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venerdì 30 dicembre 2011

Ford Awards 2011: i film (N° 10 - 6)

La trama (con parole mie): siamo giunti ormai nel pieno della top ten, dove i titoli più importanti del 2011 cinematografico fordiano si batteranno con le unghie e con i denti per il podio e la vittoria finale.
Qui, ad un passo dai cinque film che hanno significato di più per il sottoscritto tra quelli usciti in sala nel corso degli ultimi dodici mesi, troverete roba decisamente grossa, tanto grossa da spingermi ad escluderli molto a malincuore dalla cinquina dei sogni che arriverà domani.
Prendete carta e penna, dunque, segnateli tutti e non appena potete, dedicate loro almeno una visione: in un modo o nell'altro, nel loro piccolo, sono tutti dei potenziali film dell'anno.




N° 10 - Super 8
di J. J. Abrams


Quel geniaccio di J. J. Abrams, dopo i trionfi di Lost, torna a stupire le platee con un'operazione di amarcord che tutti gli ex bambini cresciuti negli anni ottanta non potranno non amare alla follia: una rivisitazione di E. T. in chiave moderna dalle venature in stile District 9 e debitrice dei film di formazione come Stand by me.
Una lezione intelligente e tutta cuore su quanto il Cinema possa essere ancora - e sempre - Meraviglia.




N° 9 - 13 assassini
di Takashi Miike


Sfruttando appieno la lezione magistrale del Maestro Kurosawa, Takashi Miike firma uno dei suoi film più riusciti, un'epopea violenta, epica, raffinatissima ed estremamente politica capace di descrivere a fondo il ruolo del samurai nella formazione - e nella decadenza - della cultura nipponica.
Un film denso e potente come una partita a Go, preparato con cura nella prima metà per esplodere nello stupefacente scontro tra i magnifici tredici e le forze in rappresentanza del Potere.
Rivoluzionario.




N° 8 - Non lasciarmi
di Mark Romanek


Tre interpretazioni cult per un'opera leggera e toccante, magica ed intensa neanche fosse una sorta di poesia per immagini.
In un mondo figlio di un futuro più vicino di quanto non si pensi, il legame tra cloni destinati a sostenere la lunga vita degli umani "in carne ed ossa" finisce per stimolare riflessioni sull'esistenza di una profondità sconcertante, senza dimenticare di raccontare una storia d'amicizia e amore tra le più intense degli ultimi anni.




N° 7 - Il cigno nero
di Darren Aronofski


Lasciata alle spalle la brutta copia di se stesso che aveva realizzato schifezze subumane come The fountain, Darren Aronofski è giunto a rappresentare una delle realtà più consolidate del Cinema d'autore statunitense, e dopo il trionfo che fu The wrestler è tornato a stupirmi confezionando un'opera a tratti oscura ma incredibilmente affascinante, anch'essa, come per la vicenda di Randy the ram, legata a doppio filo con il concetto di sacrificio fisico e mentale che tocca a chiunque voglia arrivare in vetta ad una disciplina.
La trasformazione in cigno resta una delle sequenze più incredibili dell'anno.



N° 6 - This is England
di Shane Meadows


Giunto con un vergognoso ritardo nelle nostre sale, questo gioiellino figlio del Cinema e della cultura di strada anglosassone racconta la crescita di Shawn, giovanissimo orfano di padre allo sbando nell'Inghilterra dominata dalla Lady di ferro e percorsa dalle tensioni legate alla guerra nelle Faulkands.
Un film di formazione potentissimo, interpretato alla grande dai giovani protagonisti e capace di arrivare dritto al cuore di ogni spettatore, anche grazie ad una colonna sonora da urlo che spazia dall'apertura magistrale con Toots and the Maytals alla commovente chiusura sulle note di Please please please let me get what I want.




MrFord

"Do you believe I would take something with me
and give it to the police man?
I wouldn't do that, now listen to me one more time
I wouldn't do that."
Toots and the Maytals - "54 46 (that's my number)" -

mercoledì 16 novembre 2011

Dead man's shoes - Cinque giorni di vendetta

Regia: Shane Meadows
Origine: Uk
Anno: 2004
Durata: 90'



La trama (con parole mie): Richard, militare in congedo, torna nella cittadina d'origine - una qualsiasi della campagna inglese - accompagnato dal fratello ritardato Anthony per regolare i conti con un gruppo di piccoli criminali responsabile di una serie di abusi subiti dallo stesso giovane, completamente in loro balìa nel periodo della ferma dello stesso Richard.
Ha così inizio un vero e proprio gioco al massacro racchiuso in cinque giorni che l'ex militare ha intenzione di dedicare alla vendetta e all'eliminazione di ogni responsabile del dolore patito da suo fratello: Sonny e i suoi, da cacciatori, divengono dunque prede costrette a giocarsi il tutto per tutto per poter sperare di sopravvivere.



Devo dare atto a Shane Meadows di essere davvero un tipo con le palle.
This is England, la bomba sganciata qui in Italia con un colpevole ritardo di cinque anni rispetto all'anno di produzione, è stata l'apripista per la mia riscoperta dell'autore anglosassone, che passa attraverso quest'altra sorprendente pellicola prontamente segnalatami dal mio compare expendable Frank Manila.
Pur senza il respiro ampio della vicenda del piccolo Shaun, la storia di Richard e Anthony ha tutta la forza delle grandi occasioni, e si inserisce prepotentemente nel filone sempreverde che il Cinema continua a dedicare alla vendetta, uno dei più grandi leit motiv della storia della settima arte. 
Attraverso una vicenda in perfetto equilibrio tra momenti di bucolica attesa ed esplosioni di violenza incontenibile eppure mai sbattuta in faccia allo spettatore - un approccio che mi ha quasi ricordato, in questo senso, quello di Haneke -, la pellicola cattura ribaltando continuamente i punti di vista, riuscendo a creare un legame profondo con il pubblico sia che si guardino le vicende attraverso lo sguardo di Richard - con il suo piglio glaciale da cacciatore esperto -, di Anthony - un innocente perduto, divorato da una società in cui trovare spazio, per i deboli come lui, pare impossibile - o di Sonny e i suoi, che neanche fossimo nel pieno di un film horror passano da carnefici a vittime sacrificali senza quasi rendersene conto, se non nel momento in cui per loro sarà troppo tardi.
La stessa escalation, ritmata dall'imperturbabilità di Richard, assume connotati differenti di scena in scena, passando dal grottesco - il trucco dipinto sul viso dei criminali addormentati, la maschera antigas - al quasi gore - il confronto fuori dal rifugio dell'ex militare, che mi ha riportato alla mente una delle scene più clamorose del Capolavoro A history of violence -, senza dimenticare le fasi di scontro più concitate, che paiono debitrici - pur se con un approccio meno esplosivo nella messa in scena degli atti fisici - della sorprendente trilogia di Pusher.
Un piccolo, grande film, dunque, che mostra una provincia anglosassone quasi sospesa, in bilico tra la bellezza del paesaggio ed i miserabili uomini - in tutti i sensi - che lo popolano, mantenendo un equilibrio invidiabile - neanche, di nuovo, fosse Richard a caccia delle sue prede - dedicandosi solo ed esclusivamente ai protagonisti ed inserendo - probabilmente anche per motivi di budget - un numero di comparse e comprimari limitatissimo.
La scelta, inoltre, che potrebbe apparire forzatamente autoriale di inserire il bianco e nero come elemento dominante dei flashback, non toglie nulla alla genuinità dell'intero lavoro, che proprio sul finale cambia marcia acquistando una solennità potentissima rivelando un vero e proprio gioco di prestigio non nuovo al Cinema - soprattutto autoriale - ma, ancora una volta, perfettamente incastrato e funzionale alla vicenda, in grado di prendere per mano - o meglio, spingere prepotentemente - l'audience conducendola al finale e alla chiusura di una vicenda terrificante, culminata con lo splendido monologo di Richard a proposito dell'essere mostri.
Questa volta, al contrario del già citato This is England, Shane Meadows non si preoccupa di una ricerca di valori andati perduti: abbiamo di fronte solo ed esclusivamente una triste, amarissima storia che pare nutrita dall'homo homini lupus, popolata da esemplari al limite dell'umanità che - e questo fa correre più di un brivido lungo la schiena durante la visione - non paiono aver fatto nulla più che assecondare senza controllo i loro più bassi istinti.
Istinti da mostri.
Mostri come Sonny.
Mostri come Richard.
Mostri come noi.
Resta fuori soltanto Anthony. Ma siamo davvero sicuri che sia davvero così?

MrFord

"Dicono che sono pronti a sparare sul mostro 
Lo prenderemo sia vivo che morto sul posto!
Dicono loro che sono soldati d'azione
classe di uomini scelti e di gente sicura
ma l'unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura."
Samuele Bersani - "Il mostro" -

lunedì 12 settembre 2011

This is England

Regia: Shane Meadows
Origine: Uk
Anno: 2006
Durata: 101'

La trama (con parole mie): Inghilterra, estate 1983. Shaun è un dodicenne chiuso ed orgoglioso che ha appena perso il padre, in missione alle Falkland, senza amici e con problemi di integrazione a scuola. 
Al rientro a casa dopo una giornata particolarmente pesante, il ragazzino si imbatte in un gruppo di skin in erba che, grazie all'immediata simpatia provata per lui dal loro leader Woody, lo accettano nel gruppo.
La vita di Shaun, così, cambia: d'improvviso è ben visto ed accettato, con i nuovi amici - tutti molto più grandi di lui - sperimenta lo sfogo della rabbia repressa attraverso la distruzione di case abbandonate, l'erba e la birra, senza contare i primi veri contatti con le ragazze. 
Tutto pare perfetto, fino a quando dal carcere torna a farsi vivo Combo, vecchio leader del gruppo, che estromette Woody e decide di dare al quasi innocuo insieme di giovani una direzione decisamente più politica, schierandosi apertamente contro le scelte della Thatcher e l'apertura inglese alla manodopera degli immigrati.
A questo punto, per Shaun, verrà il momento di un confronto decisamente più duro con la realtà della sua crescita.



Ricordo una canzone che, qualche anno fa, mi colpì dritta in faccia nonostante il mio rapporto con il gruppo che la suonava fosse già da tempo sul viale del tramonto - per la cronaca, si trattava dei Tre allegri ragazzi morti -, e che più o meno faceva così: "Ogni adolescenza coincide con la guerra, che sia vinta, che sia persa".
Volendo osare, This is England potrebbe effettivamente essere considerato un film di guerra.
Ma prima ancora, e senza osare neppure troppo, può essere definito come uno dei lavori più emozionanti ed importanti di questo 2011 cinematografico - benchè qui da noi sia giunto nelle sale con un colpevole ritardo di ben cinque anni -.
Il racconto della lotta per la sopravvivenza di Shaun - che si confronta con la crescita, le idee, il mondo degli adulti, la scoperta dell'altro sesso, la separazione, la politica - costituisce senza dubbio uno dei ritratti generazionali più potenti della Storia recente del Cinema, regalando al pubblico un Doinel del nuovo millennio, un ragazzino disorientato ed istintivo che lotta con le unghie e con i denti per affermare e trovare una propria identità anche quando la stessa è messa in pericolo dalle influenze, dai ricordi, dalla geografia sociale di un tempo che certo è passato - straordinaria, in questo senso, la ricostruzione dei primi anni ottanta anglosassoni dominati dalla Lady di ferro - ma che riesce ad essere così prepotentemente attuale - soprattutto pensando alla condizione in cui versa il nostro Paese - da scuotere cuore ed anima all'audience a prescindere dall'età della stessa, colpendo come un pugno o il peggiore degli hangover.
E la progressiva presa di coscienza di Shaun, passata attraverso l'amicizia di Woody ed il tentativo - distorto - di quasi paternità di Combo diviene un confronto aperto con quell'Inghilterra in pieno fermento, sia esso positivo e negativo, così criticata - e non completamente senza ragioni - nel corso del comizio cui il protagonista assiste, eppure profondamente radicata nei cuori di giovani alla ricerca di una propria identità, di un posto nel mondo, di una famiglia - da brividi il confronto tra Combo e Lol, con quel "Ti amo, è stata la notte migliore della mia vita" cui fa eco la risposta "Per me è stata la peggiore, per noi non esiste un futuro" -, di una casa - intesa come risposta alla necessità di appartenenza - di cui necessitano per non finire persi lungo la strada, abbandonati a se stessi o agli esempi di chi è destinato a finire nel fango trascinando chi è al suo fianco con lui.
E se la scelta "non belligerante" di Woody è osteggiata come fosse figlia di una codardia limitante e poco onorevole, il pensiero corre immediatamente quasi al contrario, alla sua maturità, e ad una colpa che - se presente - è limitata soltanto al fatto di aver preso una direzione solo per se stesso: non a caso, è lo stesso Woody a prendere Shaun sotto la sua ala, mentre Combo pare voler coltivare tutti i semi che porta dentro, segno di un'invidia repressa che esploderà nel suo terribile confronto con Milky.
Ma è con la straordinaria - e detto così, suona riduttivo - scena finale che la potenza dell'intera opera moltiplica i suoi effetti, cavalcando le note di uno dei pezzi più incredibili degli altrettanto incredibili Smiths per definire una presa di posizione rispetto ad un Paese, uno stato sociale, una guerra che non è quella di Shaun, ma della quale Shaun deve farsi carico di ogni ferita.
Una guerra in grado di portagli via padre, amici, innocenza. 
Una guerra che, in misure diverse, combattiamo tutti. 
Una guerra che può rifondare una Nazione.
Questa è l'Inghilterra.
Questo è Shaun.
Ma potrebbe essere il mondo.
Potremmo essere noi.

MrFord
 
"Haven't had a dream in a long time
see, the life I've had
can make a good man bad
so for once in my life
let me get what I want
lord knows, it would be the first time
lord knows, it would be the first time."
The Smiths - "Please, please, please let me get what I want" -


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