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mercoledì 7 gennaio 2015

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2014
Durata: 144'





La trama (con parole mie): alle pendici di Erebor si prepara uno scontro di proporzioni epiche. Smaug, il drago liberato dai nani guidati da Thorin Scudodiquercia, è finalmente libero e pronto ad assaltare gli uomini che diedero asilo proprio alla compagnia alla quale si è aggregato Bilbo Baggins, mentre gli orchi preparano un'offensiva da due fronti attratti dai tesori della montagna.
Gli elfi, dal canto loro, paiono pronti a tutto per avere una parte del bottino, mentre nell'ombra Sauron, l'Oscuro Signore, prepara il suo ritorno trovandosi opposto alle forze congiunte di Saruman, Gandalf e Galadriel.
La battaglia ai piedi della montagna sacra dei nani si concluderà con un massacro o Thorin rinsavirà in tempo dalla sua sete di ricchezze per salvare il proprio mondo, e forse la Terra di mezzo?
E quale sarà, in tutto questo, il ruolo di Bilbo?







Erano i primi anni novanta e facevo le medie quando conobbi Peter Jackson ed il suo Cinema oltre ogni misura grazie a quella chicca che è ancora oggi Splatters - Gli schizzacervelli.
Venne poi il tempo di Creature del cielo - forse, ad oggi, il suo film effettivamente più completo - dei primi ingaggi americani e de Il signore degli anelli, che in un primo momento osteggiai e dunque finii per considerare l'equivalente moderno di Star Wars: e quell'ex paffuto regista neozelandese divenne, di fatto, una stella.
L'operazione legata ad una seconda trilogia ispirata a Lo hobbit, fin dal principio giudicata come una sorta di maxi marchetta, invece, finì per istillare il dubbio - ancor prima che nel sottoscritto - nei fan più hardcore del buon Peter, contraddetti da un primo capitolo assolutamente all'altezza ed un secondo meno efficace ma comunque valido se non altro grazie al contributo fondamentale del charachter di Smaug, reso magistralmente.
Con La battaglia delle cinque armate Jackson era dunque chiamato a dimostrare che questo suo secondo e certo non fortunato esperimento - la regia era stata destinata, di fatto, a Guillermo Del Toro, che abbandonò il progetto in corso d'opera - non fosse una semplice operazione commerciale, ma un'opera magica e coinvolgente quanto quella che l'ha preceduta: da questo punto di vista, e purtroppo, il risultato è stato senza dubbio fallimentare, figlio di una prima parte troppo raffazzonata e confusionaria, con Smaug relegato ad una decina di minuti di soli effetti speciali ed una coesione non pervenuta, quasi come se la vicenda di Thorin e della compagnia, quella degli umani, di Galadriel e soci intenti a contenere Sauron, degli orchi e degli elfi fossero entità distinte, ed il loro rispondere all'appello del regista fosse solo un mero compitino da portare a casa per conquistare una pagnotta decisamente ricca e saporita.
Con l'evoluzione della vicenda e della battaglia le cose finiscono per migliorare, dando vita ad una parte finale intensa e coinvolgente come avrebbe dovuto essere l'intero film, senza pensare a dover forzare necessariamente un legame con la precedente trilogia - inutile, in questo senso, ad esempio, il riferimento ad Aragorn - e valorizzando sia i personaggi legati all'opera letteraria - Thorin su tutti -, sia quelli inventati a favore del pubblico - l'elfa Tauriel -: la parte dei leoni spetta, paradossalmente, agli orchi di Manu Bennet e soci e ad un Legolas in piena forma action anni ottanta, così come ad un finale in bilico tra malinconia e ricordo dell'ineguagliabile precedente trilogia.
Ma non basta una mezzora di fuoco a ribaltare le sorti di quello che è senza dubbio il capitolo meno soddisfacente dell'intero affresco tolkeniano di Jackson, un'opera che resta valida ed ottima per l'intrattenimento ma che, di fatto, continuerà a rappresentare il rimpianto di qualcosa rimasto di traverso al pubblico come ai suoi autori, un'entità scomoda, più che un veicolo pronto a trasportare audience e non solo in direzione della magia che solo il Cinema può regalare.
Un plauso va, invece, alla chiusura decisamente decisa e tagliata con l'accetta, pronta a creare un legame con il principio de La compagnia dell'anello, lontana dai "duecento finali" che resero noto il pur riuscitissimo Il ritorno del re: onestamente, superata una prima parte in grado di mettere a dura prova dopo una giornata di lavoro, ammetto di essermi comunque molto divertito, e di aver goduto quantomeno delle parti migliori di quello che resta un giocattolone ed uno sfizio - forse inutile, va ammesso - per gli amanti di Tolkien e del fantasy, ma anche della settima arte nella sua accezione più legata all'intrattenimento ed all'utilizzo delle nuove tecnologie.
L'importante è che l'avidità, come insegna Thorin, non entri in gioco.
Perchè in quel caso, si continuerà a perdere tutti, inesorabilmente.



MrFord



"I'll give you all I got to give if you say you'll love me too
I may not have a lot to give but what I got I'll give to you
I don't care too much for money, money can't buy me love."
The Beatles - "Can't buy me love" -



sabato 21 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Regia: Peter Jackson
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno: 2013
Durata: 161'




La trama (con parole mie): le peripezie di Bilbo Baggins e la compagnia guidata da Thorin Scudo di quercia proseguono attraverso le terre selvagge mentre nell'ombra il potere di Sauron monta spingendo sempre più per un ritorno del Signore Oscuro ed una nuova guerra.
Tallonati dagli orchi guidati da Azog, gli improvvisati avventurieri guidati da Gandalf il grigio giungono ai confini dei territori degli elfi delle foreste, più refrattari al contatto e governati da Thranduil, padre di Legolas: quando lo stregone si separerà da loro per indagare sul ritorno delle forze del male, i piccoli uomini dovranno dare fondo a tutte le loro forze per poter raggiungere Erebor superando insidie e lavorando duramente per mantenere alleanze decisamente instabili, affinchè la missione che si sono prefissati trovi la sua naturale conclusione nell'incontro tra Bilbo ed il drago Smaug, responsabile della rovina dei loro destini.
Riuscirà Bilbo a resistere agli impulsi dell'anello e sopravvivere al confronto con un essere leggendario, crudele e letale?





Passano gli anni, e la mia stima per il lavoro straordinario svolto da Peter Jackson rispetto al mondo tolkeniano de Il signore degli anelli - del quale non sono mai stato un fan letterario, lo ammetto - continua inesorabilmente ad aumentare, parallelamente al divertimento che l'autore neozelandese riesce a garantire con ogni suo lavoro, centrando il bersaglio dell'intrattenimento d'autore con una facilità estrema, a prescindere dai fotogrammi al secondo e dagli effetti speciali - sempre incredibili -, riportando di fatto in sala l'emozione che solo negli anni ottanta si aveva la possibilità di vivere attraverso un'incredibile avventura fatta di pellicola.
Già lo scorso anno, con Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato, Jackson era riuscito a lasciare a bocca aperta il sottoscritto confezionando una piccola perla di nostalgia, emozione e meraviglia, e nonostante - come fu, del resto, anche per Il signore degli anelli - con questo secondo capitolo si paghi, di fatto, la sensazione di trovarsi di fronte ad un unica, grande, sequenza di raccordo - pur se ottimamente realizzata - il risultato è una vera goduria per gli occhi, la testa ed il cuore, un viaggio senza respiro, piacevolmente imperfetto e divertente in grado di far passare in un lampo quasi tre ore, costruito prendendosi tutto il tempo necessario per chiudere lasciando di fatto deflagrare - in tutti i sensi - un climax da season finale di serie tv, nel pieno rispetto del meccanismo del "fiato sospeso" che i fan delle trilogie di vecchia data ricorderanno dai tempi de L'impero colpisce ancora.
E proprio a Star Wars si lega sempre più l'ex sovrappeso Jackson, che con il binomio Il signore degli anelli/Lo hobbit ha di fatto definito una volta per tutte il suo ruolo di George Lucas della settima arte contemporanea, in termini di impatto, qualità e trilogie, per l'appunto.
La cosa curiosa, di questo La desolazione di Smaug, è che si potrebbe parlare del confronto - con ovvie e sacrosante variazioni, in termini di esigenze di spettacolo - e delle variazioni rispetto all'opera letteraria originale, del comparto tecnico come sempre pazzesco, di Orlando Bloom ed Evangeline Lilly clamorosamente invecchiati - pur se truccati in modo da apparire come gli eternamente giovani elfi -, del già citato crescendo che chiude la pellicola lasciando a bocca aperta e completamente sconcertata l'audience, eppure la chiave è tutta ed assolutamente proprio nel drago che battezza l'opera: la creatura appena accennata nel primo capitolo diviene qui una presenza potente e carismatica, resa alla grande da un'animazione che la rende praticamente viva e perfetta interprete del Male rappresentato dall'anello, progressivamente sempre più importante - da qualsiasi punto di vista lo si guardi - per Bilbo, veicolo attraverso il quale si materializzano paure e sconforto di nani ed umani - dunque l'elemento drammatico della storia -, il sopraggiungere di Sauron e, non ultimo in termini d'importanza, lo straordinario lavoro al limite del comico realizzato da Martin Freeman con la sua interpretazione perfettamente hobbit, già cult per quanto riguarda i minuti iniziali del confronto con l'immenso essere sputafuoco.
Il coraggio dei mezzuomini tanto decantato nel corso dei tre film de Il signore degli anelli e ripreso in questa nuova trilogia assume, grazie a Bilbo, una dimensione più sfaccettata e complessa, che trova nell'interesse manifestato da Smaug la conferma di quanto possa provare lo stesso pubblico: senza dubbio la materia originale prevede un approccio meno epico e decisamente più fiabesco, eppure non mancano sentimenti, ombre, charachters per nulla positivi divenuti tali quasi più per dovere, che per indole.
E poi, l'anello.
I suoi semi ed il suo potere sono tutti qui, e più che nel primo confronto tra Gandalf e gli eserciti di Sauron si trovano nell'accettazione della sua presenza da parte degli elfi "neutrali" e pronti a difendere solo loro stessi così come nello stesso Smaug, così potente eppure così solo, distruttore eppure esiliato in un eremo d'oro che lui stesso ha creato.
Non svegliare il can che dorme, recita un vecchio detto.
Ma non è detto che il drago - ed il Male - abbiano bisogno di essere destati.
In fondo albergano già ampiamente dentro di noi.
Piccoli o grandi uomini.



MrFord



"If this is to end in fire
then we should burn together
watch the flames climb high into the night
calling out for the rope, stand by and we will
watch the flames burn over and oh
the mountains sigh."
Ed Sheeran - "I see fire" - 



venerdì 19 aprile 2013

Spartacus - War of the damned

Produzione: Starz
Origine: USA, Nuova Zelanda
Anno: 2013
Episodi: 10




La trama (con parole mie): Spartacus e gli schiavi liberatisi dal giogo di Roma marciano nelle campagne alla ricerca di una via che possa condurli lontani dalla Repubblica, mietendo vittime su vittime ed aumentando le proprie fila con ogni uomo, donna o bambino senza più un dominus cui fare riferimento per la vita o per la morte.
La loro cavalcata li porta a Sinuessa, città portuale che potrebbe fornire ai ribelli una via di fuga ed un rifugio per l'inverno incombente: il senato romano, nel frattempo, assegna il compito di porre fine alla lotta ingaggiata dal valoroso trace a Crasso, ricchissimo condottiero pronto a scendere in campo per mettersi alla prova e guadagnare ulteriore potere, supportato dal giovane rampollo Tiberio e da Giulio Cesare.
Spartacus, conquistata Sinuessa ed affidatosi ai pirati cilici per abbandonare l'Italia, dovrà rivedere la sua strategia quando Crasso minerà dall'interno i suoi piani, e considerare l'idea di affrontare in campo aperto l'esercito numericamente superiore dei suoi nemici in modo da garantire la fuga attraverso le montagne di almeno una parte del suo seguito.





Avrei potuto scrivere tante cose, a proposito di Spartacus e della sua splendida, commovente, potentissima ultima stagione.
A cominciare dal fatto che resta un'impresa non da poco rendere avvincente ed appassionante una vicenda che tutti gli spettatori sapevano già come si sarebbe conclusa.
Perchè la rivolta di Spartacus, avvenuta attorno al settanta avanti cristo, fu soggiogata nel sangue dall'esercito romano guidato da Crasso a seguito di una serie sorprendente di vittorie ottenute dagli schiavi, e per quanto il corpo del suo condottiero, un trace che rifiutò il suo destino di gladiatore, non fu mai ritrovato, fu resa esempio e trasformata in monito lungo la Via Appia, luogo che ospitò la crocefissione di tutti i ribelli catturati dall'esercito della Repubblica.
Avrei potuto scrivere che tutti, dalla produzione, agli attori, agli sceneggiatori, hanno sputato sangue per trasformare quello che io stesso ritenevo, inizialmente, un prodotto baracconistico e di grana grossa in una delle più importanti serie televisive degli ultimi anni, e che episodi come Decimation - il quarto - e i due conclusivi entrano di diritto a far parte del meglio che il piccolo schermo abbia offerto da sempre.
Avrei potuto scrivere della conferma di personaggi letteralmente perfetti come Gannicus - che tra alcool, donne ed un debito verso il fu Oenomaus, è stato il più fordiano tra i ribelli -, Crixus - un lottatore dall'inizio alla fine, gladiatore per indole, e non certo per schiavitù -, gli stessi Crasso - un nemico finalmente all'altezza dell'importanza della rivolta guidata da Spartacus - e Cesare - un predatore, nel bene o nel male, che definisce le doti di quello che necessitano politica e conquista e pone le basi, chissà, per rendere possibile uno spin off della serie -, o raccontare dell'emozione che il crescendo delle vicende ha materializzato in un commiato dal pubblico clamoroso come questo sono riusciti a trasmettermi, lasciandomi di fronte all'ultimo episodio con le lacrime agli occhi.
Ma preferisco scrivere di una cosa che mi riguarda personalmente, come spesso accade quando opere di fiction come film o serie toccano corde che normalmente tengo ben lontane da qualsiasi plettro o canzone per evitare di apparire troppo fragile o semplicemente troppo vivo per il mondo: l'azienda in cui lavoro si avvicina inesorabilmente alla chiusura, e nonostante la stessa, nel corso di questi ultimi anni, non sia riuscita a darmi le soddisfazioni che avrei voluto mi desse e non mi rappresenti davvero nel profondo - anzi, quasi per nulla, a dire il vero -, è stata comunque una parte importante della mia vita. 
Neppure un mese fa sono stato contattato per un colloquio che mi avrebbe portato ad un lavoro decisamente differente da quello che faccio, in qualche modo più prestigioso e remunerativo - se così possiamo definire, comunque, una professione da comuni mortali, e non qualcosa che permetta di fare i soldi veri rimanendo a pancia all'aria -, che ha condotto ad un secondo, quindi ad un terzo.
Di fronte ho avuto la scelta legata da un lato al rischio di una mobilità che precede la disoccupazione - ammesso che, nel frattempo, non si riesca a trovare un lavoro di qualsiasi genere - e dall'altro alla possibilità di cambiare, affrontare un approccio nuovo e differente, e mettere sul piatto un'eventuale domani che ad avere il doppio - se non di più - di quello che ho avuto in questi anni.
Tempo contro soldi, in qualche modo.
Ci ho pensato per giorni, cercando di capire quale sarebbe stata la scelta migliore possibile non solo per me, ma per la mia Famiglia, per il futuro e chissà per quante altre cose.
In alcuni momenti pensavo di essere certo di una scelta, per poi ritrovarmi a sostenere le ragioni del contrario.
Ci è voluto Spartacus, per farmi capire quale strada prendere.
Spartacus che, di fronte ad un destino ormai ovvio, e al riconoscimento del suo valore da parte di Crasso, che afferma "E' un peccato che tu non sia nato Romano: perchè in quel caso ti avrei avuto al mio fianco", risponde "E' una fortuna che non sia stato così".
Nel corso delle nostre vite, ci muoviamo legandoci a compromessi che quotidianamente accettiamo per poter definire il nostro status di "animali sociali", ed è giusto, in qualche modo, che le cose vadano così: eppure c'è qualcosa che non possiamo, non dobbiamo mai dimenticare.
Esistono Libertà più profonde ed intime che non possiamo lasciare taciute.
Anche quando sono cose di ben poco conto rispetto alla schiavitù per affrancarsi dalla quale uomini e donne diedero fieramente la vita sacrificandosi lottando contro un mostro di dimensioni titaniche più di duemila anni fa.
Sempre Spartacus afferma: "Il passato non può essere cambiato, ed il futuro è incerto: non resta che vivere nel presente, e lottare per quello che siamo".
Guardare l'ultimo episodio di questa serie mi ha convinto a rifiutare un lavoro che avrebbe significato sicurezza, ma anche abbandonare quella parte di me che ogni giorno spinge affinchè questo corpo si muova usando le mani, la pancia e il cuore.
In fondo, fin da quando sono nato, ho sempre saputo da quale parte della barricata sarei stato: e onestamente, da un certo punto di vista mi dispiace di essere nato in un'epoca che preveda che tutti si sia un pò addomesticati, perchè avrei dato volentieri il mio sangue per gridare in faccia a tutti i Romani della Storia che ci sono cose di ogni Uomo che non possono essere toccate. Mai.
Avrei dato volentieri il mio sangue - e lo darò ogni giorno - perchè mio figlio potesse guardare qualcuno dritto negli occhi senza pensare che il potere o il denaro possano fare davvero la differenza.
Avrei dato volentieri il mio sangue - e lo darei anche adesso - per chi amo, e per la mia Famiglia.
Per un Fratello.
Gannicus, Crixus, Agron, Spartacus.
Andy Whitfield. Che forse era da questa parte della barricata anche lui, che ha dovuto pagare al Destino una fortuna che non gli era stata promessa.
Avrei dato volentieri il mio sangue per assistere alla vittoria che ha visto un Impero sprofondare nella polvere ed il ricordo di un trace nato sulla sabbia dell'arena vivere ancora oggi, anche in queste righe.
Non posso farlo solo perchè ormai siamo troppo addomesticati, e dare battaglia significa soltanto rifiutare un lavoro che ci snatura e stringere la cinghia per arrivare a fine mese.
Ma non per questo ho intenzione di abbassare la testa e dare credito a chi pensa di essere migliore di qualcun'altro soltanto per denaro, posizione o diritto di nascita.
E se un giorno dovessi ammazzare, o morire perchè questo possa essere ricordato, ben venga.
In punto di morte, Spartacus pensa a quando, finalmente, potrà udire di nuovo quello che è il suo vero nome per bocca della moglie cui andrà a ricongiungersi.
Io non lo so se dopo, per lui, effettivamente ci sarà stato qualcosa. O se ci sarà per noi.
So che Spartacus è stato un Uomo, con tutti i difetti e le cadute del caso.
Un Uomo dalla mia parte della barricata.
Che ha vinto, a modo suo.
Sono felice di non essere nato Romano.
E di conoscere il vero nome di questo indomito combattente. Di questo Fratello.
E' il mio. Quello di mia moglie. Di mio figlio. Di mio fratello. E sì, anche del Cannibale.
Dei miei genitori, dei miei colleghi, di chi affronta il Potere con la forza della sua voce.
Siamo tutti qui.
Grazie, Spartacus.


MrFord


"Freedom, give it to me
That's what I want now
Freedom, that's what I need now
Freedom to live
Freedom, so I can give."
Jimi Hendrix - "Freedom" -


 

venerdì 21 dicembre 2012

Lo hobbit - Un viaggio inaspettato

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda
Anno: 2012
Durata: 169'




La trama (con parole mie): Bilbo Baggins, nel giorno della celebrazione del suo centoundicesimo compleanno, data che segnerà la sua partenza dalla Contea e il distacco dal nipote Frodo, ricorda le imprese che lo portarono, sessant'anni prima, a mettere le mani sull'anello che segnerà le sorti del mondo.
Una compagnia di nani guidata dal principe decaduto Thorin - erede al trono di Erebor, perduto regno distrutto dalla furia del feroce drago Smaug - sotto la guida di Gandalf il grigio giunge proprio a casa Baggins, saccheggiandone la dispensa e progettando un viaggio che pare tutto tranne che sicuro: seguendo i segnali mandati dalla Natura, infatti, gli abitanti del Paese perduto pensano sia giunto il momento di tornare per trovare la strada che conduce ad un ingresso segreto alla loro antica capitale e vendicarsi della bestia che segnò la fine della pace.
La chiave del successo del loro apparentemente folle piano pare essere proprio il timoroso hobbit, che una volta partito accanto ai suoi improvvisati compagni si troverà a doversi confrontare con troll, orchi, goblin, vita e morte, il feroce Azog ed una creatura che risponde al nome di Gollum.




"Saruman crede che soltanto un grande potere è in grado di tenere a bada l'oscurità. Io invece ho fiducia nelle piccole cose, nei gesti che rendono importante il quotidiano."
Questo, più o meno, afferma Gandalf nel corso del suo confronto con Galadriel - uno dei raccordi con la trilogia de Il signore degli anelli inserito da Peter Jackson in modo da garantirsi in parte il minutaggio necessario a confezionare un secondo terzetto di film, in parte l'affetto del pubblico cinematografico a digiuno dell'opera letteraria di Tolkien -, un passaggio fondamentale per la riuscita di questo Lo hobbit - Un viaggio inaspettato.
Perchè se è pur vero che la realizzazione tecnica risulta pazzesca, gli effetti prodigiosi, l'idea di presentare un Cinema che è quanto di più simile a quello della Meraviglia degli esordi della settima arte e degli anni ottanta dominati dallo Spielberg migliore, la forza dell'ultima fatica di Peter Jackson è proprio nelle piccole cose in grado di offuscare, in qualche modo, l'impatto dell'epica di grande respiro e dei paesaggi mozzafiato.
Dal malinconico, quasi struggente incipit che vede il ritorno nella Contea con tanto di apparizione speciale del Bilbo invecchiato e di Frodo nel momento appena precedente all'incontro con Gandalf al principio de La compagnia dell'anello alla divertentissima e riuscita sequenza dell'arrivo dei nani con tanto di cena travolgente ed invasione della dimora del disorientato hobbit fino alle perle di saggezza di Gandalf e alla scelta di Bilbo stesso di avere il coraggio di risparmiare una vita, "maggiore di quello necessario a toglierla", questo film pare distrarre lo spettatore con sequenze che sono puro godimento degli occhi - lo scontro tra i giganti di pietra, gli scorci mozzafiato made in New Zealand, il regno di Erebor ed il sopraggiungere di Smaug, un vero e proprio pezzo di bravura dietro la macchina da presa - prima di colpirlo con sequenze apparentemente fuori dal grande coro dei mezzi tecnici come la stupefacente tenzone a suon di indovinelli tra Bilbo e Gollum, di gran lunga il passaggio migliore della pellicola, graziato da un personaggio indimenticabile - sempre Gollum - e da un Andy Serkis in forma che pare addirittura superiore a quella che lo vide sfiorare l'Academy Award con la passata trilogia - un Serkis, tra l'altro, anche responsabile della seconda unità di regia -.
Ad impreziosire il tutto, inoltre, richiami perfetti alla precedente saga - che mi hanno fatto tornare alla mente le emozioni provate a ritrovare i protagonisti dei primi tre film di Star Wars nella seconda, pur se meno incisiva, tornata di visioni -, un nemico realizzato e portato in scena alla grande - il terrificante Azog, spietato orco albino interpretato dal Manu Bennett di Spartacus, che sono felicissimo di ritrovare, pur se quasi irriconoscibile, in una produzione di grande respiro internazionale - ed un ritmo che incalza tanto da non fare quasi percepire il "viaggio" di tre ore sfiorate: certo, i detrattori potranno accusare Peter Jackson di aver creato, di fatto, una sorta di omaggio in versione deja-vù de La compagnia dell'anello, nonchè un film che si ha la netta percezione sia stato diluito nella sostanza in modo da raggiungere lo scopo di portare a casa una doppietta simile a quella di Lucas con la sua creatura più famosa - di nuovo Star Wars, se non si fosse inteso -, eppure il godimento provato dal sottoscritto nell'assaporare la sensazione d'autunno - o da fine delle vacanze - impressa dal regista a questa sua serie di pellicole è lo stesso del bambino che, ormai più di vent'anni fa, cercava in Willow o La storia infinita quello che avrebbe potuto trovare qui, e che ora che è cresciuto e quasi padre invidia la generazione attuale che potrà costruire tutti i suoi sogni infantili su uno spettacolo come questo.
Perchè se, come spesso tendo a ripetere, il Cinema "è il mezzo del futuro" - per dirla come Scorsese -, è assolutamente vero che alla sua base troviamo la storia - e l'elogio - delle piccole cose, degli hobbit che, usciti dalle loro case accoglienti e calde, sfoderano uno spirito battagliero e passionale degno dei più grandi tra i condottieri, e a dispetto della loro statura o dimensione, finiscono per divenire l'ago della bilancia nelle sorti della Terra di mezzo.
Un pò come uno sguardo, un boccone particolarmente buono, un brindisi, la sensazione che tutto possa passare dalle meraviglie invisibili del quotidiano.
Gandalf non sbaglia, così come il vecchio stregone di Grosso guaio a Chinatown.
"E' proprio così che tutto comincia: dal molto piccolo".
Furbo, abile, geniale Jackson ad averlo intuito.


MrFord


"Cause we've always known that we belong
and we're better together
if we got our backs against the wall
somehow we survive through it all
knowing I'll be there if you should fall
oh, we're better together, all right, yeah yeah."
Journey - "Better together" -


 

sabato 28 aprile 2012

Spartacus: vengeance

Produzione: Starz
Origine: Usa/Nuova Zelanda
Anno: 2012
Episodi: 10



La trama (con parole mie):  il massacro avvenuto nella casa di Batiatus ha dato il via alla rivolta di Spartacus, deciso a lottare - fino alla morte, se necessario - contro i Romani che l'hanno privato della donna che amava e della libertà. Al suo fianco restano Crissus - ossessionato dal desiderio di ritrovare l'amata Naevia - e Agron, mentre Enomeo pare sconvolto dai sensi di colpa per essersi ribellato al padrone che gli aveva promesso di renderlo un cittadino, nonchè proprietario del suo ludus.
A Capua la tensione cresce, e da Roma giungono per risolvere la spinosa questione Varinio e Glabro, vecchio nemico di Spartacus, in modo da mettersi in mostra agli occhi del Senato soffocando i moti ribelli: il loro compito risulterà più arduo del previsto, complici anche gli intrighi di Seppio e della sua giovane sorella, di Ilizia - che sta per dare alla luce l'erede di Glabro - e della rediviva Lucrezia, sopravvissuta alla carneficina avvenuta nella sua villa.
Spartacus, dal canto suo, dovrà fare fronte alle tensioni tra Galli e Germanici, alla fame e alla mancanza di guerrieri ed armi: la resa dei conti di questa prima parte della sanguinosa lotta tra i ribelli e la Rebubblica avverrà alle pendici del Vesuvio, dopo aver sconvolto il cuore della stessa Capua.




Chi l'avrebbe detto che una serie iniziata, ai miei occhi, come la versione tamarra e sguaiata de Il gladiatore o Alexander dalle rimembranze del 300 firmato Zack Snyder - che, come ormai chi frequenta il saloon da qualche tempo sa bene, ho detestato profondamente - sarebbe diventata uno dei cult indiscutibili del 2012 delle serie tv in casa Ford?
Nessuno, probabilmente. Io per primo.
E invece Spartacus è riuscito a sorprendermi e smentirmi, ritagliandosi un posto di assoluto rilievo tra le visioni più apprezzate di questa prima metà dell'anno - almeno per quanto riguarda il piccolo schermo -, fissando uno standard che già da ora fa salire l'aspettativa per la prossima - ultima? - stagione e superare il trauma della morte prematura del protagonista Andy Whitfield, lo Spartacus che in casa Ford avevamo imparato ad apprezzare episodio dopo episodio, sostituito dal più giovane ma decisamente meno prestante Liam McEntyre.
Effettivamente quest'ultimo rappresenta il vero punto debole della terza serie dedicata alle gesta del ribelle più famoso della storia di Roma, privo della forma - spesso e volentieri il nuovo Spartacus indossa corpetti che, di fatto, nascondono la differenza sostanziale tra lui ed i suoi più imponenti e scolpiti colleghi - e del carisma del suo predecessore, ma ugualmente grintoso, e senza dubbio non privo di margini di miglioramento ampi in attesa del prossimo anno, quando assisteremo alla parte finale - e più drammatica: ricordiamo che la rivolta di Spartacus è destinata a finire nel sangue dei suoi protagonisti - di questa saga.
Il resto, dal cast agli intrighi, dal sesso alla morte, funziona a meraviglia, ed anche la CGI dal gusto kitsch e tamarro che tanto mi disturbò nelle prime puntate ora mi pare perfetta per un prodotto volutamente sopra le righe per il quale risulta impossibile non provare l'esaltazione tipica da testosterone in eccesso o, più semplicemente, da partecipazione ad un'impresa assolutamente persa in partenza che resta una delle testimonianze più forti di ribellione al concetto di schiavitù nel mondo antico.
Ammetto inoltre che il passaggio dalle battaglie nell'arena a quelle per l'affermazione del proprio diritto di uomini liberi di Spartacus e dei suoi abbia provocato un esponenziale aumento della mia empatia verso i protagonisti, tratteggiati benissimo e costruiti con intelligenza, partecipazione e profondità - il lavoro degli autori sui personaggi rappresenta, di fatto, il vertice "autoriale" del prodotto -: charachters come Ashur - uno dei favoriti di casa Ford - risultano pressochè perfetti, e perfino nei peggiori tra i Romani - e tra i ribelli - è possibile trovare una scintilla in grado di accendere il fuoco della passione ed esercitare un fascino a tratti anche perverso sull'audience.
Senza contare sul piatto forte: la ribellione.
Attraverso gli occhi, il cuore, le azioni e le loro conseguenze troviamo interpretazioni diverse della stessa fornite da ognuno di questi ex schiavi pronti a dare anche la vita pur di non tornare sotto il giogo della Repubblica: da Spartacus stesso - che scopre passo dopo passo di essere a capo di una rivolta che potrà essere nata dal desiderio di vendetta per la moglie uccisa tempo prima dai sicari di Batiatus dopo essere stata resa schiava da Glabro ma che, di fatto, diviene il simbolo di qualcosa di più grande delle loro singole esistenze - a Crissus - mosso dall'amore per Naevia e dal desiderio di poter vivere libero con lei, lontano da Roma, e da un concetto di onore appreso nell'arena e progressivamente mutato per le necessità imposte dalla guerra -, da Enomeo - smarritosi dopo la notte del massacro nella villa di Batiatus e ritrovatosi nel concetto di fratellanza - a Gannicus - un ritorno graditissimo dal sottoscritto, quello del campione divenuto libero, personaggio egoista e contradditorio eppure clamorosamente votato alla causa grazie al suo legame con Enomeo e la sua defunta moglie Melitta -, da Agron - presentato quasi come una comparsa nel corso della prima stagione e divenuto uno degli alfieri di Spartacus - al vecchio Lucio, nobile che fu uomo della Repubblica caduto in disgrazia che preferisce abbracciare la causa dei ribelli e morire felice per mano "di qualcuno che non è un Romano".
E poi ci sono loro, le donne: raramente una serie ha fornito una galleria di personaggi femminili così forti e profondi, dalle maestre d'intrighi Lucrezia e Ilizia alla giovane Seppia, trovando in Naevia - splendida la sua evoluzione, così come il legame con Crissus - e Mira simboli di un coraggio e di una forza - d'animo, ma non solo - che spesso e volentieri gli uomini possono solo sognarsi, trovando nella loro presenza proprio la spinta che finisce per mancare.
I risvolti di questa serie, così come i suoi personaggi, divengono molteplici con il passare delle puntate, e tutto pare riduttivo, se non il consiglio di buttarcisi a capofitto, facendo il possibile per esserne coinvolti e travolti, dai suoi aspetti più ludici e tamarri a quelli più profondi, che toccano il nostro essere Uomini nel profondo: "noi siamo mostri", dichiara Glabro parlando della sua ossessione di porre fine alla rivolta di Spartacus, che di contro è pronto a rinunciare alla propria vendetta "perchè non avrebbe lo stesso valore rispetto alla mia perdita".
Eppure, gli schiavi divenuti ribelli hanno le mani sporche di sangue almeno quanto i loro nemici Romani: provano rabbia e rancore, e sono dominati da una furia passionale che appare più onesta solo perchè non macchiata dallo spettro terribile della politica. Eppure c'è.
Forse perchè, più che mostri, siamo Uomini. Tutti quanti.
E proprio in quanto tali, meritiamo di giocarci la nostra partita alla pari.
Liberi nel corpo e nell'anima.
Questa è la differenza principale che corre tra quello che ormai è l'esercito di Spartacus e quello della Repubblica più potente dell'antichità.
Questa è la differenza che permette ad un mercenario come Gannicus di scoprire il senso di una lotta persa in partenza. E crederci fino in fondo.
"Meglio regnare all'Inferno, che servire in paradiso", recitava il Lucifero del Paradiso Perduto firmato da John Milton.
Meglio liberi all'Inferno, che schiavi in Paradiso, mi viene da pensare.
E un brivido corre lungo la schiena all'idea che sarebbe stato un onore battersi accanto a Spartacus fino alla fine.


MrFord


"People say that you'll die
faster than without water.
But we know it's just a lie,
scare your son, scare your daughter.
People say that your dreams
are the only things that save ya.
Come on baby in our dreams,
we can live on misbehavior."
Tha Arcade Fire - "Rebellion (lies)" -


domenica 18 marzo 2012

Spartacus: gods of the arena

Produzione: Starz
Origine: Usa
Anno: 2011
Episodi: 6



La trama (con parole mie): dal massacro che ha seguito l'inizio della rivolta di Spartacus, torniamo indietro ai tempi in cui la casa di Batiato era attentamente controllata da suo padre Tito, il campione in carica del ludus era il sempre sopra le righe Gannicus, Crixus ed Ashur erano solo dei novellini ed il futuro Doctore Enomeo ancora un gladiatore in convalescenza per le ferite subite nello scontro con il temibile Teocle.
Inganno dopo inganno, tradimento dopo tradimento, lotta dopo lotta, assisteremo all'affermazione del Batiato imparato a conoscere nel corso della serie regolare, e all'ascesa di Crixus come futuro Campione di Capua nonchè amante della domina Lucrezia.




Non avrei mai creduto che la serie dedicata al gladiatore ribelle Spartacus sarebbe riuscita a divertirmi, intrattenermi e coinvolgermi come ha fatto, tanto da accrescere l'impazienza per la nuova stagione - tuttora in corso negli States - ed il momento in cui - una volta giunta alla conclusione - arriverà dritta dritta sugli schermi di casa Ford, giusto per gustarsela con i tempi dettati dalla nostra discrezione, e non seguendo quelli televisivi.
Devo inoltre ammettere che questa mini di sei episodi, voluta dalla produzione a seguito della malattia diagnosticata ad Andy Whitfield in attesa di una sua guarigione - purtroppo mai avvenuta -, è riuscita a superare la serie originale, concentrandosi maggiormente sull'intrigo rispetto all'azione "dura e pura" sfruttando al meglio tutto il fascino del prequel, approfondendo le storie di alcuni dei protagonisti della serie regolare e regalando al pubblico un campione del ludus addirittura migliore dello stesso Spartacus, Gannicus, un gladiatore imprevedibile e guascone certamente più pane e salame ed umano di quello che è "l'eroe" effettivo dell'intera vicenda.
Le stesse parti dedicate all'azione, seppur caratterizzate dalla consueta CGI di scarsa qualità, risultano meglio studiate - soprattutto nelle coreografie - e decisamente più avvincenti - si veda il primus all'inaugurazione della nuova arena di Capua, una sorta di Royal Rumble gladiatoria forse un pò confusionaria eppure decisamente curata ed efficace -: a dare spessore a queste stesse, oltre al già citato Gannicus, ritroviamo Crixus, personaggio che guadagna punti ed insidia di nuovo Gannicus come mio personale preferito, senza contare il futuro Doctore Enomeo ed il sottile e pericoloso Ashur, che scalda le polveri per quelle che saranno - o sono state, seguendo i tempi della realtà televisiva - le sue imprese successive.
Accanto ai protagonisti maschili si distingue Melitta, moglie di Enomeo e schiava prediletta di Lucrezia, accumunata - o quasi - nel destino alla giovane Naevia nel corso della serie regolare rispetto ad un amore combattuto, clandestino e destinato a non durare, nella piena tradizione dell'antica tragedia greca - tranquillamente applicabile al mondo romano -.
Tutto questo, senza contare il centro di tutta l'azione effettiva,  casa Batiato: un nido di vipere, conflitti, intrighi e piaceri come non se ne vedevano da tempo, trampolino per il futuro padrone del ludus - interpretato da un sempre ottimo John Hannah -, il lanista ed aspirante uomo politico Quinto, sempre pronto a rialzarsi anche dopo umiliazioni e sconfitte colpendo i responsabili delle stesse ancora più duramente, spesso grazie a manipolazioni ai danni di chi gli sta intorno, dalle schiave ai gladiatori, fino ai parenti o agli amici.
Al suo fianco una ancora solo parzialmente mefistofelica Lucrezia - Lucy Lawless, come il suo partner sullo schermo in grande spolvero -, che partirà come fosse una sorta di innocente per rivelare, puntata dopo puntata, la natura di predatrice che chi ha seguito la serie regolare ha imparato bene a conoscere.
Un'operazione, dunque, nata come un'emergenza e spinta dalla speranza che Andy Whitfield potesse riprendersi e rivelatasi assolutamente vincente, tanto da accrescere la fiducia che la serie effettiva possa ulteriormente migliorare, confezionando un prodotto d'intrattenimento puro e semplice impreziosito dalla crudele rappresentazione del mondo in cui si svolge e dei suoi protagonisti, destinati ad erigersi e cadere sul grande palcoscenico della vita in un'epoca in cui tutto era più semplice: soprattutto morire.
Arena, oppure no.


MrFord


"Fight like a brave
don't be a slave
no one can tell you
you've got to be afraid."
Red Hot Chili Peppers - "Fight like a brave" -


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