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mercoledì 9 marzo 2016

Legend

Regia: Brian Helgeland
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 132'






La trama (con parole mie): siamo a Londra, nel pieno degli anni sessanta. I gemelli Kray, Reggie e Ronnie, cresciuti nelle periferie della City e saliti alla ribalta nel mondo criminale, aspirano a dominare la città il primo con eleganza, locali lussuosi e grandi movimenti di persone e denaro, il secondo con la disequilibrata follia che lo caratterizza. Entrambi, però, hanno una formazione da veri e propri combattenti, pronti a menare le mani e sporcarsele pur di raggiungere i loro obiettivi: l'ascesa e l'acquisizione di un potere sempre maggiore - anche rispetto agli organi costituiti - e la ricchezza non cambieranno, però, la loro anima di ragazzi di strada, e la fascinazione che il crimine continuerà ad avere nonostante le promesse che Reggie in particolare continua a fare alla giovane moglie Frances.









Senza dubbio il Cinema, in termini di ispirazione e fascino, soprattutto a partire dagli anni settanta, ha finito per pescare dal mondo del crimine e dalle sue storie tanto quanto il Teatro ha fatto nel corso dei secoli dalla Tragedia classica: dalla saga de Il padrino a C'era una volta in America, passando per gli Scarface e i Carlito di DePalma e l'analisi della criminalità organizzata di Scorsese, intere generazioni di spettatori sono state - nel bene e nel male, occorre ammetterlo - attratte e formate dalle vicende di grandi nomi del crimine reali o create ad hoc per la fiction - non ultimo, il già cult Pablo Escobar di Narcos, per citare anche il piccolo schermo -.
Legend, prodotto made in England al cento per cento uscito qualche mese fa in sala Oltremanica e dalle nostre parti soltanto ora - del resto, della nostrana distribuzione ormai non mi stupisco più -, si concentra sulle vicende che videro, a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, la scena criminale londinese dominata dai gemelli Kray, Reggie e Rod, cresciuti nei bassifondi e divenuti con il fascino e la forza punti di riferimento dell'universo fuorilegge della capitale inglese: per la prima volta rappresentati dallo stesso attore - non è, infatti, questo, il primo biopic dedicato ai due turbolenti fratelli -, un gigantesco Tom Hardy, che non solo regala al pubblico tutte le sfumature del cockney ma anche due mimiche e fisicità decisamente differenti tra loro, i Krays divengono sequenza dopo sequenza il fulcro di una narrazione serrata ed avvincente, pronta a mostrare gli alti ed i bassi - entrambi inevitabili - di una "carriera" come quella dei suoi protagonisti decisamente potente e ben ricostruita ed appassionante da seguire, che si conosca la storia vera dei due boss oppure no.
A prescindere, comunque, dalle vicende narrate, la pellicola andrebbe gustata principalmente per il fascino della ricostruzione e degli accenti - del resto molti dei comprimari sono attori british consumati - ed il lavoro straordinario di quello che, senza dubbio, è uno degli interpreti più interessanti e poliedrici della "mia" - in termini anagrafici - generazione di attori, il già citato Tom Hardy: dopo essere passato dal Cinema d'autore a quello mainstream, dal Bronson di Refn al Max di Fury Road ed aver regalato di recente un'altra ottima interpretazione in The Revenant, quello che solo qualche anno fa appariva come la spalla di DiCaprio in Inception conferma le sue straordinarie doti, affiancandosi proprio al buon Leo e a Michael Fassbender come riferimento attuale per quanto riguarda le interpretazioni maschili.
Archiviati, però, i complimenti al suo protagonista e la presa di coscienza del fatto che si tratti di un prodotto solido e tosto, per il resto Legend presta il fianco alla critica più pesante che si possa muovere ad un prodotto figlio di un filone responsabile di alcuni dei più grandi cult dell'ultimo trentennio: di fatto, esistono decine e decine di film simili a Legend altrettanto ben fatti, ed in termini di impatto emotivo non corre poi così tanta differenza tra questo ed altri prodotti a loro modo convenzionali come i recenti Black Mass e The Iceman.
Storie di crimini e di criminali destinate inevitabilmente ad inghiottire non solo i loro protagonisti, ma anche chi finisce per amarli - splendida la parte legata alla moglie di Reggie -, come buchi neri che, in cambio di potere, denaro e gloria chiedono tributi di sangue ed un destino che si rivela sempre e comunque amaro: in questo senso, non mi chiedo più il perchè di scelte come quelle dello stesso Reggie, dei gemelli Kray, di chiunque abbia percorso quella strada ed abbia deciso, anche quando poteva mollare tutto e vivere in pace e con il culo coperto in qualche paradiso tropicale senza alzare più un dito per tutto il resto della vita, di continuare a combattere, a lottare, ad essere protagonista di una storia che non avrebbe mai potuto avere un lieto fine.
In fondo, chi vive per l'esperienza e per il brivido del viaggio difficilmente riuscirà mai davvero a posare la valigia.
A prescindere da quello che la stessa possa contenere.





MrFord





"There are time when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."

Iron Maiden - "Blood brothers" - 







lunedì 26 ottobre 2015

Suburra

Regia: Stefano Sollima
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata: 130'







La trama (con parole mie): il Samurai, storico boss della Roma delle periferie, è alle prese con un grosso affare che incrocia crimine, politica e denaro legato al destino del litorale ostiense, che secondo i suoi piani dovrebbe diventare una sorta di Las Vegas italiana. 
Peccato che uno dei suoi contatti più importanti all'interno del Parlamento, Filippo Malgradi, si ritrovi coinvolto nella morte di una giovanissima prostituta, e per occultarne il cadavere si affidi ad una sua conoscenza nel settore, pronta a chiedere aiuto ad una potente famiglia di zingari divenuta importante negli anni, rivale del Samurai e desiderosa di prendere una fetta della torta.
La catena di eventi scatenata da queste scelte condurrà ad una vera e propria Apocalisse nelle geografie politiche e criminali - ma anche religiose - della "Caput mundi", coinvolgendo senza risparmiare quasi nessuna delle pedine in campo, dai pedoni ai re.










I titoli di coda non avevano neppure finito di scorrere sullo schermo che Julez, in piena reminiscenza del suo passato sul palcoscenico, ha inquadrato la potenza di Suburra citando alla grande Anouilh e dando un senso al termine, fiction e non, di Tragedia: "Ecco, ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola. E' questo che è comodo nella Tragedia. Si dà una spintarella perchè prenda il via, ed è tutto. Dopo, non c'è altro se non lasciar fare. Si è tranquilli. La cosa gira da sola.".
Chi segue più o meno regolarmente il Saloon sa bene quanto il sottoscritto abbia amato cose come la straordinaria serie Romanzo criminale tanto quanto sia in rotta rispetto al Cinema italiano, che nel corso delle ultime stagioni pare aver regalato soddisfazioni che sono parse più episodi isolati che non segnali di vita: all'uscita di Suburra, ultimo lavoro di Stefano Sollima - che nella sua dimensione televisiva pare ormai non avere rivali nel Bel Paese e si conferma come uno dei pochi registi dal respiro internazionale della Penisola - nutrivo ben più di un dubbio, in parte proprio a causa della connotazione televisiva che avrebbe potuto assumere l'operazione ed in parte perchè il precedente ACAB mi aveva convinto solo parzialmente, e per quanto discreto mostrava il fianco a più di una critica.
Il risultato è stato senza dubbio positivo, ma ancora non sufficiente a farmi gridare al miracolo ed alla resurrezione della settima arte nostrana: intendiamoci, non voglio affatto sminuire l'ottimo lavoro del regista, del comparto tecnico, degli autori della colonna sonora o del cast - spiccano a sorpresa un sorprendente Claudio Amendola ed un intenso Alessandro Borghi, curiosamente entrambi volti da piccolo schermo di grana grossa -, o negare la potenza assoluta di alcune sequenze - la pisciata dal balcone del deputato Malgradi celata dalla pioggia, l'inseguimento e la sparatoria all'interno del centro commerciale, il confronto decisivo tra Numero 8 ed il Samurai -, quanto solo dare una misura ad entusiasmi eccessivi che rischiano di avere un effetto contrario sull'operato di un regista capace e con margini di miglioramento ancora ampi come Sollima.
In fondo, come ben insegnano le vicende narrate, la Tragedia spesso e volentieri nasce dal molto piccolo, da un episodio apparentemente insignificante - per quanto grave sia in questo caso - rispetto a quello che appare essere il mosaico completo, e che inesorabilmente, come una piccola tessera di domino, finisce per far crollare anche quello che appariva invincibile, intoccabile, destinato a durare per sempre.
C'è malinconia, nella Tragedia, e nello sguardo di Numero 8 che sogna il litorale ostiense diventare la Las Vegas italiana, o nella voce rotta dell'anziana madre del Samurai che cerca di convincere il figlio ad aspettare per tornare a casa a causa della troppa pioggia.
C'è un diluvio, nella Tragedia, che porta a galla i morti e lava il sangue ed i peccati dalle strade, almeno fino a quando, magari a partire da un nuovo Governo, non si ricomincerà a commetterne: cambieranno i pedoni, le figure destinate a vivere e morire ai piani bassi, ma non i burattinai, gli architetti che dai palazzi finiscono sempre per cadere in piedi.
Ci sono Amore e Tradimento, nella Tragedia, e Odio, e Violenza, perchè non esistono passioni senza sangue a scaldarle, a renderle così forti e dirompenti: non esistono condottieri e dominatori senza outsiders pronti a sorprenderli quando meno se lo aspettano, sgretolando le certezze allo stesso modo di quella piccola tessera del domino, quella piccola morte apparentemente destinata ad essere dimenticata, la scintilla pronta a far divampare l'incendio dell'Apocalisse.
Un incendio che nessun diluvio potrà fermare.
Che potrà lavare via il sangue, ma non potrà far scomparire corpi, ricordi e ferite.
Come una città che risorge dalle sue ceneri.
O un Governo che si forma attraverso nuove elezioni.
E non è detto che sia una cosa migliore.





MrFord




"Piove su Roma
e nemmeno questo tempo di merda mi consola
l'aria si fa... Si fa sottile
questo amore non vuole morire
cade lentamente giù dal cielo
come un regalo di marzo nasconde il suo veleno
ma amore tu non mi puoi sentire
quest'amore non vuole morir."
Antonello Venditti - "Piove su Roma" - 





sabato 20 giugno 2015

Donnie Brasco

Regia: Mike Newell
Origine: USA
Anno: 1997
Durata:
127'






La trama (con parole mie): Joseph Pistone, agente dell'FBI al lavoro su un'operazione di infiltrazione nella Mafia newyorkese, riesce con uno stratagemma ed un lento lavoro di costruzione del suo "personaggio", Donnie Brasco, ad avvicinare Lefty Ruggiero, uno degli uomini di punta dell'Organizzazione per le strade della Grande Mela, killer di lungo corso e luogotenente mai arrivato a ricoprire ruoli di primo piano.
Il rapporto progressivamente divenuto quotidiano con Lefty porta Donnie a scoprire gli usi e i costumi della Famiglia e ad entrare sempre più nei meccanismi della stessa, finendo per allontanarsi da moglie e figlie e dall'FBI che l'ha posto in un ruolo decisamente scomodo.
Quando l'operazione diverrà sempre più grande, e con lei i nodi al pettine, Donnie/Joe si troverà in pieno conflitto con se stesso, i propri valori ed il futuro che intende avere per lui e chi ama.










Nel pieno del mio periodo da radical chic cinefilo, quando non ero impegnato in recuperi di grandi classici o nello scovare pellicole semisconosciute di autori altrettanto poco noti, un guilty pleasure cui non ho mai rinunciato erano i momenti gangster movie passati con mio fratello e, a volte, con il nostro amico Emiliano, pronti a farci rimbalzare tra i goodfellas scorsesiani ed i padrini targati Coppola, in un continuo incrocio di citazioni e frasi divenute cult che ancora oggi, di tanto in tanto, rispolveriamo.
Una di queste era senza dubbio il "Che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco, sorprendente pellicola firmata da un autore che con questo genere pare non avere nulla a che spartire, Mike Newell, al centro di una delle scene che ricordo con più piacere della stessa - all'interno della quale troviamo un ancora pressochè sconosciuto Paul Giamatti duettare con Johnny Depp ai tempi in cui girava ancora film di valore -, intercalare tipico dei bravi ragazzi della mala newyorkese raccontati grazie alla testimonianza di Joseph Pistone, agente dell'FBI che sul finire degli anni settanta fu protagonista di una clamorosa operazione d'infiltrazione.
Ma non è l'aspetto prettamente crime, o la componente thrilling - strepitosa, per tensione, la preparazione dell'incarico che potrebbe portare Donnie all'affiliazione grazie all'intercessione di Lefty Ruggiero - a regalare a Donnie Brasco l'aura di cult che si è guadagnato negli anni e nonostante un piglio decisamente più sotto le righe rispetto ai supercult del già citato Scorsese, o il fatto che si tratti di una sorta di biopic: il colpo vincente sferrato da Newell, infatti, gioca tutto sul dualismo che ogni infiltrato deve affrontare rispetto a se stesso ed al progressivo sentirsi più legato alle persone che, di fatto, sta ingannando rispetto a quelle che rappresenta.
In questi termini, due passaggi in particolare rendono la grandezza di questa pellicola molto più delle sequenze di alto profilo - la vacanza d'affari a Miami della banda di Sonny, Lefty e Donnie, il sommesso ma ugualmente arrembante gigioneggiare di un Pacino strepitoso -: il confronto drammatico tra Joe/Donnie e sua moglie in cui, di fronte all'accusa della madre delle sue figlie di "sembrare uno di loro" l'agente FBI risponde "Io non sembro uno di loro, io sono uno di loro", e lo sguardo dello stesso Pistone tornato alla sua vita "normale" ed insignito di una medaglia che reca la scritta "justice", quasi fosse un beffardo monito, o un finale grottesco per una persona che ha visto entrambi i lati della barricata, e con essi le ombre e le luci di tutori dell'ordine e criminali incalliti.
In questo senso, dove sta la verità della missione di Joe/Donnie?
E quale potrebbe essere il confine da attraversare per considerarsi da una parte o dall'altra della Legge?
E cosa significa Legge? Parliamo di convenzioni sociali, o di quello che è stato deciso dal Sistema più forte?
Uomini come Lefty, criminali senza appello, risultano in fondo meno umani di quanto non siano agenti disposti a sacrificare i loro uomini pur di archiviare un successo?
Una risposta, con ogni probabilità, non si troverà mai.
Non la troverà Ruggiero, legato a valori che, di fatto, l'hanno reso carnefice e vittima.
Non la troverà l'FBI, per quanti arresti possa compiere.
Non la troverà la Mafia, per quanti cadaveri verranno fatti a pezzi nel nome di traffici e giochi di potere.
Non la troverà Joseph Pistone, che si ritrova con una ricompensa di cinquecento dollari e sulla testa una taglia di cinquecentomila.
Oltre ad una vita da testimone protetto.
E non la troverà Donnie Brasco.
Ma che ve lo dico a fare, è così che va la vita.
Da una parte o dall'altra della barricata.




MrFord




"One way or another I'm gonna find ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna win ya
I'm gonna getcha getcha getcha getcha
one way or another I'm gonna see ya
I'm gonna meetcha meetcha meetcha meetcha
one day, maybe next week
I'm gonna meetcha, I'm gonna meetcha, I'll meetcha
I will drive past your house
and if the lights are all down
I'll see who's around."
Blondie - "One way or another" - 




mercoledì 6 marzo 2013

Gangster squad

Regia: Ruben Fleischer
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 113'




La trama (con parole mie): Los Angeles, 1949. Il gangster "importato" da Chicago Mickey Cohen, ex pugile, è il dominatore della scena criminale e non solo della Città degli angeli, e tiene sotto scacco gran parte degli organi di giustizia e degli uomini politici grazie ad un impero basato sulla corruzione e l'intimidazione. Parker, uno degli incorruttibili vertici delle forze dell'ordine, incarica l'altrettanto retto Sergente O'Mara di costituire una squadra di agenti che possa muoversi ben oltre i limiti della legalità per mettere all'angolo il gangster.
Aiutato dalla moglie, il reduce della Seconda Guerra Mondiale assembla una squadra solo apparentemente male assortita che pezzo dopo pezzo e pallottola dopo pallottola riuscirà a mettere in difficoltà l'uomo che tutti ormai reputavano il sovrano incontrastato di L.A., rischiando la vita e anche l'anima.
Riuscirà questo manipolo di folli sostenitori della Legge a completare la sua impresa? O alla fine Mickey avrà la sua vendetta?





I film di stampo derivativo finiscono sempre per caricarsi sulle spalle un bagaglio troppo pesante che finisce per limitarne, di fatto, la portata e l'effetto sugli spettatori: Gangster squad, pompatissima e superpatinata pellicola già ovunque associata a cult del genere gangsteristico come Gli intoccabili e L. A. Confidential - presto su questi schermi -, non è da meno.
Se, infatti, il lavoro di Ruben Fleischer - già noto da queste parti per Benvenuti a Zombieland e 30 minutes or less - appare curatissimo dal punto di vista estetico e tecnico e porta sullo schermo le giuste dosi di sparatorie, azione, dramma ed intrattenimento, l'operazione nel suo complesso risulta piuttosto vuota e posticcia, incapace di aggiungere qualsiasi elemento rispetto a quella che è, per l'appunto, la storia dei gangster-movies: restano una messa in scena elegantissima, rimandi videoludici legati a prodotti di nuova generazione - incredibile la somiglianza con il celebratissimo L. A. Noire, che in casa Ford furoreggiò un paio d'anni fa -, gigioneria a palate di tutto il cast - Sean Penn, sopra le righe e truccato in maniera quasi macchiettistica in primis - ed un pò di sano spara spara da distensione e poco impegno dei neuroni.
Nonostante l'assenza di spessore, comunque, Gangster squad si lascia guardare senza colpo ferire, con un'ora e quarantacinque ben distribuita nel ritmo che alterna momenti di azione serratissima ed altri giocati esclusivamente sull'atmosfera e sulla caratterizzazione dei personaggi, ben curati ma di nuovo - come lo stesso film - incapaci di entrare davvero nel cuore dell'audience.
Il cast è sicuramente di richiamo, dal già citato Penn a Josh Brolin nei panni dell'integerrimo sergente O'Mara, senza dimenticare la vecchia gloria Nick Nolte, gli ormai lanciatissimi Ryan Gosling ed Emma Stone e caratteristi di razza come Anthony Mackie, Michael Pena, Giovanni Ribisi e Robert Patrick - il suo personaggio, vecchio poliziotto cowboy di eastwoodiana memoria, è entrato subito nel cuore di questo cowboy da bancone -: altro elemento che contribuisce ad aumentare la patina esteriore di un titolo che, senza dubbio, non ha nella caratura il suo punto di forza, e che pur romanzando ampiamente le reali vicende del boss Mickey Cohen non riesce a far scattare la scintilla necessaria per compiere il salto di qualità che permette di passare dalla quasi anonima media allo status di piccolo o grande cult.
Nonostante tutto, in ogni caso, non credo valga la pena di gridare allo scandalo o all'occasione sprecata: in fondo rispetto a tante schifezze che girano in sala è sempre meglio avere a disposizione cose come questa, capaci di intrattenere senza pretese ma di essere allo stesso tempo convincenti dal punto di vista qualitativo: a questo proposito, segnalo anche i fantastici titoli di coda "vintage", una vera chicca d'altri tempi che ha riportato alla memoria del sottoscritto i lavori che, nel pieno della Golden Age, realizzava il Maestro Saul Bass.
Se, dunque, avete voglia di una serata che scorra liscia come l'olio e vi trascini come una giostra in un'epoca scintillante quanto pericolosa e senza dubbio traboccante dello charme che l'ha resa mitica, abbandonate ogni presupposto radical chic, armatevi di whisky - o birra - e patatine, e lanciatevi senza guardare indietro - e soprattutto, alle pietre miliari del genere - nella lotta che questo manipolo di poliziotti oltre le regole - tanto da manifestare dubbi loro stessi sulla somiglianza dei metodi applicati dalla squadra rispetto a quelli degli uomini di Mickey Cohen - ingaggia contro l'organizzazione di quello che è stato uno dei più grandi "padrini" della storia della Città degli angeli come se vi steste perdendo tra le pagine di un romanzo hard boiled in pieno stile Mike Hammer.
Se non altro, non ve ne pentirete.


MrFord


"Sometimes I feel like I don't have a partner
sometimes I feel like my only friend
is the city I live in, the city of angels
lonely as I am, together we cry."
Red Hot Chili Peppers - "Under the bridge" -


sabato 25 febbraio 2012

Blood brothers

Regia: Alexi Tan
Origine: Cina, Taiwan
Anno: 2007
Durata: 95'


La trama (con parole mie): Feng, Gang e Hu sono tre inseparabili compagni originari di un piccolo villaggio nella campagna cinese. Spinti dall'entusiasmo e dall'ambizione di Gang, decidono di trasferirsi nella sfarzosa Shanghai degli anni trenta per tentare fortuna: quando entrano nel giro di un boss che gestisce un locale principesco, le loro strade cominciano a dividersi.
Mentre Feng stringe amicizia con la splendida moglie del boss, Lulu, e con il killer - nonchè segreto compagno della donna - Mark, Hu non riesce ad integrarsi nella sua nuova realtà di gangster, al contrario di Gang, che scala ben presto le gerarchie della banda.
Quando il boss scoprirà il legame tra Lulu e Mark, le strade dei vecchi amici si separeranno, e resterà soltanto il tempo di un bagno di sangue.





I gangster movies sono da sempre un quasi sinonimo di cult, in casa Ford: ricordo quando, ai tempi, passavo le ore a discutere con mio fratello se fosse meglio l'eleganza di C'era una volta in America o la cruda realtà di Casinò o Quei bravi ragazzi, e passavo dai Classici con James Cagney al "che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco.
In questa sorta di particolare formazione di genere, l'Oriente ha avuto un ruolo certamente importante, con i capisaldi del suo melò action targati John Woo o le magistrali sequenze di Jonnie To: proprio al primo fa capo Alexi Tan, allievo del Maestro del Cinema made in Hong Kong che tentò la ribalta qualche anno fa con questo omaggio ad uno dei Capolavori dello stesso Woo, il meraviglioso Bullet in the head, trasportando una vicenda molto simile nella Cina degli anni trenta che tanto ricorda - almeno qui nella Terra dei cachi - l'ambientazione ormai mitologica della pellicola simbolo di Sergio Leone.
La storia di Feng, Gang e Hu è perfettamente inseribile nel filone dell'amicizia virile destinata alla tragedia che è alla base di gran parte dei titoli di questo genere, nonchè assolutamente elegante nella sua esecuzione tecnica, nella fotografia e nella colonna sonora, splendidamente romantica come è giusto che siano queste pellicole che paiono vere e proprie coreografie di danza nel sangue: peccato che, a dispetto di un comparto tecnico notevole - e di un'ispirazione chiara ai grandi nomi che ho citato poco sopra - la sceneggiatura non si riveli neppure lontanamente all'altezza delle ambizioni del regista, tanto da suscitare nel sottoscritto un dubbio enorme rispetto alla fase di post produzione.
Quello che pare, infatti, rispetto ad alcuni veri e propri salti temporali e logici nello script, è che l'opera, probabilmente troppo lunga, sia stata pesantemente potata in modo da essere presentata nelle sale senza rischiare che gli spettatori non avvezzi potessero pensare di trovarsi proiettati all'interno di un interminabile odissea - un pò quello che succede se non si è preparati al già citatissimo C'era una volta in America - chiedendo a gran voce la testa di regista e produttori - cosa, peraltro, accaduta anche negli States al Sergione nostro -.
Se così non fosse, ci troveremmo di fronte ad un gioiellino di tecnica irrimediabilmente rovinato da una fase di scrittura scellerata non tanto per le scelte, quanto per una mancanza di unità talmente palese da lasciare interdetti anche i più disattenti e disinteressati elementi dell'audience: qualunque sia la risposta, parte della responsabilità è certo imputabile anche allo stesso John Woo, qui in veste di produttore, perso forse troppo a pensare a quanto ingigantisce l'ego il fatto che un giovane regista possa scegliere di esordire praticamente venerando una delle tue opere migliori.
Resta, dunque, una grande scatola tutto sommato vuota in grado di regalare momenti davvero efficaci a livello realizzativo - il carrello laterale sul massacro finale è da brividi, così come le due sequenze ambientate al villaggio d'origine dei protagonisti, il ballo iniziale e la decisione dei tre di muoversi a Shanghai, ripresa anche come chiusura del climax conclusivo - ma clamorosamente carente a livello di scrittura, un esempio evidente di quanto importante sia avere nella partita un grande sceneggiatore e sfruttarlo davvero.
Volendo osare, si potrebbe pensare che rinunciare a questo aspetto è un pò come decidere di accantonare Sergio Leone per accontentarsi di Muccino.
Decidete voi se ne vale la pena.
   


MrFord


"There are times when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."
Iron Maiden - "Blood brothers" -

lunedì 20 giugno 2011

London boulevard

La trama (con parole mie): Mitchel, appena uscito di galera, è fermamente intenzionato a scrollarsi di dosso il mondo che ha lasciato alle sue spalle appena entrato in carcere, tre anni prima, a partire dal suo vecchio compare Billy.
Per farlo, cerca lavoro come guardia del corpo di una diva che a seguito di un'ascesa precoce e vertiginosa si ritrova, prima dei trent'anni, ad essere divorata da psicosi di vario genere ed ansia da incombenti paparazzi.
Inutile dire che il fascino da bel tenebroso di Mitchel risveglierà nella giovane Charlotte non soltanto i sentimenti schiacciati dall'isolamento, ma la spingerà a buttarsi di nuovo nella mischia, magari portando l'uomo con lei: peccato che, sulla strada per la loro nuova vita, i due debbano fare i conti con Gant, boss che vorrebbe a tutti i costi portare dalla sua Mitchel.

Esistono film capaci di rimanere sospesi, realizzati con professionalità e godibili eppure clamorosamente piatti e pervasi da quell'aura di "già visto" mai troppo utili se non si è in grado di coinvolgere adeguatamente lo spettatore.
London boulevard è uno di essi.
Se paragonato, infatti, a molte schifezze proposte in sala, la pellicola firmata da William Monahan - già sceneggiatore di The departed e Nessuna verità, tra gli altri - appare senza dubbio solida ed assolutamente onesta, di quelle da passarsi una serata con la sicurezza di aver assistito ad uno spettacolo ben realizzato eppure ugualmente associabile all'intrattenimento da distensione di cervello - specie nei periodi in cui lavoro e vita mettono lo zampino sulla soglia d'attenzione che è possibile sfoggiare al termine della giornata -.
Eppure, considerati il background dell'autore, la sceneggiatura e la serie di strizzate d'occhio portate all'indirizzo di pellicole dello stesso genere ma decisamente più potenti come The town o a registi esperti nella stessa materia ma assolutamente più ironici e divertenti - Guy Ritchie -, e non ultima la sensazione che la volontà dello stesso Monahan potesse essere quella di trasformare la storia di Mitchel e Charlotte in una sorta di nuovo cult londinese che potesse sostituire i passati Lock&Stock nel cuore degli appassionati, il risultato non può che perdere punti.
Come credo possa essere facilmente intuibile, dunque, Monahan non ha - e probabilmente non avrà mai -, dalla sua, il carisma o l'appeal di Ritchie, e benchè il cast risulti azzeccato - su tutti spicca un ottimo David Thewlis nell'incredibile ruolo di Jordan, unico personaggio ad avere tutte le potenzialità per figurare in un cult con tutti i crismi, seguito a ruota da Ben Chaplin - la storia naviga tranquillamente sui binari del già sentito senza deragliare ma senza neppure far gridare al miracolo.
Certo, il mestiere si vede ed il risultato minimo è comunque portato a casa, alcune idee risultano efficaci ed il ritmo non perde colpi neppure nei momenti della pellicola ritagliati per la storia che coinvolge i due protagonisti, preludio al crescendo del confronto tra Mitchel e Gant - il loro dialogo al ristorante vale tutta la pazienza portata nei momenti dedicati allo sbocciare dell'amore tra la Knightley e Farrell, che, almeno visti dall'altra parte dello schermo, paiono avere un'alchimia ed un affiatamento pari a quelli di uno sgabello ed una spugna di mare -, decisamente più movimentato e confacente al genere.
Ottimo, invece, il finale, che pur se anticipatissimo e chiaramente ispirato ad altri classici di caratura ben maggiore - Carlito's way su tutti -, dona uno spessore decisamente maggiore ai due amanti, che nella separazione definitiva trovano una dimensione decisamente più reale e clamorosamente più intensa.
In questo senso, aumenta il rimpianto rispetto alla scelta di Monahan di compiere il grande salto della regia senza lavorare con più intensità su questa sceneggiatura prima di consegnarla ad un cineasta più esperto che, forse, avrebbe potuto trasformare la storia di Mitchel in quella perla che lui stesso avrebbe voluto consegnare al pubblico.

MrFord

"I though it was all just a nightmare
I guess it was true
But now I'm left with a daily reminder of you."
Dropkick Murphys - "Rude awakenings" -

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