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mercoledì 16 novembre 2016

11.22.63 (Hulu, USA, 2016)





A volte mi è capitato di pensare a cosa avrei potuto fare, se avessi avuto una macchina del tempo a disposizione.
Sia rispetto alla mia vita, sia a come ha funzionato la Storia.
A come mi sarei potuto giocare alcune carte superando a posteriori la timidezza, o a come avrei potuto influenzare o modificare eventi fondamentali per l'evoluzione del genere umano.
Probabilmente, se fossi nato negli States, uno di questi sarebbe stato indubbiamente l'assassinio del Presidente Kennedy, avvenuto a Dallas il ventidue novembre del sessantatre: oltre ad aver generato teorie ed indagini molteplici, ispirato scrittori e registi, non aver di fatto fornito una definitiva e veritiera versione dei fatti, quel fatidico giorno in Texas venne aperta una ferita al cuore degli USA pareggiata forse soltanto dall'undici settembre duemilauno.
Dunque lo spunto di partenza per questa sorprendente, emozionante, bellissima serie rientra perfettamente in quella che è la logica americana, che si parli del suo autore - è ispirata da un romanzo di Stephen King -, del personaggio che la coltiva - l'Al Templeton di Chris Cooper - e quello che ne diviene l'esecutore effettivo - l'insegnante di liceo Jake Epping, interpretato da James Franco -: impedire l'uccisione di JFK significherebbe quasi certamente evitare la Guerra del Vietnam, accelerare il processo che possa condurre ad una pace globale, non spezzare il sogno che aveva guidato uno dei Presidenti più amati - se non il più amato - alla carica più importante ed in vista del mondo.
Oppure no?
Quanto di quello che faremmo se fossimo in grado di tornare indietro e cambiare il corso della Storia - funzionale, inquietante e splendido il concetto del passato che si ribella alle sue modificazioni - porterebbe effettivamente a qualcosa di meglio di quello che abbiamo vissuto?
Gli eventi - anche traumatici e tragici - che hanno segnato il pianeta fin dall'alba dei tempi non potrebbero essere in qualche modo la soluzione migliore che in quel momento il mondo stesso poteva offrire?
"Il caso non esiste", afferma con serenità poco prima di "tornare alla Natura" Oogway, il Maestro dei Maestri di Kung Fu Panda - mi rendo conto dell'importanza e dell'influenza dei Fordini nella mia vita dalle citazioni che cominciano a riguardare il mondo dell'animazione e dell'infanzia -: quello che viviamo - o che abbiamo vissuto - forse doveva andare proprio com'è andato affinchè noi si sia quelli che siamo ora, in questo momento.
O forse, semplicemente, a volte compiendo una scelta con il pensiero di fare del bene non si finisce necessariamente per generare coincidenze che coincidano con quello stesso bene.
Forse a volte le cose devono andare come devono andare, o come sono andate.
Per quanto dolorose siano state.
A volte dobbiamo lasciare andare, invece di lottare per tenere stretti, perchè non esiste un bene senza un male, e non è detto che un male significhi che un bene non esista.
A volte la cosa da fare è la più dolorosa, che si parli della morte di un Presidente o di una mano lasciata scivolare via, di un amore vissuto come in un sogno.
O semplicemente, dobbiamo imparare ad accettare l'unicità e la bellezza di una vita in cui non si può tornare indietro, e che rende così prezioso e così grande quello che abbiamo, anche quando si affrontano difficoltà che paiono insormontabili.
Perchè è proprio grazie a quelle difficoltà, a quell'unicità, che abbiamo la possibilità di "vivere una vita felice".
A volte mi è capitato di pensare a cosa avrei potuto fare, se avessi avuto una macchina del tempo a disposizione.
Ma a ben guardare, direi che è stato meglio non averla mai trovata.




MrFord




 

mercoledì 25 maggio 2016

Marco Polo - Stagione 1

Produzione: Netflix
Origine: USA
Anno: 2014
Episodi:
10








La trama (con parole mie): Marco Polo, figlio di un importante mercante veneziano da anni impegnato in tratte legate alla Via della seta, viene lasciato come un pegno dal padre a Kublai Khan, dominatore dell'Asia ed erede di suo nonno Gengis, che da tempo sogna di soggiogare gli ultimi focolai di rivolta cinese a Sud per unificare un impero come mai l'umanità aveva conosciuto in precedenza, vincendo la resistenza di Jia Sidao, cancelliere dalle straordinarie abilità strategiche.
Grazie alla sua arguzia ed alla curiosità, Marco conquista i favori di Kublai scatenando perfino le gelosie del primogenito di quest'ultimo, che pare non godere presso il genitore delle stesse attenzioni: assegnato a compiti di ogni genere ed addestrato alle arti marziali nonchè alle usanze mongole, il giovane mercante si troverà a trasformarsi in un vero e proprio consigliere per il condottiero più potente del mondo conosciuto, ed a progettare l'attacco decisivo alla roccaforte di Sidao.












Fin dai tempi dell'adolescenza e del periodo in cui, preso da scrittura ed epica, sognavo grandi battaglie ed epoche lontane, i grandi imperi del passato hanno sempre esercitato un grande fascino sul sottoscritto: non è mai stata un mistero la mia passione per la figura di Alessandro Magno, così come per le società che cambiarono la Storia dall'alba dei tempi almeno fino al Rinascimento, quando qualcosa mutò a livello sociale e ci si avviò a quella che è intesa come l'era moderna.
Un'altra grande figura che ha sempre solleticato la mia curiosità è stata quella di Gengis Khan, nato fondamentalmente senza nulla in una lontana tribù mongola persa tra le steppe e fondatore di uno degli imperi più vasti, interessanti e temuti di sempre: suo nipote Kublai, invece, se non per una poesia di Samuel Coleridge, mi era praticamente sconosciuto, così come il suo legame con Marco Polo, mercante, avventuriero ed esploratore che fu tra i primi a rivelare all'Occidente quella che era la vita lungo la Via della seta, storico canale di scambi di ogni genere che collegava tutto il mondo allora conosciuto.
Quando, non troppo tempo fa, mi capitò per le mani - a dire il vero, al lavoro e di sfuggita - il trailer della serie targata Netflix - sempre più la realtà più importante del piccolo schermo - dedicata proprio alle gesta di Kublai ed al suo legame con Polo la curiosità si fece sempre più grande, tanto da riuscire a convincere Julez - di norma non proprio esaltata all'idea di gettarsi a capofitto in visioni di questo tipo - a tentare il viaggio con questa prima stagione prima che potesse avere inizio la seconda - programmata per l'imminente estate -: il risultato è stata una delle scoperte più interessanti degli ultimi mesi, dall'atmosfera pronta a ricordare lo splendido La battaglia dei tre regni ai sanguinosi duelli, dal progetto di Kublai - simile a quello del già citato Alessandro Magno - di costruire un impero multirazziale e multiculturale alla lotta all'ultimo sangue con il Cancelliere cinese Sidao, charachter strepitoso per freddezza ed arguzia politica nonchè per capacità di farsi odiare dallo spettatore, istintivamente più propenso a parteggiare per l'altrettanto crudele ma decisamente più istintivo ed umano Kublai piuttosto che sull'aristocratico calcolatore ultimo ostacolo per il Khan sulla strada della definitiva conquista della Cina.
Nel mezzo del delicato equilibrio che delinea il conflitto tra le due potenze si muove Marco Polo, giovane mosso da un grande spirito di osservazione, voglia di emergere e di imparare, di adattarsi e di costruire il suo futuro anche quando lo stesso dovesse costare dolore o scelte drastiche - dall'abbandono subito da parte del padre al destino dell'esattore suo primo referente, dal rapporto con il Khan a quello con il suo legittimo erede -: un charachter non privo di ombre, ma assolutamente affascinante e reso bene dal semisconosciuto attore italiano Lorenzo Richelmy, che prima di essere rilanciato da Netflix aveva un destino già scritto come volto per le classiche e pessime fiction made in Terra dei cachi, che nell'incedere delle dieci puntate di questa densa prima stagione ha modo di interfacciarsi con l'approccio rude del mongolo Kublai, tagliente del quasi cinese suo erede, mellifluo e cospiratore del ministro dell'economia di origine persiana, marziale e deciso del maestro Cento Occhi, nebuloso ed arraffone come quello di suo padre e suo zio.
Una sorta di babele medievale che pare tracciare un ponte ideale tra l'Alexander di Oliver Stone e l'epica cinese - come per il già citato La battaglia dei tre regni -, pronta a toccare realtà e leggende - ho molto gradito la parentesi dedicata alla setta degli Hashashin, che ha originato negli anni cose come la saga videoludica di Assassin's Creed o il Clan degli Assamiti nel gioco di ruolo Vampiri -, trame e sottotrame di corte - che, a quanto dato dall'ultimo episodio, pare saranno l'ossatura principale della seconda stagione - tanto quanto battaglie all'ultimo sangue - stupendi il duello tra Kublai e suo fratello e lo scontro tra Cento Occhi, Marco Polo e Sidao, brutale e d'acciaio il primo, leggiadro e quasi danzato il secondo -: uno specchio sul passato che, in qualche modo, ricorda a noi uomini del futuro quanta carne e sangue esistano dietro l'Umanità e la sua Storia.
Anche quando sono portate a corte con i vestiti migliori.





MrFord





"I come now
run for your shelters and caves
because I'm coming down
you are the one
precious one, 'cause I'm coming
I'm out for you kings and your knaves
the battle is on
you are the one
precious one, Temujin."
Avalon - "Temujin" - 






domenica 2 agosto 2015

Revenge

Produzione: ABC
Origine: USA
Anno: 2011-2015
Stagioni: 4




La trama (con parole mie): torna al Saloon, per quella che sta assumendo sempre più le dimensioni di una vera e propria rubrica a cadenza quasi fissa, Julez, che a questo giro di giostra si dedicherà ad un breve excursus su uno dei guilty pleasures che l'hanno accompagnata nel corso delle ultime stagioni in mia assenza, Revenge.
La serie ABC con protagonista Emily Van Camp, tra morti ammazzati, vendetta, storie d'amore ed un'atmosfera patinatissima, ha raccolto numerosi consensi prima di salutare il suo pubblico proprio quest'anno.
Come sarà andato l'idillio della suddetta con la signora Ford? 








Revenge fa parte, come direbbe la mia amica Serena, del mio angolo della vergogna.
Perché è una serie teen, perchè non ha un valore artistico riconosciuto e/o riconoscibile, perché è il riempitivo da casalinga disperata delle sessioni di stiro e ammiro.
Eppure le prime due serie avevano un appeal insperato, quel non so che in grado di farti pensare di avere davanti un guilty pleasure di qualità.
Il personaggio di Amanda Clarke/Emily Thorne, cui presta il volto una mia beniamina fin dai tempi di Everwood e poi di Brothers&Sisters – Emily VanCamp -, è sexy, forte e fragile, determinata, passionale e fredda. 
Il suo charachter riesce a creare sia empatia che desiderio di emulazione e regge magistralmente la serie con la sua presenza, seppur la sua interpretazione perda intensità con il liquefarsi di una trama degna di questo nome.
A farle da spalla alcuni personaggi decisamente azzeccati, dal migliore amico genio bisessuale nerd e allo stesso tempo fashionista Nolan Ross (Gabriel Mann), alla nemesi di Amanda/Emily, la crudele arrivista Victoria Grayson (Madeline Stowe, prestata al piccolo schermo), per giungere al compagno di vendetta Aiden Mathis (Barry Sloane, adesso protagonista di The Whispers).
Molto meno riusciti gli altri comprimari, in primis l’amore della sua vita Jack Porter (un anonimo Nick Wechsler) che oltre ad essere basso a livello ameba in una scala da microbo a nano primordiale, ha il sex appeal del labrador Sam.
La storia ha origine dal desiderio di vendetta di Amanda Clarke, pronta a punire tutti i responsabili della carcerazione e morte del suo innocente padre, accusato di terrorismo ma in realtà capro espiatorio di una lobby potentissima responsabile misteriosa ed ovviamente celata di un attacco aereo che è costato la vita a centinaia di americani.
Se nelle prime due stagioni ci si appassiona alla ricerca ed alla metodica distruzione di tutti i colpevoli e si attende con una certa trepidazione che la vendetta cali sulla famiglia Grayson (su tutte l’inutile Charlotte), con le due stagioni successive ed i vari, tanti, troppi colpi di scena e gli innamoramenti dalla durata inversamente proporzionale alla profondità del sentimento, si scivola nella fiction intesa nel senso peggiore del termine, fino quasi a sfiorare il livello soap opera, per giungere ad un finale di serie tagliato con l’accetta e consolatorio giusto perché rivolto a cuori giovani ed ancora illusi. 
Per essere brevi, un passatempo da inserire all’interno di quelle attività da cervello spento (depilazione, stiro, cucina) oppure da evitare senza colpo ferire.



Julez




"She's not a saint
and she's not what you think
she's an actress, whoa
she's better known
for the things that she does
on the mattress, whoa
soon she's gonna find
stealing other people's toys
on the playground won't
make you many friends
she should keep in mind
she should keep in mind
there is nothing I do better than revenge."

Taylor Swift - "Better than revenge" - 






sabato 11 luglio 2015

24 - Stagione 7

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2009
Episodi: 24





La trama (con parole mie): Jack Bauer, dopo aver fatto ritorno negli States dall'Africa, sta per essere processato a causa dei crimini che avrebbe commesso nel corso delle missioni portate a termine negli anni precedenti. Accusato di abuso di potere e brutalità, è messo sotto la custodia dell'FBI e, come tutti gli USA, assiste ad un nuovo tentativo di attacco terroristico.
L'ex dittatore del Sangala, deposto proprio da Bauer, infatti, pare aver orchestrato l'intera operazione facendo affidamento su Tony Almeyda, ex amico e collega di Bauer che dopo la morte in azione della moglie ha giurato vendetta al governo statunitense.
La verità, però, è più complessa di quanto si possa pensare, ed il piano rivela le sue radici proprio all'interno degli Stati Uniti, ai vertici delle società private che gestiscono le forniture militari all'Esercito.








In casa Ford, nel corso degli ultimi dieci anni, e nello specifico dall'arrivo di Lost, l'importanza delle visioni da piccolo schermo ha subito un incremento esponenziale, rivelando titoli in grado di pareggiare - se non superare - in termini di qualità i cugini cinematografici, da sempre considerati un gradino più in alto di loro.
Uno dei compagni di questo viaggio è stato senza dubbio Jack Bauer, antieroe protagonista di 24, una delle serie più longeve e di successo del panorama action e non solo, figlio degli USA del bushismo e del terrore del terrorismo, repubblicano oltre ogni misura e talmente tagliato con l'accetta da suscitare una quasi tenera simpatia nella sua assoluta crudeltà da spaccaculi che non guarda in faccia a nessuno, amici compresi.
Tra le più grandi qualità di 24 c'è stata senza dubbio la costanza, unita alla professionalità degli autori nel fornire al pubblico un prodotto sempre efficace, appassionante e tesissimo, reso unico dalla narrazione in tempo reale che, alla settima stagione, risulta ancora più che funzionale.
Eppure, per la prima volta, mi è parso di notare una flessione nel risultato finale ottenuto da Bauer e soci: alle spalle gli anni di Bush e di un certo tipo di approccio portato avanti dagli States, così come attentati di ogni genere sventati con il solito piglio deciso - per usare un eufemismo - da un protagonista sempre più scatenato - come giustamente faceva notare Julez, questa settima stagione potrebbe essere stata quella che l'ha visto uccidere più avversari -, la vicenda che ha visto alternarsi nel ruolo di minacce l'ex dittatore del fittizio stato africano del Sandala che Bauer aveva già incrociato nel film 24: Redemption, l'ex collega Tony Almeyda - uno dei charachters storici della serie - ed una sorta di gruppo a capo delle grandi industrie private di armamenti non è riuscita a convincermi completamente, complice la troppa carne al fuoco - intrighi alla Casa Bianca, attentati, rapimenti, armi batteriologiche, cambi di fronte che, più che alimentare la tensione, appiattiscono alcuni comprimari che avrebbero potuto dare molto di più, a mio parere, alla season - ed alcune soluzioni che mi sono parse frettolose e poco incisive - soprattutto nel finale, che chiude con troppi punti interrogativi ancora senza risposta rispetto alle annate precedenti -.
La stessa soluzione del primo Presidente donna, avanti con i tempi almeno come quella di proporre, nella prima stagione, l'afroamericano Palmer, non risulta particolarmente incisiva, e la Numero Uno del Paese acquista spessore soltanto nella scelta conclusiva di condannare pubblicamente le scelte sbagliate della figlia nonchè Capo dello staff: troppo poco, però, a fronte di un passato della serie in cui, di fatto, il Presidente è stato il migliore alleato o il peggior nemico - penso allo stesso Palmer e a Logan - dell'indomabile Bauer.
Dal canto suo, Kiefer Sutherland porta a casa la pagnotta come sempre, riuscendo, nonostante le sue limitate capacità attoriali, a convincere in un ruolo che più di ogni altro è riuscito a dargli spessore e notorietà: una menzione va anche a John Voight, che come sempre presta presenza e carisma d'altri tempi a qualsiasi personaggio gli venga richiesto d'interpretare.
Non voglio, però, maltrattare troppo una delle proposte che ha fatto la storia di casa Ford, quanto più che altro sperare in una ripresa in vista di quella che è stata - almeno ai tempi - l'ultima stagione a narrare le gesta di uno dei più controversi, irascibili, reazionari, spietati eppure irrinunciabili protagonisti del piccolo - e grande - schermo.



MrFord



"Seed, gotta let it grow, why ya gotta watch when I let it feed?
better look into the mirror for the face you hide away, everyday
but I don't give a fuck; I let it roll - I smoke the old 
gotta run, gotta rend, gotta maim, gotta make it through another maze."
Stone Sour - "Get inside" - 




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