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lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




venerdì 23 giugno 2017

House of cards - Stagione 3 (Netflix, USA, 2015)





Esistono alcuni titoli che, in un modo o nell'altro, a prescindere dal fatto che possano oppure no essere vicini per interessi ed approccio alla vita a chi ne usufruisce, finiscono per catturare quasi avessero la capacità di ipnotizzare: uno di questi è senza dubbio House of cards, o "L'altro Frank" - con riferimento a Frank Gallagher - come lo ribattezza il Fordino.
Personalmente ho sempre detestato la politica, e tutto quello che ne consegue: certo, nel corso della vita ho mentito, tradito e combinato casini come molti dei rappresentanti di governo di tutto il mondo, eppure ho sempre pensato che un certo tipo di attività palesemente e fallibilmente umane fossero e dovessero rimanere personali, più che legate alla carriera di chiunque, sulla carta, dovrebbe dedicarsi al benessere della gente, nel senso più generale e sociale possibile.
Eppure, nonostante il mio disgusto verso un certo tipo di dinamiche in generale, non sono ancora riuscito a volere male a quel gran figlio di puttana di Frank Underwood.
Neppure e soprattutto quando, come in questo caso, passa un'intera stagione a giocare in difesa mostrando quanto sia difficile, una volta arrivati in cima, mantenere la posizione ed evitare che qualcuno predatorio quanto noi possa minacciare il posto, il prestigio il quello che volete guadagnato con il sudore della fronte ed una vagonata di ombre da fare invidia al peggiore dei villains dei fumetti.
Dai conflitti con il leader russo a quelli con l'inseparabile compagna e fautrice di successi Claire, passando per il duello con il Congresso e la candidata Dunbar, fino alla gestione degli uomini di fiducia come Remy e Doug, questo terzo giro di giostra si dimostra il più duro, per Underwood, passato dalla sua condizione ideale - quella dell'attacco - ad una decisamente più scomoda - la difesa forzata -: ma l'evoluzione è legata anche e soprattutto all'apprendimento, e la sopravvivenza ancora di più.
Dunque, assistiamo nel corso di questa terza stagione ad un'ulteriore evoluzione del Frank Underwood avido di potere che avevamo imparato al contempo a detestare ed amare nel corso delle prime due, e ad un trampolino di lancio per una quarta che si preannuncia da fuochi d'artificio, considerati gli eventi del season finale.
Quello che è certo, ad ogni modo, a prescindere da come si percepisca il main charachter, è che House of cards resta una delle proposte attualmente più avvincenti che il piccolo schermo possa offrire, dalle interpretazioni pazzesche di Spacey e della Wright alla tensione costante e continua: potrebbe essere definito un thriller, un political drama, un saggio critico sulle ombre dei corridoi del potere, una black comedy, e via discorrendo.
Ma il fatto è che House of cards è House of cards.
Ovvero una delle cose migliori che vi possano capitare per le mani parlando di piccolo schermo.
E se non volete ritrovarvi a fare i conti con "l'altro Frank", vi converrebbe davvero darmi ascolto.




MrFord




 

domenica 22 gennaio 2017

House of cards - Stagione 2 (Netflix, USA, 2014)




Nonostante il clamoroso ritardo con il quale - cosa non nuova, del resto - qui al Saloon abbiamo approcciato una delle serie più incensate del passato recente, mi pareva di aver intuito le grandi potenzialità di House of cards nonostante l'argomento politica non fosse certo tra i primi della lista dei Ford: prima di tutto la presenza di due protagonisti come Kevin Spacey e Robin Wright - che mostrano un'alchimia pazzesca -, dunque un impianto che strizza l'occhio al Metacinema così come a Shakespeare, ed ancora uno sguardo disilluso e spietato sui meccanismi che regolano i corridoi del potere della più grande democrazia del mondo - almeno sulla carta -.
E, lo ammetto in tutta tranquillità, con le prime due stagioni House of cards non ha fatto altro che consolidare l'aura che la precedeva.
Se, però, la prima annata prevedeva quasi un posizionamento dei pezzi sulla scacchiera di Francis Underwood, la seconda compie un passo oltre, portando il deputato divenuto Vicepresidente a rischiare sempre il più possibile riuscendo al contempo a calcolare - sostenuto anche da una metà alla sua altezza, se non addirittura più diabolica - quali saranno le pedine sacrificabili e quali altre finiranno letteralmente mangiate dalla sua fame mascherata da melliflua mansuetudine.
Eppure, nonostante le parole spese, o le descrizioni, niente potrà rendere l'incedere silenzioso degli Underwood nei corridoi della Casa Bianca quanto la visione delle loro macchinazioni, l'audacia di alcune proposte ed alcuni rischi, la capacità di rimanere sempre credibili anche di fronte alle più spudorate menzogne, o a crimini veri e propri - ricordo che fece scalpore, all'epoca, l'uccisione di uno dei personaggi cardine della prima stagione -: e dall'episodio legato alla ricostruzione della battaglia della Guerra di Secessione fino al season finale, passando attraverso una serie di confronti tesissimi anche quando, da buoni politici, si parla al condizionale e di quello che non si dice, questo secondo giro di giostra è l'equivalente di un rollercoaster che, in tempi di insediamenti presidenziali come questi, finisce per risultare più che attuale.
Ai contenuti drammaturgici, poi, si aggiungono quelli attoriali - anche i caratteristi funzionano alla grande - e tecnici - del resto, quando in scuderia compaiono nomi come quello di James Foley, la qualità è assicurata -, pronti a rendere House of cards uno di quei titoli da piccolo schermo degni del grande, ed imperdibili perfino per chi mastica o si interessa poco degli intrighi - e ci sono, enfatizzati o no da sceneggiature e script - che hanno costruito, costruiscono e costruiranno le fondamenta di qualsiasi percorso politico a qualsiasi latitudine ed in qualsiasi epoca.




MrFord





lunedì 3 ottobre 2016

Elvis&Nixon (Liza Johnson, USA, 2016, 86')




Che gli States siano la patria dell'esagerazione e del larger than life - in positivo come in negativo - penso sia ormai chiaro non solo a noi appassionati di Cinema o fan della cultura a stelle e strisce, ma al mondo intero - sempre in positivo come in negativo -: per quanto parzialmente bistrattato dalla critica ho trovato che il lavoro di Liza Johnson, Elvis&Nixon, incentrato sullo storico incontro tra i due personaggi all'inizio dei settanta alla Casa Bianca, sia un'ottima espressione di questo concetto.
In un'epoca per certi versi completamente diversa e per altri assolutamente e paurosamente uguale - in fondo, il candidato repubblicano per le imminenti Presidenziali è nientemeno che Donald Trump, uno che fa apparire Nixon quasi un'ottima alternativa democratica - sono molti i punti di una vicenda più curiosa e grottesca che altro pronti a suscitare riflessioni sulla direzione che il mondo attuale sta prendendo e sull'influenza del potere sulle persone che lo detengono, sia esso politico o mediatico.
Grazie ai due mostri di bravura Michael Shannon e Kevin Spacey - che fanno a gara a chi è più magnetico, nonostante nessuno dei due somigli particolarmente fuori dai panni portati in scena ai personaggi che interpreta - e ad un cast di supporto perfetto - bravi tutti, da Colin Hanks ad Evan Peters, sicuramente da tenere d'occhio per il futuro, fino ad Alex Pettyfer -, questo Elvis&Nixon diventa non solo un gioiellino di ricostruzione storica come lo erano stati l'Hitchcock di Sacha Gervasi o il Marilyn di Simon Curtis, ma anche un modo per osservare quanto figure come quelle del Re del Rock e di uno dei Presidenti più odiati della Storia americana fossero a loro modo prigioniere del loro ruolo, e talmente fagocitate dall'ombra di se stessi da risultare una via di mezzo tra bambini mai cresciuti e folli senza possibilità di guarigione: da questa prospettiva il lavoro della Johnson pare sconfinare tra la ricostruzione storica ed il surreale in stile Cohen - le indicazioni date dagli assistenti di uno e dell'altro alle loro controparti a proposito dell'incontro tra le personalità sono quasi esilaranti, così come il faccia a faccia divenuto uno sfogo dei due a proposito della paura del comunismo e dell'influenza delle droghe e di personaggi come i Beatles sui giovani -, con la piccola differenza - che non è un difetto, anzi, ma un'aggiunta al valore del sottotesto del film - che si tratta della ricostruzione di un evento realmente accaduto.
Personalmente, non ho mai nascosto le mie simpatie per i cugini a stelle e strisce, o una preferenza netta a livello musicale e non solo per le loro produzioni, così come per l'idea che dietro ogni successo possa celarsi una vera e propria impresa costruita dal niente, passo dopo passo, quasi come se "avessi avuto la fortuna di due persone", afferma Elvis rispetto al fratello gemello nato morto mezzora prima di lui: allo stesso tempo, è chiaro che la fabbrica di sogni più grande del mondo è anche un buco nero dal quale è difficile scappare, come risulta chiaro sul finale, quando scopriamo che, fatta eccezione per il buon Jerry, amico di Elvis prima ancora che suo PR, nessuno ha finito per scampare dal pagare il prezzo per ognuno di quei sogni sempre troppo grandi.
Forse a molti queste appariranno solo chiacchiere da salotto tra due dinosauri del secolo scorso, giganti pronti a mangiare e calpestare non solo chi era loro attorno, ma anche loro stessi, ma dal canto mio, gli Stati Uniti sono anche questo: grandi speranze e grandi cadute.





MrFord




giovedì 22 settembre 2016

Thursday's child


Terminata ufficialmente l'estate, si torna alla normalità rispetto alle uscite in sala, con tante proposte, alcune possibili sorprese e le consuete ciofeche, spesso e volentieri made in Italy o made in Cannibalandia: perchè se c'è una cosa che, purtroppo, in questa rubrica non cambia, è i co-conduttore, il come sempre fastidioso Peppa Kid.



Effetto riscontrato nelle vittime da visione di film promosso come Capolavoro su Pensieri Cannibali.




Bridget Jones's Baby

"Pronto? Cannibal!? Di nuovo tu!? Ti ho detto che io esco solo con Ford!"
Cannibal dice: Pellicola ispirata alla recente gravidanza della Signora Ford, che sta per avere una figlia, ma non sa se il padre sia il Signor Ford oppure... Rocco Siffredi.
Quanto a questa libera rivisitazione con Bridget Jones futura madre di un babé che potrebbe essere di Colin Firth oppure del Dottor Stranamore, penso proprio che me la gusterò. Di recente mi sono rivisto il primo film della saga, Il diario di Bridget Jones, e per la prima volta anche il sequel, Che pasticcio, Bridget Jones, che avevo snobbato ai tempi dell'uscita e devo dire che, se a livello cinematografico non sono niente di che, il personaggio di Bridget Jones è davvero idolesco!
Ford dice: non ho mai fatto i salti di gioia all'idea del personaggio di Bridget Jones, ho vaghissimi ricordi della visione del primo film e la certezza di aver snobbato il secondo. Questo terzo capitolo, fuori tempo massimo e dal trailer assolutamente imbarazzante, sarà felicemente accantonato e lasciato alla vera casalinga disperata della blogosfera, Bridget Kid.



Blair Witch

Una veduta dall'esterno di casa Ford.

Cannibal dice: Altro sequel, che in questo caso mi spaventa molto più di quello di Bridget Jones. E, anche se è un horror, non lo dico in senso positivo. The Blair Witch Project, quello originale, aveva avuto una campagna di marketing geniale ed è stato di sicuro uno dei film più imitati nella storia del cinema recente. E anche in questo caso non lo dico in senso positivo.
Mister James Ford...
anche questo è un nome che non pronuncio in senso positivo. :)
Ford dice: ricordo la visione del tanto pubblicizzato Blair Witch Project in sala, con il rischio sbocco da sparatutto in prima persona e poco altro. Sinceramente, la mia voglia di affrontare questo sequel è la stessa che avrei di passare una vacanza da solo con la strega di Casale Monferrato, Marco Goi.



I magnifici sette

"Hey, ma dov'è Ford!? Non ci sono magnifici che tengano, senza di lui!"
Cannibal dice: E dopo due sequel, ecco un remake. Certo che questa settimana le uscite sono proprio all'insegna dell'innovazione e dell'originalità! Considerando poi che si tratta di un western, il genere prediletto da Ford e quello più detestato da me, mi sa che di magnifico almeno per quanto mi riguarda qui ci sarà davvero poco...
Ford dice: normalmente l'idea del remake di un cult come I magnifici sette - a sua volta remake de I sette samurai di Kurosawa, uno dei più grandi Capolavori del Cinema di tutti i tempi - mi farebbe accapponare la pelle più di Cannibal che affronta un western o un incontro di wrestling, ma il cast ed il trailer mi hanno parecchio esaltato, e spero si riveli, quantomeno, la tamarrata di Frontiera dell'anno.



Frantz

"Nessuno ha preparato un White Russian!? E' sconvolgente!"
Cannibal dice: Nuovo lavoro di François Ozon, regista non sempre autore di capolavori, ma sempre di film interessanti. In più è stato ben accolto all'ultimo Festival di Venezia, dove la protagonista femminile Paula Beer si è portata a casa il premio Mastroianni come attrice rivelazione dell'edizione. Una visione quindi ci sta tutta, alla faccia di chi odia il cinema francese come Monsieur Ford.
Ford dice: Ozon è uno dei pochi registi francesi ad essere riuscito nell'impresa di coinvolgermi ad ogni visione di un suo lavoro, più o meno riuscito che fosse. Dunque, nonostante l'apparenza radical, questo Frantz potrebbe addirittura rappresentare la sorpresa della settimana per il Saloon, come sempre più elastico e pronto a guardare a trecentosessanta gradi il Cinema rispetto al talebano Pensieri Cannibali.



Elvis & Nixon

L'unica stretta di mano documentata tra l'imbrattacarte di Casale, Cannibal Kid, e la rockstar della Bassa Padana, Mr. James Ford.

Cannibal dice: Il confronto tra due figure chiave della storia recente. Cannibal & Ford?
Nah, solo Elvis & Nixon.
Ford dice: se hanno fatto un film su Elvis e Nixon, mi pare doveroso si realizzi al più presto almeno una saga sulla rivalità tra Cannibal e Ford.




La teoria svedese dell'amore

"Noi ti invochiamo, Ford, per giungere in nostro aiuto contro l'influenza nefasta di Cannibal."
Cannibal dice: Documentario diretto dal regista di Videocracy sulla società svedese che potrebbe rivelarsi clamorosamente interessante. Così come clamorosamente per una volta sono io a essere incuriosito da un docu-film e non docu-Ford.
Ford dice: Videocracy è stato un esperimento sicuramente interessante, e da appassionato di documentari e simili non posso che sponsorizzare una visione di questo titolo, nonostante credo che recuperarlo possa essere più difficile che convincere Cannibal ad accettare un faccia a faccia con il sottoscritto.



Prima di lunedì

"Forse così crederanno si tratti di Zoolander 3, invece dell'ennesima porcata italiana."
Cannibal dice: Ma quanti film fa Vincenzo Salemme? Forse più di Nicolas Cage e Jackie Chan...
E quanti film con Vincenzo Salemme io mi guardo bene dal guardare?
Quasi quanti i filmacci con Nicolas Cage e Jackie Chan che invece Ford non si perde per niente al mondo.
Ford dice: sono fiero di dichiarare di non aver mai visto un film di Vincenzo Salemme. E altrettanto fiero di non avere intenzione di iniziare ora.
Allo stesso tempo, sono fierissimo di essere il nemico giurato del nemico giurato del Cinema, Cannibal Kid.



La vita possibile

"Margherita, non ti deprimere troppo: un appuntamento con Cannibal Kid non sarà poi così terribile."
Cannibal dice: Ecco un'altra prezzemolina del cinema italiano: Margherita Buy. Certo, meglio lei di Salemme, però questo film non finisce comunque in cima alla lista delle mie prossime visioni. Così come non ci finisce qualunque film consigliato, o anche solo non disprezzato, da Ford, uahahah!
Ford dice: già negli ultimi anni il rapporto del sottoscritto con il Cinema italiano è stato quasi peggiore che quello con Cannibal, figuriamoci poi se parliamo di una pellicola pseudo di nicchia con Margherita Buy. Passo con gran piacere.



Caffè

"Te lo prometto: non dovrai mai più vedere un film consigliato da Cannibal."

Cannibal dice: Film ambientato tra Italia, Belgio e Cina con tre storie che forse sono unite dal tema del caffè, o forse solo dal caso. In ogni caso a me non me ne frega niente, visto che io il caffè non lo bevo, così come non mi bevo manco le stronzate che spara a ripetizione James Ford.
Ford dice: purtroppo occorre che io ammetta di non bere il caffè al pari di Cannibal Kid. Allo stesso modo, ammetto che salterò senza problemi la visione e continuerò a non bermi le stronzate che spara a ripetizione quel finto giovane che mi ritrovo come antagonista.



Spira mirabilis

Effetti collaterali da visione di Capolavoro cannibalesco.
Cannibal dice: Docu-film italiano presentato tra gli applausi al Festival di Venezia che pare sia molto concettuale e incomprensibile. Roba che al confronto un nuovo lavoro di Terrence Malick è una passeggiata. Solo per questo glielo farei sorbire a Ford 24 ore su 24 come punizione per avere avuto la malaugurata idea di creare il blog White Russian.
Ford dice: questo mi sa proprio di prodotto radical da brodo di giuggiole per supposti critici che se ne intendono di Cinema. Non vedo l'ora di metterci le mani per massacrarlo come si deve. Un po' come per Cannibal.



The Rolling Stones – Havana Moon in Cuba

"Ed ecco l'ospite d'onore della serata: lo Stones della blogosfera, l'alma de Cuba, Mr. Ford!"

Cannibal dice: Dopo il docu-film sui Beatles, ecco che Mick Jagger e soci rispondono prontamente con la versione per il cinema dello storico concerto evento tenuto a Cuba. Per me però i film-concerto non hanno senso di esistere, visto che tra vedere uno show su schermo e viverlo dal vivo passa la stessa differenza che tra leggere di un film su White Russian e vederlo in prima persona. Oppure leggerne su Pensieri Cannibali.
Ford dice: gli Stones, non nuovi ad esperimenti legati a film-concerto come il discreto Shine a light, propongono il concerto evento a Cuba come un nuovo appuntamento cinematografico della loro strepitosa carriera. Preferisco i documentari veri e propri ai film-concerto, ma amando molto Jagger e soci penso che, dovesse capitarmi, non mancherò all'appuntamento.
Mentre manco volentieri all'appello ogni volta che Cannibal spara qualcuno dei suoi giudizi che spero sempre siano segnati da un uso eccessivo di Havana Club, l'alma de Cuba, tanto sono assurdi.



lunedì 18 luglio 2016

Saloon's Bullettin #1


E' davvero curioso, oserei dire rilassante, iniziare a scrivere questa rubrica "corale" dopo anni di post quotidiani strutturati e precisi.
E devo ammettere anche di essermi goduto non poco questa prima settimana da "part time", libero dal quasi obbligo di vedere più film possibili per tenere il passo con il blog, o di scrivere la recensione prima che la memoria cominci ad impedire di andare oltre la decina di righe, soprattutto per i titoli che hanno finito per non coinvolgere particolarmente, prendendomi serate senza programmi, in famiglia o semplicemente passate rilassando il cervello tra PES ed Uncharted 4 - so che ormai sarà luglio, ma quando scrivo queste righe siamo ancora sul finire di maggio -.
Questo nuovo corso, però, non intacca la passione per il grande e piccolo schermo del sottoscritto, come sempre pronto a godersi una visione "sicura" o sperimentare in territori inesplorati: in questo senso ha esordito sugli schermi del Saloon House of cards, incensatissima produzione Netflix che seziona l'ambiente politico USA sorretta da una splendida coppia di protagonisti in forma smagliante, Kevin Spacey e Robin Wright, prodotta da David Fincher - che ne firma il pilota -, confezionata impeccabilmente e nonostante un argomento non propriamente popolare da queste parti in grado di catturare dal primo all'ultimo episodio. 
A stemperare il tono serioso e le ombre dei corridoi del potere, un main charachter sornione e figlio di puttana a mille al quale, però, è impossibile non affezionarsi, anche grazie all'ottima idea di renderlo parzialmente metacinematografico e pronto al dialogo con il pubblico attraverso l'occhio della macchina da presa (tre bicchieri).
Una certezza, invece, è stata il recupero di Assassins, pellicola che trasuda anni novanta firmata da Richard Donner entrata a far parte dell'operazione iniziata a cavallo tra i Globes e gli Oscar che sta vedendo il sottoscritto recuperare tutti i film con protagonista Stallone che ancora, per un misterioso motivo o per un altro, non avevo ancora visto: con Banderas a fare da spalla al mitico Sly ed un'insolita e giovane Julienne Moore nel ruolo della bella da salvare di turno, il film diverte e scorre, ma senza dubbio non è certo memorabile neppure per un fan hardcore di Sly come il sottoscritto, patendo tantissimo la cornice nineties e l'usura del tempo, oltre ad una mancanza generale di ironia che ingessa soprattutto il Silvestrone, che ai tempi non doveva aver ancora capito l'importanza delle risate anche negli action (un bicchiere e mezzo).
Una piacevole sorpresa, invece, è stata Daddy's Home, commedia da padri più o meno fighi e più o meno presenti per tutta la famiglia con protagonisti Marc Wahlberg e Will Ferrell, che in coppia, così come ne I poliziotti di riserva, funzionano e divertono sempre parecchio.
Il confronto tra il patrigno preciso e sempre pronto ad ascoltare ed aiutare ma impacciato e sfigatone ed il padre naturale supercool, palestrato, in grado di compiere qualsiasi impresa e dell'incontro tra i lati positivi e negativi degli stessi, per quanto ovviamente risibile da un punto di vista prettamente cinematografico, è piacevole e godibilissimo, pronto a regalare almeno tre o quattro passaggi già cult al Saloon ed un finale - che spero conduca ad un sequel - con apparizione di John Cena che vale da sola la visione.
Padri, figli, tamarrate e pane e salame. Non potrei chiedere di meglio (due bicchieri).





MrFord


martedì 10 marzo 2015

Come ammazzare il capo 2

Regia: Sean Anders
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 108'
 





La trama (con parole mie): Dale, Kurt e Nick, finalmente liberatisi dei problemi e dei loro precedenti lavori, decidono di mettersi in proprio in modo da poter essere capi solo di se stessi. Peccato che il loro progetto, un congegno che dovrebbe rendere il momento della doccia ancora più rilassante, abbia bisogno di finanziatori e le loro strade incrocino quelle di Bert e Rex Hanson, squali dell'industria e del mercato.
Fregati prima dal figlio e dunque dal padre, i tre amici si improvviseranno una volta ancora criminali tentando di mettere in pratica un rapimento che possa tutelare il loro futuro da imprenditori: sfumata la possibilità, troveranno in Rex un inaspettato alleato pronto a dare loro aiuto per la realizzazione del piano.
Ma sarà davvero così semplice come i nostri l'avranno pianificato ed immaginato?
O nuove insidie si celeranno dietro un'apparente semplicità?








In tutta onestà, non mi sarei davvero aspettato di considerare il sequel quasi fotocopia del primo Come ammazzare il capo - tutto tranne che memorabile, si intenda - come un guilty pleasure da stanca e divano in grado di intrattenermi e regalare ben più di una sequenza da risata sguaiata, ma tant'è: nonostante le riserve della vigilia ed i chiari limiti legati ad operazioni biecamente commerciali come questa, il numero due del brand che appare proporsi come una sorta di nuovo Una notte da leoni mi ha proprio divertito, permettendomi di spegnere il cervello ed annullare una qualsiasi pretesa di Cinema alto per quasi due ore.
Probabilmente i paladini dei radical chic come il mio antagonista Peppa Kid saranno già pronti a criticare un voto troppo alto ed un parere in qualche modo favorevole rispetto al lavoro di Sean Anders, ma se dovessi spaventarmi per così poco, credo che il Saloon sarebbe destinato a chiudere i battenti in brevissimo tempo: le disavventure nel mondo criminale di Dale, Kurt e Nick, infatti, sono riuscite alla grande nel loro intento, ovvero permettermi di staccare la spina e ridere del contrasto tra la serietà di Nick e la fin troppo pronunciata stupidità dei suoi due amici inseparabili - che arrivano in più di un'occasione, soprattutto Dale, a risultare fastidiosi -, di un personaggio come "Fottimadre" - impagabile nell'inseguimento in macchina del finale -, di un sorprendente Chris Pine nel ruolo del voltafaccia Rex e di una vicenda che, effettivamente, in una realtà effettiva non avrebbe alcun riscontro divertente - si pensi a Pain&Gain - ma che in questo caso assume quasi le sembianze di un buddy movie in pieno Apatow style, corredato dagli ottimi outtakes dei titoli di coda.
Per il resto, impazza un cast in gioco in parte per il vil denaro - Kevin Spacey e Christoph Waltz - ed in parte e basta - sempre ottima ed in grande forma Jennifer Aniston -, tutto al servizio degli affiatatissimi protagonisti: la sequenza del progetto del rapimento andato ovviamente a buon fine è una vera goduria, così come il pensiero del confronto con quella che si dimostrerà essere la messa in atto del piano stesso dello strampalato trio, e nonostante qualche volgarità di troppo si finisce per superare qualsiasi fastidio e viaggiare a tavoletta fino ad una conclusione che pare una neppure troppo velata critica sociale rivolta ad una parte ed all'altra dell'organigramma tipico del mondo del lavoro.
Non è detto, infatti, che siano sempre del capo tutte le responsabilità di un fallimento - o di un successo -, così come è altrettanto incerto che la sola presenza di un "direttore d'orchestra" possa condurre inevitabilmente al raggiungimento degli obiettivi: una riflessione neppure troppo banale, considerata la società attuale - senza, purtroppo, toccare il tasto dolente dell'effettiva mancanza di posti di lavoro, soprattutto fissi - ed una pellicola che si propone di essere - giustamente, considerati i mezzi tecnici e l'approccio - una mera pausa dalle spesso non troppo piacevoli riflessioni della vita di tutti i giorni.
Il fatto, poi, che riesca nell'intento anche divertendo il pubblico, è un altro punto a favore - dal rapporto di Dale con moglie e figlie alla serie di colloqui al limite del surreale che mi hanno riportato alla mente Chiedimi se sono felice - di un prodotto che alla vigilia aveva possibilità pressochè nulle di andare oltre le bottigliate, o al muro del singolo bicchiere.
Certo, a volte preferirei essere sorpreso in positivo da prodotti autoriali in grado di poter davvero fare la differenza nelle visioni di una stagione, di un anno o addirittura della vita, ma capita che, come quando si ha a che fare con il mondo del lavoro, ci si debba accontentare: in questo senso, Come ammazzare il capo 2 non è l'impiego peggiore che potrebbe capitarvi tra le mani.




MrFord




"Well I'm running police on my back
I've been hiding police on my back
there was a shooting police on my back
and the victim well he wont come back."
The Clash - "Police on my back" - 





venerdì 26 luglio 2013

Non guardarmi: non ti sento

Regia: Arthur Hiller
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 103'




La trama (con parole mie): Dave Lyons ha perso l'udito da otto anni, vive da solitario e rimpiange i tempi precedenti alla fine del suo matrimonio. Quando assume nella sua edicola Wally Karue, che perse la vista a seguito di un incidente, tra i due scatta subito un'amicizia pronta a permettere al primo di vivere la vita con maggiore ironia ed al secondo di manifestare maggiore fiducia in se stesso.
Testimoni involontari di un omicidio, ricercati dalla polizia così come dai due killer responsabili del crimine, gli ormai inseparabili amici dovranno ingegnarsi e sfruttare le loro abilità così come i loro handicap in modo da risolvere il caso, consegnare i colpevoli alla Giustizia ed evitare di finire a concimare le piante.





Questo post partecipa alle celebrazioni per il Kevin Spacey Day, che avrebbe tranquillamente potuto cedere il passo al ben più importante Sylvester Stallone Day.




Ai tempi della scoperta del Cinema e delle videocassette consumate insieme a mio fratello, Non guardarmi: non ti sento divenne uno dei cult indiscutibili dell'allora casa Ford, visto e rivisto allo sfinimento dalle risate fino alle lacrime per gli irresistibili duetti dei due protagonisti - veri e propri mostri sacri del genere come Gene Wilder e Richard Pryor - al seno strarifatto di Joan Severance - nonostante la famosa scena dell'asciugamano lasciato cadere fosse una delle più usurate della cassetta, ai tempi -.
Onestamente potrei ancora citarlo a memoria, ed avere l'occasione di rivederlo con Julez è stato davvero un gran bel regalo, considerato che ancora una volta ci siamo ritrovati con le mani sulla pancia in momenti come l'esilarante confronto con la poliziotta addetta alle foto segnaletiche: in fondo, parliamo di una delle pellicole cui voglio più bene di quel periodo, nonostante l'ovvia irrealtà dello script ed una seconda parte più action decisamente non all'altezza della prima, dedicata principalmente allo svilupparsi dell'amicizia tra Dave e Wally.
Ancor più onestamente potrei passare ore a riproporre i siparietti tra i protagonisti in compagnia di mio fratello o di Dembo senza annoiarmi un secondo, omaggiando un'epoca che ora, purtroppo per gli spettatori, pare essere finita nel dimenticatoio, e consigliare un recupero immediato per qualsiasi scellerato cinefilo che non avesse mai posato gli occhi su questo gioiellino dell'intrattenimento.
Il fatto è che oggi si celebra, mio - e di Sylvester Stallone - malgrado, il compleanno di Kevin Spacey, ai tempi relegato a figura secondaria - interpretò, poco più che trentenne, il sicario Kirgo, spalla della già citata Joan Severance - nonchè segnato da qualcosa che non si è capito se essere un bozzo, un alieno presente sul suo zigomo sinistro o la prima vittima di quello che sarebbe stato il serial killer psicopatico di Se7en che probabilmente venne pagato come fosse un suo assistente.
Inutile che io stia qui a spiegarvi che senza dubbio il buon Sly avrebbe potuto interpretare il ruolo del suddetto Kirgo con una fisicità ed una prestanza decisamente più importanti, e che soltanto l'aura da sfigatino del buon Kevin ha permesso a quest'ultimo di spuntarla - del resto, non sarebbe stato affatto credibile vedere Rocky Balboa messo al tappeto da un cieco, come se non bastasse piuttosto magrolino -.
Inutile anche che io stia qui a sottolineare che lo Stallone Italiano avrebbe potuto senza troppi problemi incantare nel ruolo di Richard Pryor, ma che il fatto che non fosse afroamericano fu un ostacolo insormontabile, o in quello di Gene Wilder, ma la differenza di altezza con la Severance sarebbe stata troppo evidente e le scarpe con il rialzo progettate per Berlusconi erano ancora in fase di sperimentazione.
Inutile anche affermare che il leggendario Sly se la sarebbe cavata decisamente meglio di Arthur Hiller dietro la macchina da presa, ma nel corso di quell'anno fu troppo impegnato per le riprese e la promozione di due perle come Tango e Cash e Sorvegliato speciale.
Insomma, per dirla tutta, Non guardarmi: non ti sento, già cult, con la presenza di Sylvester Stallone sarebbe senza dubbio diventato un supercult.
Così come il Kevin Spacey Day sarebbe stato molto più efficace se fosse stato un Sylvester Stallone Day.


MrFord


Partecipano al Kevin Spacey Day, che avrebbe dovuto essere il Sylvester Stallone Day: 
50/50 Thriller
Cinquecentofilminsieme
Combinazione casuale
Cooking Movies
Director's Cult
Ho voglia di cinema
Il Bollalmanacco di Cinema
In Central Perk
Montecristo
Pensieri Cannibali
Scrivenny
Triccotraccofobia
Viaggiando (meno)




"'Cause, I think I'm goin' blind
and i know how it should be, yeah'
'Cause, I think I'm goin' blind
and i know how it should be, yeah'."
Kiss - "Goin' blind" -


lunedì 8 aprile 2013

L. A. Confidential

Regia: Curtis Hanson
Origine: USA
Anno: 1997
Durata: 138'




La trama (con parole mie): Los Angeles, primi anni cinquanta. L'impero di Mickey Cohen è crollato lasciando un vuoto di potere che avrebbe condizionato per anni la lotta per il predominio del lato oscuro della Città degli angeli, tra scandali, droga, uccisioni e pornografia di lusso.
In questo contesto dalla doppia faccia - quella pulita e degli spot pubblicitari e delle serie televisive e quella degli affari loschi da seppellire nella notte - si muovono il sergente Jack Vincennes - abituato a ricevere puntualmente mazzette per offrire servizi scandalistici ed arresti "illustri"-, l'agente Budd White - segnato dalle violenze subite ad opera del padre e strenuo difensore delle donne in difficoltà dai modi brutali - e la promessa del corpo di polizia Edmund Exley, preciso e fedele alle regole nonchè abile politico.
A seguito di un vero e proprio massacro commesso in una caffetteria, le vicende professionali e le vite private dei tre si troveranno ad sovrapporre finendo per scatenare un vero e proprio caos all'interno del dipartimento di Hollywood: riusciranno a risolvere lo spinoso caso e mettere fine ad un cancro che si sta propagando in città?




La recente visione del mediocre seppur ben confezionato Gangster squad, ed il fatto che Julez non aveva ancora affrontato quello che è da considerarsi come uno dei cult meglio confezionati del Cinema noir anni novanta, hanno contribuito al concretizzarsi del recupero di L. A. Confidential, titolo che anno dopo anno e visione dopo visione acquista una sempre maggiore credibilità ponendosi come uno dei più solidi e convincenti esempi di Classico moderno - almeno per quanto riguarda gli States - da grande schermo.
Costruito a partire da un romanzo di James Ellroy - uno dei nomi di riferimento del genere - e basato su uno script ad orologeria - firmato anche dal veterano Brian Helgeland -, quello che, ad oggi, è il lavoro migliore dell'artigiano Curtis Hanson è un poliziesco a tinte fosche nella migliore tradizione dei suoi capisaldi - da La fiamma del peccato a Il mistero del falco - orchestrato sfruttando un cast in forma smagliante ed in grado di inchiodare alla poltrona dall'inizio alla fine, riservando ben più di una scena memorabile ed un paio di twist da manuale.
Ai tempi della sua uscita ricordo la fama che conquistò praticamente da subito, riuscendo a mettere d'accordo sia gli spettatori radical chic - e allora, purtroppo, ero anche io nel novero - e quelli di grana grossa, giocando sul fascino di un terzetto di protagonisti a dir poco perfetto - trovo che Budd White sia uno dei personaggi migliori, se non il migliore, che Russell Crowe abbia avuto la fortuna di interpretare - ed una trama avvincente in grado di richiamare sia elementi cardine dell'hard boiled che un pizzico di violenza quasi pulp nel pieno rispetto di quello che era, ai tempi, il nuovo volto della settima arte statunitense sconvolta dalla tempesta tarantiniana.
Occorre ammettere, inoltre, che uno dei grandi pregi di questa pellicola risiede nella sua compattezza, talmente importante da non cedere rispetto alla tensione neppure all'ennesima visione concessa, con il sottoscritto che ancora si emoziona in quello che è il passaggio simbolo della storia, quel "Rollo Tomasi" che dimora nell'Olimpo dei momenti da ricordare di quel decennio cinematografico.
Per il resto, oltre ad una messa in scena rispettosa dell'epoca ed ottimamente realizzata - al timone del comparto tecnico, del resto, troviamo un certo Dante Spinotti, uno dei migliori di tutti i tempi per quanto riguarda la materia del production design -, sono interessanti tutti i temi trattati dentro e fuori la storia principale, dal razzismo - emblematico l'episodio dei tre giovani delinquenti di colore - alla brutalità delle forze dell'ordine, dalla condizione della donna - costretta a sognare un futuro costruito a suon di concessioni al "sesso forte" - all'equilibrio di potere che viene gestito all'interno della polizia così come in una famiglia criminale, con silenzi, spiate, spalle più o meno coperte e crisi di coscienza che si mescolano con il rispetto - oppure no - delle regole.
In questo senso i tre main charachters forniscono ottimi spunti per la riflessione, dal ligio fino al risultare odioso - e tendenzialmente arrivista - Exley al disequilibrato White, semper fidelis nel bene e nel male e mente sottovalutata celata da un braccio troppo spesso in movimento, senza contare il controverso Vincennes, sornione ed abile nel riuscire in qualunque modo a galleggiare in mezzo a tutta la merda che la Los Angeles per bene delle cartoline cerca di nascondere sotto un tappeto troppo corto.
E proprio questo pare il senso dell'intero lavoro: una sorta di Viale del tramonto di una città che è stata ed è il sogno di migliaia di persone a qualsiasi latitudine, una delle capitali del Cinema e delle stelle, e che nel corso dell'ultimo secolo ha segnato la fine di carriere e vite sacrificate sul suo altare di Eldorado di rampe di lancio che spesso e volentieri rivelano dietro il loro sipario un finale tragico.
Dunque occhi aperti e zitti zitti, perchè non si sa mai chi potrebbe pugnalarvi alle spalle, e soprattutto perchè la Città degli angeli è una puledra selvaggia e per nulla disposta ad andare per il sottile: dunque, se vorrete domarla, dovrete essere disposti a qualche sacrificio.
"A qualcuno la gloria, a qualcun'altro una puttana ed un paesino di campagna", sentenzia Lynn.
E nessuna delle due strade si presenterà ai vostri piedi come un tappeto rosso senza chiedere qualcosa in cambio.


MrFord


"Hush, hush
I thought I heard her calling my name now
hush, hush
she broke my heart but I love her just the same now
hush, hush
thought I heard her calling my name now
hush, hush
I need her loving and I'm not to blame now."
Deep Purple - "Hush" -


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