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lunedì 12 novembre 2018

White Russian's Bulletin

 


Per la prima volta nelle ultime settimane - e forse mesi - non solo sono incappato in una settimana di visioni più consistente di quanto non fossi abituato a sostenere, ma anche e fortunatamente di sole visioni soddisfacenti: che si parli di serie tv o di lungometraggi destinati alla sala o alla sempre più importante realtà di Netflix, infatti, non ho memoria di sette giorni così interessanti almeno dalla scorsa primavera. Speriamo sia un segno positivo per la corsa fino alle classifiche di fine anno.

MrFord


HILL HOUSE (Netflix, USA, 2018)

 Hill House Poster
 
Il mio rapporto con Mike Flanagan è da sempre stato discontinuo, avendolo molto apprezzato in alcune pellicole e clamorosamente detestato in altre: giunta sugli schermi di casa Ford grazie al tam tam della rete, Hill House aveva un bel banco di prova da superare per poter essere apprezzata, e nonostante i tempi dilatati dei primi due episodi devo ammettere che l'ha fatto e a pieni voti.
Regia elegante e molto tecnica, stupendi passaggi temporali in termini di script, spaventi ben gestiti ed un sottotesto importante per chiunque "senta" la vita ed abbia trascorsi emotivi importanti con Famiglia e fratellanza.
Un plauso allo stupendo episodio cinque, La donna dal collo storto, che riprende un concetto espresso in modo ancora più spaventoso nel meraviglioso cult "nascosto" Lake Mungo di qualche anno fa, e che accanto all'epilogo giustamente molto emotivo rendono Hill House uno dei titoli più interessanti che il piccolo schermo abbia offerto in questo duemiladiciotto.


 


BLACKkKLANSMAN (Spike Lee, USA, 2018, 135')

 BlacKkKlansman Poster

Ho sempre pensato che, quasi fosse un controsenso, i migliori lavori di Spike Lee fossero i suoi film più "da bianco", quelli in cui riusciva ad abbandonare la grande rabbia per le ingiustizie perpetrate nel nome del razzismo negli States per veicolarla in energia pura toccando, paradossalmente, gli stessi temi: parlo de La 25ma ora e Summer of Sam, senza comunque dimenticare quello che per me resta uno dei film di genere più belli degli ultimi venti o trent'anni, Inside man.
E proprio quando l'idea che mi ero fatto era di un regista ormai alle soglie della pensione, il vecchio Spike tira fuori un cocktail che pare mescolare Scorsese e i Coen e che affronta con acume ed ironia nera - ed un main charachter mitico interpretato dal John David Washington di Ballers - questioni ancora non solo spinose, ma terribilmente reali raccontando una storia a quasi lieto fine prima di consegnare all'audience un pugno nello stomaco in chiusura di quelli che fanno male perchè più veri di qualsiasi storia vera portata sullo schermo.
Fight the power, Spike.

 


OUTLAW KING - IL RE FUORILEGGE (David MacKenzie, UK/USA, 2018, 121')

 Outlaw King - Il re fuorilegge Poster

Nella Scozia fangosa, brutta - si fa per dire, considerati gli scenari naturali - sporca e cattiva dei tempi di William Wallace appena giustiziato da Edoardo I Plantageneto, si mosse negli anni successivi alla morte del condottiero celebrato da Mel Gibson un re "operaio" destinato a diventare il primo monarca riconosciuto della patria del whisky per antonomasia.
David MacKenzie, già da queste parti amatissimo per Hell or high water e Starred Up, torna nella terra natia per raccontare un personaggio importante ma fagocitato nei libri di storia dal già citato Wallace, che mescola il Robin Hood di Ridley Scott ad una versione sanguinosa e cattiva dei Secoli Bui - come dovevano essere, del resto - in pieno stile Game of thrones. 
Il risultato forse non è emotivamente d'impatto come i due titoli che ho citato, ma mostra i muscoli di un regista da continuare a tenere d'occhio, grande schermo o Netflix che sia, in grado di girare passaggi pazzeschi - quello d'apertura, in piano sequenza, è una vera chicca - e senza dubbio capace di raccontare una storia senza avere paura di sporcarsi le mani per farlo.

 

lunedì 3 luglio 2017

Wonder Woman (Patty Jenkins, USA/Cina/Hong Kong/UK/Italia/Canada/ Nuova Zelanda, 2017, 141')




Batman a parte - e Lobo, a dirla tutta - non sono mai stato un grande fan dei personaggi targati DC Comics, quantomeno rispetto agli albi a grande diffusione - la divisione Vertigo, che ha regalato perle come Preacher, Hellblazer e soci è dunque esclusa -: Superman, Flash, la qui presente Wonder Woman non hanno mai fatto breccia nel cuore del sottoscritto, troppo spesso troppo "supereroi" e poco avvezzi alle sfighe ed ai problemi che opprimevano tutti i miei favoriti Marvel, dagli X-Men a Spider Man, passando per Devil e Punisher.
Al Cinema, nel corso di questi ultimi anni legati alla rinascita del genere "eroi in costume", fatta eccezione per i Batman di Christopher Nolan, è accaduta praticamente la stessa cosa: certo, Watchmen non era malvagio, ma i recenti Batman VS Superman e le pellicole legate alla figura dell'Uomo d'acciaio hanno contribuito a scatenare tempeste di bottigliate davvero niente male, complici un'eccessiva seriosità ed un piglio che perdeva nettamente il confronto con quello fresco e coinvolgente di prodotti come Strange o Guardiani della Galassia Vol. 2.
L'arrivo, dunque, di Wonder Woman sul grande schermo nell'ambito del progetto Justice League non partiva dai migliori auspici possibili: l'amazzone, già vista brevemente nel già citato e mortalmente noioso Batman VS Superman, inoltre, non è mai stata tra i miei charachters favoriti, Gal Gadot non mi ha mai conquistato e l'idea di due ore e passa dedicate alle sue gesta mi pareva l'equivalente di una dieta forzata senza alcolici per almeno un mesetto.
Fortunatamente, e come raramente accade con film di questo genere, il lavoro di Patty Jenkins mi ha sorpreso in positivo, sfruttando un lungo flashback in pieno stile Captain America per raccontare come Diana giunse tra gli uomini dopo essere cresciuta protetta nella terra delle amazzoni, e come decise di prendere posizione e divenire l'eroina che vedremo in azione - e protagonista, mi viene da sperare - proprio nel lungometraggio dedicato alla Justice League: mescolando le atmosfere da film di guerra in stile Fury o Salvate il soldato Ryan con alcuni passaggi decisamente scanzonati da film d'avventura modello Indiana Jones, la regista riesce nell'intento di presentare un'eroina dalle capacità "divine" ma profondamente umana, spalleggiata da un variegato e divertente gruppo di comprimari maschili - spicca uno spassoso Chris Pine in versione guascona stile Kirk - ed in grado di fare fronte anche ad un antagonista non propriamente funzionale, un Ares che ha un sapore eccessivo di videogioco nel finale ed un'aura un pò troppo machiavellica - nonchè un look da topo da biblioteca che poco si adatta alla rappresentazione del dio della guerra, per quanto io voglia bene a David Thewlis - in precedenza.
Una produzione non particolarmente originale, forse, a conti fatti, ma piacevole, funzionale e scorrevole, la migliore proposta DC degli ultimi anni ed un'iniezione di energia ad un progetto che, finora, sulla carta mi aveva ispirato davvero ben poco: l'ironia ed il dramma finiscono per mescolarsi quanto l'umanità e la divinità al confronto, e la riflessione a proposito dei disequilibri umani e della guerra finisce per mostrare anche una profondità che fino ad ora risultava non pervenuta nei film dedicati al "collega" più illustre di Wonder Woman, Superman.
La speranza, ora, è che la presenza di Diana illumini anche il resto di questa versione del Cinematic Universe targata DC, e che il lavoro di Patty Jenkins non sia l'ultima sorpresa che lo stesso possa riservare.
C'era davvero bisogno di una donna, come spesso accade, per mettere una pezza a tutti i limiti maschili.




MrFord




martedì 7 febbraio 2017

Hell or high water (David Mackenzie, USA, 2016, 102')




Fin da bambino, complici la formazione Western con mio nonno, i cult degli anni ottanta ed i Fumetti, ho sempre sognato, con tutti i loro pregi e difetti, gli USA, che in qualche modo sono stati una sorta di patria adottiva del sottoscritto nonostante, negli anni, mi sia poi legato ad altri luoghi visitati ed amati: quando, crescendo, scoprii poi un certo Cinema "di rottura" che da Michael Cimino correva fino a Friedkin ed in parte a Eastwood, passando per Peckinpah, trovai senza ombra di dubbio la mia dimensione rispetto alla settima arte a stelle e strisce.
E quando la Frontiera - come concetto - del vecchio West si fondeva a problematiche attuali e toccava dritto al cuore, la strada per diventare un riferimento per questo vecchio cowboy era chiara e tracciata: da Un mondo perfetto a Verso il sole, senza dimenticare Punto Zero e L'ultimo buscadero, c'è una vera e propria "antologia" di pellicole dedicate ai losers ed agli outsiders degli sconfinati territori che furono teatro degli scontri tra cowboys e indiani, e senza ombra di dubbio Hell or high water, ad Anni Zero già belli che rodati, entra prepotentemente a far parte della categoria.
David MacKenzie, inglese che pare nato nel Wyoming, già da queste parti amato per Starred up, entra sfondando la porta a far parte di un circolo ristrettissimo di registi che qui al Saloon hanno almeno un giro gratis di diritto portando in scena una vicenda che ricorda i vecchi tempi delle rapine alle diligenze pur descrivendo con piglio assolutamente attuale il dramma della provincia americana straziata dai pignoramenti e dalla crisi, messa in ginocchio dalle banche e dai fondi d'investimento e pronta a combattere anche ben al di fuori della Legge per potersi rimettere in piedi.
L'impresa e la fuga dei due fratelli Howard, Tanner e Toby, pronti a rischiare tutto, vita compresa, per salvare dalle ipoteche il ranch che fu della madre ed assicurare un futuro ai figli di Toby, dalle filiali di banca più piccole di un appartamento alla sfida con i Ranger del Texas e gli agguerriti abitanti delle cittadine locali, pronta a passare dal sangue alle fughe disperate ai casinò che paiono crocevia di disillusi ed anime perdute, fino a momenti lirici di tenerezza - la lotta tra i due fratelli con l'infinito della prateria di fronte - e violenza - il confronto con i due giovani bulli al distributore di benzina -, è una delle poesie di strada made in USA più intense e straordinariamente belle delle ultime stagioni, ritmata da una colonna sonora pazzesca firmata anche da Nick Cave e chiusa da un pezzo che è una scoperta, oltre a calzare come un guanto l'intera pellicola, Outlaw state of mind di Chris Stapleton, mio nuovo idolo country.
Perfette anche le scelte del cast, dal sempre valido Ben Foster ad un ottimo Chris Pine, senza contare un mitico Jeff Bridges che con il suo Marcus Hamilton pare mescolare i tempi di True Grit con il Clint del già citato Un mondo perfetto: tutto, insomma, perfetto per regalare un nuovo classico a tutti quelli, come me, innamorati della Frontiera, delle ballate di Neil Young e Bruce Springsteen, dei fuorilegge che finiscono per diventare tali perchè non hanno altra scelta, se non quella di soccombere, e che fanno tornare con la mente ai tempi di Frank e Jesse James.
Nessuno esce vincitore, nessuno esce pulito.
Eppure qualcosa di buono, forse, è stato fatto, anche se a prezzo altissimo.
E in quello scambio tra Toby ed Hamilton pare mettersi in rilievo come una cicatrice che pulsa, o l'ammonimento di William Munny all'indirizzo di Kid ne Gli spietati: "E' una cosa grossa, uccidere un uomo. Gli togli tutto quello che ha, e tutto quello che sperava di avere.".
Toby ed Hamilton lo sanno bene.
E dovranno conviverci per una vita.
L'unico modo per sopravvivere a questo, sarà pensare di averlo fatto per qualcosa di più grande.




MrFord




 

martedì 7 aprile 2015

Into the woods

Regia: Rob Marshall
Origine: USA, UK, Canada
Anno: 2014
Durata: 125'






La trama (con parole mie): torna a grande richiesta sul bancone del Saloon la signora Ford, Julez, che non troppo tempo fa si è sobbarcata una delle fatiche da prodotti in sala che più temevo, la visione di Into the woods, musical/kolossal dal sapore di cocktail di fiabe targato Disney e firmato da Rob Marshall.
Avendo già letto la sua recensione, non posso che ringraziare la mia compagna di viaggio per avermi probabilmente risparmiato uno degli strazi maggiori di questo duemilaquindici.





“La la la la into the woods,
lalalalalalallalla into the woods,
into the woods lala lala,
papparappapa into the woods,
e alla fine………….. into the woods” – casomai non avessimo capito che film stiamo vedendo e tra un abbiocco e l’altro sognassimo di avere di fronte il vero e unico Into the woods aka The Evil Dead.

La recensione di questo film potrebbe senza dubbio finire qui.
Se non fosse che per questa ciofecaccia hanno speso la bellezza di 50 milioni di DOLLA (senza amore lungo lungo).
Se non fosse che il regista è Rob Marshall – quello di CHICAGO, porcocazzo!
Se non fosse che il cast è all stars (o quasi, dipende dai gusti) – Johnny Deep, che si candida col principe di Bel Air a garanzia di film demmmerda, Meryl Streep che anche basta, Anna Kendrick, che va bene tutto ma la più bella del reame anche no – ed è talmente anonima che il principe prova la scarpetta alle sorellastre senza accorgersi che non sono loro “l’amata” anche se Cinderella non indossa, come travestimento, neanche gli occhiali di Superman.
Se non fosse che il film è una brutta versione dell’imbruttito Once Upon a Time, che dico io, già c’è quello, già ormai fa cagarissimo, la necessità di rifarne una versione cinematografica “peggio te”, proprio non la vedevo.

Parlando per astrattismi aulici:
questo film è come un bel ragazzo che rispecchia proprio le caratteristiche fisiche che potrebbero piacerti. Nel mio caso è alto, biondo, con i capelli lunghi, gli occhi chiari e il fisicone. Ha all’incirca 17 ehm 18 anni. Ha pure un bel pisello, che non guasta. Del cervello ce ne freghiamo abbastanza, basta che sappia fare una frase con una subordinata semplice e pronunciare parole trisdrucciole.
Ma apre la bocca e non sa fare altro che grugnire. Neanche una tronca, un pensierino delle elementari, niente.
E magari ha anche il fiato fetente.

Questo film aveva tutto ciò che poteva piacere a me che sono una fruitrice di cinema di basso livello: è un musical, rientra nella categoria fantastico (mi accontento di poco), ha degli attori che riconosco.

Però: la musica è una cantilena talmente noiosa ma talmente noiosa, che ho ascoltato con più piacere le melodie stucchevoli sui titoli di coda. E oltretutto chiamarla musica è quasi un’iperbole considerato che sono quasi tutti recitativi (che odio in Rossini, figurarsi in un film al cinema).
La storia è risibile, farlocca, neanche tanto didattica.
Gli attori sono pessimi, tranne Meryl Streep che comunque porta a casa la pagnotta, anche se rinsecchita – ben lontani dalle meraviglie de I Ponti di Madison County.
(Johnny Deep che fa il lupo, invece, mi fa venire in mente Lucio Dalla e niente più).

Insomma un’altra bella schifezza che Mr. Ford si è evitato con piacere.
Ché io recensisco solo i film che lui non vuole guardare.
Degli altri parla lui. Per vostra fortuna.



Julez

 

“Attenti al lupo,
attenti al lupo,
living togheter.”
Lucio Dalla - "Attenti al lupo" -




 

martedì 10 marzo 2015

Come ammazzare il capo 2

Regia: Sean Anders
Origine: USA
Anno:
2014
Durata: 108'
 





La trama (con parole mie): Dale, Kurt e Nick, finalmente liberatisi dei problemi e dei loro precedenti lavori, decidono di mettersi in proprio in modo da poter essere capi solo di se stessi. Peccato che il loro progetto, un congegno che dovrebbe rendere il momento della doccia ancora più rilassante, abbia bisogno di finanziatori e le loro strade incrocino quelle di Bert e Rex Hanson, squali dell'industria e del mercato.
Fregati prima dal figlio e dunque dal padre, i tre amici si improvviseranno una volta ancora criminali tentando di mettere in pratica un rapimento che possa tutelare il loro futuro da imprenditori: sfumata la possibilità, troveranno in Rex un inaspettato alleato pronto a dare loro aiuto per la realizzazione del piano.
Ma sarà davvero così semplice come i nostri l'avranno pianificato ed immaginato?
O nuove insidie si celeranno dietro un'apparente semplicità?








In tutta onestà, non mi sarei davvero aspettato di considerare il sequel quasi fotocopia del primo Come ammazzare il capo - tutto tranne che memorabile, si intenda - come un guilty pleasure da stanca e divano in grado di intrattenermi e regalare ben più di una sequenza da risata sguaiata, ma tant'è: nonostante le riserve della vigilia ed i chiari limiti legati ad operazioni biecamente commerciali come questa, il numero due del brand che appare proporsi come una sorta di nuovo Una notte da leoni mi ha proprio divertito, permettendomi di spegnere il cervello ed annullare una qualsiasi pretesa di Cinema alto per quasi due ore.
Probabilmente i paladini dei radical chic come il mio antagonista Peppa Kid saranno già pronti a criticare un voto troppo alto ed un parere in qualche modo favorevole rispetto al lavoro di Sean Anders, ma se dovessi spaventarmi per così poco, credo che il Saloon sarebbe destinato a chiudere i battenti in brevissimo tempo: le disavventure nel mondo criminale di Dale, Kurt e Nick, infatti, sono riuscite alla grande nel loro intento, ovvero permettermi di staccare la spina e ridere del contrasto tra la serietà di Nick e la fin troppo pronunciata stupidità dei suoi due amici inseparabili - che arrivano in più di un'occasione, soprattutto Dale, a risultare fastidiosi -, di un personaggio come "Fottimadre" - impagabile nell'inseguimento in macchina del finale -, di un sorprendente Chris Pine nel ruolo del voltafaccia Rex e di una vicenda che, effettivamente, in una realtà effettiva non avrebbe alcun riscontro divertente - si pensi a Pain&Gain - ma che in questo caso assume quasi le sembianze di un buddy movie in pieno Apatow style, corredato dagli ottimi outtakes dei titoli di coda.
Per il resto, impazza un cast in gioco in parte per il vil denaro - Kevin Spacey e Christoph Waltz - ed in parte e basta - sempre ottima ed in grande forma Jennifer Aniston -, tutto al servizio degli affiatatissimi protagonisti: la sequenza del progetto del rapimento andato ovviamente a buon fine è una vera goduria, così come il pensiero del confronto con quella che si dimostrerà essere la messa in atto del piano stesso dello strampalato trio, e nonostante qualche volgarità di troppo si finisce per superare qualsiasi fastidio e viaggiare a tavoletta fino ad una conclusione che pare una neppure troppo velata critica sociale rivolta ad una parte ed all'altra dell'organigramma tipico del mondo del lavoro.
Non è detto, infatti, che siano sempre del capo tutte le responsabilità di un fallimento - o di un successo -, così come è altrettanto incerto che la sola presenza di un "direttore d'orchestra" possa condurre inevitabilmente al raggiungimento degli obiettivi: una riflessione neppure troppo banale, considerata la società attuale - senza, purtroppo, toccare il tasto dolente dell'effettiva mancanza di posti di lavoro, soprattutto fissi - ed una pellicola che si propone di essere - giustamente, considerati i mezzi tecnici e l'approccio - una mera pausa dalle spesso non troppo piacevoli riflessioni della vita di tutti i giorni.
Il fatto, poi, che riesca nell'intento anche divertendo il pubblico, è un altro punto a favore - dal rapporto di Dale con moglie e figlie alla serie di colloqui al limite del surreale che mi hanno riportato alla mente Chiedimi se sono felice - di un prodotto che alla vigilia aveva possibilità pressochè nulle di andare oltre le bottigliate, o al muro del singolo bicchiere.
Certo, a volte preferirei essere sorpreso in positivo da prodotti autoriali in grado di poter davvero fare la differenza nelle visioni di una stagione, di un anno o addirittura della vita, ma capita che, come quando si ha a che fare con il mondo del lavoro, ci si debba accontentare: in questo senso, Come ammazzare il capo 2 non è l'impiego peggiore che potrebbe capitarvi tra le mani.




MrFord




"Well I'm running police on my back
I've been hiding police on my back
there was a shooting police on my back
and the victim well he wont come back."
The Clash - "Police on my back" - 





martedì 18 giugno 2013

Star Trek - Into darkness

Regia: J. J. Abrams
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
132'




La trama (con parole mie): il Capitano Kirk, come sempre allergico alle regole ed ai protocolli, è messo nei guai dal suo primo ufficiale, Spock, quando per salvare la vita dello stesso vìola una delle direttive di non interferenza della Flotta Stellare, finendo per essere degradato e privato del comando della sua nave.
Quando, però, un ribelle ed ex agente della Flotta stessa attacca gli alti ufficiali uccidendo, tra gli altri, Pike, mentore dello stesso Kirk, il giovane capitano viene reintegrato in modo da dare la caccia al criminale ed ucciderlo: dietro le direttive della missione, però, si nascondono scheletri nell'armadio della Flotta e del suo comandante, Marcus, la cui figlia finisce per imbarcarsi sull'Enterprise per mettere a nudo i piani del padre.
Kirk ed i suoi uomini si troveranno dunque presi tra due - e più - fuochi, e dovranno mettere le loro vite in gioco per salvare la Terra da una guerra e da chi - da una parte e dall'altra della barricata - le vuole decisamente male.





E' curioso, il ricordo di Star Trek che conservo: benchè mio nonno, infatti, fosse uno strenuo sostenitore dei film western e di guerra, una delle serie che seguiva - con me accanto - con più passione era proprio l'originale dedicata all'equipaggio dell'Enterprise, storica nave spaziale che con la sua curiosa forma finì per diventare uno dei miti della mia infanzia insieme ai suoi occupanti, dall'apparentemente freddo Spock al mitico Kirk, già allora idolo del sottoscritto, senza dimenticare Chekov, Scotty, Sulu, Uhura ed l'indimenticato McCoy - ribattezzato Bones in questa nuova versione -.
Allo stesso modo, non sono mai diventato un trekker, e ricordo di aver avuto una sorta di fidanzata, ai tempi dell'ultimo anno delle superiori, che invece per le occasioni speciali finiva per indossare tanto di tuta della Next Generation, che a ripensarci avrei dovuto prendere molto più per il culo.
E dalla fine del liceo, il nulla.
Quattro anni fa, quando J. J. Abrams, genio del piccolo schermo consolidatosi e cresciuto grazie a serie di culto come Alias e Lost, mise le mani su questo titolo per farne una sorta di prequel/reboot, la mia curiosità per Kirk e soci tornò ad aumentare, e le attese non furono affatto tradite: il risultato, infatti, fu un ottimo film di fantascienza nel senso più classico del termine, in grado di mescolare gli elementi d'avventura e d'azione - senza contare l'ironia - della prima trilogia di Star Wars e gli effetti e la regia dinamica che il nuovo millennio impone.
Con questo secondo capitolo, ovviamente, speravo quantomeno in una riconferma del regista che, nel frattempo, era riuscito a rievocare gli anni ottanta grazie all'ottimo Super 8, in qualche modo rendendo anche più alte le aspettative della vigilia: e che posso dire!?
Quel gran figlio di buona donna di Abrams ha centrato il bersaglio un'altra volta, se possibile migliorando il suo standard e consegnando al pubblico non solo uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni - attenzione, questo Into darkness si mangia roba come Prometheus a colazione e molti degli anni settanta a pranzo, rivaleggiando, tra l'aperitivo e la cena, con il meglio dei già citati eighties -, ma andando oltre effettoni e messa in scena preoccupandosi di rendere tridimensionali i suoi personaggi e, di fatto, trasformando un omaggio in qualcosa in grado di rendere ancora più grande l'eredità di una serie - televisiva e di lungometraggi - cult per ben più di una generazione di spettatori.
Esempio perfetto dell'altissimo livello di questa produzione è l'utilizzo di un personaggio già noto ai fan della saga di Star Trek come Khan, protagonista del secondo film dedicato agli uomini e alle donne dell'Enterprise risalente all'ottantadue nonchè uno dei migliori mai prodotti della serie - insieme al supercult Rotta verso la Terra -: l'interpretazione di Benedict Cumberbatch, protagonista di Sherlock, e l'approfondita scrittura del personaggio, rendono l'incastro con quello che sarà il "futuro" di Kirk e i suoi ancora più interessante, senza contare che, nel corso dell'intera vicenda, l'amicizia ed i botta e risposta che coinvolgono il Capitano ed il suo primo ufficale impreziosiscono la pellicola con divertentissimi scambi sulla scia delle migliori proposte della settima arte in materia di amicizia virile - ultimamente, e pare quasi uno scherzo del destino, soltanto gli Holmes e Watson di Guy Ritchie sono riusciti a divertire con il loro bromanticismo in questo modo - ed i differenti caratteri degli ufficiali dell'Enterprise riescono a rendere alla grandissima l'idea dell'equipaggio inteso come Famiglia che passa anche e soprattutto attraverso la caratterizzazione e l'approfondimento della loro vera nemesi, un nemico ben più inquietante e pericoloso di politicanti guerrafondai come Marcus - una critica rispetto alle passate amministrazioni USA? -.
Come se tutto questo non bastasse, due cose alzano ulteriormente l'asticella della qualità rispetto al lavoro di Abrams: la capacità di mantenere altissima la tensione - sfido a trovare uno solo tra il pubblico a non sapere che il buon James Tiberius Kirk sopravviverà a queste imprese - nonostante si tratti, a conti fatti, di prequel, e quella di riuscire ad interpretare al meglio la sensazione che ai tempi di E. T. - ma questo si poteva evincere con il già citato Super 8 - rendeva ogni esperienza in sala e legata ad un genere come la fantascienza un viaggio verso l'ignoto in grado di farci spalancare occhi e bocca neanche fossimo gli indigeni di un pianeta sperduto che finiscono per trovarsi di fronte ad un'astronave migliaia di anni più avanti nel futuro.
Meraviglia, signori miei.
Questa è la specialità di J. J. Abrams.
E del Cinema.
Non dovremmo scordarcelo mai.
E per fortuna c'è gente come lui pronta a rinfrescarci la memoria ad ogni nuova pellicola.



MrFord



"Parlami dell' esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell'amore che si fà in mezzo agli uomini
di viaggiatori anomali in territori mistici...di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete
come Avanguardie di un altro sistema solare."
Franco Battiato - "No time no space" -





domenica 14 aprile 2013

Una famiglia all'improvviso - People like us

Regia: Alex Kurtzman
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 114'




La trama (con parole mie):  Sam vive a New York, fa il venditore, è sommerso dai debiti e non gli manca la sua famiglia, essendosi costruito una nuova vita con la fidanzata Hannah.
Quando suo padre, un produttore discografico, muore, e Sam è costretto a tornare a Los Angeles per il funerale, scopre grazie all'avvocato dei suoi genitori di aver ereditato la sua incredibile collezione di dischi ma non i centocinquantamila dollari custoditi gelosamente in una borsa da toilette: sono infatti destinati a Josh, undicenne con problemi di comportamento figlio della barista Frankie, madre single ed ex alcolista nonchè figlia illegittima del genitore del nostro sconvolto protagonista.
Venuto a sapere dell'esistenza della sorella, Sam decide di rimanere a L. A. per cercare di venire a capo dei suoi problemi e scoprire se, per lui, c'è la possibilità di ricominciare da capo.





Devo ammettere che è davvero un piacere incrociare il cammino di pellicole come People like us.
Sarà che, in fondo in fondo, anche un cowboy di Frontiera abituato alla solitudine come il sottoscritto è sensibile al concetto di Famiglia, o che quando il tema toccato da una pellicola riguarda il rapporto tra fratelli mi trovo assolutamente più coinvolto, ma ho trovato il lavoro di Kurtzman - già tra gli autori di Alias e Lost - assolutamente sincero e coinvolgente, nel pieno rispetto della tradizione - buona, e non radical chic - del Sundance.
La vicenda di Sam e Frankie e delle loro solitudini da figli trascurati a confronto che si ritrovano senza sapere - almeno dal punto di vista della donna - quanto sono simili i loro vuoti emotivi si inserisce perfettamente nel filone che ha visto affermarsi, negli ultimi anni, titoli come Little Miss Sunshine, Sideways, Paradiso amaro e Hesher: pellicole per certi versi piccole piccole, costruite attorno a produzioni tutto sommato ridotte, che senza alzare troppo la voce riescono ad entrare soprattutto nel cuore dell'audience finendo per emozionare anche i più ostili tra gli spettatori, toccando corde che la gente normale - e in questo senso, il titolo originale ha decisamente molto più senso del poco utile adattamento italiano - ha di norma scoperte, dal rapporto con i propri genitori alla ricerca di un'identità - lavorativa e di aspirazioni -, dall'esperienza della crescita di un figlio a propria volta alla scoperta di un possibile nuovo punto di partenza della quotidianità all'interno della quale si pensava non fosse rimasto nulla se non bugie o la voglia di fuggire lasciando un vuoto che dall'esterno finisce per essere inevitabilmente parte del bagaglio che portiamo nel cuore.
Questo è People like us: un viaggio verso le nostre origini che sia ad un tempo catalizzatore per il superamento del dolore e presa di coscienza di cicatrici che portiamo dentro da troppo tempo, negandole, ed una riscoperta di noi stessi che possa aprire gli occhi rispetto al futuro.
Sam, perso tra i debiti ed un lavoro che porta all'esterno il suo peggio, trova in Frankie e Josh quello che pensa di aver perduto del rapporto con suo padre. Un padre che Josh non ha mai conosciuto, e ritrova, nelle vesti di amico adulto supercool proprio in Sam, proiettato verso Frankie come non è mai stato, forse, neppure con Hannah, o con se stesso, mosso dalla volontà di proteggere e di scoprire il significato del concetto di Famiglia ormai smarrito in ricordi lontani di un parco alla domenica, con il padre chiuso in macchina ad ascoltare gli innumerevoli demo giunti sulla sua scrivania per lavoro.
E Frankie, forte e fragile, sfrontata e vulnerabile, pronta ad innamorarsi di Sam e del suo rapporto con Josh fino alla scoperta del loro effettivo legame, una donna che ha dovuto costruire sulle macerie di un padre che non c'è stato per scelta - anche se non sua, ma questo non può saperlo -, e che rivive nei suoi occhi, gli stessi che stendono Sam al primo incontro, e lasciano l'egoista, l'approfittatore, il venditore fuori dalla porta, in modo che ad entrare ci sia soltanto un ragazzo che ancora non ha scoperto quale sarà la sua strada.
Proprio come lei. E come Josh.
Una strada fatta di educazioni musicali - splendida la colonna sonora, così come le citazioni di interpreti e gruppi storici come i Buzzcocks, i Clash o i Television -, sacrifici, rinunce, tacos, lacrime e sorrisi, imperfezioni, momenti sopra e sotto le righe, confezionati ad arte ed arrangiati come preda di un'improvvisazione: in questo senso, il lavoro di Kurtzman rappresenta alla perfezione il concetto che porta sullo schermo, quella danza di squilibri incrociati che risponde al nome di Famiglia, e che tra genitori e figli, fratelli e sorelle, solitudine e condivisione diviene il teatro più importante per la nostra formazione, il porto cui tornare al termine di una tempesta, il punto di non ritorno e quello di una nuova partenza.
Questo è il sapore di People like us. Quello di una nuova partenza.
Di un riscatto.
Degli occhi di un padre che si specchiano in quelli dei figli che tanto l'hanno detestato, e tanto hanno preso da lui. Nel bene e nel male.
E insieme, proprio come in quelle domeniche al parco, tutto parrà assumere una nuova dimensione.
Un senso che solo un legame di sangue può spiegare.


MrFord


"Early one morning the sun was shining
I was laying in bed
wond'ring if she'd changed it all
if her hair was still red."
Bob Dylan - "Tangled up in blue" -


mercoledì 9 maggio 2012

Una spia non basta

Regia: McG
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 97'



La trama (con parole mie): FDR e Tuck sono due agenti speciali spesso e volentieri in giro per il mondo alle prese con criminali e missioni impossibili, nonchè amici per la pelle sempre pronti a coprirsi e proteggersi l'un l'altro.
Il primo è uno sciupafemmine che non si è mai legato, il secondo ha un matrimonio fallito alle spalle ed un figlio con il quale non riesce a trovare un rapporto vero e proprio.
Quando entrambi conoscono Lauren, una single in cerca della metà del suo cielo, e senza saperlo si innamorano della donna, comincia tra loro una vera e propria battaglia per il suo cuore che non lesina colpi bassi, sfruttamento delle risorse della CIA e tecniche di seduzione che paiono uscite dal manuale della spia provetta.
Peccato che questo duello rischi di mettere a rischio l'amicizia, il lavoro, e soprattutto, le loro vite.




A volte capita di ricredersi, e da buono sportivo sono sempre pronto ad accettare di essere sorpreso anche a scapito di un pregiudizio che avrei perseguito con piacere, dato che si trattava di un titolo tutto sommato promosso dal mio arcinemico Cannibale.
E invece Una spia non basta - adattamento italiano agghiacciante dell'originale This means war - non solo non si è rivelato la schifezza assoluta che credevo fosse, ma è stato in grado di riempire una serata di relax e zero neuroni sul divano di casa Ford senza troppa fatica, divertendo e scivolando via liscia sfruttando anche un ritmo discreto.
Merito principalmente di un approccio assolutamente senza pretese del regista McG - già creatore della simpatica Chuck -, di una leggerezza molto ben giocata tra l'action pura e la commedia romantica e dell'approccio dei protagonisti, pronti a considerare l'autoironia come base per la loro interpretazione: certo, Tom Hardy risulta un pò imbrigliato in un ruolo lontano da quelli che sono i suoi standard rispetto agli altri due protagonisti, e riesce difficile ripensare allo squilibrato Bronson o all'imminente Bane del nuovo capitolo della saga del Batman nolaniano, eppure anche lui riesce a prestarsi al gioco arrangiandosi e supplendo - soprattutto per il pubblico femminile - con l'indubbio fascino che è in grado di esercitare, mentre Chris Pine e Reese Whiterspoon risultano decisamente in parte, divertenti e divertiti come forse mai nelle loro carriere - soprattutto il primo -.
McG, inoltre, pone rimedio ad una certa mancanza di estro ed originalità con una massiccia dose di ironia in grado di ricordare più le commedie di Apatow che i film di spionaggio ed azione e qualche trucchetto giusto giusto per stuzzicare l'attenzione degli appassionati di Cinema un pò più difficili - come il piano sequenza strutturato attorno al balletto di Lauren nell'attesa dei pop corn preparati al microonde con FDR e Tuck intenti ad installare microspie nel suo appartamento.
Il risultato è un mix decisamente godibile perfetto per una serata di coppia, sia che vogliate puntare ad una fanciulla che ancora non siete riusciti a conquistare, sia che vogliate farvi due risate - con qualche parentesi romantica per lei e di esplosioni per lui - ben consapevoli del vostro legame affettivo.
La cornice resta di chiara ispirazione rispetto alla già citata serie Chuck, che ebbe il merito di lanciare il regista verso grosse produzioni come questa o il precedente Terminator: salvation, con una sorta di parodia dei servizi segreti statunitensi a farla da padrona assumendo una connotazione quasi esclusivamente comica rispetto a quello che è lo standard che normalmente la riguarda.
Decisamente divertenti gli scambi tra i due rivali in amore, così come l'idea di porre, per una volta, una donna al centro di una disputa senza svilirla o farla risultare banale - al contrario, Lauren riesce senza troppi problemi a tenere testa ad entrambi i suoi pretendenti -: in particolare, gli "apprezzamenti" sulle mani piccole di FDR ed il doppio colpo basso della presentazione alla nonna da una parte e al figlio dall'altra risultano degni di esperimenti molto riusciti nel campo della commedia "di coppia" come Amici di letto o Crazy, stupid, love, senza contare tutto il "bromanticismo" che circonda la coppia di infallibili agenti dentro e fuori dal campo.
Certo, la sceneggiatura non osa e non rischia proprio nulla, e anche la risoluzione del triangolo risulta piuttosto prevedibile ed assolutamente in linea con un approccio assolutamente all'interno degli schemi, eppure la pellicola regge, si fa perdonare le ingenuità grazie alla leggerezza e tutto sommato diverte a trecentosessanta gradi dall'inizio alla fine.
Considerato che l'avevo bollato come un film già pronto per essere gettato fuori dal saloon a gran colpi di bottiglie, direi che è molto più di quanto potesse sperare il suo regista anche nei sogni più gloriosi.


MrFord


"Double trouble--that's what my friends all call me
(double trouble)
I said, double trouble
T-R-O-U-B-L-E."
Lynyrd Skynyrd - "Double trouble" -


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