Visualizzazione post con etichetta Catherine Keener. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catherine Keener. Mostra tutti i post

domenica 1 maggio 2016

Il solista

Regia: Joe Wright
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2009
Durata: 117'








La trama (con parole mie): Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times specializzato in storie di strada, si imbatte per caso nell'homeless Nathaniel Ayers, che si rivela essere un talentuoso musicista che decenni prima abbandonò la prestigiosa Julliard di New York a seguito di un crollo psicotico. Fiutato il grande servizio e dunque coinvolto in una sempre più stretta, combattuta e sincera amicizia, il reporter si lega inesorabilmente al musicista, finendo per conquistare i lettori e trovandosi di fronte ad una delle sfide professionali e soprattutto umane più toste della sua vita: guadagnare, infatti, la fiducia di una personalità fragile come quella di Ayers risulterà essere più difficile che conquistare premi assegnati per servizi ed inchieste.
Riuscirà il giornalista a scindere i due lati della vicenda, o rimarrà schiacciato dalla personalità traboccante del suo nuovo amico?












Ho sempre trovato, malgrado la diversità di tematiche e generi rispetto a quello che è lo "standard fordiano" Joe Wright un tipo tosto, pronto perfino a regare un piccolo cult al Saloon grazie allo splendido Espiazione, forse uno dei film romantici più apprezzati da queste parti negli ultimi anni.
Proprio a seguito della pellicola appena citata, il regista anglosassone sbarcò dalle parti di quella Hollywood tanto brava a fabbricare sogni quanto ad affossare promettenti registi provenienti dall'altra parte dell'oceano - ricordo l'esempio clamoroso di Von Donnersmarck, passato dal Capolavoro Le vite degli altri alla merda mortale The tourist prima di scomparire nel nulla -: malgrado, ai tempi, fossi molto curioso di scoprire cosa avrebbe potuto combinare il buon Joe avendo a disposizione un setting diverso e due attori sicuramente interessanti come Robert Downey Jr e Jamie Foxx, Il solista rimase una sorta di desiderio inespresso, quasi ci fosse qualcosa pronto a puzzare come una calza sudata dimenticata sotto il letto.
La prossima volta dovrò segnare a caratteri cubitali di dare retta al mio istinto senza dover necessariamente fronteggiare una realtà amara.
Il solista, infatti, non solo è indubbiamente il lavoro meno convincente e più "americanamente" convenzionale di Wright, ma anche un ibrido retorico e poco ispirato di pellicole irritanti come La ricerca della felicità ed altre decisamente più interessanti come Shine: la storia del musicista homeless Nathaniel Ayers, ispirata ad una storia vera, è infatti portata sullo schermo come la consueta favola urbana dall'allerta buonismo tipica della parte peggiore della settima arte a stelle e strisce, viziata da una sceneggiatura che pare completamente slegata dalla regia - e pesa come un macigno la parte in pieno stile 2001 che Wright si concede per far sperimentare al pubblico il rapporto con la musica di Ayers -, dal gigioneggiamento eccessivo dei due protagonisti - si tratta, senza dubbio, della pellicola in cui ho sopportato meno Downey Jr degli ultimi anni, nonostante l'Iron Man di noi tutti al sottoscritto stia parecchio simpatico - e da un piglio cui manca il carattere del film d'autore così come la zampata strappalacrime del grande titolo "di cassetta".
Non che mi aspettassi di incontrare un film in grado di ribaltare la mia vita di spettatore, specie nei giorni seguiti alla nascita della Fordina, ma sinceramente, anche rispetto ai dubbi nutriti ai tempi dell'uscita, pensavo che l'autore del già citato Espiazione potesse realizzare qualcosa di molto più originale e convincente, piuttosto che l'ennesima parabola di riscatto sociale misto a rivincita dell'outsider figlia del peggior qualunquismo dei nostri cugini oltreoceano: il dispiacere più grande, in questi casi, per un wannabe USA come il sottoscritto, è legato al fatto che i detrattori della Land of the free finiscono per andare a nozze con proposte come questa, pronte ad alimentare il sacro fuoco dell'ostilità verso le stelle e strisce.
Curioso, comunque, che in casi come questo - o quelli de La ricerca della felicità o The tourist -, il regista finisca sempre per essere un europeo, quasi la questione sulla responsabilità di questo tipo di fallimenti fosse da palleggiare tra la visione degli USA che pensiamo di avere in Europa e la mano pesante della produzione rispetto alla realizzazione di un film "all'americana" per mano di un figlio del Vecchio Continente: sinceramente, non so quante responsabilità potesse avere Joe Wright rispetto a quello che, senza dubbio, è stato un esperimento fallito, ma senza dubbio i successivi - seppur più che discreti - Hanna e Anna Karenina e l'ultimo - ed evitato accuratamente - Pan non remano troppo a suo favore.
Resta, dunque, una storia di amicizia, cronaca ed attualità che, probabilmente, se approcciata diversamente, ed affidata a mani diverse - non migliori o peggiori, semplicemente più abituate a raccontare un certo tipo di realtà urbana, e mi vengono in mente al volo il giovane e promettente regista di Fruitvale Station e Creed, o il primo Spike Lee ancora lontano dai recenti deliri -, avrebbe potuto ribaltare parecchie regole, invece di seguirle nel peggiore e più banale dei modi.





MrFord





"So forget this cruel world
where I belong
I'll just sit and wait
and sing my song.
and if one day you should see me in the crowd
lend a hand and lift me
to your place in the cloud."
Nick Drake - "Cello song" - 





martedì 28 ottobre 2014

Tutto può cambiare

Regia: John Carney
Origine:
USA, Irlanda
Anno: 2013
Durata: 104'




La trama (con parole mie): Dan, produttore discografico di mezza età in crisi lavorativa, sentimentale, d'ispirazione, incontra per caso nel corso dell'ennesimo appuntamento con l'alcool una giovane cantautrice spinta ad esibirsi in una serata "open mic" da un amico, innamorandosi della musica di quest'ultima.
Convinta la giovane a seguirlo in un'improvvisata avventura discografica, i due si troveranno ad assemblare una band di outsiders e registrare per le strade di New York, pronti a cogliere lo spirito della città e fonderlo con i brani scritti da Gretta, questo il nome della fanciulla, ancora ferita dalla storia finita con la nuova star del cantautorato Dave Kohl.
Quali strade la musica porterà i protagonisti di questa storia a percorrere?



Nonostante sia, senza ombra di dubbio, un musicista assolutamente mediocre, devo ammettere che la Musica stessa è stata, nella mia vita, una compagna di viaggio per certi versi più importante del Cinema: nel corso dell'adolescenza ha contribuito ad aiutarmi nei momenti più bui, ed è stata la colonna sonora che ha riempito i momenti migliori e peggiori del viaggio intrapreso fino ad oggi.
Più che quello di musicista, comunque, ammetto di aver spesso sognato di ricoprire il ruolo di produttore discografico, di fatto "il regista" di un disco, a prescindere dalla bravura e dall'intensità dei suoi interpreti: gente come Rick Rubin, giusto per citare l'uomo responsabile della rinascita anche commerciale di Johnny Cash negli anni precedenti alla morte, ha segnato il mio immaginario almeno quanto gli artisti pronti a prendersi la gloria e le copertine di album e riviste.
Da questo punto di vista, Tutto può cambiare - adattamento italiano assolutamente non riuscito del decisamente più interessante Begin again originale - è uno dei film che più è stato in grado - insieme ad Almost famous e Alta fedeltà - di descrivere tutto quello che è il mondo dietro il cantante o il gruppo che sale sul palco e regala al pubblico emozioni uniche: eppure, nonostante una buona confezione, un decisamente efficace Mark Ruffalo, una vicenda romantica assolutamente non scontata da blockbuster hollywoodiano - almeno nella sua risoluzione - ed una struttura legata a doppio filo alla colonna sonora, sono uscito dalla visione completamente distaccato, per nulla coinvolto, quasi come se il fatto di assistere oppure no allo spettacolo non avesse cambiato nulla o quasi della mia vita di spettatore.
Per usare un paragone musicale, potrei affermare che l'esibizione cui ho assistito non sia di fatto riuscita "ad arrivarmi" quanto altri titoli almeno ad una prima occhiata anche inferiori a livello tecnico e produttivo: i primi a non convincermi sono stati i due veri protagonisti, Keira Knightley ed il frontman dei Maroon Five Adam Levine, la prima troppo british nell'accento per poter rendere al meglio il ruolo di cantautrice alla scoperta di New York - senza contare le ormai insopportabili smorfiette da ragazza acqua e sapone che porta in dote non richiesta - ed il secondo decisamente troppo "confident" - anche se, considerato il charachter, potrebbe starci - ed autore di una serie di brani incapaci di fare davvero breccia, senza dubbio inferiori a quelli proposti con la sua band - che, comunque, in linea di massima non mi fa gridare al miracolo -. 
Molto meglio la giovane Hailee Steinfeld, in un ruolo marginale ma in grado di proiettarmi, nel rapporto con suo padre, nel pieno delle atmosfere che di norma si respirano in Californication e tra Becca e Hank Moody.
Ma è troppo poco per una pellicola che ha finito per raccogliere consensi un pò ovunque nella blogosfera e non, firmata dall'autore dell'ottimo Once e che pur non essendo, di fatto, mal riuscita o più semplicemente brutta ha finito per attraversare il sottoscritto senza lasciare alcun segno: non so se sia una questione di età - se l'avessi vista una decina d'anni fa, forse, mi avrebbe toccato più in profondità -, di sensibilità o semplicemente di compatibilità, ma Tutto può cambiare è scivolato via senza lasciare alcuna traccia se non un interessante ritratto di una delle città più affascinanti del mondo - della quale conservo un ormai sbiadito ricordo di quell'ottobre millenovecentonovantaquattro, quando la visitai con gli occhi sgranati di fronte alla grandezza del mondo che iniziavo a provare sulla pelle - ritmata da una selezioni di canzoni decisamente troppo delicate per un palato come il mio.
Certo, considerato come sono andate le cose di recente, non ci troviamo di fronte alla peggiore delle uscite in sala, ma rimanendo in tema di classifiche, Musica e sensazioni, e per parafrasare il Rob del già citato Alta fedeltà, senza dubbio non mi sognerei neppure per sbaglio di considerare il lavoro di Carney degno di una qualsiasi "top five", positiva o negativa che sia.
E per un brano musicale, così come per un film, forse è una cosa addirittura peggiore rispetto ad una stroncatura adatta alle peggiori bottigliate.



MrFord
"You must remember this
a kiss is still a kiss
a sigh is still (just) a sigh
the fundamental things apply
as time goes by."
Frank Sinatra - "As time goes by" - 
 

lunedì 12 maggio 2014

Enough said - Non dico altro

Regia: Nicole Holofcener
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 93'





La trama (con parole mie): Eva è una donna di mezza età divorziata ormai da dieci anni, con una figlia sul punto di lasciare casa per affrontare l'esperienza del college ed una vita scandita dal lavoro di massaggiatrice. Quando, ad una festa, conosce Albert, i due scoprono di avere molte cose in comune, dall'imminente partenza delle figlie al matrimonio fallito alle spalle: passo dopo passo, il loro rapporto comincia a funzionare, e ne nasce una storia che potrebbe significare un nuovo inizio per entrambi.
Quando, però, Eva scopre di avere tra le sue clienti l'ex moglie di Albert, comincia ad associare i racconti denigratori della donna al suo rapporto con lui, finendo per minare lo stesso alla base: riuscirà il legame a resistere agli echi del passato e ai difetti che ognuno si porta dietro in un rapporto di coppia?









Impegnarsi in una storia a lungo termine non è affatto una cosa da poco: occorre considerare di mettere sul piatto i propri difetti ed avere la pazienza di mescolarli con quelli dell'altra persona dal momento in cui il primo periodo, fatto di sesso, divertimento e sole cose positive lasci il posto ad una quotidianità che deve riuscire a rendere parte dei sentimenti che si provano anche gli aspetti che si detestano del proprio partner.
Per anni ho sempre avuto il terrore di questo tipo di confronti, e ricordo bene quando, ai tempi del liceo, vedevo i miei amici cominciare a scambiarsi regali con le fidanzate per il primo mese insieme ed io cercavo in tutti i modi di far naufragare le mie "relazioni" - se così si possono chiamare, a quell'età - prima che si arrivasse alla fatidica data, evitandomi cose imbarazzanti come i suddetti regali o un'uscita a due nel mondo esterno che non avevo affatto voglia di affrontare.
In questo senso, con l'età si tende sempre a crescere ed affrontare le cose in modo molto diverso, eppure non cambia la fatica - parlando a partire dal suo senso positivo, si intenda - che costa mantenere una relazione anche e soprattutto in barba a quelli che sono i difetti, le manie, i punti deboli che ognuno si porta dentro e che, come il Santo Bevitore della leggenda, per quanto possano chiedere perdono, difficilmente spariranno per sempre dalla nostra Natura.
Enough said, che avevo colpevolmente snobbato all'uscita in sala un paio di settimane or sono considerandolo, sulla carta, la più banale e già vista tra le proposte indie in stile Sundance, racconta con grande sincerità, ironia ed onestà emotiva ed intellettuale proprio questo aspetto delle relazioni tra "adulti", ammettendo che tutti noi si possa essere considerati tali quando di mezzo ci si mettono le affinità, il sesso o il cuore.
Nicole Holofcener, sfruttando una delle ultime interpretazioni di James Gandolfini ed un'ottima Julia Louis-Dreyfus, racconta in pieno stile Drinking buddies le vicende di due cinquantenni con alle spalle un matrimonio fallito alle prese con l'inizio e forse la fine di una relazione che potrebbe significare per entrambi un nuovo inizio, a partire dalle stimolanti ed eccitanti prime uscite - grazie alle quali il brivido rispetto a quello che potrebbe accadere non pare essere diverso da quello delle figlie adolescenti dei due, alle prese con i primi turbamenti sessuali - fino ai difetti e alle manie personali che escono passo dopo passo mettendo alla prova qualsiasi relazione, dalla più collaudata a quella destinata a fallire presto e volentieri: qualche anno fa, in occasione di uno di quei pranzi di famiglia che volentieri cercherei di evitare, conobbi i genitori ultraottantenni del compagno di una delle zie di Julez, che affermarono senza mezzi termini che il segreto di un rapporto pronto a durare una vita è basato principalmente sulla capacità di sopportarsi e perdonarsi a vicenda, prima ancora che sull'amore - comunque si voglia mettere quest'ultimo -.
Ora, nessuno avrà mai la verità assoluta in tasca, eppure ho sempre pensato che parte del fascino di una storia importante fosse l'attrattiva che principalmente i difetti - fisici o non - riescono ad esercitare, alimentando la curiosità o stimolando il confronto, anche quando lo stesso finisce per non essere propriamente positivo: l'importante è che, alla base di tutto, resti la volontà di costruire qualcosa, senza darlo per scontato o arrendersi, o sabotarlo più o meno indirettamente come Eva nel corso della pellicola o io stesso ai tempi delle superiori: per il resto, nessuno svelerà mai questo grande mistero con un colpo di genio o una trovata naif, ma è un piacere incrociare il cammino, a volte, di opere che riescono a toccare cuore, pancia e cervello come questa.
Enough said è stato come un'uscita cui non avrei dato un soldo bucato - o al massimo concesso le speranze della scopata di una notte - e che, al contrario, si è rivelata la base giusta per iniziare una storia.
Come poi andrà a finire la stessa, a nessuno è dato di saperlo.
Ma è bello e confortante pensare che sarà quella che sarà, con tutti i suoi pregi e, perchè no, tutti i suoi difetti.




MrFord




"I like the color of your hair,
I think we make a handsome pair.
I can only see my love growing
I like the way this is going."
Eels - "I like the way this is going." -




mercoledì 18 settembre 2013

Una fragile armonia - A late quartet

Regia: Yaron Zilberman
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
105'




La trama (con parole mie): un quartetto d'archi di fama mondiale, The Fugue, affiatato ed al lavoro da quasi trent'anni, deve affrontare l'inizio delle prove per la nuova stagione di concerti sotto i peggiori auspici. Il suo membro più anziano, infatti, dopo la perdita della moglie, deve affrontare le prime fasi del Parkinson, e prima di decidere di ritirarsi ufficialmente cerca di essere pronto per la prima esibizione del gruppo, che sarà anche la sua ultima.
Con l'annuncio della sua defezione, si crea una spaccatura nel cuore di quella che pareva una squadra assolutamente affiatata e che porta ad un confronto drammatico celato da decenni di musica suonata sempre uno accanto all'altro.
Scritta in questo modo la trama di Una fragile armonia può sembrare una vera palla, ma sono sicuro che la recensione riuscirà a tirarvi su il morale: anche perchè, a grande richiesta, torna a firmare un pezzo del Saloon nientemeno che Julez.


Late Quartet o Il Quesito della Susi

- La bionda wannabe Scarlett Johannson è figlia di chi siede a sx di quello con la barbetta scura
- Juliette è il nome della suonatrice di viola
- Chi siede all'estrema sinistra ha la faccia da killer dell'Est Europa ed è credibile nel ruolo del musicista come Berlusconi lo è in quello del casto samaritano
- Chi ha il Parkinson ha perso la moglie mezzo-soprano un anno prima. E ha anche una certa dose di sfiga
- Il quartetto rischia di sciogliersi parte prima
- Noia noia noia
- A quanto pare creare un quartetto è molto più difficile che creare un trio
- Così a cazzo, dopo anni di vuoto cosmico, fa una comparsata nel ruolo di chissà... mhhh.... un musicista? Il Vizzini de La Storia Fantastica
- Il secondo violino si scopa una ballerina di flamenco con un gran bel culo
- La viola non è sposata con il primo violino ma con quello che vorrebbe esserlo
- Noia noia noia
- La 131 di Beethoven è una lagna mortale, come tutte le musiche proposte nel film
- Juliette ha i capelli scuri ed è interpretata da un'attrice che ha fatto qualcosa come 250mila film (tra cui Cyrus, Synecdoche New York e 40 anni vergine) e di cui vi sfido a ricordarne il nome senza ricorrere a IMDB
- Le donne di questo film sono un invito all'omosessualità maschile o all'autoevirazione
- I musicisti sono pazzi
- Daniel sembra uno zingaro e tutti e 3 gli attori del quartetto (più Vizzini) possono entrare di diritto nei best of puzzacazzi
- Nonostante ciò Philip Seymour Hoffman è un sempre molto bravo attore
- Non so l'italiano
- Noia noia noia
- Lo zingaro-non zingaro ha una vita di merda (come quella che canti. cit.)
- Quante storie si possono fare per un quartetto che si scioglie. E noi che ci preoccupiamo per lo spread
- Non avevano già fatto un film che si intitolava QuartetT? Ah sì era una palla pure quello. Nomen omen
- La figlia di quello che vuole fare il primo violino vuole farsi il primo violino
- A ME LA MUSICA CLASSICA PIACE MA QUI SI ESAGERA
- Amadeus je fa 'na pippa a 'sto film
- Sedute di psicanalisi tra zingaro- non zingaro e wannabe Scarlett Johannson
- Sedute di ginnastica per vecchi spacciate per riabilitazione per malati di Parkinson
- Ma un "Volo del Calabrone", un "Bolero", un "Requiem", un pò di "Carmina Burana" o qualcosa di un pò più vivo no? Mi va bene pure Fabri Fibra
- Noia noia noia
- La viola è frigida
- La figlia della viola è un'attizzacazzi
- 25mila DOLLA per un violino? Che sia almeno amore lungo lungo!
- Quanto dura il film? 105 minuti???????????????????
- Ad un certo punto a nessuno frega più un cazzo del vecchio col Parkinson
- Daniel (lo zingaro-non zingaro, primo violino) sta un cesso di merda e bacia la figlia di violino 2 come se avesse l'herpes genitale spalmato su tutta la faccia
- Il quartetto rischia di sciogliersi parte seconda
- Chi ha scritto la sceneggiatura non ha una vita sociale umanamente accettabile
- La vita dei musicisti sucks. Sono noiosi anche i loro litigi
- Quanto si può arrivare ad essere moralisti dopo 185 anni di suonamento di violoncello?


Il quesito della Susi è:

Chi è Peter?

Sarei stata più felice se avessi scopato per 105 minuti invece di guardare questo film?



VOTO: PALLA AL CAZZO, GATTO ATTACCATO AI MARONI e anche CAZZO DOMATTINA ALELEO SI SVEGLIA ALLE 7 E IO SONO QUI A SCRIVERE LA RECENSIONE DI UN FILM DI MERDA



"Eravamo quattro amici al bar 
che volevano cambiare il mondo 
destinati a qualche cosa in più 
che a una donna ed un impiego in banca 
si parlava con profondità di anarchia e di libertà 
tra un bicchier di coca ed un caffè tiravi fuori i tuoi perché e proponevi i tuoi farò."
Gino Paoli - "Quattro amici" -


Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...