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martedì 1 aprile 2014

Prova a prendermi

Regia: Steven Spielberg
Origine: USA
Anno: 2002
Durata: 141'




La trama (con parole mie): siamo sul finire degli anni sessanta in una cittadina dello Stato di New York, quando Frank Abagnale Jr, ad appena sedici anni, fugge di casa sconvolto per la separazione dei suoi genitori. Sfruttando un talento ed una prontezza di spirito fuori dal comune, il ragazzo viaggerà negli States e in tutto il mondo per quasi quattro anni, fingendosi un pilota di linea, un medico ed un avvocato, affinando l'abilità di emettere assegni fasulli arrivando a truffare il governo USA per una cifra superiore ai quattro milioni di dollari. Carl Hanratty, un agente dell'FBI al lavoro nella sezione antifrode, assume l'incarico di catturarlo, iniziando di fatto una sfida a due che renderà il loro rapporto più simile a quello che è mancato ad entrambi tra padre e figlio.






Questo post partecipa alla giornata della truffa organizzata dai cinefili della blogosfera per festeggiare il pesce d'aprile.



Steven Spielberg, uno dei registi simbolo del Cinema made in USA, responsabile, di fatto, di aver influenzato almeno una generazione di spettatori e cineasti, ha avuto fortune alterne - soprattutto ultimamente - qui al Saloon, passando dalle celebrazioni per classici intramontabili come Lo squalo alle bottigliate per i recenti War horse e Lincoln: da tempo, però, aspettavo l'occasione giusta per scrivere la mia a proposito di quello che ritengo sia il suo miglior lavoro, considerando gli ultimi quindici anni di produzione circa, Prova a prendermi.
Occasione giunta prontamente grazie a questo primo aprile festeggiato da noi cinefili della blogosfera.
Tratto dall'autobiografia del protagonista Frank Abagnale Jr, uno dei più dotati e talentuosi truffatori della Storia americana, e presentato con l'eleganza ed il ritmo dei classici anni cinquanta e sessanta - a partire dai fenomenali titoli di testa -, il lavoro del buon Steven è un esempio perfetto di tecnica e voglia di raccontare una storia, in grado di tirare fuori il meglio sia dal come sempre ottimo Leonardo Di Caprio che dall'altrettanto spesso e volentieri detestato Tom Hanks.
La cosa più interessante, però, di questo gioiellino, andando oltre al cast - curiose le presenze delle allora semisconosciute Amy Adams ed Ellen Pompeo -, la fotografia da manuale, la sceneggiatura ad orologeria, il ritmo trascinante, è legata alla "truffa" presente dietro l'ossatura dell'opera, mascherata da crime movie d'inseguimento quasi slapstick eppure legata ad una delle tematiche più care al sottoscritto: il rapporto tra padri e figli.
Dall'ammirazione che lega il giovanissimo Frank - un talento puro come ne nascono pochi ogni secolo, per quanto lo stesso fosse indirizzato, ai tempi delle vicende narrate, ad attività non propriamente legali - al padre - un Christopher Walken marginale, eppure straordinario - a quello che porta "l'uomo del cielo" a sviluppare un rapporto unico con il suo persecutore, agente dell'FBI ligio alle regole che, negli anni della loro sfida a distanza, porta sullo schermo tutte le difficoltà di una vita normale al confronto degli agi e dei lussi che si concede il rivale sfruttando le sue abilità: il loro primo faccia a faccia - con tanto di riferimento a Barry Allen, che un fumettaro come il sottoscritto colse alla prima visione - e le telefonate divenute rito della vigilia di natale assumono una valenza decisamente più profonda di quella che potrebbe apparire ad un'occhiata superficiale, e trovano il loro compimento nel faccia a faccia che precede la conclusione della pellicola nel tunnel dell'aeroporto e in quello che, di fatto, è l'incontro di due solitudini che, negli anni di inseguimenti e lotta tra loro, finiscono per ritrovarsi non più sole proprio grazie alla presenza dell'altra.
E la rivincita dell'uomo comune che finisce per mettere in scacco il genio in nome del sistema diviene veicolo di una rinascita dello stesso genio, che arriva a sfruttare la Legge che lo aveva messo in ginocchio finendo per ricevere un riconoscimento perfettamente entro i limiti della stessa, traformandolo in un riconoscimento anche economico delle sue abilità straordinarie: in questo senso, pare di assistere al passaggio di testimone tra due generazioni - e di nuovo si torna al rapporto tra padri e figli - e ad una delle lezioni più importanti che la cultura a stelle e strisce si preoccupa di trasmettere, legata alla meritocrazia e alla fiducia nelle proprie capacità e nella strada che le stesse possono lastricare per noi.
A prescindere, comunque, dalle apparenze e dai temi più o meno legati ai massimi sistemi, dalla tecnica e dalla messa in scena, la grandezza di Prova a prendermi sta tutta e principalmente nella passione espressa nel raccontare questa storia appassionante, divertente, drammatica, capace di portare da una parte e dall'altra della barricata e mostrare che, a volte, tenere aperti gli occhi e pronto il cervello può valere più di titoli e posizioni sociali.
Anche quando, a spiegare il mistero più grande, basta la risposta più semplice.
"Il genio è fantasia, colpo d'occhio, intuizione e velocità d'esecuzione", affermavano i cari, vecchi, Amici miei.
Credo proprio che Frank Abagnale Jr non potrebbe essere più d'accordo.



MrFord



Partecipano all'iniziativa - ma sarà davvero così!? - anche i colleghi: 


"I got you 
I got everything 
I’ve got you 
I don’t need nothing 
more than you 
I got everything 
I’ve got you."
Jack Johnson - "I got you" - 




domenica 1 dicembre 2013

Una coppia perfetta - I racconti di Hap e Leonard

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Hap e Leonard, protagonisti di una serie splendida di romanzi a metà tra l'action, la crime story e le cronache di un'amicizia, tornano per i loro più accaniti fan in una piccola raccolta che contiene tre racconti scritti da Lansdale nelle pause intercorse tra un episodio e l'altro della loro saga.
Nel primo, Le iene, i nostri si troveranno a dover regolare i conti con una banda di rapinatori pronti a calpestare chiunque si ponga tra loro ed il bottino; nel secondo, Veil in visita, osserveremo da vicino uno dei processi che dovette affrontare Leonard ai tempi dei ripetuti incendi appiccati alla casa nel suo quartiere divenuta un ritrovo di spacciatori di crack, mentre nel terzo, Una mira infallibile, un caso di routine per i due improvvisati investigatori si rivelerà un complicato affare legato a doppio filo alla Dixie Mafia.






Come ogni avventore del Saloon che si rispetti ben sa, Joe Lansdale e le sue creature per eccellenza Hap Collins e Leonard Pine sono tra i fordiani onorari più amati dal sottoscritto, accanito sostenitore di tutte le loro avventure nonchè di questo prolifico e straordinario autore che, continuerò a ripeterlo e ribadirlo, è una delle persone più disponibili, alla mano e pane e salame che abbia mai conosciuto nel corso della vita.
A quasi tre anni di distanza da Devil red - ultimo romanzo della serie dedicata ai due improvvisati investigatori -, per placare la sete dei fan in attesa di un nuovo capitolo Einaudi rispolvera tre racconti che si pongono idealmente nei raccordi che intercorrono - almeno a mio parere - tra Mucho mojo e Il mambo degli orsi - Veil in visita -, Rumble tumble e Capitani oltraggiosi - Le iene -, Sotto un cielo cremisi ed il già citato Devil red - Una mira infallibile -: ritrovare i due duri dal cuore tenero Hap e Leonard, con le loro battute, i biscotti alla vaniglia e la voglia di raddrizzare i torti è sempre un piacere, anche se l'impressione che ho avuto leggendo questa raccolta è stata quella di aver ricevuto una sorta di palliativo da parte dell'editore, inutile a placare la sete del sottoscritto rispetto ad una nuova, vera, sulla lunga distanza avventura di due dei protagonisti letterari che ho più amato nel corso della vita.
Certo, il divertimento e le botte non mancano, l'incipit de Le iene e la descrizione del pestaggio operato da Leonard all'indirizzo dei bellimbusti avventori di un locale colpevoli di avergli dato della checca - solo perchè lo stesso Leonard aveva molto delicatamente deciso di concedere delle avances ad uno di loro - sono da urlo, eppure manca la sostanza cui il vecchio Joe ha abituato i suoi lettori più fedeli, nonostante nell'ultimo - e più recente - racconto l'idea di Hap e della compagna Brett di sposarsi e provare ad avere dei figli - decisamente interessante anche il riferimento alla fecondazione assistita, argomento spesso e volentieri ignorato eppure tremendamente attuale - potrebbe fornire uno spunto decisamente importante per l'evoluzione delle vicende dei due antieroi, partiti neppure trentacinquenni con Una stagione selvaggia ed ormai giunti ai cinquanta animati dal desiderio di mettere in qualche modo radici e togliersi, per quanto possibile, dai guai in cui sono soliti tuffarsi per mettere una pezza alle situazioni in cui qualche stronzo cerca di  farsi valere su chi, per un motivo o per un altro, si ritrova incapace di reagire.
Il resto è materia solo ed esclusivamente per i fan della prima ora, che senza dubbio saranno felici di vedere Hap impartire sonore lezioni agli spacconi di turno sia a mani nude che grazie alla sua impareggiabile mira e Leonard sfoderare il suo campionario completo di cinismo ed ironia pungente - oltre al consueto bagaglio di cazzotti, ovviamente -: se non doveste conoscere i personaggi o la loro storia, però, fossi in voi partirei proprio dai romanzi che li hanno resi famosi - e Lansdale uno dei più celebrati autori crime statunitensi -, perchè imbattersi come prima cosa in una raccolta come questa non solo rischierebbe di fare apparire tutto meno interessante di quanto non sia in realtà, ma soprattutto di trasmettere la straniante sensazione di essere entrati in sala a metà proiezione, senza avere la minima idea di quali possano essere i rapporti tra Hap e Leonard, i loro trascorsi con la legge, il loro background ed il ruolo che personaggi come Brett, Marvin o Jim Bob hanno avuto nella loro storia.
Dunque ho apprezzato come un divertissement puro e semplice questa lettura, ma passo oltre ed attendo al varco Joe per il nuovo capitolo delle avventure di Hap e Leonard, che penso proprio sia ora che l'autore texano tiri fuori dal cilindro in modo da soddisfare la sete di azione, cameratismo ed avventura che molti suoi lettori - ed il sottoscritto in testa - stanno accumulando da troppo tempo: e se è pur vero che questi due inossidabili charachters invecchiati con il loro autore dovranno prima o poi conoscere la fine delle loro scorribande, sarei curioso in ogni caso di vederli alle prese anche solo con vicende assolutamente "normali".
In fondo, Lansdale si è sempre dimostrato un romanziere di talento anche quando si è trattato di raccontare la quotidianità e le piccole imprese che rendono grandi esistenze che, nell'imperscrutabile disegno del mondo, appaiono ai margini, e mostrare tutta la forza degli outsiders che ne sono protagonisti.
E la premiata ditta Collins&Pine è il baluardo più strenuo che si erge a difesa degli stessi.


MrFord


"Warm winds blowing
heating blue sky
and a road that goes forever
I'm going to Texas."
Chris Rea - "Texas" -


giovedì 13 giugno 2013

Il cacciatore di teste

Autore: Jo Nesbo
Origine: Norvegia
Anno:
2008 (2013 in Italia)
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Roger Brown è il miglior headhunter di Oslo, forse addirittura della Norvegia. E' un uomo intelligente, acuto, in grado di manipolare e compensare con l'abilità della parola il suo metro e sessantotto di altezza. Ha una moglie bellissima cui ha fatto dono di una galleria d'arte, un tenore di vita che va ben oltre le sue possibilità e coltiva in segreto il desiderio di sistemarsi per sempre godendosi la fortuna sentimentale che ha avuto ripagando la sua sposa con il figlio che le ha sempre negato. Tutto questo attraverso una seconda esistenza legata ai furti e al traffico di opere d'arte, pronta a finanziare il suo futuro.
Quando Clas Greve, uomo dal fascino magnetico e dalle mille qualità giunto dall'Olanda, entra nel mirino di Roger per un ruolo manageriale di altissimo livello e lo stesso scopre che il candidato è venuto in possesso di un rarissimo quadro di Rubens dato per disperso nel corso della Seconda Guerra Mondiale, tutto pare destinato a cambiare in meglio.
Quello che Roger Brown non sa, però, è che un incubo su misura per lui sta per cominiciare.




Quando lessi di una nuova uscita targata Jo Nesbo priva della figura ormai mitica qui al Saloon di Harry Hole ammetto che storsi e non poco il naso, quasi il fatto che il talentuoso scrittore norvegese avesse - anche solo momentaneamente - preso una pausa dal suo personaggio più importante - nonchè responsabile del suo successo internazionale - rappresentasse in qualche modo un peccato dal quale neppure il vincitore degli ultimi due Ford Awards dedicati ai libri avrebbe potuto mai affrancarsi.
Evidentemente, nonostante l'ammirazione che provo per lo scaltro Jo, ho finito per sottovalutare - e decisamente troppo - l'abilità di un uomo fuori dal comune, che iniziò come calciatore - costruendosi una carriera che non andò mai oltre la serie A norvegese - per poi finire a fare il broker, l'analista finanziario e, per l'appunto, lo scrittore noir di successo.
Le risorse di questo intelligentissimo romanziere e musicista - perchè il suo gruppo, i Di Erre, continua ad esibirsi in tutto il suo Paese ancora oggi -, infatti, paiono essere infinite, e perfino quando all'interno di una sua opera manca all'appello il personaggio più importante e profondo che potesse creare il risultato risulta convincente e terribilmente appassionante, giocato dalla prima all'ultima pagina su una tensione continua ed un ritmo da grandissimo thriller che non viene intaccato neppure dalla scelta della narrazione in prima persona, notoriamente avversa ad ogni soluzione che riguardi in qualche modo la suspance e l'incertezza.
La vicenda di Roger Brown, cacciatore di teste perennemente in cerca di una rivincita sul mondo e la società, la Natura ed il ruolo da outsider che fisicamente gli è stato cucito addosso - la sua statura ed un'apparenza decisamente molto poco "norvegese" e giusta per ricoprire qualche incarico di spicco in Società il cui solo nome riesce ad incutere soggezione in qualsiasi candidato -, è un thriller classico della migliore tradizione possibile, Hitchcock che incontra Stieg Larsson, gli anni sessanta degli intrighi a sfondo passionale che riscoprono il macabro e la violenza dei moderni David Fincher.
Dal rapporto con la bellissima moglie Diana - stupendo il flashback dei loro anni a Londra, e l'aneddoto a proposito dei Queens Park Rangers, squadra minore della capitale inglese nonchè preferita della signora Brown - a quello con l'amante Lotte, dal confronto con l'apparentemente perfetto Clas Greve, statuario e forte, deciso e seducente, a quello con il padre, autista per personale diplomatico duro e dipendente dall'alcool - toccante il racconto della partita a scacchi e del confronto tra i due a proposito del barare -Roger vive in un mondo agli occhi del quale è ad un tempo temuto e sottovalutato, un lupo in un recinto di agnelli di colpo gettatosi nella gabbia delle tigri.
Perchè questo è quello che si scopre attorno l'apparentemente inappuntabile Brown, quello che nasconde l'altezza dietro una maschera di intelligenza ed acume, lucidità e sicurezza di portare a casa il successo: un campo da gioco all'interno del quale lui è l'anello debole, la vittima braccata, il candidato che dovrà essere esaminato e al quale "verrà fatto sapere", ben sapendo quanto quella frase di norma sta a significare.
Il problema è dato dal fatto che, questa volta, in gioco non ci saranno un posto di lavoro, o una carriera promettente, ma la vita stessa: e Roger dovrà guardare dentro di sè e capire cosa sarà disposto a sacrificare, di se stesso e del mondo perfetto - o quasi - che aveva voluto come un biglietto da visita, pronto a dimostrare quanto l'apparenza possa contare in un qualsiasi colloquio, e l'impressione di essere vincenti, se ben utilizzata, rappresenti di fatto la chiave per ogni porta.
Il cambiamento di Roger sarà decisamente più drastico di quanto non si sarebbe mai aspettato, e chissà, forse meno lontano dalla sua vera natura di quello che crede: di fatto era dai tempi di Breaking bad che non osservavo un personaggio messo alle strette allo stesso modo rivelare un carattere decisamente più determinato e pericoloso di chi avrebbe voluto sgranocchiare le sue ossa come stuzzichini ad un vernissage da galleria in.
Resta da vedere se Roger saprà trovare il candidato giusto per ogni ruolo - il suo compreso - e rimettere le cose a posto portando avanti la propria vita conscio del fatto di aver guardato l'abisso negli occhi, e di portare dentro almeno un pò di quel buio che lascia in eredità il brivido di un duello all'ultimo sangue.
Per un cacciatore di teste, chissà, potrebbe anche risultare più facile del previsto.


MrFord


"Well, I met a girl in West Hollywood
I ain't naming names
she really worked me over good
she was just like Jesse James
she really worked me over good
she was a credit to her gender
she put me through some changes, Lord
sort of like a waring blender."
Warren Zevon - "Poor poor pitiful me" -


lunedì 6 maggio 2013

L'ipnotista

Regia: Lasse Hallstrom
Origine: Svezia
Anno: 2012
Durata:
122'





La trama (con parole mie): nel cuore di Stoccolma, una notte, un'intera famiglia viene sterminata da un misterioso killer, che finisce prima il padre, insegnante di educazione fisica, nella palestra in cui insegna, dunque madre e figlia, direttamente in casa.
Sopravvive a stento Joseph, il figlio maggiore, che rimane privo di conoscenza e dunque incapace di fornire dettagli all'investigatore che si occupa del caso, Joona Linna.
Quando quest'ultimo viene a contatto con lo psicologo ed esperto di ipnosi Erik Bark, pensa di poter sfruttare le doti dell'uomo per avere dettagli maggiori sull'accaduto: quello che emergerà dalle indagini, però, sarà molto più complesso e terribile di quello che poteva sembrare, e metterà a rischio non solo la vita di Joseph, ma anche quella di Erik e della sua famiglia.
Joona Linna, seguendo solo ed esclusivamente il suo istinto, dovrà dunque mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e cercare di salvare quello che potrà.





Il thriller nordico ha conosciuto, al Cinema come tra le pagine dei libri, un vero e proprio sdoganamento negli ultimi anni, originato dal successo della trilogia di Stieg Larsson trasposta per il grande schermo dapprima nel Vecchio ed ora nel Nuovo Continente e proseguito grazie a romanzieri di calibro superiore come Jo Nesbo: purtroppo, come tutti i fenomeni su scala globale, lo stesso successo porta in dote anche una vagonata di proposte che cavalcano l'onda senza essere davvero meritevoli di attenzione, o particolarmente accattivanti.
E' il caso de L'ipnotista, film tratto da un romanzo di Lars Kepler - pseudonimo che cela una coppia di scrittori, Alexander e Alexandra Ahndoril, compagni anche nella vita, e non solo dietro alla macchina da scrivere - che ha dato origine ad una serie di successo anche qui in Italia, sbarcato in sala ed affidato alla mano dell'esperto mestierante Lasse Hallstrom, già autore di ottimi lavori come Buon compleanno Mr. Grape e cose decisamente più trascurabili ma di grosso successo commerciale come Chocolat o Il pescatore di sogni.
Incentrato sulle figure dell'agente dell'anticrimine di Stoccolma di origini finniche Joona Linna e sull'esperto di ipnosi Erik Bark, il lavoro del regista di Hachiko parte tutto sommato discretamente, quasi illudendo di potersi affrancare perlomeno come una proposta interessante nel suo genere, ponendo sulla scacchiera i primi pezzi del plot in maniera decisamente funzionale - ottimo l'arrivo di Linna nella casa dove si è consumato il massacro cui scampa per miracolo il giovane Joseph - per poi perdersi in un minutaggio decisamente troppo diluito, un ritmo che finisce per latitare ed una trama che, nella sua evoluzione, appare poco convincente rispetto alle soluzioni prese dagli autori del romanzo - cui, in questo caso, andrebbe imputato lo scarso appeal dello scioglimento, molto prevedibile, della vicenda -.
Lo stesso Hallstrom, tornato in patria dopo anni passati oltreoceano, sceglie un approccio decisamente più televisivo che cinematografico per la trasposizione, trovando senza dubbio un risultato realistico ma al contempo poco efficace soprattutto per quanto riguarda il mordente, che per una vicenda che tratta morti ammazzati, rapimenti, segreti di famiglia ed inquietanti influenze sulle stesse vittime è davvero poco, e neppure nei momenti in cui è l'azione a farla da padrona - la fuga di Joseph dall'ospedale, il finale sul lago ghiacciato - l'impressione è quella di un'occasione mancata, più che di una visione quantomeno godibile nell'ambito di appartenenza della stessa.
Certo, i film davvero brutti sono altri, e tutto sommato L'ipnotista passa e va senza provocare eccessive incazzature, stimolare le bottigliate o più semplicemente assurgere a schifezza mortale: siamo infatti più che altro di fronte ad un titolo sostanzialmente mediocre, la cui visione sparirà in fretta dalla memoria senza che la cosa possa particolarmente dispiacere gli occupanti di casa Ford, presi più a cercare di capire se Julez avesse oppure no letto il romanzo, che non dall'effettivo crescendo del film stesso.
La messa in scena, per quanto più simile, come già sottolineato, a quella di un prodotto indirizzato al piccolo schermo, è onesta allo stesso modo del cast, all'interno del quale spicca Lena Olin, che i fan delle serie tv ricorderanno ai tempi dell'ottimo Alias nel ruolo della madre della protagonista Sidney Bristow, che si ritaglia un ritorno a casa decisamente più efficace di quello di Hallstrom, forse caso unico nel suo genere di autore che pare perdersi non nel primo confronto con la realtà americana delle grandi produzioni, quanto in un "comeback" che avrebbe dovuto rilanciarlo come nome di riferimento del Cinema svedese, almeno per quanto riguarda i prodotti d'esportazione su larga scala.
Non resta molto altro da aggiungere, se non che, dovendo confrontarsi con il genere morti ammazzati - come lo chiamiamo qui al Saloon - sono sicuramente altre le pellicole in grado di rimanere davvero impresse nei ricordi dello spettatore - da Memories of murder a Se7en, passando per Zodiac o I saw the devil - e che, forse, l'ipnotista Erik Bark ha svolto bene il suo lavoro, perchè soltanto ad una notte - e anche breve - di sonno di distanza dalla visione è rimasto già molto poco di un titolo che, pur non impensierendo quelli già destinati alla classifica dedicata al peggio della stagione, finisce senza dubbio per aggiudicarsi una delle prime posizioni tra quelli sostanzialmente inutili.
E chissà che non basti questo, a farlo uscire dall'anonimato.


MrFord


"She's scared that I will take her away from there her
dreams and her country left with no one there
mesmerize the simple minded
propaganda leaves us blinded."
System of a down - "Hypnotized" -


venerdì 30 novembre 2012

Sangue misto

Autore: Roger Smith
Origine: Sudafrica
Anno: 2010
Editore:
Einaudi




La trama (con parole mie): Jack Burn dovrebbe essere al settimo cielo per la felicità. Ha una giovane moglie in attesa di una bambina - che sarà la loro secondogenita -, un figlio che lo adora, un mucchio di soldi ed un appartamento in una delle zone più esclusive di Città del Capo.
Ma la realtà è molto più complessa di una cornice da sogno: l'uomo, infatti, lotta ogni giorno per ricostruire il rapporto con Susan, che vorrebbe lasciarlo ed occuparsi solo dei figli, i bigliettoni che gli consentono uno standard elevato di vita sono il frutto di una rapina andata male che l'ha fatto finire dritto dritto tra i ricercati della polizia statunitense, spingendolo alla fuga, e la città simbolo della rinascita sudafricana non è così dorata come il turismo la dipinge.
Benny Mezzosangue questo lo sa: in fondo, dai Cape Flats al carcere di Pollsmoor, la sua vita è stata un'unica, indicibile sofferenza, una continua lotta per sopravvivere con il coltello perennemente tra i denti.
Lo sa anche l'ispettore Barnard, fervente cristiano e sovrano incontrastato delle baraccopoli, poliziotto corrotto dall'aspetto sudicio che perfino i senzatetto più disperati avrebbero paura a toccare.
Quando le vite dei tre uomini si incroceranno per una casualità, il destino farà il suo corso e nulla sarà più lo stesso.





Ormai il mio fratellino Dembo conosce bene i gusti del sottoscritto, e potrebbe comprare per me film e romanzi praticamente a scatola chiusa, sicuro del risultato: questo Sangue misto, scoperto proprio grazie a lui, si è rivelato una rivelazione rispetto ad ambientazione ed intensità almeno quanto fu, per il Cinema, District 9 qualche anno fa.
Per tutti noi europei, di fatto, il Sudafrica rappresenta l'idealistica realizzazione del sogno di Nelson Mandela fotografato alla grandissima da Clint Eastwood nel suo Invictus, con l'apartheid ed il razzismo sconfitti ed una nuova alba giunta ad avvolgere quella che è dipinta come una delle realtà più "incantate" del continente più antico del mondo: fortunatamente, autori come Roger Smith - e Neill Blomkamp prima di lui - ci ricordano quanto anche le imprese più riuscite celino dietro i successi e la loro apparenza angoli decisamente poco consolanti che necessitano di anni ed anni di impegno, sacrificio e lavoro. E' il caso del lato oscuro di Città del Capo, quei Cape flats all'interno dei quali vige ancora il regime di segregazione degli anni più terribili, scandito da corruzione, droga, prostituzione, sfruttamento ed una dose inusitata di violenza.
Proprio dai Cape Flats viene Benny Mezzosangue, un meticcio sfigurato e scheletrico che ha imparato sulla sua pelle il significato di odio e morte, un tipo abituato a non fidarsi di nessuno - se non del proprio istinto - e a dire buonanotte quando serve, prendendosi le vite che finiscono per minacciare la sua: dopo anni passati nella terribile prigione di Pollsmoor a combattere i rivali della gang degli "Americani", Benny è finito a fare il sorvegliante per un'agenzia di sicurezza, alternando giorni vuoti in una baracca di lamiera a notti di pace ed un piacere mai provato prima grazie al silenzio del cantiere e alla vecchia rottweiler che gli è stata assegnata, Bessie.
Benny Mezzosangue sogna una seconda possibilità. E di non dover più dire buonanotte a nessuno.
Ma è difficile uscire dalla merda, quando praticamente ci sei nato.
E così basta che due Americani strafatti di tik - metanfetamine, nel gergo locale - facciano irruzione nella casa dell'americano sbagliato, e tutto cambia: perchè a proteggere la sua famiglia già sul punto dell'implosione, tra quelle mura, c'è John Hill, alias Jack Burn, ex marine e giocatore d'azzardo in fuga dagli States con una vagonata di milioni di dollari e la speranza di poter ricostruire la propria vita altrove.
Burn non fa sconti, a chi minaccia sua moglie incinta e suo figlio Matt: bastano pochi movimenti, e i due gangsters da strada sono solo un ricordo. All'uomo non resterà che lavorare ai fianchi Susan, ormai sempre più distante da lui, perchè si fidi un'ultima volta e lo segua in Nuova Zelanda, dall'altra parte del mondo, alla ricerca di una nuova vita.
Ma è difficile uscire dalla merda, quando praticamente ti ci sei seppellito.
Ma chi erano, questi due Americani uccisi dall'americano? Mezze tacche, spacciatori dei Flats, inutile carne da cannone per il grande stomaco della città. Senza dubbio. Ma anche pedine nel gioco di Barnard.
E nessuno gioca con i pezzi di Barnard, se Barnard non vuole che ci si giochi.
Lui, che si crede un soldato di dio, poliziotto e criminale incallito, animale guardato con sospetto ai piani alti e con timore dagli innumerevoli figli senza identità delle baraccopoli: lui, che uccide secondo una legge che è lontana da quella degli uomini, che vede in un bambino attratto da un paio di Nike un potenziale testimone da eliminare e nella famiglia di Burn una gallina dalle uova d'oro per trovarsi un nuovo posto al sole, lontano dalle accuse che pendono sulla sua testa e dalle mani con tanto di manicure ed assetate di vendetta di Disaster Zondi, l'uomo del governo mandato da Johannesburg per coglierlo in flagrante e sbatterlo dentro, magari accanto a quelli che ha sepolto lui stesso buttando via la chiave.
Ma è difficile uscire dalla merda, quando sei tu stesso a portarla dentro.
Sangue misto è tutto questo e molto di più, un romanzo dalle tante anime, violento e disperato, ma anche in grado di dare una possibilità di redenzione a chiunque abbia il coraggio di afferrarla: onestamente Smith avrebbe potuto fare molto, molto di più, considerata la materia trattata, e usando paragoni cinematografici avrebbe potuto tirare fuori da questa storia qualcosa di più simile a Le iene che ad Amores perros, soprattutto dopo aver seminato benissimo per tutta la prima metà finendo per bruciare fin troppo le tappe - quasi avesse voglia di chiudere il più presto possibile - nella seconda.
Anche i protagonisti, descritti ed approfonditi alla perfezione durante la disposizione dei pezzi sulla scacchiera di questa Città del Capo meravigliosa e crudele, finiscono sacrificati in nome dell'azione dura e pura quando i nodi vengono al pettine risultando in qualche modo addirittura sminuiti - Barnard passa da praticamente intoccabile a braccato da tutta la polizia, Burn da spaccaculi invincibile a uomo comune ricattato da un criminale, Benny da guerriero crudele divenuto zen ad una sorta di "uomo di forza" neanche fosse l'ultimo dei gorilla prezzolati -.
Peccato, perchè con un pò di pazienza in più Smith avrebbe confezionato senza dubbio uno dei romanzi migliori che il genere crime avesse dato alla luce negli ultimi anni, ma in fondo ci può stare anche così: l'autore ha enormi margini di miglioramento, il suo legame con Città del Capo e la terra d'origine è molto interessante e l'approccio duro abbastanza.
Inutile dire che l'aspetto al varco con la sua prossima opera: solo allora potremo davvero capire di che pasta è fatto.


MrFord


"Someone came sayin’ I’m insane to complain
about a shotgun wedding and a stain on my shirt
don’t believe everything that you breathe
you get a parking violation and a maggot on your sleeve
so shave your face with some mace in the dark
savin’ all your food stamps and burnin’ down the trailer park."
Beck - "Loser" -


venerdì 26 ottobre 2012

Chi ha incastrato Roger Rabbit

Regia: Robert Zemeckis
Origine: USA
Anno: 1988
Durata:
104'




La trama (con parole mie):  siamo nella Los Angeles del 1947, ed Eddie Valiant, ex poliziotto e detective privato specializzato in sbornie che fu paladino dei personaggi dei cartoni animati fino alla morte del fratello Theodore, avvenuta qualche anno prima, è ingaggiato da Maroon, proprietario degli Studios per i quali lavora la star Roger Rabbit, per fotografare l'avvenente moglie del coniglio in atteggiamenti intimi con Marvin Acme, l'uomo che possiede la mitica Cartoonia.
Quando quest'ultimo viene fatto fuori e la colpa ricade su Roger, Eddie si ritroverà al centro di un intrigo che prevede tradimenti, speculazioni edilizie, soldi e morte, e l'unica via di salvezza per lui sarà mettere la bottiglia da parte per tornare a fare quello che l'aveva reso famoso, cercando di portare a casa la pelle che le numerose parti in causa e lo spietato giudice Morton vorrebbero fargli.




Ricordo la prima volta che vidi Roger Rabbit: era l'inverno del 1988, una domenica pomeriggio, e la mia zia più giovane - che allora poteva avere qualche anno meno di me oggi - venne a Milano per una delle nostre consuete gite del weekend che spesso e volentieri finivano con visione in sala seguita da abbuffata di patate fritte da Burghy - per chi ancora ne ha memoria -.
Rimasi letteralmente folgorato: attori in carne ed ossa comparivano fianco a fianco ai personaggi dei cartoni animati, l'intrigo pareva quello di un film "da grandi", si rideva e si tratteneva il fiato in egual misura, e soprattutto, Baby Herman e Roger Rabbit valevano il prezzo del biglietto fin dalla strepitosa apertura.
Sono passati quasi due decenni da quel momento, e non conto le volte in cui sugli schermi di casa Ford è passata questa meraviglia firmata Robert Zemeckis: lo stupore e la folgorazione sono rimasti gli stessi, e continuo ad essere convinto che si tratti di uno dei migliori prodotti che il genere - e parlo sia di animazione, sia di noir - abbia conosciuto nella storia recente della settima arte.
Ambientazione perfetta, effetti speciali prodigiosi - parliamo del 1988, un'epoca in cui l'uso della computer graphic era ancora una sorta di miraggio -, una sceneggiatura che omaggiò i romanzi di Chandler e Spillane così come Capolavori quali Il mistero del falco o Il grande sonno, una galleria di personaggi perfetta ed una trama avvincente e ben ritmata: non c'è un ingranaggio che non funzioni in questa macchina in grado di mettere d'accordo grandi e piccini, critica e pubblico, appassionati dei classici dell'animazione così come di detective stories.
E se l'Eddie Valiant interpretato da Bob Hoskins è il detective per eccellenza che ci si aspetterebbe - triste, solo, outsider, dedito all'alcool -, Roger Rabbit è una vera e propria rivelazione: un personaggio irresistibile, dalla carica comica pazzesca - il suo arrivo a casa dell'investigatore e le manette sfilate mi fanno ancora oggi sbellicare dalle risate - e dalla dolcezza clamorosa, spalleggiato da due compari indimenticabili - Baby Herman, "con le voglie di un cinquantenne e il pisellino di tre anni", e Benny il taxi - e soprattutto da una partner assolutamente perfetta, il charachter che, in parte, fu responsabile del successo della pellicola nonchè l'indiscusso sex symbol numero uno del mondo dei cartoni: Jessica.
La compagna di Roger, tra curve mozzafiato ed una voce da solista jazz, è il primo personaggio del genere - "non sono cattiva, è che mi disegnano così", una sua celebre battuta - a sprizzare sensualità da ogni poro, una sorta di versione matita e colore di Rita Heyworth con il piglio ammiccante della "modernità" come se non bastasse resa ancora più profonda da alcune battute disseminate all'interno della pellicola, dallo scambio con Valiant sul valore come amante di Roger al pensiero di Betty Boop, che giudica Jessica "una ragazza fortunata" proprio in quanto moglie del maldestro coniglio Roger.
Le sequenze da citare, comunque, sarebbero decine, anche perchè fino ad ora non ho dato alcuno spazio al perfido giudice interpretato da Christopher Lloyd e alle esilaranti faine al suo servizio, al Club Inchiosto e tempera con il suo particolare whisky on the rocks o alla camaleontica Cartoonia, per non parlare della terribile salamoia - unica sostanza a poter uccidere un cartone -, della "farfallina" e delle reazioni di Roger al bourbon. 
Ma, come per altri supercult di qualità enorme, in quel caso non si smetterebbe praticamente mai di andare avanti con intere sequenze citate a memoria.
Resta impresso nel cuore e nella mente un titolo splendido, senza dubbio una pietra miliare per il Cinema: e più che domandarsi come mai la stessa tecnica non sia praticamente più stata utilizzata per operazioni simili, viene da chiedersi dove sia finita la meraviglia che rese un noir d'autore fruibile ed avvincente anche agli occhi di un bambino di nove anni che, nel pieno della Milano da bere, non riusciva ancora a cogliere la frecciata rivolta al protagonista "in carne ed ossa" della pellicola da parte dei detectives della polizia: "Ma tu non eri Eddie Valiant? O adesso ti fai chiamare Jack Daniels?".
Ora quella battuta la capisco bene, conosco il genere ed il Cinema, e sicuramente non sono più quel bambino timido in giro per mano con la zia figa.
Eppure il senso di meraviglia quando Chi ha incastrato Roger Rabbit mi passa davanti è come un'onda lunga che non vuole saperne di raggiungere la spiaggia per spegnersi lentamente.


MrFord


"Get out of here,
get me some money too.
You're sittin down and wonderin what it's all about.
If you ain't got no money, they will put you out.
why don't you do right,
like some other men do?"
Jessica Rabbit - "Why don't you do right" -


domenica 24 giugno 2012

All the good things

Regia: Andrew Jarecki
Origine: Usa
Anno: 2010
Durata: 101'




La trama (con parole mie):  David Marks è il rampollo poco incline alle scalate sociali di una potentissima e ricca famiglia newyorkese. Katie è una giovane di belle speranze cresciuta nel Jersey profondo in una famiglia numerosa ed assolutamente normale.
Quando i due si conoscono, scoppia una passione che da subito appare destinata a cambiare la vita di entrambi: nonostante le pressioni del dispotico padre di David, la coppia si trasferisce nel Vermont, dove per qualche tempo si occupa di un piccolo negozio, prima di tornare nella Grande Mela con la promessa del patriarca dei Marks di diventare ricchi e continuare la tradizione di famiglia.
Ma qualcosa si incrina nel meccanismo apparentemente perfetto, e quando Katie scompare senza lasciare traccia, i sospetti paiono tutti concentrarsi sul sempre più instabile David.
Cosa nasconde l'uomo, trincerato in un mondo che solo lui comprende davvero? E cosa la sua ingombrante famiglia?





Onestamente, credo di aver avuto un debole per questo film ancora prima di vederlo.
L'atmosfera inquietante, di vaghe rimembranze hitchcockiane, il cast di prim'ordine - a partire dall'ormai mio nuovo giovane favorito Ryan Gosling -, una crime story mescolata alla vicenda di una passione sempre sul filo che corre tra l'amore ed il malsano bisogno di farsi del male e soprattutto il suo regista, quell'Andrew Jarecki che mi stupì anni fa con uno dei documentari più clamorosi che abbia mai visto: Capturing the Friedmans - Una storia americana.
Prima o poi mi deciderò a dedicare un post all'allucinato viaggio nella distorta realtà dei Friedman e alla loro storia, ma per evitare di rubare un pò troppo la scena all'esordio nella fiction di questo interessante autore smetterò prima di cominciare: All the good things - evito perfino di pensare all'orrido titolo affibbiato a questa pellicola dai distributori italiani -, da par suo, si inserisce perfettamente nel filone Sundance style senza troppa spocchia che dalle mie parti è sempre ben accetto, sfruttando al meglio le doti dei suoi protagonisti - bravissimi sia Gosling che la Dunst, ma tanto di cappello anche al veterano Frank Langella - all'interno di uno script che ricorda - o vorrebbe ricordare - i più torbidi tra i thriller di matrice hitchcockiana con tanto di delitti (quasi) perfetti ed una famiglia in seno alla quale si annidano gli orrori più grandi che si possano concepire.
In questo senso, a partire dall'evocativo ed agghiacciante - con il senno di poi - titolo, per finire tra le pieghe del rapporto tra David e Katie, tutto nella pellicola di Jarecki pare puntare al proseguimento della ricerca dei "mostri" celati sotto i nostri caldi lettucci casalinghi nata con il già citato Capturing the Friedmans.
Certo, il regista appare ancora parzialmente spaesato di fronte ad una materia duttile come la fiction, e soprattutto nella seconda parte tende, almeno in parte, a perdersi, eppure il risultato finale è un convincente viaggio nel lato oscuro dei rapporti di coppia che per molti versi ricorda La fuga di Martha, nonostante la protagonista Katie si ritrovi, all'interno della sua storia con David, progressivamente sempre più sola in un dolore che non si limita alle botte o alla reiterata negazione di una maternità che è come un bisogno, ma ad una sorta di esilio che la porta lontana, per destino, dalla protagonista dell'altrettanto buon film firmato Sean Durkin, supportata da vicino - pur con le dovute difficoltà - dalla famiglia alla quale fa ritorno.
L'illusione di Katie, al contrario, pare legata a quel "All the good things" lasciato nel profondo del Vermont, e ad una relazione rimasta nel mondo ideale di quando, da adolescenti, pensiamo che l'amore della nostra vita sia perfetto, e pronto ad attenderci dietro l'angolo per condurci dove pensavamo che soltanto i sogni potessero arrivare: purtroppo per lei - e per molte donne nella stessa situazione -, il mondo costruito attorno a loro è ancora troppo legato ai giochi di potere tutti maschili che si consumano fin dalle gerarchie da focolare e si traducono in pericolosi disturbi della personalità - l'escalation violenta di David ed il suo rapporto con il padre ed il fratello è emblematica, in questo senso - per poter anche solo sperare che tutto possa rivelarsi un brutto sogno dal quale potersi svegliare nel momento in cui le cose dovessero andare in frantumi.
Come se la famiglia Marks non bastasse, ho avvertito come estremamente disturbante anche il personaggio del fratello di Katie, che pur trovandosi in più di un'occasione tra la sorella e David pare troppo timoroso per intervenire, anche quando la piega del rapporto tra i due pare evidentemente prendere una china decisamente pericolosa: testimonianza di una sorta di forma di rispetto per le scelte di Katie o di una vigliaccheria insita nell'Uomo, sicuramente molto prima e più che nella Donna, di cui lo stesso David è esempio lampante?
Jarecki non pare prendere una posizione precisa, mantenendo l'aspetto chirurgico - per non dire asettico - del documentarista esperto, concentrandosi soprattutto nel crescendo conclusivo sulla parte più prettamente crime della pellicola e della vicenda, finendo per togliere qualcosa - come già sottolineato - al risultato finale, nonostante l'ottima prova di Philiph Baker Hall, che molti di voi ricorderanno tra i protagonisti di Magnolia e Boogie nights, fondamentale per l'evoluzione del charachter di David nella sua versione più borderline nel ruolo del fido Malvern.
Il risultato potrà essere un ibrido incapace di rapire davvero il pubblico più pretenzioso così come quello occasionale,  eppure a mio parere resta la conferma di un talento evidente per l'esplorazione del lato oscuro della "normalità" di un regista che ha solo iniziato a farsi le ossa sul grande schermo e sul palcoscenico della fiction: con il dovuto spazio - e soprattutto la dovuta libertà - sentiremo di nuovo parlare di Andrew Jarecki.
E quando lo faremo, non sarà per stare meglio.


MrFord


"(Love bites, love bleeds)
It's bringin' me to my knees
(Love lives, love dies)
It's no surprise
(Love begs, love pleads)
It's what I need."
Def Leppard - "Love bites"-



venerdì 8 giugno 2012

Morte apparente

Autore: Thomas Enger
Origine: Norvegia
Anno: 2009 (in Italia 2011)
Editore: Iperborea



La trama (con parole mie): Henning Juul, giornalista con un fiuto da investigatore, da tempo vive come sospeso, annientato nel corpo e nello spirito dall'incendio che provocò la morte di suo figlio.
Cicatrici sulla pelle e nell'anima, torna al lavoro agli ordini di quella che era la sua giovane assistente per raccontare un efferato omicidio apparentemente rituale avvenuto sulla collina dell'Ekeberg, la cui vittima è una studentessa di Cinema amata ed ammirata da tutti.
Alla vita della ragazza e ai suoi progetti paiono essere legate a doppio filo le attività di un giovane immigrato pakistano coinvolto in loschi traffici con una banda di criminali chiamata Bad Boys Burning.
La polizia pare trovare proprio in quest'ultimo il colpevole ideale, ma Juul, risvegliando progressivamente le sue doti sopite anche per ricacciare indietro il dolore che continua ad attanagliarlo, scoprirà che le cose non sono come sembrano, e troverà la forza per arrivare in fondo alla vicenda e conquistarsi la spinta per far ripartire la sua vita.




A volte il problema più grosso di un romanzo - o di un film - risulta essere, di fatto, il modello che lo precede.
Thomas Enger ed il suo Morte apparente - primo di una serie di sei volumi - sono arrivati in casa Ford spinti dal consiglio di un collega, le ottime recensioni presenti sul web e lo sdoganamento del noir norvegese passato da queste parti per mano di Jo Nesbo, ormai uno degli autori di culto del sottoscritto: in realtà, tra tutti i pareri, quello che più si è rivelato vicino al mio giudizio finale è stato quello di Julez, che aveva già affrontato questo titolo lo scorso anno, praticamente appena uscì dalle nostre parti: quel "carino" che ha segna già il destino delle opere destinate a non fare breccia.
Come se questo non bastasse, ammetto che l'esordio ed i primi paragrafi siano stati una piccola sofferenza, considerata l'immagine ormai impressa nei miei occhi di lettore della Oslo di Harry Hole, eppure Enger si è dimostrato in grado di catturare l'attenzione quel tanto che basta da non farmi abbattere - allungando, di fatto, i tempi di lettura - e proseguire andando a scoprire quelli che, senza dubbio, sono un autore ed un personaggio potenzialmente molto interessanti, ma che per ora restano parcheggiati in un limbo "senza infamia e senza lode" principalmente perchè schiacciati inequivocabilmente dalla già citata premiata ditta Nesbo&Hole.
Henning Juul, arguto giornalista ed antieroe di questo futuro ciclo di romanzi, ha tutte le caratteristiche da "maledetto" che, di norma, decretano l'istantaneo successo di un personaggio: solitario, poco amichevole, ai margini nonostante il talento evidente, segnato nel corpo e nello spirito dall'incendio che l'ha sfigurato ed ha portato alla morte di suo figlio, devoto ad una madre tabagista e alcolizzata nonostante l'evidente odio della donna per lui, lontano dall'unica sorella e dall'ex moglie, ormai legata ad un suo collega.
Eppure, c'è qualcosa che stona, in questo quadro di disperazione e caos tipico del ramingo e malinconico personaggio da epopea noir, così come nell'intera vicenda narrata, legata a doppio filo ad un contesto estremamente intimo - l'amore, il movente principale della maggior parte degli omicidi -, ad un altro da crime story - traffico di droga, bande criminali - per chiudere con uno assolutamente sociale - l'integrazione e la religione -: una sorta di troppo che stroppia.
Perchè Henning Juul è vessato dal destino, ma al contrario del sempre mitico Harry Hole non è mai artefice della sua dannazione, e pare più una vittima sempre un pò troppo pura per entrare in reale empatia con il pubblico: a poco servono gli improperi contro il nuovo compagno dell'ex moglie, o qualche sommesso moto di ribellione rispetto all'ex assistente divenuta il suo capo nel lungo periodo della convalescenza che l'ha tenuto lontano dalla strada e dalla professione.
Gli stessi personaggi di contorno - se si escludono il poliziotto Brogeland e Anette, migliore amica della vittima - appaiono poco approfonditi, quasi l'autore avesse già la certezza di riuscire a pubblicare tutta la serie ancora prima di portare a termine questo primo capitolo, nonostante il protagonista e la vicenda, al contrario, diano l'impressione di essere grandi calderoni in cui Henger tende a buttare quanti più elementi possibile, finendo per perdere nell'insieme anche le idee più valide.
A peggiorare la situazione l'inutile colpo di scena finale - che ha provocato nel sottoscritto un moto di rabbia da bottigliate simile a quello dei film dal sequel telefonato -, che rovina un climax forse prevedibile ma indiscutibilmente ben costruito: resta dunque una lettura piacevole ma non imprescindibile, buona per quei periodi estivi in cui ci si cimenta con il classico thriller da ombrellone - in questo caso in una sua versione d'autore -, ma che non va oltre - almeno per il momento - dall'essere una sorta di fratellino molto, molto minore di un qualsiasi romanzo targato Nesbo.



MrFord


"All wet hey you might need a raincoat
shakedown dreams walking in broad daylight
three hun-dred six-ty five de-grees
burning down the house."
Talking heads - "Burning down the house" -


giovedì 5 aprile 2012

Cane mangia cane

Autore: Edward Bunker
Origine: Usa
Editore: Einaudi
Anno: 1995 (1999 in Italia)



La trama (con parole mie): Mad Dog McCain, Diesel Carson e Troy Cameron hanno più o meno la stessa età, e si conoscono dai tempi del riformatorio. I loro caratteri sono diversi almeno quanto le loro origini e fisicità, eppure, dai primi reati minori al carcere duro, hanno imparato - con fatica - a rispettarsi l'un l'altro.
Quando Troy esce finalmente dalla prigione, i suoi due vecchi compagni sono in attesa fervente di quello che è in tutto e per tutto il loro leader in modo da iniziare una nuova serie di colpi insieme: la particolarità delle rapine sarà data dal fatto che, tramite i contatti dello stesso Troy, i tre si occuperanno di alleggerire trafficanti di droga ed esponenti del mondo criminale, riducendo così a zero il rischio di intervento delle forze dell'ordine.
Le tensioni, però, continuano a crescere, complice la volontà di Troy e Diesel di guadagnare abbastanza per ritirarsi e la follia irrequieta di Mad Dog: senza contare che su ognuno di loro grava come un macigno il rischio potenziale della terza condanna, che si traduce come carcere a vita assicurato.




Da troppo tempo il vecchio Bunk non faceva capolino in casa Ford.
Precisamente, l'ultima lettura di uno degli autori di riferimento del crime novel moderno risaliva a quasi due anni fa, con l'autobiografia Educazione di una canaglia
Così, anche considerato che era l'ultimo suo titolo pubblicato che mi mancava di affrontare, ho deciso di buttarmi su Cane mangia cane, romanzo consigliatissimo dal mio fratellino Dembo che nelle sue prime pagine è riuscito a lasciarmi sbigottito: sarà che sono sempre stato abituato, leggendo i romanzi del Mr. Blue delle iene tarantiniane, a ritrovarlo specchiato nel suo protagonista - normalmente un tizio solitario - e a mostrare tutto il lato umano del crimine, sarà che non mi aspettavo che l'autore scegliesse di gestire quasi allo stesso livello tre protagonisti, sarà che i primi capitoli dedicati a Mad dog McCain sfoderano un personaggio in grado di apparire disgustoso quanto i peggiori villains della mia storia di lettore, ma qualcosa pareva si fosse incrinato, nel mio rapporto di lettore con Bunker, tanto da far emergere un certo dispiacere rispetto al fatto che la mia ultima lettura del granitico Ed poteva rivelarsi in qualche modo una delusione.
Ma, nonostante lo conoscessi a menadito, avevo sottovalutato l'ex detenuto, romanziere, attore e sceneggiatore: perchè pagina dopo pagina, ritratto dopo ritratto, Bunk sfodera tre personaggi profondi e passionali, arrabbiati e cattivi eppure umani e fragili, ed un crescendo finale che pare una poesia di morte, proiettili e speranze perdute.
Nel mondo di Mad dog, Diesel e Troy, infatti, non esiste nulla che possa essere paragonato ad un sogno: fin da ragazzini, quelli come loro sono dati in pasto ad un sistema in grado di renderli sempre più aggressivi, sempre più assetati di una vendetta che è quasi un dovere, vista dal loro lato della barricata.
Straordinario, nel corso della vicenda, assistere al sezionamento della solitudine di McCain, dai tempi del riformatorio costretto a lasciare che la follia prendesse il timone della sua nave in modo da difendersi dai tipi più grossi e minacciosi di lui: una solitudine che diviene psicosi ed espressione di violenza, e che non guarda in faccia a niente e a nessuno, tranne a Troy.
Accanto, il desiderio di una vita normale di Diesel, ex pugile e gigantesco combattente in grado di vincere la sua battaglia più importante: quella di superare il periodo della libertà vigilata e tornare ad essere un cittadino come gli altri, senza mai dimenticare di mostrare con fierezza i tatuaggi in blu tipici dei carcerati.
E poi, Troy: Troy che nasce ricco, intelligente ed acuto. Troy la cui vita pare in discesa, fino al tentativo di uccidere il padre per difendere la madre ed il tradimento della stessa, prima di essere consegnato ufficialmente al sistema.
Uscirne è difficile, Bunker lo sa bene. Troy, in qualche modo, è quello che gli somiglia di più.
O quello che gli sarebbe somigliato se la scrittura ed il Cinema non l'avessero salvato.
Troy in guerra con il mondo e la società. Troy che non riconosce Dio, ma Dostoevskij.
Troy che non ha paura. Troy che rispetta il codice del crimine.
Lui, Mad dog e Diesel sono criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, chi è davvero innocente?
La zia di Mad dog con i suoi maltrattamenti ad un bambino destinato a divenire uno psicopatico? La madre di Troy la paura di suo marito? La moglie di Diesel, con le sue lamentele che finiscono quando arrivano i soldi per la macchina nuova?
Certo: nessuno che stia da questa parte della barricata ha mai compiuto una rapina a mano armata, un rapimento o un omicidio. Stiamo parlando, del resto, di criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, la Legge ha imposto che lo diventassero ancora di più: l'assurda regolamentazione made in Usa delle tre condanne - chiaramente contestata dall'autore -, in grado di trasformare taccheggiatori in aspiranti assassini, è una delle più assurde forme di repressione che mi sia capitato di osservare applicata, e rappresenta il fantasma che incombe con la sua inquietante presenza su Diesel e Troy in particolare, pronti ad uccidere e morire piuttosto che tornare per l'ultima volta dietro le sbarre.
Ma andando oltre la riflessione sulle legislazioni statunitensi e le parti prevalentemente action e crime del romanzo, è con l'escalation finale che Cane mangia cane arriva a sfiorare le vette raggiunte dal suo autore con Little boy blue ed il mio favorito Come una bestia feroce: i destini dei tre compagni, giocati come in una partita a carte con il Destino, sfuggono alle mani più clamorose per finire all'aria di fronte alla banalità del caso, giunta attraverso due errori di persona.
E se il primo, che scatena le paranoie di Mad dog, è figlio di quelle stesse regole del crimine che Troy si troverà costretto ad infrangere, il secondo, passato attraverso un ometto impaurito e cattivo, eppure perfettamente a norma di legge, ha dell'assurdo, e mostra tutta l'umanità dei questi criminali incalliti e colpevoli: la corsa di Diesel ed il viaggio della speranza di Troy, il reverendo e sua moglie, i poliziotti ed il direttore del supermercato riportano alla mente la necessità di potere del Libanese, la rabbia del Bufalo e la voglia di rivalsa del Dandi in Romanzo criminale: la nostra natura - e Dostoevskij lo sapeva bene, essendo a sua volta stato condannato a morte e graziato ad un passo dal patibolo - è malvagia e terribile, ma è nutrita da un sistema e da una società che aumenta la distanza tra i due lati della barricata, e non lascia soluzione se non il conflitto.
E una guerra, si sa, lascia cicatrici profonde e terribili. Sempre che le si sopravviva.
Mad dog, Diesel e Troy sono vittime di questa guerra: nessuno negherà mai le loro colpe, eppure c'è qualcosa che impedisce di non vedere tutta la genuinità straziante della loro disperazione sputata in faccia ad un mondo che, a ben vedere, non li ha mai voluti.
Non posso giustificare le loro azioni - a tratti agghiaccianti - ma, ripensando alla storia di Bunker, alla sua prosa potente e alla tecnica sorprendente - più volte, nel corso di questo romanzo, ho pensato al montaggio alternato cinematografico applicato alla letteratura - non posso che attribuire a questi tre personaggi un rispetto che forse qualcuno non capirà, o troverà assolutamente assurdo, ma non loro stessi.
E non il vecchio Bunk.
Ed è questo quello che conta.


MrFord


"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think that I'll be different when you're through?
You bend my heart and mind and you warp my soul,
your stone walls turn my blood a little cold."
Johnny Cash - "San Quentin" -


 

mercoledì 29 febbraio 2012

La gabbia delle scimmie

Autore: Victor Gischler
Origine: Usa
Editore: Meridiano Zero
Anno: 2001 (in Italia 2010)


La trama (con parole mie): Charlie Swift è un gangster di Orlando, Florida. E' l'uomo di fiducia del vecchio Stan, boss ottantenne vecchio stampo per il quale il killer lavora da tutta una vita. Ha un fratello minore, Danny, che ha mollato l'università e vorrebbe come lui fare parte del manipolo della gabbia delle scimmie, la gang che Charlie comanda, una madre che si preoccupa ed una donna appena conosciuta - l'ex moglie di un tizio che ha accoppato - che gli piace davvero.
Tutto funziona, fino a quando entra in gioco Beggar Johnston, che da Miami decide che è arrivato il momento di prendersi una fetta del mercato di Stan. 
Una fetta consistente. In parole povere, tutto quanto.
Charlie, scampato al massacro dei suoi, si troverà (quasi) solo ad affrontare la gang rivale, l'FBI, il passato, il futuro ed un sacco di domande senza risposta.
Domande che necessitano di un pò di piombo per essere archiviate tra le pratiche di un tempo prima di costruirsi una nuova vita.





Che Victor Gischler fosse un tipo cazzuto, frutto fatto e finito della scuola Lansdale, già era noto in casa Ford dai tempi di Notte di sangue a Coyote Crossing, nella mia personale top ten dei romanzi dello scorso anno.
Con La gabbia delle scimmie ho riscoperto la sua opera prima, un romanzo secco e frastornante come un diretto in pieno viso, pervaso dallo spirito pulp che guidò la rivoluzione cinematografica di Tarantino e dall'ironia guascona dei due eroi principali dell'appena citato Lansdale, Hap e Leonard: certo, non siamo di fronte ad un miracolo della pagina scritta, o a qualcosa di innovativo e clamoroso, eppure la vicenda di Charlie Swift - che per tutta la durata della vicenda mi ha ricordato Jason Statham - riesce nell'intento di avvincere, divertire ed incollare alla pagina senza troppo impegno dall'incipit all'epilogo, scorrendo così rapido da non avere mai l'impressione di un momento di stanca del suo autore, che certo non passerà alla storia come il più raffinato dei narratori ma che confeziona un prodotto onesto e dallo spirito clamorosamente simile a quello dei siparietti che nel pieno degli anni novanta lasciarono a bocca aperta molti fan della settima arte segnandoli per sempre grazie a due personaggi di nome Vincent e Jules, in particolare nel corso di una vicenda più nota come "La situazione Bonnie".
In questo senso ho trovato clamorosamente coinvolgente e spassosa tutta la parte centrale, in cui il buon vecchio Charlie, ritrovato uno dei suoi vecchi compagni come lui scampato all'eccidio si fa carico della missione di scovare il traditore e scoprire dove si trova e se è ancora in vita il vecchio Stan, suo padre putativo e boss: il loro peregrinare nell'entroterra della Florida fatta di città costruite attorno ai centri commerciali, in bilico tra le paludi e l'oceano, è riuscito quasi a colmare la nostalgia che continuo a provare rispetto ai momenti magici dei due eroi lansdaliani per eccellenza che smetto di citare giusto perchè altrimenti ogni post ad argomento letterario finisce per diventare un tributo a loro.
Certo, la risoluzione della trama è alquanto prevedibile, e non ci sono mai veri e propri colpi di scena, lo stile è più acerbo di quello mostrato in Notte di sangue a Coyote Crossing - giustamente, essendo quella la sua ultima fatica, fumetti esclusi -, molti personaggi tagliati con l'accetta e clamorosamente stereotipati, eppure tutto funziona, anche quando non sono presenti all'appello lampi di genio di quelli cui potrebbero abituarci un Winslow o un Nesbo.
La prosa di Gischler è tutta lì, nuda e cruda, pane e salame, così come la vicenda e la lotta per la sopravvivenza di Charlie Swift, un "buon selvaggio" che pare il ritratto sputato dei criminali tutti d'un pezzo del Cinema figlio del noir più classico, esplosivo eppure tenero, letale eppure protettivo, glaciale eppure ribollente rabbia e passione.
Un tipo che sarebbe potuto piacere a Mickey Spillane e al suo Mike Hammer, che si arrangia come può e con quello che ha, perchè sa bene quali sono i suoi pregi e limiti, e chissà che un giorno non possa smettere per dedicarsi a viaggi che fino a quel momento, tra sangue, proiettili e loschi affari, ha potuto soltanto sognare grazie alla collezione di National Geographic lasciata in eredità da suo padre.
Quello che dovrà fare il vecchio Charlie è stare in campana.
Perchè quando il sogno suonerà alla porta, non potrà fare altro che aprire, o rischiare di restare chiuso per sempre in una gabbia.
La gabbia delle scimmie.
Lo stesso posto in cui è cresciuto.
Lo stesso posto in cui è diventato uomo.
Lo stesso posto che gli ha insegnato ad uccidere.
E forse, dalla morte, gli insegnerà anche a vivere.


MrFord


"You wired me awake
and hit me with a hand of broken nails
you tied my lead and pulled my chain
to watch my blood begin to boil
but I'm gonna break
I'm gonna break my
I'm gonna break my rusty cage and run."
Soundgarden - "Rusty cage" - 
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