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martedì 18 marzo 2014

47 ronin

Regia: Carl Rinsch
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 118'





La trama (con parole mie): Kai, un mezzosangue in fuga sbucato dal nulla, è accolto da Lord Asano, un signore del Giappone feudale, e cresciuto da quest'ultimo come un figlio accanto alla sua stessa erede Mika. Anni dopo, divenuto uomo, Kai assiste alla caduta del suo signore, ingannato dal senza scrupoli Kira, che ha al suo servizio una strega ed un soldato di enormi e terrificanti dimensioni. Divenuto un ronin, "senza padrone", Kai si rifugerà nella parte oscura della sua Natura fino a quando Oishi, comandante dei samurai di Asano, non radunerà i suoi vecchi compagni e si prodigherà per cercarlo in modo da soddisfare la sete di vendetta dei quarantasette guerrieri figli dei territori occupati nel frattempo da Kira.
La lotta dei ronin contro l'usurpatore metterà sul piatto non solo la salvezza e la libertà delle terre contese, ma anche la vita dei suoi stessi protagonisti, che pur di fronte al successo potrebbero essere giustiziati dallo Shogun per aver infranto la legge.







L'antico Giappone, con i suoi spiriti, le leggende ed i reali accadimenti legati all'affascinante epoca feudale, ha da sempre esercitato un fascino notevole sull'Occidente fin dai tempi della sua riscoperta, e per il Cinema - nipponico e non - ha rappresentato una miniera d'oro di idee e rappresentazioni seconda, forse, soltanto a quella della Frontiera del West.
Dai Classici "di casa" firmati Kurosawa fino alle strizzate d'occhio hollywoodiane - L'ultimo samurai, su tutte -, senza dimenticare le perle d'animazione dello Studio Ghibli e tutto l'immaginario legato al Fumetto, il mondo dei samurai ha aperto le sue porte al pubblico senza, di fatto, passare mai di moda, finendo per essere addirittura contaminato da generi paralleli come il pulp - ci riuscì con risultati più che discreti RZA lo scorso anno, con L'uomo dai pugni di ferro -: la storia dei quarantasette ronin, una vera e propria istituzione della Storia giapponese - che ammetto di aver riscoperto giusto in occasione di questa visione -, si inserisce perfettamente in questo contesto, e seppur rivisitata con un gusto, un piglio ed inserimenti - la figura del mezzosangue interpretato da Keanu Reeves - tipicamente a stelle e strisce continua a mantenere intatto il fascino che stregò perfino un Maestro come Kenji Mizoguchi, che nel millenovecentoquarantuno regalò al Cinema la sua interpretazione della vicenda, anticipando di fatto quelli che sarebbero stati I sette samurai firmati dal già citato Kurosawa.
Ora, rispetto ai lavori di questi grossi calibri della settima arte, 47 ronin risulta poco più di una robetta fantasy dal gusto esotico pronta a lasciare in bocca il sapore del dubbio rispetto ad un esperimento "fusion" nello stile di quei ristoranti jappo soltanto per insegna e design: eppure il lavoro dell'onesto mestierante Carl Rinsch, praticamente uno sconosciuto, non sfigura troppo, e per essere un fumettone dalle aspirazioni mangiasoldi figlio della grande industria hollywoodiana evita con discreta perizia almeno le trappole più grosse celate da queste occasioni.
Nonostante, infatti, la tipica aura da "onore o morte" figlia dei dettami del Bushido - un pò troppo spesso, nel corso del tempo e dalle culture lontane dall'Oriente, presa alla lettera o deformata -, la retorica è tenuta a bada da uno script tutto sommato sotto le righe, che trasforma esempi splendidi come quelli forniti dai due ottimi lavori di Miike 13 assassini e Death of a samurai in un giocattolo senza pretese ma con una discreta onestà di fondo, che ricorda un certo tipo di manga figli degli anni novanta - o al massimo dell'inizio del Nuovo Millennio - ed unisce questi ultimi proprio al gusto sopra le righe che soltanto i nipotini di Zio Sam conoscono così bene, trasformando una storia di vendetta low profile nella consueta battaglia che mescola amore - fortunatamente non coronato, e scusate lo spoiler -, ribellione rispetto al potere costituito ed una volontà ferrea annunciata a gran voce in uno scontro finale che è tipico dei film fracassoni, e che di fatto rappresenta la parte meno riuscita della pellicola - insieme alla parentesi dedicata ai Tengu, creature magiche figlie della mitologia locale, a mio parere mal rappresentate in termini di effetti e trucco -, più interessante nei momenti legati alla fratellanza tra compagni di lotta e all'evoluzione del rapporto tra Kai, di fatto un reietto della società, ed il resto dei ronin, divenuti reietti a seguito del tradimento subito dal loro Signore, che a sua volta fu disposto ad accettare un destino avverso.
In questo senso risultano interessanti le riflessioni nate a proposito delle scelte di questi guerrieri unici, che ancora oggi riescono ad affascinare platee di tutto il mondo e figlie di culture anche diametralmente opposte alla loro - americani in primis -, così come il modo in cui il pubblico giapponese potrebbe guardare ad un prodotto di questo tipo, figlio di una storia profondamente radicata nel suo Paese eppure interamente prodotto e recitato - perfino dagli attori nipponici - come un titolo made in USA a tutti gli effetti.
Ma non vorrei dare una profondità eccessiva a quello che, di fatto, resta un divertissement senza pretese: godetevelo senza troppi pensieri, perchè in fondo non tradisce troppo la sua Natura e riesce a rendere il genere perfino più sopportabile di quanto non si possa credere anche rispetto a chi non ne è di certo avvezzo.
Un pò come trasformare un gruppo di disprezzati "senza terra" in nobili esempi cui viene reso omaggio ancora oggi ogni anno.




MrFord




"You'll die as you lived
in a flash of the blade,
in a corner forgotten by no one
you lived for the touch
for the feel of the steel
one man, and his honor."
Iron Maiden - "Flash of the blade" - 




sabato 14 settembre 2013

Holydays movies - Part 3

La trama (con parole mie): terzo ed ultimo post dedicato ai film passati sugli schermi di casa Ford in trasferta durante il mese di agosto, all'interno del quale troverete quelli che, indiscutibilmente, sono stati i titoli che hanno letteralmente conquistato il sottoscritto, complici genialità, sorpresa, tecnica ed intensità di emozioni e capacità di narrare una storia.
Tre titoli indispensabili, che sono stati, di fatto, i pilastri dell'estate ormai sul viale del tramonto.


SHARKNADO di ANTHONY C. FERRANTE (USA, 2013)


Vi starete chiedendo per quale motivo, dopo un'introduzione che parlava di film memorabili e visioni indispensabili, ad aprire il post si trovi una delle porcate più colossali mai realizzate da un regista - o presunto tale - ed interpretata da attori ed attrici - o presunti tali -.
La risposta è semplice: Sharknado è una genialata assoluta, che merita una visione da parte di ogni appassionato - e non - di Cinema.
Il lavoro di Anthony C. Ferrante - che probabilmente intendeva vendicarsi di Ian Ziering dai tempi di Beverly Hills scegliendolo come protagonista di una delle pellicole più trash e brutte mai girate -, infatti, è una meraviglia anti-settima arte degli stessi livelli di Killing point, perla con protagonista Steven Seagal che ho avuto l'onore ed il privilegio di recensire qualche mese fa.
Scene cult a profusione, logica gettata alle ortiche, effetti dalla bruttezza inenarrabile: non credo di aver mai riso così tanto davanti ad un film. Magnifico.


SOLO DIO PERDONA di NICOLAS WINDING REFN (Francia/Thailandia/USA/Danimarca/Svezia, 2013)


Finalmente sugli schermi del Saloon trova spazio l'ultima fatica di uno dei registi cult fordiani, Nicolas Winding Refn, chiacchieratissima sin dai tempi della sua partecipazione all'ultimo Festival di Cannes: in molti hanno accusato Refn di essersi lasciato andare all'autoreferenzialità nel narrare questa torbida vicenda di crimine e morte ambientata a Bangkok, eppure tutto quello che mi è parso trasparisse da questa ostica ma meravigliosa pellicola è l'amore che il cineasta danese pare provare per il melò action orientale che da John Woo a Jonnie To abbiamo imparato ad amare - ed acclamare - anche noi occidentali.
Una vicenda tragica e sconvolgente, senza dubbio eccessivamente autoriale ma ipnotica e travolgente, con due protagonisti perfetti, una villain d'eccezione - la spietata Kristal interpretata da Kristin Scott Thomas - ed una figura "divina" che è già entrata nel mito, il poliziotto/giustiziere Chang.
Il tutto senza contare che, una volta ancora, fotografia e colonna sonora lasciano a bocca aperta.
Solo dio perdona. Refn neanche per scherzo.


HARA KIRI - DEATH OF A SAMURAI di TAKASHI MIIKE (Giappone/UK, 2011)


Takashi Miike, regista prolifico quanto incostante, dopo l'incredibile 13 assassini sfodera la katana per un altra vera e propria pietra miliare legata al mondo del Giappone feudale e dei samurai inspiegabilmente passata inosservata ai distributori nostrani.
Hara Kiri - Death of a samurai rappresenta l'eredità che il Maestro Kurosawa ha lasciato non soltanto al Cinema nipponico, ma alla settima arte tutta: lo stesso, indimenticabile Akira si sarebbe complimentato con Miike, in grado di portare sullo schermo un dramma ad incastro che dalla lezione di Rashomon porta in dono al pubblico un fardello emotivo enorme, nonchè una nuova sfida lanciata al Potere in tutte le sue forme per un film forse addirittura più politico e profondo del già citato 13 assassini.
Nel climax conclusivo e nel dramma che si consuma in seno alla famiglia del protagonista c'è tutta la magia del Cinema, che porta questo titolo tra i dieci migliori visti al Saloon nel corso di questo duemilatredici.
Prendete e guardatene tutti. Impossibile pentirsene.
Un colpo al cuore.


MrFord

venerdì 30 dicembre 2011

Ford Awards 2011: i film (N° 10 - 6)

La trama (con parole mie): siamo giunti ormai nel pieno della top ten, dove i titoli più importanti del 2011 cinematografico fordiano si batteranno con le unghie e con i denti per il podio e la vittoria finale.
Qui, ad un passo dai cinque film che hanno significato di più per il sottoscritto tra quelli usciti in sala nel corso degli ultimi dodici mesi, troverete roba decisamente grossa, tanto grossa da spingermi ad escluderli molto a malincuore dalla cinquina dei sogni che arriverà domani.
Prendete carta e penna, dunque, segnateli tutti e non appena potete, dedicate loro almeno una visione: in un modo o nell'altro, nel loro piccolo, sono tutti dei potenziali film dell'anno.




N° 10 - Super 8
di J. J. Abrams


Quel geniaccio di J. J. Abrams, dopo i trionfi di Lost, torna a stupire le platee con un'operazione di amarcord che tutti gli ex bambini cresciuti negli anni ottanta non potranno non amare alla follia: una rivisitazione di E. T. in chiave moderna dalle venature in stile District 9 e debitrice dei film di formazione come Stand by me.
Una lezione intelligente e tutta cuore su quanto il Cinema possa essere ancora - e sempre - Meraviglia.




N° 9 - 13 assassini
di Takashi Miike


Sfruttando appieno la lezione magistrale del Maestro Kurosawa, Takashi Miike firma uno dei suoi film più riusciti, un'epopea violenta, epica, raffinatissima ed estremamente politica capace di descrivere a fondo il ruolo del samurai nella formazione - e nella decadenza - della cultura nipponica.
Un film denso e potente come una partita a Go, preparato con cura nella prima metà per esplodere nello stupefacente scontro tra i magnifici tredici e le forze in rappresentanza del Potere.
Rivoluzionario.




N° 8 - Non lasciarmi
di Mark Romanek


Tre interpretazioni cult per un'opera leggera e toccante, magica ed intensa neanche fosse una sorta di poesia per immagini.
In un mondo figlio di un futuro più vicino di quanto non si pensi, il legame tra cloni destinati a sostenere la lunga vita degli umani "in carne ed ossa" finisce per stimolare riflessioni sull'esistenza di una profondità sconcertante, senza dimenticare di raccontare una storia d'amicizia e amore tra le più intense degli ultimi anni.




N° 7 - Il cigno nero
di Darren Aronofski


Lasciata alle spalle la brutta copia di se stesso che aveva realizzato schifezze subumane come The fountain, Darren Aronofski è giunto a rappresentare una delle realtà più consolidate del Cinema d'autore statunitense, e dopo il trionfo che fu The wrestler è tornato a stupirmi confezionando un'opera a tratti oscura ma incredibilmente affascinante, anch'essa, come per la vicenda di Randy the ram, legata a doppio filo con il concetto di sacrificio fisico e mentale che tocca a chiunque voglia arrivare in vetta ad una disciplina.
La trasformazione in cigno resta una delle sequenze più incredibili dell'anno.



N° 6 - This is England
di Shane Meadows


Giunto con un vergognoso ritardo nelle nostre sale, questo gioiellino figlio del Cinema e della cultura di strada anglosassone racconta la crescita di Shawn, giovanissimo orfano di padre allo sbando nell'Inghilterra dominata dalla Lady di ferro e percorsa dalle tensioni legate alla guerra nelle Faulkands.
Un film di formazione potentissimo, interpretato alla grande dai giovani protagonisti e capace di arrivare dritto al cuore di ogni spettatore, anche grazie ad una colonna sonora da urlo che spazia dall'apertura magistrale con Toots and the Maytals alla commovente chiusura sulle note di Please please please let me get what I want.




MrFord

"Do you believe I would take something with me
and give it to the police man?
I wouldn't do that, now listen to me one more time
I wouldn't do that."
Toots and the Maytals - "54 46 (that's my number)" -

mercoledì 6 luglio 2011

13 assassini

La trama (con parole mie): Shinzaemon Shimada, uomo di fiducia dello Shogun e del popolo, fedele servitore delllo Stato, viene chiamato da dignitari ribelli che vorrebbero la morte del fratello minore del Signore in carica, un malvagio e dispotico nobile dai metodi brutali e violenti.
L'uomo, integerrimo e tutto d'un pezzo, accetta la missione praticamente suicida una volta raccolta la testimonianza di una delle vittime del congiunto dello Shogun, e chiama a raccolta vecchi compagni d'armi e giovani spadaccini per costituire un manipolo che si possa fare carico di una responsabilità tanto grande mettendo a rischio tutto, a partire dalla vita stessa.

Takashi Miike è davvero un tipo strano.
Sforna almeno un film all'anno, neanche fosse Woody Allen, dai prodotti per la tv alle grandi produzioni cinematografiche.
Dall'horror all'azione, dalle schifezze più incredibili alle sfide a se stesso e al pubblico.
13 assassini rappresenta una di queste.
Il Miike dell'irriverenza, dello splatter a tutti i costi, dell'ultraviolenza di Ichi the killer, dell'improvvisazione quasi casuale pare lasciare spazio al taglio chirurgico di modelli quali The twilight samurai, o all'epica travolgente del capostipite del genere, I sette samurai del Maestro Kurosawa.
E la sfida, apparentemente suicida come la missione dei suoi protagonisti, è vinta e alla grande dal regista, che sforna senza dubbio uno dei suoi lavori migliori, più completi ed appassionanti, in grado di permettere al pubblico di riscoprire un genere ormai quasi perduto da noi in Occidente ed usi e costumi che non abbiamo mai conosciuto davvero fino in fondo.
13 assassini è un grande film, che come tiene a ricordare il suo solidissimo protagonista Shinzaemon citando i benefici della pazienza ai suoi impazienti uomini, rimanda alla filosofia della pesca e del gioco del go: l'attesa e la costruzione sono le chiavi di volta di ogni vittoria, ed il successo passa tutto attraverso di loro.
Così Miike, senza fretta o timore, aumenta il suo minutaggio abituale e lavora il pubblico ai fianchi ponendo ogni pezzo sulla scacchiera della battaglia finale per più di metà della pellicola, passando attraverso incastri, racconti, testimonianze, il crescendo del gruppo dei tredici valorosi dalla sua costituzione al viaggio verso il punto in cui è stato deciso di sferrare l'offensiva allo spietato signore e al suo fido servitore - che servitore si professerà fino alla fine, contribuendo alla parte prettamente politica della pellicola -.
E quando pare che tutto possa scivolare via come se niente fosse, ecco esplodere - in tutti i sensi - una delle battaglie più lunghe, elaborate e mirabolanti dai tempi de Il signore degli anelli, violentissima eppure mai davvero splatter - sono lontani gli eccessi del tarantiniano Kill Bill, ma anche il sangue digitale di Kitano in Zatoichi -, geometrica come lo Spartacus di Kubrick eppure complessa e caotica come la resa dei conti del già citato I sette samurai.
Una resa dei conti che travolge lo spettatore per quasi tre quarti d'ora, e culmina in un confronto drammatico tra il signore, il suo braccio destro e Shinzaemon.
Il samurai che dichiara che la sua stessa esistenza è data dall'obbedienza al Padrone, e quello che fiero afferma di dovere tutto al Popolo.
Sullo sfondo, il nobile schiavo del potere e dispensatore di violenza che trova nella morte e nel sacrificio di decine e decine di uomini il piacere di una guerra "che una volta entrato nel consiglio si preoccuperà di ripristinare", un bambino viziato e prepotente che non conosce la differenza tra sudore e piacere, tra dolore e sangue, e ancor peggio, non ne conosce le assonanze.
Un ritratto del potere impietoso e terribile, al quale si oppone un campionario di uomini coraggiosamente imperfetti, umilmente fieri - il cacciatore, che mi pare uno straordinario, sentito omaggio al personaggio di Mifune protagonista indiscusso sempre de I sette samurai - e stupidamente umani - il nipote di Shinzaemon ed il suo desiderio di mollare la spada, mettersi a fare il bandito e spostarsi negli Stati Uniti per scoparsi tutte le donne -.
Io, senza alcun dubbio, sto con Shinzaemon e i suoi, con la spada, i sassi, la terra, le mani e tutto quanto può essere utile per sconfiggere il proprio nemico.
E poi, sto con Shinzaemon con tutto il cuore.
Che è la parte del corpo che più conta, in situazioni come questa.
"Certo, quella e un bel paio di testicoli", come direbbe il Drugo.
Ma questa è un'altra storia.
Per il momento, godetevi 13 assassini.
Sedetevi, assaporatelo, attendete. Vi scoppierà tra le mani e dritto fin nell'anima.
Cosa aspettate, siete ancora qui!?

MrFord

"The sky is filled with good and bad 
that mortals never know.
Oh, well, the night is long, The beads of time pass slow,
tired eyes on the sunrise, Waiting for the eastern glow."
Led Zeppelin - "The battle of Evermore" -



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