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martedì 3 ottobre 2017

Fargo - Stagione 3 (FX, USA, 2017)





Ricordo ancora molto bene la sensazione che mi diede la citazione che chiude Se7en, cultissimo anni novanta targato Fincher che ancora oggi rappresenta un riferimento per il thriller: "Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso. Sono d'accordo solo con la seconda parte.".
Il vecchio Somerset aveva proprio ragione.
Trovarmi di fronte all'immagine - tra le più belle di questa terza stagione - del vice sceriffo Burgle che cerca di spiegare al figlio l'omicidio del nonno preservando il più possibile l'innocenza del ragazzino rispetto ad un mondo in cui è il Male a farla da padrone è stato un brivido pronto a fare da coronamento all'ennesima, grande stagione di una delle realtà da piccolo schermo più interessanti degli ultimi anni: Fargo.
Per la prima volta completamente indipendente, location escluse, dagli eventi che avevano caratterizzato le due stagioni precedenti - legate tra loro da un paio di personaggi presentati in diverse epoche -, la proposta nata come "spin off" del film dei Coen continua ad analizzare quello che è l'abisso offerto dalla predatorietà dell'essere umano, l'importanza - nel bene e soprattutto nel male - della casualità e del destino, la lotta che gli outsiders devono condurre ogni giorno per poter anche soltanto sperare di sopravvivere nella giungla di belve che li aspetta una volta varcata la soglia di casa.
Sono molte, in quella che, ad una prima e superficiale occhiata, potrebbe suonare come la stagione meno incisiva di questa straordinaria proposta, le sequenze che non si dimenticano facilmente, supportate da una galleria di personaggi strepitosa: dalla Burgle, donna di legge, "invisibile" ed outstider - stupenda la sequenza che chiude la personale faida dell'agente con le fotocellule dei lavandini - al gigantesco Varga - uno dei cattivi più disturbanti del passato recente, interpretato alla grande da David Thewlis -, passando per i due fratelli Stussy - bravo anche il buon Ewan McGregor, impegnato in una doppia parte solo apparentemente semplice -, la stupenda Swango - per quanto mi riguarda, idolo sexy di questo duemiladiciassette cui presta volto e corpo come fosse un ruolo dipinto su di lei Mary Elizabeth Winstead - ed i due sicari, che ispirano momenti magici come l'episodio legato a Pierino e il lupo e portano la bandiera di una serie di comprimari assolutamente perfetti - dal socio di Emmit al racconto legato al passato del patrigno scrittore della Burgle - tutto il cast of charachters finisce non solo per rendere alla grande i concetti che gli sceneggiatori - strepitosi - vogliono portare sullo schermo, ma anche per trasformare una galleria della fatalità e del grottesco in uno specchio nel quale - come era già accaduto con le stagioni precedenti - ogni spettatore finisce per fare i conti rispetto alla sua natura umana.
In questo senso, è più colpevole il predatore che caccia conscio del suo ruolo e della sua pericolosità o l'opportunismo di chi cerca di cogliere il maggior profitto possibile da qualsiasi occasione?
Ed è più malvagio essere malvagi o pensare senza alcun ritegno alla propria sopravvivenza?
Nessuno finisce per avere premi, ed il gioco si conclude con una scommessa che gli autori paiono voler passare come una patata bollente al pubblico: in questa grande caccia, quando si aprirà l'ultima porta, chi avrà avuto ragione?
Una questione quasi di fede inserita in un contesto assolutamente reale e vivo, di quelli che, purtroppo, tra le pagine della cronaca nera si possono incontrare ogni giorno e che sono la fotografia di quello che, in misura minore o maggiore, o semplicemente con più o meno evidenza, ognuno di noi porta nel mondo ogni giorno: chi entrerà, da quella porta?
A quale destino andranno incontro i due opposti che attendono possa aprirsi?
Probabilmente, io che sono cattivo ma non abbastanza, finirei dritto dritto sull'asfalto di qualche strada sperduta, come in un duello da vecchio film Western, o a compiere una vendetta che sentirei come giusta.
Dunque non avrei la possibilità di vederla, quella porta mentre si apre.
E se è vero che il mondo non è un bel posto, ma che vale la pena di lottare per esso, allora fanculo.
Io so già chi voglio veder comparire.



MrFord



 

lunedì 3 luglio 2017

Wonder Woman (Patty Jenkins, USA/Cina/Hong Kong/UK/Italia/Canada/ Nuova Zelanda, 2017, 141')




Batman a parte - e Lobo, a dirla tutta - non sono mai stato un grande fan dei personaggi targati DC Comics, quantomeno rispetto agli albi a grande diffusione - la divisione Vertigo, che ha regalato perle come Preacher, Hellblazer e soci è dunque esclusa -: Superman, Flash, la qui presente Wonder Woman non hanno mai fatto breccia nel cuore del sottoscritto, troppo spesso troppo "supereroi" e poco avvezzi alle sfighe ed ai problemi che opprimevano tutti i miei favoriti Marvel, dagli X-Men a Spider Man, passando per Devil e Punisher.
Al Cinema, nel corso di questi ultimi anni legati alla rinascita del genere "eroi in costume", fatta eccezione per i Batman di Christopher Nolan, è accaduta praticamente la stessa cosa: certo, Watchmen non era malvagio, ma i recenti Batman VS Superman e le pellicole legate alla figura dell'Uomo d'acciaio hanno contribuito a scatenare tempeste di bottigliate davvero niente male, complici un'eccessiva seriosità ed un piglio che perdeva nettamente il confronto con quello fresco e coinvolgente di prodotti come Strange o Guardiani della Galassia Vol. 2.
L'arrivo, dunque, di Wonder Woman sul grande schermo nell'ambito del progetto Justice League non partiva dai migliori auspici possibili: l'amazzone, già vista brevemente nel già citato e mortalmente noioso Batman VS Superman, inoltre, non è mai stata tra i miei charachters favoriti, Gal Gadot non mi ha mai conquistato e l'idea di due ore e passa dedicate alle sue gesta mi pareva l'equivalente di una dieta forzata senza alcolici per almeno un mesetto.
Fortunatamente, e come raramente accade con film di questo genere, il lavoro di Patty Jenkins mi ha sorpreso in positivo, sfruttando un lungo flashback in pieno stile Captain America per raccontare come Diana giunse tra gli uomini dopo essere cresciuta protetta nella terra delle amazzoni, e come decise di prendere posizione e divenire l'eroina che vedremo in azione - e protagonista, mi viene da sperare - proprio nel lungometraggio dedicato alla Justice League: mescolando le atmosfere da film di guerra in stile Fury o Salvate il soldato Ryan con alcuni passaggi decisamente scanzonati da film d'avventura modello Indiana Jones, la regista riesce nell'intento di presentare un'eroina dalle capacità "divine" ma profondamente umana, spalleggiata da un variegato e divertente gruppo di comprimari maschili - spicca uno spassoso Chris Pine in versione guascona stile Kirk - ed in grado di fare fronte anche ad un antagonista non propriamente funzionale, un Ares che ha un sapore eccessivo di videogioco nel finale ed un'aura un pò troppo machiavellica - nonchè un look da topo da biblioteca che poco si adatta alla rappresentazione del dio della guerra, per quanto io voglia bene a David Thewlis - in precedenza.
Una produzione non particolarmente originale, forse, a conti fatti, ma piacevole, funzionale e scorrevole, la migliore proposta DC degli ultimi anni ed un'iniezione di energia ad un progetto che, finora, sulla carta mi aveva ispirato davvero ben poco: l'ironia ed il dramma finiscono per mescolarsi quanto l'umanità e la divinità al confronto, e la riflessione a proposito dei disequilibri umani e della guerra finisce per mostrare anche una profondità che fino ad ora risultava non pervenuta nei film dedicati al "collega" più illustre di Wonder Woman, Superman.
La speranza, ora, è che la presenza di Diana illumini anche il resto di questa versione del Cinematic Universe targata DC, e che il lavoro di Patty Jenkins non sia l'ultima sorpresa che lo stesso possa riservare.
C'era davvero bisogno di una donna, come spesso accade, per mettere una pezza a tutti i limiti maschili.




MrFord




martedì 10 maggio 2016

Regression

Regia: Alejandro Amenabar
Origine: Spagna, Canada
Anno: 2015
Durata: 106'






La trama (con parole mie): siamo agli inizi degli anni novanta in una cittadina americana come tante altre, quando il detective Bruce Kenner è incaricato di indagare a proposito delle violenze subite dalla giovane Angela Gray, pronta a rifugiarsi nella parrocchia locale a seguito della denuncia all'indirizzo del padre, che pare essere impazzito dopo la morte della moglie, la dipendenza dall'alcool e la fuga da casa del figlio maschio, tanto da legarsi ad una setta che pratica l'adorazione di Satana.
Kenner, affiancato dallo psicologo Kenneth Raines, ripercorre le tappe che hanno condotto Angela sull'orlo della follia a causa di suo padre e degli adepti della setta, cercando di consegnare alla giustizia tutti i colpevoli: ma le cose sono davvero come sembrano?
E quanto ampia è l'influenza della setta?












Ho sempre considerato Amenabar un fuoco di paglia, un mestierante onesto ma, rispetto a tanti altri, decisamente mediocre, fin dai tempi dei suoi esordi.
Ricordo bene l'entusiasmo di parecchi amici all'uscita di The others - forse, ad oggi, il suo lavoro meglio riuscito -, palesemente ispirato dal precedente Il sesto senso e già allora, almeno per quanto mi riguarda, molto meno sconvolgente di quanto non potesse apparire ad una prima occhiata, la successiva smitizzazione di Mare dentro, titolo eccessivamente celebrato anche dal pubblico americano, la quasi totale bocciatura di Aghora, fino ad arrivare al qui presente Regression, spesso e volentieri massacrato da una critica che pare ormai giunta alla conclusione che il suddetto Amenabar, in realtà, non sia altro che un nome come ce ne sono a mazzi nel giro che conta della settima arte.
Ebbene, devo essere onesto: Regression è un film sostanzialmente inutile, comprensibile quasi dal principio e decisamente poco inquietante o sorprendente, recitato tendenzialmente male da tutti i protagonisti e poco accattivante, eppure mi è parso decisamente meno peggio rispetto a quanto mi aspettassi sia dal suo regista ed autore che dalle recensioni che mi era capitato di leggere in precedenza in rete e non solo.
Neanche fossi tornato di colpo adolescente nel pieno degli anni novanta in un pomeriggio piovoso di autunno inoltrato, Regression ha avuto se non altro il merito di rendere una cornice di quel genere, lontana da classici legati alle possessioni ed al satanismo come Rosemary's baby ma neppure così scarso da far incazzare o pensare di essere di fronte ad uno dei titoli peggiori dell'anno: la vicenda è scritta e portata avanti da Amenabar in modo piuttosto prevedibile e decisamente poco inquietante, eppure, a conti fatti, fotografa discretamente bene la necessità ed il disagio che muovono alcune persone e non pesa particolarmente in termini di tenuta, ritmo e durata.
Non voglio però neppure apparire troppo buono rispetto ad un prodotto che, considerati i protagonisti e la campagna pubblicitaria che quasi ne parlava come fosse una sorta di moderno L'esorcista, risulta davvero essere poca cosa, o più che altro un titolo assolutamente dimenticabile pronto a finire in quell'archivio dalle parti "dei missili Stinger" destinato al cestino della memoria in tempi piuttosto brevi: del resto, scrivo questa recensione a tre giorni dalla visione ed effettivamente ricordo poco, almeno quanto del famigerato e tanto chiacchierato pseudo nudo di Emma Watson, che altro non si rivela se non un fotogramma di spalle probabilmente figlio di una controfigura pronta gentilmente ad offrire il suo culo all'obiettivo in modo da permettere all'ex Hermione di fregiarsi di titoli che, almeno fino a prova contraria, non le competono.
Prova evidente dell'incapacità di "possedere" lo spettatore di questo prodotto è il fatto che la difficoltà di scrivere un post in merito sia decisamente più alta rispetto ad altri pronti ad uscire quasi senza che debba muovere le mani sulla tastiera nella metà del tempo pur prendendo il doppio dello spazio: fondamentalmente, quello che vi dovete aspettare è un film artigianale inserito nella perfetta media dei titoli di cassetta buono giusto per occupare un'ora e tre quarti senza colpo ferire, che probabilmente sorprenderà non tanto i non avvezzi al genere quanto i non avvezzi al Cinema e che finirà per risultare per tutti gli altri come un palliativo rispetto ai tempi d'oro in cui i thriller facevano davvero cagare sotto, pur non portando sullo schermo mostri o presunti tali.
Se non altro, anche in Regression, la paura più grande nasce, cresce e muore con l'Uomo.
Il mostro peggiore che si possa immaginare.





MrFord





"Safe in the light that surrounds me
free of the fear and the pain
my subconscious mind
starts spinning through time
to rejoin the past once again."
Dream Theater - "Scene One: Regression" -







mercoledì 9 marzo 2016

Legend

Regia: Brian Helgeland
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 132'






La trama (con parole mie): siamo a Londra, nel pieno degli anni sessanta. I gemelli Kray, Reggie e Ronnie, cresciuti nelle periferie della City e saliti alla ribalta nel mondo criminale, aspirano a dominare la città il primo con eleganza, locali lussuosi e grandi movimenti di persone e denaro, il secondo con la disequilibrata follia che lo caratterizza. Entrambi, però, hanno una formazione da veri e propri combattenti, pronti a menare le mani e sporcarsele pur di raggiungere i loro obiettivi: l'ascesa e l'acquisizione di un potere sempre maggiore - anche rispetto agli organi costituiti - e la ricchezza non cambieranno, però, la loro anima di ragazzi di strada, e la fascinazione che il crimine continuerà ad avere nonostante le promesse che Reggie in particolare continua a fare alla giovane moglie Frances.









Senza dubbio il Cinema, in termini di ispirazione e fascino, soprattutto a partire dagli anni settanta, ha finito per pescare dal mondo del crimine e dalle sue storie tanto quanto il Teatro ha fatto nel corso dei secoli dalla Tragedia classica: dalla saga de Il padrino a C'era una volta in America, passando per gli Scarface e i Carlito di DePalma e l'analisi della criminalità organizzata di Scorsese, intere generazioni di spettatori sono state - nel bene e nel male, occorre ammetterlo - attratte e formate dalle vicende di grandi nomi del crimine reali o create ad hoc per la fiction - non ultimo, il già cult Pablo Escobar di Narcos, per citare anche il piccolo schermo -.
Legend, prodotto made in England al cento per cento uscito qualche mese fa in sala Oltremanica e dalle nostre parti soltanto ora - del resto, della nostrana distribuzione ormai non mi stupisco più -, si concentra sulle vicende che videro, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, la scena criminale londinese dominata dai gemelli Kray, Reggie e Rod, cresciuti nei bassifondi e divenuti con il fascino e la forza punti di riferimento dell'universo fuorilegge della capitale inglese: per la prima volta rappresentati dallo stesso attore - non è, infatti, questo, il primo biopic dedicato ai due turbolenti fratelli -, un gigantesco Tom Hardy, che non solo regala al pubblico tutte le sfumature del cockney ma anche due mimiche e fisicità decisamente differenti tra loro, i Krays divengono sequenza dopo sequenza il fulcro di una narrazione serrata ed avvincente, pronta a mostrare gli alti ed i bassi - entrambi inevitabili - di una "carriera" come quella dei suoi protagonisti decisamente potente e ben ricostruita ed appassionante da seguire, che si conosca la storia vera dei due boss oppure no.
A prescindere, comunque, dalle vicende narrate, la pellicola andrebbe gustata principalmente per il fascino della ricostruzione e degli accenti - del resto molti dei comprimari sono attori british consumati - ed il lavoro straordinario di quello che, senza dubbio, è uno degli interpreti più interessanti e poliedrici della "mia" - in termini anagrafici - generazione di attori, il già citato Tom Hardy: dopo essere passato dal Cinema d'autore a quello mainstream, dal Bronson di Refn al Max di Fury Road ed aver regalato di recente un'altra ottima interpretazione in The Revenant, quello che solo qualche anno fa appariva come la spalla di DiCaprio in Inception conferma le sue straordinarie doti, affiancandosi proprio al buon Leo e a Michael Fassbender come riferimento attuale per quanto riguarda le interpretazioni maschili.
Archiviati, però, i complimenti al suo protagonista e la presa di coscienza del fatto che si tratti di un prodotto solido e tosto, per il resto Legend presta il fianco alla critica più pesante che si possa muovere ad un prodotto figlio di un filone responsabile di alcuni dei più grandi cult dell'ultimo trentennio: di fatto, esistono decine e decine di film simili a Legend altrettanto ben fatti, ed in termini di impatto emotivo non corre poi così tanta differenza tra questo ed altri prodotti a loro modo convenzionali come i recenti Black Mass e The Iceman.
Storie di crimini e di criminali destinate inevitabilmente ad inghiottire non solo i loro protagonisti, ma anche chi finisce per amarli - splendida la parte legata alla moglie di Reggie -, come buchi neri che, in cambio di potere, denaro e gloria chiedono tributi di sangue ed un destino che si rivela sempre e comunque amaro: in questo senso, non mi chiedo più il perchè di scelte come quelle dello stesso Reggie, dei gemelli Kray, di chiunque abbia percorso quella strada ed abbia deciso, anche quando poteva mollare tutto e vivere in pace e con il culo coperto in qualche paradiso tropicale senza alzare più un dito per tutto il resto della vita, di continuare a combattere, a lottare, ad essere protagonista di una storia che non avrebbe mai potuto avere un lieto fine.
In fondo, chi vive per l'esperienza e per il brivido del viaggio difficilmente riuscirà mai davvero a posare la valigia.
A prescindere da quello che la stessa possa contenere.





MrFord





"There are time when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."

Iron Maiden - "Blood brothers" - 







mercoledì 20 gennaio 2016

Macbeth

Regia: Justin Kurzel
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 113'






La trama (con parole mie): nella Scozia dai paesaggi mozzafiato dei Secoli Bui, Macbeth, guerriero indomito e luogotenente del re, incontra dopo una battaglia tre streghe che gli predicono un futuro da regnante, pur se privo di eredi.
L'uomo, roso dall'ambizione alimentata dalla moglie, decide di rendere vera la profezia ricevuta forzando la situazione ed uccidendo il suo sovrano, forte dello status che gli permetterà di prenderne il posto: il sangue sulle sue mani, la maledizione incombente legata al non riuscire ad avere figli, i sospetti della corte ed una rabbia sempre più difficile da contenere lo porteranno ad isolarsi sempre di più e commettere atti barbarici per difendere quella che è stata la conquista più grande e più amara della sua vita.
Quando, ormai solo e giudicato un tiranno dal popolo e dagli uomini che chiamava alleati, verrà affrontato dai suoi ex compagni di lotta e dai loro figli, Macbeth andrà incontro al proprio destino, che pareva lontano ed impossibile da raggiungere come "una foresta che si muove".










Non è la prima volta che penso a William Shakespeare come al miglior sceneggiatore che il Cinema abbia mai avuto: i lavori del Bardo, immortali e privi di confini a prescindere dalla loro ambientazione o dai tempi che nel frattempo corrono loro incontro ed oltre, sono da sempre un'ispirazione fondamentale per la settima arte, che proprio dall'opera del vecchio Bill ha tratto alcune tra le sue pietre miliari più importanti.
Quest'ultima versione di Macbeth diretta dal giovane Justin Kurzel, dal canto suo, appariva come una scommessa rischiosa nonostante i buoni riscontri ottenuti dal regista con il precedente Snowtown e la presenza di due tra gli attori più convincenti ed universalmente considerati belli degli ultimi anni, Michael Fassbender e Marion Cotillard: del resto, quando alle spalle e come termini di paragone troviamo Macbeth come quello firmato da Orson Welles - splendido ed affascinante nonostante le disavventure produttive - ed ancor più da Akira Kurosawa - per chi non l'avesse mai visto, una visione de Il trono di sangue è assolutamente obbligatoria -, che a Shakespeare fu molto legato, finendo per trovare dalla penna di quest'ultimo - precisamente da Re Lear - gli spunti per quello che, forse, è il suo più grande Capolavoro, Ran, il compito di un qualsiasi regista risulterebbe quantomeno proibitivo.
Approcciato, dunque, con tutte le riserve del caso dal sottoscritto, e certo non graziato da un ritmo particolarmente scorrevole - l'idea di mantenere il linguaggio il più "antico" possibile funziona, ma giova poco al già abbastanza statico stile narrativo scelto dal regista -, questo Macbeth che pare mescolare le spigolosità di personaggi come il William Wallace di Braveheart o il Massimo de Il gladiatore ad un colpo d'occhio meraviglioso ed ipnotico che riporta alla mente cose grandiose come Valhalla rising ha finito non solo per farmi ricredere, ma anche per strappare una valutazione assolutamente irraggiungibile alla vigilia, di fatto mantenendo il trend positivo di questo inizio anno così promettente.
Il lavoro di Kurzel, rispettoso del Bardo ed assolutamente splendido in termini estetici, è poi reso ancora più grande dall'operato dei già citati Fassbender e Cotillard, ottimo il primo ed addirittura strepitosa la seconda, al centro di una sequenza da brividi nella sua ultima apparizione nella pellicola e perfetta nel rendere al meglio la natura terrificante e fragile ad un tempo di Lady Macbeth, eminenza grigia tra le più inquietanti dell'intero panorama shakespeariano: i paesaggi mozzafiato della Scozia, gli spigolosi scenari di battaglia e la rappresentazione affascinante delle streghe rendono poi ancora più magica l'atmosfera offerta da questo lavoro, che di fatto non inventa nulla di nuovo - del resto, anche la stessa vicenda è lasciata il più possibile vicina a quella del dramma originale - ma che ipnotizza e colpisce dal primo all'ultimo minuto, con un crescendo che ricorda quello di follia del suo protagonista, pronto a finire affrontando il suo destino - ottima la scelta di rappresentare la foresta "in movimento" come conseguenza di un incendio - da guerriero finendo per riscattare almeno in parte i suoi delitti incorniciato da un velo cremisi da occhi spalancati per la meraviglia.
Sinceramente, non so se correrei subito al Cinema per affrontare di nuovo una lotta come quella che è stata questa visione, ma di certo il mio appuntamento con il Macbeth di Kurzel verrà rinnovato in futuro, avendo quest'ultimo guadagnato il diritto, se non altro, di accompagnarsi ai più indimenticabili esempi della trasposizione di quest'opera senza sfigurare troppo: come il più folle, sanguinario e coraggioso dei guerrieri e dei sovrani, infatti, si è battuto fino all'ultimo, e pur con le sue imperfezioni e follie - ed un andamento lento - ha finito per meritarsi una fine da combattente, a testa alta e quasi statuaria, simbolo di un tempo che è passato ma di un'umanità selvaggia e ferale come mai, probabilmente, cambierà nonostante le epoche ed i sovrani caduti ed ascesi.
Questo Shakespeare lo sapeva bene, e Kurzel l'ha saputo sfruttare al meglio.





MrFord





"What have I become 
my sweetest friend 
everyone I know goes away 
in the end 
and you could have it all 
my empire of dirt 
I will let you down 
I will make you hurt."
Johnny Cash - "Hurt" - 







martedì 27 gennaio 2015

La teoria del tutto

Regia: James Marsh
Origine: UK
Anno:
2014
Durata:
123'





La trama (con parole mie): Stephen Hawking, promessa assoluta della fisica, conosce ai tempi dell'università la sua futura moglie Jane, diversamente da lui votata alle materie umanistiche ed alla Fede. Il loro rapporto sarà l'ancora alla quale l'uomo si appoggerà per fronteggiare la malattia degenerativa che gli viene diagnosticata all'inizio degli anni sessanta e che lo accompagnerà per tutto il resto della vita, sconfiggendo le probabilità che lo davano morto entro due anni divenendo marito, padre, volto simbolo della scienza, autore di best sellers nonchè "nuovo Einstein".
Il rapporto con la stessa Jane, non privo di ombre, ha di fatto contribuito a formare la coppia in quanto tale ed i suoi appartenenti come individui, che si parli di conquiste in termini di studi o umane: in fondo, il miracolo della creazione e le sue conseguenze, finiscono per essere alla portata della più grande mente immaginabile così come per il più semplice degli uomini.







Come ormai più volte mi è capitato di raccontare tra una recensione e l'altra, ormai parecchi anni or sono - quattordici, per l'esattezza - ho prestato i miei dieci mesi di servizio civile lavorando in ambito universitario assistendo per tutto quello che riguardava questioni logistiche - colloqui con i professori, esami, pranzi, seminari e spostamenti nell'area delle vicinanze dell'Università stessa - studenti con disabilità fisiche: per molti versi, e per quanto ora come ora, se mi ritrovassi a scegliere, penso non disdegnerei - con tutti  i limiti del caso - l'esperienza del militare, quei dieci mesi hanno significato non soltanto uno dei periodi più importanti della mia crescita, ma anche l'esperienza lavorativa più gratificante che abbia mai provato.
Non lo dico per compiacenza o pietismo, sia chiaro: in quel periodo ho conosciuto ragazzi con due palle grandi come interi sistemi planetari - Antonio "Panzer" e Gloria, che spero siano più che felici e tosti come allora ancora oggi -, altri che si crogiolavano nella condizione in cui erano ed altri ancora che, in tutto e per tutto, erano dei veri stronzi pronti a farti sentire in colpa come se fossi la causa delle loro sfortune.
Nessuno di loro, probabilmente, era un genio del calibro di Stephen Hawking, così come probabilmente non lo è nessuno di noi che frequentiamo la blogosfera.
Eppure, le reazioni e la gestione delle emozioni, i pregi ed i difetti erano lì, dove sarebbero stati comunque anche in situazioni diverse, e dove probabilmente sempre saranno.
In questo, La teoria del tutto - seppur, forse, con intenti di partenza diversi - riesce abbastanza bene a mostrare quanta normalissima e splendida umanità si trova anche in condizioni apparentemente straordinarie - ed alludo sia alla condizione di disabilità di Hawking, sia a quella di genio assoluto -, e trova la sua massima espressione nella strepitosa sequenza del momento della rottura definitiva tra il già citato Stephen e la sua compagna di una vita, con il cursore che viaggia velocissimo da una risposta preimpostata all'altra sul computer che da voce al fisico senza fermarsi su nessuna di esse, quasi non avesse davvero parole per decretare la fine di un rapporto.
Peccato che, esclusi il suddetto passaggio, l'interpretazione obiettivamente ottima di Eddie Redmayne - lanciatissimo verso l'Oscar - ed un comparto tecnico notevole, il resto non sia altro che l'ennesima, zuccherosa, prolissa ed a tratti noiosa pellicola hollywoodiana in odore di Oscar.
Peccato davvero, perchè James Marsh, l'uomo dietro la macchina da presa, neppure troppo tempo fa aveva finito per lasciarmi a bocca aperta grazie allo splendido documentario Man on wire - ispirato dalla vicenda che nei prossimi mesi diverrà un film diretto da Robert Zemeckis -, lasciava intendere - e sperare - in qualcosa di decisamente più valido ed intenso di questo.
Peccato, perchè più che la trita e ritrita questione della storia d'amore, avrei preferito conoscere più da vicino, ad esempio, il ruolo di Hawking come padre, o le sue rivoluzionarie teorie scientifiche: io posso capire che - come è facilmente intuibile dal finale, peraltro efficace - il miracolo dell'esistenza, l'unico in grado di unire Scienza e Fede, probabilmente risiede nel momento in cui siamo seduti ed osserviamo i nostri figli crescere, individui che noi abbiamo creato, ed in qualche modo plasmato, fino ad accompagnarli nel mondo, ma da un titolo come questo, che vorrebbe essere qualcosa di più del consueto compitino svolto ad arte per l'Academy, mi sarei aspettato senza dubbio un lampo di genio più clamoroso di qualche lacrima facile o dell'amore che vince, sempre e comunque.
Troppo semplice, fare la pace con l'Universo in questo modo.
Troppo comodo.
Probabilmente, se Hawking avesse girato questo film, non avrebbe preso una via come questa.
Del resto, uno come lui deve saperlo bene quale sia quella, al contrario di questa, tutta in salita.
E non occorre essere dei geni, purtroppo, per capire quale delle due abbia scelto di imboccare Marsh.




MrFord




"You see everything, you see every part
you see all my light and you love my dark
you dig everything of which I'm ashamed
there's not anything to which you can't relate
and you're still here."
Alanis Morissette - "Everything" - 




lunedì 15 ottobre 2012

Basic instinct 2

Regia: Michael Caton-Jones
Origine: UK, Usa
Anno: 2006
Durata: 114'




La trama (con parole mie): la scrittrice Catherine Tramell, come al solito a caccia di seduzione, sesso e morte, si trova a Londra, e neanche a farlo apposta è coinvolta nell'incidente fatale di un noto giocatore di calcio. Ad indagare sul caso è il detective Roy Washburn, letteralmente ossessionato dalla donna, tanto da volerla a tutti i costi incriminare per omicidio.
Per sostenere le sue tesi il poliziotto chiama in causa l'affermato psichiatra ed amico Michael Glass, che neanche il tempo di fare una perizia ed è già una marionetta nelle mani di Catherine, pronta ad ordine un gioco di specchi dietro al quale si consuma un omicidio dietro l'altro: sarà colpevole o innocente? Si tratta dell'elaborata costruzione di una pazza psicopatica o dell'immaginazione troppo fervida dell'uomo caduto nella sua rete?
Con un crescendo da thriller del sabato sera di Italia Uno, giungiamo, ovviamente, ad una risposta che vale tutto, o niente.




Avete presente quando, nel corso di una visione, incrociate una di quelle scene capaci di scatenare quella vocina interiore che vi esorta - detto senza volgarità - a spegnere tutto e rinunciare a proseguire con il film?
Con Basic instinct 2 è accaduto alla prima sequenza.
Nonostante fossi preparato ad un film letteralmente agghiacciante - del resto, si parla di uno degli scellerati "figli" della Blog War dedicata al peggio del peggio del Cinema - l'apertura in stile Fast&furious con la Stone ormai palesemente rifatta e fuori tempo massimo intenta a farsi smanettare dal malcapitato di turno mentre corre in macchina per le strade di una Londra ovviamente deserta finendo per completare il tutto con un volo da action selvaggio dritta dritta nel Tamigi è stata quasi troppo anche per me: conscio della missione che mi attendeva e della sfida con il Cannibale, mi sono costretto ad uno sforzo non indifferente per proseguire e portare a termine il compitino assegnato dal mio antagonista, sorbendomi una delle pellicole più ridicole dai tempi del peggior Joel Schumacher.
Fortunatamente, rispetto ad altre esperienze oltre ogni limite di bruttezza avute da spettatore, posso affermare che Basic instinct 2 - e già io ne avevo avuto abbastanza con il primo - potrebbe essere considerato parte di quella eletta cerchia di titoli involontariamente comici difficili da sopportare dal primo all'ultimo minuto ma, di contro, a loro modo involontariamente esilaranti: le peripezie della protagonista - intelligentissima, bellissima, ubiqua se non di più, in grado di sedurre chiunque ed ovunque, quando lo decide lei - paiono scritte da una selezione di sceneggiatori presi dritti dritti dal peggio del sabato sera thriller di Italia Uno, portate in scena da un regista che definire mestierante sarebbe già fantascienza e recitate con piglio da telenovela da tutto il cast, dalle semicomparse sconosciute a gente decisamente più nota come David Thewlis e Charlotte Rampling.
Tutto quello che, insomma, poteva essere sbagliato, è riuscito ad essere portato in scena anche peggio di quanto ci si aspettasse, e la sequela di scene ben oltre la linea invisibile della decenza pare non avere fine se non con i titoli di coda, a partire dalla già citata apertura di pellicola: dalla ridicola messa in scena del processo al pedinamento di Glass all'indirizzo della Tramell, dall'escalation egotica della protagonista ad un finale che vorrebbe essere sibillino ma che risulta pessimo almeno quanto il resto di queste quasi due ore di spazzatura cinematografica, non c'è nulla - a parte il fatto che l'operazione sappia di ridicolo - che si possa salvare dell'intera produzione.
Così, tra personaggi che entrano ed escono di scena senza alcuna giustificazione rispetto allo script - l'amante di Glass, Michelle, o la prostituta asiatica che lo psichiatra incrocia due volte nel corso della sua "indagine" -, la volontà di mostrare una sorta di discesa nei recessi più oscuri della mente e del desiderio del protagonista maschile - che poi pare sempre e comunque una spalla della Stone - e di cercare di essere a tutti i costi - senza riuscirci - torbido come era stato - questo bisogna concederglielo - il primo capitolo, tutto scorre fortunatamente senza indugiare troppo verso il già citato finale, che speriamo - nonostante l'apertura evidente - ponga la parola fine alla vita cinematografica di un personaggio insulso e fin troppo sopravvalutato come quello di Catherine Tramell, nata probabilmente per essere una sorta di nuova, letale, irresistibile e seducente versione femminile di Hannibal Lecter e divenuta, progressivamente, la caricatura di se stessa.
C'è di peggio? Sicuramente sì.
Ma per trovarlo occorre scavare davvero, davvero a fondo.


MrFord


"And come back as a blond, try a different lipstick on, 
as a blond, will I get whatever I want?
I'd be ever so enticing, cake a lot of icing, never have to watch my weight.
Yeah when I'm gone, I'm gonna come back as a blond. "
Selena Gomez - "As a blonde" -



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