La scuderia HBO, nel corso degli anni, è diventata per il piccolo schermo e qui al Saloon una sorta di istituzione, una specie di Studio Ghibli di serie e miniserie, consolidata da una nutrita schiera di successi e cult uno più bello dell'altro regalati al pubblico: Mildred Pierce, elegantissima mini progettata dall'altrettanto elegante Todd Haynes - da queste parti sempre amato -, nonostante fosse parte del novero e sospinta da recensioni solo favorevoli, è finita inspiegabilmente nel dimenticatoio di casa Ford per anni prima di essere riscoperta e divorata come è giusto che accada per produzioni solide ed intense come questa, umane nell'emozionare e notevoli nella messa in scena.
Le vicende di Mildred Pierce, madre di famiglia costretta a ricominciare praticamente da zero dopo una separazione negli anni appena successivi al crollo del ventinove ricordano i grandi romanzi del secolo scorso, toccano perchè legate a tematiche molto vicine alla gente comune - la necessità di provvedere alla propria famiglia, il rapporto tra genitori e figli, le vicissitudini gioiose o terribili che la vita ci mette di fronte - portate in scena da un gruppo di attori in grandissimo spolvero a partire dalla protagonista, una Kate Winslet sempre credibile e convincente che è riuscita a riportare alla mente cose ottime come Revolutionary Road, sospinta da due spalle perfette - Guy Pierce e Evan Rachel Wood - ed un gruppo di caratteristi perfetti per i ruoli assegnati.
Certo, manca forse la scintilla travolgente di produzioni come Lontano dal paradiso, se non nei confronti più aspri tra Mildred e sua figlia Veda o nello straziante secondo episodio, che vede la morte della secondogenita della donna, ma resta indiscutibile il valore complessivo di questo ennesimo successo firmato da HBO, che avvince grazie alla sua umanità ben più che alla tecnica sfruttata dai suoi autori e racconta una vicenda che si finisce per seguire neanche si fosse precipitati tra le pagine di un libro dal quale non ci si riesce neppure volendo a staccare.
Un'opera che dipinge il ritratto fallibile e forte di una protagonista femminile tra le più interessanti che siano passate su questi schermi negli ultimi mesi, una donna sempre pronta a lottare per il proprio amore ed i sogni che lo stesso smuove - che si tratti delle proprie figlie, della dignità lavorativa e personale, del futuro, dei compagni scelti per la vita, o un tratto della stessa - ma non per questo distante da quanto non deve essere stato nella California degli anni trenta per molte come lei o anche ora, in tutto il mondo.
Di recente, nel post dedicato a Big Little Lies, mi è capitato di scrivere quanto la figura della Donna sia il fulcro non solo delle singole esistenze di tutti noi, ma anche della società e del mondo: in un certo senso, penso che Mildred Pierce abbia incarnato alla perfezione il concetto.
Vittoria e sconfitta, gioia e dolore, sogni e realtà.
Cambiare prospettiva, spesso e volentieri, significa affrontare rotture di palle non indifferenti e fatica doppia rispetto a quanto la vita ci riservi in una rodata quotidianità.
Personalmente, mi piace crogiolarmi nei miei rituali, dall'allenamento alla bevuta, dalla visione del film o della serie televisiva ai momenti dedicati ai Fordini, e via discorrendo: l'unico cambiamento che ho finito per accettare da subito di buon grado è stato quello che mi ha visto da casalingo in questi ultimi mesi, in attesa di scoprire quale sarà il prossimo passo, e se verrà compiuto qui o da un'altra parte del mondo.
Senza dubbio, cambiare porterà sconvolgimenti che almeno in principio non saranno facili da gestire, e per esperienza so che potrebbero costare qualche incazzatura, o pensiero che, forse, decidere di stare fermi è la scelta più goduriosa che si possa fare: peccato che, rituali a parte, io non sia affatto una persona in grado di attendere che il cadavere del nemico passi lungo il fiume, e dunque mi toccherà allargare le spalle e prepararmi a quello che sarà il futuro mettendo in conto anche e soprattutto i colpi bassi.
Aspettando il re - o, come al solito molto più indicato, A hologram for the king - è legato a doppio filo proprio a queste tematiche, e nonostante non avessi aspettative particolarmente alte - anzi, direi il contrario -, il regista fosse il sopravvalutato Tom Tykwer - che, a parte la co-regia di Cloud Atlas, non mi ha mai particolarmente impressionato - ed il protagonista Tom Hanks, che per quanto non riesca a starmi antipatico trovo allo stesso modo quasi sempre un pò troppo simile a se stesso, devo ammettermi di essere passato attraverso la visione con una sensazione di piacere simile a quella che si prova, finito un allenamento, a tornare a casa, farsi una doccia e schiaffarsi sul divano, consci di aver dato quello che si doveva dare e pronti al relax.
Pur non avendo letto il romanzo di Dave Eggers - che mi sta cordialmente sul cazzo - dal quale è stato tratto, e non considerandolo certo perfetto, ho trovato Aspettando il re una sorta di fratello maggiore e più fine dello scombinato - e comunque divertente, a conti fatti - Rock the Kasbah con Bill Murray protagonista, un'altra storia di rilancio e scommessa su se stessi legata ad un main charachter che, almeno sulla carta, dovrebbe essere ormai nella fase "calante" della sua avventura.
Ed il bello, a conti fatti, come per i cambiamenti, è proprio questo.
Nella vita non c'è una fase calante.
Certo, invecchiamo, ci sformiamo, ci ammaliamo e moriamo, ma questo non deve precludere la volontà e la voglia di fare fronte alle sfide, al desiderio di vivere, di scoprire che nostra figlia ci chiama per piacere e non per bisogno - "Vuol dire che sei bravo" - e che anche in mezzo ad un deserto la possibilità di trovare un'oasi c'è sempre.
In questo senso e da questa prospettiva il lavoro di Tykwer regala quella sensazione di seconda chance perfetta per la primavera - anche se ormai siamo in estate -, ed il pensiero che, in fondo, nonostante la paura, le limitazioni, l'ignoranza ed un sacco di stronzi il mondo resti ancora un luogo da scoprire, in cui bastano pochi accorgimenti - come un costume da uomo su una donna - per aggirare le assurdità ed esplorare la parte più bella e viva di qualsiasi cosa.
Cambiare prospettiva, spesso e volentieri, significa affrontare rotture di palle non indifferenti e fatica doppia rispetto a quanto la vita ci riservi in una rodata quotidianità.
Ma non è detto che proprio quelle rotture di palle non possano, un giorno, farci svegliare come uomini e donne arricchiti di qualcosa che vada oltre i concetti di carriera, doveri, incombenze: il cambiamento di prospettiva, nel bene o nel male, va preso come un'opportunità.
E le opportunità restano la scossa che rende più vivi anche i più vivi.
In barba agli ologrammi.
Quando, lo scorso anno, il mio cammino incrociò per la prima volta quello di Claudio Caligari grazie a Non essere cattivo - purtroppo, ultimo film del regista prima della scomparsa -, rimasi colpito al cuore: da tempo, nonostante discrete ma patinatissime produzioni come Suburra o ACAB, infatti, non mi capitava di finire catapultato nel cuore della Roma criminale neanche fossi tornato ai tempi della serie Romanzo Criminale, delle borgate raccontate da Pasolini o degli esempi di cinema noir rozzo e cattivo come quello di Cani arrabbiati di Bava.
L'odore della notte, lavoro precedente del regista - datato novantotto, giusto per dare un'idea delle difficoltà produttive cui Caligari andò incontro nel corso di tutta la carriera -, traccia in un certo senso il percorso proprio di Non essere cattivo, forse in modo meno incisivo e dirompente ma non per questo poco ispirato o funzionale.
Le vicende del piccolo gruppo di criminali "di quartiere" - all'interno del quale trova spazio un allora quasi mio coetaneo Marco Giallini, lontano dai fasti e dal successo attuali - guidati dall'ex poliziotto in cerca di adrenalina interpretato da Valerio Mastandrea definiscono ed alla grande lo status di outsiders - o losers, verrebbe da scrivere - della bassa manovalanza della strada, che vive rapine ed esistenze al di fuori della Legge quasi come una rivincita verso il Destino o tutta quella classe sociale e politica protetta da Potere e Denaro che complotta, organizza e progetta in modo che lo status quo del mondo possa non cambiare mai.
L'odore della notte è la storia della parabola discendente - che pare a tratti voluta, quasi autodistruttiva, a tratti inevitabile, quasi non ci fosse alternativa alla sconfitta - delle piccole realtà di quartiere, del crimine "operaio" e di tutti i disadattati che sguazzano in uno stagno neanche si trovassero nel più grande e ricco - in termini di prede - degli oceani.
Da questo punto di vista il lavoro del regista è ottimo soprattutto nell'umanizzazione dei main charachters, che perfino a fronte delle loro azioni peggiori paiono vulnerabili e figli di un disagio profondo ed intimo, di una società che li ha voluti lì dove si trovano quasi fin dalla nascita.
Non mancano una percentuale di grottesco - l'ultima rapina nella villa, l'incontro con Little Tony - ed un tocco artigianale che rendono il tutto quasi "grindhouse" - come la metterebbe Tarantino -, così come una partecipazione sentita da parte di tutti i protagonisti, che paiono usciti dritti dritti da quei luoghi popolari - nel senso buono del termine - ma degradati e lontani dalla città "vera" o dal sottobosco urbano descritto, tra gli altri e alla grande, dal già citato Pasolini.
E la riflessione sul moto che porta qualcuno sulla "cattiva strada" - e qui entra in campo un altro mostro sacro, De Andrè - oltre alla ricerca di un brivido che nient'altro, probabilmente, nel corso di una vita "normale", può dare, ovvero la volontà segreta - come pare sia per la maggior parte dei serial killers - di correre incontro al fallimento, sfiorarlo ogni volta con più decisione fino a finire mangiati dallo stesso per stanchezza, età, desiderio di andare davvero oltre.
Ma sarà davvero così?
Sarà paura di vincere, o di essere come quelli che additiamo come "cattivi"?
Non essere cattivo, avrebbe recitato il film segnalato in apertura di post.
E già, non dovremmo.
Ma a volte il richiamo della foresta è più forte di qualsiasi altro.
Di norma, quando affronto una pellicola targata Dreamworks - specie se, fin dai primi teaser, ha il sapore di quelle trovate di marketing buone per attrarre le famiglie in sala e tener buoni i piccoli e a condensare proprio nel trailer il suo meglio - sono sempre molto, molto più cauto rispetto a quanto non capiti con produzioni jappo, Disney o Pixar, e raramente negli anni mi sono trovato a ricredermi rispetto al risultato finale: certo, non si parla di nulla che sia nocivo, o di davvero terribile, ma è anche molto difficile chiudere la visione sorpresi - in positivo, ovviamente -.
Pets - Vita da animali, uscito a seguito di una di quelle campagne pubblicitarie che fanno sperare per il peggio più imponenti degli ultimi mesi, invece, si è rivelato uno dei rari casi in cui, effettivamente, tutto va come deve andare: a partire dall'idea di base - cosa combinano i nostri animali domestici quando noi non siamo in casa? -, che richiama quella dell'originale Toy Story senza che la cosa pesi poi troppo fino ai simpatici protagonisti, tutto funziona e scivola via in gran scioltezza riuscendo a conquistare grandi e piccini pur non inventando nulla o superando due esempi pronti a far scattare immediatamente il paragone - parlo del più che discreto Bolt di qualche anno fa o del recente e piacevolissimo Zootropolis -.
Le disavventure di Max e Duke, da forzati "coinquilini" ad amici pronti a salvarsi la pellaccia l'un l'altro, riescono a trascinare lo spettatore in un'ora e mezza scarsa di indiavolate scorribande animali - fantastico il barboncino metallaro, con il maiale tatuato il mio favorito - tutte giocate sullo sfondo di una New York realizzata in maniera davvero strabiliante, passando da Manhattan alle fogne - all'interno delle quali, a quanto pare, qualche coccodrillo si può davvero trovare, e non solo -, trascinate dal rapporto da bromcom dei due cani protagonisti e dall'energia inesauribile del coniglietto a capo degli animali ribelli, tutti abbandonati da padroni stanchi di stare dietro alle esigenze ed ai caratteri dei loro compagni a quattro zampe.
Un piacevole intrattenimento, dunque, che trova un punto d'incontro piuttosto equilibrato tra le esigenze dei piccoli e quelle degli adulti che li accompagnano, che senza dubbio farà venire voglia ai figli di chiedere ai genitori un animale domestico - e qui al Saloon siamo fortunati per il fatto di avere due gatti, che la Fordina sia ancora troppo piccola e che il Fordino, invece, più che un cane vorrebbe un gorilla, un coccodrillo o un ippopotamo, tutte soluzioni che lui stesso capisce non essere attuabili - e che può contare su personaggi di contorno azzeccati e divertenti, così come su uno spirito che pare affrontare le differenze tra i diversi animali - ho trovato esilarante la sequenza dei cani rapiti dalla palla presi in giro dalla gatta a sua volta ipnotizzata dal puntatore laser manovrato dall'uccellino - neanche parlassimo di una commedia non proprio corretta legata alle differenze razziali di noi umani.
Insomma, non saremo dalle parti delle pietre miliari Disney, il Fordino - occorre ammetterlo che vederlo in lingua e sottotitolato rende per lui le cose ancora un pochino difficili - forse non lo metterà mai alla pari dei suoi cult Kung fu panda, Monsters&Co o Madagascar, ma da queste parti ce lo siamo decisamente goduto, chiedendoci cosa riescono a combinare quei due sciroccati di Diego e Mia - i nostri quadrupedi - quando noi non siamo in giro per casa.
Considerate le premesse, direi che la bestia umana si può tranquillamente definire sazia.
Come dimostrano le lunghe serie di post dedicate a Mondiali ed Europei,
qui al Saloon il calcio è sempre stato ben accolto, in barba agli haters
ed ai fighetti che, in occasione delle manifestazioni suddette,
finiscono a fingere di tifare per squadre estere salvo poi,
eccezionalmente, tornare indietro in caso di vittoria o con una punta di superiorità affermare che a loro "il calcio non interessa": una delle figure
più mitiche che il pallone abbia regalato ai suoi tifosi - forse la più
mitica, insieme a quella di Diego Maradona - è senza alcun dubbio quella
di Pelè, per molti il giocatore più forte della storia di questo sport.
A
cavallo tra il Mondiale carioca e l'Olimpiade di Rio, una pellicola da
grande distribuzione dedicata alla celebrazione della sua ascesa,
partita dalle favelas e culminata con la finale del Campionato del mondo del
cinquantotto vinto a sorpresa contro la favoritissima Svezia padrona di
casa ed allora praticamente uno schiacciasassi, pareva un'idea pressoche
perfetta, considerato il ruolo di ambasciatore sportivo occupato da O
Rey negli anni: peccato che, nonostante il fascino indubbio che questo
sport riesce ad esercitare sul sottoscritto, la rivalità tra Pelè e
Altafini, la presenza di Vincent D'Onofrio ed il ruolo che la ginza -
stile legato alle tradizioni di origine africana dei primi schiavi
portati in America ai tempi del colonialismo ed alla nascita della
capoeira che rese famosi fuoriclasse come Pelè o Garrincha - ebbe nella
rivincita sportiva ed umana di quel Brasile, il film risulti talmente
romanzato, patinato, scritto e realizzato ad uso e consumo della
commercializzazione più bieca da quasi infastidire anche in momenti
piacevoli come l'omaggio a Pelè in persona, che compare brevemente nel
corso della scorribanda dei giocatori della nazionale verdeoro dentro e
fuori l'albergo che la ospita prima della finale insperata contro la già
citata Svezia.
Siamo dunque lontani da esempi di perfetto
Cinema calcistico come Il maledetto United o Fuga per la vittoria - che,
peraltro, vedeva proprio Pelè tra i protagonisti -, e più vicini ad una
versione meno avvincente e ben riuscita di pellicole dedicate alla
rivincita degli outsiders come The Millionaire, che probabilmente il
pubblico occasionale o non amante del calcio non potrà cogliere in tutte
le sue sfumature e quello invece innamorato della settima arte troverà
scontato o retorico - la morte del piccolo amico di Pelè in gioventù -:
l'atmosfera è quella della visione da tv in una serata in cui non si è
trovato nient'altro da vedere di più interessante, e benchè si finisca
comunque per farsi coinvolgere dalla ginza dei giocatori carioca ansiosi
di dimostrare il loro valore ed il loro retaggio al mondo ed ai
detrattori, tutto risulta per essere davvero troppo poco per poter
considerare non tanto come memorabile Pelè - Birth of a legend, ma anche
soltanto meritevole di una menzione che possa rimanere impressa nella
memoria a fine stagione.
Se, dunque, O Rey è stato un
fuoriclasse assoluto ed uno dei giocatori simbolo di quello che è lo
sport più seguito al mondo, il film che ne celebra gli esordi e
l'ascesa dal Santos alla Nazionale non è neppure paragonabile all'ultimo
dei panchinari.
Domenica sera è andata in scena allo Stade de France di Saint Denis la finale di Euro 2016, competizione calcistica che ha visto confrontarsi ventiquattro nazionali nel corso di un mese di partite, sorprese, polemiche e tormentoni di ogni genere, dall'haka stile geyser diventato ormai virale dei giocatori islandesi al tiro al bersaglio sul nostrano Pellè dopo il rigore sbagliato contro la Germania ai quarti di finale.
Di fronte, il Portogallo ancora in cerca di una grande affermazione internazionale di Cristiano Ronaldo - al suo quarto Europeo - e la rinnovata, giovane e multietnica Francia di Deshamps, forse la formazione più "simpatica" dei nostri cugini ed eterni rivali d'oltralpe da trent'anni a questa parte.
Considerati i due percorsi, almeno sulla carta non c'era partita: Francia molto più prolifica, più tecnica, semplicemente più forte, sostenuta da un Griezmann - capocannoniere del torneo - in grandissimo spolvero, Portogallo più contenuto e contenitivo, ripescato tra le migliori terze e capace di vincere entro i novanta minuti soltanto in semifinale contro il Galles.
Nessuna delle due era particolarmente favorita alla vigilia della manifestazione, e nessuna delle due ha mostrato cose clamorose, ma senza dubbio i Blues partivano - da padroni di casa, come se non bastasse - nettamente in vantaggio rispetto agli avversari.
E dev'essere quello che hanno pensato tifosi e giocatori anche e soprattutto quando, a seguito di un'entrataccia di Payet - una delle sorprese dell'Europeo - all'ottavo minuto, Cristiano Ronaldo, capitano del Portogallo ed uno dei giocatori più attesi della partita, dopo un quarto d'ora di inutili tentativi, si arrende uscendo in barella, sostituito dall'ex bidone Quaresma.
Lo ammetto, l'ho pensato anch'io. Simpatizzando per i lusitani, ho temuto che si sarebbe ripetuta una storia come quella del quarto di finale che ha visto proprio la Francia spezzare il sogno dell'Islanda.
E invece no, come direbbe il Lucarelli dei tempi d'oro di Blu Notte.
Perchè non solo i ragazzi in rosso si compattano e non perdono la calma, imbrigliando una Francia abulica che, fatta eccezione per un colpo di testa pazzesco di Griezmann e le giocate di Sissoko non mostra nulla di quanto portato in campo contro la Germania, ma attendono, da buoni nostalgici a ritmo di fado, il momento propizio.
Un momento che si può riassumere in due eventi: il palo di Gignac a termine di un'azione splendida che ha impedito alla Francia di andare in vantaggio e l'ingresso in campo del semisconosciuto Eder - che, accenti a parte, condivide il cognome con il nostro attaccante -, pronto a cambiare la partita prima interpretando alla grande il ruolo di boa centrale e riferimento offensivo per i compagni come sponda, dunque tirando fuori dal cilindro un gol che, probabilmente, resterà il più importante della sua carriera.
A conti fatti, per quanto non fosse certo tra le mie squadre preferite, sono contento per il Portogallo: è il primo trionfo internazionale per una squadra da sempre presente nelle fasi finali di queste competizioni eppure sempre perdente, in questo caso ennesima dimostrazione che, in questo tipo di tornei, contano più coesione e determinazione che non spettacolo o tecnica, e la consacrazione definitiva di Cristiano Ronaldo, che potrà non essere simpatico - anche se ho apprezzato molto il suo invito alla vedova di Borgonovo, che quelli della mia generazione ben ricorderanno come uno dei primi calciatori a testimoniare il dramma della SLA, per la finale - ma che, se rapportato al suo eterno rivale Messi, dimostra ancora una volta un carisma ed un carattere che la Pulce può solo sognare.
Dalla rabbia e le lacrime per l'infortunio agli incitamenti ai compagni nel corso dei supplementari a bordo campo fino alla gioia incontenibile per la vittoria, si può dire che CR7 abbia vinto anche e forse più fuori che non dentro al campo.
Ora non ci resta che attendere due anni, e scoprire cosa accadrà quando i Mondiali torneranno a far parlare di calcio una volta ancora questo vecchio cowboy.
La trama (con parole mie): Anthony Scott, adolescente americano cresciuto a Boston, giunge nelle Filippine per incontrare il padre, giornalista d'assalto finito "confinato" in Oriente a causa delle sue inchieste scomode, in modo da recuperare il rapporto con lo stesso, più difficile dopo la separazione di quest'ultimo dalla madre. Entrato in conflitto con un giovane delinquente del luogo, Quino, Anthony si complica la permanenza sfidando apertamente lo stesso, addestrato tempo prima da un leggendario maestro di arti marziali, Kimura, che proprio a seguito della condotta di Quino ha deciso di lasciare l'insegnamento e la civiltà per vivere come un eremita nella foresta.
Ferito gravemente dopo uno scontro con Quino, Anthony viene ritrovato e salvato proprio da Kimura, che deciderà di addestrarlo in modo da renderlo in grado di sconfiggere il suo vecchio allievo: tornato a fronteggiare il rivale, Anthony avrà dalla sua l'esperienza del maestro ed il letale "Colpo del drago".
Ricordo benissimo i tempi in cui, tra la fine delle elementari e l'inizio delle medie, attraversai la fase arti marziali della mia vita di spettatore, dalle prime, mitiche visioni dei cult con Bruce Lee alle pietre miliari come Kickboxer o Senza esclusione di colpi con Van Damme fino a quello che considero come uno dei passaggi fondamentali dalla mia infanzia con la saga di Karate Kid.
Proprio a seguito del successo di quest'ultimo, qui in Italia si pensò immediatamente a cavalcare l'onda come negli anni settanta fu per il Western, l'Horror ed in parte per quello che, poi, fu rivalutato come Poliziottesco, sfornando, con tanto di nomi anglofonizzati e girato in inglese, una versione nostrana e dei poveri proprio del lavoro di John Avildsen, con protagonista un giovanissimo Kim Rossi Stuart che, nei panni del classico teenager americano cresciuto nella bambagia, finisce per provare sulla pelle la dura vita di un paese in cui sopravvivere non è così semplice, prendersi i suoi schiaffoni ed ovviamente sfoderare un comeback con tanto di improbabile addestramento con un leggendario maestro in tempi da fantascienza - almeno il buon vecchio Daniel-San qualche mese di dai la cera togli la cera se l'è schiaffato, mente qui in una settimana scarsa si impara a meditare, "essere uomini" e sfoderare il famigerato Colpo del drago, che se non ricordo male ai tempi fu un must al parco tra me e i miei amici -.
Curioso, invece, come non avessi mai più pensato di tirare fuori dal cilindro dei ricordi questa pellicola - per quanto ne avessi ancora benissimo a mente i passaggi principali -, se non che il mio collega, amico e compare Steve detto Tango, in onore della serata dedicata all'ultima Wrestlemania ha deciso di omaggiarmi dei dvd dei primi - e di qualità "più alta" - tre capitoli di un brand che ai tempi proseguì addirittura fino al sesto lungometraggio: a quel punto non potevo più esimermi, tornando sulle tracce di Anthony Scott e del kimono d'oro, probabilmente insieme alla canotta di Jack Burton ed alla fascia del già citato Karate Kid uno degli oggetti di culto della mia prima adolescenza - e non solo di allora, tengo a sottolineare -.
Il ritorno alle immagini ed alle atmosfere dei tempi, così come a passaggi che ricordavo come se li avessi visti ieri - il brutale pestaggio di Anthony o il combattimento finale -, con i colpi di alluce di Quino ed il trionfale finale "cieco" prima del Colpo del drago mi ha divertito non poco nonostante l'ingenuità della proposta, figlia di un'epoca nel corso della quale bastava davvero poco - e non in senso necessariamente negativo - per intrattenere un pubblico che forse era più naif, ma che mostrava desiderio e voglia di essere, per l'appunto, intrattenuto.
In un certo senso, rivedere Il ragazzo dal kimono d'oro è stato come ritrovare a casa dei genitori la vecchia console con i primi videogiochi che ai tempi ci sembravano spettacolari e difficilissimi e che, ora, abituati alla Playstation 4 ed a prodotti sempre più simili a film finiscono per apparire elementari e semplicissimi.
Dal canto mio, quando capita di andare a trovare i vecchi Ford in montagna, non sento mai troppo dispiacere ad accendere e far girare qualche vecchia cartuccia sul Sega Mega Drive.
Più o meno è la stessa sensazione che ho provato vedendo Kim Rossi Stuart che indossa il mitico kimono d'oro.
MrFord
"His rise was irresistible (yeah) - he grew into the part
his explanation simply that he suffered for his art
no base considerations of some glittering reward
the prize was knowing that his work was noticed and adored."
La trama (con parole mie): Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times specializzato in storie di strada, si imbatte per caso nell'homeless Nathaniel Ayers, che si rivela essere un talentuoso musicista che decenni prima abbandonò la prestigiosa Julliard di New York a seguito di un crollo psicotico. Fiutato il grande servizio e dunque coinvolto in una sempre più stretta, combattuta e sincera amicizia, il reporter si lega inesorabilmente al musicista, finendo per conquistare i lettori e trovandosi di fronte ad una delle sfide professionali e soprattutto umane più toste della sua vita: guadagnare, infatti, la fiducia di una personalità fragile come quella di Ayers risulterà essere più difficile che conquistare premi assegnati per servizi ed inchieste.
Riuscirà il giornalista a scindere i due lati della vicenda, o rimarrà schiacciato dalla personalità traboccante del suo nuovo amico?
Ho sempre trovato, malgrado la diversità di tematiche e generi rispetto a quello che è lo "standard fordiano" Joe Wright un tipo tosto, pronto perfino a regare un piccolo cult al Saloon grazie allo splendido Espiazione, forse uno dei film romantici più apprezzati da queste parti negli ultimi anni.
Proprio a seguito della pellicola appena citata, il regista anglosassone sbarcò dalle parti di quella Hollywood tanto brava a fabbricare sogni quanto ad affossare promettenti registi provenienti dall'altra parte dell'oceano - ricordo l'esempio clamoroso di Von Donnersmarck, passato dal Capolavoro Le vite degli altri alla merda mortale The tourist prima di scomparire nel nulla -: malgrado, ai tempi, fossi molto curioso di scoprire cosa avrebbe potuto combinare il buon Joe avendo a disposizione un setting diverso e due attori sicuramente interessanti come Robert Downey Jr e Jamie Foxx, Il solista rimase una sorta di desiderio inespresso, quasi ci fosse qualcosa pronto a puzzare come una calza sudata dimenticata sotto il letto.
La prossima volta dovrò segnare a caratteri cubitali di dare retta al mio istinto senza dover necessariamente fronteggiare una realtà amara.
Il solista, infatti, non solo è indubbiamente il lavoro meno convincente e più "americanamente" convenzionale di Wright, ma anche un ibrido retorico e poco ispirato di pellicole irritanti come La ricerca della felicità ed altre decisamente più interessanti come Shine: la storia del musicista homeless Nathaniel Ayers, ispirata ad una storia vera, è infatti portata sullo schermo come la consueta favola urbana dall'allerta buonismo tipica della parte peggiore della settima arte a stelle e strisce, viziata da una sceneggiatura che pare completamente slegata dalla regia - e pesa come un macigno la parte in pieno stile 2001 che Wright si concede per far sperimentare al pubblico il rapporto con la musica di Ayers -, dal gigioneggiamento eccessivo dei due protagonisti - si tratta, senza dubbio, della pellicola in cui ho sopportato meno Downey Jr degli ultimi anni, nonostante l'Iron Man di noi tutti al sottoscritto stia parecchio simpatico - e da un piglio cui manca il carattere del film d'autore così come la zampata strappalacrime del grande titolo "di cassetta".
Non che mi aspettassi di incontrare un film in grado di ribaltare la mia vita di spettatore, specie nei giorni seguiti alla nascita della Fordina, ma sinceramente, anche rispetto ai dubbi nutriti ai tempi dell'uscita, pensavo che l'autore del già citato Espiazione potesse realizzare qualcosa di molto più originale e convincente, piuttosto che l'ennesima parabola di riscatto sociale misto a rivincita dell'outsider figlia del peggior qualunquismo dei nostri cugini oltreoceano: il dispiacere più grande, in questi casi, per un wannabe USA come il sottoscritto, è legato al fatto che i detrattori della Land of the free finiscono per andare a nozze con proposte come questa, pronte ad alimentare il sacro fuoco dell'ostilità verso le stelle e strisce.
Curioso, comunque, che in casi come questo - o quelli de La ricerca della felicità o The tourist -, il regista finisca sempre per essere un europeo, quasi la questione sulla responsabilità di questo tipo di fallimenti fosse da palleggiare tra la visione degli USA che pensiamo di avere in Europa e la mano pesante della produzione rispetto alla realizzazione di un film "all'americana" per mano di un figlio del Vecchio Continente: sinceramente, non so quante responsabilità potesse avere Joe Wright rispetto a quello che, senza dubbio, è stato un esperimento fallito, ma senza dubbio i successivi - seppur più che discreti - Hanna e Anna Karenina e l'ultimo - ed evitato accuratamente - Pan non remano troppo a suo favore.
Resta, dunque, una storia di amicizia, cronaca ed attualità che, probabilmente, se approcciata diversamente, ed affidata a mani diverse - non migliori o peggiori, semplicemente più abituate a raccontare un certo tipo di realtà urbana, e mi vengono in mente al volo il giovane e promettente regista di Fruitvale Station e Creed, o il primo Spike Lee ancora lontano dai recenti deliri -, avrebbe potuto ribaltare parecchie regole, invece di seguirle nel peggiore e più banale dei modi.
MrFord
"So forget this cruel world
where I belong
I'll just sit and wait
and sing my song.
and if one day you should see me in the crowd
lend a hand and lift me
to your place in the cloud."
La trama (con parole mie): Pierre Dulaine, insegnante di danza abituato agli ambienti di classe del ballo da sala, viene a contatto con la dura realtà dei giovani cresciuti nelle periferie più degradate, abituati a sopravvivere alla meglio e a difendersi dal mondo con le unghie e con i denti.
Convinto di poter fare la differenza, l'uomo decide di farsi avanti con la preside di uno degli istituti più "difficili" dal punto di vista della gestione degli alunni, lo stesso dove studia un ragazzo che Dulaine ha visto di persona vandalizzare un auto: quando, quasi senza speranza, Augustine James - questo il nome della preside - decide di accettare l'offerta di Pierre di insegnare danza agli studenti del doposcuola destinato alle punizioni, non saprà di aver dato inizio ad un progetto destinato a lasciare il segno nella storia delle istituzioni scolastiche newyorkesi.
So già cosa state pensando: se Ford si è ridotto a postare recensioni di titoli legati alla danza deve essere invecchiato forte o ubriaco forte.
Effettivamente, occorre ammettere di essermi imbattuto nella visione di Ti va di ballare? - come di consueto, terrificante adattamento italiano dell'originale Take the lead, ispirato alle reali vicende dell'insegnante di danza Pierre Dulaine - totalmente per caso, nel corso di una delle mitiche cene dalla suocera Ford - sempre pronta a sfamare alla grandissima anche una cavalletta come il sottoscritto - con film in sottofondo a fare numero: eppure, sarà perchè Banderas mi è sempre stato e sempre mi starà simpatico o per la sorpresa che fu, tempo addietro, Battle of the year, non ho trovato affatto terribile - nell'ambito di questo genere, e di un livello comunque ben lontano da quello delle produzioni di qualità - il lavoro di Liz Friedlander, incentrato sul ruolo che Dulaine ebbe rispetto al "recupero" dei ragazzi problematici delle scuole più "toste" di New York negli anni novanta, incentrato sull'insegnamento della danza e sulla focalizzazione del ballo di sala, che nel passato recente anche i cinefili più navigati hanno avuto modo di sperimentare sulla pelle grazie all'ottimo Il lato positivo.
L'unione, dunque, della volontà di riscatto dei ragazzi, della condizione di outsiders degli stessi, della costruzione del rapporto maestro/allievo - spassosi passaggi come l'esibizione di tango di Dulaine e della sua ballerina che convince la maggior parte dei reticenti maschietti della classe, tra i quali spicca l'indimenticato Dante "Rufio" Basco, a dedicarsi con maggiore interesse all'argomento - e del racconto della vita negli istituti più problematici della Grande Mela - quasi come se The Principal incontrasse i teen movies soft degli Anni Zero - ha fatto il resto, a braccetto con la cucina della suocera Ford e ad un ottimo White Russian preparato come di consueto a fine cena dal sottoscritto.
Per il resto, sarei quantomeno ipocrita ad affermare di essere rimasto schifato, considerato che, tutto sommato e pur essendo praticamente un tronco di sequoia quando si tratta di ballare, ho trovato il ritmo della pellicola gradevole ed il lavoro perfetto come sottofondo per passare una serata con chiacchiera libera e passaggi di gioco intensivo con il Fordino: certo, non andrei avanti a titoli di questo genere come se nulla fosse, o li sostituirei ai tanto amati film action perfetti per staccare il cervello, ma di tanto in tanto ho finito per rivalutare perfino questo tipo di proposte: segno di un deterioramento cerebrale a seguito delle sbronze potenti o di un precoce segnale del destino che mi attenderà tra qualche anno, quando la più piccola di casa Ford entrerà nella fase adolescenziale da balla che ti passa.
Sempre che non riesca, nel frattempo, a convertirla al wrestling ed ai calci rotanti.
In quel caso, mi dispiace per Banderas, ma non ci sarà trippa - o ballo - per gatti.
MrFord
"Oh, don't you dare look back. Just keep your eyes on me." I said, "You're holding back, " She said, "Shut up and dance with me!" This woman is my destiny She said, "Ooh-ooh-hoo, Shut up and dance with me."
La trama (con parole mie): siamo nei primi anni quaranta quando James Stamphill, giovane ed idealista avvocato fresco di nomina, è assegnato come difensore d'ufficio ad Henri Young, detenuto di Alcatraz colpevole di aver ucciso nella sala mensa del carcere l'uomo che sospettava essere una spia delle guardie nonchè il responsabile del fallimento del suo tentativo di fuga, tre anni prima.
I due, vicini per età e dalla storia radicalmente opposta - il primo cresciuto sotto la protezione di un fratello maggiore già avvocato di successo, studente, figlio della San Francisco che conta, ed il secondo colpevole di un furto per fame che gli costò l'ingresso nel mondo criminale e nel carcere più duro dell'epoca - si scoprono non solo amici, ma anche compagni di una lotta che porterà il caso Young a porre sotto accusa la stessa organizzazione di Alcatraz ed i suoi amministratori, puntando il dito in particolare sul vicedirettore Glenn.
Gli anni novanta sono stati un periodo piuttosto buio da molte angolazioni differenti, per il sottoscritto, quasi e soprattutto a posteriori: liberatomi, infatti, del radicalchicchismo e della timidezza aggressiva giovanili, con il tempo mi sono reso conto di quanto i cult sguaiati degli ottanta abbiano influito sulla mia formazione, e di quanto ancora adesso voglia infinitamente bene agli stessi, al contrario di tanti colpi di fulmine figli dei nineties ora destinati alla vergogna - Poeti dall'inferno, giusto per citarne uno -.
Eppure ci sono ancora titoli che, pur figli di un decennio che si è fatto distante anni luce dal sottoscritto, finiscono per solleticare le corde ed i sentimenti giusti: uno di questi è senza dubbio Alcatraz - L'isola dell'ingiustizia, giunto per la prima volta nell'allora casa Ford grazie al mitico Paolo dell'altrettanto mitica videoteca che fece la fortuna della mia infanzia, di recente riscoperto in bluray e mostrato per la prima volta a Julez, che pur essendo cresciuta nello stesso periodo aveva finito per perderselo.
Tratto da una storia vera, il lavoro di Marc Rocco - regista ininfluente rispetto alla Storia del Cinema - appare come il classico procedurale viscerale e carico di emozione pronto ad influenzare il pubblico affamato di pellicole da Oscar, eppure a distanza di oltre vent'anni continua a convincermi e a dare l'impressione della pellicola assolutamente onesta, ben confezionata ed in grado di rappresentare le stelle e strisce ed il loro approccio in tutto il mondo.
Grazie ad un cast in grande spolvero - ottimi sia Kevin Bacon, senza dubbio in uno dei ruoli migliori della sua carriera, e Gary Oldman, specializzato ai tempi nelle parti da sacco di merda - ed una confezione impeccabile Alcatraz finisce per risultare funzionale e godibile ancora oggi, quasi fosse una sorta di ideale membro della trinità dei film carcerari cult di allora insieme a Il miglio verde e Le ali della libertà, che prima o poi mi deciderò a recensire.
Senza dubbio, rispetto a quanto accaduto nella realtà a Henry Young, quello che è presentato sullo schermo è il tipico prodotto a stelle e strisce detestato dai radical chic e dai detrattori della cultura sempre troppo sopra le righe dei nostri cugini oltreoceano, eppure c'è qualcosa, in questo dramma carcerario pronto a denunciare una delle realtà più difficili che si possano vivere nella vita ed al mondo, che finisce per andare oltre la retorica e quello che ci si aspetta o si finisce per aspettare da un prodotto di questo tipo.
Ed ancora oggi, memore di quelle prime visioni in vhs e di tutto quello che è stato il mio percorso di cinefilo da allora in avanti, non riesco a trattenermi rispetto al concetto di azione e reazione che caratterizza il duello a distanza tra Kevin Bacon e Gary Oldman, così come ad un finale calcolatissimo eppure in grado di colpire dove è giusto essere colpiti: sinceramente, come per Johnny Cash nella sua San Quentin, penso sempre che la prigionia non faccia altro che amplificare le pulsioni ed i caratteri peggiori di un essere umano, e che la tortura legata alla stessa possa, di fatto, rendere chiunque tra noi il peggiore degli assassini.
E se è giusto pagare le proprie colpe, quantomeno rispetto alle regole che ci permettono una convivenza civile, non lo è farlo nel momento in cui le stesse diventano un pretesto per chi si rifugia dietro incarichi di potere o tutelati dalla Legge proprio per scampare alla stessa.
MrFord
"San Quentin, what good do you think you do? Do you think I'll be different when you're through? You bent my heart and mind and you may my soul, and your stone walls turn my blood a little cold." Johnny Cash - "San Quentin" -
La trama (con parole mie): siamo a Ostia, nel pieno degli anni novanta. Cesare e Vittorio, cresciuti insieme ed abituati ad una realtà difficile e degradata, passano le loro giornate rimbalzando tra la piccola criminalità e le serate tra alcool e droga, fino a quando, per caso, Vittorio conosce Linda, che vive mantenendo un figlio tentando di stare lontana dalle zone d'ombra, e decide di mollare tutto, ripulirsi e ricominciare come operaio in cantiere.
Cesare, invece, resta ancorato agli eccessi ed al vecchio mondo dei due amici, rimbalzando tra l'amore per la madre e la piccola nipote malata, i tentativi di reinventarsi un'esistenza normale proprio accanto a Vittorio ed una storia con la ex di quest'ultimo, Viviana, che vorrebbe coronare trovando una casa dove, chissà, un giorno o l'altro potrebbe formare una famiglia.
Quando, però, i nodi di una realtà troppo dura verranno al pettine, Cesare dovrà affrontare il suo destino.
Questo post partecipa alle celebrazioni nostrane ribattezzate Cinema Italiano I love you!
"Bruno, tu ci sei mai salito, su una barca come quella?"
"No."
"Mi sa che non ci saliremo mai."
Recita più o meno così il confronto nell'ombra tra Cesare e Bruno, pronti ad osservare un pezzo grosso - che sia criminalità, politica o chissà cos'altro poco importa - allontanarsi dopo la loro consegna con una donna al seguito su uno yacht di lusso, mentre a loro non resta altro che tornare alla quotidiana desolazione del litorale ostiense.
Potrebbe essere quasi tutto qui, il senso dell'ultimo, potentissimo film di Claudio Caligari, uno che ha dovuto lottare con le unghie e con i denti ad ogni sua produzione - questa compresa - solo per finire "a morire come uno stronzo avendo fatto solo due film", come confessò all'amico Valerio Mastandrea, grazie all'impegno del quale è riuscito ad arrivare in sala postumo anche Non essere cattivo.
Ma nella storia di Cesare e Vittorio - interpretati straordinariamente da Luca Marinelli e Alessandro Borghi - c'è molto di più: tutta l'energia della gioventù bruciata, della voglia di riscatto, della condanna sancita dal luogo in cui si nasce, dello scoramento che porta ad una candela che brucia dai due lati o ad una quotidiana lotta pronta a logorarci - e ancora una volta un altro dialogo, quello tra Vittorio e la sua compagna a tavola nel finale, risulta quasi agghiacciante, con lei che quasi scocciata domanda a lui, che proprio per starle accanto ha rinunciato al crimine ed alle droghe per guadagnarsi il pane con il sudore della fronte ed i calli sulle mani, se quello che hanno davvero gli basta -, la potenza del Pasolini di Accattone e, in tempi più recenti, dei Loach e dei Dardenne, le risate e le lacrime, la tristezza senza possibilità di appello ed anche, perchè no, una speranza.
E chissà se Cesare guarderà a Vittorio come ad un modello, e lotterà per uscire da una periferia così grande da fagocitare anche più della grande città, o se il destino di suo padre segnerà per lui un percorso definito, come è stato per la cugina che non conoscerà mai, quella che abbraccia un orso di peluche e vede un Cesare che nessun'altro può vedere, al quale può chiedere, implicitamente, di non essere cattivo, e guardare al futuro con la speranza di qualcosa di meglio di quello che hanno.
Nessuno dei ragazzi di Ostia ha una risposta, probabilmente, non ce l'ha Bruno, che assicura a Vittorio che quello che considera come il figlio di quest'ultimo non avrà posto tra i suoi uomini, perchè non vorrebbe mai vedere il sangue del sangue di un amico entrare nel giro, non ce l'ha lo stesso Vittorio, che probabilmente si sentirà, nella sua vittoria contro l'ovvio fato che pareva prestabilito, come il peggiore degli sconfitti, non ce l'ha chi resta, e chi se n'è andato.
Non da un'altra parte, migliore.
Ma sottoterra.
Forse, ad averla, è solo Cesare.
Il Cesare del futuro, che sorride a quello che per suo padre è stato come un fratello, e che deve ancora costruire tutta la sua vita.
E può sognarla senza dover per forza lottare.
Senza dover essere per forza cattivo.
MrFord
"Se scoppio questo è un ciao non è un addio se hai un fratello che ti vuole bene quello sono io un nuovo giorno nasce blu come la sorte io inseguo i miei fantasmi e ti abbraccerò due volte uno è per l'amore uno per la forza perderò la strada e troverò la mia salvezza staccarsi non è facile per niente ma va bene il mondo sconosciuto è il mondo che mi appartiene."
Assalti frontali - "Va tutto bene" -
La trama (con parole mie): sono ormai passati decenni dalle mitiche battaglie sul ring tra Apollo Creed ed il suo più grande rivale, Rocky Balboa.
Il giovane Adonis, nato da una scappatella dello stesso Apollo, cresciuto entrando ed uscendo dal riformatorio, vissuto cercando di non fare affidamento sul suo cognome e deciso ad intraprendere una carriera nel pugilato professionistico, finisce per chiedere consiglio e guida proprio al vecchio Rocky, ormai quasi rifugiato nel ristorante che porta il nome della sua defunta moglie, lontano dal figlio trasferitosi in Canada e perduto il cognato e migliore amico Paulie.
Il rapporto tra le vite dei due combattenti, cementato dalla voglia di riscatto e dalla sofferenza - pur se a diversi livelli - porterà entrambi a confrontarsi con se stessi, il tempo trascorso e quello che ancora andrà vissuto.
Mi capita raramente, quantomeno quando guardo un film, di mettermi alla tastiera e non sapere davvero cosa scrivere.
Di norma, soprattutto nel momento in cui mi trovo di fronte un titolo in grado di toccare le corde giuste, sento di poter recensire praticamente ad occhi chiusi.
Ma nonostante tutti gli anni di formazione tra Classici e Cinema d'autore, registi di culto e pellicole imperdibili, non avrò mai difese abbastanza forti per una pellicola come Creed, almeno quanto non le ho avute, ormai quasi dieci anni fa, per Rocky Balboa.
Questo perchè, sia per generazione, per caso o per chissà cos'altro, con la saga dello Stallone Italiano ci sono cresciuto: quando ero piccolo, un pò per l'anno di nascita, un pò per quello che vede ogni bambino rispetto al proprio genitore, identificavo in Stallone mio padre, con quella tranquillità esteriore scambiata per l'atteggiamento di qualcuno che arriva sempre un secondo in ritardo, e lo spirito di sacrificio che chiunque abbia praticato o pratichi sport ben conosce.
Con la sua bicicletta, ho "visto" cadere ed ascoltato i racconti delle cadute stesse del mio vecchio migliaia di volte, ed ogni sabato e domenica mattina, come se niente fosse, lo vedevo rimontare in sella, incurante del fatto che sarebbe potuto accadere ancora.
Ho visto estranei riportare a casa il "mezzo", lo sono andato a trovare in ospedale, ho "gioito" quando, nell'autunno dell'ottantotto, si sbriciolò la clavicola destra e rimase a casa tre mesi, e guardammo insieme tutta la prima serie di Ken il guerriero, ho ricevuto la sua chiamata nel duemilasette, poco prima di andare a vivere con Julez, tornando una mattina proprio da casa della mia futura signora, quando all'ennesimo incidente mi disse "Sono al pronto soccorso, sto bene, aspetta a dirlo alla mamma".
Negli ultimi mesi mio padre, per la prima volta, ha mostrato di stare invecchiando: il glaucoma lo sta tenendo lontano dai pedali, ed ho avuto in più di un'occasione il dubbio che possa non avere la scorza di mio nonno, che a novantadue anni ancora va avanti un passo alla volta, un round alla volta, un match alla volta.
La stessa che vorrei aver ereditato io.
E' invecchiato anche Stallone, e con lui Rocky, un eroe della mia infanzia, e non solo.
Rocky, il campione della gente comune, delle seconde possibilità, del "non fa male", del "non ho sentito la campana".
Creed, firmato dal giovane e promettente Coogler di Fruitvale Station ed interpretato dall'altrettanto giovane e promettente Michael B. Jordan, filtra i ricordi di quella straordinaria epoca attraverso la nuova mitologia del pugilato moderno, dei "Team", degli entourage, della stampa e dei "cloud" che non sono più nuvole, e lo fa con un piglio ed uno stile fantastici, da quello splendido combattimento girato in piano sequenza tra Creed e Sportino alla realtà del quartiere, che dalla folla di ragazzini di Rocky II si è tramutata in una gang dalle impennate facili.
Ma il protagonista, inutile dirlo, è sempre lui.
Quello che richiama la folla per la sola presenza all'angolo.
Che non tiene più il ring, fatica a reggere il ritmo del sacco veloce ed a salire i gradini di quell'ormai storica scalinata che, quando ancora non immaginavo niente di tutto questo, feci con mia madre nel corso dell'indimenticabile "gita" a Philadelphia: Rocky Balboa.
Per la prima volta, nonostante le goliardate con gli Expendables, la palestra e la chirurgia plastica, anche Sly mi è sembrato invecchiato.
E quando, nel faccia a faccia con Adonis, afferma di avere ormai tutto alle spalle, ed aver visto le persone che ha amato lasciarlo, una dopo l'altra, e che è invece il giovane di fronte a lui, ad avere la strada ancora tutta da percorrere, ho pensato a quanto fosse vero, e se fosse applicabile anche a me, che ho l'età che aveva Sly quando girò Rocky III - anche se sembro molto più giovane -, e la fortuna di guardare ogni giorno crescere il Fordino, e a quanto ci possa essere di autobiografico nelle frasi che pronuncia lo Stallone Italiano, specie quando viene mostrata una foto probabilmente risalente agli anni ottanta di lui con il figlio Sage - reale e sullo schermo, in Rocky V - in cui pare separarsi la realtà della narrazione - con Robert Junior trasferitosi a Vancouver dopo aver scelto una vita completamente diversa da quella del padre - da quella della vita - Sly ha perso il figlio Sage, vissuto probabilmente sempre all'ombra della fama del genitore, pochi anni fa - con due frasi da brividi, che passano dal "non ha mai amato combattere" a "non gli piaceva Philadelphia, e probabilmente gli pesava essere il figlio di Rocky".
Il Tempo è davvero un gran figlio di puttana.
Più di quanto non possa esserlo qualsiasi avversario potremo combattere nella vita.
Perchè non lascia scampo a nessuno.
Asciugamani gettati o match combattuti fino all'ultimo round, e persi ai punti, non potremo mai vincere, con lui.
Il Tempo vince anche con i nostri miti.
Vince con Rocky Balboa, che da bambino guardavo battagliare sul ring come se fosse immortale.
Vince con i nostri padri, che sono le leggende sulle quali finiamo per poggiare le fondamenta delle nostre vite.
Vince con noi, anche se non vogliamo ammetterlo, e pensiamo che lotteremo con i pugni stretti e sollevati fino all'ultimo giorno.
Ma non importa.
Siamo qui per combattere, e per vivere.
Sono qui per vedere Stallone regalare la migliore interpretazione della sua carriera.
E sperare in un assolutamente fantascientifico ed insperato Oscar come Migliore attore non protagonista dopo l'altrettanto incredibile vittoria ai Globes.
Sono qui per stare accanto a mio padre. Bicicletta o no. Sperando gli vada di pedalare il più possibile.
Sono qui per vendere cara la mia pelle.
Un passo dopo l'altro, un round dopo l'altro.
E non sono ancora pronto ad andare al tappeto.
O a smettere di emozionarmi per le imprese di Rocky sul grande schermo.
Con mio padre, da solo, o con i miei figli.
Un eredità.
Quella che ci ha lasciato Stallone.
Quella che ci continuerà a lasciare Rocky.
Quella di Creed.
MrFord
"Time will not allow you to stand still, no
silence breaks the heart and bends the will
and things that give deep passions are your sword
rules and regulations have no meaning anymore."
John Cafferty - "Hearts on fire" -
La trama (con parole mie): Billy Hope è un mediomassimo considerato uno dei più grandi campioni di sempre, imbattuto e detentore del titolo, figlio di Hell's Kitchen e di una giovinezza di disperazione tra orfanotrofio, criminalità e povertà estrema.
All'apice della sua carriera, felicemente sposato con la compagna di una vita Maureen, con una figlia ed un entourage guidato dal manager Jordan Mains che lo adorano, milionario ed apparentemente senza rivali, Billy è combattuto se seguire il consiglio di Maureen ed allontanarsi dal ring o firmare un contratto da capogiro per altri tre match come suggerisce Mains: quando, a seguito di un incidente nato da un diverbio con il potenziale rivale Miguel Escobar, Hope perde la compagna, la sua vita crolla.
Abbandonato dalla maggior parte dei suoi "fedeli", in bancarotta e con una pesante squalifica sulle spalle, privato della custodia della figlia, Billy dovrà ricominciare da capo e dai bassifondi che aveva abbadonato per cercare di rialzarsi e cominciare una nuova fase della sua esistenza.
Probabilmente, invecchiando mi sono rammollito.
O forse, il fatto di essere diventato padre finisce per farmi porgere il fianco - o il mento, che è anche peggio - alle pellicole che riescono a raccontare la sensazione di amore viscerale che si prova nel momento in cui si mette al mondo qualcuno, e ci si sente responsabili per lui/lei, e si è pronti a cadere e rialzarsi per poter essere sempre al loro fianco.
O forse, chissà, per Natura sono sempre stato incline ad empatizzare con le storie di riscatto, di sconfitta e resurrezione, dai tempi andati di Rocky a quelli, più recenti, di Million Dollar Baby o del Batman nolaniano di quel "Perchè cadiamo? Per poterci rialzare".
O forse, semplicemente, in barba a tutti gli stereotipi che Southpaw porta sullo schermo, ho finito per emozionarmi e farmi trascinare dall'inizio alla fine da un film che mi ha fatto provare esclusivamente sensazioni forti, dalla rabbia alla commozione, dalla voglia di fallire miseramente all'energia dirompente della riscossa.
Se avessi ragionato e vissuto la visione a mente fredda, probabilmente, avrei considerato l'ultimo lavoro di Fuqua come l'ennesima proposta dalla trama telefonata e tagliata con l'accetta - io voglio un sacco di bene a Kurt Sutter per Sons of Anarchy, ma questa non è certo la migliore sceneggiatura che abbia scritto -, un prodotto derivativo che mescola i già citati Rocky e Million Dollar Baby con Toro scatenato senza neppure pensare di poter arrivare agli stessi livelli sorretto splendidamente dalle interpretazioni pazzesche di Jake Gyllenhaal - ormai l'attore americano che preferisco della sua generazione - e Rachel McAdams, che dopo True Detective ancora una volta sfodera il suo meglio sia in termini di talento che di fascino - non mi era mai piaciuta, ma con queste due ultime performances ha scalato la vetta delle mie preferite -, supportati da una serie di comprimari davvero in parte.
Fortunatamente, il mio approccio al Cinema, negli anni, è diventato sempre più sanguigno e verace, in barba a tecnica e pedigree autoriale, e dunque posso ammettere senza alcun peso sulla coscienza che Southpaw è riuscito a farmi tornare indietro ai tempi in cui ero un bambino, e guardavo lo Stallone Italiano affrontare ogni sfida, e continuare a rialzarsi, caduta dopo caduta, pugno dopo pugno.
Se, a questo, si aggiungono una lezione fondamentale sulla protezione - di se stessi e di chi ci ama ed amiamo - ed una conseguente visione della boxe che va ben oltre le sceneggiate e lo sfoggio di ricchezza in pieno stile Mayweather ben reso dalla prima parte, incentrata sul Billy Hope di successo, le suddette grandi interpretazioni, una piccola parte affidata a Rita Ora - che ha scalzato Rihanna nelle mie preferenze in termini di cantanti, e non parlo di musica - il gioco è fatto.
In fondo, Southpaw ed i suoi ispiratori sono le stelle e strisce, la cultura della patria per eccellenza del riscatto e della seconda possibilità, e sparare a zero contro prodotti emozionanti e comunque ben confezionati come questo è come gettare la spugna rispetto ai sogni che, da bambini, ci portavano oltre il grande schermo, nella terra dei drive-in e dei canyon, dove è quando perdi, che viene fuori il meglio che puoi.
Io a quei sogni non voglio rinunciare.
E non voglio che ci rinunci il Fordino.
Voglio che li viva, tutti, dal primo all'ultimo.
E che lo faccia sapendo che io sarò sempre pronto per lui.
Pronto a combattere, a cadere, a rialzarmi.
"Un altro round, solo un altro round", biascicava Rocky nel corso della rissa di strada con il suo ex allievo Tommy Gunn nel quinto film della saga.
"Questa è tua", dichiara Hope all'indirizzo di Tick, mentore del nuovo corso della sua vita, e non importa di cosa si parli, quanto della lezione ricevuta da un uomo come lui spezzato dai colpi dell'esistenza e dalle ferite degli stessi ritemprato.
E a volte, non c'è bisogno di dire niente.
Basta un abbraccio che vale più di milioni, rumore, folla, vittoria, sconfitta, alleati e rivali.
Un abbraccio in grado di spogliare la vita del superfluo, e lasciare quello che davvero conta.
La stessa cosa che impedisce ad ogni lottatore di mollare.
MrFord
"I am phenomenal with every ounce of my blood with every breath in my lungs won't stop until I'm phe-no-menal I am phenomenal however long that it takes I'll go to whatever lengths it's gonna make me a monster though I am phenomenal but I would never say, ‘Oh, it’s impossible’ cause I'm born to be phenomenal." Eminem - "Phenomenal" -
La trama (con parole mie): nella Valle della Pace, nel cuore dell'antica Cina, il panda Po, figlio adottivo di un'oca che gestisce un ristorante specializzato in spaghetti, sogna da sempre i Cinque Cicloni, grandi esperti di arti marziali, ed il Kung Fu, sua segreta passione.
Quando la minaccia della fuga dalla prigione del ribelle Tai Lung porta i due sommi maestri Shifu e Oogway a scegliere il Guerriero Dragone, salvatore della Valle e della Cina intera, Po si prodiga in tutti i modi per assistere alla cerimonia: peccato che, oltre a combinare un guaio dietro l'altro, l'impacciato e corpulento panda finisca per essere scelto da Oogway in persona proprio come Guerriero Dragone.
Osteggiato da Shifu e dai Cinque Cicloni, Po dovrà scoprire in quale modo fare proprio il Kung Fu ed il segreto della pergamena che lo renderà il combattente più forte della disciplina, oltre a trovare il modo di sconfiggere Tai Lung, animato come non mai da propositi di vendetta.
Prima di cominciare, volevo dedicare questo post ad Alessandro Leone, che due anni fa, alle ventitre e diciassette del diciassette gennaio, cambiava la vita di tutto il Saloon.
Come ho già detto, e come dice il buon, vecchio Rocky Balboa, "averti avuto è stato come nascere un'altra volta".
Grazie, soldo di cacio.
Ricordo bene il periodo in cui uscì in sala Kung Fu Panda.
Era il pieno del duemilaotto, ed io e Julez, freschissimi di convivenza in un appartamento scombinato ma magico in pieno centro a Milano attraversavamo, forse, il momento migliore delle nostre vite sotto molti punti di vista: certo, se ora ci penso, ho l'impressione che non possa essere comparato neppure per sbaglio con l'arrivo del Fordino, e che sotto molti aspetti sia io che lei siamo molto più fighi ora di quanto non lo fossimo ai tempi, quando, di fatto, credevamo già di esserlo.
Ma questa è soltanto la cornice: ricordo che sfruttammo una delle allora numerose uscite serali per goderci questo film in sala a pochi passi da casa, in Piazza Cinque Giornate, e che, tutto sommato, ci divertimmo non poco a seguire il racconto zen di Po, corpulento ed impacciato panda ritrovatosi quasi per caso - che poi, per dirla come il Maestro Oogway, non esiste - nel ruolo di Guerriero Dragone a difendere la Valle in cui è cresciuto riscoprendosi, di fatto, talento assoluto nel Kung Fu, per quanto la via percorsa fosse a suo modo unica.
Almeno fino all'epilogo: la scelta, infatti, degli autori, di puntare sull'eliminazione definitiva del cattivo della pellicola, il ribelle Tai Lung - charachter, tra l'altro, molto profondo e sfaccettato, decisamente superiore a quelli, tagliati con l'accetta, dei Cinque Cicloni -, scatenò una furia di bottigliate sia in me che nella signora Ford, sconcertati da una svolta che, di fatto, contraddiceva quello che era lo spirito dell'intera pellicola.
Anni dopo, con aspettative bassissime dovute proprio a quello scellerato finale, approcciammo il secondo capitolo rimanendo, al contrario, colpiti in positivo dal cambio di regia e registro.
Ma questa è un'altra storia, che comunque non esclude la domanda che probabilmente qualcuno di voi si sarà fatto: se questo film fu una sorta di delusione, perchè dunque tornare a recensirlo a distanza di così tanto tempo?
Dovessi rispondere a livello di marketing, potrei scrivere che tutto è parte di una complessa operazione di sfruttamento dell'uscita del terzo capitolo delle avventure di Po - prevista per la seconda parte di questo duemilaquindici -, ma penso che neppure io ci crederei, se lo leggessi.
La realtà è che Po è uno dei personaggi preferiti del Fordino, che negli ultimi mesi, cominciando a crescere, ha finito per scoprire, oltre alla collezione di dvd e bluray del suo vecchio, il piacere dei cartoni animati, finendo per propinarci a rotazione proprio i due Kung Fu Panda, i tre Madagascar e Monsters and Co e University: dunque, avendo modo di rivedere per quel centinaio di volte questo film, è giunta inevitabile la voglia, se non altro per rivivere anche così il rapporto con mio figlio, di dedicare un post al lavoro di Osborne e Stevenson, doppiato non proprio degnamente dal pur simpatico - almeno per il sottoscritto - Fabio Volo - e non solo: i cartoni animati della serie trasmessi in tv sono curati sotto questo punto di vista decisamente meglio, Shifu in primis - ed in grado ancora oggi di fare la sua degnissima figura dal punto di vista dell'animazione e dell'ironia -.
Certo, il finale e lo scontro tra Po e Tai Lung ancora finiscono per starmi profondamente sul cazzo - ci sarebbe stata alla perfezione una chiusura in stile Karate Kid II, per intenderci -, eppure ho finito per rivalutare una pellicola che senza dubbio si pone tra le migliori della scuderia Dreamworks, complice un main charachter irresistibile, dalla sequenza splendida del pesco al progressivo approfondimento del rapporto con il suo Maestro, da principio conflittuale e dunque quasi simbiotico.
Certo, forse il mio rinnovato legame con questo film è in qualche modo viziato dall'entusiasmo che manifesta il Fordino ogni volta in cui finiamo per dargli il permesso di vederlo, dalle mosse che fa per imitare Po, come identifichi ogni panda, dai libri ai giocattoli, con lui, o la paura ed il rifugio che cerca tra le nostre braccia nel momento dell'evasione dalla prigione di Tai Lung.
Ma poco importa.
Come Oogway ricorda a Po, "Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono: per questo si chiama presente".
E non potrei essere più d'accordo con lui.
MrFord
"Everybody was Kung Fu Fighting
those kicks were fast as lightning
in fact, it was a little bit frightening
but they fought with expert timing."