdire l'accesso ad ogni cena di vecchi compagni da qui all'eternità.
Ebbene, ai tempi c'erano tre cose che mi permettevano di partire per i miei voli pindarici da cazzone sedici/diciassettenne - scrittura a parte -: Hermann Hesse, la musica classica e Vento di passioni.
Il personaggio di Tristan - un Brad Pitt credo al culmine del suo fascino -, con i suoi scatti d'ira e le pulsioni di fuga, slegato da tutti eppure da tutti profondamente amato, era la risposta a quello che ero allora: un ragazzino insicuro di quello che voleva, che mai avrebbe rinunciato a ciò che lo faceva sentire vivo ma, ad un tempo, desiderava ardentemente essere al centro del mondo, pur facendo di tutto per far credere il contrario.
Rivedere Vento di passioni ora fa un effetto molto strano, cinematograficamente così come emotivamente: innanzitutto, nel corso degli anni ho riscoperto Zwick come un regista all'americana nell'accezione peggiore - quelli dalla retorica facile e di grana grossa, per dirla pane al pane -, autore di pellicole assolutamente inguardabili ed altre - cerchia alla quale appartiene anche questo titolo - da schiaffarsi con la mente libera, senza troppi radicalchicchismi e soprattutto con un bel mollettone fissato al naso del buon gusto cinematografico.
Inoltre, la mia percezione dei protagonisti della vicenda è molto cambiata dai tempi in cui Tristan era circondato da un alone di perfezione quasi mitica, e se le sue fughe ed il suo continuo slegarsi dal contesto allora mi parevano la cosa più giusta ora hanno più il sapore della mancanza di responsabilità e, soprattutto, di un egoismo emotivo che lascia che tutti siano legati a lui indissolubilmente, ma che lui non lo sia rispetto a nessuno.
I personaggi del Colonnello Ludlow - un buon Anthony Hopkins - e di Alfred - che allora semplicemente detestavo - assumono una tridimensionalità assolutamente maggiore ai miei occhi di "adulto", e il dialogo tra lo stesso Alfred e Tristan nel canyon dove riposano i loro cari defunti, riassunto perfettamente nelle parole che il maggiore rivolge a suo fratello "Io ho seguito tutte le regole, di Dio e degli uomini, e tu non ne hai seguita nessuna: e tutti ti hanno amato di più. Nostro padre, Samuel, perfino mia moglie" ora trova nuovi significati, non più relegati ad una sorta di esaltazione per il coraggio di Tristan di rompere tutti gli schemi, quanto a quello di Alfred di sopportare il peso di tutte le macerie emotive lasciate da Tristan sulle sue spalle.
Una visione, dunque, quasi educativa nelle sue diverse percezioni, che mi rendo conto avere un significato molto più profondo a livello personale che non cinematografico, tanto da rendere questo post una sorta di riflessione, più che un'analisi della fotografia laccatissima - splendidi paesaggi, ma confezione da cartolina -, della colonna sonora tipica del film epico e della ricerca della commozione dello spettatore a più riprese, non ultimo il finale, culmine della ricerca dello stesso Tristan.
Del resto, il bello del Cinema è anche questo: trovarsi di fronte allo stesso film e scoprire quanto si è cambiati rispetto ad esso.
Uno specchio magico attraverso il quale perdersi e ritrovarsi.
Quasi quasi si scomoda Bergman.
Ma è meglio che mi fermi: non vorrei affossare troppo il povero, onesto Zwick.

MrFord

"I'm going hunting
I'm the hunter
I'll bring back the goods
but i don't know when."
Bjork - "Hunter" -

mercoledì 6 luglio 2011

13 assassini

La trama (con parole mie): Shinzaemon Shimada, uomo di fiducia dello Shogun e del popolo, fedele servitore delllo Stato, viene chiamato da dignitari ribelli che vorrebbero la morte del fratello minore del Signore in carica, un malvagio e dispotico nobile dai metodi brutali e violenti.
L'uomo, integerrimo e tutto d'un pezzo, accetta la missione praticamente suicida una volta raccolta la testimonianza di una delle vittime del congiunto dello Shogun, e chiama a raccolta vecchi compagni d'armi e giovani spadaccini per costituire un manipolo che si possa fare carico di una responsabilità tanto grande mettendo a rischio tutto, a partire dalla vita stessa.

Takashi Miike è davvero un tipo strano.
Sforna almeno un film all'anno, neanche fosse Woody Allen, dai prodotti per la tv alle grandi produzioni cinematografiche.
Dall'horror all'azione, dalle schifezze più incredibili alle sfide a se stesso e al pubblico.
13 assassini rappresenta una di queste.
Il Miike dell'irriverenza, dello splatter a tutti i costi, dell'ultraviolenza di Ichi the killer, dell'improvvisazione quasi casuale pare lasciare spazio al taglio chirurgico di modelli quali The twilight samurai, o all'epica travolgente del capostipite del genere, I sette samurai del Maestro Kurosawa.
E la sfida, apparentemente suicida come la missione dei suoi protagonisti, è vinta e alla grande dal regista, che sforna senza dubbio uno dei suoi lavori migliori, più completi ed appassionanti, in grado di permettere al pubblico di riscoprire un genere ormai quasi perduto da noi in Occidente ed usi e costumi che non abbiamo mai conosciuto davvero fino in fondo.
13 assassini è un grande film, che come tiene a ricordare il suo solidissimo protagonista Shinzaemon citando i benefici della pazienza ai suoi impazienti uomini, rimanda alla filosofia della pesca e del gioco del go: l'attesa e la costruzione sono le chiavi di volta di ogni vittoria, ed il successo passa tutto attraverso di loro.
Così Miike, senza fretta o timore, aumenta il suo minutaggio abituale e lavora il pubblico ai fianchi ponendo ogni pezzo sulla scacchiera della battaglia finale per più di metà della pellicola, passando attraverso incastri, racconti, testimonianze, il crescendo del gruppo dei tredici valorosi dalla sua costituzione al viaggio verso il punto in cui è stato deciso di sferrare l'offensiva allo spietato signore e al suo fido servitore - che servitore si professerà fino alla fine, contribuendo alla parte prettamente politica della pellicola -.
E quando pare che tutto possa scivolare via come se niente fosse, ecco esplodere - in tutti i sensi - una delle battaglie più lunghe, elaborate e mirabolanti dai tempi de Il signore degli anelli, violentissima eppure mai davvero splatter - sono lontani gli eccessi del tarantiniano Kill Bill, ma anche il sangue digitale di Kitano in Zatoichi -, geometrica come lo Spartacus di Kubrick eppure complessa e caotica come la resa dei conti del già citato I sette samurai.
Una resa dei conti che travolge lo spettatore per quasi tre quarti d'ora, e culmina in un confronto drammatico tra il signore, il suo braccio destro e Shinzaemon.
Il samurai che dichiara che la sua stessa esistenza è data dall'obbedienza al Padrone, e quello che fiero afferma di dovere tutto al Popolo.
Sullo sfondo, il nobile schiavo del potere e dispensatore di violenza che trova nella morte e nel sacrificio di decine e decine di uomini il piacere di una guerra "che una volta entrato nel consiglio si preoccuperà di ripristinare", un bambino viziato e prepotente che non conosce la differenza tra sudore e piacere, tra dolore e sangue, e ancor peggio, non ne conosce le assonanze.
Un ritratto del potere impietoso e terribile, al quale si oppone un campionario di uomini coraggiosamente imperfetti, umilmente fieri - il cacciatore, che mi pare uno straordinario, sentito omaggio al personaggio di Mifune protagonista indiscusso sempre de I sette samurai - e stupidamente umani - il nipote di Shinzaemon ed il suo desiderio di mollare la spada, mettersi a fare il bandito e spostarsi negli Stati Uniti per scoparsi tutte le donne -.
Io, senza alcun dubbio, sto con Shinzaemon e i suoi, con la spada, i sassi, la terra, le mani e tutto quanto può essere utile per sconfiggere il proprio nemico.
E poi, sto con Shinzaemon con tutto il cuore.
Che è la parte del corpo che più conta, in situazioni come questa.
"Certo, quella e un bel paio di testicoli", come direbbe il Drugo.
Ma questa è un'altra storia.
Per il momento, godetevi 13 assassini.
Sedetevi, assaporatelo, attendete. Vi scoppierà tra le mani e dritto fin nell'anima.
Cosa aspettate, siete ancora qui!?

MrFord

"The sky is filled with good and bad 
that mortals never know.
Oh, well, the night is long, The beads of time pass slow,
tired eyes on the sunrise, Waiting for the eastern glow."
Led Zeppelin - "The battle of Evermore" -



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