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venerdì 10 giugno 2016

The art of rap

Regia: Ice-T, Andy Baybutt
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 106'







La trama (con parole mie): dalle strade di New York alle nuove frontiere della West Coast, il fenomeno del rap analizzato da uno dei suoi più importanti esponenti, Ice-T, pronto a ripercorrere le tappe fondamentali di un'arte divenuta iconica attraverso le rime e le voci dei suoi interpreti più importanti di allora e di oggi, in un viaggio che possa mostrare le radici non tanto sociali, quanto musicali e "magiche" di una realtà nata come espressione di una rivolta furiosa e cresciuta come una sorta di nuova interpretazione della cultura popolare.
Nessun secondo fine, dunque, nessuna ricerca di risposte, solo tanti grandi artisti e tonnellate di talento buttate in rima a seconda dello stile, del passato, delle esperienze e del background dei singoli esponenti di una corrente che ha soltanto iniziato a manifestare il suo enorme potenziale.












Fin dagli anni della scoperta del mondo musicale a trecentosessanta gradi - coincidenti con il periodo mitico tra i banchi del Virgin Megastore a Milano - la cultura hip hop, per quanto distante per molti versi dalla mia anima molto rock e molto cowboy, ha sempre solleticato curiosità ed interesse nel sottoscritto principalmente per la sua natura di espressione urbana e musicale della Poesia nel senso paradossalmente più classico in cui la si possa intendere: con ogni probabilità, e citando Lou Reed, probabilmente se Rimbaud fosse nato e cresciuto oggi, sarebbe stato un artista hip hop, una specie di novello Eminem francese pronto a sputare una parola dietro l'altra al microfono, sfidando il sistema e, chissà, forse anche i colleghi.
Ed è proprio la sfida - in termini positivi e di rime, Ice-T sta bene attento a non scivolare negli stilemi classici dei gangsta rapper pronti a regolare i conti a suon di pistolettate - ed il confronto con Maestri, compagni ed avversari - nelle classifiche da milioni di copie o nelle battle agli angoli delle strade - a buttare benzina nel motore di questa grande macchina, che spesso e volentieri dal desiderio di emergere, di essere il primo o uno dei primi o dalla rabbia del riscatto porta illustri sconosciuti alla ribalta internazionale, che si tratti di New York - patria dei primi, grandi maestri dell'hip hop - o Los Angeles, mostrando una carrellata che gli appassionati non potranno non gustarsi dalla prima all'ultima linea - dai Run DMC a Eminem, passando per Kanye West, Dre, Snoop Dogg, i Cypress Hill, il Wu Tang e tutti i più grandi che possiate ricordare, conoscere o voler conoscere dopo aver visto questo documentario -: di contro, è quasi doveroso affermare che questo The art of rap rischia di rimanere, purtroppo, un lavoro ad uso e consumo degli appassionati del genere, e forse ancora troppo lontano dal pubblico occasionale per poter davvero rompere qualche muro sia in termini di pregiudizi in merito sia rispetto alla parte più autoriale e tosta dell'hip hop, negli ultimi anni forse fin troppo commercializzato anche in Italia.
Ad ogni modo, superata qualche difficoltà iniziale, qualunque appassionato di Musica anche non abituato al ritmo forsennato che questi ragazzi - o ex ragazzi, quando parliamo dei mostri sacri che hanno dato origine al fenomeno - non potrà che rimanere affascinato, stupito e stimolato dagli esperimenti vocali, grammaticali e di velocità d'esecuzione portati avanti di continuo dagli artisti hip hop, a prescindere dal fatto che con le loro parole cantino la rivolta popolare, i problemi razziali, le pose da macho o le follie della rockstar, che scrivano in compagnia di qualche donzella - Snoop Dogg su tutti - o chiusi nei loro studi senza interferenze esterne, allietandosi soltanto con dosi massicce di marijuana.
Per chi, invece, non vede i ruoli dell'MC o del producer come qualcosa di alieno e strambo, The art of rap rappresenta un'occasione per osservare i propri idoli alle prese con qualche rima che vada oltre il loro repertorio classico, rinforzare la stima per alcuni di loro o stimolare la curiosità per scoprirne o riscoprirne altri: in fondo, nella Musica come nel Cinema non si finisce mai di imparare, ed il bacino della cultura hip hop è solo al principio del suo fermento.
Con ogni probabilità, infatti, questo genere così giovane - benchè le sue radici peschino a fondo nel blues, nel jazz o nel soul - diverrà un riferimento sempre più importante nei prossimi decenni, raccogliendo, chissà, un giorno, il testimone proprio dal rock che ha cresciuto il sottoscritto: e se l'omaggio a tutti i "caduti" del rap sui titoli di coda ha il sapore amaro di tutte le pagine più oscure della storia di quest'arte, l'energia che sprizza ed esplode letteralmente in ogni rima pronunciata nel corso del documentario fa associare l'hip hop a qualcosa di estremamente stimolante, vivo e ribollente.
Una di quelle energie che, se giustamente incanalata, rischia davvero di cambiare il mondo.
Anche se a modo suo.






MrFord






"Ticket to ride, white line highway
tell all your friends, they can go my way
pay your toll, sell your soul
pound for pound costs more than gold
the longer you stay, the more you pay
my white lines go a long way
either up your nose or through your vein
with nothin to gain except killin' your brain."
Grandmaster Flash - "White lines" -






giovedì 10 dicembre 2015

Dope - Follia e riscatto

Regia: Rick Famuyiwa
Origine: USA
Anno: 2015
Durata:
103'







La trama (con parole mie): Malcolm, Jib e Diggy sono all'ultimo anno di liceo, hanno una band, aspirano al college e sono inesorabilmente nerd, almeno per tutto quello che riguarda la cultura hip hop anni novanta. Peccato che, nonostante l'educazione, i sogni ed i buoni voti, siano nati e cresciuti ad Inglewood, uno dei quartieri più problematici di Los Angeles: e peccato che, per quanto si siano sempre tenuti ben alla larga dalle gang e dal traffico di droga, una serie di casualità porteranno Malcolm a divenire una sorta di protetto di Dom, piccolo boss locale, che a seguito di una sparatoria lo coinvolgerà suo malgrado in un'avventura che metterà alla prova il desiderio di uscire dal proprio misero seminato dei tre ragazzi, mettendoli a contatto con situazioni grottesche che solo fino a qualche giorno prima non avrebbero mai pensato di dover affrontare.
Cosa sarà, dunque, di Malcolm, Jib e Diggy?
Sprofonderanno nei bassifondi o troveranno la forza di emergere per affrontare il mondo che, di fatto, vogliono conquistare grazie alla loro intelligenza, al talento ed alla voglia di vivere?










C'è stato un momento, nel corso della visione di questo sorprendente, freschissimo, divertente, coinvolgente Dope, in cui quasi mi è parso si fermasse il tempo: la Nakia di una splendida Zoe Kravitz guarda il più giovane Malcolm, nerd e bersaglio di continue vessazioni da parte di compagni e professori, affermando che uno come lui potrebbe avere la fila alla porta.
E da Clerks 2, con Rosario Dawson che definisce Dante come quello che "si è fatto il culo nel corso dell'adolescenza", e con la maturità finisce per diventare il più ambito anche da parte di quelle che, ai tempi, non se lo filavano neanche di striscio, fino alle esperienze personali, mescolate alla passione per la musica ed alla sensazione che solo l'adolescenza regala di poter cambiare le cose, nel profondo, dalla propria vita al mondo, dall'emozione alla superbia, mi è parso di ringiovanire di colpo.
Dope è stato come se Californication avesse ripreso vita nel corso dell'adolescenza, o I Goonies avessero attraversato la consapevolezza degli anni novanta, o i miei anni da commesso al Virgin Megastore neanche fossi in Alta Fedeltà avessero avuto di colpo voglia di una scampagnata fuori dal viale dei ricordi del periodo in cui, ventenne o poco più, cominciai a scoprire la musica in tutti i suoi generi, hip hop compreso, e la supponenza che coltivavo ai tempi avesse firmato una tregua con la placida dose di pane e salame che distribuisco oggi ogni giorno - bellissimo, per quanto mi riguarda, in questo senso, il dialogo che vede Malcolm affermare che non potrebbe mai comprare online un cd di Macklemore, uno dei miei rappers favoriti al momento -: pellicole fresche come questa, alimentate, come se non bastasse, da una robusta dose di ironia, riflessioni a proposito dello stato sociale attuale non solo statunitense, leggere e profonde ad un tempo, spinte da una colonna sonora da urlo - splendidi i pezzi del gruppo di Malcolm, firmati tutti da Pharrell Williams - e da una cura notevole per i dettagli in grado comunque di non sconfinare nella forzatura, sono ossigeno puro per il Cinema ed i suoi appassionati, in grado di coinvolgere, divertire ed anche emozionare, far desiderare che i propri figli siano già adolescenti per condividere con loro la visione, e magari sfruttarla per confrontarsi a proposito delle differenze, delle strade prese o da prendere, delle idee e dei cambiamenti.
Mi sarebbe piaciuto, in un certo senso, avere la possibilità di un faccia a faccia con ragazzi come Malcolm, Jib e Diggy, che hanno sempre sognato di vivere gli anni novanta pur essendoci soltanto nati almeno quanto è capitato al sottoscritto per i settanta, e ad un tempo essere loro amico per godermi le prime sbronze, le cotte, quei pomeriggi in cui ti pare di costruire davvero il futuro o essere il loro fratello maggiore, o padre, in modo da potermi considerare presente nel caso in cui avessero bisogno di qualcuno pronto a tenere la testa durante una sboccata da bevuta o buttare un consiglio, nel caso in cui sia richiesto.
In una certa misura, e con tutte le differenze del caso, godermi Dope è stato come vivere la visione di Pride: mi ha fatto desiderare di essere ancora adolescente - magari con la testa di adesso - ed allo stesso tempo che il Fordino e la sua futura sorellina attraversino presto quell'età così delicata, per poter loro mostrare quel vecchio film anni zero che all'old man era piaciuto così tanto, sperando magari di parlarne insieme, a visione ultimata.
Ovviamente non sarà così, e quando Malcolm ed i suoi inseparabili amici avranno realizzato - o quantomeno, cercato di realizzare - i loro sogni i miei figli li considereranno vecchi, magari immaginando di essere nati nel decennio che li ha visti crescere, pronti a considerare proprio Macklemore un classico.
Probabilmente, per allora, il mio tempo sarà passato - in termini di aspirazioni, quantomeno -, ma è bello sapere che esistono ancora film in grado di dare la scossa che potrebbe diventare, per l'appunto, ispirazione.
E portare chi sta da questa parte a non farsi troppe domande, ma a considerare solo la voglia, la passione ed il talento.
E tutto il cuore che ci definisce a prescindere da latitudini geografiche o sociali.





MrFord






"Uhh uhh uhh, feel me now, listen
momma loved me, pop left me
Mickey fed me, and he dressed me
Eric fought me, made me tougher."
Jay-Z - "Blueprint (Momma loves me)" -






giovedì 1 ottobre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): la stagione cinematografica è ormai ufficialmente tornata a pieno regime in termini di proposte potenzialmente interessanti, in cerca di qualche colpo di coda buono per scombinare almeno in parte le classifiche di fine anno.
Purtroppo chi non è cambiato, e continua a proporre commenti ed opinioni chiaramente discutibili è il mio antagonista nonchè co-conduttore di questa rubrica, Cannibal Kid: possibile, però, che questa settimana si finisca per essere d'accordo quantomeno su un titolo!?


"Cannibal, siamo arrivati a Casale: adesso sono tutti cazzi tuoi."
Sopravvissuto - The Martian

"L'ho sempre detto che lasciare il volante a Ford è un'idea pessima!"
Cannibal dice: Ridley Scott è uno dei registi più sopravvalutati nella Storia del Cinema. Blade Runner a parte, i suoi film non mi hanno mai detto molto. Di recente poi è sprofondato nel ridicolo con robe tragicomiche come The Counselor - Il procuratore. Le aspettative nei confronti di un suo nuovo film per quanto mi riguarda sono quindi sempre più basse del basso, e se a ciò aggiungiamo il fatto che Matt Damon è un attore che non mi entusiasma e le vicende ambiente nello spazio ancora meno, potrei bottigliare questo The Martian manco come fa Ford con un bel film a caso. Però c'è da segnalare un grande trio di attrici: Jessica Chastain più Kate Mara più Mackenzie Davis della serie Halt and Catch Fire. Inoltre la sceneggiatura è firmata da Drew Goddard, quello di Quella casa nel bosco. E a questo punto il film vaga nello spazio delle future visioni come una enorme incognita.
Ford dice: Ridley Scott è sempre stato una scommessa. Partito alla grandissima con un trittico che farebbe invidia a qualsiasi regista - I duellanti, Alien, Blade Runner - e poi rivelatosi decisamente altalenante nei risultati, l'inglesaccio resta comunque un riferimento, e considerato che il romanzo dal quale è tratto questo film è un vero cult per gli appassionati del genere e la sceneggiatura è affidata a quel furbone di Goddard, penso che qualche sorpresa potrebbe riservarla.
Staremo a vedere.
Cannibal, invece, purtroppo di sorprese non ne regala mai. È sempre lo stesso, inesorabile radical chic allergico al Cinema vero.



Padri e figlie

"Non piangere, Katniss Kid. Ora qui c'è papà Russell Ford."
Cannibal dice: Mi si passi il mio solito paragone assurdo, ma la carriera di Gabriele Muccino ha seguito una parabola simile a quella di Ridley Scott. Un passato valido e un presente ridicolo. Questo suo nuovo film ammeregano con Russell Crowe, Amanda Seyfried e Aaron “Jesse Pinkman” Paul puzza di boiata buonista grande come una casa. Mi attirerebbe quasi, se solo stroncarlo non sembrasse un'impresa più semplice ancora del prendere per i fondelli Ford.
Ford dice: Muccino, che ormai pare si sia bollito il cervello in terra ammeregana, non è mai stato uno dei miei favoriti neppure nel suo momento migliore, ormai risalente ad una quindicina di anni fa. Considerato l'effetto che mi hanno fatto i suoi ultimi lavori e il già fitto novero dei candidati al Ford Award per il peggior film dell'anno, penso mi risparmierò la sofferenza.



Straight Outta Compton

"Ma questi testi rap penosi chi li ha scritti, Peppa Kid!?"
Cannibal dice: La mia visione della settimana. Pellicola sul gruppo rap N.W.A che negli Usa si è rivelata il biopic musicale di maggiore successo di sempre e che nell'Italietta invece passerà probabilmente inosservata. Sarebbe un peccato perché potrebbe essere uno dei filmoni dell'anno. Per gli appassionati di hip-hop, ma non solo. Non state quindi a sentire le opinion di quel Fordon e correte a guardare Straight Outta Compton.
Ford dice: ho sempre adorato gli N.W.A., un gruppo rap di quelli che i ragazzini ed i finti ragazzini di oggi come Cannibal si possono letteralmente sognare. Ricordo quanto ascoltai, ai tempi, la raccolta dei loro successi, superata come numero di ascolti soltanto da Black Sunday dei Cypress Hill, il mio disco rap preferito in assoluto.
Inutile dire che questo film sarà in cima alla lista per questa settimana, mentre decisamente più utile sapere che è molto atteso sia da me che dal pusillanime Peppa.



APPuntamento con l'amore

"Buono questo White Russian! Quasi quasi vado a bermelo da Ford!" "Ma tu sei pazza, quello è un bruto, e si beve anche il tuo!"
Cannibal dice: Al di là di un titolo italiano che manco io mi sognerei di tirare fuori per un mio post, questo APPuntamento con l'amore/Two Night Stand si preannuncia come una romcom moderna e piacevole, ovvero tutto ciò che Ford odia. Un motivo in più per non perdersela.
E che qualcuno spieghi a Ford, se ne è capace, cos'è una app.
Ford dice: a prescindere dall'agghiacciante titolo italiano - una roba che non potrebbe inventarsi neppure il mio antagonista per il titolo di un suo come di consueto sconclusionato post - questa romcom sulla carta abbastanza interessante mi lascia decisamente tiepidino, specie considerando che il mio bonus per il genere l'ho già giocato, in questo periodo, per il più che discreto Trainwreck.



Io e lei

"Te l'ho già detto mille volte: niente White Russian dopo pranzo, che poi mi arrivi a sera ubriaca marcia!"
Cannibal dice: Un film italiano su una coppia lesbo?
Il cinema nostrano è finalmente entrato nel 2015?
Ford, a questo punto il presente aspetta solo te...
Ford dice: film italiano apparentemente moderno? Fantascienza pura. Almeno quanto Cannibal che fornisce pareri cinematografici sensati.



Pecore in erba

"Prendo appunti: questo Ford ne sa una più del Cannibal!"
Cannibal dice: Pellicola italiana presentata nella sezione Orizzonti a Venezia 2015 che pare una roba piuttosto singolare: una commedia sul tema dell'antisemitismo.
Hey, ma La vita è bella non è già stato fatto?
Ford dice: ogni settimana, quando mi ritrovo a scrivere i commenti ai film per questa rubrica, mi chiedo per quanto andremo avanti ad affrontare almeno tre o quattro pellicole italiane alla settimana delle quali non si sentiva minimamente bisogno.
Temo per sempre.



A Napoli non piove mai

"Ford, Cannibal, smettetela di sbraitare l'uno contro l'altro! Vi si sente in tutta la via!"
Cannibal dice: Sul manifesto promozionale del film campeggia la scritta “La commedia più solare dell'anno”. Una mossa davvero astuta farla uscire adesso che è ormai autunno. Gli esperti di marketing della pellicola hanno per caso assunto James Ford come consulente straordinario?

Ford dice: sempre a proposito del Cinema italiano, direi che ormai piove sul bagnato. Un po' come se si parla dell'eccesso di ego del mio co-conduttore.


lunedì 13 maggio 2013

The man with the iron fists - L'uomo dai pugni di ferro

Regia: RZA
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 95'




La trama (con parole mie): un fabbro venuto da Occidente trova in un selvaggio villaggio della Cina feudale crocevia di assassini, soldati, uomini di potere e donne pronte ad approfittarne. Mosso dal sogno di raccogliere il denaro necessario a lui e alla sua donna per abbandonare quei luoghi e cambiare vita, il fabbro forgia giorno dopo giorno armi sempre più potenti e letali, che finiscono per alimentare il desiderio di potere del Clan dei Leoni rispetto al Governatore.
Quando il Leone d'argento elimina quello d'oro in modo da assumere il comando del Clan stesso per poi allearsi con due pericolosi assassini, il fabbro decide di unire le sue forze a quelle del figlio del capoclan trucidato e del soldato Jack Knife, in missione segreta per recuperare i beni del Governatore trafugati dai ribelli.
La lotta sarà senza quartiere, e prima di poter giocare un ruolo decisivo il fabbro dovrà perdere il suo cuore, e non solo, per diventare l'uomo dai pugni di ferro in grado di ristabilire l'ordine e la pace.





RZA è senza dubbio un uomo dai molteplici talenti: musicalmente un fenomeno, anima dei Wu Tang Clan ed autore di colonne sonore clamorose come quella del meraviglioso Ghost dog - se non l'avete visto, correte immediatamente a recuperarlo -, gravita da parecchio tempo, ormai, nei dintorni del pulp figlio del bad guy del Cinema per eccellenza, Quentin Tarantino.
Ed è proprio al genio di Pulp fiction che RZA fa riferimento con questo suo esordio dietro la macchina da presa, un cocktail decisamente divertente che mescola la grande tradizione dei film di arti marziali che vennero sdoganati in Occidente da Bruce Lee, il wuxia, l'estetica di Kill Bill e gli effetti splatter di Greg Nicotero, senza dimenticare il suo caro, vecchio, hip hop.
Non mancano certo i difetti, a quest'opera prima interessante quanto eccessiva, in primis il suo autore: forse perchè troppo ansioso di dimostrare il suo talento anche nella settima arte, il leader dei Wu Tang - tralasciando le naturali sbavature sia in fase di script che di regia, tutte giustificabili - decide di porre se stesso anche dalla parte opposta della macchina da presa assegnandosi il ruolo di protagonista, causando in questo modo la perdita di almeno una parte di appeal del lavoro finito.
Non me ne voglia il buon Robert Fitzgerald Dicks, ma come attore i suoi limiti sono decisamente più evidenti di quelli di Dave Bautista, che i più noti fan di wrestling come il sottoscritto conoscono semplicemente come Batista, ex campione WWE ed anima dello sport-entertainment nel periodo 2005/2010, che nel suo primo ruolo di un discreto spessore mette tutto quello che può - e, inutile negarlo, dal punto di vista dell'impatto fisico è sempre impressionante - facendo una figura decisamente migliore di quella del suo regista.
Inoltre il tributo allo stile tarantiniano risulta decisamente pesante, tanto da far pensare in più di un'occasione di stare assistendo ad un film già visto almeno una decina d'anni fa, o ad un uno di quegli omaggi che gli esordienti semisconosciuti insistono per tributare ai loro registi preferiti.
Non propriamente, dunque, il cult che molti di noi - e mi ci metto in mezzo senza problemi - si aspettavano da una proposta assolutamente attesissima almeno dal popolo della rete.
Dall'altra parte, però, occorre ammettere che The man with the iron fists ha stile da vendere, funziona anche con i suoi difetti dall'inizio alla fine, avvince e diverte, e grazie ad un ottimo Russell Crowe assume uno spessore a suo modo autoriale pur essendo un'opera decisamente votata al tamarrismo da grindhouse selvaggio: l'eccesso di esibizionismo tecnico, il citazionismo sfrenato, la colonna sonora volutamente al limite del kitsch ed i combattimenti che mescolano i cult del genere come Le implacabili lame di Rondine d'oro - supercult del 1966 che ispirò lo stesso Quentinone per il suo già citato Kill Bill - al più moderno stile del folle Takashi Miike - in alcuni momenti pare quasi di essere stati catapultati nel pieno di una versione old school di Ichi the killer - senza dimenticare il quasi horror e lo spirito a stelle e strisce modello Indiana Jones - "quando prendo parte ad un combattimento con il coltello non dimentico mai di portarmi una pistola", sentenzia Jack Knife sornione - donano a questo ibrido imperfetto un fascino quasi irresistibile, che riesce a regalare all'audience la sensazione di goduriosa soddisfazione che permette, di norma, di non considerare troppo gravi i difetti e sminuire le aspettative deluse.
Sicuramente se quello che potreste aspettarvi è grande Cinema le probabilità di rimanere con l'amaro in bocca sono molte, così come se doveste pensare di andare incontro ad una nuova pietra miliare dei film di botte o all'instant cult dell'anno appena iniziato, ma è facile ovviare a questi eventuali inconvenienti: sedetevi, prendete un bel respiro, e godetevi il lavoro di RZA e questo sfoggio di ego e coolness come se non ci fossero troppi domani, lasciando che i colori, le immagini e le danze da ottantotto folli possano intrattenervi e nulla più, cercando di spassarvela come un vecchio soldato cialtrone decisamente letale che abbia solo voglia di buon cibo, una sana sbronza e compagnia femminile fino ad essere stremato, senza perdere troppo tempo ad ammazzare cristiani.
In questo modo rischierete davvero di uscire dalla sala come se il vostro Chi fosse una potenza praticamente incommensurabile.


MrFord

"Bone, crushing, smooth, kicks
blades, chopping, through, bricks
master of the weaponry, sells to both clicks
blacksmith, with the iron fists."
Wu Tang Clan - "Rivers of blood" -



venerdì 4 maggio 2012

Adam Yauch (1964 - 2012)

So long, MCA.


MrFord


"Now here's a little story I got to tell
about three bad brothers you know so well
it started way back in history
with Ad Rock, MCA, and me, Mike D."
Beastie Boys - "Paul Revere" -


giovedì 11 agosto 2011

8 mile

Regia: Curtis Hanson
Produzione: Usa
Anno: 2002
Durata: 110'



La trama (con parole mie): Jimmy "B-Rabbit", ragazzo cresciuto nei bassifondi di Detroit in una famiglia problematica, vorrebbe trovare spazio nel mondo dell'hip hop underground e riuscire ad incidere una prima demo nella speranza di lanciarsi verso il successo.
A spingerlo c'è un gruppo di amici di lunga data, capitanato da Future, che dirige le sfide in rima in uno dei locali più famosi dell'ambiente, e vorrebbe che Rabbit mostrasse davanti ad un pubblico tendenzialmente ostile tutto il suo talento.
A complicare la vita del ragazzo, però, ci sono la madre ed il suo compagno, il lavoro in fabbrica, la storia complessa con la scostante Alex e le promesse di successo garantito di Wink, cresciuto anch'egli nel quartiere di Jimmy ma legatosi ai rapper rivali del nostro guidati da Papa Doc.


Non mi è mai dispiaciuto Eminem, e non mi è mai dispiaciuto Curtis Hanson, autore dell'ottimo L. A. Confidential. Dunque, non potevo che aspettarmi almeno un film discreto dall'incontro dei loro talenti.
Ora, questo vi parrà un incipit di quelli che sono preludio a tempeste di bottigliate selvagge, e invece vi stupirò: ho mantenuto questo tono finto serio giusto per far credere al Cannibale di aver bastonato il film - che, è chiaro, a lui sarà piaciuto soltanto per la presenza di Brittany Murphy -, quando in realtà ammetto di essermelo goduto con discreto piacere.
Certo, non saremo di fronte ad una pietra miliare del disagio sociale su pellicola, eppure storia, protagonisti, sceneggiatura e parte tecnica si combinano andando a costruire un buon ritratto della Detroit dei ghetti - la stessa, e di nuovo per stuzzicare un pò il mio blogger rivale, cantata anche da Kid Rock, peraltro amico di Eminem - e della crisi, come ben raccontato qualche anno fa - anche se si trattava, nello specifico, di Flint, poco distante dalla città di riferimento del Michigan - da Michael Moore nel suo Roger and me.
Indubbiamente la parte del leone spetta all'irrequieto Slim Shady, che se dal punto di vista attoriale non regala certo un'interpretazione da ricordare, dall'altro firma una colonna sonora davvero d'impatto, che ha come cavallo di battaglia la splendida Lose yourself, che portò al giovane cantante addirittura un Oscar.
Una menzione va certamente assegnata anche a Kim Basinger, azzeccatissima nel ruolo della madre disequilibrata e decisamente in forma per la sua età - mi ha ricordato molto la Marisa Tomei di The wrestler con qualche anno in più, per intenderci -, così come allo stesso Hanson, capace di trasformare un potenziale polpettone per ragazzini/e in un discreto film di formazione assolutamente privo di facili soluzioni e retorica spicciola.
Le scelte legate al lavoro di Rabbit e al suo rapporto con Wink ed Alex - ottima la direzione presa dalla storia nata tra i due - fanno onore a regista e sceneggiatore, rendono molto più credibili i personaggi - Alex in particolare - e danno uno spessore decisamente più realistico ad una pellicola che, in altre mani, avrebbe corso il rischio terribile di divenire una sorta di catena di videoclip tenuti insieme con un pò di melensaggine.
Un'occasione non sprecata, dunque, per un solido film d'ispirazione urbana sentito ed in egual misura drammatico e divertente - le battaglie a suon di rap, da vedere rigorosamente in lingua originale, e Cheddar Bob che si spara da solo "per fare brutto" sono da non perdere -, in grado di parlare ad ogni tipo di pubblico.
L'importante, però, è non pensare di trovarsi di fronte ad un Capolavoro.
Sarebbe come paragonare il nostro Eminem a Notorious.

MrFord

"He won't have it , he knows his whole back's to these ropes
it don't matter, he's dope
he knows that, but he's broke
he's so stagnant that he knows
when he goes back to his mobile home, that's when it's
back to the lab again yo
this whole rhapsody
he better go capture this moment and hope it don't pass him."
Eminem - "Lose yourself" -
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