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venerdì 7 luglio 2017

Mildred Pierce (HBO, USA, 2011)




La scuderia HBO, nel corso degli anni, è diventata per il piccolo schermo e qui al Saloon una sorta di istituzione, una specie di Studio Ghibli di serie e miniserie, consolidata da una nutrita schiera di successi e cult uno più bello dell'altro regalati al pubblico: Mildred Pierce, elegantissima mini progettata dall'altrettanto elegante Todd Haynes - da queste parti sempre amato -, nonostante fosse parte del novero e sospinta da recensioni solo favorevoli, è finita inspiegabilmente nel dimenticatoio di casa Ford per anni prima di essere riscoperta e divorata come è giusto che accada per produzioni solide ed intense come questa, umane nell'emozionare e notevoli nella messa in scena.
Le vicende di Mildred Pierce, madre di famiglia costretta a ricominciare praticamente da zero dopo una separazione negli anni appena successivi al crollo del ventinove ricordano i grandi romanzi del secolo scorso, toccano perchè legate a tematiche molto vicine alla gente comune - la necessità di provvedere alla propria famiglia, il rapporto tra genitori e figli, le vicissitudini gioiose o terribili che la vita ci mette di fronte - portate in scena da un gruppo di attori in grandissimo spolvero a partire dalla protagonista, una Kate Winslet sempre credibile e convincente che è riuscita a riportare alla mente cose ottime come Revolutionary Road, sospinta da due spalle perfette - Guy Pierce e Evan Rachel Wood - ed un gruppo di caratteristi perfetti per i ruoli assegnati.
Certo, manca forse la scintilla travolgente di produzioni come Lontano dal paradiso, se non nei confronti più aspri tra Mildred e sua figlia Veda o nello straziante secondo episodio, che vede la morte della secondogenita della donna, ma resta indiscutibile il valore complessivo di questo ennesimo successo firmato da HBO, che avvince grazie alla sua umanità ben più che alla tecnica sfruttata dai suoi autori e racconta una vicenda che si finisce per seguire neanche si fosse precipitati tra le pagine di un libro dal quale non ci si riesce neppure volendo a staccare.
Un'opera che dipinge il ritratto fallibile e forte di una protagonista femminile tra le più interessanti che siano passate su questi schermi negli ultimi mesi, una donna sempre pronta a lottare per il proprio amore ed i sogni che lo stesso smuove - che si tratti delle proprie figlie, della dignità lavorativa e personale, del futuro, dei compagni scelti per la vita, o un tratto della stessa - ma non per questo distante da quanto non deve essere stato nella California degli anni trenta per molte come lei o anche ora, in tutto il mondo.
Di recente, nel post dedicato a Big Little Lies, mi è capitato di scrivere quanto la figura della Donna sia il fulcro non solo delle singole esistenze di tutti noi, ma anche della società e del mondo: in un certo senso, penso che Mildred Pierce abbia incarnato alla perfezione il concetto.
Vittoria e sconfitta, gioia e dolore, sogni e realtà.



MrFord



 

lunedì 8 dicembre 2014

The rover

Regia: David Michod
Origine: Australia
Anno: 2014
Durata:
93'





La trama (con parole mie): dieci anni dopo il collasso economico planetario, nel cuore dell'outback australiano il solitario Eric si getta all'inseguimento della banda di rapinatori in fuga responsabile del furto della sua auto. Ignorando qualsiasi ostacolo e difficoltà, lo stesso Eric si troverà, nella rincorsa alla gang, ad incrociare la strada con Rey, fratello del leader dei fuggitivi lasciato a morire ferito sul luogo della rapina.
I due uomini, mossi da motivazioni profondamente differenti, si troveranno a condividere uno strano, lungo viaggio uno accanto all'altro: cosa accadrà quando giungeranno a destinazione?
E soprattutto, riusciranno a trovare un equilibrio tra le loro differenti visioni in modo da poter raggiungere lo scopo senza intralciarsi - o uccidersi - l'un l'altro?
Quando la sabbia si sarà depositata, e resterà solo il vento a parlare, solo la Legge della giungla fornirà una risposta.








Ricordo bene il giorno in cui vidi Animal Kingdom, qualche anno fa: non tanto per il film, che nonostante alcune ottime recensioni ed una certa potenza mi parve solo discreto, quanto perchè mio padre fu ricoverato per un'improbabile peritonite a sessant'anni suonati da un pezzo.
Il ritorno sullo schermo dello stesso, ruvido regista australiano, però, mi incuriosiva non poco, in parte per l'amore incondizionato che nutro per la terra Down Under, in parte perchè il genere pareva proprio quello giusto per il sottoscritto: spazi sconfinati, inseguimento, sparatorie, poche parole.
Come direbbe il Cannibale, una fordianata.
E devo ammettere che The rover non è neppure così male, preso nel complesso: i due protagonisti - sì, perfino Pattinson - sono a loro modo convincenti, la colonna sonora interessante - pur se con le dovute proporzioni, è riuscita perfino a ricordarmi l'allucinato e splendido viaggio composto da Neil Young per Dead man -, i paesaggi mozzafiato - del resto, il deserto australiano è qualcosa di davvero spettacolare anche nei suoi scorci più spogli -, l'equilibrio tra tempi dilatati ed improvvise fiammate ben calibrato.
Eppure The rover non è neppure un buon film. Per niente.
Anzi, la cosa a cui somiglia di più è un piatto potenzialmente buono completamente privo di sale.
Il lavoro di Michod - che, a questo punto, forse non dev'essere proprio un fenomeno come molti avevano pensato ed io stesso avevo sperato ai tempi dell'uscita del già citato Animal Kingdom -, elaborato a partire da un soggetto scritto con l'attore Joel Edgerton, mostra lacune decisamente importanti dal punto di vista del carisma - se così si può scrivere a proposito di una pellicola - e della capacità di prendere il pubblico e trascinarlo all'interno di una storia violenta e priva di grandi speranze - come, del resto, aveva già mostrato di essere nel mood di raccontare - pronta, nel finale, a fare una sorta di passo indietro "morale" che vorrebbe colpire dritto al cuore ma che era riuscito decisamente meglio a Lucky McKee nello splendido Red: non ho pensato, nel corso della visione, che si trattasse di una questione di noia o incapacità di raccontare - esistono titoli decisamente più lenti, ed altri incredibilmente più brutti di questo -, quanto al fatto che l'impressione trasmessa dal viaggio grottesco e spietato di Eric e Rey sia quella di qualcosa che il regista poteva anche non raccontare, più o meno la stessa comunicata dalla differenza tra un post scritto con il cuore a proposito di un film che si è amato - o odiato - ed uno che, a conti fatti, aver visto oppure no finisce per non cambiare di una virgola la nostra visione del mondo.
Come se non bastasse, inoltre, le ore trascorse dalla visione hanno finito per ridimensionare le già non entusiasmanti impressioni iniziali, andando a gettare benzina sul fuoco rispetto all'idea che Michod non sia altro che un fuoco di paglia - per l'appunto - in attesa di approdare ad Hollywood e cominciare a girare blockbuster di serie b come capitò a giovani promesse del calibro di Matthew Kassovitz senza però aver mai raggiunto le vette che quest'ultimo toccò con L'odio.
Lo stesso cocktail proposto, frutto della combinazione di road movie, action, vendetta, disagio interiore ed esteriore e futuro prossimo distopico - attenzione, però, a non confonderlo con un altro prodotto australiano doc, Interceptor, che una cosetta come questa se la mangia a colazione - finisce per risultare incapace di prendere una via definitiva, così come per sprecare momenti decisamente interessanti come il confronto tra Rey e suo fratello nel finale - che deve molto sempre ad Animal Kingdom -: quello che resta passa tutto da Eric di fronte al nano trafficante d'armi e dal durissimo e meraviglioso outback australiano.
Ma è troppo poco perchè si possa credere di essere di fronte ad un grande film.
Così come è troppo poco perchè si possa pensare di essere in procinto di massacrarne uno pessimo.




MrFord



"There can be no denyin' 
that the wind 'll shake 'em down
and the flat world's flyin'
there's a new plague on the land 
if we could just join hands
if we could just join hands."
Led Zeppelin - "The rover" - 




 

mercoledì 15 maggio 2013

Iron man 3

Regia: Shane Black
Origine: USA
Anno:
2013
Durata: 134'




La trama (con parole mie): Tony Stark, miliardario ed ex playboy ormai legato alla ex segretaria Pepper Potts, dopo l'invasione aliena che portò alla quasi distruzione di New York narrata in The Avengers, è ormai una sorta di rifugiato nel castello dorato che è la sua principesca dimora a Malibu, soffre di attacchi di panico, non dorme praticamente mai e passa il tempo continuando a lavorare sulla progettazione e la modifica di armature. Nel frattempo il suo amico di vecchia data, Happy, è diventato il capo della sicurezza delle Stark Industries, coordinate con grande successo sempre da Pepper, mentre il Colonnello Rhodes, che indossa un modello da battaglia simile a quello di Iron Man, è stato ribattezzato dal Presidente Iron Patriot.
Quando il misterioso Mandarino, terrorista pronto a dichiarare guerra agli USA, scende in campo causando un disastro dietro l'altro arrivando a minacciare le vite delle persone più vicine a lui, Stark sarà costretto a superare le sue insicurezze e tornare a combattere, senza sapere che la vicenda lo porterà a confrontarsi con i fantasmi del suo passato.




Da troppi mesi, ormai, non passava sugli schermi di casa Ford una tamarrata fracassona e roboante a tema supereroistico: considerata la mezza delusione - comunque di fattura notevole - data dall'ultimo Batman firmato Nolan, potrei affermare con una discreta dose di sicurezza che era ormai dai tempi dell'ottimo The Avengers che non mi capitava di divertirmi come si conviene con materia di questo genere.
Ed in qualche modo, forse, è stato giusto così, dato che questo Iron Man 3 firmato da Shane Black riparte proprio dai postumi di quella che fu l'invasione aliena all'origine della battaglia che permise ai suddetti Vendicatori di mettersi in bella mostra sul grande schermo e consolidare l'Universo Marvel cinematografico come un unico grande mosaico all'interno del quale ogni eroe è indipendente quanto legato agli altri.
Una ripartenza decisamente efficace, tra le altre cose, che permette ai fan di dimenticare lo scivolone del secondo capitolo - decisamente sotto la media delle recenti produzioni di Mamma Marvel - e godersi uno spettacolo portato avanti con il giusto equilibrio tra effettoni, approfondimento dei personaggi ed ironia: il modello di riferimento diviene dunque il lavoro di Jon Favreau - come di consueto presente come attore nel ruolo di Happy ed autore dell'esordio cinematografico di Testa di latta -, impreziosito dalla decisione di lasciare Tony Stark - e dunque Robert Downey Jr - libero di portare il film sulle spalle senza l'ausilio del suo ingombrante alter ego meccanico, sfruttato come una sorta di divertente marionetta per la quasi totalità del minutaggio, con risultati a tratti decisamente spassosi.
Una nuova ed efficace interpretazione, dunque, del motto di Stan Lee - creatore della maggior parte dei supereroi Marvel, che come di consueto si ritaglia una breve apparizione mostrandosi sempre arzillo nonostante i suoi novant'anni suonati - "supereroi con superproblemi", che fece la fortuna della casa editrice ormai divenuta un vero e proprio colosso dell'entertainment: la vulnerabilità di Tony Stark e l'approccio spesso scanzonato alle vicissitudini della sua esistenza divengono così armi in più per conquistare la platea senza necessariamente dover ricorrere alla drammaticità che pervade il Bruce Wayne nolaniano senza di contro rischiare di dipingere l'uomo dentro l'armatura come una sorta di inutile pagliaccio.
La stessa identità dell'eroe, che trova il suo spessore non in quanto combattente corazzato ma come genio dalle mille risorse, pare riferirsi a quel "non è quello che sei, quanto quello che fai, che ti qualifica" che chiuse Batman begins creando un ponte ideale con quella meraviglia che fu Il cavaliere oscuro: "Io sono Iron Man", afferma il meccanico Tony Stark in chiusura, senza il bisogno di un'armatura a sottolinearlo, ed è questa la percezione che si ha anche dall'altra parte dello schermo.
In questo senso assume un'importanza fondamentale anche la trovata decisamente azzeccata legata alla figura del Mandarino, che farà storcere il naso a molti dei puristi del personaggio a fumetti - non gli è per nulla fedele - ma che per l'economia della pellicola rende alla grande, regalando un twist divertente e lontano dalle consuete e seriose prese di posizione dei titoli di natura assolutamente giocosa come questi colpevoli di darsi un tono troppo alto per il loro target.
Anche e soprattutto per questo, lasciati alle spalle i discorsi legati alla filosofia del supereroe e l'uomo dietro la maschera - e qui si allaccerebbe alla grande il discorso del rapporto tra padri e figli tornato alla ribalta grazie al confronto tra Tony Stark ed il ragazzino pronto a fargli da spalla - Shane Black non si dimentica della responsabilità di guidare gli spettatori lungo il percorso di un chiassoso ottovolante e regala un crescendo finale totalmente action, scandendo ogni colpo ed esplosione con una battuta in pieno Arma letale style - in fondo, si potrebbe considerare l'approccio scanzonato allo scontro come un trademark del regista, autore dello script di supercult come L'ultimo boyscout o della regia e sceneggiatura di divertissement godibilissimi come Kiss kiss bang bang -.
Terza prova, dunque, decisamente superata per il nostro Uomo di ferro, serrata e divertente ma neppure stupida come i detrattori vorrebbero fosse - e si torna al discorso del ruolo del Mandarino e allo sfruttamento delle potenzialità di un conflitto da parte dell'AIM e del suo leader Aldrich Killian, un più che discreto Guy Pierce -, ed ennesimo colpo messo a segno dalla Marvel, che con il secondo capitolo di Thor all'orizzonte, Capitan America: soldato d'inverno e I guardiani della galassia previsti per il prossimo anno e l'attesissimo The Avergers 2 nel 2015 promette di porre radici sempre più profonde nel territorio del Cinema fantastico, continuando nell'operazione di rivalutazione non soltanto degli eroi più famosi del mondo del Fumetto, ma anche di un genere troppo spesso e troppo semplicisticamente catalogato come "da bambini".
Per poter affrontare sfide di questo calibro, occorre, a volte, tirare fuori gli attributi ed essere uomini.
Duri, determinati, cazzuti, e perchè no, anche fuori dagli schemi.
In poche parole, Iron Man.
O Men, volendo far sentire Tony Stark meno solo.


MrFord


"You sit behind the mask
and you control your world
you sit around and I watch your face
I try to find the truth, but that's your hiding place."
Michael Jackson - "Behind the mask" -


lunedì 8 aprile 2013

L. A. Confidential

Regia: Curtis Hanson
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Los Angeles, primi anni cinquanta. L'impero di Mickey Cohen è crollato lasciando un vuoto di potere che avrebbe condizionato per anni la lotta per il predominio del lato oscuro della Città degli angeli, tra scandali, droga, uccisioni e pornografia di lusso.
In questo contesto dalla doppia faccia - quella pulita e degli spot pubblicitari e delle serie televisive e quella degli affari loschi da seppellire nella notte - si muovono il sergente Jack Vincennes - abituato a ricevere puntualmente mazzette per offrire servizi scandalistici ed arresti "illustri"-, l'agente Budd White - segnato dalle violenze subite ad opera del padre e strenuo difensore delle donne in difficoltà dai modi brutali - e la promessa del corpo di polizia Edmund Exley, preciso e fedele alle regole nonchè abile politico.
A seguito di un vero e proprio massacro commesso in una caffetteria, le vicende professionali e le vite private dei tre si troveranno ad sovrapporre finendo per scatenare un vero e proprio caos all'interno del dipartimento di Hollywood: riusciranno a risolvere lo spinoso caso e mettere fine ad un cancro che si sta propagando in città?




La recente visione del mediocre seppur ben confezionato Gangster squad, ed il fatto che Julez non aveva ancora affrontato quello che è da considerarsi come uno dei cult meglio confezionati del Cinema noir anni novanta, hanno contribuito al concretizzarsi del recupero di L. A. Confidential, titolo che anno dopo anno e visione dopo visione acquista una sempre maggiore credibilità ponendosi come uno dei più solidi e convincenti esempi di Classico moderno - almeno per quanto riguarda gli States - da grande schermo.
Costruito a partire da un romanzo di James Ellroy - uno dei nomi di riferimento del genere - e basato su uno script ad orologeria - firmato anche dal veterano Brian Helgeland -, quello che, ad oggi, è il lavoro migliore dell'artigiano Curtis Hanson è un poliziesco a tinte fosche nella migliore tradizione dei suoi capisaldi - da La fiamma del peccato a Il mistero del falco - orchestrato sfruttando un cast in forma smagliante ed in grado di inchiodare alla poltrona dall'inizio alla fine, riservando ben più di una scena memorabile ed un paio di twist da manuale.
Ai tempi della sua uscita ricordo la fama che conquistò praticamente da subito, riuscendo a mettere d'accordo sia gli spettatori radical chic - e allora, purtroppo, ero anche io nel novero - e quelli di grana grossa, giocando sul fascino di un terzetto di protagonisti a dir poco perfetto - trovo che Budd White sia uno dei personaggi migliori, se non il migliore, che Russell Crowe abbia avuto la fortuna di interpretare - ed una trama avvincente in grado di richiamare sia elementi cardine dell'hard boiled che un pizzico di violenza quasi pulp nel pieno rispetto di quello che era, ai tempi, il nuovo volto della settima arte statunitense sconvolta dalla tempesta tarantiniana.
Occorre ammettere, inoltre, che uno dei grandi pregi di questa pellicola risiede nella sua compattezza, talmente importante da non cedere rispetto alla tensione neppure all'ennesima visione concessa, con il sottoscritto che ancora si emoziona in quello che è il passaggio simbolo della storia, quel "Rollo Tomasi" che dimora nell'Olimpo dei momenti da ricordare di quel decennio cinematografico.
Per il resto, oltre ad una messa in scena rispettosa dell'epoca ed ottimamente realizzata - al timone del comparto tecnico, del resto, troviamo un certo Dante Spinotti, uno dei migliori di tutti i tempi per quanto riguarda la materia del production design -, sono interessanti tutti i temi trattati dentro e fuori la storia principale, dal razzismo - emblematico l'episodio dei tre giovani delinquenti di colore - alla brutalità delle forze dell'ordine, dalla condizione della donna - costretta a sognare un futuro costruito a suon di concessioni al "sesso forte" - all'equilibrio di potere che viene gestito all'interno della polizia così come in una famiglia criminale, con silenzi, spiate, spalle più o meno coperte e crisi di coscienza che si mescolano con il rispetto - oppure no - delle regole.
In questo senso i tre main charachters forniscono ottimi spunti per la riflessione, dal ligio fino al risultare odioso - e tendenzialmente arrivista - Exley al disequilibrato White, semper fidelis nel bene e nel male e mente sottovalutata celata da un braccio troppo spesso in movimento, senza contare il controverso Vincennes, sornione ed abile nel riuscire in qualunque modo a galleggiare in mezzo a tutta la merda che la Los Angeles per bene delle cartoline cerca di nascondere sotto un tappeto troppo corto.
E proprio questo pare il senso dell'intero lavoro: una sorta di Viale del tramonto di una città che è stata ed è il sogno di migliaia di persone a qualsiasi latitudine, una delle capitali del Cinema e delle stelle, e che nel corso dell'ultimo secolo ha segnato la fine di carriere e vite sacrificate sul suo altare di Eldorado di rampe di lancio che spesso e volentieri rivelano dietro il loro sipario un finale tragico.
Dunque occhi aperti e zitti zitti, perchè non si sa mai chi potrebbe pugnalarvi alle spalle, e soprattutto perchè la Città degli angeli è una puledra selvaggia e per nulla disposta ad andare per il sottile: dunque, se vorrete domarla, dovrete essere disposti a qualche sacrificio.
"A qualcuno la gloria, a qualcun'altro una puttana ed un paesino di campagna", sentenzia Lynn.
E nessuna delle due strade si presenterà ai vostri piedi come un tappeto rosso senza chiedere qualcosa in cambio.


MrFord


"Hush, hush
I thought I heard her calling my name now
hush, hush
she broke my heart but I love her just the same now
hush, hush
thought I heard her calling my name now
hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now."
Deep Purple - "Hush" -


lunedì 3 dicembre 2012

Lawless

Regia: John Hillcoat
Origine: USA, Australia
Anno: 2012
Durata: 116'




La trama (con parole mie): Forrest, Howard e Jack Bondurant sono tre fratelli nati e cresciuti in Virginia nella prima metà del novecento, divenuti adulti nel pieno della Grande Depressione.
Sotto la guida del granitico Forrest, si occupano di distillati ormai fuorilegge e della loro distribuzione: la loro attività, tollerata dalle forze dell'ordine locali, cresce fino a giungere al limitare di Chicago, attirando l'attenzione del Governo che incarica lo spietato sceriffo Charlie Rakes di occuparsi della questione con ogni mezzo.
A questo punto le cose si complicano, e se uno ad uno tutti i distillatori chinano il capo sotto il pugno di ferro del rappresentante della Legge, Forrest rifiuta di obbedire perfino quando due sgherri gli tagliano la gola da un orecchio all'altro alimentando la leggenda che vuole i Bondurant invincibili ed in grado di sfuggire alla morte.
Jack, il più timido e meno adatto a ricoprire il ruolo di bandito della famiglia, dovrà fare i conti con se stesso e trovare la forza per decidere che strada prendere prima che il conflitto porti lui e i suoi fratelli alla distruzione.





Devo ammetterlo, il buon vecchio Lorant aveva proprio ragione: Lawless pare un film scritto, diretto e realizzato per alimentare la goduria estrema del sottoscritto, una di quelle cose da Frontiera - come concetto, più che come confine - all'interno della quale Bene e Male si mescolano, i nodi vengono al pettine, è forte la componente legata alla famiglia e alla fratellanza, e quello che viene comunemente considerato crimine assume le sembianze di uno strumento di ribellione pronto a scoppiare in pieno viso all'ordine costituito, quello che schiaccia sotto il suo tallone la gente della strada come noi.
Ambientato nel pieno della Grande Depressione - periodo profondamente drammatico già fotografato in molti romanzi da me amatissimi di Joe Lansdale e dal Capolavoro di John Ford, anch'esso tratto da un'altrettanto grande opera letteraria di John Steinbeck, Furore - e legato a doppio filo al Proibizionismo - uno dei momenti più oscuri della "giovane" Storia statunitense -, sceneggiato da un Nick Cave che pare aver trasmesso lo spirito delle sue canzoni ai protagonisti della vicenda - tratta da un libro che descrive effettivamente i fatti che riguardarono i fratelli Bondurant, redatto da un nipote in tempi più recenti -, impreziosito da un cast stellare ed in forma smagliante - un plauso, soprattutto, a Tom Hardy e Guy Pierce, impressionante per la cattiveria che riesce a mettere nella sua interpretazione di Charlie Rakes -, Lawless pesca a piene mani dalla materia che un paio d'anni fa Michael Mann portò con una classe incalcolabile sullo schermo nel suo Nemico pubblico divenendone, di fatto, una sorta di fratello minore.
La vicenda dei tre fratelli protagonisti, che potrebbe essere vista e vissuta come una sorta di cronaca di un gruppo di ribelli, più che di criminali, pronti a vivere "succhiando il midollo della vita" fino a quando non giungerà il momento per loro di appendere le pistole al chiodo ed invecchiare in pace e tranquillità, seduti sul portico osservando i figli giocare scoprendo che il Tempo è un nemico inesorabile che nessuna leggenda o invincibilità potrà sconfiggere, è in realtà uno splendido ritratto del concetto di Famiglia e del sentimento di fratellanza, di quei legami di sangue che non possiamo e non potremo mai spiegare, e che capiremo sempre e soltanto noi che li viviamo.
Osservando l'imperturbabile ed "invincibile" Forrest, il selvaggio Howard e l'impacciato Jack ho pensato spesso a mio fratello, a quello che ci ha uniti fin da quando, poco più che ragazzini, ci picchiavamo regolarmente e che è cresciuto fino ad ora, con i nostri aperitivi selvaggi consumati con il terrore di genitori e compagne: il rapporto tra i Bondurant è qualcosa che potranno comprendere soltanto loro stessi, nel profondo, e non avranno mai bisogno di tradurre con altro che non sia un complice silenzio.
In particolare, nonostante il ruolo di leader affidato ad un ringhiante Tom Hardy, ho trovato il personaggio di Shia Le Beouf quello più interessante: scritto con una profondità da fare spavento, il piccolo Jack mostra il fianco come i suoi fratelli non farebbero mai, scambia le imprudenze per furbizia e coraggio, cercando in tutti i modi di dimostrare a Forrest e Howard di valere quanto loro, di portare la stessa indomita furia che anima i loro animi selvaggi.
Eppure nelle macchine e nei vestiti di lusso, negli affari e nella corte alla figlia del pastore - una sempre eterea Mia Wasikowska -, c'è un cucciolo che non ha ancora trovato la strada che lo farà crescere e diventare uomo: la cosa interessante è che quella strada, che passerà attraverso il sangue, la vendetta, i colpi di pistola e le lacrime, in realtà sarà mutuata da una vita tranquilla, quella dell'uomo comune che lavora e vede la sua famiglia crescere, e che in un certo senso è molto più difficile e complessa di quella del fuorilegge che vive ogni giorno come fosse l'ultimo.
Perchè ogni giorno potrebbe essere l'ultimo, sempre, ma non è detto che sia come Forrest si aspetta. 
O non si aspetta, che poi è la stessa cosa.
Clint Eastwood nel suo Gli spietati ricordò al pubblico che "non esistono meriti, in queste cose".
Eppure, se c'è qualcosa di cui andare fieri, nonostante la Legge, e l'essere al di fuori di essa, è la sensazione che quel legame di sangue non possa essere spezzato.
Quello che stringe l'uno all'altro Forrest, Howard e Jack, i loro destini, le loro donne, i loro figli.
E non esistono whisky, completi all'ultima moda, macchine di grossa cilindrata o leggende che possano giustificare il fatto che si possa varcare il confine dell'ordine costituito per crearne uno proprio. 
Forse neppure la vendetta.
L'unica cosa che possa giustificarlo è proprio quello stesso legame: e chi lo vive.


MrFord


"One, two, three.
White light
I like going, listen up my mind
white light
don’t you know it’s gonna make me go blind?
White heat
oh, white heat, it take me deep down to my toe
white light
Lord, have mercy while that goodness, no."
The Bootleggers featuring Mark Lanegan - "White light, white heat" -


 


domenica 11 novembre 2012

Memento

Regia: Christopher Nolan
Origine: USA
Anno: 2000
Durata:
113'




La trama (con parole mie): l'ex investigatore Leonard Shelby vive da tempo in un incubo. 
Aggredito in casa da un uomo che ha stuprato ed ucciso sua moglie, a seguito del trauma ha riportato danni irreparabili alla memoria: nel corso dell'indagine che dovrebbe portarlo ad individuare il colpevole, comincia così a tatuare sul suo corpo tutte le tracce raccolte, costruendo un mosaico di indicazioni che possano ricordargli chi è e quale sia la sua missione ad ogni risveglio, sfruttando una Polaroid per memorizzare chi sono le persone con cui ha quotidianamente a che fare.
Quando Gammell e Natalie entrano nella sua vita, l'indagine di Shelby ha una svolta: pare, infatti, che l'uomo sappia qualcosa a proposito dell'identità dell'assassino della moglie di Leonard, e sia disposto ad aiutarlo.
Questo sempre che Gammell non sia in realtà lo stesso killer, come sostiene Natalie, pronta a tutto perchè il fu detective elimini l'uomo che lo sta aiutando.




C'era una volta un giovane regista made in UK reduce da un esordio forse un pò troppo presuntuoso ma decisamente valido - Following, per l'esattezza, una sorta di incontro tra il primo Kubrick e Cassavetes con meno carisma e tanta voglia di uscire dal guscio -.
Questo giovane regista, Christopher Nolan, che soltanto qualche anno dopo avrebbe stupito il mondo con giochi di prestigio ed architetture della mente, trovò la sua opportunità grazie ad una produzione che si tradusse in un mix con le potenzialità del blockbuster a tutta la magia del Cinema d'autore: così nacque Memento, una delle pellicole di nicchia di maggior successo del nuovo millennio, indubbio cult costruito anche grazie al passaparola di appassionati entusiasti che, lo ricordo bene, mi travolse fino ad aumentare le mie aspettative a livelli che non percepivo dai tempi del primo Tarantino.
Era piena estate, quando per la prima volta inserii nel lettore dvd questo film, che sarebbe diventato uno dei classici fordiani del periodo: ero appena tornato da Madrid, avevo ancora un solo tattoo e dopo anni di capello lungo mi ero lanciato in una variante blanda del mohawk di Taxi driver.
Fin dalla prima sequenza venni travolto dall'idea certamente spocchiosa eppure vincente del buon Chris: strutturare una pellicola basata interamente sulla memoria che dalla fine portasse lo spettatore fino all'inizio fu una novità assoluta, per il sottoscritto, in grado di trasmettere la sensazione di smarrimento del suo protagonista, costretto a vivere basandosi sugli indizi trasposti in tatuaggi ed indicazioni tracciate a penna su Polaroid scattate per non perdere troppo in fretta l'istante propizio.
In particolare, ricordo che a quella visione - così come ad ognuna delle successive - rimasi particolarmente colpito da una sequenza apparentemente non così fondamentale nell'economia della storia, o quantomeno decisamente meno ricorrente nelle citazioni dei fan della pellicola: Shelby e Natalie - una mai così affascinante Carrie Ann Moss - hanno un litigio argomentando a proposito della colpevolezza di Gammell e sulla portata della sua minaccia, quando la donna arriva a stuzzicare il protagonista a tal punto da scatenare in lui la rabbia necessaria per colpirla in pieno viso.
Uscita di casa, Natalie bussa alla porta di Leonard pochi istanti dopo, con il volto tumefatto: quando Leonard chiede spiegazioni, la risposta è quasi automatica. Il colpevole dell'aggressione è proprio Gammell.
L'impatto che quella scena in particolare ebbe sul sottoscritto fu devastante, quasi il valore della memoria fosse di colpo evidente ai miei occhi, a braccetto con le manipolazioni che la stessa potrebbe prestare ad un qualsiasi individuo entrato nella nostra vita e pronto ad approfittarsene.
In parallelo, straziante è la vicenda dei Jenkins, sfruttata per dare un'ulteriore dimensione al trauma al quale Shelby deve rendere conto ogni giorno: l'iniezione di insulina ripetuta fino alla morte è una pagina commovente e terribile al contempo del film che liberò, di fatto, l'estro di Nolan consegnandolo allo stardom hollywoodiano quasi fosse un monito di quello che sarebbe accaduto con pietre miliari quali The prestige o Inception.
Ancora oggi, a distanza di anni, dopo averlo visto più volte nella sua versione ufficiale ed in quella ricostruita seguendo il corretto svolgimento temporale, provo sempre un certo turbamento, di fronte alle immagini di questo film: mi ricordano un antico detto greco, "l'immortalità sta nel ricordo di chi ci ha amati".
Penso a quando, la mattina, mi alzo sapendo che andrò in bagno, poi ad allenarmi, e dunque al lavoro.
E a chi ho accanto.
E ricordo le volte in cui, dopo una qualche sbronza colossale, il giorno dopo aprivo gli occhi con la sensazione di non sapere dove mi trovassi, o come ci fossi arrivato.
Fortunatamente i molti tatuaggi che ho accumulato sul corpo dai giorni di quella prima visione non devono - ancora - ricordarmi chi sono.
Ma soltanto il mio viaggio fino ad ora.


MrFord


"Where'd you park the car?
Where'd you park the car?
Clothes are all over the furniture
and I might as well
I might as well
sleepy jack the fire drill
run around around around around around.."
Radiohead - "Amnesiac/Morning bell" -


lunedì 17 settembre 2012

Prometheus

Regia: Ridley Scott
Origine: USA, UK
Anno: 2012
Durata: 124'




La trama (con parole mie): Elizabeth Shaw ed il suo compagno Charlie Holloway, messa a segno una scoperta straordinaria in una grotta in Scozia nell'anno 2089, ottengono il sostegno economico del miliardario con ambizioni d'immortalità Peter Weyland, che li invia con l'astronave Prometheus ai confini dell'universo conosciuto in modo che sia esplorato il mondo indicato da pitture rupestri studiate ad ogni latitudine della Terra, traccia della presenza di esseri sovrannaturali sul nostro pianeta.
Quando la nave giunge a destinazione dopo anni di viaggio, il team di ricerca scopre una sorta di tempio all'interno del quale sono conservati i corpi di quelli che la Shaw ha ribattezzato come "architetti", esseri che potrebbero aver creato il genere umano a loro immagine e somiglianza: purtroppo per gli scienziati, però, pare che tra di essi non vi siano sopravvissuti, e che il luogo celi misteriosi parassiti destinati a dare origine ad una razza di predatori che verrà conosciuta soltanto nel futuro: gli Aliens.






Non è mai facile portare sulle spalle il peso delle aspettative, a prescindere dalla propria bravura.
Specialmente quando lo stesso è dato dallo spessore di pellicole che hanno fatto la Storia della settima arte: di recente, abbiamo visto cadere in questo modo un Maestro come Malick, e rischiare parecchio di fare la stessa fine anche Christopher Nolan, che con il suo Il cavaliere oscuro - Il ritorno pare aver subito non soltanto l'ansia da prestazione rispetto a pubblico e critica, ma il peso delle sue stesse idee.
Il destino di Ridley Scott e di questo Prometheus è stato praticamente lo stesso: quando, ormai diverso tempo fa, fu annunciato quello che avrebbe dovuto essere, di fatto, un prequel del primo, indimenticabile Alien - pellicola magistrale per contenuti ed esecuzione, che lanciò il regista anglosassone dopo I duellanti verso la meraviglia che sarebbe stata Blade runner -, i fan del grande Cinema e della saga strabuzzarono gli occhi nella speranza di assistere all'ennesimo miracolo di un regista che, negli ultimi anni, aveva riservato quasi esclusivamente saggi di tecnica non supportati da script ed atmosfere all'altezza dei suoi primi lavori - Il gladiatore, Un'ottima annata, Black hawk down -.
Probabilmente a questo punto lo stesso Scott - ed i suoi sceneggiatori, John Spaihts ed il lostiano Damon Lindelof - devono aver realizzato di aver fatto il passo più lungo della gamba, ritrovandosi con un mucchio di idee da concentrare in un'unico (?) film che potesse soddisfare alcuni tra i più terribili critici che il mondo possa offrire: i nerd.
Cosa è rimasto, dunque, dalla visione di Prometheus nel sottoscritto, ammettendo ovviamente di non appartenere alla suddetta cerchia e di aver ridimensionato le mie aspettative a seguito delle prime tiepide reazioni di pubblico e critica negli States? 
Sicuramente Scott è un grande artigiano della macchina da presa, dal punto di vista realizzativo ogni suo lavoro resta di fatto ineccepibile, e quest'ultima sua fatica è indubbiamente arricchita da un comparto tecnico ed un bagaglio di effettoni clamorosi, il cast funziona - in particolare Michael Fassbender, sempre ottimo anche nel ruolo dell'androide appassionato di Lawrence d'Arabia, e Charlize Theron a prestare corpo e volto alla granitica responsabile della nave - e la base, sia per quanto riguarda la parte action che per quella filosofica, riesce ad intrattenere e stuzzicare riflessioni non banali.
Purtroppo, però, questa doppia natura della sceneggiatura e dell'intera produzione diviene anche il suo più grande punto debole, considerato che dopo una partenza decisamente votata al metafisico si ha una svolta più orrorifica che trasforma l'ascesa verso la conclusione in una sorta di copia sbiadita del primo Alien con tanto di finale che, più che un omaggio, pare una scelta conservatrice e decisamente poco incisiva.
Peccato, perchè la materia sulla quale lavorare ci sarebbe stata tutta, e gli spunti anche riferiti alla realtà rendevano decisamente bene l'idea alla base del tentativo di Scott e soci - la grotta all'interno della quale Shaw e Holloway scoprono le incisioni rupestri che aprono le porte al progetto legato a Wyland e alla Prometheus è un riferimento a quella di Chaveau, esplorata da Herzog nel suo splendido Cave of forgotten dreams - di indagare sulla posizione tipica degli uomini di scienza di ricercare la verità a tutti i costi, oltre la fede ed i concetti religiosi, oltre i conflitti ed i contrasti, e lo sfruttamento della coppia del protagonisti - lui votato alla ragione e alla curiosità, lei ancora legata alla figura del padre, esploratore mosso dalla "fede", e si torna su concetti lostiani - e del vecchio miliardario alla ricerca della possibilità di prolungare il più possibile la sua esistenza potevano effettivamente rendere Prometheus un nuovo cult del genere: il risultato, però, resta soltanto un abbozzato cocktail di concetti già esplorati nei quattro film dedicati ad una delle creature più terrificanti della fantascienza - il primo, con la riflessione a proposito della natura predatoria dello stesso mostro, horror e metafisica ad un tempo, il secondo con lo scontro tra le grandi corporazioni ed i loro interessi ed i combattenti alle prese con la sopravvivenza da guadagnare sulla loro pelle, il terzo e l'ambientazione cunicolare e claustrofobica, l'ultimo legato ai concetti di clonazione ed immortalità - dal quale non esce alcun sapore che non sappia di già sentito.
Resta una grande cornice dall'incipit splendido e dal gusto piacevolmente vintage che abbraccia un'immagine clamorosamente fuori fuoco.
Speriamo soltanto di non stringere troppo gli occhi e scoprire che si tratta di qualcosa di molto peggiore di quanto si potesse credere.


MrFord


"Can we tamper
we have gained
outerspace, outerspace
a million years
the devistation of
outerspace, outerspace ."
System of a down - "Forever (outer space)" -



 

venerdì 3 agosto 2012

Lockout

Regia: James Mater, Stephen St. Leger
Origine: Francia
Anno: 2012
Durata: 95'




La trama (con parole mie): siamo nel 2079, e Snow, uomo d'azione spiccio e sbruffone, è accusato dell'omicidio di un agente e di cospirazione ai danni del governo statunitense.
La pena sarà tutta da scontare in uno speciale carcere orbitale che prevede per i detenuti - tra i peggiori del mondo - una stasi criogenica non sempre prodiga di buoni effetti collaterali per chi la subisce: la figlia del Presidente stesso, Emilie, si trova in loco proprio per indagare a nome delle organizzazioni umanitarie la legittimità di un trattamento di questo tipo, quando scoppia una rivolta e la ragazza viene presa in ostaggio dai detenuti liberatisi dall'ibernazione.
Toccherà dunque a Snow, in cambio della libertà, recarsi sul posto e sistemare le cose, cercando nel frattempo di riuscire a rintracciare il suo socio - incarcerato mentre lui era nelle mani dei funzionari governativi - e smascherare la mente dietro l'omicidio di cui è ingiustamente accusato.




Leon escluso, ho sempre considerato Luc Besson uno dei registi più inutili che abbiano mai raggiunto il successo mondiale: ridondante, eccessivamente videoclipparo, superficiale ed assolutamente sopravvalutato, più spesso sulle locandine alla voce "Presenta" che non dietro la macchina da presa, il buon Luc è sempre riuscito a tenermi ben alla larga da tutte le produzioni in qualche modo legate al suo nome, o quasi.
Fortunatamente, ogni tanto anche gli ultimi della classe riescono a sorprenderci, e così un film assolutamente telefonato rispetto ad un genere che conosco a menadito - l'action sfrenata con tipico eroe spaccaculi solitario o quasi dalla battuta pronta e dal grilletto facile - prodotto dal papà del già citato Leon e girato dai suoi sceneggiatori - con il sospetto che la mano dietro l'intera realizzazione sia, invece, proprio quella dello stesso, incorreggibile Luc - risulta essere una delle migliori tamarrate dell'estate, un omaggio ad un genere che ha in 1997: fuga da New York e Die Hard i suoi capistipite.
Fin dai titoli di testa, infatti, si ha l'impressione di essere catapultati in una sorta di giostra fracassona ed ironica di quelle sempre piacevoli da guardare - soprattutto in questo periodo di afa e poco impegno da parte dei neuroni -, e che il buon Snow - nonostante un Guy Pierce che non avrei mai detto buono per un ruolo che sarebbe stato perfetto per il Kurt Russell dei tempi o per i meno vintage Hugh Jackman e Jason Statham - sarà un traghettatore perfetto per un'ora e mezza di divertimento puro e semplice fatto di battutacce, sparatorie a profusione, corse contro il tempo e scene improbabili coronate ovviamente con il trionfo dell'eroe solitario ed anticonformista, allergico alle regole e agli agenti di controllo - ottimi i siparietti tra il protagonista ed il sempre convincente Peter Stormare -.
L'ambientazione carceraria e l'utilizzo dei consueti criminali psicopatici immancabili in questi casi, poi, rendono il tutto assolutamente perfetto per quello che Lockout vuole essere, un giocattolone dal gusto kitsch e dal ritmo sostenuto pronto a shakerare il pubblico come un bel cocktail fresco preso in spiaggia all'ora dell'aperitivo, o la sera, pensando di essere già in ferie, lontani dal soffocamento delle città e dei posti di lavoro, che mai come in questo periodo assumono le tristi connotazioni di aree di detenzione all'interno delle quali non è possibile neppure sperare in un pò di stasi per godersi una bella dormita avvolti da un confortevole freddo glaciale.
Per il resto, e nonostante Besson, per l'appunto, troverete tutto quello che potreste aspettarvi di trovare: velocità e bombardamenti d'immagini, sequenze d'azione ben coreografate, uno script - caso più unico che raro, considerato il genere - che non sembra scritto completamente a caso - davvero interessante la trovata che porta alla prima accusa di Snow da parte dell'agente Langral - ed un cast nel complesso funzionale perfino per la normalmente poco interessante Maggie Grace - che tutti i lostiani ricorderanno nei panni di Shannon - in cui si distingue un Joseph Gilgun che pare portare in scena una versione folle ed inesorabilmente malvagia del suo misfitiano Rudy.
Per una volta, dunque, non fatevi distrarre troppo dal nome che campeggia a lettere cubitali sulla locandina e lasciatevi travolgere come stagione vuole, godendovi il relax e le esplosioni neanche foste tornati indietro di parecchi anni e progettaste una bella battaglia in spiaggia o in cortile a suon di Super Liquidator.


MrFord


"Cause I'm the main man.
and that's why
ev'rybody wants a piece of the action
ev'rybody needs a main attraction
I got what ev'rybody needs, satisfaction guaranteed 
ev'rybody wants a piece of the action."
Def Leppard - "Action" -



sabato 19 maggio 2012

Non avere paura del buio

Regia: Troy Nixey
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 99'



La trama (con parole mie):  Katie Holmes, in fuga da Tom Cruise e dal suo ego, decide di accasarsi con un architetto e ristrutturatore d'interni che attende in una sorta di maniero che cela un terribile segreto dal secolo scorso la figlia, che ovviamente non è troppo contenta della cosa, considerato che si ritiene una sorta di pacco malgestibile che si passano con riluttanza i suoi genitori.
Oltre alle grane in famiglia, fin da subito a complicare la situazione giunge l'atmosfera sospesa della casa, della quale soltanto un vecchio lavorante conosce tutti i retroscena e che in una zona oscura e celata agli occhi dei suoi visitatori ospita una tribù di scatenati gremlins o pseudo tali che si divertono un mondo a spacciarsi per la fata dei denti e ad imitare Gollum e Voldemort.
I risultati dell'incontro tra l'improvvisata famiglia e gli esserini malefici saranno a dir poco sanguinosi.




Ci sono alcuni film che nascono male e allo stesso modo si confermano.
In particolare, ammetto di non aver mai nutrito troppa fiducia in quelli distribuiti pubblicizzando il produttore prima ancora del regista o della pellicola stessa: gli anni della Golden Age degli Studios e dei David O'Selznick - storica mente dietro a Capolavori come Rebecca e Via col vento - sono purtroppo alle spalle da qualche decina di anni, e spesso e volentieri avere il proprio nome sulla locandina nello stile "Tizio Caio presenta" non è mai un buon segno, per il suddetto e per la pellicola che dovrebbe rendere irrinunciabile.
Esempi illuminanti in questo senso sono stati, negli ultimi anni, Luc Besson - uno dei miei bersagli preferiti, lo ammetto - e Quentin Tarantino, che nelle stagioni della perdizione passò più tempo a raccontare in giro quale film gli sarebbe piaciuto girare o gli pareva il più cool del pianeta che a girarne lui stesso, prima ancora di rimboccarsi le maniche e tirare fuori quella genialata di Bastardi senza gloria.
Guillermo Del Toro, autore dello splendido Il labirinto del fauno, cade vittima dello scivolone più impressionante della sua carriera non solo producendo, ma addirittura scrivendo questo film davvero di poco conto, prevedibile, per nulla spaventoso e poco avvincente in cui la fanno da padrone l'insopportabile Katie Holmes e l'ancora più insopportabile Bailee Madison, giovanissima - ed anche discretamente brava - attrice vista anche nel recente Once upon a time nel ruolo di Biancaneve bambina: logica spiccia e trama scontata per quello che, più di una produzione, pare uno scarto che il buon Del Toro è riuscito abilmente a girare all'inutile regista Troy Nixey, che più che il mestiere di base non mette, neppure nelle sequenze in cui si potrebbe osare qualcosa in più.
Lo stesso utilizzo degli esseri che infestano la casa che il padre della piccola protagonista vorrebbe ristrutturare per lanciare la sua carriera di architetto e designer appare davvero limitato nonostante le potenzialità di questi incroci tra la fatina dei denti, Gollum e i Gremlins: certo, le feroci e beffarde creature nate dal mitico Gizmo portate sullo schermo dall'altrettanto mitico Joe Dante sono di tutt'altra pasta rispetto a queste scialbe imitazioni, eppure le stesse potevano essere sfruttate certo in altro modo, soprattutto considerata l'apertura, in cui l'antico proprietario della casa veniva forzato dai mostriciattoli ad uccidere la cameriera in modo da sfamarli con i denti della malcapitata nella speranza della salvezza del figlio.
Dunque, invece di osare, Del Toro e soci preferiscono andare sul sicuro - e non rischiare di sconvolgere più di tanto l'audience - confezionando la classica storiella standard che non spaventerebbe neppure il più sparuto tra i Cuccioli Eroici, il mio antagonista Katniss Kid.
Certo, non si tratta di una di quelle visioni così terrificanti da farmi scatenare le bottigliate, o arrivare furioso al termine, con la voglia di prendere a cazzotti il sacco fino a ridurmi le mani come due salsiccione, quanto piuttosto di un'insipidissima pellicola senza carattere e originalità, priva del benchè minimo thrilling e resa inquietante soltanto dal fastidio provato rispetto alla coppia di protagoniste: ammetto infatti, come disse in proposito anche la sempre mitica Cybsix, che una delle due sequenze davvero interessanti risulta essere, in fin dei conti, quella della gamba spezzata della Holmes, accanto all'apertura legata allo scalpellamento dei denti - argomento rispetto al quale resto sempre piuttosto sensibile dai tempi di American History X -, che se non altro è in grado di far provare un certo fastidio almeno rispetto all'idea della sua messa in pratica.
I quasi novanta minuti rimanenti, praticamente, sono nulla.
Giusto una comparsata più che dimenticabile nel valzer delle visioni di casa Ford che non vale neppure la pena di una bottiglia sollevata troppo. E scagliata con decisione.


MrFord


"Fear of the dark, fear of the dark
I have constant fear that something's
always near
fear of the dark, fear of the dark
I have a phobia that someone's
always there."
Iron Maiden - "Fear of the dark" -


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