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mercoledì 22 agosto 2018

1993 (Sky, Italia, 2017)




Ricordo abbastanza bene, considerato che ai tempi ero interessato di politica quasi meno di ora, il periodo che segnò la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra per gli scenari italiani - o almeno così si credeva -: ricordo gli anni terribili degli attentati a Falcone e Borsellino, della paura, dell'illusione venduta e fornita ad hoc sfruttando un momento e le influenze costruite banconota dopo banconota.
Ricordo il suicidio di Gardini e qualcosa di Mani Pulite.
E penso che quella tanto attesa rivoluzione partita dall'operato di Di Pietro sia stata forse una bolla di sapone soffocata dalla comodità della televisione e di promesse altisonanti e chiaramente da vendita di fumo.
Non sarà Gomorra, Romanzo criminale o una serie in grado di cambiare davvero il panorama del piccolo schermo, ma 1993 - come il precedente 1992 - fotografa molto bene un'epoca, le sue ferite e le sue angosce, riuscendo nella non facile impresa di mescolare vicende reali a personaggi di fiction creati ad hoc per ricordare al pubblico o raccontare allo stesso cosa accadde nell'epoca di Mani Pulite: attraverso personaggi come quello del bieco Leonardo Notte - cui Stefano Accorsi, come spesso accade detestabile, presta decisamente bene il volto - o del leghista Bosco, assistiamo all'ascesa inesorabile della "Seconda Repubblica" e della silenziosa sconfitta del tentativo di alcuni uomini di sovvertire un sistema marcio ed incontrollato, finiti alle corde proprio quando il massimo esponente di quel sistema "nuovo" finì per diventare Capo del Governo.
Ma questa è un'altra storia - che probabilmente la produzione si riserva di raccontare in 1994 -: nel frattempo i pezzi vengono mossi sulla scacchiera, simboli dell'avanzamento di un morbo che non fece altro che raccogliere il testimone dei tempi del "silenzio" e trasformare gli stessi in quelli delle dichiarazioni altisonanti e sopra le righe.
Dalla mutazione dello stesso Notte fino all'epilogo della vicenda di Bibi e della sua famiglia, 1993 è come una lenta agonia che, se non fossimo già al corrente di quello che accadde, suonerebbe davvero come una sorta di marcia funebre ed uno dei titoli più pessimistici ed oscuri del panorama italiano: la carne al fuoco è tanta, forse troppa, alcune situazioni ed episodi sono appena accennati, eppure sono chiari i segni di una produzione molto curata e di buon livello almeno per quello che è il panorama nostrano, con il tentativo di presentare un lavoro maturo ed efficace anche se comunque dall'animo pop.
Rispetto alla stagione precedente molte cose cambiano e prendono direzioni estremizzate - il fratello di Bibi, ad esempio -, si ha l'impressione che il pieno potenziale della produzione non sia stato espresso, eppure, forse nel mio caso grazie alla forza dei ricordi, si resta catturati dal racconto e si finisce quasi per desiderare l'arrivo di 1994 oppure tornare con la mente agli anni in cui, in televisione, si guardava La Piovra.
E nonostante gli slogan, continuo a pensare che quello fosse un periodo oscuro e torbido, e lo penso ancora oggi, e dopo aver attraversato gli episodi di 1993, che mi hanno ricordato come e perchè ho iniziato a coltivare alcune idee politiche, o detestare profondamente un certo modo criminale per manipolare e sfruttare il potere e la gente.
Da questo punto di vista, "l'idea di Stefano Accorsi" funziona almeno quanto il suo personaggio, uno dei più viscidi che ricordi negli ultimi mesi da serial televisivi, che penso sguazzerebbe alla grande anche al seguito dei Lannister, o nella Loggia Nera di Twin Peaks: questo perchè il Male ha tanti volti, ma una sola traduzione.
Che purtroppo, spesso è più reale dei mostri che immaginiamo per cercare di tenerla lontana da noi.



MrFord




 

lunedì 16 luglio 2018

Saloon Mundial: la dura legge del gol




E così, il Mondiale duemiladiciotto, il primo che abbia vissuto da "non tifoso", è finito.
Da un certo punto di vista si è chiuso nel modo peggiore, con la squadra tra le quattro rimaste in gara che meno avrei voluto vedere trionfare, ma dall'altro ha regalato senza dubbio una delle finali più ricche di gol della Storia, ed ha oggettivamente incoronato una squadra che, pur non giocando un bel calcio - del resto, non lo era neppure il nostro nel duemilasei - è stata in svantaggio per nove minuti in tutta la competizione, ha saputo costruire una generazione di giocatori giovani, affamati e talentuosi e negli ultimi vent'anni un team che ha raggiunto tre finali mondiali su sei ed una europea. Certo non cosa da poco.
Dall'altra parte, esce a testa alta una Croazia che ha regalato forse il miglior approccio al campo della competizione, e che ha patito principalmente la mancanza di qualcuno in grado di prendere per mano la squadra e, dopo minuti e minuti di nulla, cambiare il destino di uno - o più - match: Modric e Rakitic, forse i più talentuosi tra i biancorossi, soffrono entrambi del morbo di Messi, e personalmente ho finito per apprezzare decisamente di più gente come Vida, che pare uno uscito ieri dal carcere e lotta dal primo all'ultimo minuto, tecnica o no.
Del resto la Francia, che subisce come un incassatore e riparte con la velocità di una macchina da corsa, può invece contare sulle giocate di ragazzi forse difficili da digerire come Pogba e Mbappè - che, in realtà, sono semplicemente ragazzi - e sull'intelligenza di un grandissimo Griezmann, vero motore di quella che è considerata una squadra di fenomeni, e quando meno l'avversario se l'aspetta, sfodera zampate che sono macigni poggiati sulle spalle di chi si trova di fronte, in grado anche di rendere papere come quella di Lloris giusto un aneddoto da raccontare nel corso della sbronza che segue la vittoria.
Dunque, la finale ha consegnato la Coppa alla squadra che ha giocato peggio ma che ha saputo sfruttare al meglio i suoi talenti, che ricorda la canzone degli 883 ma che non deve sminuire i vincitori o giustificare i perdenti: è andata così, ed è stato giusto e bello vedere che tutti, in misura diversa, l'anno accettato condividendo anche la bellissima doccia finale. Putin escluso.
Ma ci sta anche questo.
Il Mondiale è finito, è stato emozionante ed intenso, ha regalato gioie e dolori, match dalla tensione palpabile - come quello di oggi pomeriggio - ed altri vissuti con leggerezza - l'Inghilterra non pervenuta alla "finalina" per il terzo e quarto posto, giustamente vinta dal Belgio -: è stato il primo Mondiale VAR - sistema che continuo ad apprezzare - e quello, forse, con più sorprese dai tempi della pilotatissima kermesse del duemiladue, ha portato un cambiamento nel panorama calcistico delle stelle e delle Nazionali considerate istituzioni ed una ventata di aria fresca in un calcio che, finalmente, pare uscire dall'epoca segnata dal tiki taka spagnolo.
Uno dei giocatori fondamentali - anche se deve ancora dimostrare davvero tutto - è un ragazzo che non ha ancora vent'anni, e che ai tempi in cui Deschamps sollevava la coppa nel novantotto non era ancora nato, quando si portavano divise larghissime e non era possibile rivalutare una decisione arbitrale.
Il bello del nuovo, del Tempo che passa, dell'idea che qui in Italia possa essere in fasce il giocatore che ci farà vincere di nuovo un Mondiale tra vent'anni è tutto qui.
E' giusto che i Bleus si godano la vittoria. Anche se qui al Saloon si sperava di festeggiare per le strade di Zagabria, che da quanto sento hanno già trovato lo stimolo per farlo comunque, rispetto ad un risultato storico.
Restano, a rovinare la festa, il pensiero del già citato Putin unico sotto l'ombrello durante la cerimonia di premiazione, ed il pensiero per il destino di chi, nel nome delle Pussy Riot, ha pacificamente invaso il campo sul finire della partita: sinceramente penso che tutto quello che si potrebbe risolvere male si risolva bene, e che la festa non nasconda troppa sporcizia sotto il tappeto.
Per il resto, brindo a chi ha vinto e a chi ha perso, sapendo bene per quale parte ho lottato e continuerò a lottare.



MrFord

mercoledì 9 maggio 2018

Morto Stalin se ne fa un altro (Armando Iannucci, Francia/UK/Belgio/Canada, 2017, 107')




Sono sempre stato un grande fan della commedia nera, specie quando la stessa si lega ad uno dei mali più antichi del mondo e dell'Uomo: l'esercizio del potere.
Da Bunuel in avanti, sono stati in molti i registi a tentare la non facile strada di descrivere le miserie che colgono le vittime di questa malattia che ha fatto la Storia, con risultati che passano dai Capolavori indimenticabili - come quelli del regista spagnolo - ad altri decisamente meno incisivi.
Morto Stalin se ne fa un altro - adattamento italiano da incubo dell'originale Death of Stalin - racconta lo tsunami politico che travolse l'entourage del dittatore sovietico alla sua morte, e dei giorni della preparazione del funerale e dei passaggi di testimone politici: un esperimento interessante e, seppur forse troppo autoriale, intelligente nel raccontare eventi reali attraverso un velo di critica e humour nerissimo quello che pare uno spaccato perfetto del comportamento dell'animale sociale più pericoloso che sia mai esistito e si possa immaginare.
Un esperimento reso ancora più prezioso da un cast capace e notevole, al quale manca solo la madrelingua per essere credibile in modo totale e coinvolgente - l'accento british in un contesto da Unione sovietica, anche se solo idealmente, suona davvero stonato, per uno spettatore navigato come me - e da un invidiabile equilibrio tra risate e momenti di quasi sbigottimento, in grado di attingere da storie purtroppo vere per raccontare un'epoca ed una situazione sociale davvero oltre il concetto di civiltà - le liste di Stalin non ebbero nulla da invidiare, purtroppo, a quelle di Hitler prima o gente come Pinochet poi - ed approfittare per applicare la stessa ad una delle tentazioni più grandi del genere umano, la possibilità di avere potere su tutto e tutti.
E accanto ad uno Stalin sopra le righe neanche fosse una sorta di antesignano meno limitato dalla consapevolezza dei vari Putin o Trump troviamo un Krushev - che sarà protagonista degli anni della Guerra Fredda - inquietante e malsano, cui Steve Buscemi regala un appeal che pare quello del Burns dei Simpson: certo, il lavoro di Iannucci non è esente da difetti, il ritmo non è quello delle grandi occasioni ed il rischio che il pubblico si possa perdere in un dedalo di nomi, situazioni e riferimenti che in pochi davvero conoscono è molto alto, eppure rientra senza dubbio nel novero di pellicole di nicchia importanti e da non perdere, non fosse altro perchè portatrici di una grande tradizione cinematografica e non solo - quella della satira -.
Non diventerà, con ogni probabilità, il titolo dell'anno o quello che vi ritroverete ad amare di più, non risulterà coinvolgente come una grande produzione hollywoodiana - e subito la mente corre a L'ora più buia, per citare un esempio che tocca tematiche simili - o geniale quanto il più estremo dei lavori del più estremo dei registi, ma forse il bello è proprio questo: Morto Stalin se ne fa un altro racconta tutta la normalità e la banalità del Male che risiede in alcuni contesti e scenari, del quale qualsiasi Uomo è portatore e dal quale sarà sempre tentato.
E poco avrà importato aver visto morire un dittatore.
Alle sue spalle sarà pronto quasi immediatamente quello che lo sostituirà.
Che, a sua volta, sarà manovrato da qualcuno che passerà inosservato, mentre da dietro le quinte si gode lo spettacolo della grande messinscena del mondo.




MrFord




 

venerdì 2 febbraio 2018

Billions - Stagione 2 (Showtime, USA, 2017)





In tutta onestà, in termini pratici credo ci siano davvero poche cose lontane dalla mia essenza come l'economia e la finanza: per dirla in toni da Saloon, non mi è mai fregato e non ci ho mai capito un gran bel cazzo di niente.
Eppure, nel corso degli anni, alcuni titoli - film o serie, poco importa - sono riusciti nella non facile impresa non solo di farmi apparire questo mondo così lontano come comprensibile ed affascinante, ma anche di seguire gli stessi con un'intensità da thriller da fiato sospeso: uno di questi è senza dubbio Billions, proposta sorretta dalle performance notevoli dei due protagonisti e rivali Damian Lewis e Paul Giamatti - il primo nei panni di Bob Axelrod, giocatore d'azzardo della borsa multimiliardario nato povero e divenuto squalo, ed il secondo di Chuck Rhoades, procuratore newyorkese di famiglia altolocata che dello squalo aveva il corredo genetico - che trasforma il mondo dell'alta finanza e delle scorrettezze ad esso annesse in una quasi tragedia shakespeariana senza morti ammazzati all'interno della quale non si risparmiano colpi bassi, vendette, giochi di potere e voltafaccia, mentre i due protagonisti si convincono passo dopo passo ad essere disposti a sacrificare qualsiasi cosa pur di avere l'ultima parola in una rivalità che li rende ad un tempo uguali ed agli antipodi.
Proprio considerata la materia trattata, era davvero un'impresa non da poco pensare di riuscire a bissare la qualità della prima stagione, una delle sorprese positive del Saloon a cavallo tra duemilasedici e diciassette, e sono contento di affermare che la produzione Showtime ci è riuscita, e alla grande: tensione mai calante, ritmo serrato, ottimi comprimari, un nuovo charachter perfetto e potenzialmente esplosivo per il futuro - la giovane ed androgina Taylor, spettacolare protegè di Axelrod - ed un episodio, per l'esattezza l'undicesimo, tra i meglio scritti che abbia incontrato sul piccolo schermo negli ultimi anni, pronto ad incastrare e far specchiare i due nemici giurati uno nelle azioni dell'altro, e a prepararli ad un faccia a faccia che prosegue il discorso rimasto in sospeso al termine della prima stagione e proietta dritti dritti alla terza, consapevoli che nessuno dei due mollerà mai davvero la presa fino ad aver raggiunto la totale distruzione dell'avversario, o la propria.
In questo senso, una delle riflessioni più importanti legati alle vicende di Bob e Chuck è proprio questa: vale davvero la pena, in nome della vittoria su un nemico, sacrificare tutto quello che è possibile immaginare, posizione, carriera, potere, denaro e soprattutto di rimanere soli soltanto per il gusto di godersi una risata da soli, in un appartamento in affitto vuoto di qualsiasi affetto? Vale la pena continuare a scommettere anche quando si hanno le tasche piene, soltanto per il gusto di vincere una mano in più?
In questo senso, sarebbe molto interessante poter entrare ancora più a fondo nelle teste di Axelrod e Rhoades, e cercare di comprendere quanto sottile sia il confine tra ossessione e rivalità, tra l'importanza di una battaglia ed il gusto quasi ossessivo di fare la guerra, tra esercizio di potere ed esibizione di potere: confini che tutti noi, in quanto umani, conosciamo bene, a prescindere dal fatto che tutto si giochi in campi ed ambiti che, come per me la finanza e l'economia, appaiano lontani anni luce dal proprio piccolo pianeta.



MrFord



 

venerdì 23 giugno 2017

House of cards - Stagione 3 (Netflix, USA, 2015)





Esistono alcuni titoli che, in un modo o nell'altro, a prescindere dal fatto che possano oppure no essere vicini per interessi ed approccio alla vita a chi ne usufruisce, finiscono per catturare quasi avessero la capacità di ipnotizzare: uno di questi è senza dubbio House of cards, o "L'altro Frank" - con riferimento a Frank Gallagher - come lo ribattezza il Fordino.
Personalmente ho sempre detestato la politica, e tutto quello che ne consegue: certo, nel corso della vita ho mentito, tradito e combinato casini come molti dei rappresentanti di governo di tutto il mondo, eppure ho sempre pensato che un certo tipo di attività palesemente e fallibilmente umane fossero e dovessero rimanere personali, più che legate alla carriera di chiunque, sulla carta, dovrebbe dedicarsi al benessere della gente, nel senso più generale e sociale possibile.
Eppure, nonostante il mio disgusto verso un certo tipo di dinamiche in generale, non sono ancora riuscito a volere male a quel gran figlio di puttana di Frank Underwood.
Neppure e soprattutto quando, come in questo caso, passa un'intera stagione a giocare in difesa mostrando quanto sia difficile, una volta arrivati in cima, mantenere la posizione ed evitare che qualcuno predatorio quanto noi possa minacciare il posto, il prestigio il quello che volete guadagnato con il sudore della fronte ed una vagonata di ombre da fare invidia al peggiore dei villains dei fumetti.
Dai conflitti con il leader russo a quelli con l'inseparabile compagna e fautrice di successi Claire, passando per il duello con il Congresso e la candidata Dunbar, fino alla gestione degli uomini di fiducia come Remy e Doug, questo terzo giro di giostra si dimostra il più duro, per Underwood, passato dalla sua condizione ideale - quella dell'attacco - ad una decisamente più scomoda - la difesa forzata -: ma l'evoluzione è legata anche e soprattutto all'apprendimento, e la sopravvivenza ancora di più.
Dunque, assistiamo nel corso di questa terza stagione ad un'ulteriore evoluzione del Frank Underwood avido di potere che avevamo imparato al contempo a detestare ed amare nel corso delle prime due, e ad un trampolino di lancio per una quarta che si preannuncia da fuochi d'artificio, considerati gli eventi del season finale.
Quello che è certo, ad ogni modo, a prescindere da come si percepisca il main charachter, è che House of cards resta una delle proposte attualmente più avvincenti che il piccolo schermo possa offrire, dalle interpretazioni pazzesche di Spacey e della Wright alla tensione costante e continua: potrebbe essere definito un thriller, un political drama, un saggio critico sulle ombre dei corridoi del potere, una black comedy, e via discorrendo.
Ma il fatto è che House of cards è House of cards.
Ovvero una delle cose migliori che vi possano capitare per le mani parlando di piccolo schermo.
E se non volete ritrovarvi a fare i conti con "l'altro Frank", vi converrebbe davvero darmi ascolto.




MrFord




 

domenica 30 aprile 2017

Lui è tornato (David Wnendt, Germania, 2015, 116')





Penso che, senza ombra di dubbio, una delle rappresentazioni del Male più significative della Storia e della cultura popolare abbia il volto di Adolf Hitler.
Il responsabile dell'ascesa del Reich e di tutto quello che accadde tra gli anni trenta e quaranta in Germania ed in Europa, per quanto terrificante al pari di tanti altri dittatori assolutisti - da Pinochet a Duvalier, passando per i fin troppo numerosi casi in Africa ed in Oriente -, è divenuto un simbolo di quanto agghiacciante possa essere l'opera dell'Uomo a questo mondo, e rappresenta per la Germania una ferita ancora aperta, un personaggio pericolosissimo con il quale confrontarsi anche e forse soprattutto quando lo si fa in chiave grottesca o ironica.
Lui è tornato, giunto sugli schermi del Saloon in ritardo rispetto all'uscita in sala, rientra nel novero degli esperimenti coraggiosi tentati sul grande schermo a proposito della figura del Fuhrer, e senza dubbio finisce per rappresentare una visione "sul filo", a metà tra la genialità e la classica cagata fuori dal vaso, tra le risate e l'inquietudine che alcune riflessioni possano generare.
In tutta onestà, infatti, non solo non saprei dare una collocazione precisa ad un film come questo, che passa dalle suggestioni di critica sociale di uno dei Von Trier a mio parere più interessanti, Il grande capo, alla sfrontatezza nera di cult come Le mele di Adamo fino ad arrivare all'attualità sfrenata - per quanto folle possa suonare, se Hitler o uno come lui dovesse fare ritorno in un contesto storico delicato come quello in cui viviamo, rischierebbe davvero di fare molti proseliti, si veda ad esempio, pur se non comparabile, l'ascesa di Trump negli States come cartina tornasole per gli effetti del terrore sul mondo e la società -, ma anche nella mera valutazione, che si scontra con la bizzarra natura del prodotto, la sua apparente povertà tecnica associata ad idee metacinematografiche e profonde ed una sensazione di quasi disagio che giunge al termine della visione, legata a doppio filo alla presa di coscienza di quel "Hitler è dentro tutti noi" che rappresenta non tanto un'ammissione di colpa da parte della Germania, ma dell'Umanità intera, che quando guarda dentro l'abisso, spesso e volentieri non ricorda che l'abisso ricambia, ed influenza non poco.
E per quanto, dunque, mi sia divertito ad osservare le gesta dell'Hitler trapiantato nel nostro tempo mentre chiama i suoi seguaci "negri" imitando il gergo dei rappers che ribaltano l'appellativo dispregiativo per indicare i loro amici più stretti o manifesta la propria preferenza per il partito dei Verdi, d'altra parte sono rimasto agghiacciato rispetto alle risate che susciterebbe nelle vesti di "comico", o ai proseliti che raccoglierebbe soprattutto in strada, considerata la crescente psicosi da attentati, immigrazione, crimine e via discorrendo.
Una produzione, dunque, quella di Wnendt, che potrebbe essere considerata quasi horror, e che porta alla luce molti nervi scoperti della società anche a quasi un secolo dagli inizi dell'ascesa di Hitler: il terrore, la manipolazione, la strumentalizzazione sono mezzi usati allo stesso modo ancora oggi, pur se attraverso canali differenti.
E se dovesse arrivare, purtroppo per noi, un nuovo Hitler - o chi per lui - e sapesse usarli, allora ci sarebbe davvero ben poco da ridere.




MrFord




 

domenica 5 marzo 2017

Michael Moore in Trumpland (Michael Moore, USA, 2016, 73')




Penso che in molti, nel mondo, il mattino dopo l'Election Day negli States, siano rimasti sorpresi e sconcertati da quanto accaduto: contrariamente ad ogni previsione, Donald Trump, miliardario, espressione dei repubblicani feroci, sessista, razzista e chi più ne ha, più ne metta, ha sconfitto - ed anche in modo piuttosto netto e pesante, considerato il sistema americano non legato al conto effettivo dei singoli voti - la candidata democratica Hillary Clinton.
Personalmente, sono rimasto sorpreso anch'io - per non parlare di Julez, che ha impiegato qualche giorno a riprendersi dallo shock -, nonostante pensi che la democrazia vada sempre sostenuta, anche e soprattutto quando porta alla vittoria elettorale personaggi che non ci convincono: quando, poi, vista l'esperienza ottima con il precedente Where to invade next, ho avuto la possibilità di recuperare quest'ultima fatica firmata da Michael Moore, incentrata proprio sulla corsa alla Casa Bianca del Donaldone, non ho resistito.
In realtà, Michael Moore in Trumpland non è un documentario da tiro al bersaglio come fu Fahrenheit 9/11, ingiustamente premiato a Cannes e fin troppo fazioso, bensì la ripresa di un one man show che il regista tenne tempo fa in Ohio, in una delle località in cui Trump riscuoteva un successo cinque volte superiore a quello della Clinton: e devo ammettere che, nonostante il formato teatrale dell'operazione, tutto finisce per funzionare, e molto bene.
Moore è un oratore decisamente capace, e partendo dal fatto di non essere un sostenitore della Clinton - le avrebbe preferito Bernie -, dalle battute su Obama e le lodi ad alcuni interventi di Trump - è stato l'unico, afferma, a mettere all'angolo i proprietari delle grandi fabbriche di automobili del Michigan che spingevano per trasferire gli impianti in Messico - giunge ad un accorato appello ai suoi "rivali" repubblicani, una richiesta d'aiuto per il Paese che avrebbe dovuto prendere forma nel voto proprio alla Clinton, inizialmente e cordialmente presa in giro e finita ritratta come una donna coraggiosa e senza dubbio simbolo di tutto quello che le donne nel mondo potrebbero fare se avessero la possibilità di governare al posto degli uomini - molto bello anche il rifermento al fatto che dovrebbe essere data la possibilità solo alle donne di acquistare ed usare armi da fuoco, considerato che le statistiche affermano che non capita praticamente mai che queste ultime si rendano responsabili di omicidi di questo tipo o sparatorie occasionali -.
Un lungo monologo divertente ed appassionato, che finisce quasi per commuovere in più di un passaggio ed assume un significato malinconico ora, mentre siamo destinati ad almeno quattro anni di Trumpence: di nuovo, credo che si debba permettere a Trump di lavorare il meglio possibile - per quelli che potrebbero essere gli standard della sua squadra, e non suoi, voglio sperare -, prima di giudicare, ma senza dubbio per ogni democratico - o persona con un minimo di raziocinio, mi viene da insinuare - osservare il trasporto con il quale Moore è riuscito a spingere una figura da lui neppure particolarmente sostenuta significa anche ammettere una sconfitta tra le più cocenti della Storia recente, e che senza alcun dubbio segnerà una nuova epoca che possiamo solo sperare sia quantomeno migliore di quella "bushista" - e, in caso contrario, che non duri altrettanto -.
A stemperare il tutto resta la divertente chiusura in cui Moore afferma di volersi candidare nel duemilaventi - scusandosi con Kanye West, che aveva già fatto la stessa dichiarazione mesi fa -, peraltro mostrando i primi punti di un programma che, fossi un abitante degli States, appoggerei ad occhi chiusi.
Nel frattempo, non mi resta che usare testa e cuore per pensare che, nonostante tutto e nonostante Trump, è una fortuna che esista la Democrazia.
Perchè permette a persone come Michael Moore di esprimersi, soprattutto nel confronto con chi è di opinioni diverse, e mi fa sperare che un giorno una donna, un uomo, un criceto possano avere la possibilità di arrivare alla Sala Ovale della Casa Bianca ed usare il potere che altri uomini e donne hanno dato loro per fare in modo che, a prescindere dalle idee politiche, possa essere fatto inesorabilmente il bene maggiore possibile per tutti.



MrFord



 

domenica 22 gennaio 2017

House of cards - Stagione 2 (Netflix, USA, 2014)




Nonostante il clamoroso ritardo con il quale - cosa non nuova, del resto - qui al Saloon abbiamo approcciato una delle serie più incensate del passato recente, mi pareva di aver intuito le grandi potenzialità di House of cards nonostante l'argomento politica non fosse certo tra i primi della lista dei Ford: prima di tutto la presenza di due protagonisti come Kevin Spacey e Robin Wright - che mostrano un'alchimia pazzesca -, dunque un impianto che strizza l'occhio al Metacinema così come a Shakespeare, ed ancora uno sguardo disilluso e spietato sui meccanismi che regolano i corridoi del potere della più grande democrazia del mondo - almeno sulla carta -.
E, lo ammetto in tutta tranquillità, con le prime due stagioni House of cards non ha fatto altro che consolidare l'aura che la precedeva.
Se, però, la prima annata prevedeva quasi un posizionamento dei pezzi sulla scacchiera di Francis Underwood, la seconda compie un passo oltre, portando il deputato divenuto Vicepresidente a rischiare sempre il più possibile riuscendo al contempo a calcolare - sostenuto anche da una metà alla sua altezza, se non addirittura più diabolica - quali saranno le pedine sacrificabili e quali altre finiranno letteralmente mangiate dalla sua fame mascherata da melliflua mansuetudine.
Eppure, nonostante le parole spese, o le descrizioni, niente potrà rendere l'incedere silenzioso degli Underwood nei corridoi della Casa Bianca quanto la visione delle loro macchinazioni, l'audacia di alcune proposte ed alcuni rischi, la capacità di rimanere sempre credibili anche di fronte alle più spudorate menzogne, o a crimini veri e propri - ricordo che fece scalpore, all'epoca, l'uccisione di uno dei personaggi cardine della prima stagione -: e dall'episodio legato alla ricostruzione della battaglia della Guerra di Secessione fino al season finale, passando attraverso una serie di confronti tesissimi anche quando, da buoni politici, si parla al condizionale e di quello che non si dice, questo secondo giro di giostra è l'equivalente di un rollercoaster che, in tempi di insediamenti presidenziali come questi, finisce per risultare più che attuale.
Ai contenuti drammaturgici, poi, si aggiungono quelli attoriali - anche i caratteristi funzionano alla grande - e tecnici - del resto, quando in scuderia compaiono nomi come quello di James Foley, la qualità è assicurata -, pronti a rendere House of cards uno di quei titoli da piccolo schermo degni del grande, ed imperdibili perfino per chi mastica o si interessa poco degli intrighi - e ci sono, enfatizzati o no da sceneggiature e script - che hanno costruito, costruiscono e costruiranno le fondamenta di qualsiasi percorso politico a qualsiasi latitudine ed in qualsiasi epoca.




MrFord





domenica 15 gennaio 2017

24 - Stagione 8




In questi primi quasi sette anni di Saloon, accanto a novità e scoperte, si è dato ampio spazio, che si parli di Cinema come di piccolo schermo, ai recuperi di titoli divenuti cult per un motivo o per un altro, ai tempi della loro uscita, snobbati dal sottoscritto: uno di quelli più goduriosi è stato senza ombra di dubbio quello di 24, celebratissima da tutti gli amanti dell'action e non solo ai tempi di Lost e giunta al Saloon quando negli States quasi si avviava alla sua (prima) conclusione proprio con questa season numero otto.
La corsa del mitico Jack Bauer, dunque, al termine di otto anni costruiti da momenti memorabili, innumerevoli uccisioni, terroristi neutralizzati e governi - anche statunitensi - rovesciati, giunge al termine nel modo più onorevole, lontana dai fasti del momento migliore della serie - direi senza dubbio le stagioni dalla tre alla cinque - ma sempre in grado di intrattenere qualsiasi pubblico, dai poco avvezzi all'action ai tamarri, dai vecchi fan come il sottoscritto ai nuovi come il Fordino, che non vedeva l'ora di vedere il sempre leggermente reazionario Bauer arrabbiarsi per "spaccare tutto".
A rendere ancora più divertente un'ottava stagione che, ai tempi, segnò il commiato dell'agente speciale americano, un ritmo ed una serie di twists ben orchestrati - nonchè il ritorno di vecchi nemici come Logan - pronti a recuperare terreno su una settima che, indubbiamente, segnava il passo rispetto ad una proposta, come scrissi ai tempi, decisamente figlia degli anni del "bushismo" che, nel pieno dell'era di Obama, trovava poco terreno fertile.
Interessante, comunque, vedere Jack dapprima coinvolto suo malgrado nel tipico intrigo da potenziale attentato che l'aveva visto protagonista in diverse occasioni nel corso di questa cavalcata dunque al centro di un gioco delle parti da infiltrato con la mafia russa e la sua vecchia fiamma Renee Walker, prima di dedicarsi al testa a testa con i potenziali terroristi ed agli intrighi politici pronti a coinvolgere le più alte cariche dello Stato: in questo senso, ottima la scelta di rendere più fragile il personaggio del Presidente Taylor - il primo a non risultare, almeno finora, profetico, rispetto a quanto mostrato da questa serie - e di permettere il rientro di Logan, così come di spostare l'azione dalla strada della prima parte ai corridoi del potere della seconda, sfruttando come collante l'interessante charachter di Dana Walsh, partita in sordina e finita alla grande regalando una delle scene più clamorose pensate per Jack Bauer, forse il protagonista da "sconti a nessuno" più tosto dai tempi del Dirty Harry di Eastwood.
Certo, non si potrà mai pretendere di trovarsi di fronte il titolo che cambia la vita come per i già citati Lost o Breaking Bad, così come l'atmosfera assolutamente ludica di chicche del calibro di Alias, ma 24 è e resta parte integrante della storia delle serie televisive, una sorta di risposta del piccolo schermo al Die Hard figlio della settima arte, con un protagonista che difficilmente i fan dimenticheranno, e che non vedo l'ora di tornare a vedere in azione nel sequel andato in onda un paio d'anni or sono che, almeno per ora, chiude il discorso con il franchise mantenendo inalterata la squadra vincente Bauer/O'Brien in attesa del reboot atteso per febbraio, che cambiando protagonista potrebbe, purtroppo, non avere la stessa fortuna dell'originale.
A prescindere da tutto, da come sono andate o come andranno le cose, senza dubbio Jack Bauer avrà sempre un posto speciale, nel cuore del sottoscritto e degli spettatori: fosse anche solo per essere uno dei migliori scacciapensieri in un'epoca in cui, purtroppo, alcuni avvenimenti incredibili - e non in senso buono - hanno finito per trovare più spazio nella realtà che non nella fiction.



MrFord



 

lunedì 12 dicembre 2016

The Young Pope - Stagione 1 (Sky/HBO, Italia/Francia/Spagna/UK/USA, 2016)





Ricordo bene quando, da piccolo, come molti "della mia generazione" e delle precedenti, fui spedito a catechismo per iniziare il percorso che portava ai sacramenti "obbligatori": ai tempi non conoscevo nulla delle religioni, erano ancora gli anni ottanta e la globalizzazione probabilmente doveva ancora nascere, almeno da queste parti, e più che film e cartoni animati in cui perdersi, non avevo alcuno strumento razionale, caratteriale ed emotivo per potermi rapportare a concetti come quelli espressi dalla religione in generale.
Ricordo solo che, a catechismo, mi rompevo le palle di brutto.
E che quando pregavo, mi rivolgevo a Dio principalmente per paura, come credo faccia la quasi totalità non solo dei cattolici, ma dei credenti in generale.
Pregavo perchè i miei nonni, i miei genitori e mio fratello non morissero, chiedevo scusa per aver detto qualche parolaccia, o essermi toccato, pregavo, banalmente, per non vomitare quando avevo mal di stomaco, o per non finire in ospedale per un qualsiasi motivo.
Gli anni sono passati, la paura che mi istillò il cattolicesimo mi fece quasi rischiare quando i miei mi fecero passare un pomeriggio con il nostro insegnante di ginnastica delle elementari e quando quest'ultimo mi chiese se avevo già peli pubici io pensai che i miei volessero farmi rimproverare perchè avevo scoperto la meraviglia delle seghe, cominciai a leggere, ascoltare, viaggiare, progettai un fumetto incentrato su uno spree killer che sentenziava "si fanno preti e suore solo i cessi, perchè chiunque sia vagamente bello non se lo sognerebbe neppure, di dover passare la vita a fare finta di non poter fare sesso", ed i miei nonni se ne sono andati quasi tutti.
In particolare, nel corso dell'estate del novantasette, ricordo che passai ogni giorno - anche qui, a dire il vero, tutti tranne il secondo - in ospedale accanto a mio nonno materno, entrato per arginare un tumore alla vescica e mai più uscito: parlammo di tante cose, in quell'estate, anche quando, in reanimazione, da intubato poteva solo indicarmi le lettere su un foglio neanche fossimo agli albori dei tablet, ma mai di quante ne avrei volute, o ne vorrei ora.
Parlammo di me, di come stavo, di quotidianità, della sua Inter che ai tempi acquistò Ronaldo, di cose semplici, come avevamo sempre fatto.
Il giorno del suo funerale, il parroco venuto per recitare quello che doveva e guidare il corteo fino alla chiesa per la messa confuse il suo nome per quello di un altro: forse aveva troppi funerali in agenda.
Quel giorno, in quella chiesa, decisi che ne avevo abbastanza, di tutta quella merda finta e posticcia.
Sono passati quasi vent'anni, ho ancora nostalgia di mio nonno e rimpiango di non averlo avuto accanto negli anni successivi, quando sono cresciuto, e di non averlo qui oggi, per fargli conoscere i miei figli.
D'accordo con Julez, non ci siamo sognati neppure un istante di battezzare i Fordini, e più di una volta abbiamo pensato, per solidarizzare con loro, di fare apostasia.
Probabilmente, attenderemo che siano abbastanza grandi per decidere, e poi ci muoveremo di conseguenza.
Non credo più nelle religioni - pur mantenendo un interesse culturale per le stesse -, o tantomeno in qualsiasi divinità.
Vedo il bello della quotidianità e del mondo, così come il brutto, e penso che la Natura e l'Universo siano regolate da Leggi così grandi ed incredibili da andare oltre ogni conoscenza e percezione, e solo dei presuntuosi megalomani potrebbero pensare che tutto sia stato creato "a propria immagine e somiglianza" giusto per mettersi la coscienza in pace per quando sarà il momento di chiudere la baracca.
L'ultima volta che ho parlato con mio nonno, non l'ho visto spaventato.
Ho visto un uomo che lottava, con la coscienza che avrebbe potuto non farcela.
Ed oggi, il mio nonno paterno, che ha novantatre anni, vive solo, guida ed è totalmente autonomo, risponde che qualsiasi acciacco possa avere tra poco sarà risolto.
Questa, per me, è la Fede. La vita.
Sentire, fare, provare.
Senza pregare nessun dio per paura.
O per qualsiasi altra ragione.
Il bello della consapevolezza. Dell'esperienza. Del sentire.
Il bello di The Young Pope.
Ed è vero che non ne ho parlato, quantomeno in termini canonici.
Posso però dire che la serie di Paolo Sorrentino è assolutamente fenomenale.
E sono assolutamente certo che a Lenny Belardo un post che parli di lui come questo piacerebbe.
Con buona pace di dio.



MrFord



giovedì 8 dicembre 2016

Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà (Ken Loach, UK/Irlanda/Francia, 2014, 109')





Probabilmente, in una vita neppure troppo lontana da questa, devo essere stato un comunista irlandese pronto a vivere la vita e cercare di godersela il più possibile, tra letture, alcool e donne, in barba alla Chiesa e a tutte le sue stronzate, così come alla volontà della stessa di mantenere il proprio regime schiacciando il popolo attraverso l'ignoranza.
Probabilmente, ci sono temi come la Libertà - di pensiero prima di tutto, ma oserei dire sociale -, l'essere fieri outsiders ed appartenenti agli strati bassi della scala che porta al Potere ed al Denaro, la voglia di esprimersi e vivere sempre a tutti i costi, che mi toccheranno sempre.
Da Spartacus a Jimmy's Hall.
Nel corso di questo mio periodo da padre casalingo, complici l'autunno ed una freschezza mentale che non va a braccetto con la stanchezza fisica di stare dietro ai Fordini ed alle faccende di casa, ho riscoperto il gusto, accanto alle tamarrate, delle visioni più autoriali che negli ultimi mesi avevo molto accantonato, considerato il rischio decisamente pesante di crollo verticale durante la visione: tra gli altri titoli, ho dunque riesumato Jimmy's Hall, per l'appunto, lavoro di un paio d'anni or sono firmato dal vecchio combattente Ken Loach, che grazie agli dei ed in barba agli stessi non manca mai di ricordare al pubblico la sua voglia di raccontare storie semplici e dirette e mostrare quelli che sono i suoi valori.
La vicenda di James "Jimmy" Gralton, che ha ispirato Loach ed il suo fedele collaboratore Paul Laverty, e della sua Hall, è schietta, onesta e viva come solo la gente della strada - e specialmente, lo dico per esperienza, quella delle strade irlandesi -, pronta a mostrare quanto grande sia il bisogno di svago, di cultura, di nutrire menti e cuori in modo da non essere ridotti in ginocchio dal Potere - che abbia forma politica o religiosa, poco importa -, di mantenere la propria dignità non solo nei momenti dedicati al piacere, ma anche al lavoro, alla famiglia e a tutto quello che costituisce la base ed il fondamento di una vita piena.
Ed è un bene, un gran bene, che registi come Loach e film come Jimmy's Hall ci ricordino quanto siano importanti questi valori, soprattutto attraverso pellicole che non alzano la voce, a meno che non ce ne sia bisogno, che paiono così semplici da poter essere dimenticate e finiscono dritte nel cuore, per conquistare e commuovere, e mettere all'angolo questo vecchio cowboy che, con il cucchiaino della frutta in mano nell'ora della merenda della Fordina in attesa di andare tutti insieme a prendere suo fratello, stenta a trattenere le lacrime nel momento in cui la gente semplice di una comune cittadina della campagna irlandese saluta per sempre quello che è stato, pur non avendo compiuto altra impresa se non esortare ognuno di loro a pensare con la propria testa ed arricchire la propria mente ed il proprio cuore, un vero eroe.
Ed osservo il vecchio, chiuso, oppressivo prelato lodare il coraggio di qualcuno pronto ad essere davvero libero, al contrario dei suoi uomini e di lui stesso, osservo Jimmy stimare più quell'ostico, ottuso nemico che non il giovane prete che cerca un dialogo tra le parti e "tiene il piede in due scarpe", osservo un padre picchiare a sangue la propria figlia colpevole di essere andata a ballare come se la violenza fosse un atto giustificato dal dio che tanto dovrebbe adorare, ho visto la voglia di prendere la vita tra le mani ed il potere terrificante dell'ignoranza.
Ho visto vite che potrebbero essere state la mia. Non tutte, certo.
Ma quella di Jimmy, senza alcun dubbio.
Questo perchè forse, un giorno neppure troppo lontano, sono stato un comunista irlandese sostenitore del libero pensiero ed avversario dell'ignoranza e della Chiesa.
Questo perchè adoro vivere, e considero l'ignoranza come uno dei mali peggiori che il Potere possa spargere nel mondo.
Ed ecco fatto.
Quei due vecchi bastardi di Loach e Jimmy mi hanno fatto commuovere un'altra volta.




MrFord




 

mercoledì 19 ottobre 2016

Where to invade next (Michael Moore, USA, 2016, 123')



Da che mi ricordi, che si parli di western, wrestling, viaggi, musica o sogni, gli Stati Uniti sono stati il mio riferimento assoluto.
Il primo viaggio in aereo che ho avuto occasione di fare fu per New York, nell'ottobre del novantaquattro.
Dovevo compiere quindici anni, e la Grande Mela mi parve la rappresentazione fisica ed effettiva di tutto quello che avevo sempre immaginato.
Il Bene ed il Male portati all'esasperazione, le migliaia di tombe bianche dei caduti in fin troppe guerre ed i grattacieli che parevano da fantascienza, la gioviale curiosità dei locali nell'autunno che seguì il Mondiale di calcio per l'appunto disputato in terra americana ed il sostenitore degli Yankees che attraversando la strada mi strattonò per aver comprato un giubbotto dei Mets, il World Trade Center che potrò raccontare di aver visto da sotto e da sopra e quella gita a Philadelphia in cui ci ritrovammo, unici bianchi, in una stazione di autobus in cui si muovevano solo afroamericani.
Con Michael Moore, invece, ho avuto un rapporto cinematografico conflittuale: dalla meraviglia di Bowling a Columbine allo scandalo della Palma d'oro a Fahrenheit 9/11, passando per cose decisamente meno famose ma molto convincenti come Sicko, il documentarista del Michigan mi è sempre parso un pò troppo furbo, per essere davvero amato: e Where to invade next è furbo, eccome.
Ma è giusto così.
Perchè gli States sono furbi. Lo sono stati fin dall'istante della loro nascita, probabilmente.
Sono furbi perfino quando, come in questo caso, cercano di fare autocritica portando sullo schermo i loro limiti specchiandosi al contempo in tutto quello che di buono ha da offrire la vecchia Europa: dalle ferie e maternità pagate in Italia all'attenzione per l'alimentazione nelle scuole in Francia, dal sistema giuridico portoghese a quello universitario sloveno, passando per le trentasei ore lavorative in Germania, le conquiste femminili in Tunisia ed Islanda, assistiamo ad un vero e proprio tour del buon Moore attraverso tutto quello che da questa parte dell'Atlantico possiamo trovare che, una volta andati in cerca di sogni nella terra delle stelle e strisce saremmo costretti a dimenticare.
Con ironia ed un pizzico di baldanza - del resto, è uno dei piatti forti dei nostri cugini oltreoceano -, si assiste ad una sorta di mea culpa del corpulento Michael in missione per conto degli alti papaveri della "Land of the free", ad un "road movie" all'interno del quale trovano spazio risate e prese di coscienza - le parentesi in Finlandia o qui nella Terra dei cachi - e momenti di grande drammaticità - il riconoscimento dei tedeschi dell'Olocausto o il rapporto tra i norvegesi ed il loro sistema ideologico e giuridico, culminato con il processo a Brevik, autore di una strage nel luglio duemilaundici, per uno dei passaggi più toccanti e commoventi della mia storia recente di spettatore, con l'intervista al padre di una delle vittime che continua, pur di fronte alle insistenze di Moore, a dichiarare che non ucciderebbe l'uomo che ha privato della vita suo figlio perchè sarebbe ingiusto, e sarebbe come mettersi al suo livello - che conducono, in un certo senso, ad una sorta di sveglia suonata all'indirizzo di quello che era stato il Paese che per primo aveva lottato, sostenuto e spinto affinchè i diritti umani fossero fondamenta della sua formazione.
La Storia, purtroppo per gli USA, ha dimostrato che - ego, interessi o desiderio di mostrare le misure del proprio pene che siano - l'evoluzione dei concetti ha finito per servire più a quella stessa Europa dalla quale i Padri Fondatori avevano preso le distanze, e probabilmente la speranza del regista e di tutti quelli - come il sottoscritto - che hanno sempre sostenuto l'American Dream è che la tendenza possa essere invertita, senza dubbio non a partire da individui come Trump.
Certo, gli USA sono anche questo.
Ma non è detto che non si possa imparare dai propri errori.
Del resto, l'esclusione della lettera W dall'alfabeto sloveno è avvenuta prima dell'avvento di Bush.
E perfino il mio adorato Clint, repubblicano fino al midollo, simbolo delle campagne di molti Presidenti o aspiranti tali, ha portato sullo schermo pellicole di grande umanità e saggezza.
In fondo, il bello di essere studenti non è fare compiti a casa.
E quello di essere insegnanti non è quello di soggiogare chi viene per imparare.
Il bello è poter pensare che le cose, la società, il mondo, possano migliorare.
Per noi, e per i nostri figli.
E prima ancora che a Michael Moore, andatelo a chiedere agli insegnanti finlandesi, a quel padre norvegese, ai Padri Fondatori.
Sono sicuro che tutti saprebbero dare una definizione ideale del Sogno.
Americano oppure no.




MrFord



lunedì 3 ottobre 2016

Elvis&Nixon (Liza Johnson, USA, 2016, 86')




Che gli States siano la patria dell'esagerazione e del larger than life - in positivo come in negativo - penso sia ormai chiaro non solo a noi appassionati di Cinema o fan della cultura a stelle e strisce, ma al mondo intero - sempre in positivo come in negativo -: per quanto parzialmente bistrattato dalla critica ho trovato che il lavoro di Liza Johnson, Elvis&Nixon, incentrato sullo storico incontro tra i due personaggi all'inizio dei settanta alla Casa Bianca, sia un'ottima espressione di questo concetto.
In un'epoca per certi versi completamente diversa e per altri assolutamente e paurosamente uguale - in fondo, il candidato repubblicano per le imminenti Presidenziali è nientemeno che Donald Trump, uno che fa apparire Nixon quasi un'ottima alternativa democratica - sono molti i punti di una vicenda più curiosa e grottesca che altro pronti a suscitare riflessioni sulla direzione che il mondo attuale sta prendendo e sull'influenza del potere sulle persone che lo detengono, sia esso politico o mediatico.
Grazie ai due mostri di bravura Michael Shannon e Kevin Spacey - che fanno a gara a chi è più magnetico, nonostante nessuno dei due somigli particolarmente fuori dai panni portati in scena ai personaggi che interpreta - e ad un cast di supporto perfetto - bravi tutti, da Colin Hanks ad Evan Peters, sicuramente da tenere d'occhio per il futuro, fino ad Alex Pettyfer -, questo Elvis&Nixon diventa non solo un gioiellino di ricostruzione storica come lo erano stati l'Hitchcock di Sacha Gervasi o il Marilyn di Simon Curtis, ma anche un modo per osservare quanto figure come quelle del Re del Rock e di uno dei Presidenti più odiati della Storia americana fossero a loro modo prigioniere del loro ruolo, e talmente fagocitate dall'ombra di se stessi da risultare una via di mezzo tra bambini mai cresciuti e folli senza possibilità di guarigione: da questa prospettiva il lavoro della Johnson pare sconfinare tra la ricostruzione storica ed il surreale in stile Cohen - le indicazioni date dagli assistenti di uno e dell'altro alle loro controparti a proposito dell'incontro tra le personalità sono quasi esilaranti, così come il faccia a faccia divenuto uno sfogo dei due a proposito della paura del comunismo e dell'influenza delle droghe e di personaggi come i Beatles sui giovani -, con la piccola differenza - che non è un difetto, anzi, ma un'aggiunta al valore del sottotesto del film - che si tratta della ricostruzione di un evento realmente accaduto.
Personalmente, non ho mai nascosto le mie simpatie per i cugini a stelle e strisce, o una preferenza netta a livello musicale e non solo per le loro produzioni, così come per l'idea che dietro ogni successo possa celarsi una vera e propria impresa costruita dal niente, passo dopo passo, quasi come se "avessi avuto la fortuna di due persone", afferma Elvis rispetto al fratello gemello nato morto mezzora prima di lui: allo stesso tempo, è chiaro che la fabbrica di sogni più grande del mondo è anche un buco nero dal quale è difficile scappare, come risulta chiaro sul finale, quando scopriamo che, fatta eccezione per il buon Jerry, amico di Elvis prima ancora che suo PR, nessuno ha finito per scampare dal pagare il prezzo per ognuno di quei sogni sempre troppo grandi.
Forse a molti queste appariranno solo chiacchiere da salotto tra due dinosauri del secolo scorso, giganti pronti a mangiare e calpestare non solo chi era loro attorno, ma anche loro stessi, ma dal canto mio, gli Stati Uniti sono anche questo: grandi speranze e grandi cadute.





MrFord




sabato 4 giugno 2016

Rebellion - Il caso Litvinenko

Regia: Andrey Nekrasov
Origine: Russia
Anno: 2007
Durata:
105'








La trama (con parole mie): il ventitre novembre del duemilasei muore a Londra, a seguito di un avvelenamento da polonio 210, Alexandr Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi divenuto un fermo oppositore del regime di Putin ed un dissidente rispetto alle colpe che gli stessi organi di controllo dei quali faceva parte affermava avessero in relazione ad eventi tragici come gli attentati a Mosca del novantanove, imputati ai terroristi ceceni.
Il suo amico e confidente, il regista Andrey Nekrasov, grazie a filmati di repertorio ed interviste raccolte nel corso degli anni e della vita da esule di Litvinenko, costruisce un documento che accusa pubblicamente il governo Putin e denuncia - grazie anche alle citazioni di personaggi fondamentali come quello della giornalista Anna Politkovskaja - tutte le ombre di quella che, più che democrazia, appare dittatura mascherata.








Non credo di avere mai avuto il carattere migliore, per poter pensare di sopportare idee totalitarie o "di regime", a prescindere dalle posizioni politiche - anche perchè, di fatto, quando si raggiungono gli estremi si finisce per essere sempre paurosamente simili -: fin dall'adolescenza, ho manifestato uno spiccato senso di ribellione rispetto al potere costituito così come all'arroganza di chi lo esercita, e quando non ho potuto contrastarlo apertamente, ho sempre cercato, in qualche modo, di fregarlo senza che potesse accorgersene.
Ricordo vagamente dai telegiornali la morte di Litvinenko, ex agente segreto russo divenuto dissidente del governo Putin, giunta sulla scia dell'ancora più clamorosa uccisione di poco precedente della giornalista Anna Politkovskaja, le polemiche sul ruolo dell'Italia nello stesso avvelenamento, le accuse ed i processi ovviamente finiti in fumo una volta sedimentatasi la notizia: onestamente, io stesso dopo il clamore del momento avevo accantonato la questione fino a quando, grazie a Julez ed alle sue dritte rispetto allo streaming di Mymovies, ho recuperato questo Rebellion - Il caso Litvinenko, un accorato omaggio del suo regista Andrey Nekrasov allo stesso ex agente segreto, frutto della collaborazione e dell'amicizia che si era creata tra i due nel corso degli anni.
Da appassionato di documentari, devo ammettere che questo Il caso Litvinenko non è, cinematograficamente parlando, il meglio che si possa chiedere: è fazioso, poco obiettivo, arrangiato probabilmente con mezzi limitati e molto influenzato dalla componente emotiva del suo autore, pronto a fare leva anche su immagini molto forti - i bambini ceceni di un suo lavoro precedente, lo stesso Litvinenko sul letto di morte - pur di testimoniare un dramma che noi occidentali abbiamo vissuto soltanto attraverso la narrazione filtrata dei media, asserviti ai grandi poteri o no, che fossero.
Eppure, per quanto non perfetto, questo lavoro assume una grande importanza in quanto testimonianza della determinazione e della passione di chi lotta contro il sistema quando lo stesso pare senza controllo, travolto dalla febbre del Potere e tutto quello che dallo stesso consegue: pulite oppure no, colpevoli in cerca di redenzione o semplicemente martiri, persone come Litvinenko sono simboli ai quali non si dovrebbe mai rinunciare, perchè stimoli fondamentali non solo nelle lotte per i diritti civili, ma anche e soprattutto per il Diritto principale, quello della Libertà.
Di pensiero, opinione, culto e qualsiasi altra cosa possa passarvi per la mente.
Certo, pensare di essere in qualche modo paladini super partes apparirà sempre esagerato, ma le voci di chi continuerà ad avere il coraggio di dire anche solo semplicemente no, o denunciare qualcosa che non si ritiene giusto, saranno le basi per società speriamo più giuste che si costruiranno - sempre speriamo - in futuro: in fondo, le vite e le morti di tutti questi combattenti sono state fondamentali per garantire a tutti noi, nel pieno degli Anni Zero, anche quel poco di Diritti che abbiamo o che crediamo di avere, o che i nostri antenati non potevano neppure sognare per il più fortunato dei loro discendenti.
Senza dubbio i Putin, i despoti ed i tiranni continueranno ad esistere ed imperversare, ma sapere che c'è qualcuno che non ha paura di battersi contro di loro anche quando la morte arriva a bussare alla sua porta, è assolutamente confortante.
E li fa sembrare tutti molto più deboli di quanto non vogliano apparire circondati da tutto quel Potere.





MrFord





"Ti muovi sulla destra poi sulla sinistra
resti immobile sul centro
provi a fare un giro su te stesso, un giro su te stesso."
Franco Battiato - "Il ballo del potere" -





domenica 1 maggio 2016

Il solista

Regia: Joe Wright
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2009
Durata: 117'








La trama (con parole mie): Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times specializzato in storie di strada, si imbatte per caso nell'homeless Nathaniel Ayers, che si rivela essere un talentuoso musicista che decenni prima abbandonò la prestigiosa Julliard di New York a seguito di un crollo psicotico. Fiutato il grande servizio e dunque coinvolto in una sempre più stretta, combattuta e sincera amicizia, il reporter si lega inesorabilmente al musicista, finendo per conquistare i lettori e trovandosi di fronte ad una delle sfide professionali e soprattutto umane più toste della sua vita: guadagnare, infatti, la fiducia di una personalità fragile come quella di Ayers risulterà essere più difficile che conquistare premi assegnati per servizi ed inchieste.
Riuscirà il giornalista a scindere i due lati della vicenda, o rimarrà schiacciato dalla personalità traboccante del suo nuovo amico?












Ho sempre trovato, malgrado la diversità di tematiche e generi rispetto a quello che è lo "standard fordiano" Joe Wright un tipo tosto, pronto perfino a regare un piccolo cult al Saloon grazie allo splendido Espiazione, forse uno dei film romantici più apprezzati da queste parti negli ultimi anni.
Proprio a seguito della pellicola appena citata, il regista anglosassone sbarcò dalle parti di quella Hollywood tanto brava a fabbricare sogni quanto ad affossare promettenti registi provenienti dall'altra parte dell'oceano - ricordo l'esempio clamoroso di Von Donnersmarck, passato dal Capolavoro Le vite degli altri alla merda mortale The tourist prima di scomparire nel nulla -: malgrado, ai tempi, fossi molto curioso di scoprire cosa avrebbe potuto combinare il buon Joe avendo a disposizione un setting diverso e due attori sicuramente interessanti come Robert Downey Jr e Jamie Foxx, Il solista rimase una sorta di desiderio inespresso, quasi ci fosse qualcosa pronto a puzzare come una calza sudata dimenticata sotto il letto.
La prossima volta dovrò segnare a caratteri cubitali di dare retta al mio istinto senza dover necessariamente fronteggiare una realtà amara.
Il solista, infatti, non solo è indubbiamente il lavoro meno convincente e più "americanamente" convenzionale di Wright, ma anche un ibrido retorico e poco ispirato di pellicole irritanti come La ricerca della felicità ed altre decisamente più interessanti come Shine: la storia del musicista homeless Nathaniel Ayers, ispirata ad una storia vera, è infatti portata sullo schermo come la consueta favola urbana dall'allerta buonismo tipica della parte peggiore della settima arte a stelle e strisce, viziata da una sceneggiatura che pare completamente slegata dalla regia - e pesa come un macigno la parte in pieno stile 2001 che Wright si concede per far sperimentare al pubblico il rapporto con la musica di Ayers -, dal gigioneggiamento eccessivo dei due protagonisti - si tratta, senza dubbio, della pellicola in cui ho sopportato meno Downey Jr degli ultimi anni, nonostante l'Iron Man di noi tutti al sottoscritto stia parecchio simpatico - e da un piglio cui manca il carattere del film d'autore così come la zampata strappalacrime del grande titolo "di cassetta".
Non che mi aspettassi di incontrare un film in grado di ribaltare la mia vita di spettatore, specie nei giorni seguiti alla nascita della Fordina, ma sinceramente, anche rispetto ai dubbi nutriti ai tempi dell'uscita, pensavo che l'autore del già citato Espiazione potesse realizzare qualcosa di molto più originale e convincente, piuttosto che l'ennesima parabola di riscatto sociale misto a rivincita dell'outsider figlia del peggior qualunquismo dei nostri cugini oltreoceano: il dispiacere più grande, in questi casi, per un wannabe USA come il sottoscritto, è legato al fatto che i detrattori della Land of the free finiscono per andare a nozze con proposte come questa, pronte ad alimentare il sacro fuoco dell'ostilità verso le stelle e strisce.
Curioso, comunque, che in casi come questo - o quelli de La ricerca della felicità o The tourist -, il regista finisca sempre per essere un europeo, quasi la questione sulla responsabilità di questo tipo di fallimenti fosse da palleggiare tra la visione degli USA che pensiamo di avere in Europa e la mano pesante della produzione rispetto alla realizzazione di un film "all'americana" per mano di un figlio del Vecchio Continente: sinceramente, non so quante responsabilità potesse avere Joe Wright rispetto a quello che, senza dubbio, è stato un esperimento fallito, ma senza dubbio i successivi - seppur più che discreti - Hanna e Anna Karenina e l'ultimo - ed evitato accuratamente - Pan non remano troppo a suo favore.
Resta, dunque, una storia di amicizia, cronaca ed attualità che, probabilmente, se approcciata diversamente, ed affidata a mani diverse - non migliori o peggiori, semplicemente più abituate a raccontare un certo tipo di realtà urbana, e mi vengono in mente al volo il giovane e promettente regista di Fruitvale Station e Creed, o il primo Spike Lee ancora lontano dai recenti deliri -, avrebbe potuto ribaltare parecchie regole, invece di seguirle nel peggiore e più banale dei modi.





MrFord





"So forget this cruel world
where I belong
I'll just sit and wait
and sing my song.
and if one day you should see me in the crowd
lend a hand and lift me
to your place in the cloud."
Nick Drake - "Cello song" - 





martedì 5 aprile 2016

Cartel Land

Regia: Matthew Heineman
Origine: USA, Messico
Anno:
2015
Durata:
100'







La trama (con parole mie): lungo il confine tra USA e Messico, e nel profondo della valle del Michoacan, il dominio dei trafficanti di droga rappresentanti dei Cartelli incide sulle vite e sulle morti delle persone comuni, spingendo civili da entrambi i lati dello stesso a prendere le armi e combattere i criminali come in una guerra.
Tim "Nailer" Foley, in Arizona, da anni organizza una milizia paramilitare che si occupa di pattugliare il confine e consegnare alle autorità clandestini, vedette dei trafficanti e trafficanti stessi, mentre nel cuore del Michoacan un medico stanco dei soprusi, Josè Manuel Mireles, organizza un esercito costituito di gente comune ribattezzato Autodefensa pronto a battersi contro i trafficanti per riconquistare la propria terra ed i propri diritti.
Da entrambi i lati del confine, però, la lotta non solo non sarà facile, ma vedrà formarsi ostacoli interni ed esterni sempre più difficili da superare.











Vivere lungo un confine, specie quando lo stesso è tra i più "caldi" al mondo, non dev'essere semplice. Quando, di recente, ho affrontato la lettura de Il cartello, vero e proprio Capolavoro firmato da Don Winslow a dieci anni di distanza dall'altrettanto grande Il potere del cane, mi sono ritrovato catapultato lungo quello tra USA e Messico, da decenni al centro di questioni politiche, di territorio, di potere e, ovviamente, anche legate al traffico di droga e di esseri umani.
Cartel Land, purtroppo non distribuito in Italia e che, in un anno di elezioni presidenziali negli USA, pensavo favorito nella corsa all'Oscar per il miglior documentario, mi ha riportato tra le pagine di Winslow con tutta la violenza che la vita in quelle strade riserva alle persone che, per nascita, scelta o destino, proprio in quelle strade vivono: Matthew Heineman e la sua troupe, con un coraggio che ha scomodato ricordi importanti come quello de L'incubo di Darwin - spesso è poco sottolineato quanto i documentaristi debbano, come reporter in zone di guerra, mettere a rischio le loro stesse incolumità per girare in condizioni ed ambienti decisamente ostili -, firmano un racconto da brividi che mostra la realtà dei traffici da sempre in gioco sulla linea sottile che separa States e Messico vista e vissuta dalla parte dei poveri, della gente comune, di chi si trova a dover sopravvivere non solo alla quotidianità ed alle difficoltà, ma anche e soprattutto all'incontro mai piacevole di incudine e martello.
Dal lato americano, Tim Foley porta di fronte alla macchina da presa la sua storia, iniziata quando a quindici anni, stanco degli abusi fisici e mentali subiti da parte del padre, si allontana da casa per iniziare a costruirsi una vita, ed uscito dalla dipendenza da metanfetamine ed alcool diviene un operaio edile, padre a sua volta - toccante il momento in cui ricorda di aver presentato le figlie al suo vecchio, per dimostrare a quest'ultimo quanto un altro modo di crescere i propri eredi fosse possibile -, uomo stroncato dalla crisi economica che con i pochi risparmi decide di vivere in una delle aree più problematiche del confine, in Arizona, e fondare un gruppo paramilitare di sorveglianza dello stesso.
Dall'altra parte, nel cuore di una delle zone più colpite dal narcotraffico, il Michoacan, il medico Josè Manuel Mireles, provato dalle uccisioni, dagli stupri e dalle torture perpetrati dai cartelli locali, sceglie, invece che morire per "imposizione", di farlo combattendo, dando inizio ad una vera e propria rivoluzione radunando gente comune come lui in quello che diverrà un esercito ribattezzato Autodefensa, pronto a dare battaglia ai Narcos senza considerare lo Stato e senza fidarsi dello stesso, riprendendo possesso, in un anno, sul campo, di quasi tutta la regione, liberando paesi e villaggi e passando dal consegnare i trafficanti alla giustizia al giustiziarli.
Entrambe le vicende, da qualsiasi punto di vista le si voglia guardare, d'accordo o no con i loro protagonisti, assumono i connotati della profonda umanità che il regista trasmette, e della drammaticità di queste esistenze: la solitudine e la sensazione di abbandono di Foley tanto quanto la voglia di cambiare le cose che stimola le rivoluzioni di Mireles mostrano, minuto dopo minuto, la fallibilità dei loro protagonisti tanto quanto il loro coraggio, dal desiderio di mettersi in gioco di Foley in un momento della propria vita in cui nulla pareva rimasto all'orizzonte alle palle di Mireles, che, senza alcuna preparazione ed affidandosi soltanto al carisma ed al desiderio di non soccombere decide di combattere il cartello con le sue stesse armi, parlando l'unica lingua che lo stesso pare comprendere: quella dei proiettili.
Due scelte e due vite che il pubblico è assolutamente libero di non condividere, e che portano a conseguenze a dir poco clamorose - soprattutto quella di Mireles -, eppure in grado di catturare grazie alla forza degli occhi che decidono di narrarne almeno una parte: Heineman entra in un mondo senza invaderlo, cercando di raccontare nel miglior modo possibile quello che Winslow dichiara per voce del suo protagonista Art Keller nelle pagine finali del già citato Il cartello, nient'altro che il fatto che il cartello esisterà sempre, e che, in qualche modo, il cartello siamo noi, che facciamo parte del sistema tanto quanto i cuochi ed i trafficanti di meth ripresi ad inizio ed in chiusura di pellicola, che hanno imparato a cucinare da un padre e da un figlio americani ed agli americani vendono, e continueranno a vendere "finchè dio vorrà".
Sempre che, sul confine, si possa pensare che un dio esista.





MrFord





"Dame dame dame dame todo el power
para que te demos en la madre
gimme gimme gimme gimme todo el poder
so I can come around to joder."
Molotov - "Gimme the power" - 





martedì 15 marzo 2016

Zootropolis

Regia: Byron Howard, Rich Moore, Jared Bush
Origine: USA
Anno:
2016
Durata: 108'






La trama (con parole mie): in un universo abitato da animali antropomorfi ormai integrati in una società civile che non prevede più scontri tra predatori e prede la giovane figlia di conigli coltivatori di carote Judy Hopps sogna, contro ogni previsione, di diventare una poliziotta nella grande città di Zootropolis.
Divenuta adulta e superate tutte le prove dell'Accademia, la sognatrice recluta diviene il primo coniglio ad entrare a tutti gli effetti a far parte delle forze dell'ordine: peccato, però, che la sua natura la confini al ruolo di ausiliario del traffico, fino a quando l'incontro con il truffatore Nick Wilde, una volpe che vive di espedienti, non porterà i due insoliti alleati a fare fronte comune in modo da risolvere un caso non solo spinoso e di grande difficoltà, ma pronto a sconvolgere l'intera geografia politica della città.
Riuscirà Judy a dimostrare che essere un coniglio non è un limite, ma una risorsa?







Negherei l'evidenza se affermassi di non essere profondamente legato allo spirito dei Classici Disney d'animazione: fin da bambino, con le centinaia di visioni di Robin Hood e La spada nella roccia, ricordo quanto il mondo creato dal pioniere Walt fu, di fatto, il mio primo traghettatore nel meraviglioso universo della settima arte che ancora oggi amo così tanto.
Negli anni, poi, i cari, vecchi cartoni animati hanno finito per regalare al sottoscritto molte soddisfazioni anche in termini adulti ed autoriali, dalle geniali trovate dello Studio Ghibli e della Pixar a chicche come Persepolis, Valzer con Bashir o il recente Anomalisa: senza dubbio, però, l'arrivo del Fordino a rendere migliori le vite mia e di Julez ha riportato indietro nel tempo di una trentina d'anni il Saloon, permettendoci di scorprire o riscoprire la magia del lato più naif dell'animazione, quello che per primo fece innamorare un certo non ancora vecchio cowboy nel pieno degli anni ottanta.
Zootropolis, ultimo pargolo della grande D, ottimamente recensito e forte di incassi notevoli soprattutto in patria, è giunto da queste parti principalmente spinto dalla passione per gli animali del più piccolo del clan, che quando si tratta di predatori, pennuti - celebre il suo recente adagio "Sono timido ai pappagalli!" -, pesci, panda e qualunque creatura voli, nuoti, corra e zompetti su questa terra non vede l'ora di perdersi in nuove avventure, senza che si creassero, ad ogni modo, aspettative particolarmente alte: il risultato, invece, è senza dubbio degno di nota, e pronto ad essere inserito nel novero delle iniziative Disney extra Pixar migliori degli ultimi anni - cose come Ralph Spaccatutto, Bolt e Big Hero 6, per intenderci -, una favola magari non particolarmente originale ma intelligente, attenta a quella che è la società attuale - interessante la riflessione didattica sulle diversità filtrata attraverso le differenze tra predatori e non -, coloratissima e confezionata alla perfezione, che ha tenuto incollati allo schermo i Ford tutti senza distinzione di età, credo cinematografico o gusti a tavola - in questo caso, la parte del carnivoro senza ritegno è ancora saldamente nelle mie mani -.
Gli autori, oltre a poter contare su un comparto tecnico solidissimo, firmano una sceneggiatura dal ritmo indiavolato pronta a ricordare i film sul riscatto degli outsiders tipici degli anni ottanta, azzeccano alla grande i personaggi - dall'entusiasta Judy all'irresistibile Nick, vero punto forte della pellicola, fino a Big Ben ed ai comprimari pronti a mostrare il bello delle differenze anche nel mondo animale, tradotte nei quartieri così diversi l'uno dall'altro di Zootropolis -, spassose citazioni - da urlo quella di Breaking Bad - ed una vicenda in grado di tenere inchiodati alla poltrona grandi e piccoli, i primi per nostalgia o curiosità rispetto ai particolari ed i secondi per l'entusiasmo generato dall'indagine assolutamente inaspettata che vede i due protagonisti cementare il loro rapporto e finire per dimostrare le proprie doti al mondo che li conosce - e giudica - solo in quanto coniglio e volpe.
Una bella lezione, dunque, tradotta in modo che non si trasformi, comunque, in un sogno da inseguire a tutti i costi: Judy - così come Nick - fanno delle proprie debolezze dei punti di forza, senza strafare nei campi in cui di certo non vanno al massimo come andrebbero se fossero tigri, o coccodrilli, o rinoceronti.
Un assunto certo non nuovo in casa Ford e per il Fordino, che ha costruito il suo primo mito sull'outsider per eccellenza Po - che presto tornerà anche qui al Saloon -, come non nuovo è l'impianto di Zootropolis, che comunque consegna all'audience una bella storia, un "cast" perfetto ed un incedere che tanti film di fiction e pallose esibizioni tecniche d'autore non si sognano neppure di avere.
Per un "cartone animato buonista" targato Disney destinato, chissà, a diventare un Classico del suo genere che qualcuno tra una trentina d'anni ricorderà aprendo un post su un titolo che sarà uscito per allora, direi che è un grande risultato.
Perchè in fondo, prede o predatori, sappiamo tutti quello che vogliamo.
Uscire dalla sala soddisfatti.
E Zootropolis soddisfa, eccome.





MrFord






"I won't give up, no I won't give in 
till I reach the end and then I'll start again 
no I won't leave, I wanna try everything
I wanna try even though I could fail
I won't give up, no I won't give in 
til I reach the end and then I'll start again
no I won't leave, I wanna try everything
I wanna try even though I could fail."
Shakira - "Try everything" - 





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