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lunedì 23 gennaio 2017

Face/Off - Due facce di un assassino (John Woo, USA, 1997, 138')




Questo post partecipa orgogliosamente indossando un parrucchino assurdo alle celebrazioni per il Nicholas Cage Day.




Quasi mi dispiace di aver utilizzato un supercult anni novanta - e sapete bene quanto sia problematico il mio rapporto con i nineties - come ripiego per questo Nicholas Cage Day organizzato dalla ciurma di F.I.C.A.: in realtà, approfittando dell'occasione, avrei voluto recuperare uno dei film più importanti della carriera del Gabbia - Via da Las Vegas, che gli portò l'Oscar - colpevolmente ancora mai passato sugli schermi del Saloon, ma per questioni organizzative e di tempo ho dovuto ancora una volta rimandare l'appuntamento con la Città del peccato e rispolverare, in un pomeriggio da solo con la Fordina, che più passa il tempo e più, rispetto a suo fratello, sembra una vera e propria bestia selvaggia - la sala, al termine della visione, pareva un vero e proprio campo di battaglia tra libri e giochi sparsi in ogni dove -, uno degli esperimenti più riusciti della carriera di un Maestro dell'action come John Woo, al servizio di una doppia grande interpretazione del Nicolone - ovviamente - e di John Travolta, entrambi talmente sopra le righe da fare spavento eppure efficaci come non mai.
Ammetto che, rivedendolo per la prima volta dopo qualche anno, l'impressione che sia un pò invecchiato ha fatto capolino a tratti, eppure Face/Off rappresenta ancora oggi l'esempio perfetto di unione quasi da fantascienza tra action tamarro e sguaiato e film d'autore, grazie ad un comparto tecnico perfetto al servizio di una vicenda totalmente implausibile ma in grado di reggere la tensione ed il ritmo - pazzeschi entrambi - dall'inizio alla fine, regalando uno dei charachters più strabilianti mai interpretati dal Nicolone, Castor Troy, che dal mitico "Mi piace mangiare la patata" agli occhi sgranati delle grandi occasioni è e resta indimenticabile non solo per i fan del Nostro, ma anche per chiunque apprezzi il classico cattivo senza ritegno di questo genere di produzioni.
Come se non bastasse - e, ricordiamolo, vale lo stesso discorso per Travolta - la doppia parte permette a Cage di sfoderare anche il suo lato romantico/patetico prepotentemente come poche altre volte nel corso della carriera, e senza dubbio in questo caso funzionale al personaggio, per l'appunto doppio: la rivalità tra Archer e Troy, che riesce ad essere intensa quasi quanto quella tra il sottoscritto e Cannibal Kid, fa da ossatura ad un film che è un vero e proprio caposaldo del genere, ed uno dei pochi action che, negli anni, sono riusciti a convincere perfino la critica "dura e pura".
Dai "bullet time" che anticiparono i tempi alle riflessioni sul tema del doppio e su quello che accadrebbe se fossimo costretti a vestire i panni del nostro peggior nemico, passando attraverso molti dei grandi nodi narrativi del poliziesco, Face/Off è un film nel suo ambito quasi perfetto, che potrà cominciare ad apparire datato agli spettatori attuali ma che è senza alcun dubbio una bomba pronta ad esplodere, un rollercoaster dal quale non si scende fino ai titoli di coda, e che permette di cedere al fascino del bad guy da parte di chi è sempre stato il buono per antonomasia - la rissa in carcere - così come a quello del bravo ragazzo per chi, al contrario, è sempre stato uno stronzo maiuscolo - il trattamento allo spasimante della "figlia" -: in un giorno di celebrazioni come questo, non mi sento troppo a disagio nell'affermare che si tratta senza ombra di dubbio di uno dei successi maggiori di Nicola Gabbia, in uno dei ruoli che più hanno calzato sulla sua capacità interpretativa da occhio sbarrato e movenze nervose ed apparentemente scomposte, un misto tra un cane maledetto ed un veterano della cocaina.
Chiunque pensi che l'action sia morta con gli anni ottanta o, ancora peggio, che viva in molti dei prodotti spompati che girano in sala di questi tempi - si veda il recente terzo capitolo dell'inutile XxX -, dovrebbe farsi un giro con i signori Archer e Troy per assaporare il vero brivido di un genere da sempre troppo sottovalutato ed in grado come pochi altri di esaltare a dismisura lo spettatore.




MrFord



 




Partecipano orgogliosamente indossando il parruccone con me anche:
Il Bollalmanacco 
Director's Cult
Non c'è paragone
Pietro Saba's World
In Central Perk 
Una mela al gusto pesce
Cooking Movies

venerdì 26 settembre 2014

Red Cliff - La battaglia dei tre regni

Regia: John Woo
Origine: Cina, Hong Kong, Giappone, Taiwan, Corea del Sud
Anno: 2009
Durata: 146' (parte prima) e 142' (parte seconda)




La trama (con parole mie): siamo attorno al duecento dopo Cristo nell'antica Cina, quando il primo ministro Cao Cao, portata a termine con successo la campagna contro i signori della guerra e divenuto più temuto e rispettato dell'Imperatore, decide di manipolare quest'ultimo in modo che gli permetta di innescare un conflitto contro i due principali regni del Sud, retti da Liu Bei e Sun Quan, il primo di umili origini ed avanti con gli anni, il secondo giunto sul trono quasi per caso, giovane e senza esperienza. Quando la sconfitta pare inevitabile per il primo, lo stratega Zhuge Liang comincia a lavorare ad un'alleanza tra i regni del Sud che possa significare non solo salvezza, ma anche speranza di sconfiggere l'invincibile Cao Cao.
Stretta una forte amicizia con Zhou Yu, vicino a Sun Quan e considerato da quest'ultimo come un fratello, Liang sfrutterà tutte le sue conoscenze ed abilità per preparare il terreno ai suoi compagni in modo che gli stessi possano vincere la battaglia decisiva: ma sarà davvero una vittoria? 
E Cao Cao si limiterà a soccombere, o rivelerà la sua natura di vincente?






Ricordo ancora quando vidi per la prima volta la versione cinematografica di Red Cliff, forse l'opera più ambiziosa, costosa e tecnicamente incredibile di John Woo, Maestro indiscusso del Cinema action d'Oriente e non solo: correva l'anno duemilanove, ed attendevo da tempo la trasposizione cinematografica di una delle epopee di guerra più note dellla Storia cinese, che paradossalmente, invece che a scuola - l'Oriente è purtroppo un snobbato ancora oggi - conobbi grazie alle interminabili partite a Dynasty Warriors, videogioco fracassone e di battaglie da ore passate davanti allo schermo grazie alla Playstation 2 di qualche anno fa.
Purtroppo si trattava della versione cinematografica di questo lavoro, ignobilmente tagliata a metà - in tutti i sensi - e così distribuita in tutto il mondo - per una volta, dunque, non fu colpa solo dei nostri distributori -: il risultato, quindi, fu una sorta di mezza delusione, anche perchè la complessità della trama, la varietà ed il numero dei personaggi nonchè la coesione del plot subirono dei pesanti condizionamenti di un montaggio assolutamente da macellai - destino che accomuna quest'opera enorme ad uno dei grandi Capolavori del Cinema tutto, I sette samurai, che ai tempi fu presentato a Venezia vincendo il Leone d'argento con la metà del minutaggio effettivo, portando lo stesso Kurosawa a dichiarare che la Giuria aveva visto, in realtà, solo tre samurai e mezzo -.
Fortunatamente, con l'uscita per home video è giunta anche dalle nostre parti la versione integrale di quello che è, forse, l'affresco più potente che l'autore di filmoni come The killer abbia mai prodotto in carriera: ed il risultato della visione è decisamente differente.
Red cliff, infatti, gustato nella sua interezza, rappresenta, di fatto, l'equivalente epico ed emozionante di quello che fu, da queste parti, Il ritorno del re, ovvero una grande fiera di emozioni e sentimenti da blockbuster orchestrati con mezzi e tecnica da fantascienza, filtrati però attraverso una sensibilità ed una profondità di temi da pellicola d'autore: per quanto, infatti, si tratti di fatto di un film che racconta una delle epopee belliche più note della sua terra - e quella che, di fatto, è l'Iliade cinese -, La battaglia dei tre regni è un accorato atto d'accusa contro la guerra come concetto, portato avanti principalmente dai personaggi dello stratega Liang - un ottimo Takeshi Kaneshiro - e da Zhou Yu - il mitico e decisamente fordiano Tony Leung - e la sua compagna, charachters dai molteplici interessi messi al servizio del conflitto ma dallo stesso clamorosamente lontani - la musica, la conoscenza del territorio, il rispetto della Natura, la cura della forma come della sostanza - e reso ancora più intenso da passaggi quasi bucolici - i generali di Liu Bei intenti ad insegnare ai bambini o ad intrecciare ciabatte di corda, gli intermezzi ironici legati alla figura di Sun Shangxiang ed il suo rapporto con gli uomini - ed altri profondamente commoventi e drammatici - il confronto nel finale tra la stessa Sun ed il giovane conosciuto durante il suo periodo da infiltrata tra le fila dell'esercito di Cao Cao -, concluso con il monito di Zhou Yu e con quel "nessuno ha vinto, oggi" che pare un macigno sul cuore.
Eppure, nonostante lo spirito profondamente antimilitarista che sostiene questa pellicola - sottolineato dalle continue dichiarazione degli alleati del Sud rispetto ad un futuro che potrebbe vederli, invece, avversari - Woo riesce al contempo a mostrare anche i lati più eroici ed onorevoli del combattimento, attraverso figure come i generali di Liu Bei o di Gan Xing, alimentando il coinvolgimento del pubblico - per quanto possa suonare cinico, infatti, difficilmente a smuoverci sono la tranquillità e la pace, ma la lotta ed il ribollire delle passioni -: Red Cliff, dunque, rappresenta in qualche modo lo Yin e lo Yang dell'Uomo, le sue contraddizioni, i suoi lati profondamente malvagi e quelli assolutamente eroici, le bassezze e i colpi d'ala che tutti noi che calpestiamo questa terra viviamo e facciamo vivere da millenni.
Proprio per questo, prima ancora che per i prodigi tecnici - pazzesca la battaglia della testuggine - e la meraviglia visiva, la capacità di avvincere e di narrare una storia lontana secoli e migliaia di chilometri da noi, Red Cliff è indiscutibilmente un titolo destinato a restare nel cuore e negli occhi di chiunque troverà il tempo e la voglia di approcciare il suo intero affresco: non lasciatevi spaventare, dunque, dalla durata, dai nomi o dalle diversità culturali.
Poco importa che sia il wuxia o qualche effetto mirabolante, a raccontare la passionalità umana ed i suoi eccessi: l'importante è che sia raccontata e trasmessa.
Ed è questo che riesce così bene a questa meraviglia.



MrFord



"Dark is the light,
the man you fight,
with all your prayers, incantations,
running away, a trivial day,
of judgement and deliverance,
to whom was sold, this bounty soul,
a gentile or a priest?"
System of a down - "War?" -




domenica 11 maggio 2014

La congiura della pietra nera

Regia: Chao Bin Su, John Woo
Origine: Cina
Anno:
2010
Durata:
108'




La trama (con parole mie): la famigerata setta di assassini denominata Pietra nera è in cerca da tempo dei resti del leggendario monaco Bodhi, giunto dall'India in Cina secoli addietro, che si dice possano trasformare chi li possiede nel definitivo punto di riferimento del kung fu, oltre che in grado di curare qualsiasi malanno di natura fisica.
Ucciso il ministro che ne custodiva una parte insieme al figlio, i membri più importanti della Pietra nera vengono però spiazzati dalla fuga della loro più esperta killer, che messa al sicuro la parte di resti in suo possesso decide di cambiare volto ed identità per rifugiarsi nella capitale e vivere una vita normale.
Il tempo passa, e la stessa donna trova marito in un corriere onesto e gentile, conducendo un'esistenza assolutamente ordinaria: ma la Pietra nera è sempre in agguato, e quando anche la seconda parte delle spoglie di Bodhi tornerà alla luce proprio nella stessa città, il destino farà il suo corso per tutti i protagonisti della vicenda.








In casa Ford il wuxia è sempre stato un genere molto apprezzato fin dai tempi in cui, travolto - fortunatamente solo per poco - dal radicalchicchismo, mossi i primi passi nel Cinema d'autore a tutti i costi: il cappa e spada cinese, infatti, non solo è da sempre tra i più importanti esempi di utilizzo di tecnica e gusto estetico al servizio della vicenda narrata che la settima arte possa offrire, ma anche uno dei generi maggiormente ricco di proposte sconosciute quanto interessanti, senza contare blockbuster come La tigre e il dragone, Hero o La foresta dei pugnali volanti, divenuti veri e propri must anche in occidente.
Probabilmente l'origine del mio amore per questo tipo di prodotti va ricercata in Ashes of time firmato da Wong Kar Wai e Dynasty Warriors 2, che non c'entra assolutamente nulla con il Cinema - trattasi, infatti, del secondo capitolo di una serie di videogiochi uscito, ai tempi, per Playstation 2 - che fu veicolo di battaglie epiche giocate nell'allora camera del giovane Ford ignaro del fatto che più di dieci anni dopo avrebbe ritrovato sul grande schermo proprio la storia portata in scena dal videogame suddetto trasposta in una grandiosa epopea da uno dei più grandi registi che la Cina abbia negli ultimi trent'anni regalato al mondo, John Woo.
Il lavoro in questione è Red Cliff - La battaglia dei tre regni, che spero di poter rivedere nella sua versione integrale e recensire da queste parti una volta o l'altra, ma ora come ora poco importa: quello che importa è il nome del suo narratore, l'appena citato Woo, accreditato come co-regista di questo interessante La congiura della pietra nera, uscito ovviamente in ritardo nelle nostre sale un paio d'anni or sono e recuperato con piacere qui al Saloon.
Sfruttando un intreccio che mescola il cambio d'identità che fu alla base del più riuscito lavoro a stelle e strisce di Woo, Face/Off, al romanticismo alla base di must del wuxia come il già citato La tigre e il dragone, il regista Chao Bin Su racconta una struggente storia di sentimenti, sangue e vendetta costruita su duelli coreografati con precisione millimetrica - e che ricordano più la grande tradizione delle arti marziali, che non il cappa e spada tradizionale - ed una fotografia di eleganza sopraffina, che ha il suo apice nel meraviglioso confronto tra la protagonista ed il monaco che lei stessa ha amato prima del duello che sarà fatale proprio a quest'ultimo: elementi quasi shakespeariani si mescolano ad un'ironia di fondo mai dimenticata - il personaggio scanzonato del corriere pare quasi figlio della tradizione dell'eroe "underdog" dei manga giapponesi - per completare un cocktail decisamente interessante, sia dal punto di vista tecnico, che emozionale.
Certo, a remare contro il risultato finale c'è sempre l'impressione di assistere ad una versione montata ad uso e consumo del pubblico occidentale, una sorta di riassunto di quella che potrebbe essere la vicenda nella sua interezza - come fu per il già citato Red Cliff, uscito in Italia in un'edizione di poco superiore alle due ore ed in Cina in quella originale da sei - che a tratti trasmette la spiacevole sensazione di essere entrati in sala a spettacolo già iniziato, e che soprattutto nelle sequenze di raccordo manifesta un uso decisamente eccessivo dell'accetta in fase di montaggio, ma purtroppo è una realtà con la quale dovremo continuare a misurarci almeno fino a quando i distributori - questa volta non solo nostrani - si convinceranno che il pubblico è abbastanza intelligente per digerire anche prodotti impegnativi provenienti da culture molto diverse dalla propria.
Nell'attesa che quel momento giunga, il sottoscritto si gode con grande piacere titoli eleganti, ben girati ed interessanti come questo, in bilico tra la spettacolarità dei calci rotanti ed il romanticismo di un matrimonio costruito su una doppia menzogna e divenuto focolare di un amore più forte perfino del Destino.



MrFord



"Black pearl - my kinda girl
just the kind of thing to rock my world
black pearl - she's my kinda girl."
Bryan Adams - "Black pearl" - 



venerdì 3 agosto 2012

Last friday night

La trama (con parole mie): l'estate incede a passi sempre più decisi, e alla vigilia delle ferie della maggior parte degli abitanti della Terra dei Cachi - Cannibale incluso - anche il Cinema pare prendersi una settimana di relax con neppure una manciata di uscite decisamente poco allettanti.
I due antagonisti per antonomasia della blogosfera, comunque, continuano a non demordere, e rispondono pronti alla chiamata con i loro consueti - ed illuminati, almeno per un buon cinquanta per cento - pareri.

"Ommmioddio! Ma quello è Katniss Kid venuto a propinarci qualcuno dei suoi radicalchicchissimi filmacci pseudo d'autore!"
Dream House di Jim Sheridan


Il consiglio di Cannibal: fa dormire. Chi, Ford? Sì lui, ma anche questo film!
Film già visto. E com’è, com’è?
È come potete immaginare dal trailer. È la solita storiellina thriller di fantasmi con poca tensione e tanto sapore di già visto. Niente di nuovo sotto al sole e Daniel Craig come protagonista è davvero pessimo. Pessimo a livelli di Stallone o Schwarzy, per dire.
Perché li attacco così, gratuitamente? Innanzitutto perché se lo meritano sempre, e poi perché sta per arrivare I Mercenari 2, il film più atteso di sempre nella Nightmare House di Ford. Uno dei meno attesi di sempre, invece, nella Dream House cannibale.
Tornando al Dream House film poco da sogno, come visione estiva ci sta anche. Però non aspettatevi grandi cose. Ciò che dovete aspettarvi per i prossimi giorni è invece la mia recensione.
Il consiglio di Ford: I had a dream, a blogosphere without Cannibals around!
Il vecchio Jim Sheridan non azzecca un film da un pò, e questo tentativo di abbracciare un filone che ormai pare bollito da tempo non mi ispira niente di buono, un pò come quando apro ogni mattina Pensieri Cannibali per leggere le consuete baggianate scritte dal mio antagonista.
Fortunatamente l'uscita di Expendables 2 si avvicina, così non ci penso troppo e dormo sonni tranquilli, anche perchè il Cucciolo Eroico che tanto finge disinteresse aveva parlato del primo assai bene, ai tempi!
Potere di Sly!

"Cucciolo Eroico, stiamo arrivando!"

La congiura della pietra nera di Chao-Bin Su, John Woo


Il consiglio di Cannibal: la congiura di Cannibal contro Ford e contro i film action
Un film di cappa e spada? Scusate ma non c’ho voglia.
Sì, ci sarà la co-regia di John Woo e sì, ci sarà protagonista Michelle Yeoh, però mi sembra la solita roba in stile La tigre e il dragone e in questo momento non mi pare la visione estiva ideale. A meno che non sia proprio considerato un capolavoro nel suo genere, mi sa che lo passo al mio blogger rivale Ford. Approfittandone, già che ci sono, per fare a brandelli la sua dignità con le mie parole più affilate delle spade di questo film. Come? Consigliando caldamente ai lettori di saltare a piè pari i suoi commenti inutili, e già che ci sono, saltargli in testa nello stile dei guerrieri della pellicola.
Il consiglio di Ford: l'unica congiura è quella dei Boiardi. Ma è inutile che stia a spiegare al Cannibale di cosa sto parlando.
John Woo è e sarà sempre rispettato in casa Ford, dunque una visione si potrebbe anche concedere ad un titolo che, onestamente, non mi pare possa ambire ad essere il numero uno della sua filmografia.
Certo, c'è stata quella meraviglia di Red Cliff, ma il wuxia, dopo l'exploit di qualche anno fa, pare un pò stagnare, ultimamente: un pò come il mio rivale, che mi pare si stia un pò troppo adagiando sui suoi allori da blogger famoso.
Dato, però, che il vecchio Ford è molto magnanimo, ho deciso che per entrambi ci sarà una possibilità di redenzione, al saloon.

"Ford mi ha fatto un'altra volta un occhio nero a bottigliate." "Giovane Cannibale, piove sul bagnato."
Diario di una schiappa 3 - Vita da cani di David Bowers



Il consiglio di Cannibal: Diario di una schiappa 3 - Vita da Ford
Non ho visto l’1, non ho visto il 2, perché dovrei vedermi questo?
E perché l’hanno realizzato?
I primi due hanno avuto un così grande successo?
E ancora: ma il regista si chiama davvero David Bowers? Really?
Ultima domanda: chi mi aiuta a cacciare Ford dal mio blog?
Il consiglio di Ford: ma davvero volete ricevere un consiglio su questa roba?
Io e il Cannibale ci scambiamo parecchie mail a settimana, prepariamo Blog Wars e rubriche sulle uscite in sala, ci insultiamo in tutte le salse: volete proprio che ora mi spari anche il terzo capitolo della sua biografia cinematografica?
Non vi pare un pò troppo!?!?

"Sapete che mi hanno raccontato i miei genitori? Che se non facciamo i bravi bambini quel bruto di Ford viene a prenderci per una maratona di film di Van Damme!"

sabato 25 febbraio 2012

Blood brothers

Regia: Alexi Tan
Origine: Cina, Taiwan
Anno: 2007
Durata: 95'


La trama (con parole mie): Feng, Gang e Hu sono tre inseparabili compagni originari di un piccolo villaggio nella campagna cinese. Spinti dall'entusiasmo e dall'ambizione di Gang, decidono di trasferirsi nella sfarzosa Shanghai degli anni trenta per tentare fortuna: quando entrano nel giro di un boss che gestisce un locale principesco, le loro strade cominciano a dividersi.
Mentre Feng stringe amicizia con la splendida moglie del boss, Lulu, e con il killer - nonchè segreto compagno della donna - Mark, Hu non riesce ad integrarsi nella sua nuova realtà di gangster, al contrario di Gang, che scala ben presto le gerarchie della banda.
Quando il boss scoprirà il legame tra Lulu e Mark, le strade dei vecchi amici si separeranno, e resterà soltanto il tempo di un bagno di sangue.





I gangster movies sono da sempre un quasi sinonimo di cult, in casa Ford: ricordo quando, ai tempi, passavo le ore a discutere con mio fratello se fosse meglio l'eleganza di C'era una volta in America o la cruda realtà di Casinò o Quei bravi ragazzi, e passavo dai Classici con James Cagney al "che te lo dico a fare?" di Donnie Brasco.
In questa sorta di particolare formazione di genere, l'Oriente ha avuto un ruolo certamente importante, con i capisaldi del suo melò action targati John Woo o le magistrali sequenze di Jonnie To: proprio al primo fa capo Alexi Tan, allievo del Maestro del Cinema made in Hong Kong che tentò la ribalta qualche anno fa con questo omaggio ad uno dei Capolavori dello stesso Woo, il meraviglioso Bullet in the head, trasportando una vicenda molto simile nella Cina degli anni trenta che tanto ricorda - almeno qui nella Terra dei cachi - l'ambientazione ormai mitologica della pellicola simbolo di Sergio Leone.
La storia di Feng, Gang e Hu è perfettamente inseribile nel filone dell'amicizia virile destinata alla tragedia che è alla base di gran parte dei titoli di questo genere, nonchè assolutamente elegante nella sua esecuzione tecnica, nella fotografia e nella colonna sonora, splendidamente romantica come è giusto che siano queste pellicole che paiono vere e proprie coreografie di danza nel sangue: peccato che, a dispetto di un comparto tecnico notevole - e di un'ispirazione chiara ai grandi nomi che ho citato poco sopra - la sceneggiatura non si riveli neppure lontanamente all'altezza delle ambizioni del regista, tanto da suscitare nel sottoscritto un dubbio enorme rispetto alla fase di post produzione.
Quello che pare, infatti, rispetto ad alcuni veri e propri salti temporali e logici nello script, è che l'opera, probabilmente troppo lunga, sia stata pesantemente potata in modo da essere presentata nelle sale senza rischiare che gli spettatori non avvezzi potessero pensare di trovarsi proiettati all'interno di un interminabile odissea - un pò quello che succede se non si è preparati al già citatissimo C'era una volta in America - chiedendo a gran voce la testa di regista e produttori - cosa, peraltro, accaduta anche negli States al Sergione nostro -.
Se così non fosse, ci troveremmo di fronte ad un gioiellino di tecnica irrimediabilmente rovinato da una fase di scrittura scellerata non tanto per le scelte, quanto per una mancanza di unità talmente palese da lasciare interdetti anche i più disattenti e disinteressati elementi dell'audience: qualunque sia la risposta, parte della responsabilità è certo imputabile anche allo stesso John Woo, qui in veste di produttore, perso forse troppo a pensare a quanto ingigantisce l'ego il fatto che un giovane regista possa scegliere di esordire praticamente venerando una delle tue opere migliori.
Resta, dunque, una grande scatola tutto sommato vuota in grado di regalare momenti davvero efficaci a livello realizzativo - il carrello laterale sul massacro finale è da brividi, così come le due sequenze ambientate al villaggio d'origine dei protagonisti, il ballo iniziale e la decisione dei tre di muoversi a Shanghai, ripresa anche come chiusura del climax conclusivo - ma clamorosamente carente a livello di scrittura, un esempio evidente di quanto importante sia avere nella partita un grande sceneggiatore e sfruttarlo davvero.
Volendo osare, si potrebbe pensare che rinunciare a questo aspetto è un pò come decidere di accantonare Sergio Leone per accontentarsi di Muccino.
Decidete voi se ne vale la pena.
   


MrFord


"There are times when I feel I'm afraid for the world
there are times I'm ashamed of us all
when you're floating on all the emotion you feel
and reflecting the good and the bad."
Iron Maiden - "Blood brothers" -

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