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domenica 12 giugno 2016

Racconti agghiaccianti

Autore: Gustav Meyrink
Origine: Austria
Anno: 1993
Editore: Newton






La trama (con parole mie): attraverso undici racconti ambientati tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, andiamo alla scoperta di mondi lontani e terrificanti, incubi pronti ad invadere la realtà, follia e vendetta, amore e morte, esoterismo e cosmici orrori.
Gustav Meyrink, autore di riferimento del genere per l'epoca grazie a Il golem, conduce il lettore attraverso un viaggio che tocca elementi mistici e la materia di cui sono fatti gli incubi, da Il gabinetto delle figure di cera a L'anello di Saturno, passando per Danza macabra ed Il segreto del castello di Hathaway e La maschera di gesso: piccole chicche pronte a seminare quello che verrà raccolto dall'horror mistico e non nel secolo successivo, e ad influenzare la produzione di autori anche più noti.










Quando si chiude una lettura epica come quella che è stata Il cartello, si ha sempre bisogno di un pò di decompressione, se non altro per evitare che il romanzo successivo nella lista finisca inesorabilmente schiacciato dal confronto con quello appena terminato: Winslow alle spalle, dunque, per stemperare la carica accumulata con le vicende di Keller e soci, ho deciso di fare un salto indietro nel tempo recuperando dalla libreria un volumetto appartenente alla mitica collana "100 pagine, 1000 lire" che fu una vera e propria manna per la mia adolescenza, una raccolta di undici racconti firmati da Gustav Meyrink, una sorta di fratellino di Edgar Allan Poe passato alla Storia principalmente per aver portato su carta una delle fiabe nere più note dell'horror gotico, Il golem.
Per quanto rapido nella lettura, comunque, ammetto di aver fatto una fatica notevole ad adattarmi alla traduzione "aulica" dopo anni di letture contemporanee, e di essermi chiesto in più di un'occasione per quale motivo non esista un editore che abbia il coraggio di riadattare e presentare con nuove traduzioni anche opere che ormai cominciano ad avere i loro quasi duecento anni: ad ogni modo, e conscio del fatto che si trattasse di una lettura riempitivo fatta di racconti di non più di sette/otto pagine l'uno, devo ammettere di aver rivisto in Meyrink e nelle idee alla base di questi suoi piccoli gioielli molta della magia che, ai tempi, avevo respirato grazie a Poe, forse con una base più legata all'esoterismo che non all'orrore ed al terrore veri e propri.
Dal quasi spassoso La maschera di gesso che apre la raccolta raccontando una storia di vendetta tra due vecchi rivali in amore che si sono succeduti alla guida di una sorta di loggia massonica fino ai misteriosi L'anello di Saturno e Danza macabra - che, invece, chiude la selezione -, passando per Castroglobina, che sfiora invece le atmosfere della distopia da contagio in pieno stile Walking Dead o simili, è indubbio quanto Meyrink fosse proiettato verso il futuro, spinto da visioni che, a tratti, paiono avanti anche rispetto a produzioni horror da grande schermo attuali: come fu per Lovecraft, poi, è evidente quanto il fascino di questa materia influisse sull'autore, che, si dice, fu distolto da propositi suicidi proprio grazie alla lettura di un opuscolo che trattava l'esoterismo ed i suoi effetti ed applicazioni.
Dovendo, comunque, scegliere un racconto più rappresentativo di altri, personalmente opto per Il gabinetto delle figure di cera, che a prescindere dall'evoluzione della vicenda - la "sfida" lanciata da tre avventurieri ad una sorta di stregone a capo di un misterioso "circo degli orrori" - rievoca atmosfere che mescolano, oltre all'orrore classico ed al già citato esoterismo, elementi che cinematograficamente si ritrovano in produzioni come Freaks o The elephant man, legate al fascino distorto dei freak show, per l'appunto, che imperversavano all'epoca.
Terminata la lettura, e tornato "a riveder le stelle" dopo questa carrellata di incubi, devo ammettere che Racconti agghiaccianti ha svolto bene il suo compito: considerata la mia lunga carriera di fruitore del genere, sono ben contento così.





MrFord





"Feel your spirit rise with the breeze
feel your body falling to it's knees
sleeping wall of remorse
turns your body to a corpse
turns your body to a corpse
turns your body to a corpse
sleeping wall of remorse
turns your body to a corpse."
Black Sabbath - "Behind the wall of sleep" - 






domenica 13 dicembre 2015

Tales of Halloween

Regia: Vari
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): la notte di Halloween, una delle più inquietanti ed affascinanti festività che si celebrano in tutto il mondo, da sempre è ispiratrice di racconti, fiabe, incubi e tutto quello che è possibile concepire per spaventare. Dieci autori per dieci storie forniscono dunque la loro interpretazione della Notte delle streghe in bilico tra ironia, macabro, orrore e gore, senza fare sconti a nessuno.
Leggende che prendono vita, sogni divenuti incubi, scherzi spietati, maledizioni, alieni e mostri si susseguono pronti a mettere alle strette chiunque sia disposto a trascorrere una notte di terrore davanti al fuoco o nascosto sotto il letto, sperando che l'entità di turno possa passare oltre o accontentarsi dell'offerta ricevuta.










Fin dai tempi ormai lontani dell'infanzia, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, pronto a buttarsi a capofitto in visioni potenzialmente sempre più spaventose o divertenti, considerato il legame molto stretto che, a mio parere, corre tra il Cinema d'orrore e l'ironia nera - si pensi all'opera di registi come Sam Raimi o il primo Peter Jackson, per avere un'idea -.
Di recente - e pur se in ritardo sulla festività - ho scoperto dell'esistenza di questa antologia firmata da dieci autori dediti allo spavento ed ai suoi surrogati preoccupandomi da subito di tentare la visione, spinto anche dall'esperimento comunque riuscito, difetti compresi, di Storie pazzesche, passato non troppo tempo fa su questi schermi.
Il risultato è stato senza dubbio divertente ed ottimo per l'intrattenimento in una serata post-lavorativa dai tempi stretti, anche se qualitativamente molto divergente da un episodio all'altro: si apre con Sweet Tooth, firmato da Dave Parker, divertente e nerissima favola di Halloween legata all'ingordigia ed all'avidità degli adulti rispetto ai bambini splatter e violenta quanto basta, con un ottimo mostro e decisamente ironica; si prosegue con The night Billy raised hell, affresco più che spassoso legato al destino di un bimbo timido e poco coraggioso pronto a diventare l'esperimento di un demone goliardico; il terzo episodio, Trick, che ribalta la percezione dello stesso grazie ad un finale strepitoso, pronto a collocarlo tra i più interessanti del novero e che inviterei a vedere anche chi, con il genere, c'entra ben poco; al quarto capitolo dell'antologia, con The weak and the wicked, la qualità comincia a scendere, tolta l'ottima creatura che compare sull'epilogo e che ricorda molto quelle create da Del Toro per Il labirinto del fauno; Grim Grinning Ghost, il numero cinque, non aggiunge nulla di nuovo, e ripesca in chiave ghost story l'antico mito che intima alla vittima di non voltarsi indietro per osservare chi abbia alle spalle, pena la morte, di fatto tenendosi sugli stessi livelli del precedente; con Lucky McKee ed il sesto episodio, Ding dong, lo standard torna - e non poco - ad alzarsi grazie al delirio visivo e mentale di una mitica Pollyanna McIntosh che regala al pubblico il personaggio più interessante della raccolta insieme al demone di The night Billy raised hell; a seguire, giusto per allentare la tensione, un episodio diretto da John Skipp che si fa beffe del buon vicinato e dei preparativi per la festività celebrata dalla pellicola, divertente ma poco altro; il numero otto, Friday the 31st, è a mio parere il peggiore della decina, un omaggio agli slasher mescolato ai film di fantascienza anni ottanta che dovrebbe far ridere e che, al contrario, mette solo una grande tristezza, oltre che essere presentato in maniera davvero ridicola, e non nel senso buono; il penultimo,The ransom of Rusty Rex, che vede la partecipazione di John Landis, risulta ironico quanto basta per ricordare i primi episodi, e quantomeno riesce a far dimenticare i limiti del precedente; si chiude con Neil Marshall, mostro sacro da queste parti, che tira i fili dell'intera operazione e quasi realizza un pilota per quello che potrebbe essere un suo futuro lavoro. Onestamente, per quanto interessante, mi aspettavo di più, dall'autore di The descent, ma non mi posso lamentare.
Nel complesso questa antologia, con tutti i suoi limiti, è riuscita senza dubbio a celebrare nel migliore dei modi la Notte delle Streghe e regalare quantomeno un paio di momenti non banali: non sarà certo indicata per i non appassionati, o cruenta quanto il divieto ai diciotto per l'Italia pare presagire, ma resta un divertissement che, almeno a tratti, soddisfa la sete di sangue e terrore che il giorno più spaventoso dell'anno giustamente richiede.






MrFord






"Bonfires burning bright pumpkin faces in the night i remember halloween dead cats hanging from poles little dead are out in droves i remember halloween brown leaved vertigo where skeletal life is known i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween halloween, halloween, halloween, halloween candy apples and razor blades little dead are soon in graves i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween, halloween, halloween, halloween halloween, halloween, halloween, halloween."
Misfits - "Halloween" -







venerdì 24 ottobre 2014

I funerali della Mamà Grande

Autore: Gabriel Garcia Marquez
Origine: Colombia
Anno: 1962
Editore: Mondadori





La trama (con parole mie): attorno a Macondo, leggendario villaggio che ospiterà - anche se, temporalmente, qui ci ritroviamo decine di anni dopo quelle vicende - la storia dei Buendia di Cent'anni di solitudine, ruota un piccolo universo di umanità, miserie, vite spezzate e sogni vissuti ed infranti tipico della ribollente esistenza di noi ospiti della Terra.
Otto racconti illustrano altrettante storie unite dalla località in cui si svolgono, bagnate dal sudore di un caldo soffocante, visioni mistiche e profonda ed impietosa realtà: e dall'orgoglio della madre di un giovane ladro ucciso ai funerali in pompa magna della Mamà Grande, la più grande proprietaria terriera della zona, assistiamo alla costruzione di quelle che saranno le fondamenta dell'immaginario e dello stile di uno dei più grandi Autori del novecento.








Senza dubbio Garcia Marquez è stato uno degli Autori fondamentali della formazione di lettore e non solo del sottoscritto fin dai tempi della prima superiore, quando Cent'anni di solitudine mi lasciò senza parole, come ipnotizzato dalla bellezza struggente del realismo sfrenato che incontra la forza dei sogni e della passione.
Da anni, però, il buon vecchio Gabo non faceva capolino da queste parti - se non per la versione in una sola tavola a fumetti alla quale lavorai con un mio vecchio compare disegnatore e non solo, leggasi Tom, che prevedeva una riduzione proprio dell'opera più famosa dello scrittore colombiano -, e per celebrare in qualche modo la sua recente scomparsa ho deciso di recuperare dalla libreria un volumetto di racconti che, ai tempi, ricevetti in regalo da mio padre - che nella sua vita avrà letto si e no una decina di libri - nel mio periodo di pieno fervore letterario.
In realtà le otto piccole perle che compaiono in questa raccolta furono portate sulla pagina da Marquez prima ancora che venisse iniziata la stesura di quello che è universalmente noto e celebrato come il suo Capolavoro, nonostante molti riferimenti allo stesso siano già presenti - l'ambientazione a Macondo, successiva alle vicende dei Buendia, e le numerose citazioni di Aureliano -, quando ancora il vecchio Gabriel non era considerato come uno dei nomi più importanti della Letteratura moderna e, neppure trentenne, si affacciava solo in parte sulla scena internazionale.
Benchè in una certa misura acerbi e privi di una direzione precisa, comunque, i brevi scritti de I funerali della Mamà Grande mostrano già il talento assolutamente gigantesco di questo narratore, al quale basta una singola frase per mandare al tappeto senza possibilità di replica - ed in questo caso mi ricorda molto un altro grande, Fabrizio De Andrè, che in qualche modo potrebbe essergli associato anche nell'approccio alla materia umana - e che sfodera momenti assolutamente magici come quelli legati alla madre e alla figlia in treno nel primo racconto o alle visioni del parroco di Macondo della venuta dell'Ebreo errante, in grado di coesistere in un universo di parole tanto articolato e complesso quanto semplice, diretto e di pancia.
I ricordi dell'infanzia ad Atacama del romanziere si mescolano dunque alla materia "di cui sono fatti i sogni" regalando al lettore un viaggio vero e proprio grazie al quale non solo è possibile confrontarsi con le anime umane in molte delle loro sfumature - siano essere bieche o salvifiche -, ma anche osservare quanta magia può nascondersi anche nel quotidiano: e dal costruttore di gabbie per uccelli pronto a regalare ad un bambino capriccioso figlio di un potente la sua opera migliore alla Mamà Grande, celebrata da un Paese intero - e non solo - nell'ultimo racconto, assistiamo partecipi ad una parata di miseria e nobiltà, calore passionale e fredda solitudine, sudore e sangue, voracità e volontà di illuminazione quasi ascetica.
Come per magia, tra queste pagine, si finisce per ritrovarsi su un'amaca, nel pieno della siesta in un pomeriggio ardente nel cuore dell'America Latina, o all'ombra di stanze che custodiscono segreti e generazioni di Storia, o tra le lenzuola del letto di una donna che potrebbe rubarci il cuore o imprigionarci per sempre in una gabbia neppure troppo dorata: questa è la magia di cui è capace un narratore di razza, che per quanto ancora non all'apice della sua maturità ipnotizza come pochi altri hanno saputo, sanno e sapranno mai fare.
Nelle sua parole coesistono la forza dell'esperienza e l'arte del sogno.
E non è un binomio facile da incontrare: che si tratti delle strade polverose di Macondo, nel pieno di una visione apocalittica, all'apice di un orgasmo o tra le braccia avvolgenti dei ricordi di una vita intera.




MrFord



 
"Che ci fanno queste anime
davanti alla chiesa
questa gente divisa
questa storia sospesa
a misura di braccio
a distanza di offesa
che alla pace si pensa
che la pace si sfiora."
Fabrizio De Andrè - "Desamistade" - 






domenica 1 dicembre 2013

Una coppia perfetta - I racconti di Hap e Leonard

Autore: Joe R. Lansdale
Origine: USA
Anno: 2013
Editore: Einaudi




La trama (con parole mie): Hap e Leonard, protagonisti di una serie splendida di romanzi a metà tra l'action, la crime story e le cronache di un'amicizia, tornano per i loro più accaniti fan in una piccola raccolta che contiene tre racconti scritti da Lansdale nelle pause intercorse tra un episodio e l'altro della loro saga.
Nel primo, Le iene, i nostri si troveranno a dover regolare i conti con una banda di rapinatori pronti a calpestare chiunque si ponga tra loro ed il bottino; nel secondo, Veil in visita, osserveremo da vicino uno dei processi che dovette affrontare Leonard ai tempi dei ripetuti incendi appiccati alla casa nel suo quartiere divenuta un ritrovo di spacciatori di crack, mentre nel terzo, Una mira infallibile, un caso di routine per i due improvvisati investigatori si rivelerà un complicato affare legato a doppio filo alla Dixie Mafia.






Come ogni avventore del Saloon che si rispetti ben sa, Joe Lansdale e le sue creature per eccellenza Hap Collins e Leonard Pine sono tra i fordiani onorari più amati dal sottoscritto, accanito sostenitore di tutte le loro avventure nonchè di questo prolifico e straordinario autore che, continuerò a ripeterlo e ribadirlo, è una delle persone più disponibili, alla mano e pane e salame che abbia mai conosciuto nel corso della vita.
A quasi tre anni di distanza da Devil red - ultimo romanzo della serie dedicata ai due improvvisati investigatori -, per placare la sete dei fan in attesa di un nuovo capitolo Einaudi rispolvera tre racconti che si pongono idealmente nei raccordi che intercorrono - almeno a mio parere - tra Mucho mojo e Il mambo degli orsi - Veil in visita -, Rumble tumble e Capitani oltraggiosi - Le iene -, Sotto un cielo cremisi ed il già citato Devil red - Una mira infallibile -: ritrovare i due duri dal cuore tenero Hap e Leonard, con le loro battute, i biscotti alla vaniglia e la voglia di raddrizzare i torti è sempre un piacere, anche se l'impressione che ho avuto leggendo questa raccolta è stata quella di aver ricevuto una sorta di palliativo da parte dell'editore, inutile a placare la sete del sottoscritto rispetto ad una nuova, vera, sulla lunga distanza avventura di due dei protagonisti letterari che ho più amato nel corso della vita.
Certo, il divertimento e le botte non mancano, l'incipit de Le iene e la descrizione del pestaggio operato da Leonard all'indirizzo dei bellimbusti avventori di un locale colpevoli di avergli dato della checca - solo perchè lo stesso Leonard aveva molto delicatamente deciso di concedere delle avances ad uno di loro - sono da urlo, eppure manca la sostanza cui il vecchio Joe ha abituato i suoi lettori più fedeli, nonostante nell'ultimo - e più recente - racconto l'idea di Hap e della compagna Brett di sposarsi e provare ad avere dei figli - decisamente interessante anche il riferimento alla fecondazione assistita, argomento spesso e volentieri ignorato eppure tremendamente attuale - potrebbe fornire uno spunto decisamente importante per l'evoluzione delle vicende dei due antieroi, partiti neppure trentacinquenni con Una stagione selvaggia ed ormai giunti ai cinquanta animati dal desiderio di mettere in qualche modo radici e togliersi, per quanto possibile, dai guai in cui sono soliti tuffarsi per mettere una pezza alle situazioni in cui qualche stronzo cerca di  farsi valere su chi, per un motivo o per un altro, si ritrova incapace di reagire.
Il resto è materia solo ed esclusivamente per i fan della prima ora, che senza dubbio saranno felici di vedere Hap impartire sonore lezioni agli spacconi di turno sia a mani nude che grazie alla sua impareggiabile mira e Leonard sfoderare il suo campionario completo di cinismo ed ironia pungente - oltre al consueto bagaglio di cazzotti, ovviamente -: se non doveste conoscere i personaggi o la loro storia, però, fossi in voi partirei proprio dai romanzi che li hanno resi famosi - e Lansdale uno dei più celebrati autori crime statunitensi -, perchè imbattersi come prima cosa in una raccolta come questa non solo rischierebbe di fare apparire tutto meno interessante di quanto non sia in realtà, ma soprattutto di trasmettere la straniante sensazione di essere entrati in sala a metà proiezione, senza avere la minima idea di quali possano essere i rapporti tra Hap e Leonard, i loro trascorsi con la legge, il loro background ed il ruolo che personaggi come Brett, Marvin o Jim Bob hanno avuto nella loro storia.
Dunque ho apprezzato come un divertissement puro e semplice questa lettura, ma passo oltre ed attendo al varco Joe per il nuovo capitolo delle avventure di Hap e Leonard, che penso proprio sia ora che l'autore texano tiri fuori dal cilindro in modo da soddisfare la sete di azione, cameratismo ed avventura che molti suoi lettori - ed il sottoscritto in testa - stanno accumulando da troppo tempo: e se è pur vero che questi due inossidabili charachters invecchiati con il loro autore dovranno prima o poi conoscere la fine delle loro scorribande, sarei curioso in ogni caso di vederli alle prese anche solo con vicende assolutamente "normali".
In fondo, Lansdale si è sempre dimostrato un romanziere di talento anche quando si è trattato di raccontare la quotidianità e le piccole imprese che rendono grandi esistenze che, nell'imperscrutabile disegno del mondo, appaiono ai margini, e mostrare tutta la forza degli outsiders che ne sono protagonisti.
E la premiata ditta Collins&Pine è il baluardo più strenuo che si erge a difesa degli stessi.


MrFord


"Warm winds blowing
heating blue sky
and a road that goes forever
I'm going to Texas."
Chris Rea - "Texas" -


mercoledì 27 marzo 2013

Altri libertini

Autore: Pier Vittorio Tondelli
Origine: Italia
Anno: 1980
Editore: Feltrinelli




La trama (con parole mie): sei racconti che, dal cuore pulsante dell'Emilia, guardano a Bologna, Milano, l'Europa negli anni delle contestazioni, gioventù ribelli e ribollenti che si forgiano in bilico tra amori, sesso, droga, viaggi, gioie e dolori.
Il ritratto naif e passionale di una generazione che si gioca tutto giorno per giorno ed esprime il suo sapere attraverso la sete di esperienza più che di nozioni, e prende forma grazie ai protagonisti di storie che si incrociano e rimbalzano e pulsano neanche fossero le nostre.
Dagli sperduti posti ristoro della Bassa a Bruxelles, da Piazza Grande a Correggio, stagioni irripetibili come soltanto quelle della nostra formazione sanno e possono essere: la primavera e l'estate della vita nella loro massima espressione di desiderio.




A volte capita che si incroci il cammino di un autore in grado, fin da subito – o quasi – di apparirci come familiare, vicino, quasi avessimo condiviso con lui grandi bevute, mangiate, nottate, o uno di quei viaggi della perdizione – o del ritrovamento di se stessi – tipici dei periodi della vita in cui abbiamo bisogno, in qualche modo, di ricominciare.
Avevo già sentito parlare di Pier Vittorio Tondelli, uno dei “ragazzi perduti” della generazione di grandi artisti che il fermento degli anni settanta produsse attorno a Bologna – un po’ come Andrea Pazienza, per citarne un altro dalla genialità e dal destino simili a quelli dello scrittore di Correggio – sia nella blogosfera – Zio Scriba ne è l’esempio più clamoroso – che tra amici, ma è stato mio fratello ad introdurmi nel suo mondo: da anni, infatti, per il Ford più giovane il buon Tondelli è un idolo consolidato ed indiscusso, una specie di Rino Gaetano della letteratura che, partendo dal naif, riesce ad aprire un mondo al lettore fatto di viaggi e sogni radicati profondamente nel quotidiano.
Con questo Altri libertini è iniziata dunque la mia scoperta di un vero e proprio spirito affine, un compagno di brindisi che, come il sottoscritto, crede profondamente nell’esperienza come maestra di vita nonché modo migliore per mettere a frutto quelli che possono essere stati gli insegnamenti raccolti nel corso dei nostri anni e della strada percorsa fino ad ora.
Se, infatti, con i primi due racconti l’impressione avuta era quella di una sorta di antologia un po’ nostalgica di un periodo sicuramente più caotico di questo ma anche più sanguigno e magico – una sorta di Amarcord felliniano da strafatti -, con il terzo – chiamato proprio Il viaggio – l’intero lavoro assume una dimensione ed uno spessore clamorosamente grandi, riuscendo a parlare direttamente al cuore di quel momento della vita in cui tutto è ancora da scrivere, e se non finisci male può anche darsi che alla fine lo scriverai, in un modo o nell’altro, quanto e più di romanzi generazionali come Il giovane Holden o Siddartha.
Le peripezie vissute dal protagonista accanto al quasi inseparabile amico Gigi tra Bruxelles, Milano e Correggio, o la storia con Dilo, studente romano conosciuto a Bologna suonano non tanto come i manifesti dell’epoca delle grandi contestazioni, quanto come la fotografia di un’esistenza che prende forma, semplice e magica come soltanto la vita vissuta può e deve essere: in uno dei passaggi fondamentali del racconto, proprio in un confronto con Gigi, l’alter ego dell’autore confessa “la scuola si sistemerà solo quando non ci sarà più: ho imparato più da un pompino che da vent’anni di esami”.
Lo spirito di Tondelli è tutto qui.
Vivi, a fondo e il più possibile, annusando l’aria in cerca del tuo odore e viaggiando veloce per scappare dagli scoramenti – come nel meraviglioso racconto di chiusura, Autobahn, che ricorda l’altrettanto stupendo pezzo dei Kraftwerk – che il mondo riserva e riserverà sempre: in questo modo anche il destino, a volte, ti verrà incontro allungandoti una mano, e non per piazzare uno schiaffo. Anzi, potrebbe essere che ci scappi un colpo di fortuna, dei soldi piovuti nel parcheggio di un posto di ristoro o una scopata liberatoria, o la forza di tutta quella magia della Bassa che rese grande il già citato Fellini e avrebbe fatto la fortuna di un altro noto abitante di Correggio qualche anno dopo, Luciano Ligabue, che pare aver costruito i suoi primi dischi – quelli belli, per intenderci – proprio su figure come quella del troppo presto scomparso Pier Vittorio.
Perché troppo presto se n’è andato davvero, questo ragazzaccio assetato di vita.
Eppure di una cosa sono certo, nonostante abbia affrontato soltanto uno dei suoi lavori: lo scoramento non l’ha raggiunto neppure con la morte sicuramente prematura, ed il suo odore ancora pervade pagine che sono una vera festa per lo stomaco, gli occhi, il sesso e tutti quegli organi che fanno dei giorni, degli amori, dell’andare oltre o cercare di stare dentro la fortuna loro e di quelli che li portano e li seguono.
Certo, a volte può capitare che la corsa non conduca a nulla di buono, o che il nostro Ronzinante a motore finisca per spiaccicarsi da qualche parte con noi dentro, ma la posta è troppo alta per rinunciare, e da ogni riga di Altri libertini è evidente che questo Tondelli lo sapeva bene: succhiare tutto il midollo della vita, che sia dalla strada, da una bottiglia, da un cazzo o da una vagina.
O da un bacio di quelli che tolgono il respiro e si ricordano finchè si campa.
Ed è sempre un piacere incontrare qualcuno che sente la vita sulla pelle proprio come te.
“E ti vedi con una che fa il tuo stesso giro, e ti senti in diritto di sentirti leggero”, cantava Ligabue.
Ed è così che mi sono sentito tra queste pagine.
E non è affatto roba da poco.
Pier Vittorio, devo ringraziare mio fratello per avermene fatto trovare un altro.
E devo ringraziare anche te.
Perché quando sulla pelle passa il brivido del capirsi al volo non si può fare proprio altro.


MrFord


"Ci han concesso solo una vita
soddisfatti o no qua non rimborsano mai
e calendari a chiederci se
stiamo prendendo abbastanza abbastanza
se per ogni sbaglio avessi mille lire
che vecchiaia che passerei
strade troppo strette e diritte
per chi vuol cambiar rotta oppure sdraiarsi un po'
che andare va bene però
a volte serve un motivo, un motivo
certi giorni ci chiediamo e' tutto qui?
E la risposta e' sempre sì."
Ligabue - "Non è tempo per noi" -


giovedì 5 luglio 2012

L'ultima estate di Joan e altri racconti

Autore: Marco Goi
Origine: Italia
Editore: Lulu
Anno: 2012




La trama (con parole mie): ed eccoci qui. Al saloon approda il post dedicato al primo libro del mio antagonista preferito, il Cannibale, alias Marco Goi.
Una raccolta di racconti che spazia dalla realtà più crudele alla fantasia profonda, dalle rimembranze di Alice nel paese delle meraviglie alle influenze di Palaniuk ed Ellis, venata dall'ormai nota penna al vetriolo del sempre tagliente Cucciolo Eroico.
Una carrellata di visioni e sensazioni che ricordano una di quelle estati che, tra una delusione ed un successo insperato, finiranno per segnare, in un modo o nell'altro, le nostre esistenze: una volta tornati a casa, non ci resterà che attendere la successiva, e la prima prova dell'autore sulla lunga distanza.




Dite la verità: vi aspettavate di vedere una tempesta di bottigliate piovere a profusione in testa al mio antagonista per eccellenza qui nella blogosfera, Cannibale alias Marco Goi.
Ora che ci penso, non credo di averlo mai chiamato per nome neppure in una delle centinaia di mail che ci siamo scambiati da quando, poco più di un anno fa, abbiamo cominciato a sfornare Blog Wars e rubriche sulle uscite in sala: è strano, in qualche modo, trovarsi qui a recensire il suo libro, cercando di scindere la dimensione dello spettacolo - neanche fossimo wrestlers con personaggi da interpretare - da quella più reale che io stesso conosco ed ho provato sulla pelle, legata a tutte le difficoltà che i giovani autori hanno in Italia a trovare un editore che sia davvero pronto a scommettere ed investire su di loro, per farli crescere e promuovere il loro lavoro.
Trovo dunque sia clamorosamente e dannatamente giusto promuovere questa raccolta di racconti nonostante - e forse soprattutto - la rivalità che da sempre caratterizza i rapporti tra me e Marco fin dai primi tempi del saloon, giunto in rete con un paio d'anni buoni di ritardo rispetto a Pensieri Cannibali.
Ora, visto che, comunque, di un post e di una recensione si tratta, dovrò decidermi a parlare effettivamente del libro in tutto e per tutto, dal voto alle impressioni avute nei giorni in cui lo stesso è stato protagonista dei miei quasi quotidiani viaggi da pendolare: e dato che molti di voi sotto sotto avrebbero voluto una mia stroncatura giusto per alimentare ulteriormente la lotta che coinvolge me e Marco soprattutto in campo cinematografico, comincerò da quelli che, a mio parere, sono stati i difetti maggiori del lavoro cannibale così come se il mio rivale fosse uno sconosciuto venuto a chiedermi di recensire e promuovere la sua opera - e come Fabio Cento sa bene, in questi casi non mi faccio problemi a muovere critiche -, senza alcun favoritismo di sorta.
La prima cosa che mi passa per la testa è che il buon Cannibale dovrebbe trovarsi - o cambiare, a seconda dei casi - un correttore di bozze come si deve, dato che i refusi che ho scovato nel corso della lettura erano decisamente numerosi per una proposta editoriale da grande distribuzione, e benchè un editore non faccia troppo caso agli errori di battitura, è sempre meglio presentare il lavoro nel miglior modo possibile per evitare di essere presi sottogamba da chi potrebbe metterci davanti agli occhi un contratto interessante così come dai lettori.
Ma in questo, almeno fino a un certo punto, il mio compare di lotte senza quartiere può avere responsabilità limitate, dunque passo oltre e mi dedico alla materia vera e propria, il cuore di ogni prodotto editoriale oltre alla forma, al formato e alla presentazione, e lo faccio subito sparandola grossa: credo che Marco dovrebbe abbandonare l'idea di scrivere racconti, e concentrarsi invece sull'eventualità di dedicarsi - e pubblicare - un romanzo.
Ho letto con piacere, infatti, tutte le brevi storie di questa raccolta, da quelle più riuscite - il racconto che presta il titolo alla pubblicazione, che ho trovato venato da una certa componente autobiografica, le vicende del tarlo e del Gesù adolescente, il solo apparentemente frammentario e molto cinematografico omaggio ad Alice nel paese delle meraviglie che chiude la raccolta - a quelle meno incisive - la distopica parabola dedicata ad un Silvio che ben conosciamo, il ragazzo che diviene gigante e schiaccia le scimmie ballando -, e andando oltre le evidenti influenze targate Ellis e Palaniuk, l'idea che ha continuato a bussare alle porte della mia percezione è stata quella di una sorta di maturità ancora non pienamente raggiunta - e per fortuna, dato che di tempo per scrivere il mio buon nemico ne ha ancora parecchio - ma che trova una dimensione sicuramente più definita quando l'autore decide di prendersi tempo e pagine per approfondire i personaggi, lasciando che la sua vena ironica - che a volte pare un tantino forzata sulla corta distanza - conquisti passo dopo passo e dialogo dopo dialogo il lettore, trovando una forza inaspettata e più tosta di quanto non possa sembrare anche ad una nemesi giurata come il sottoscritto.
Proprio rispetto al lato irriverente ed ironico di Marco, trovo anche che potrebbe essere utile, all'interno di un'eventuale avventura romanzesca, provare a prendere in considerazione - imponendo una misura al suo ego leggendario - l'idea di trovare un agente che possa anche mettere voce come editor snellendo o rendendo più appetibile il suo lavoro, smussando qualche angolo che, a tratti, nonostante quelli che credo siano gli intenti di base, tende a limitare il talento del suo autore - l'ironia dissacrante, a volte, può risultare un'arma a doppio taglio e dare l'impressione al lettore di essere spocchiosi, più che brillanti come di fatto è il Cannibale -.
Terminato con i colpi di bottiglia, posso dire di essermi divertito ad esplorare i mondi messi su carta dal mio miglior nemico, all'interno dei quali perfino un Ipod può diventare il simbolo emozionale di un legame silenzioso - la finta zingara e la figlia dell'uomo che di notte la raccoglie lungo la strada - ed i sogni, superato il confronto con la realtà - il tamarro e l'HIV - riescono ad essere sempre in grado di tirarci fuori anche dalla merda più nera, per dirla come il Bardo: Marco, che pur ha margini di miglioramento notevoli, è sveglio, intelligente, stronzo quel tanto che basta per poter piacere ai suoi lettori, acuto e soprattutto con una testa che ben si adatta all'idea di autore multitasking, e che potrebbe pensare, una volta raggiunto un certo successo, anche di abbandonare momentaneamente la scrittura per dedicarsi a progetti più legati alla comunicazione.
La mia speranza - da autore e da rivale - è che possa continuare a maturare - per quanto questo ostinato teen continui a voler evitare di invecchiare - e, chissà, che un giorno le nostre Blog Wars possano trasferirsi dalla blogosfera agli scaffali di una qualche libreria, a colpi di romanzi, incontri e presentazioni.
Sarebbe davvero un piacere.
Anche perchè di certo, con uno come Marco - sulla pagina o in uno scambio di velenose battute sui nostri blog - non ci si stanca mai.


MrFord


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"You slept
Did I drift?
Do I dream?
Do you read me?
I'm not speaking
Do you read me?
I dream."
Sonic Youth - "I dreamed I dream" -


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