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lunedì 8 aprile 2013

L. A. Confidential

Regia: Curtis Hanson
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Los Angeles, primi anni cinquanta. L'impero di Mickey Cohen è crollato lasciando un vuoto di potere che avrebbe condizionato per anni la lotta per il predominio del lato oscuro della Città degli angeli, tra scandali, droga, uccisioni e pornografia di lusso.
In questo contesto dalla doppia faccia - quella pulita e degli spot pubblicitari e delle serie televisive e quella degli affari loschi da seppellire nella notte - si muovono il sergente Jack Vincennes - abituato a ricevere puntualmente mazzette per offrire servizi scandalistici ed arresti "illustri"-, l'agente Budd White - segnato dalle violenze subite ad opera del padre e strenuo difensore delle donne in difficoltà dai modi brutali - e la promessa del corpo di polizia Edmund Exley, preciso e fedele alle regole nonchè abile politico.
A seguito di un vero e proprio massacro commesso in una caffetteria, le vicende professionali e le vite private dei tre si troveranno ad sovrapporre finendo per scatenare un vero e proprio caos all'interno del dipartimento di Hollywood: riusciranno a risolvere lo spinoso caso e mettere fine ad un cancro che si sta propagando in città?




La recente visione del mediocre seppur ben confezionato Gangster squad, ed il fatto che Julez non aveva ancora affrontato quello che è da considerarsi come uno dei cult meglio confezionati del Cinema noir anni novanta, hanno contribuito al concretizzarsi del recupero di L. A. Confidential, titolo che anno dopo anno e visione dopo visione acquista una sempre maggiore credibilità ponendosi come uno dei più solidi e convincenti esempi di Classico moderno - almeno per quanto riguarda gli States - da grande schermo.
Costruito a partire da un romanzo di James Ellroy - uno dei nomi di riferimento del genere - e basato su uno script ad orologeria - firmato anche dal veterano Brian Helgeland -, quello che, ad oggi, è il lavoro migliore dell'artigiano Curtis Hanson è un poliziesco a tinte fosche nella migliore tradizione dei suoi capisaldi - da La fiamma del peccato a Il mistero del falco - orchestrato sfruttando un cast in forma smagliante ed in grado di inchiodare alla poltrona dall'inizio alla fine, riservando ben più di una scena memorabile ed un paio di twist da manuale.
Ai tempi della sua uscita ricordo la fama che conquistò praticamente da subito, riuscendo a mettere d'accordo sia gli spettatori radical chic - e allora, purtroppo, ero anche io nel novero - e quelli di grana grossa, giocando sul fascino di un terzetto di protagonisti a dir poco perfetto - trovo che Budd White sia uno dei personaggi migliori, se non il migliore, che Russell Crowe abbia avuto la fortuna di interpretare - ed una trama avvincente in grado di richiamare sia elementi cardine dell'hard boiled che un pizzico di violenza quasi pulp nel pieno rispetto di quello che era, ai tempi, il nuovo volto della settima arte statunitense sconvolta dalla tempesta tarantiniana.
Occorre ammettere, inoltre, che uno dei grandi pregi di questa pellicola risiede nella sua compattezza, talmente importante da non cedere rispetto alla tensione neppure all'ennesima visione concessa, con il sottoscritto che ancora si emoziona in quello che è il passaggio simbolo della storia, quel "Rollo Tomasi" che dimora nell'Olimpo dei momenti da ricordare di quel decennio cinematografico.
Per il resto, oltre ad una messa in scena rispettosa dell'epoca ed ottimamente realizzata - al timone del comparto tecnico, del resto, troviamo un certo Dante Spinotti, uno dei migliori di tutti i tempi per quanto riguarda la materia del production design -, sono interessanti tutti i temi trattati dentro e fuori la storia principale, dal razzismo - emblematico l'episodio dei tre giovani delinquenti di colore - alla brutalità delle forze dell'ordine, dalla condizione della donna - costretta a sognare un futuro costruito a suon di concessioni al "sesso forte" - all'equilibrio di potere che viene gestito all'interno della polizia così come in una famiglia criminale, con silenzi, spiate, spalle più o meno coperte e crisi di coscienza che si mescolano con il rispetto - oppure no - delle regole.
In questo senso i tre main charachters forniscono ottimi spunti per la riflessione, dal ligio fino al risultare odioso - e tendenzialmente arrivista - Exley al disequilibrato White, semper fidelis nel bene e nel male e mente sottovalutata celata da un braccio troppo spesso in movimento, senza contare il controverso Vincennes, sornione ed abile nel riuscire in qualunque modo a galleggiare in mezzo a tutta la merda che la Los Angeles per bene delle cartoline cerca di nascondere sotto un tappeto troppo corto.
E proprio questo pare il senso dell'intero lavoro: una sorta di Viale del tramonto di una città che è stata ed è il sogno di migliaia di persone a qualsiasi latitudine, una delle capitali del Cinema e delle stelle, e che nel corso dell'ultimo secolo ha segnato la fine di carriere e vite sacrificate sul suo altare di Eldorado di rampe di lancio che spesso e volentieri rivelano dietro il loro sipario un finale tragico.
Dunque occhi aperti e zitti zitti, perchè non si sa mai chi potrebbe pugnalarvi alle spalle, e soprattutto perchè la Città degli angeli è una puledra selvaggia e per nulla disposta ad andare per il sottile: dunque, se vorrete domarla, dovrete essere disposti a qualche sacrificio.
"A qualcuno la gloria, a qualcun'altro una puttana ed un paesino di campagna", sentenzia Lynn.
E nessuna delle due strade si presenterà ai vostri piedi come un tappeto rosso senza chiedere qualcosa in cambio.


MrFord


"Hush, hush
I thought I heard her calling my name now
hush, hush
she broke my heart but I love her just the same now
hush, hush
thought I heard her calling my name now
hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now."
Deep Purple - "Hush" -


giovedì 11 agosto 2011

8 mile

Regia: Curtis Hanson
Produzione: Usa
Anno: 2002
Durata: 110'



La trama (con parole mie): Jimmy "B-Rabbit", ragazzo cresciuto nei bassifondi di Detroit in una famiglia problematica, vorrebbe trovare spazio nel mondo dell'hip hop underground e riuscire ad incidere una prima demo nella speranza di lanciarsi verso il successo.
A spingerlo c'è un gruppo di amici di lunga data, capitanato da Future, che dirige le sfide in rima in uno dei locali più famosi dell'ambiente, e vorrebbe che Rabbit mostrasse davanti ad un pubblico tendenzialmente ostile tutto il suo talento.
A complicare la vita del ragazzo, però, ci sono la madre ed il suo compagno, il lavoro in fabbrica, la storia complessa con la scostante Alex e le promesse di successo garantito di Wink, cresciuto anch'egli nel quartiere di Jimmy ma legatosi ai rapper rivali del nostro guidati da Papa Doc.


Non mi è mai dispiaciuto Eminem, e non mi è mai dispiaciuto Curtis Hanson, autore dell'ottimo L. A. Confidential. Dunque, non potevo che aspettarmi almeno un film discreto dall'incontro dei loro talenti.
Ora, questo vi parrà un incipit di quelli che sono preludio a tempeste di bottigliate selvagge, e invece vi stupirò: ho mantenuto questo tono finto serio giusto per far credere al Cannibale di aver bastonato il film - che, è chiaro, a lui sarà piaciuto soltanto per la presenza di Brittany Murphy -, quando in realtà ammetto di essermelo goduto con discreto piacere.
Certo, non saremo di fronte ad una pietra miliare del disagio sociale su pellicola, eppure storia, protagonisti, sceneggiatura e parte tecnica si combinano andando a costruire un buon ritratto della Detroit dei ghetti - la stessa, e di nuovo per stuzzicare un pò il mio blogger rivale, cantata anche da Kid Rock, peraltro amico di Eminem - e della crisi, come ben raccontato qualche anno fa - anche se si trattava, nello specifico, di Flint, poco distante dalla città di riferimento del Michigan - da Michael Moore nel suo Roger and me.
Indubbiamente la parte del leone spetta all'irrequieto Slim Shady, che se dal punto di vista attoriale non regala certo un'interpretazione da ricordare, dall'altro firma una colonna sonora davvero d'impatto, che ha come cavallo di battaglia la splendida Lose yourself, che portò al giovane cantante addirittura un Oscar.
Una menzione va certamente assegnata anche a Kim Basinger, azzeccatissima nel ruolo della madre disequilibrata e decisamente in forma per la sua età - mi ha ricordato molto la Marisa Tomei di The wrestler con qualche anno in più, per intenderci -, così come allo stesso Hanson, capace di trasformare un potenziale polpettone per ragazzini/e in un discreto film di formazione assolutamente privo di facili soluzioni e retorica spicciola.
Le scelte legate al lavoro di Rabbit e al suo rapporto con Wink ed Alex - ottima la direzione presa dalla storia nata tra i due - fanno onore a regista e sceneggiatore, rendono molto più credibili i personaggi - Alex in particolare - e danno uno spessore decisamente più realistico ad una pellicola che, in altre mani, avrebbe corso il rischio terribile di divenire una sorta di catena di videoclip tenuti insieme con un pò di melensaggine.
Un'occasione non sprecata, dunque, per un solido film d'ispirazione urbana sentito ed in egual misura drammatico e divertente - le battaglie a suon di rap, da vedere rigorosamente in lingua originale, e Cheddar Bob che si spara da solo "per fare brutto" sono da non perdere -, in grado di parlare ad ogni tipo di pubblico.
L'importante, però, è non pensare di trovarsi di fronte ad un Capolavoro.
Sarebbe come paragonare il nostro Eminem a Notorious.

MrFord

"He won't have it , he knows his whole back's to these ropes
it don't matter, he's dope
he knows that, but he's broke
he's so stagnant that he knows
when he goes back to his mobile home, that's when it's
back to the lab again yo
this whole rhapsody
he better go capture this moment and hope it don't pass him."
Eminem - "Lose yourself" -
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