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mercoledì 5 agosto 2020

White Russian's Bulletin



Torno al bancone per un nuovo episodio del Bulletin di questo periodo della vita così unico per il vecchio cowboy, in termini di visioni spesso e volentieri dedicato a recuperi di film che conosco a memoria e già recensiti e strarecensiti da queste parti, a vivere il più possibile e scoprire, di tanto in tanto, produzioni curiose sulle varie piattaforme di streaming, Netflix in primis.
A farla da padroni a questo giro di bevute uno dei titoli più chiacchierati dell'ultimo periodo ed alcune proposte che, probabilmente, in altri tempi non avrei neppure pensato esistessero, ma che hanno solleticato la parte più sportiva e viaggiatrice del vecchio Ford.


MrFord



IL CERCHIO CELTICO (Bjorn Larsson, Svezia, 1992)


Larsson, dai tempi del mitico La vera storia del pirata Long John Silver, è entrato nel mio cuore di lettore per restarci, anche se è sempre difficile quando si incrocia il cammino di un nuovo autore a partire dal suo lavoro migliore: Il cerchio celtico, primo titolo a farlo conoscere al grande pubblico, è un solido romanzo d'avventura che starebbe un gran bene anche al Cinema, con un incedere inizialmente lento ed un crescendo finale davvero notevole, legato a doppio filo alla passione per la vela dello scrittore e ad alcuni luoghi affascinanti non solo per i marinai navigati.
La Scozia dipinta da Larsson è un luogo che, come il mare e come l'Uomo, sa essere affascinante e spietato, placido e furioso, senza dimenticare tutte le sfumature nel mezzo: e il Rustica, quasi più protagonista dei protagonisti, ne attraversa le correnti trasportando il lettore come se vi fosse imbarcato. Il cerchio celtico ha il limite dei numerosi riferimenti nautici che rischiano di appesantire lo scorrimento della lettura, e di essere molto classico, ma per chi è disposto ad affrontare anche questo tipo di difficoltà, offrirà una cavalcata degna della tradizione migliore.




DARK - STAGIONE 3 (Netflix, Germania/USA, 2020)

Dark Poster


Una delle serie più chiacchierate dell'anno torna al Saloon con la terza stagione, affrontata dopo i cambiamenti avvenuti nel corso di quest'anno così particolare: negli ultimi giorni mi è capitato di leggere opinioni qui nella blogosfera che, forse, tendono a fare di Dark un fenomeno più grande di quello che, in realtà, non sia stato, ma questo non nega che si tratti di una produzione solida e convincente, chiusa forse troppo in fretta - in termini di stagioni - ma in modo coerente, pur se, a mio parere, troppo ricca di carne al fuoco a questo giro di giostra per riuscire davvero a stimolare un trasporto emotivo in un pubblico concentrato al massimo nel comprendere i passaggi tra mondi paralleli ed epoche differenti.
Del resto, i viaggi nel tempo sono una cosa molto difficile da gestire, piccolo o grande schermo che sia. Resta il ricordo di un'esperienza interessante e ricca di spunti di riflessione, che voi siate come il sottoscritto degli aspiranti ribelli al concetto di Tempo ed al fatto di doversi inevitabilmente arrendere ad esso, o una sorta di surfisti che non vedono l'ora di cavalcarne le onde.




DARK TOURIST - STAGIONE 1 (Netflix, Nuova Zelanda, 2018)

Dark Tourist Poster


Uno dei guilty pleasures di questa nuova fase della mia vita è senza dubbio la scoperta delle serie a sfondo documentaristico offerte dalla piattaforma di Netflix, pronte a stimolare passioni - come quella per i viaggi - momentaneamente costretta allo standby da Covid.
Dark Tourist, produzione neozelandese di un paio d'anni fa, vede il giornalista David Ferrier - dal sardonico approccio inglese - recarsi in luoghi considerati mete di culto per i cosiddetti "turisti dell'orrore", persone attratte da catastrofi, pericoli, psicopatici ed affini: una serie che spero veda realizzarsi una seconda stagione pronta a mostrare le stranezze che l'Uomo è capace di coltivare dentro e fuori la sua testa ma anche utile a mostrare alcune situazioni talmente assurde da andare anche oltre il Cinema: in particolare, l'episodio legato al tour nei luoghi che furono teatro della catastrofe di Fukushima - impressionante vedere la paura crescere anche tra i protagonisti del viaggio, sconvolti dal livello di radiazioni dei contatori geiger portatili - e quello in Turkmenistan - dominato da un dittatore che rende il Paese uno dei più chiusi al mondo insieme alla Corea del Nord - restano impressi per quanto la realtà riesca a superare la finzione. E di gran lunga.




FIGHTWORLD - STAGIONE 1 (Netflix, USA, 2018)

Fightworld Poster


Sull'onda della scoperta di titoli come Dark Tourist, ed attratto dal concetto di viaggio e dallo sport, ho recuperato anche Fightworld, altra produzione Netflix che vede protagonista Frank Grillo - caratterista ed appassionato di sport di combattimento - girare il mondo raccontando la filosofia e l'universo dietro a discipline più o meno conosciute: dalla Thailandia a Israele passando per il Senegal, scopriamo quanto spesso lo sport, anche quello più duro ed apparentemente violento, sia un simbolo di riscatto e fuga da povertà, crimine e corruzione, un modo per ritrovare se stessi e provare che, una volta affrontati i demoni che ci portiamo dentro, prendere qualche cazzotto da qualcuno che soffre come noi non è poi tanto male.
Da sportivo, comprendo bene quale sia il valore della fatica e della soddisfazione che si prova in determinate situazioni, così come comprendo la valenza salvifica che la disciplina che lo stesso sport impone può avere in situazioni limite in cui l'alternativa può essere la strada o il crimine.
Un altro titolo nascosto e sottovalutato, che sinceramente meriterebbe una nuova stagione.


lunedì 13 aprile 2020

White Russian's Bulletin



Prosegue la quarantena, e con lei uno dei periodi senza dubbio più strani, densi e clamorosamente "cinematografici", in più di un senso, della mia vita. Essendo abituato a vivere parecchio ed avendo oggettivamente patito molto il momento, devo ammettere di dover ringraziare le serate Cinema con i Fordini, che sono una fonte inesauribile di soddisfazione, e la definitiva consacrazione delle piattaforme come Netflix, fondamentali in una condizione come quella che coinvolge il mondo in queste settimane. 
Probabilmente avrò dimenticato qualcosa, avendo bellamente trascurato il blog nelle ultime due settimane, ma più o meno questo è quello che ricordo delle visioni passate al Saloon in questi tempi da virus.


MrFord



HARRY POTTER

Harry Potter e i Doni della Morte - Parte 2 Poster

Nuova passione del Fordino, che ormai snocciola incantesimi come se non ci fosse un domani agitando le bacchette dei take away in giro per casa, la saga di Harry Potter è stata rispolverata e conclusa rispetto all'ultima puntata del Bulletin. 
Dopo Il calice di fuoco - che resta, cinematograficamente, il titolo migliore della serie -, siamo passati attraverso le morti illustri de L'ordine della fenice, Il principe mezzosangue e le due parti de I doni della morte, tutti inferiori al lavoro di Mike Newell ma comunque in grado di intrattenere come si conviene i Fordini, regalando emozioni principalmente grazie al personaggio più profondo, sfaccettato e riuscito nato dalla penna della Rowling, Severus Piton.
Probabilmente delle serate Cinema i Fordini ricorderanno più Harry Potter che non I Goonies o Predator, ma resta la grande soddisfazione di stare trasmettendo la passione per un mezzo di comunicazione unico e fantastico, il Cinema.


JACK RYAN - STAGIONE 2 (Prime Video, USA, 2019)

Jack Ryan Poster


Compagno di viaggio di Netflix in questo periodo di quarantena è Prime Video, che, pur se in misura minore rispetto alla piattaforma "mamma" di Stranger Things e affini, riesce a fornire alternative buone per i momenti pranzo e cena di casa Ford, da sempre dedicati ad un episodio di serie. Jack Ryan, che si era candidato come l'erede di prodotti come Alias e 24 già alla prima stagione, conferma la sua solidità con la seconda, forse più semplice in termini di scrittura ma ugualmente efficace nello stile, ottima nelle parti action ed impreziosita da una sigla davvero geniale, degna dei bei tempi dell'opening di Dexter.
Resta un prodotto per appassionati del genere, ma anche qualcosa di solido e ben gestito, che rende giustizia sia alla parte legata allo spionaggio che a quella delle botte e delle esplosioni.




HAWAII FIVE-O - STAGIONE 6 (USA, CBS, 2016)

Hawaii Five-0 Poster

Il periodo della quarantena ha riportato sugli schermi del Saloon anche la Five-O, da anni lasciata nel dimenticatoio ed usata come riempitivo - del resto, è la tipica serie ottima per questo scopo - per pranzi e cene, pronta a conquistare anche i Fordini grazie alla theme song della sigla ed alla netta divisione tra buoni e cattivi, in questo periodo di gran voga tra i due piccoli eredi del vecchio cowboy. Niente di davvero memorabile, sia in termini di scrittura che di realizzazione, ma i paesaggi mozzafiato delle Hawaii e le non troppe pretese, uniti all'atmosfera da pranzo della domenica, fanno in modo che i difetti e la superficialità passino in secondo piano, per una serie conclusasi soltanto quest'anno innocua e piacevole da piazzare quando si vuole davvero rilassare il cervello.





DARK - STAGIONE 1 e 2 (Netflix, USA/Germania, 2017/2019)

Dark Poster


Una delle sorprese più interessanti della quarantena, diventata l'appuntamento fisso dell'orario dell'aperitivo mentre i Fordini si dilettano con la loro "ora del cartone": questa serie tedesca targata Netflix, che riprende il tema sempre interessante ed affascinante dei viaggi nel Tempo, incrocia le vicende di quattro famiglie che toccano, in un modo o nell'altro, quattro scenari differenti, dal millenovecentoventuno al duemilacinquantatre, passando attraverso gli anni cinquanta e ottanta.
Mescolando teorie scientifiche già utilizzate in Lost e Interstellar, dramma adolescenziale, thriller e sci-fi, gli autori portano sullo schermo una gran bella proposta, che avvince e smuove tutte quelle domande che in questi casi viene quasi naturale farsi: saremmo disposti a viaggiare attraverso il Tempo, e per curiosità da spettatori o con l'intenzione di cambiare le cose?
Non solo, ma il Tempo stesso, considerato come un'entità, è davvero considerabile come l'abbiamo sempre considerato, o è qualcosa di troppo stratificato e complesso perchè la nostra scienza possa allo stato attuale darne una definizione?
Un ottimo prodotto, dunque, che patisce solo una leggera flessione nella seconda stagione chiusa con quello che è, a mio parere, un rischio enorme preso dal team creativo dietro la serie: speriamo che, con la terza in arrivo, sappiano sfruttare la cosa al meglio.




LA CASA DI CARTA - STAGIONE 4 (Netflix, Spagna, 2020)

La casa di carta Poster

Con ogni probabilità Netflix e le serie televisive sono state una delle ancore di salvezza di questo periodo di quarantena, con tutti chiusi in casa costretti in qualche modo a riscoprire o a sopravvivere la convivenza forzata: fortunatamente per tutti i fan raccolti negli ultimi anni in tutto il mondo, il Professore e la banda dei Dalì sono tornati alla ribalta con il loro quarto giro di giostra.
Come sempre le evoluzioni di trama ed accadimenti sono quantomeno improbabili, ma la forza di questa serie sempre splendida da vedere - e da consumare un episodio dietro l'altro - è quella di aver azzeccato ritmo e personaggi, ed essere riuscita ad inserire elementi cari al pubblico maschile come femminile così come momenti pronti a diventare immediatamente cult - la sequenza su Ti amo di Tozzi al matrimonio del fu Berlino è un colpo di genio -. 
Prosegue, dunque, il colpo alla Zecca di Stato ed il braccio di ferro tra il Professore e la sua nuova nemesi, Alicia Sierra, mentre la banda deve far fronte a dissidi interni, tentativi di ribellione, vecchie e nuove ferite e soprattutto alla presenza di Gandìa, capo della sicurezza del Governatore, che si rivelerà una spina nel fianco davvero difficile da affrontare.
Un rollercoaster dal quale è sempre un piacere farsi trasportare lungo i binari degli articolati piani del mitico Professore.





MANDY (Panos Cosmatos/Casper Kelly, UK/Belgio/USA, 2018, 121')

Mandy Poster

Non ricordo dove esattamente mi capitò di leggere bene di Mandy, thriller/horror psichedelico con Nicholas Cage di un paio d'anni fa incensato, a quanto pare, da qualche zoccolo duro di radical chic di nicchia: fatto sta che, pur se in ritardo, ho deciso di recuperarlo sperando in una di quelle rivelazioni in grado di sorprendere e lasciare senza parole.
In un certo senso, il lavoro di Cosmatos è stato così: ha lasciato il Saloon senza parole regalando ai suoi occupanti un sacco di grasse risate, considerato che non ricordo qualcosa di così trash - anche se, in questo caso, non voluto - dai tempi del primo Sharknado.
Dalla trama risibile alla fotografia da pieno trip d'acido passando per i tempi dilatatissimi, tutto mi ha ricordato gli ultimi, terrificanti - non nel senso horror, purtroppo - lavori di Rob Zombie, e ringrazio la visione soltanto per le chicche incredibili fornite da Nicholas Cage in due sequenze memorabili, l'epifania della vendetta nel bagno della sua casa con tanto di mutanda bianca e bottiglia nascosta nella credenza e lo scontro con i demoni motociclisti, apoteosi di un trash che neppure nei più tamarri film action anni ottanta avrebbero potuto immaginare.
Se non altro, Mandy è stato oggettivamente in grado di lasciare il segno. E' il film "autoriale" clamorosamente più brutto che abbia visto da molto tempo a questa parte.




TIGER KING (Netflix, USA, 2020)

Tiger King Poster


Gli States, si sa, sono un bel ricettacolo di larger than life e follia, che si tratti delle grandi città o della provincia profonda, almeno per quanto riguarda chi è abituato alla "vecchia Europa": ricordo ancora quando, ai tempi dei tempi, per la prima volta arrivai a New York. Era il lontano novantaquattro, e vissi quei giorni come un bambino portato in uno zoo di proporzioni gigantesche, nonostante, qui in Italia, arrivassi da una delle realtà più "globali" che potevano immaginarsi allora, la Milano da bere. Quando, lo scorso anno, tornai nella Grande Mela, lo stupore fu minore, ma la sensazione che da quelle parti le cose fossero sempre un pò sopra le righe rimase la stessa. 
Figurarsi in Oklahoma, dove per anni fu un'icona Joe Exotic, eccentrico - a dir poco - proprietario di uno zoo ed esperto di felini, che negli anni, per portare avanti la sua attività, si è circondato di disadattati, fuggitivi, ex detenuti e personaggi ai margini della società, alimentando il suo ego smisurato - arrivò a candidarsi Governatore sperando di poter correre per la Presidenza - fino a sconfinare in attività e tentativi maldestri che lo portarono alla sua attuale residenza, la prigione.
In realtà, a prescindere dalla vicenda di Exotic e dei suoi dipendenti, rivali o nemesi, la cosa più interessante che esce da questa vicenda decisamente sopra le righe, è che da qualunque prospettiva la si voglia vedere, l'animale più pericoloso resta sempre e soltanto l'uomo.


mercoledì 6 novembre 2019

White Russian's Bulletin



Alle spalle i festeggiamenti ed i bagordi legati al compleanno, torna con il giusto e standardizzato ritardo il Bulletin, che se non mi sono perso tra una sbronza e l'altra la memoria di qualche visione recupera due dei titoli dei sabati sera Cinema con i Fordini ed un paio di novità molto chiacchierate di recente, giunte una dal calderone di Netflix e l'altra direttamente dalla sala, prima di chiudere con un ripescaggio targato Prime Video, tanto per sottolineare l'importanza che, ormai, hanno le piattaforme streaming per il Cinema.


MrFord



LA STORIA INFINITA (Wolfgang Petersen, Germania, 1984, 102')

La storia infinita Poster

Nella carrellata di pellicole che attendono i Fordini nel programma "sabato sera Cinema" che con Julez abbiamo inagurato da qualche settimana non poteva mancare uno dei cult assoluti di tutti i nati tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, La storia infinita.
Ricordo ancora quando lo vidi al Cinema all'aperto al mare con mio nonno, abbastanza inquietato dal Nulla e dallo scontro tra Atreyu e Gmork: come scritto nel post per il compleanno, allora mi rivedevo nel timido Bastian che riviveva nella fantasia le gesta tradotte in parole dagli scrittori, mentre ora sono più un ibrido tra lo stesso Atreyu e Falcor, altra creatura cinematografica divenuta mitica.
Nonostante oggi se ne vedano tutti i limiti e rispetto al romanzo perda ovviamente il confronto, il film funziona ancora come favola, e ai Fordini, cresciuti in tutt'altra generazione, è piaciuto molto, incuriositi dal confronto tra Bene e Male e dai "mostri": e la macchina del tempo che innescano i loro occhi nel corso della visione è una vera e propria magia.




WOUNDS (Babak Anvari, USA/UK, 2019, 95')

Wounds Poster


Circolato rapidamente nella blogosfera dopo il tam tam creatosi a seguito della distribuzione su Netflix, Wounds è stato forse il "film di Halloween" per molti degli avventori del Saloon, considerate le contrastanti recensioni lette praticamente in ogni dove: portato sulle spalle da un sempre ottimo Armie Hammer ed ambientato in una New Orleans sotto la quale pare pulsare un mondo di blatte, Wounds parte con un buono spunto e idee interessanti, pur senza inquietare o forzare lo spettatore al jump scare: peccato che, come spesso accade con i film di nicchia ed almeno parzialmente ambiziosi, lo sviluppo e lo scioglimento della trama con conseguenti rivelazioni finiscano per fare acqua - o blatte - da tutte le parti e conducano ad un finale che, in tutta onestà, mi ha lasciato davvero molto perplesso.
Un progetto, dunque, che poteva risultare particolare ed interessante che, invece, si sgonfia minuto dopo minuto fino a risultare perfino fastidioso: peccato, perchè mantenendo forse una maggiore semplicità e buttando meno ingredienti nel calderone qualcosa di abbastanza tosto sarebbe potuto uscire. Qualcosa, quantomeno, diverso da una blatta.
Che potrà essere imbellettata quanto si vuole, ma resterà sempre una blatta.




HOOK - CAPITAN UNCINO (Steven Spielberg, USA, 1991, 142')

Hook - Capitan Uncino Poster


Altro giro per i "sabati sera Cinema", ed altro film cult, questa volta per chi apparteneva alla generazione appena successiva alla mia, come il buon fratello Ford: ricordo che vidi Hook all'inizio dell'adolescenza, catturato dalla bellissima sequenza della gara di insulti alla tavola dei Bimbi Sperduti proprio durante una delle innumerevoli visioni del più giovane - ma non all'apparenza - dei Ford: il lavoro di Spielberg, baracconesco e per famiglie, era e resta un film sottovalutato e magico, che ai più vecchi tra noi ricorda il grandissimo Robin Williams in una delle sue tante interpretazioni, con personaggi cult - Rufio spacca! - e quel qualcosa che incolla allo schermo anche quando si incrocia il suo cammino dopo averlo imparato a memoria.
Prova del suo valore, il fatto che entrambi i Fordini abbiano retto alla grandissima le due ore e venti di visione senza battere ciglio, infilando domande a raffica sui rapporti tra i personaggi ed assaporando un nuovo elemento legato all'amore scoppiato di recente per "Il rock di Capitan Uncino" di Bennato.
E il Bangarang è finalmente arrivato anche ai più piccoli di casa Ford.




TERMINATOR - DESTINO OSCURO (Tim Miller, USA/Spagna/Ungheria/Francia/Germania/Rep. Ceca/Cina/UK/Australia/Nuova Zelanda/Canada, 2019, 128')

Terminator - Destino oscuro Poster


Devo ammettere che l'hype per il nuovo Terminator firmato dal regista di Deadpool con protagonisti Linda Hamilton e Schwarzy era davvero alle stelle, quasi si potesse tornare ai fasti dei primi due episodi del franchise, maltrattato in anni recenti se non per l'ultimo Genysis, primo valido dai tempi del mitico T-1000: e proprio allo strepitoso Judgement Day strizza l'occhio - per usare un eufemismo - questo Destino Oscuro, che mescola apparentemente le carte solo per riportare in gioco trama e situazioni del lavoro di James Cameron, bruciando completamente un personaggio che poteva diventare decisamente interessante come quello dell'umana potenziata Grace catapultandolo in una copia smorta del secondo film della saga prima di immolarlo sull'altare dell'eccessivo carisma dei "vecchi", che per quanto sacrificabili - ma non troppo - diventano ancora una volta gli squali pronti a mangiarsi qualsiasi charachter o situazione anche potenzialmente affascinante.
Una grossa delusione, per gli occupanti di casa Ford e per chi come me vide l'ascesa del T-1000 in sala, cui questo nuovo Rev-9 può giusto giusto pulire le cromature.




AUGURI PER LA TUA MORTE (Christopher Landon, USA, 2017, 96')

Auguri per la tua morte Poster


Giunto in una sera di stanchissima sugli schermi del Saloon - credo di aver battuto ogni record precedente di abbiocchi nel corso di una visione, oltre a quello di essere andato a letto entro le ventitre senza essere malato -, Auguri per la tua morte, una sorta di versione slasher di Ricomincio da capo - apertamente citato a fine pellicola -, nonostante i tracolli da divano appena citati si è rivelato molto più divertente ed interessante di quanto non potesse suonare alla vigilia, finendo per fare fronte ad una certa scontatezza in fase di scrittura con una leggerezza di fondo che non guasta mai, e fa pensare che, in fondo, il regista non debba essere troppo spocchioso.
Interessante anche, pur se in qualche modo abbastanza telefonata, la ricerca dell'assassino da parte della protagonista e le varie modalità di omicidio portate in scena in questa versione "sanguinolenta" del Giorno della Marmotta, pronta a mostrare allo spettatore un pò di cara, vecchia, old school del genere priva di jump scares o trucchetti buoni giusti giusti per i due secondi del salto e poco altro.
Assolutamente imperfetto, ma decisamente meglio di quanto potessi pensare.


venerdì 9 febbraio 2018

Timecop - Indagine dal futuro (Peter Hyams, Canada/USA/Giappone, 1994, 99')





Credo che tutti gli avventori del Saloon sappiano quanto Jean Claude Van Damme sia amato, da queste parti: di poco sotto - almeno per il sottoscritto - agli inarrivabili Schwarzy e Stallone, infatti, l'attore ed artista marziale belga è stato protagonista delle prime visioni tamarre della mia infanzia e prima adolescenza, in quei pomeriggi passati con mio fratello a rivedere fino allo sfinimento le pellicole con protagonisti questi inossidabili e mitici action heroes.
Curiosamente - o forse perchè uscito in sala quando ero già entrato nell'adolescenza, tunnel che mi portò ad abbandonare tutto quello che era tamarro e sopra le righe per diversi anni, rinunciando perfino ai miei suddetti eroi dell'infanzia - il film che portò il più grande successo al botteghino per JCVD, nonchè uno dei meglio considerati dalla critica, Timecop, non era mai passato da queste parti.
La recente visione della geniale Jean Claude Van Johnson, però, i paragoni con Looper ed il culto che pare gravitare da parte dei fan attorno a questo titolo hanno solleticato la mia curiosità, colmando finalmente una lacuna che non poteva esistere, nella carriera di un appassionato come il sottoscritto.
Senza dubbio posso affermare che, se Timecop avesse avuto alle spalle una produzione meno cheap ed un regista più talentuoso, grazie ad una sceneggiatura con ottimi spunti e alla notorietà di Van Damme, avrebbe avuto tutte le carte in regola per diventare un cult a tutti gli effetti, considerato quanto i viaggi nel Tempo affascinino da sempre il pubblico, anche quando non si parla necessariamente di appassionati: d'altra parte, forse per età, forse per l'invecchiamento di una pellicola che trabocca anni novanta da ogni fotogramma, ma soprattutto per un coinvolgimento atletico decisamente basso per il protagonista - è uno dei suoi film meno "da calci rotanti" - non penso che Timecop sarà mai uno dei miei favoriti della sua filmografia, che restano inesorabilmente Senza esclusione di colpi e Kickboxer.
Nonostante questo, ovviamente, la visione è stata un vero spasso, in bilico tra una trama comunque ben costruita - che ricorda i paradossi della trilogia di Ritorno al futuro e si lega idealmente a pellicole più recenti come, per l'appunto, Looper - e la visione "futuribile" di un duemilaquattro che per i tempi aveva il sapore del Nuovo Millennio in stile Terminator o Demolition Man, con un gruppo di cattivi senza possibilità di redenzione e l'eroe positivo e tormentato nella migliore tradizione del Nostro, che concede un paio di chicche ai suoi fan hardcore come la sequenza con il borseggiatore sui rollerblades e la spaccata sul piano della cucina per fuggire alla scarica elettrica.
Certo, non penso consiglierei mai un titolo di questo tipo - non tanto per il genere, quanto per il fatto che risulta decisamente datato - a qualcuno che non sia legato affettivamente a Van Damme ed al suo contributo spettacolare al Cinema di botte, ma doveste rientrare nel novero ed essere nella situazione in cui ero anch'io fino a poco tempo fa, Timecop è senza dubbio una visione obbligatoria, non fosse altro perchè rappresenta l'apice della carriera - in termini di successi - di JCVD prima del rilancio avuto negli ultimi anni a seguito della riscoperta di queste vecchie glorie ed uno dei migliori tentativi di portare le sue tipiche interpretazioni e pellicole ad un livello qualitativamente più alto - ci riuscì anche, e con esiti senza dubbio migliori, John Woo, prima dell'apice rappresentato da JCVD, il film e non il protagonista, e la già citata Jean Claude Van Johnson nel Nuovo Millennio -.



MrFord




 

mercoledì 16 novembre 2016

11.22.63 (Hulu, USA, 2016)





A volte mi è capitato di pensare a cosa avrei potuto fare, se avessi avuto una macchina del tempo a disposizione.
Sia rispetto alla mia vita, sia a come ha funzionato la Storia.
A come mi sarei potuto giocare alcune carte superando a posteriori la timidezza, o a come avrei potuto influenzare o modificare eventi fondamentali per l'evoluzione del genere umano.
Probabilmente, se fossi nato negli States, uno di questi sarebbe stato indubbiamente l'assassinio del Presidente Kennedy, avvenuto a Dallas il ventidue novembre del sessantatre: oltre ad aver generato teorie ed indagini molteplici, ispirato scrittori e registi, non aver di fatto fornito una definitiva e veritiera versione dei fatti, quel fatidico giorno in Texas venne aperta una ferita al cuore degli USA pareggiata forse soltanto dall'undici settembre duemilauno.
Dunque lo spunto di partenza per questa sorprendente, emozionante, bellissima serie rientra perfettamente in quella che è la logica americana, che si parli del suo autore - è ispirata da un romanzo di Stephen King -, del personaggio che la coltiva - l'Al Templeton di Chris Cooper - e quello che ne diviene l'esecutore effettivo - l'insegnante di liceo Jake Epping, interpretato da James Franco -: impedire l'uccisione di JFK significherebbe quasi certamente evitare la Guerra del Vietnam, accelerare il processo che possa condurre ad una pace globale, non spezzare il sogno che aveva guidato uno dei Presidenti più amati - se non il più amato - alla carica più importante ed in vista del mondo.
Oppure no?
Quanto di quello che faremmo se fossimo in grado di tornare indietro e cambiare il corso della Storia - funzionale, inquietante e splendido il concetto del passato che si ribella alle sue modificazioni - porterebbe effettivamente a qualcosa di meglio di quello che abbiamo vissuto?
Gli eventi - anche traumatici e tragici - che hanno segnato il pianeta fin dall'alba dei tempi non potrebbero essere in qualche modo la soluzione migliore che in quel momento il mondo stesso poteva offrire?
"Il caso non esiste", afferma con serenità poco prima di "tornare alla Natura" Oogway, il Maestro dei Maestri di Kung Fu Panda - mi rendo conto dell'importanza e dell'influenza dei Fordini nella mia vita dalle citazioni che cominciano a riguardare il mondo dell'animazione e dell'infanzia -: quello che viviamo - o che abbiamo vissuto - forse doveva andare proprio com'è andato affinchè noi si sia quelli che siamo ora, in questo momento.
O forse, semplicemente, a volte compiendo una scelta con il pensiero di fare del bene non si finisce necessariamente per generare coincidenze che coincidano con quello stesso bene.
Forse a volte le cose devono andare come devono andare, o come sono andate.
Per quanto dolorose siano state.
A volte dobbiamo lasciare andare, invece di lottare per tenere stretti, perchè non esiste un bene senza un male, e non è detto che un male significhi che un bene non esista.
A volte la cosa da fare è la più dolorosa, che si parli della morte di un Presidente o di una mano lasciata scivolare via, di un amore vissuto come in un sogno.
O semplicemente, dobbiamo imparare ad accettare l'unicità e la bellezza di una vita in cui non si può tornare indietro, e che rende così prezioso e così grande quello che abbiamo, anche quando si affrontano difficoltà che paiono insormontabili.
Perchè è proprio grazie a quelle difficoltà, a quell'unicità, che abbiamo la possibilità di "vivere una vita felice".
A volte mi è capitato di pensare a cosa avrei potuto fare, se avessi avuto una macchina del tempo a disposizione.
Ma a ben guardare, direi che è stato meglio non averla mai trovata.




MrFord




 

martedì 9 febbraio 2016

Sherlock - L'abominevole sposa

Regia: Douglas MacKinnon
Origine: UK
Anno: 2016
Durata: 90'








La trama (con parole mie): abbiamo conosciuto lo Sherlock della realtà e dei tempi attuali, le sue indagini accanto al fido Watson, la rivalità mortale con Moriarty, il complesso rapporto con il fratello Mycroft, le sue cadute ed i suoi successi.
Ora facciamo un passo indietro, e proviamo ad immaginare (?) come sarebbero andate le cose se tutto fosse stato ambientato ai tempi di Arthur Conan Doyle, nel cuore della Londra vittoriana, con i nostri due impareggiabili detectives alle prese con un caso inquietante che pare scomodare addirittura fantasmi e morti pronti a tornare alla vita, quello che sembra essere accaduto a Moriarty sul finire della terza stagione dedicata alle gesta di Holmes.
Ma è tutto vero, o una fantasia?
O forse entrambe le cose?










Il fatto che Sherlock sia, senza ombra di dubbio, una delle sorprese e scoperte da piccolo schermo più importanti e notevoli di questo inizio duemilasedici del Saloon è ormai indubbio, con buona pace del Cannibale e di chiunque avesse potuto pensare che un prodotto così british potesse in qualche modo fare breccia nel cuore del sottoscritto, da sempre assolutamente dalla parte degli USA.
Del resto, sono sempre stato un fan dell'opera di Arthur Conan Doyle e di molte delle trasposizioni cinematografiche del suo personaggio più importante, Sherlock Holmes, dunque una serie che ne riproponesse adeguatamente le gesta, da queste parti, avrebbe avuto più possibilità di sfondare di un prodotto action troppo scarso rispetto agli standard eighties del sottoscritto: ed eccoci, dunque, a Sherlock.
Una serie non solo in crescendo, ma divenuta con il passare degli anni e degli episodi sempre più perfetta, culminata di recente con una sorta di episodio speciale pronto a "sedare" i fan più hardcore in attesa di una quarta stagione che ancora non si sa esattamente quando debutterà: L'abominevole sposa, divertissement d'altissima classe giocato sul filo sottile tra passato e presente, classicismo e modernità, rispetto ed innovazione, raccordo che conduce i fan a quelli che saranno i nuovi episodi con protagonisti gli ottimi Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, è l'ennesima dimostrazione della scommessa vinta dagli autori, nonchè una vera a propria perla di tecnica, ritmo, fotografia ed ironia tipicamente inglese.
Come se non bastasse, al consueto cocktail fornito dalla serie, questa volta si aggiungono elementi come la rappresentazione "in costume" dei protagonisti - e variazioni fisiche annesse -, un'atmosfera horror gotica che passa da La vera storia di Jack lo squartatore a Piramide di paura, la gestione della nemesi per eccellenza di Holmes, Moriarty, un approccio che mescola ironia - dagli scambi al Diogenes Club al bromance Sherlock/Watson - e riflessione sociale - il ruolo della donna e la sua riscossa rispetto alla lunga tradizione di violenze fisiche e psicologiche subite dall'uomo - ed una tecnica che pare migliorare anno dopo anno.
Se, dunque, questa Abominevole sposa è la premessa per l'attesissima quarta stagione, allora tutti noi fan vecchi e nuovi della serie possiamo dormire sonni tranquilli: la squadra di Sherlock è coesa e tosta come non mai, pronta a stupire ed in grado senza dubbio alcuno di farlo, grazie ad un mix sempre più interessante di intelligenza, arguzia, sagacia e, perchè no, stronzaggine che renderà il cocktail servito decisamente da ricordare.
L'introduzione prepotente e definitiva - per quanto già sfiorata in passato - della dipendenza di Holmes dalle droghe e dell'utilizzo delle stesse da parte del detective per poter affrontare prima ancora che il mondo se stesso regala poi ulteriori sfumature rispetto al prodotto finito, che riesce nella non facile impresa di assumere le connotazioni non solo di una sorta di secondo "pilot" ma anche di un vero e proprio lungometraggio, perfetto per catturare i vecchi quanto i nuovi fan.
Per quanto mi riguarda, non comincerò certo ora a dubitare delle capacità, dell'ego e delle intuizioni di uno degli antieroi più convincenti nei quali mi sia imbattuto nel corso delle ultime stagioni: abominevoli spose o biechi sposi, passato o futuro, apertura mentale o dipendenze chiuse, io sarò accanto a Sherlock neanche fossi l'ultimo degli Watson.
Che tanto ultimi, poi, non sono.
Perchè l'elementare non è necessariamente qualcosa di troppo semplice per essere buono.





MrFord





"I wanna kiss the bride yeah!
I wanna kiss the bride yeah!
Long before she met him
she was mine, mine, mine
don't say I do
say bye, bye, bye
and let me kiss the bride yeah!"

Elton John - "Kiss the bride" - 







lunedì 20 luglio 2015

Kung Fury

Regia: David Sandberg
Origine: Svezia
Anno: 2015
Durata: 31'




La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentoottantacinque a Miami, e Kung Fury, il più tosto poliziotto della città, investito nel giorno della drammatica morte del suo partner dai poteri dell'eletto e divenuto il depositario della grandezza della disciplina ed il più grande combattente di arti marziali del mondo, è abituato a sgominare criminali e videogiochi impazziti come se niente fosse, ed alla velocità della luce.
Quando, dagli abissi del tempo, giunge la minaccia di un altro grande esperto di combattimento, Adolf Hitler ribattezzatosi Kung Fuhrer, le cose si complicano: deciso ad eliminare il leader della Germania nazista tornando indietro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale aiutato da Hackerman, Kung Fury si ritroverà sbalzato all'epoca degli antichi vichinghi, ed aiutato da due amazzoni, un dinosauro parlante e Thor, dovrà viaggiare fino all'epoca giusta e sgominare la minaccia di Hitler.
Ma sarà davvero così semplice? 







Pensavo che, con il recente The Guest, o con l'indimenticabile primo capitolo di Sharknado, la settima arte avesse regalato al suo pubblico addirittura più di quanto non fece con Drive una definizione perfetta del termine instant cult: evidentemente la perfezione del Cinema, in questo senso, non ha fine, perchè dalla Svezia a sconvolgere ogni spettatore è giunto per direttissima David Sandberg, sceneggiatore, regista e protagonista di quella che, al momento, è la chicca totale dell'anno, Kung Fury.
Al suo esordio - e che esordio con i controcazzi, seppur con un cortometraggio -, Sandberg porta sullo schermo un cocktail assolutamente perfetto di fascino ed amarcord anni ottanta, arti marziali, botte da orbi, teste esplose, dinosauri, guerriere vichinghe, divinità norrene, una lotta al Male identificato con Hitler degna del Tarantino di Bastardi senza gloria, una colonna sonora strepitosa trainata dal meraviglioso True survivor cantato da David Hasselhoff, richiami a videogiochi che hanno fatto la storia di un decennio che ancora oggi è una miniera inesauribile di chicche ed ispirazioni - da Double Dragon a qualsiasi platform a scorrimento da combattimento del periodo - e tutto quello che potreste immaginare fosse possibile inserire in trentun minuti che sono una goduria senza controllo per occhi, cuore e cervello.
Diventato già un fenomeno anche in rete - potete trovarlo nella sua versione integrale sottotitolata anche su Youtube -, Kung Fury diventa senza se e senza ma uno dei titoli dell'anno, esempio perfetto di come si possa realizzare un'opera originale, divertente, fresca ed irriverente pur partendo, di fatto, da atmosfere ed influenze che soprattutto noi che nel corso degli eighties siamo cresciuti e ci siamo formati come spettatori riconosceremo come se fossimo di colpo saltati su una Delorean per viaggiare indietro nel tempo.
Un "ritorno al passato" che Sandberg gestisce alla grandissima, e che regala emozioni, risate, momenti da neuroni zero, altri di affettuosa malinconia, ed altri ancora di hype incontrollato all'idea di vedere il giovane svedese alla prova più grande che si potrebbe chiedere ad un talento appena esploso, nella speranza che non tradisca le aspettative: una produzione adeguata per un lungometraggio vero e proprio, magari ispirato alle gesta del già mitico Kung Fury, charachter che si contenderà con Furiosa il premio di personaggio dell'anno.
Come se non bastasse, la grande ironia e lo spirito profondamente goliardico di tutta l'operazione - che mi ha ricordato un altro supercult di inizio anni novanta, L'armata delle tenebre - conferiscono il potere a Kung Fury di vincere la resistenza sia dei radical chic più convinti che del pubblico occasionale, di fatto portando sullo schermo un linguaggio comprensibile a più livelli e da molteplici angolazioni.
E tra tutte, quella che conta è senza dubbio legata al divertimento sfrenato ed alla grande inventiva che rendono Kung Fury qualcosa di più netto, tosto e definitivo di un instant cult, una perla, o qualunque entusiastico termine si possa considerare: un fottuto, strafottuto, strafottutissimo grande film.
Kung Fury è arrivato.
E nulla sarà più lo stesso.
Calci rotanti, viaggi nel tempo, rivisitazioni della Storia che siano.



MrFord



"Go we need some, go we need some action!
If we're gonna make it like a true survivor
we need some action!
If we wanna take our love away from here."
David Hasselhoff - "True survivor" - 





lunedì 13 luglio 2015

Terminator: Genisys

Regia: Alan Taylor
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 126'





La trama (con parole mie): al termine dell'ennesimo scontro con Skynet nel futuro dominato dalle macchine, John Connor spedisce nel passato, e precisamente nell'ottantaquattro, Kyle Reese, con il compito di proteggere sua madre Sarah dall'assalto del T-800 inviato dal nemico per ucciderla.
Poco prima che la macchina per il "salto" sia messa in funzione, però, Kyle vede John attaccato da un Terminator, piombando nell'anno della sua missione senza sapere cosa ne è stato del suo mentore: peccato che, oltre a questo dubbio, il soldato del futuro dovrà fare fronte alle differenze con la Storia per come la conosce.
Sarah Connor, infatti, non è l'indifesa cameriera che è stato mandato a proteggere, bensì una combattente già formata dopo essere stata cresciuta da un T-800 che chiama papà e che l'ha cresciuta prendendosene cura, e che il Terminator che avrebbe dovuto fermare è stato appena distrutto proprio dall'insolita squadra "genitore/figlia".
Quello che Reese scoprirà, inoltre, grazie alle visioni avute nel corso del salto temporale, è che esiste un modo per fermare Skynet definitivamente saltando di nuovo avanti fino al duemiladiciassette.
Unico problema: a tentare di impedire la riuscita del piano potrebbe essere addirittura John Connor.








Nonostante il tempo continui inesorabilmente a passare, o forse proprio per questo, ogni giorno che passa finisco per ringraziare di essere cresciuto, come appassionato di Cinema, negli anni ottanta: il tanto discusso decennio in questione, infatti, come e più di ogni altro, ha alimentato la meraviglia e l'ingeuità del lato naif della settima arte, creando miti e sottogeneri spesso e volentieri bistrattati dalla critica alta in grado, paradossalmente, di rappresentare un certo spirito del grande schermo anche meglio dei loro colleghi più blasonati.
Nel corso delle ultime stagioni, poi, accanto ai tentativi spesso maldestri degli autori di oggi di creare nuovi miti e cult, o riciclare attraverso inutili remake e reboot, gli eroi della mia infanzia - i vari Stallone, Van Damme e per l'appunto Schwarzenegger - hanno avuto la sfrontatezza, l'ironia ed il coraggio di riportare in qualche modo in auge quegli anni filtrandoli attraverso l'idea che anche loro, che parevano invincibili ed inossidabili, stanno invecchiando, quasi volessero prepararci con il sorriso al giorno in cui saranno solo ricordi gettati come sassi nel grande fiume del Tempo.
E senza la possibilità di viaggiarci attraverso se non con il Cinema.
"Vecchio, non obsoleto", è infatti il mantra che il mitico Arnold sfodera per tutta la durata di questo giocattolone che, con Julez, ci siamo goduti come, nelle scorse settimane e mesi, era già capitato con Jurassic World o Fast 7, o come è accaduto con Kung Fury - del quale parlerò a breve -: come se gli anni ottanta fossero tornati, e ad un tempo, con il sorriso e l'ironia ci dicano che, in realtà, sono finiti, e purtroppo non torneranno più.
Terminator: Genisys, con tutti i suoi limiti e le critiche che gli pioveranno addosso da parte dei radical di tutto il globo, è stata una goduriosa festa fatta di effettoni, viaggi nel tempo, sparatorie, battute spassose ed omaggi a quelli che, di fatto, restano gli unici, grandi capitoli - parlo dell'originale e di Judgment Day, ovviamente - di un franchise che quest'ultimo Genisys non pretende di portare avanti stancamente - come fu per il terzo - o riavviare con pretese autoriali - Salvation -, ma semplicemente omaggiare intrattenendo il pubblico nel miglior modo possibile, con un ritmo sostenuto, personaggi che funzionano - Emilia Clarke, che non avrei mai e poi mai visto nel ruolo di Sarah Connor, riesce a rendere molto bene una versione più "young" ma non per questo meno combattiva della stessa, Jason Clarke è un inquietante John Connor, Schwarzy spacca e gigioneggia alla grandissima, e forse l'unico non completamente convincente è il Kyle Reese di Jai Courtney, che non ho mai apprezzato particolarmente neppure ai tempi di Spartacus -, citazioni non invasive ed un'atmosfera che pare, più che perdere tempo in giri di parole, gridare in faccia all'audience di non cercare troppi peli nell'uovo, ma di prendere lo stesso e spararselo crudo neanche fosse il concentrato beverone di Rocky prima dell'allenamento all'alba.
Senza dubbio, in quel caso, cavalcherete attraverso il Tempo, i suoi paradossi e gli affari di Uomini e Robots al vostro meglio, tornando bambini e nel cuore di quei magici eighties come se malvagi cyborg venuti dallo spazio potessero davvero arrivare con le peggiori intenzioni, ed un eroe solitario - in questo caso, addirittura due - tornassero indietro pronti a dare tutto, ma proprio tutto, per farvi portare a casa la pelle.
E ancora meglio, sarà come se fosse la prima volta, il futuro non fosse già scritto e neppure lo scorrere dei minuti che conduce al finale - del film, della saga, della vita - potesse farci nulla: perchè certe cose, per quanto vecchie, non saranno mai e poi mai obsolete.
Come Terminator, Arnold Schwarzenegger, gli anni ottanta, i popcorn movies che appena terminati si ha subito voglia di ricominciare a vedere.
Come il Cinema.
E la sua meraviglia.




MrFord




"Good times, bad times, you know I had my share;
when my woman left home for a brown eyed man,
well, I still don't seem to care."
Led Zeppelin - "Good times bad times" -





lunedì 6 luglio 2015

Predestination

Regia: The Spierig Brothers
Origine: Australia
Anno:
2014
Durata:
97'
 





La trama (con parole mie): un viaggio nel tempo dopo l'altro, assistiamo alla cronaca dell'esistenza di un agente che lotta per tutta una vita - e forse più - in modo da fermare il criminale che gli è sempre fuggito, responsabile di un attentato che costerà - costa, ed è costato - il sacrificio di più di diecimila persone.
Dal confronto in un bar agli anni sessanta, da ricostruzioni facciali a cambi di sesso radicali, si incrociano le esistenze che influenzeranno gli eventi finiti in un faccia a faccia che potrebbe essere definitivo in uno dei luoghi d'incontro più banali della letteratura occasionale.
Ma sarà davvero finita? O il serpente che delinea il Tempo continuerà a mordersi la coda, portando di nuovo l'agente sul campo, ancora ed ancora, ripercorrendo tappe che crede di conoscere in modi sempre differenti, alla ricerca di una soluzione che non sarà mai la stessa?










Personalmente, ho sempre amato vivere. Neppure nel bel mezzo dei peggiori deliri adolescenziali autodistruttivi all'interno dei quali speravo di essere un genio della poesia pronto a morire entro i trentatre anni sapevo, pur non ammettendolo, di avere l'ambizione di poter essere un Highlander come se fossi tra i protagonisti del film cult della mia infanzia, in grado di attraversare epoche e conoscere ed imparare sempre di più.
Peccato solo per il Tempo.
Il nemico vero di tutti noi, quello che, un giorno o l'altro, finisce per chiedere il tributo a tutto quello che è stato fatto dal giorno della nostra nascita, e presentandoci il conto, fondamentalmente, ed almeno per quanto se ne possa sapere, ci toglie dall'equazione del mondo.
Purtroppo.
Di conseguenza, i viaggi nel tempo non potevano che affascinare il sottoscritto, considerata l'infattibilità dell'immortalità - per quanto gli stessi risultino decisamente poco praticabili, almeno allo stato attuale delle cose -.
Dal Giorno della Marmotta di Bill Murray al recente Edge of tomorrow, dunque, ogni sfumatura che riguardasse il gioco di potere che proprio con il ticchettio dell'orologio portiamo in scena giorno dopo giorno ha finito per avvincermi anche sul grande schermo: a prescindere, comunque, dall'argomento trattato, ho approcciato Predestination principalmente come se fosse un riempitivo da piazzare in una serata post-lavorativa che precedeva un giorno di riposo ancora più lavorativo, senza alcuna pretesa se non quella di accompagnare i Ford dal divano al letto.
I fratelli Spierig, invece, hanno finito per lasciarmi a bocca aperta confezionando uno dei film sci-fi e legati al concetto del Tempo più interessanti degli ultimi anni, riprendendo la fascinazione di Ritorno al futuro per portare il pubblico nel cuore di una vicenda che mescola noir anni trenta, paradossi ed identità pronte a sovrapporsi ed una trama che, per quanto in parte prevedibile, viene rappresentata come meglio non si sarebbe potuto immaginare, quasi Minority report incontrasse Mickey Spillane.
Di fatto, e senza lo stesso clamore pubblicitario a pregiudicarne il risultato, Predestination diviene tutto quello che non era stato il deludente I guardiani del destino, raccontando una storia intensa, profonda ed assolutamente giustificata - per quanto possa esserlo una vicenda di questo tipo - dalla sceneggiatura, lirica nel mostrare il dramma dei suoi protagonisti e le loro vicissitudini, nonchè la solitudine portata sulle spalle da chi decide - almeno in apparenza - di affrontare qualcosa di enormemente grande per costruire una propria via, un proprio futuro - o passato -.
Bravo - nella scelta e nell'interpretazione - Ethan Hawke, funzionale Noah Taylor, una rivelazione Sarah Snook: e dal cast al comparto tecnico tutto pare funzionare pur non portando sullo schermo una rivoluzione in grado di far gridare all'instant cult o al Capolavoro.
Un film solido è questo, che deve fare.
Neanche fosse un agente temporale inviato indietro nel tempo per cambiare il suo ed il nostro Destino.
Spesso, quando si è adolescenti, il pensiero di essere un passo avanti a tutti quelli che ci circondano compromette il rapporto con le stesse persone che, chissà, forse addirittura ci amano, ed in parte con noi stessi, finendo per perdere contatto con realtà, identità, sicurezza.
Dunque il Tempo passa, e si finisce per pensare di essere talmente in controllo delle cose da poter giudicare il proprio io degli anni che furono, e presumere di poter indirizzare l'io di quelli che saranno.
Il fatto è che saremo sempre e solo noi.
In diverse incarnazioni, ma inesorabilmente presenti.
Vivi. Attraverso il Tempo.
Non ci sono risposte o interpretazioni sbagliate, giuste, buone o cattive.
Solo una grande avventura.
E la speranza, la volontà, il desiderio, la lotta affinchè la stessa possa durare il più a lungo possibile.
Perchè la nostra predestinazione è quella di vivere.
E vivere così a fondo da riuscire a sfidare perfino il Tempo.




MrFord




"E lo ridico ancora
per impararlo a memoria
in questi giorni impazziti
di polvere di gloria
e lo ripeto ancora
fino a strapparmi le corde vocali
ora che siamo qui
noi siamo gli immortali."
Jovanotti - "Gli immortali"-  




giovedì 2 luglio 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): se non fosse per la presenza del mio acerrimo rivale Cannibal Kid e che tre titoli su quattro, probabilmente, si riveleranno con un'altissima percentuale di certezza delle cagate mortali, questo sarebbe un weekend praticamente perfetto. 
Poche uscite, poco lavoro, molto più tempo per guardare film e maturare opinioni diametralmente opposte a quelle del mio scomodo co-conduttore di rubrica.
E soprattutto, niente robaccia italiana.
Quasi un miracolo.
Quasi.
Un pò come pensare che prima o poi il Cucciolo Eroico cominci a capire qualcosa di Cinema.


Katniss Kid nella sua cameretta.
Predestination

"Ammazza, non riesco a tenere il ritmo di Ford: bere con lui mi uccide."
Cannibal dice: Film sui viaggi nel tempo che ricorda un sacco di altri film sui viaggi nel tempo. Non malaccio, ma nemmeno un capolavoro come definito da alcuni che forse farebbero meglio a tornare indietro nel tempo e guardare Ritorno al futuro, quello sì un filmone.
Anche per leggere la mia recensione dovete tornare indietro nel tempo, visto che come al solito la distribuzione italica ha impiegato parecchio per distribuire questa pellicola. (http://www.pensiericannibali.com/2015/01/predestination-il-film-predestinato.html)
Ford dice: i viaggi nel tempo sono uno dei territori in grado di attrarre perfino due esseri così diversi come il sottoscritto e Peppa Kid. Come sarà andata, dunque, con questo Predestination, che il mio rivale ha già recensito e che una parte della critica oltreoceano - anche illustre - non ha esitato a definire un filmone?
Si tratterà di una cannibalata della peggior specie o di un cult di genere?
Non preoccupatevi, dovrete solo viaggiare nel tempo fino a lunedì, e lo saprete.
Naturalmente su White Russian.



Poltergeist

Il migliore amico di Katniss Kid, sempre ospite dei suoi incubi.
Cannibal dice: Le aspettative nei confronti di questo remake di Poltergeist sono alte.
Alte nel senso che mi aspetto una delle peggiori e più inutili pellicole dell'anno. Visione quindi suo malgrado d'obbligo. Così come ogni volta che vado a leggere WhiteRussian mi aspetto di leggere uno dei post peggiori dell'annata, e quando va bene pure di sempre.
Ford dice: ai tempi dell'uscita di Cinquanta sfumature di grigio, il film dell'anno del mio rivale, pensavo che non ci sarebbe stata storia, rispetto al titolo che avrebbe conquistato il Ford Award dedicato al peggio del duemilaquindici.
Al contrario, però, negli ultimi mesi sono passate in sala frotte di schifezze che insidieranno, e non poco, la schifezza di cui sopra.
Questo Poltergeist promette di essere una di loro.



Duri si diventa

"Se pensi che lasci guidare Ford, te lo puoi tranquillamente scordare."
Cannibal dice: Commedia stupida americana con l'accoppiata Will Ferrell e Kevin Hart che non mi farò mancare di certo. Anche se so già che sarà una probabile, probabilissima porcatona.
E Ford?
Lui è troppo duro per film come questo. Lui guarda solo Olivia, la brutta copia di Peppa Pig in onda su Rai YoYo.
Ford dice: porcatona probabilmente volgare e poco divertente che potrei finire a vedere giusto perchè siamo in estate, e dunque il mio cervello finisce per annaspare in attesa di ferie e di non sentire per almeno un paio di settimane quel tordo del Cucciolo Eroico e della sua amica Olivia, che non so proprio chi sia, se non la fidanzata di Braccio di ferro.


Annie - La felicità è contagiosa

Ford e Katniss Kid in una foto durante una gita.


Cannibal dice: dopo gli zombies di Contagious, pure la felicità è contagiosa?
E mobbasta! Ci manca solo che diventi contagioso pure WhiteRussian e poi siamo davvero a posto...
Ford dice: di contagioso, qui, vedo solo la schifosa zuccherosità delle peggiori commedie. Lascio volentieri la visione al mio zuccheroso rivale.


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