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lunedì 4 dicembre 2017

Borg McEnroe (Janus Metz, Svezia/Danimarca/Finlandia, 2017, 107')




Fin da bambino, ho sempre amato lo sport, praticato o vissuto da spettatore.
Merito, senza dubbio, della grande passione - ancora coltivata - di mio padre per il ciclismo, dei suoi racconti dei grandi campioni che l'avevano appassionato in gioventù, da Alì a Gilles Villeneuve, passando per Merckx e Rivera: e fin da bambino, pur non eccellendo tanto da poter quantomeno sognare una possibile carriera, ho sempre trovato lo sport praticato una valvola di sfogo, un banco di prova, un modo per crescere ed imparare.
Ricordo i tempi del calcio alle elementari e medie, del ciclismo e della pallacanestro tra le superiori e l'università, la palestra prima ed il crossfit oggi: e poi le grandi emozioni da spettatore, dalle stagioni passate ogni domenica a San Siro alla morte di Senna, dagli Harlem Globe Trotters visti dal vivo nell'allora Palalido di Milano all'Italia di USA '94 trascinata da Roberto Baggio, le grandi imprese di Chiappucci o i Mondiali del duemilasei.
Lo sport è un campo di prova e di crescita personale, che mette di fronte ogni suo praticante con i propri limiti, la paura, la fatica, il desiderio di farcela e la coscienza che, a volte, non ce la si può fare.
Lo sport che, individuale o di squadra, ci mette soli contro noi stessi, soli nella celebrazione più profonda di una vittoria o nella delusione più cocente di una sconfitta.
Borg McEnroe, racconto senza dubbio noto agli amanti dello sport in sala per metodo di narrazione, ha la sua forza proprio nel saper raccontare questo: a prescindere dai punti di vista personali - e quasi mai se ne trovarono a confronto due tanto diversi come quelli di Borg e McEnroe, due tra i tennisti più forti di tutti i tempi, per la prima volta a confronto su un palcoscenico unico come quello di Wimbledon nell'ottanta, il primo algido e controllato, il secondo iroso e ribelle -, lo sport forma chi lo pratica e mette in competizione ma anche accanto chi si trova testa a testa in qualsiasi disciplina.
Ricordo quando, ai tempi dell'infanzia e di buona parte dell'adolescenza, per me fosse un problema pensare di emergere e vincere, quasi la paura di affermarsi fosse incredibilmente più grande di quella di uscire sconfitti, e quanto ora, quando ad ogni allenamento il mio avversario è principalmente il me stesso dell'allenamento precedente, la sensazione che ho sia quella dell'adrenalina, dell'emozione.
Lo sport mette alla prova, logora, costa sacrificio e fatica, dolore e sofferenza fisica e mentale, ma fa sentire bene, forti ed in grado di comprendere chi condivide quell'esperienza come poche altre cose al mondo: Borg McEnroe ha colto in pieno questo spirito, e seppur non originale, è riuscito nell'impresa di trasmettere sensazioni che chi ha praticato una qualsiasi disciplina "sul campo" riconoscerà come sue pur non essendo stato un campione, perchè proprie dello spirito che sorregge questo tipo di confronti e manifestazioni fin dall'antichità.
Come se non bastasse, al lavoro di Metz va aggiunto il merito di aver reso uno dei match più belli ed importanti della storia del tennis praticamente come un thriller, che perfino qualcuno come il sottoscritto - che già conosceva il risultato - ha vissuto con il fiato sospeso fino all'ultimo istante, ennesima conferma che lo sport finisca per essere il Cinema più emozionante possibile, perchè pronto a pescare nel bacino profondo delle emozioni umane - bellissima la citazione di Agassi in apertura di pellicola, che mi permette di consigliare a tutti Open, splendida biografia del tennista americano - tanto quanto ad essere cassa di risonanza per le stesse, in grado di parlare a chi lo vive o l'ha vissuto sulla pelle così come a tutti coloro che si sono ritrovati ad incitare, soffrire, sperare e sognare da spettatori, non per questo meno toccati da quanto accadeva in un qualsiasi campo o disciplina.
Perchè qualcuno di noi sarà apparentemente controllato, metodico, superstizioso, vulcanico come Borg, e qualcun'altro iroso, ribelle, fuori dagli schemi come McEnroe; qualcuno giocherà da fondo campo, con furia e a due mani, e qualcuno sotto rete, tagliente come un rasoio; qualcuno vincerà oggi, ma perderà domani.
Perchè il bello dello sport è che non esistono numeri uno. O almeno, esistono solo per un pò.
E se non somiglia alla vita questo, nient'altro.




MrFord




giovedì 22 settembre 2016

Thursday's child


Terminata ufficialmente l'estate, si torna alla normalità rispetto alle uscite in sala, con tante proposte, alcune possibili sorprese e le consuete ciofeche, spesso e volentieri made in Italy o made in Cannibalandia: perchè se c'è una cosa che, purtroppo, in questa rubrica non cambia, è i co-conduttore, il come sempre fastidioso Peppa Kid.



Effetto riscontrato nelle vittime da visione di film promosso come Capolavoro su Pensieri Cannibali.




Bridget Jones's Baby

"Pronto? Cannibal!? Di nuovo tu!? Ti ho detto che io esco solo con Ford!"
Cannibal dice: Pellicola ispirata alla recente gravidanza della Signora Ford, che sta per avere una figlia, ma non sa se il padre sia il Signor Ford oppure... Rocco Siffredi.
Quanto a questa libera rivisitazione con Bridget Jones futura madre di un babé che potrebbe essere di Colin Firth oppure del Dottor Stranamore, penso proprio che me la gusterò. Di recente mi sono rivisto il primo film della saga, Il diario di Bridget Jones, e per la prima volta anche il sequel, Che pasticcio, Bridget Jones, che avevo snobbato ai tempi dell'uscita e devo dire che, se a livello cinematografico non sono niente di che, il personaggio di Bridget Jones è davvero idolesco!
Ford dice: non ho mai fatto i salti di gioia all'idea del personaggio di Bridget Jones, ho vaghissimi ricordi della visione del primo film e la certezza di aver snobbato il secondo. Questo terzo capitolo, fuori tempo massimo e dal trailer assolutamente imbarazzante, sarà felicemente accantonato e lasciato alla vera casalinga disperata della blogosfera, Bridget Kid.



Blair Witch

Una veduta dall'esterno di casa Ford.

Cannibal dice: Altro sequel, che in questo caso mi spaventa molto più di quello di Bridget Jones. E, anche se è un horror, non lo dico in senso positivo. The Blair Witch Project, quello originale, aveva avuto una campagna di marketing geniale ed è stato di sicuro uno dei film più imitati nella storia del cinema recente. E anche in questo caso non lo dico in senso positivo.
Mister James Ford...
anche questo è un nome che non pronuncio in senso positivo. :)
Ford dice: ricordo la visione del tanto pubblicizzato Blair Witch Project in sala, con il rischio sbocco da sparatutto in prima persona e poco altro. Sinceramente, la mia voglia di affrontare questo sequel è la stessa che avrei di passare una vacanza da solo con la strega di Casale Monferrato, Marco Goi.



I magnifici sette

"Hey, ma dov'è Ford!? Non ci sono magnifici che tengano, senza di lui!"
Cannibal dice: E dopo due sequel, ecco un remake. Certo che questa settimana le uscite sono proprio all'insegna dell'innovazione e dell'originalità! Considerando poi che si tratta di un western, il genere prediletto da Ford e quello più detestato da me, mi sa che di magnifico almeno per quanto mi riguarda qui ci sarà davvero poco...
Ford dice: normalmente l'idea del remake di un cult come I magnifici sette - a sua volta remake de I sette samurai di Kurosawa, uno dei più grandi Capolavori del Cinema di tutti i tempi - mi farebbe accapponare la pelle più di Cannibal che affronta un western o un incontro di wrestling, ma il cast ed il trailer mi hanno parecchio esaltato, e spero si riveli, quantomeno, la tamarrata di Frontiera dell'anno.



Frantz

"Nessuno ha preparato un White Russian!? E' sconvolgente!"
Cannibal dice: Nuovo lavoro di François Ozon, regista non sempre autore di capolavori, ma sempre di film interessanti. In più è stato ben accolto all'ultimo Festival di Venezia, dove la protagonista femminile Paula Beer si è portata a casa il premio Mastroianni come attrice rivelazione dell'edizione. Una visione quindi ci sta tutta, alla faccia di chi odia il cinema francese come Monsieur Ford.
Ford dice: Ozon è uno dei pochi registi francesi ad essere riuscito nell'impresa di coinvolgermi ad ogni visione di un suo lavoro, più o meno riuscito che fosse. Dunque, nonostante l'apparenza radical, questo Frantz potrebbe addirittura rappresentare la sorpresa della settimana per il Saloon, come sempre più elastico e pronto a guardare a trecentosessanta gradi il Cinema rispetto al talebano Pensieri Cannibali.



Elvis & Nixon

L'unica stretta di mano documentata tra l'imbrattacarte di Casale, Cannibal Kid, e la rockstar della Bassa Padana, Mr. James Ford.

Cannibal dice: Il confronto tra due figure chiave della storia recente. Cannibal & Ford?
Nah, solo Elvis & Nixon.
Ford dice: se hanno fatto un film su Elvis e Nixon, mi pare doveroso si realizzi al più presto almeno una saga sulla rivalità tra Cannibal e Ford.




La teoria svedese dell'amore

"Noi ti invochiamo, Ford, per giungere in nostro aiuto contro l'influenza nefasta di Cannibal."
Cannibal dice: Documentario diretto dal regista di Videocracy sulla società svedese che potrebbe rivelarsi clamorosamente interessante. Così come clamorosamente per una volta sono io a essere incuriosito da un docu-film e non docu-Ford.
Ford dice: Videocracy è stato un esperimento sicuramente interessante, e da appassionato di documentari e simili non posso che sponsorizzare una visione di questo titolo, nonostante credo che recuperarlo possa essere più difficile che convincere Cannibal ad accettare un faccia a faccia con il sottoscritto.



Prima di lunedì

"Forse così crederanno si tratti di Zoolander 3, invece dell'ennesima porcata italiana."
Cannibal dice: Ma quanti film fa Vincenzo Salemme? Forse più di Nicolas Cage e Jackie Chan...
E quanti film con Vincenzo Salemme io mi guardo bene dal guardare?
Quasi quanti i filmacci con Nicolas Cage e Jackie Chan che invece Ford non si perde per niente al mondo.
Ford dice: sono fiero di dichiarare di non aver mai visto un film di Vincenzo Salemme. E altrettanto fiero di non avere intenzione di iniziare ora.
Allo stesso tempo, sono fierissimo di essere il nemico giurato del nemico giurato del Cinema, Cannibal Kid.



La vita possibile

"Margherita, non ti deprimere troppo: un appuntamento con Cannibal Kid non sarà poi così terribile."
Cannibal dice: Ecco un'altra prezzemolina del cinema italiano: Margherita Buy. Certo, meglio lei di Salemme, però questo film non finisce comunque in cima alla lista delle mie prossime visioni. Così come non ci finisce qualunque film consigliato, o anche solo non disprezzato, da Ford, uahahah!
Ford dice: già negli ultimi anni il rapporto del sottoscritto con il Cinema italiano è stato quasi peggiore che quello con Cannibal, figuriamoci poi se parliamo di una pellicola pseudo di nicchia con Margherita Buy. Passo con gran piacere.



Caffè

"Te lo prometto: non dovrai mai più vedere un film consigliato da Cannibal."

Cannibal dice: Film ambientato tra Italia, Belgio e Cina con tre storie che forse sono unite dal tema del caffè, o forse solo dal caso. In ogni caso a me non me ne frega niente, visto che io il caffè non lo bevo, così come non mi bevo manco le stronzate che spara a ripetizione James Ford.
Ford dice: purtroppo occorre che io ammetta di non bere il caffè al pari di Cannibal Kid. Allo stesso modo, ammetto che salterò senza problemi la visione e continuerò a non bermi le stronzate che spara a ripetizione quel finto giovane che mi ritrovo come antagonista.



Spira mirabilis

Effetti collaterali da visione di Capolavoro cannibalesco.
Cannibal dice: Docu-film italiano presentato tra gli applausi al Festival di Venezia che pare sia molto concettuale e incomprensibile. Roba che al confronto un nuovo lavoro di Terrence Malick è una passeggiata. Solo per questo glielo farei sorbire a Ford 24 ore su 24 come punizione per avere avuto la malaugurata idea di creare il blog White Russian.
Ford dice: questo mi sa proprio di prodotto radical da brodo di giuggiole per supposti critici che se ne intendono di Cinema. Non vedo l'ora di metterci le mani per massacrarlo come si deve. Un po' come per Cannibal.



The Rolling Stones – Havana Moon in Cuba

"Ed ecco l'ospite d'onore della serata: lo Stones della blogosfera, l'alma de Cuba, Mr. Ford!"

Cannibal dice: Dopo il docu-film sui Beatles, ecco che Mick Jagger e soci rispondono prontamente con la versione per il cinema dello storico concerto evento tenuto a Cuba. Per me però i film-concerto non hanno senso di esistere, visto che tra vedere uno show su schermo e viverlo dal vivo passa la stessa differenza che tra leggere di un film su White Russian e vederlo in prima persona. Oppure leggerne su Pensieri Cannibali.
Ford dice: gli Stones, non nuovi ad esperimenti legati a film-concerto come il discreto Shine a light, propongono il concerto evento a Cuba come un nuovo appuntamento cinematografico della loro strepitosa carriera. Preferisco i documentari veri e propri ai film-concerto, ma amando molto Jagger e soci penso che, dovesse capitarmi, non mancherò all'appuntamento.
Mentre manco volentieri all'appello ogni volta che Cannibal spara qualcuno dei suoi giudizi che spero sempre siano segnati da un uso eccessivo di Havana Club, l'alma de Cuba, tanto sono assurdi.



martedì 19 aprile 2016

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza

Regia: Roy Andersson
Origine: Svezia, Germania, Norvegia, Francia, Danimarca
Anno:
2014
Durata:
101'








La trama (con parole mie): Sam e Jonathan, venditori di scherzi e maschere non propriamente abili e non propriamente fortunati, si muovono attraverso veri e propri quadri ed epoche destinati a mostrare, attraverso il grottesco, l'ironia e l'assurdo, la grande commedia umana, soprattutto la sua parte legata a doppio filo al concetto di morte ed al suo rapporto con la stessa.
Un viaggio sconnesso e scombinato volto all'esplorazione, alla critica ed alla ricerca, tutto posato sulle spalle di personaggi nati per essere inesorabilmente outsiders: dove, dunque, condurrà il percorso dei ben poco eroici protagonisti?
Riusciranno a piazzare il nuovo articolo che cercano di spingere e riscuotere soldi dovuti o dovranno soccombere ad un Sistema più grande cantando canzonette per festeggiare la loro sconfitta?












Era da tempo, ormai, che non mi capitava per le mani una bella scarica di bottigliate d'autore.
Ultimamente, infatti, che sia per la stanchezza legata alla quotidianità lavorativa o quella - decisamente più importante in tutti i sensi - legata agli impegni con i piccoli Ford, preferisco di gran lunga destinare le mie serate cinefile a proposte più leggere e legate all'intrattenimento, riservando ai titoli d'essai uno spazio limitato per le giornate più libere da impegni: Peppa Kid sarà pronto a dichiarare quanto, la contrario, mi sia rammollito, considerato che le ultime tempeste di bottigliate sono state, di fatto, figlie di stroncature "easy", ma come al solito quando è lui ad aprire bocca, poco importa, specie considerato che questa settimana è stata inaugurata proprio dal massacro del suo tanto caro Mr. Robot, e nonostante quello di Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza potrebbe essere senza troppi problemi annoverato nel gruppo dei suddetti bocciati "con garbo".
Il lavoro di Roy Andersson, da molti radical considerato un Maestro e premiato con il Leone d'oro a Venezia, è indubbiamente notevole per tutto quello che riguarda l'aspetto tecnico, dalla messa in scena alla regia, dall'uso del primo e del secondo piano al piano sequenza, dalla fotografia alla prospettiva, che colloca questo film lungo una sorta di ideale confine tra Majewski e Sokurov, roba da "mica bruscolini".
Peccato che, a conti fatti, per poter considerare davvero una pellicola grande debbano essere tenute presenti anche altre cosine come la sceneggiatura, la capacità di parlare ad un pubblico il più vasto possibile e raccontare allo stesso una storia così come dare un senso alla stessa: poco importa, infatti, che le idee ricordino il primo Kaurismaki - di tutt'altro livello rispetto a questo film, sia chiaro -, o che il grottesco riesca in alcuni passaggi a colpire nel segno, se a fare da contrappeso a tutte le qualità di questo Piccione si trovano novanta minuti e spiccioli di nonsense assoluto che pare una presa per il culo del pubblico giocata attorno a quelle che paiono improvvisazioni senza alcun senso.
Certo, io potrei essere ormai troppo pane e salame, ma sinceramente assistere a sequenze che vedono frasi fuori contesto ripetute quasi come un mantra come se dovessero, più che convincere o divertire, ipnotizzare l'audience, risulta essere una perdita di tempo non da poco per tutti quelli che devono lottare per guadagnarsi quello stesso tempo: ed è ormai lontana, almeno per il sottoscritto, l'epoca in cui bastava l'autorialità più o meno estrema di una pellicola per guadagnarsi da queste parti lo status di cult, così come, d'altro canto, si è abbassata la soglia di tolleranza per i film che paiono costruiti ad uso e consumo di un'elite che, probabilmente, neppure c'è, o di quelle giurie pronte ad andare in brodo di giuggiole per lavori apparentemente incomprensibili come questo.
Non sarò certo io a remare contro i prodotti da Festival, o di nicchia, ma trovo che sia davvero troppo facile - e questa volta mi risparmio il supponente, perchè quantomeno Andersson non trasmette questa sensazione - pensare di presentare un lavoro esteticamente ineccepibile ma, passatemi la definizione, eticamente scorretto come questo: il signor Andersson ed il suo Piccione, infatti, meriterebbero gli ormai noti - e quelli davvero cult - novantadue minuti di applausi del fantozziano "E' una cagata pazzesca!", in barba ai premi, ai leoni e a tutte le giurie pronte ancora a credere in un Cinema elitario e forzatamente colto.
Il giorno successivo alla visione, ho ripensato al re del grottesco, della satira e del "nonsense" della settima arte, Luis Bunuel, che, da bravo genio assoluto qual'era, riusciva e riesce tramite le sue pellicole a parlare a chiunque senza bisogno che qualche presunto critico o santone intellettuale debba farsi trovare pronto ad educare le masse per estrapolare significati che, chissà, forse neppure ci sono.
Del resto, ci sarà pure un motivo se il piccione è uno degli animali più inutili e ributtanti che possano esistere.
E non penso riguardi da vicino riflessioni sulla morte o sull'esistenza.




MrFord




"For just a Skyline Pigeon
dreaming of the open
waiting for the day
he can spread his wings
and fly away again
fly away skyline pigeon fly
towards the dreams
you've left so very far behind."
Elton John - "Skyine pigeon" - 





lunedì 20 luglio 2015

Kung Fury

Regia: David Sandberg
Origine: Svezia
Anno: 2015
Durata: 31'




La trama (con parole mie): siamo nel millenovecentoottantacinque a Miami, e Kung Fury, il più tosto poliziotto della città, investito nel giorno della drammatica morte del suo partner dai poteri dell'eletto e divenuto il depositario della grandezza della disciplina ed il più grande combattente di arti marziali del mondo, è abituato a sgominare criminali e videogiochi impazziti come se niente fosse, ed alla velocità della luce.
Quando, dagli abissi del tempo, giunge la minaccia di un altro grande esperto di combattimento, Adolf Hitler ribattezzatosi Kung Fuhrer, le cose si complicano: deciso ad eliminare il leader della Germania nazista tornando indietro ai tempi della Seconda Guerra Mondiale aiutato da Hackerman, Kung Fury si ritroverà sbalzato all'epoca degli antichi vichinghi, ed aiutato da due amazzoni, un dinosauro parlante e Thor, dovrà viaggiare fino all'epoca giusta e sgominare la minaccia di Hitler.
Ma sarà davvero così semplice? 







Pensavo che, con il recente The Guest, o con l'indimenticabile primo capitolo di Sharknado, la settima arte avesse regalato al suo pubblico addirittura più di quanto non fece con Drive una definizione perfetta del termine instant cult: evidentemente la perfezione del Cinema, in questo senso, non ha fine, perchè dalla Svezia a sconvolgere ogni spettatore è giunto per direttissima David Sandberg, sceneggiatore, regista e protagonista di quella che, al momento, è la chicca totale dell'anno, Kung Fury.
Al suo esordio - e che esordio con i controcazzi, seppur con un cortometraggio -, Sandberg porta sullo schermo un cocktail assolutamente perfetto di fascino ed amarcord anni ottanta, arti marziali, botte da orbi, teste esplose, dinosauri, guerriere vichinghe, divinità norrene, una lotta al Male identificato con Hitler degna del Tarantino di Bastardi senza gloria, una colonna sonora strepitosa trainata dal meraviglioso True survivor cantato da David Hasselhoff, richiami a videogiochi che hanno fatto la storia di un decennio che ancora oggi è una miniera inesauribile di chicche ed ispirazioni - da Double Dragon a qualsiasi platform a scorrimento da combattimento del periodo - e tutto quello che potreste immaginare fosse possibile inserire in trentun minuti che sono una goduria senza controllo per occhi, cuore e cervello.
Diventato già un fenomeno anche in rete - potete trovarlo nella sua versione integrale sottotitolata anche su Youtube -, Kung Fury diventa senza se e senza ma uno dei titoli dell'anno, esempio perfetto di come si possa realizzare un'opera originale, divertente, fresca ed irriverente pur partendo, di fatto, da atmosfere ed influenze che soprattutto noi che nel corso degli eighties siamo cresciuti e ci siamo formati come spettatori riconosceremo come se fossimo di colpo saltati su una Delorean per viaggiare indietro nel tempo.
Un "ritorno al passato" che Sandberg gestisce alla grandissima, e che regala emozioni, risate, momenti da neuroni zero, altri di affettuosa malinconia, ed altri ancora di hype incontrollato all'idea di vedere il giovane svedese alla prova più grande che si potrebbe chiedere ad un talento appena esploso, nella speranza che non tradisca le aspettative: una produzione adeguata per un lungometraggio vero e proprio, magari ispirato alle gesta del già mitico Kung Fury, charachter che si contenderà con Furiosa il premio di personaggio dell'anno.
Come se non bastasse, la grande ironia e lo spirito profondamente goliardico di tutta l'operazione - che mi ha ricordato un altro supercult di inizio anni novanta, L'armata delle tenebre - conferiscono il potere a Kung Fury di vincere la resistenza sia dei radical chic più convinti che del pubblico occasionale, di fatto portando sullo schermo un linguaggio comprensibile a più livelli e da molteplici angolazioni.
E tra tutte, quella che conta è senza dubbio legata al divertimento sfrenato ed alla grande inventiva che rendono Kung Fury qualcosa di più netto, tosto e definitivo di un instant cult, una perla, o qualunque entusiastico termine si possa considerare: un fottuto, strafottuto, strafottutissimo grande film.
Kung Fury è arrivato.
E nulla sarà più lo stesso.
Calci rotanti, viaggi nel tempo, rivisitazioni della Storia che siano.



MrFord



"Go we need some, go we need some action!
If we're gonna make it like a true survivor
we need some action!
If we wanna take our love away from here."
David Hasselhoff - "True survivor" - 





venerdì 23 gennaio 2015

We are the best!

Regia: Lukas Moodysson
Origine: Svezia
Anno: 2013
Durata:
102'
 




La trama (con parole mie): Bobo e Klara sono due amiche per la pelle, inseparabili in quanto entrambe a loro modo outsiders nella geografia scolastica. Quando decidono di mettere in piedi una band, trovano in Hedvig la terza ideale compagna nella loro nuova lotta da musiciste punk: la ragazza, infatti, bravissima - al contrario loro - con la chitarra, è ugualmente emarginata perchè legata ad una cultura di famiglia profondamente religiosa e ad uno studio dello strumento fin troppo classico per un'adolescente.
Le tre ragazzine, a questo punto, si troveranno a porre le basi non solo per la band ed i primi pezzi da comporre, ma anche e soprattutto per i loro caratteri ancora in via di formazione tra scuola, musica, rapporti con i genitori e prime storie d'amore: quello che farà la differenza davvero, però, sarà la prima frattura tra loro e, in parallelo, il tanto atteso live.






I film di formazione, specie se ad argomento musicale e legato a quelli che sono, di fatto, outsiders dell'adolescenza - e che, di norma, finiscono per diventare le persone sulle quali puntare, almeno quando si tratta di coolness, negli anni a venire -, sfondano e sfonderanno sempre una porta aperta, qui al Saloon: per prima cosa perchè, come gli avventori storici ormai ben testimoniano, il sottoscritto in prima persona è stato parte della categoria ai tempi della sua prima giovinezza, e dunque perchè, da grande sostenitore ed amante dell'esperienza, trovo che il fatto di rimboccarsi le maniche e farsi un pò di culo tenda a formare meglio rispetto all'avere sempre e comunque la pappa pronta.
La scorsa estate, a seguito della scellerata idea di progettare una Blog War con il mio antagonista Cannibal Kid che vedesse l'uno costretto a sciropparsi dieci titoli del genere favorito dell'altro, ebbi modo di incrociare il cammino di un cult teen sul quale non ero ancora riuscito a mettere gli occhi, Fucking Amal, che tra i titoli scelti dal Cucciolo Eroico finì per essere uno dei meno agghiaccianti, e che, come sottolineai nel post dedicato alla pellicola stessa, probabilmente se l'avessi visto in tempi non sospetti avrebbe finito per rimanermi nel cuore più di quanto non abbia fatto al momento della visione.
We are the best!, che con esso condivide non soltanto il regista, ma anche la traccia che pare seguire fin dalle prime sequenze e nello stile, si inserisce nello stesso filone e giunge, di fatto e molto piacevolmente per il pubblico, agli stessi risultati, scegliendo di raccontare una vicenda piccola piccola e senza particolari sconvolgimenti che, ugualmente, cattura proprio per la sua semplicità, e per l'onestà del racconto legato alla crescita di tre giovanissime ed improvvisate musiciste alle prese con i primi dolori della crescita.
Bobo, Klara ed Hedvig, infatti, con le loro diversità ed i contrasti pronti a venire a galla - splendido il lavoro sulla prima, introversa eppure pronta forse più delle altre a mordere la realtà ed il mondo esterno, ed allo stesso tempo quasi meschina nel nascondere sempre e comunque quelli che sono i suoi reali sentimenti - diventano fin dai primi minuti simboli di turbamenti, momenti di leggerezza quasi primaverile - nonostante il dichiarato clima invernale e l'atmosfera natalizia dell'opera - e piccoli drammi apparentemente insormontabili tipici degli anni che vanno dalle scuole medie alla fine delle superiori, e che finiscono per coinvolgere, in misura più o meno massiccia, tutti noi.
Per la verità il lavoro di Moodysson non racconta nulla di nuovo, considerato anche il percorso dello stesso regista, eppure il piglio che sfrutta per affrontare uno scampolo di queste tre piccole ed a loro modo eroiche esistenze è talmente onesto e sincero da risultare quasi disarmante in senso positivo: una prova di questa sensazione l'ho avuta quando, nel corso della visione, che ha accompagnato una delle numerose sessioni di gioco con il Fordino, ho visto quest'ultimo catturato in almeno un paio di occasioni dalle performances delle ribattezzate "bimbe" e dall'atmosfera decisamente casalinga delle riprese.
La voce dell'innocenza, si potrebbe pensare.
O forse, chissà, il più piccolo del Saloon potrebbe avere già un'anima punk.
Previsioni del futuro del mio erede a parte, questo film andrebbe visto se non altro per la sensazione di benessere che procura senza pensare troppo a grandi storie o lieti fini: è una parte - decisamente piccola, se confrontata al percorso di un'esistenza intera - del cammino di tre ragazzine pronte a dare inizio alla ricerca delle proprie identità, ed a sfruttare l'esperienza del punk per comprendere per prima cosa loro stesse - emblematico, e raccontato alla grande, il passaggio dell'appuntamento con i ragazzi della band scoperta su una rivista locale -.
Un titolo pane e salame dall'inizio alla fine, che seppur non perfetto, o grande, o qualunque termine altisonante vogliate utilizzare, è semplicemente, come le sue protagoniste, "il meglio".
E poco importa se voleranno fischi o oggetti durante l'esibizione.
L'importante sarà stato, come nei migliori concerti, esserci.
Sempre.



MrFord



"They're forming in a straight line
they're going through a tight wind
the kids are losing their minds
the Blitzkrieg Bop."
Ramones - "Blitzkrieg Bop" -





sabato 18 ottobre 2014

Fucking Amal - Il coraggio di amare

Regia: Lukas Moodysson
Origine: Svezia, Danimarca
Anno: 1998
Durata: 89'





La trama (con parole mie): in una piccola cittadina svedese, due adolescenti vivono destini diametralmente opposti. Elin è considerata una delle più attraenti e ribelli della scuola, cambia ragazzo senza alcuna fatica, insieme alla sorella non esita a buttarsi in feste ed avvenimenti considerati mondani e sogna di abbandonare il paese.
Agnes, trasferitasi da due anni, ancora fatica ad avere amici, coltiva un rapporto non risolto con i suoi genitori e nasconde al mondo il proprio amore per Elin.
Quando, a seguito di una scommessa e di ripicche adolescenziali tra amici e fidanzati di turno, Elin finge di manifestare interesse per Agnes arrivando a baciarla, si innesca tra loro un rapporto che porterà le due ragazze a rivedere completamente il proprio punto di vista ed il rapporto con il mondo.






Esistono alcuni titoli che è un peccato non poter cogliere nel momento giusto della propria vita di spettatori, quando le sensazioni, la vita e qualunque altra cosa sia in ballo in quell'istante potrebbe rendere l'esperienza unica e speciale: è il caso di Fucking Amal, uscito sul finire degli anni novanta e spesso e volentieri incensato dalla critica alternativa come sguardo unico e diverso nel mondo del Dogma nato in Danimarca pochi anni prima, incentrato sui turbamenti adolescenziali delle giovanissime Agnes ed Elin, così diverse tra loro da finire per esercitare l'una sull'altra non solo un'influenza, ma anche un'irresistibile attrazione.
Con ogni probabilità, infatti, se avessi incrociato il mio cammino con quello del lavoro di Moodysson ai tempi della sua uscita, non ancora ventenne, ora considererei questo come uno dei titoli di formazione cui non si smette mai di voler bene, e che finiscono per occupare un posto speciale nella propria galleria di amarcord emozionale: un vero peccato, dunque, averlo recuperato solo ora, per giunta in occasione della Blog War con la mia nemesi Cannibal Kid - e dunque neppure nelle condizioni migliori, considerato di essere costretto, "per doveri di cronaca e personaggio", a sottolinearne più i difetti che non i pregi -, quando i ricordi dell'adolescenza cominciano a diventare vaghi e la sensazione che, ai tempi, per dirla come Guccini, "si è stupidi davvero", e dunque inesorabilmente destinati a propendere per scelte che in seguito verranno altrettanto inesorabilmente rinnegate.
Ad ogni modo, il lavoro del buon Moodysoon è ben svolto, e seppur tecnicamente non eccelso saggiamente costruito attorno alle due splendide protagoniste, una sorta di sorelline minori delle interpreti del più recente ed incisivo La vita di Adele, nonchè attento a portare in scena una problematica ai tempi ancora poco analizzata come quella dei rapporti omossessuali in età non adulta ed all'interno di uno degli ambiti più crudeli che si possano immaginare: quello della scuola.
In questo senso, più che la più timida e complessata Agnes risulta interessante la ribelle Elin, dal rapporto decisamente non risolto con la sorella a quello con i ragazzi fino al legame costituitosi quasi per caso con Agnes stessa, nato da una scommessa e divenuto uno di quei "dolori" destinati a segnare l'adolescenza e, chissà, forse l'intera esistenza di chi lo vive.
Il vero pregio di questo film è proprio da ricercare nella semplicità attraverso la quale il regista sceglie di raccontare questa improbabile storia d'amore, sia che si parli di girato che di narrazione, quasi come fosse un Ken Loach privo del carico di dramma che, di norma, il cineasta anglosassone porta in eredità al suo pubblico: una scelta che mi trovo a condividere, considerato che, con tutti i suoi alti e bassi, l'adolescenza e quello che la stessa comporta - soprattutto le storie d'amore - dovrebbe essere vissuta come una gioia, perchè nient'altro nel corso della vita avrà, in un certo senso, la stessa intensità e portata.
Peccato che, spesso e volentieri, si è troppo stupidi, per l'appunto, per cogliere questa sfumatura nel momento in cui la si ha tra le mani.
Resta dunque da chiedersi se Elin ed Agnes saranno rimaste insieme, se la prima avrà di fatto scoperto la sua attrazione per le ragazze o se, alla lunga, sarà tornata sui suoi passi spezzando il cuore della seconda, o addirittura il contrario.
Oppure poco importa: quello che conta è che le due ragazze siano uscite da quel bagno, incuranti della neppure troppo sottile crudeltà e della malizia dei compagni di scuola, e abbiano camminato a testa alta verso il loro futuro.



MrFord



"I wanna know what love is
I want you to show me
I wanna feel what love is
I know you can show me."
Foreigner - "I wanna know what love is" -



lunedì 6 maggio 2013

L'ipnotista

Regia: Lasse Hallstrom
Origine: Svezia
Anno: 2012
Durata:
122'





La trama (con parole mie): nel cuore di Stoccolma, una notte, un'intera famiglia viene sterminata da un misterioso killer, che finisce prima il padre, insegnante di educazione fisica, nella palestra in cui insegna, dunque madre e figlia, direttamente in casa.
Sopravvive a stento Joseph, il figlio maggiore, che rimane privo di conoscenza e dunque incapace di fornire dettagli all'investigatore che si occupa del caso, Joona Linna.
Quando quest'ultimo viene a contatto con lo psicologo ed esperto di ipnosi Erik Bark, pensa di poter sfruttare le doti dell'uomo per avere dettagli maggiori sull'accaduto: quello che emergerà dalle indagini, però, sarà molto più complesso e terribile di quello che poteva sembrare, e metterà a rischio non solo la vita di Joseph, ma anche quella di Erik e della sua famiglia.
Joona Linna, seguendo solo ed esclusivamente il suo istinto, dovrà dunque mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e cercare di salvare quello che potrà.





Il thriller nordico ha conosciuto, al Cinema come tra le pagine dei libri, un vero e proprio sdoganamento negli ultimi anni, originato dal successo della trilogia di Stieg Larsson trasposta per il grande schermo dapprima nel Vecchio ed ora nel Nuovo Continente e proseguito grazie a romanzieri di calibro superiore come Jo Nesbo: purtroppo, come tutti i fenomeni su scala globale, lo stesso successo porta in dote anche una vagonata di proposte che cavalcano l'onda senza essere davvero meritevoli di attenzione, o particolarmente accattivanti.
E' il caso de L'ipnotista, film tratto da un romanzo di Lars Kepler - pseudonimo che cela una coppia di scrittori, Alexander e Alexandra Ahndoril, compagni anche nella vita, e non solo dietro alla macchina da scrivere - che ha dato origine ad una serie di successo anche qui in Italia, sbarcato in sala ed affidato alla mano dell'esperto mestierante Lasse Hallstrom, già autore di ottimi lavori come Buon compleanno Mr. Grape e cose decisamente più trascurabili ma di grosso successo commerciale come Chocolat o Il pescatore di sogni.
Incentrato sulle figure dell'agente dell'anticrimine di Stoccolma di origini finniche Joona Linna e sull'esperto di ipnosi Erik Bark, il lavoro del regista di Hachiko parte tutto sommato discretamente, quasi illudendo di potersi affrancare perlomeno come una proposta interessante nel suo genere, ponendo sulla scacchiera i primi pezzi del plot in maniera decisamente funzionale - ottimo l'arrivo di Linna nella casa dove si è consumato il massacro cui scampa per miracolo il giovane Joseph - per poi perdersi in un minutaggio decisamente troppo diluito, un ritmo che finisce per latitare ed una trama che, nella sua evoluzione, appare poco convincente rispetto alle soluzioni prese dagli autori del romanzo - cui, in questo caso, andrebbe imputato lo scarso appeal dello scioglimento, molto prevedibile, della vicenda -.
Lo stesso Hallstrom, tornato in patria dopo anni passati oltreoceano, sceglie un approccio decisamente più televisivo che cinematografico per la trasposizione, trovando senza dubbio un risultato realistico ma al contempo poco efficace soprattutto per quanto riguarda il mordente, che per una vicenda che tratta morti ammazzati, rapimenti, segreti di famiglia ed inquietanti influenze sulle stesse vittime è davvero poco, e neppure nei momenti in cui è l'azione a farla da padrona - la fuga di Joseph dall'ospedale, il finale sul lago ghiacciato - l'impressione è quella di un'occasione mancata, più che di una visione quantomeno godibile nell'ambito di appartenenza della stessa.
Certo, i film davvero brutti sono altri, e tutto sommato L'ipnotista passa e va senza provocare eccessive incazzature, stimolare le bottigliate o più semplicemente assurgere a schifezza mortale: siamo infatti più che altro di fronte ad un titolo sostanzialmente mediocre, la cui visione sparirà in fretta dalla memoria senza che la cosa possa particolarmente dispiacere gli occupanti di casa Ford, presi più a cercare di capire se Julez avesse oppure no letto il romanzo, che non dall'effettivo crescendo del film stesso.
La messa in scena, per quanto più simile, come già sottolineato, a quella di un prodotto indirizzato al piccolo schermo, è onesta allo stesso modo del cast, all'interno del quale spicca Lena Olin, che i fan delle serie tv ricorderanno ai tempi dell'ottimo Alias nel ruolo della madre della protagonista Sidney Bristow, che si ritaglia un ritorno a casa decisamente più efficace di quello di Hallstrom, forse caso unico nel suo genere di autore che pare perdersi non nel primo confronto con la realtà americana delle grandi produzioni, quanto in un "comeback" che avrebbe dovuto rilanciarlo come nome di riferimento del Cinema svedese, almeno per quanto riguarda i prodotti d'esportazione su larga scala.
Non resta molto altro da aggiungere, se non che, dovendo confrontarsi con il genere morti ammazzati - come lo chiamiamo qui al Saloon - sono sicuramente altre le pellicole in grado di rimanere davvero impresse nei ricordi dello spettatore - da Memories of murder a Se7en, passando per Zodiac o I saw the devil - e che, forse, l'ipnotista Erik Bark ha svolto bene il suo lavoro, perchè soltanto ad una notte - e anche breve - di sonno di distanza dalla visione è rimasto già molto poco di un titolo che, pur non impensierendo quelli già destinati alla classifica dedicata al peggio della stagione, finisce senza dubbio per aggiudicarsi una delle prime posizioni tra quelli sostanzialmente inutili.
E chissà che non basti questo, a farlo uscire dall'anonimato.


MrFord


"She's scared that I will take her away from there her
dreams and her country left with no one there
mesmerize the simple minded
propaganda leaves us blinded."
System of a down - "Hypnotized" -


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