Visualizzazione post con etichetta Pierfrancesco Favino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pierfrancesco Favino. Mostra tutti i post

giovedì 15 marzo 2018

Thursday's child



A distanza di un paio di settimane dagli Oscar, a fare da terzo attaccante nella rubrica più temuta della rete quando si parla di uscite cinematografiche accanto a questo vecchio cowboy e all'ormai quasi altrettanto vecchio Cannibal Kid troviamo Simone, l'altra metà dell'ottimo Awards Today: quest'ultimo, che abbraccia uno stile minimalista anche più del mio, renderà la rubrica e perfino il mio prolisso antagonista ad una decisa riduzione di parole. E meno male.



"E il primo che osa alzare la cresta quanto quei due miscredenti di Ford e Cannibal verrà crocefisso in mia vece, assieme a loro, ovviamente!"


Il mio uomo perfetto

"Che noia! In questo bar non viene nessuno ad ordinare un bel White Russian!"

Simone: Un film di Lino Sciarrone con Nancy Coppola, Francesco Testi, Antonio Palmiere e il premio Oscar Eva Grimaldi. Non vorrete mica perdervelo dico io?
Cannibal Kid: Ah, ma questa è la pellicola con cui Eva Grimaldi ha soffiato la statuetta a Frances McDormand, giusto? E Nancy Coppola è la cuginetta neomelodica di Sofia?
Non so Ford, ma io questo film perfetto non ho proprio intenzione di perderlo per niente al mondo.
Ford: penso che se esiste qualcosa potenzialmente più lontano dalla perfezione di questo film, possa essere solo in stile Il mercante di pietre di Martinelli. Giro bene al largo.

Maria Maddalena

"Ho buttato la rete in rete nel giorno nella rubrica di quei tre bloggers, e cazzo se ne ho pescate, di stronzate!"

Simone: E anche quest’anno ci siamo portati a casa il film per le festività pasquali, su! Nota positiva: il film è diretto da Garth Davis (il regista di Lion – La strada verso casa) e ci sono la coppia di fatto Rooney Mara e Joaquin Phoenix nei panni di Gesù e consorte. Brutto brutto non può essere!
Cannibal Kid: Lion è uno dei film più ruffiani che abbia visto di recente, quindi questo Garth Davis alle prese con una storia religiosa mi fa venire un'enorme preoccupazione. La divina coppia Rooney + Joaquin together forever potrebbe essere l'unica cosa a farmi trattenere le bestemmie.
Ford: considerati il regista e i suoi trascorsi, il timore di una ruffianata pasquale c'è tutto, e di norma tendo a stare lontano dalle cose religiose quasi quanto dai film caldamente consigliati da Cannibal. Potrebbe fare qualche differenza la coppia di protagonisti, ma non abbastanza da farmi pensare di correre in sala.

Metti la nonna in freezer

"La prossima volta che Cannibal mi si avvicina, si becca una bella dose di spray al peperoncino."

Fabrizio: Qui mi sento di spezzare una lancia a favore di Fabio De Luigi, Myriam Leone e Barbara Bouchet: non è facile sapresi prendere un po' in giro nel cinema italiano odierno, e sono sicuro che se questo tipo di commedia fosse stata realizzata in Usa non ci staremmo qui a lamentare. E poi Barbara Bouchet congelata è sogno bagnato di Quentin Tarantino since forever!
Cannibal Kid: Pure io spezzo una lancia, ma anche 1000, in favore di Miriam Leone, che si preannuncia meravigliosa protagonista assoluta di questa piacevole commedia dark italiana non troppo all'italiana. Una lancia la posso invece tirare contro De Luigi che, dopo le risate regalatemi ai tempi di Mai dire gol, da quando è passato al cinema ha cominciato a farmi abbastanza pena – ricordo ancora l'abominevole La peggior settimana della mia vita – e anche contro Barbara Bouchet, che di recente ha osato bestemmiare contro Dio Quentin, un po' come farò io contro il film Maria Maddalena questa settimana. O contro Ford ogni settimana della mia vita.
Ford: io, che bestemmio contro il Cinema italiano sempre più allo sbando, metto in freezer questa roba e preferisco farmi una bella battuta al coltello di Cannibal. In fondo, è una tradizione che lui conosce bene!

Oltre la notte

"L'idea di un matrimonio in stile Ford è stata proprio perfetta, tesoro."

Simone: Golden Globe e Critics’ Choice Award per il miglior film straniero, in competizione a Cannes lo scorso anno e premio a Diane Kruger come miglior attrice. Il film tedesco di Fatih Akin lo si vede a prescindere!
Cannibal Kid: Il fordiano Fatih Akin finora non mi ha ancora convinto, però questo Oltre la notte tra trailer, premi vari e la sua storia di una donna che medita vendetta dopo la morte del marito e del figlio in un attentato dinamitardo promette di essere letteralmente esplosivo.
Non è che avanzata della dinamite da mettere su White Russian, e magari pure su Awards Today, che negli ultimi tempi sta facendo un po' troppa concorrenza agli altri blog cinematografici?
Ford: Fatih Akin da queste parti è sempre benvoluto, e nonostante negli ultimi anni me lo sia un pò perso per strada, questo Oltre la notte promette davvero bene, complice un'atmosfera che mi riporta ai suoi primi lavori. Probabilmente, il film della settimana a mani basse in barba a Cannibal.

Rachel

"Ma perchè ci siamo vestiti così?" "Vogliamo ricordare a Ford e Cannibal gli anni in cui sono cresciuti."

Simone: Ecco, questo l’ho visto, e se non fosse per un inaspettato Pierfrancesco Favino (si, Picchio assieme a Rachel Weisz e Sam Claflin), quasi quasi vi consiglierei di rivedervi il film omonimo del 1952 con Richard Burton e Olivia de Havilland o di leggervi il romanzo di Daphne Du Maurier. Fatto?
Cannibal Kid: Le brave ragazze vanno in Paradiso, Favino va... dappertutto. Dopo Sanremo e l'ultimo Muccino, ce lo troviamo pure in questa produzione internazionale. Non so, se gli avanza del tempo vuole pure aprire un blog di cinema e fotterci il lavoro?
Quanto al film, è già da un po' che si trova in rete ma mi ispira noia a pelle quasi quanto un entusiasmante lavoro austro-ungarico consigliato da Ford, e non so se approfittando dell'uscita italiana mi verrà voglia di recuperarlo.
Ford: Favino è ovunque peggio di quanto fosse stato profetizzato dalla serie Boris qualche anno fa, e questo non è quasi mai un bene. Sinceramente, piuttosto che guardarmi questa roba, potrei addirittura concedermi una visione teen sponsorizzata da Peppa Kid.

Rudolph alla ricerca della felicità

Il Fordone, il Cucciolo Eroico e, defilato, Simone il gatto sornione.


Simone: Di cosa stiamo parlando? Ripeto, di cosa stiamo parlando? Non pervenuto.
Cannibal Kid: Simone, stiamo parlando della consueta uscita settimanale per far contento il pubblico dei più piccoli. Cioè Ford che ha il suo posto fisso al cinema accanto ai bimbi. No, non i suoi figli. Mi riferisco ai suoi compagnucci di asilo.
Ford: io vado con i miei compagnucci d'asilo a vedere film d'animazione di qualità. Di certo non questa roba peraltro fuori stagione.

Tomb Raider

"Alicia, ti vedo molto giù di forma: quelli sono gli stessi pesi che usa Peppa Kid."

Simone: Io non sono un fan dei videogiochi, dunque men che meno delle avventure archeologiche di Lara Croft, però Alicia Vikander è bassina, quindi viva Angelina Jolie! Amen!
Cannibal Kid: Questa settimana mi volete proprio far bestemmiare?!? Se non è per il film Maria Maddalena, se non è per le cose che dice Ford, è per questo. Va bene tutto. Va bene la libertà d'espressione. Va bene la libertà di pensiero, ma preferire la mostruosa Scheletrina Jolie alla meravigliosa Dea norrena Alicia Vikander non lo posso davvero tollerare, Dio Kanye!
Ford: gli ultimi videogiochi di Tomb Rider mi hanno molto esaltato, dunque sono curioso di scoprire se questo film riuscirà a mantenersi ad un livello quantomeno decente. Per quanto riguarda il dibattito sulla protagonista, io mal sopporto sia la Vikander - che di dea norrena non ha proprio niente -, sia la Jolie, e avrei visto molto meglio, chessò, la b(u)ona Rita Ora.

Un amore sopra le righe

"Certo che questi tre sono più forti come comici che come bloggers!"

Simone: La storia dello scrittore francese Victor de Richermont e della donna dietro il suo successo. L’ennesimo, (im)perdibile film sentimentale d’oltralpe che a noi italiane non fa ridere, non commuove, non eccita. Italia 1- Francia 0
Cannibal Kid: In genere le pellicole d'Oltralpe a me fanno ridere, commuovono ed eccitano persino. Questa però dal trailer mi semba una porcheria sopra le righe, quindi almeno in questo caso mi tocca dare ragione a Simone. Questa settimana grazie a Miriam Leone l'Italia a sorpresa batte la Francia. Pardon, mes amis.
Ford: di norma il Cinema francese se la gioca con quello italiano partendo da uno standard più alto, ma questa settimana pare che i nostri cugini d'oltralpe abbiano voluto imitarci in quanto a potenziali schifezze. Preferisco recuperare un bell'action sopra le righe dei miei.

mercoledì 25 maggio 2016

Marco Polo - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi:
10








La trama (con parole mie): Marco Polo, figlio di un importante mercante veneziano da anni impegnato in tratte legate alla Via della seta, viene lasciato come un pegno dal padre a Kublai Khan, dominatore dell'Asia ed erede di suo nonno Gengis, che da tempo sogna di soggiogare gli ultimi focolai di rivolta cinese a Sud per unificare un impero come mai l'umanità aveva conosciuto in precedenza, vincendo la resistenza di Jia Sidao, cancelliere dalle straordinarie abilità strategiche.
Grazie alla sua arguzia ed alla curiosità, Marco conquista i favori di Kublai scatenando perfino le gelosie del primogenito di quest'ultimo, che pare non godere presso il genitore delle stesse attenzioni: assegnato a compiti di ogni genere ed addestrato alle arti marziali nonchè alle usanze mongole, il giovane mercante si troverà a trasformarsi in un vero e proprio consigliere per il condottiero più potente del mondo conosciuto, ed a progettare l'attacco decisivo alla roccaforte di Sidao.












Fin dai tempi dell'adolescenza e del periodo in cui, preso da scrittura ed epica, sognavo grandi battaglie ed epoche lontane, i grandi imperi del passato hanno sempre esercitato un grande fascino sul sottoscritto: non è mai stata un mistero la mia passione per la figura di Alessandro Magno, così come per le società che cambiarono la Storia dall'alba dei tempi almeno fino al Rinascimento, quando qualcosa mutò a livello sociale e ci si avviò a quella che è intesa come l'era moderna.
Un'altra grande figura che ha sempre solleticato la mia curiosità è stata quella di Gengis Khan, nato fondamentalmente senza nulla in una lontana tribù mongola persa tra le steppe e fondatore di uno degli imperi più vasti, interessanti e temuti di sempre: suo nipote Kublai, invece, se non per una poesia di Samuel Coleridge, mi era praticamente sconosciuto, così come il suo legame con Marco Polo, mercante, avventuriero ed esploratore che fu tra i primi a rivelare all'Occidente quella che era la vita lungo la Via della seta, storico canale di scambi di ogni genere che collegava tutto il mondo allora conosciuto.
Quando, non troppo tempo fa, mi capitò per le mani - a dire il vero, al lavoro e di sfuggita - il trailer della serie targata Netflix - sempre più la realtà più importante del piccolo schermo - dedicata proprio alle gesta di Kublai ed al suo legame con Polo la curiosità si fece sempre più grande, tanto da riuscire a convincere Julez - di norma non proprio esaltata all'idea di gettarsi a capofitto in visioni di questo tipo - a tentare il viaggio con questa prima stagione prima che potesse avere inizio la seconda - programmata per l'imminente estate -: il risultato è stata una delle scoperte più interessanti degli ultimi mesi, dall'atmosfera pronta a ricordare lo splendido La battaglia dei tre regni ai sanguinosi duelli, dal progetto di Kublai - simile a quello del già citato Alessandro Magno - di costruire un impero multirazziale e multiculturale alla lotta all'ultimo sangue con il Cancelliere cinese Sidao, charachter strepitoso per freddezza ed arguzia politica nonchè per capacità di farsi odiare dallo spettatore, istintivamente più propenso a parteggiare per l'altrettanto crudele ma decisamente più istintivo ed umano Kublai piuttosto che sull'aristocratico calcolatore ultimo ostacolo per il Khan sulla strada della definitiva conquista della Cina.
Nel mezzo del delicato equilibrio che delinea il conflitto tra le due potenze si muove Marco Polo, giovane mosso da un grande spirito di osservazione, voglia di emergere e di imparare, di adattarsi e di costruire il suo futuro anche quando lo stesso dovesse costare dolore o scelte drastiche - dall'abbandono subito da parte del padre al destino dell'esattore suo primo referente, dal rapporto con il Khan a quello con il suo legittimo erede -: un charachter non privo di ombre, ma assolutamente affascinante e reso bene dal semisconosciuto attore italiano Lorenzo Richelmy, che prima di essere rilanciato da Netflix aveva un destino già scritto come volto per le classiche e pessime fiction made in Terra dei cachi, che nell'incedere delle dieci puntate di questa densa prima stagione ha modo di interfacciarsi con l'approccio rude del mongolo Kublai, tagliente del quasi cinese suo erede, mellifluo e cospiratore del ministro dell'economia di origine persiana, marziale e deciso del maestro Cento Occhi, nebuloso ed arraffone come quello di suo padre e suo zio.
Una sorta di babele medievale che pare tracciare un ponte ideale tra l'Alexander di Oliver Stone e l'epica cinese - come per il già citato La battaglia dei tre regni -, pronta a toccare realtà e leggende - ho molto gradito la parentesi dedicata alla setta degli Hashashin, che ha originato negli anni cose come la saga videoludica di Assassin's Creed o il Clan degli Assamiti nel gioco di ruolo Vampiri -, trame e sottotrame di corte - che, a quanto dato dall'ultimo episodio, pare saranno l'ossatura principale della seconda stagione - tanto quanto battaglie all'ultimo sangue - stupendi il duello tra Kublai e suo fratello e lo scontro tra Cento Occhi, Marco Polo e Sidao, brutale e d'acciaio il primo, leggiadro e quasi danzato il secondo -: uno specchio sul passato che, in qualche modo, ricorda a noi uomini del futuro quanta carne e sangue esistano dietro l'Umanità e la sua Storia.
Anche quando sono portate a corte con i vestiti migliori.





MrFord





"I come now
run for your shelters and caves
because I'm coming down
you are the one
precious one, 'cause I'm coming
I'm out for you kings and your knaves
the battle is on
you are the one
precious one, Temujin."
Avalon - "Temujin" - 






lunedì 26 ottobre 2015

Suburra

Regia: Stefano Sollima
Origine: Italia
Anno:
2015
Durata: 130'







La trama (con parole mie): il Samurai, storico boss della Roma delle periferie, è alle prese con un grosso affare che incrocia crimine, politica e denaro legato al destino del litorale ostiense, che secondo i suoi piani dovrebbe diventare una sorta di Las Vegas italiana. 
Peccato che uno dei suoi contatti più importanti all'interno del Parlamento, Filippo Malgradi, si ritrovi coinvolto nella morte di una giovanissima prostituta, e per occultarne il cadavere si affidi ad una sua conoscenza nel settore, pronta a chiedere aiuto ad una potente famiglia di zingari divenuta importante negli anni, rivale del Samurai e desiderosa di prendere una fetta della torta.
La catena di eventi scatenata da queste scelte condurrà ad una vera e propria Apocalisse nelle geografie politiche e criminali - ma anche religiose - della "Caput mundi", coinvolgendo senza risparmiare quasi nessuna delle pedine in campo, dai pedoni ai re.










I titoli di coda non avevano neppure finito di scorrere sullo schermo che Julez, in piena reminiscenza del suo passato sul palcoscenico, ha inquadrato la potenza di Suburra citando alla grande Anouilh e dando un senso al termine, fiction e non, di Tragedia: "Ecco, ora la molla è carica. Non deve far altro che scaricarsi da sola. E' questo che è comodo nella Tragedia. Si dà una spintarella perchè prenda il via, ed è tutto. Dopo, non c'è altro se non lasciar fare. Si è tranquilli. La cosa gira da sola.".
Chi segue più o meno regolarmente il Saloon sa bene quanto il sottoscritto abbia amato cose come la straordinaria serie Romanzo criminale tanto quanto sia in rotta rispetto al Cinema italiano, che nel corso delle ultime stagioni pare aver regalato soddisfazioni che sono parse più episodi isolati che non segnali di vita: all'uscita di Suburra, ultimo lavoro di Stefano Sollima - che nella sua dimensione televisiva pare ormai non avere rivali nel Bel Paese e si conferma come uno dei pochi registi dal respiro internazionale della Penisola - nutrivo ben più di un dubbio, in parte proprio a causa della connotazione televisiva che avrebbe potuto assumere l'operazione ed in parte perchè il precedente ACAB mi aveva convinto solo parzialmente, e per quanto discreto mostrava il fianco a più di una critica.
Il risultato è stato senza dubbio positivo, ma ancora non sufficiente a farmi gridare al miracolo ed alla resurrezione della settima arte nostrana: intendiamoci, non voglio affatto sminuire l'ottimo lavoro del regista, del comparto tecnico, degli autori della colonna sonora o del cast - spiccano a sorpresa un sorprendente Claudio Amendola ed un intenso Alessandro Borghi, curiosamente entrambi volti da piccolo schermo di grana grossa -, o negare la potenza assoluta di alcune sequenze - la pisciata dal balcone del deputato Malgradi celata dalla pioggia, l'inseguimento e la sparatoria all'interno del centro commerciale, il confronto decisivo tra Numero 8 ed il Samurai -, quanto solo dare una misura ad entusiasmi eccessivi che rischiano di avere un effetto contrario sull'operato di un regista capace e con margini di miglioramento ancora ampi come Sollima.
In fondo, come ben insegnano le vicende narrate, la Tragedia spesso e volentieri nasce dal molto piccolo, da un episodio apparentemente insignificante - per quanto grave sia in questo caso - rispetto a quello che appare essere il mosaico completo, e che inesorabilmente, come una piccola tessera di domino, finisce per far crollare anche quello che appariva invincibile, intoccabile, destinato a durare per sempre.
C'è malinconia, nella Tragedia, e nello sguardo di Numero 8 che sogna il litorale ostiense diventare la Las Vegas italiana, o nella voce rotta dell'anziana madre del Samurai che cerca di convincere il figlio ad aspettare per tornare a casa a causa della troppa pioggia.
C'è un diluvio, nella Tragedia, che porta a galla i morti e lava il sangue ed i peccati dalle strade, almeno fino a quando, magari a partire da un nuovo Governo, non si ricomincerà a commetterne: cambieranno i pedoni, le figure destinate a vivere e morire ai piani bassi, ma non i burattinai, gli architetti che dai palazzi finiscono sempre per cadere in piedi.
Ci sono Amore e Tradimento, nella Tragedia, e Odio, e Violenza, perchè non esistono passioni senza sangue a scaldarle, a renderle così forti e dirompenti: non esistono condottieri e dominatori senza outsiders pronti a sorprenderli quando meno se lo aspettano, sgretolando le certezze allo stesso modo di quella piccola tessera del domino, quella piccola morte apparentemente destinata ad essere dimenticata, la scintilla pronta a far divampare l'incendio dell'Apocalisse.
Un incendio che nessun diluvio potrà fermare.
Che potrà lavare via il sangue, ma non potrà far scomparire corpi, ricordi e ferite.
Come una città che risorge dalle sue ceneri.
O un Governo che si forma attraverso nuove elezioni.
E non è detto che sia una cosa migliore.





MrFord




"Piove su Roma
e nemmeno questo tempo di merda mi consola
l'aria si fa... Si fa sottile
questo amore non vuole morire
cade lentamente giù dal cielo
come un regalo di marzo nasconde il suo veleno
ma amore tu non mi puoi sentire
quest'amore non vuole morir."
Antonello Venditti - "Piove su Roma" - 





domenica 1 luglio 2012

ACAB - All cops are bastards

Regia: Stefano Sollima
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 112'




La trama (con parole mie): Cobra, Negro e Mazinga sono tre veterani della Celere, forza di polizia chiamata in causa spesso e volentieri per sedare scontri negli stadi o durante le manifestazioni.
Tutti e tre hanno grossi problemi personali e disciplinari, e mantengono tra loro un legame quasi simbiotico che trascende il ruolo, la legge, la giustizia, la famiglia.
O quasi.
Perchè la Famiglia sono loro stessi.
Quando una giovane recluta viene aggregata all'unità i tre si troveranno a fare da chioccia ad un ragazzo cresciuto sulla strada che li considera "bastardi" e mosso da un nuovo ideale pronto ad esplodere in seno al gruppo, orfano del vecchio commilitone Carletto, che ha lasciato per un più tranquillo posto come custode in una scuola privata ma che non dimentica i suoi "fratelli".




Considerato lo stato di salute in cui versa il Cinema italiano, mi sento di affermare a buon diritto che una cosa come ACAB sia paragonabile ad una ventata d'aria fresca, con tutte le imperfezioni che ugualmente si porta saldamente sulle spalle: a distanza siderale dai nostri cugini francesi, ultimamente toccati da una grazia quasi divina anche quando si tratta di andare a mettere le mani bene a fondo nel fango - leggasi Polisse -, il lavoro di Stefano Sollima - uno dei nomi di spicco del progetto di Romanzo criminale, una delle cose migliori prodotte dalle nostre parti negli ultimi dieci anni - esce dall'esame come una sorta di tentativo coraggioso - pur se non completamente riuscito - di fotografare una serie di disagi che percorrono ormai alla luce del sole la buona, vecchia, Terra dei cachi, tra un terremoto, una crisi e l'ennesima presa per il culo di una classe politica da tempo ben oltre ogni limite di decenza.
Le vicende di Mazinga, Cobra e Negro, esponenti totalmente disequilibrati della Celere, appaiono senza ombra di dubbio come lo specchio di un Paese che, ormai privo di identità, finisce per aggrapparsi ad un'etica spiccatamente criminale anche nel tentativo di dare un senso a termini come Legge e Famiglia: purtroppo, soprattutto in fase di script e di approfondimento dei personaggi il lavoro di Sollima si rivela troppo dozzinale e tagliato con l'accetta per riuscire a stabilire lo stesso standard della serie che vide tra i suoi protagonisti anche Andrea Sartoretti - che allora interpretò il mio favorito Bufalo, e qui si ritrova a dare volto all'ex commilitone dei protagonisti Carletto -, spesso e volentieri viziato da una voglia di andare sopra le righe decisamente eccessiva e poco realistica.
Azzeccate, al contrario, tutte le sequenze che vedono coinvolta la colonna sonora non originale, dall'incipit sulle note di Seven nation army - che noi italiani dovremmo ricordare bene, memori della vittoria ai Mondiali del 2006 - alla preparazione per la spedizione punitiva contro i responsabili del ferimento di Mazinga ritmata da Where is my mind? dei Pixies - che tutti i fan di Fight club dovrebbero avere ancora impressa nella mente e nel cuore - e soprattutto al passaggio a mio parere più riuscito dell'intera pellicola, il pogo di festeggiamento di Cobra a seguito della sua assoluzione per uno dei tanti capi d'imputazione legati all'eccessiva brutalità che paiono piovergli addosso con discreta facilità sulle note di Police on my back dei Clash, una sorta di distorto ed ironico grido liberatorio in grado di provocare un moto di partecipazione anche nel pubblico, pur risultando, a conti fatti razionalmente, una scena assolutamente agghiacciante.
E' proprio il disorientamento, la sensazione che ho provato con maggior prepotenza nel corso della visione: questi uomini, pronti a mettere a rischio le loro vite per un lavoro - quello del poliziotto - troppo spesso sfruttato dagli organi politici come "bersaglio grosso" per la rabbia della gente comune, non sono tanto diversi da quello che siamo anche noi.
In fondo, gli amici e la famiglia sono alla base delle scelte che molti fanno in ambito lavorativo e privato, e che spesso tendono ad influenzare anche il loro rapporto con il "pubblico": certo, l'esercizio del potere fisico delle forze dell'ordine imporrebbe un rigore morale ed una disciplina decisamente maggiori di quelli mostrati dai protagonisti di questa pellicola, eppure non passa minuto in cui non torni prepotentemente a galla l'interrogativo principale legato alle vicende narrate: ma davvero noi saremmo migliori di loro?
E ancora: avremmo noi le palle di dedicarci ad un mestiere così ingrato?
A prescindere dalle risposte a queste domande, l'opera di Sollima ha il grande merito di non lasciare indifferenti, andando a toccare molti nervi scoperti della nostra realtà di italiani e di uomini: i suoi "eroi" sono detestabili e quanto di più lontano possibile dal sottoscritto, eppure mostrano il fianco dell'essere padri, uomini immaturi incapaci di crescere davvero, fedeli alla loro pur distorta linea di condotta.
Lo stesso giovane nuovo aggregato al gruppo, vittima di una sorta di fidelizzazione forzata simile a quella che gli riserverebbe un clan criminale, unico a voler tentare una strada diversa, finisce per essere allontanato dall'empatia dell'audience nel momento della scelta di tradire, in una qualche pur giusta - in termini legali ed etici - misura, i compagni, insinuando il dubbio che sorge sempre nel momento in cui il concetto di "spia" vizia anche il più nobile degli intenti.
Cosa faremmo, noi?
Di certo, ci vuole un gran coraggio per scegliere di andare contro in nome di una Legge superiore.
Ma ce ne vuole anche per essere un politicante di bassa lega, e guardare in faccia qualcuno che può credere in te snocciolando false promesse.
Per essere in prima linea da una parte o dall'altra della barricata, mentre qualcuno, ai piani alti, si gode il paesaggio del massacro finendo per intervenire soltanto quando qualcuno decide di alzare troppo la voce.
O ci scappa il morto e si è costretti a dare giustificazione - terribili i riferimenti al massacro della Diaz, alle morti dell'ispettore Raciti e del tifoso laziale Gabriele Sandri -.
Ce ne vuole per essere un violento che cerca una scappatoia in un ideale come Cobra.
O per un padre alla deriva come Nigro.
O per uno "che è tutta la vita che ci è dentro", come Mazinga.
O per uno che non riesce a starne fuori, come Carletto.
Si può pensare tante cose, di questo film.
Ma di sicuro non guardarlo con indifferenza.
Perchè è un ritratto terribile e dolente dell'Italia com'è ora.
Perchè, in un modo o nell'altro, contro o accanto a loro, c'entriamo anche noi.
E solo quando ricambieremo lo sguardo dell'abisso che ci governa e decideremo di muoverci, capiremo di essere tutti nella stessa merda.
E fino al collo. 


MrFord


"Well I'm running, police on my back
I've been hiding, police on my back
there was a shooting, police on my back
and the victim well he wont come back."
The Clash - "Police on my back" -


giovedì 12 aprile 2012

Romanzo di una strage

Regia: Marco Tullio Giordana
Origine: Italia
Anno: 2012
Durata: 129'



La trama (con parole mie):  siamo nel pieno degli "anni di piombo", e l'Italia è percorsa da tensioni alimentate dalle lotte in strada degli anarchici e della sinistra, quelle da massoni della destra in cerca di un colpo di stato e dagli intrighi dei grandi centri di potere.
Attorno a trame complesse che prevedono una tendenza al naturale insabbiamento della verità ruotano individui lasciati soli, troppo testardi e a loro modo giusti per poter girare la testa da un'altra parte: sono Giuseppe Pinelli e Luigi Calabresi.
Il primo emblema di un'anarchia destinata a scomparire, il secondo di forze dell'ordine d'altri tempi.
I loro destini ruotano attorno ad uno degli episodi più terribili della storia recente del Bel Paese: la strage di Piazza Fontana.




In questi giorni, in rete, le opinioni a proposito di quest'ultimo lavoro di Marco Tullio Giordana si sono inseguite e susseguite da un estremo all'altro della scala di gradimento: dalla noia all'eccessiva freddezza, da un piglio "super partes" ad una troppo romanzata partecipazione, le discussioni hanno di fatto generato una serie di pareri contrastanti degni delle ipotesi legate alla strage da cui il film stesso ha preso ispirazione e spunto.
In questo senso, non si può negare che Romanzo di una strage sia stato un successo clamoroso: da sempre le pellicole in grado di fare discutere - e dunque fornire materia di riflessione - finiscono per incidere nella Storia della settima arte quanto e più di quelle universalmente riconosciute come Capolavori o schifezze cosmiche, e tutti quanti noi abbiamo bene presente, soprattutto in un periodo povero come questo, il bisogno disperato del Cinema italiano di un pò di movimento.
Personalmente devo ammettere di aver trovato decisamente interessante il lavoro di Giordana: certo, non saremo ai livelli de La meglio gioventù, la ricostruzione storica ed i dettagli saranno sempre meno approfonditi rispetto ad una serie - penso a Romanzo criminale -, si finirà comunque per scontentare qualcuno, dai puristi in cerca del totale rispetto dell'evoluzione delle vicende - giudiziarie e criminali - a chi, invece, vorrebbe che il "romanzo" avesse le caratteristiche della fiction ed il suo impatto emotivo unite ad una presa di posizione netta e decisa da parte dell'autore, eppure l'impressione che ho avuto da questa visione è quella - riuscitissima - di una ricerca di risveglio dell'interesse rispetto ad uno degli episodi più terribili degli "anni di piombo" e di un ritratto di uomini che furono vittime, a causa della loro "purezza" - pur criticabile -, di un sistema grigio e fagocitatore.
Parlo, in questo senso, dei tre protagonisti indiscussi di questo film: Calabresi, Pinelli e Moro.
Tre figure estremamente diverse una dall'altra interpretate ottimamente da tre attori che non ho mai particolarmente amato - rispettivamente Mastandrea, Favino e Gifuni -, tutti volti di quelle vittime che la Storia recente del nostro Paese ha mietuto a tutti i livelli delle istituzioni, e al di fuori delle stesse.
Le solitudini forzate di questi involontari protagonisti del dramma, portate sullo schermo mostrando con sapienza punti di vista differenti - l'idea della Legge di Calabresi, l'etica "della strada" di Pinelli che gli impedisce di denunciare i compagni, la "missione" di Moro - restano il ricordo più intenso ed il punto di forza maggiore del lavoro di Giordana, ritratti di un'epoca neppure così distante da quella in cui viviamo oggi, e che rimanda ad un concetto di lotta che, seppur diverso, ha portato nei decenni successivi a vittorie costate sacrifici enormi proprio ai pionieri della stessa - penso a Falcone e Borsellino, probabilmente i due eroi più grandi dell'Italia del Dopoguerra - e che ebbe origine in quegli anni tumultuosi e segnati dal sangue.
Da milanese, ricordo molto bene i racconti dei miei genitori rispetto al giorno dell'attentato in Piazza Fontana così come della tensione a seguito dell'uccisione di Moro, così come il passaggio, negli anni dell'università, di fronte alla banca che fu teatro di quell'orrore o alla Questura e al luogo dell'uccisione di Pinelli, così come il ricordo del padre di un compagno di liceo che ai tempi lavorava proprio nello stesso istituto di credito, e quel giorno uscì prima grazie ad una sorpresa della fidanzata, che divenne poi sua moglie, e madre di quel mio vecchio amico.
Ci sono tante storie, dietro quella Piazza.
Storie che passano dalle manifestazioni scolastiche ai ricordi, che toccano il Destino di questa Italia che ancora porta le ferite del Tempo - anche se pare non ricordarsene - o che non c'entrano nulla, ma tornano sempre e allo stesso modo qui: proprio come in un romanzo, in cui personaggi entrano ed escono, si perdono o ritrovano, rifuggono o restano dentro per sempre.
Questo è il romanzo di una strage.
E il messaggio che porta è fare in modo che la sua memoria non sia cancellata.
Per quanto caotica o confusa appaia ancora e soprattutto oggi.
Non dimentichiamo quanti sacrifici sono stati fatti per arrivare a guadagnare quel poco che abbiamo.
E ricordiamo sempre quanti altri ne serviranno per muoverci anche solo di un passo in avanti.
Non dimentichiamo Calabresi, Pinelli e Moro.
E Falcone e Borsellino.
Così, un giorno, forse, non ci sarà più bisogno di vittime come loro.


MrFord


"Il mio Pinocchio fragile
parente artigianale
di ordigni costruiti
su scala industriale
di me non farà mai
un cavaliere del lavoro,
io sono d'un'altra razza,
son bombarolo."
Fabrizio De Andrè - "Il bombarolo" -



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...