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giovedì 9 giugno 2016

Hap and Leonard - Stagione 1

Produzione: Sundance
Origine: USA
Anno:
2016
Episodi: 6








La trama (con parole mie): Hap Collins, obiettore di coscienza dalla mira infallibile ma contrario alle armi, e Leonard Pine, veterano del Vietnam nero, gay e repubblicano fino al midollo, sono amici fraterni fin dall'infanzia, e condividono tutto il possibile, dalla quotidianità ai lavori precari.
Quando Trudy, ex moglie di Hap nonchè responsabile delle scelte di quest'ultimo ai tempi del rifiuto alla leva, si fa viva per reclutare il buon Collins affinchè recuperi un'auto abbandonata nelle profondità del fiume Sabine contenente il bottino di una rapina andata male decenni prima, i guai per la coppia di amici si moltiplicano: i compagni d'impresa di Trudy, infatti, una banda di ex hippies indecisi se darsi al crimine o alla rivoluzione pacifista, paiono non riuscire a combinarne una giusta, e quando i nodi verranno al pettine e si scopriranno i reali scopi di tutti i partecipanti al gioco, Hap e Leonard scopriranno sulla pelle che attrarre guai non è proprio la miglior qualità che si possa avere.











Non so neppure da quanto tempo attendevo una trasposizione - soprattutto legata al piccolo schermo - delle avventure di Hap e Leonard, antieroi protagonisti di una serie di romanzi cult per il sottoscritto firmati dal mitico Joe Lansdale: ricordo quando, grazie al lavoro, ebbi l'occasione di passare una giornata con lui come suo accompagnatore nell'autunno del duemiladieci, in occasione dell'uscita di Devil Red, e parlammo proprio di quali attori avremmo visto bene nei ruoli dei due amici fraterni e detectives improvvisati che tanta fortuna hanno portato a lui e gioia al sottoscritto.
Personalmente, la scelta degli attori protagonisti è stata uno dei pochi punti dolenti della prima stagione di Hap and Leonard: ho sempre detestato, infatti, James Purefoy, ed ignorato bellamente Michael Kenneth Williams, entrambi non solo troppo vecchi per interpretare i due cercaguai almeno ai tempi di Una stagione selvaggia - primo romanzo della serie, che ha ispirato, giustamente, questa prima stagione -, ma anche meno tosti ed in forma di come vengono descritti i main charachters della saga sulla pagina.
Ma tant'è.
Jim Mickle, già autore della più che discreta trasposizione del lansdeliano Cold in July, riesce nell'impresa non facile di adattare lo spirito di questi due azzeccatissimi personaggi e portarlo sullo schermo seminando, nel corso dei sei episodi, anche più di un indizio rispetto a quello che accadrà - o dovrebbe accadere - alla coppia nel corso delle prossime stagioni, a partire dal finale che conduce dritti a Mucho Mojo, romanzo numero due della serie nonchè mio personale favorito.
Certo, non tutto calza - specialmente per chi, come il sottoscritto, ha fatto una vera e propria malattia della saga letteraria -, l'approccio dei protagonisti appare più malinconico che gigionesco - un tratto che si è cominciato a sentire solo con gli ultimi romanzi, considerato anche l'avanzare dell'età di Hap e Leonard, partiti proprio con Una stagione selvaggia intorno ai trentacinque ed ormai giunti ai cinquanta suonati -, i protagonisti non spaccano neppure lontanamente i culi quanto le loro versioni cartacee, il tono è decisamente più morbido e meno pulp, eppure i sei episodi scorrono che è un piacere, mantengono una certa ironia e tensione, regalano diverse chicche ed un'atmosfera molto southern al pubblico senza per questo escludere dall'equazione i pusillanimi come Cannibal Kid, che forse riusciranno ad immedesimarsi bene nei tormenti di Hap, nella complicata e caotica Trudy o nello psicotico Soldier, lasciando ai fordiani di turno il cazzuto Leonard e la quasi inarrestabile Angel - interpretata alla grande da una sempre convincente Pollyanna McIntosh -.
Il risultato è una (mini)serie disimpegnata, easy, torbida, ritmata e bagnata di sangue quanto basta per affascinare ed incuriosire anche tutti quelli non abituati alla materia o legati alla mitica saga firmata da Joe Lansdale, che può contare fan hardcore - sottoscritto compreso - in tutto il mondo, una raccolta di racconti e nove romanzi con protagonisti Hap e Leonard.
Sinceramente, spero proprio che il piccolo schermo possa regalare ai miei due non detectives preferiti la stessa fortuna: i quel caso, sarò pronto a sostenerli dal primo all'ultimo episodio.
Anche se dovessi specchiarmi nei visi stanchi, sporchi e malinconici di attori che neppure per sbaglio riescono a ricordare l'immagine di due tra gli action heroes che ho più amato nel corso della vita di lettore e non solo.





MrFord





"I'm a rollin stone all alone and lost
for a life of sin I have paid the cost
when I pass by all the people say
just another guy on the lost highway."
Hank Williams - "Lost highway" -







domenica 13 dicembre 2015

Tales of Halloween

Regia: Vari
Origine: USA
Anno: 2015
Durata: 92'






La trama (con parole mie): la notte di Halloween, una delle più inquietanti ed affascinanti festività che si celebrano in tutto il mondo, da sempre è ispiratrice di racconti, fiabe, incubi e tutto quello che è possibile concepire per spaventare. Dieci autori per dieci storie forniscono dunque la loro interpretazione della Notte delle streghe in bilico tra ironia, macabro, orrore e gore, senza fare sconti a nessuno.
Leggende che prendono vita, sogni divenuti incubi, scherzi spietati, maledizioni, alieni e mostri si susseguono pronti a mettere alle strette chiunque sia disposto a trascorrere una notte di terrore davanti al fuoco o nascosto sotto il letto, sperando che l'entità di turno possa passare oltre o accontentarsi dell'offerta ricevuta.










Fin dai tempi ormai lontani dell'infanzia, l'horror è sempre stato uno dei guilty pleasures del sottoscritto, pronto a buttarsi a capofitto in visioni potenzialmente sempre più spaventose o divertenti, considerato il legame molto stretto che, a mio parere, corre tra il Cinema d'orrore e l'ironia nera - si pensi all'opera di registi come Sam Raimi o il primo Peter Jackson, per avere un'idea -.
Di recente - e pur se in ritardo sulla festività - ho scoperto dell'esistenza di questa antologia firmata da dieci autori dediti allo spavento ed ai suoi surrogati preoccupandomi da subito di tentare la visione, spinto anche dall'esperimento comunque riuscito, difetti compresi, di Storie pazzesche, passato non troppo tempo fa su questi schermi.
Il risultato è stato senza dubbio divertente ed ottimo per l'intrattenimento in una serata post-lavorativa dai tempi stretti, anche se qualitativamente molto divergente da un episodio all'altro: si apre con Sweet Tooth, firmato da Dave Parker, divertente e nerissima favola di Halloween legata all'ingordigia ed all'avidità degli adulti rispetto ai bambini splatter e violenta quanto basta, con un ottimo mostro e decisamente ironica; si prosegue con The night Billy raised hell, affresco più che spassoso legato al destino di un bimbo timido e poco coraggioso pronto a diventare l'esperimento di un demone goliardico; il terzo episodio, Trick, che ribalta la percezione dello stesso grazie ad un finale strepitoso, pronto a collocarlo tra i più interessanti del novero e che inviterei a vedere anche chi, con il genere, c'entra ben poco; al quarto capitolo dell'antologia, con The weak and the wicked, la qualità comincia a scendere, tolta l'ottima creatura che compare sull'epilogo e che ricorda molto quelle create da Del Toro per Il labirinto del fauno; Grim Grinning Ghost, il numero cinque, non aggiunge nulla di nuovo, e ripesca in chiave ghost story l'antico mito che intima alla vittima di non voltarsi indietro per osservare chi abbia alle spalle, pena la morte, di fatto tenendosi sugli stessi livelli del precedente; con Lucky McKee ed il sesto episodio, Ding dong, lo standard torna - e non poco - ad alzarsi grazie al delirio visivo e mentale di una mitica Pollyanna McIntosh che regala al pubblico il personaggio più interessante della raccolta insieme al demone di The night Billy raised hell; a seguire, giusto per allentare la tensione, un episodio diretto da John Skipp che si fa beffe del buon vicinato e dei preparativi per la festività celebrata dalla pellicola, divertente ma poco altro; il numero otto, Friday the 31st, è a mio parere il peggiore della decina, un omaggio agli slasher mescolato ai film di fantascienza anni ottanta che dovrebbe far ridere e che, al contrario, mette solo una grande tristezza, oltre che essere presentato in maniera davvero ridicola, e non nel senso buono; il penultimo,The ransom of Rusty Rex, che vede la partecipazione di John Landis, risulta ironico quanto basta per ricordare i primi episodi, e quantomeno riesce a far dimenticare i limiti del precedente; si chiude con Neil Marshall, mostro sacro da queste parti, che tira i fili dell'intera operazione e quasi realizza un pilota per quello che potrebbe essere un suo futuro lavoro. Onestamente, per quanto interessante, mi aspettavo di più, dall'autore di The descent, ma non mi posso lamentare.
Nel complesso questa antologia, con tutti i suoi limiti, è riuscita senza dubbio a celebrare nel migliore dei modi la Notte delle Streghe e regalare quantomeno un paio di momenti non banali: non sarà certo indicata per i non appassionati, o cruenta quanto il divieto ai diciotto per l'Italia pare presagire, ma resta un divertissement che, almeno a tratti, soddisfa la sete di sangue e terrore che il giorno più spaventoso dell'anno giustamente richiede.






MrFord






"Bonfires burning bright pumpkin faces in the night i remember halloween dead cats hanging from poles little dead are out in droves i remember halloween brown leaved vertigo where skeletal life is known i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween halloween, halloween, halloween, halloween candy apples and razor blades little dead are soon in graves i remember halloween this day anything goes burning bodies hanging from poles i remember halloween, halloween, halloween, halloween halloween, halloween, halloween, halloween."
Misfits - "Halloween" -







martedì 29 aprile 2014

Il lercio

Regia: Jon S. Baird
Origine: UK
Anno:
2013
Durata: 97'





La trama (con parole mie): Bruce Robertson è un detective della polizia di Edinburgo in lizza per un'importante promozione alle prese con l'indagine legata all'omicidio di un giovane turista giapponese avvenuto per mano di un gruppo di balordi locali. Robertson, ossessionato dalle figure della moglie e della figlia, è preda, giorno dopo giorno, di una discesa nella spirale della dipendenza da alcool e droghe e di un allucinato viaggio interiore che lo porta a confrontarsi con i fantasmi del suo passato, le bassezze commesse verso i colleghi, gli amici e più in generale il resto degli esseri umani ed un crescendo che non gli permette più di distinguere la realtà dal delirio.
Riuscirà l'arcigno poliziotto a vincere se stesso e sopravvivere alle sue debolezze? Il caso verrà risolto? A chi andrà la promozione?








Irvine Welsh è da sempre un autore piuttosto ostico, per il sottoscritto. Che si parli di romanzi o di pellicole tratte dagli stessi, finisco sempre per impiegare un pò ad apprezzare il lavoro del ruvido scrittore scozzese: come se dovesse farsi il culo, perchè possa volergli davvero bene.
Il lercio è stato un'ottima interpretazione di questa curiosa consuetudine: in una serata di stanca di quelle in cui vorresti semplicemente abbandonarti sul divano e dormire fino alla fine dei tempi, il lavoro allucinato di Jon S. Baird - che, più che di noir e crime, pare cibarsi della stessa materia di Paura e delirio a Las Vegas e John dies at the end - ha faticato a carburare, lottando con le unghie e con i denti per passare dallo sconnesso tentativo di stupire di un nuovo regista affacciatosi sulle scene ad un ritratto notevole di un dramma di dipendenza e (dis)umanità assoluta.
James McAvoy, che di norma siamo abituati a vedere recitare la parte del "buono", fornisce una delle prove più convincenti della sua carriera accollandosi il peso di un charachter che, di buono, ha davvero poco o nulla, un protagonista sgradevole ed ingombrante di quelli che si finisce per osservare come se fossero scarafaggi rivoltati, più per curiosità sociologica che non per empatia.
Il suo Bruce Robertson, con fantasmi del passato annessi, è il cardine di una struttura sconnessa quanto lui, che rimbalza come una scheggia impazzita sullo schermo tra una sbronza, una striscia di coca, una scopata improvvisata ed una orchestrata alle spalle e ai danni di qualcuno, e se dev'essere qualcuno meglio che sia un collega, o un punto di riferimento da sfruttare non appena dovesse capitare l'occasione.
Un ruolo non facile davvero, che il buon McAvoy porta in scena con un piglio assolutamente convincente, supportato da un cast di spalle di prim'ordine - dal veterano Jim Broadbent a Eddie Marsan, uno dei migliori caratteristi anglosassoni, senza dimenticare attrici come Pollyanna McIntosh, sottovalutata ed ancora poco sfruttata interprete dello splendido The Woman di Lucky McKee: l'insieme delle interpretazioni, accanto ad una costruzione forse lenta - considerando la durata effettiva della pellicola - ma efficace, contribuiscono a condurre lo spettatore - disorientato o sconvolto che sia - dalle parti di un finale da urlo, impreziosito - anche se si tratta soltanto di una chicca da cinefili - da titoli di coda a cartoon a dir poco perfetti, che mi hanno riportato alla mente l'effetto che, pensando alla cultura UK, hanno sempre avuto sul sottoscritto le opere di Orwell, uno dei più grandi geni della Letteratura di tutti i tempi.
Per essere un crime movie da superamento del dolore decisamente scorretto ed assolutamente lercio - per l'appunto -, il lavoro di Baird funziona alla grande, riuscendo ad andare oltre i pregiudizi, lo spaesamento iniziale - almeno del sottoscritto -, una fluidità non proprio da manuale ed una materia decisamente poco in grado di rendere l'operazione "simpatica" a chi la osserva dall'altra parte dello schermo: un plauso, dunque, a Welsh e allo spirito con il quale è stato tradotto in immagini e trasformato in un Ulisse psichedelico di rimembranze dal sapore di whisky e James Joyce, che sarà pure stato irlandese, ma doveva avere più di un'affinità con i cugini - seppur più freddi, esperienza personale - compatrioti di William Wallace.
Per un detective strafatto, senza controllo e completamente in mano ai suoi demoni, direi che non è cosa da poco.




MrFord



 
"Your beauty makes me feel alone
I look inside but no one's home
screw that
forget about that
I don't want to think about anything like that."
Therapy? - "Screamager" - 




giovedì 24 novembre 2011

The woman

Regia: Lucky McKee
Origine: Usa
Anno: 2011
Durata: 101'



La trama (con parole mie): Chris Cleek e la sua famiglia sono un esempio della perfetta provincia americana.
Lui si muove nei meandri degli affari immobiliari, la moglie Belle fa da casalinga modello pronta a non parlare troppo, Peggy è la tipica adolescente un pò chiusa ma molto brava a scuola, Brian l'uomo di casa ed il prediletto di papà e Darlin' la più piccola, innocente e vivace.
Un giorno, mentre Chris è a caccia, scopre che una donna vive alla stregua di un animale selvaggio nella foresta, senza saper parlare o avere un'idea di cosa sia una società "perbene": così, decide di catturarla e tenerla imprigionata nella sua cantina in modo da educarla progressivamente agli usi che si convengono nel nostro mondo.
Complice un segreto di Peggy, però, questo incontro/scontro con la Natura non andrà proprio come l'uomo si aspetta.




Ci sono momenti, nel corso delle nostre vite, in cui l'istinto viene lasciato libero, esplodendo in una cascata di sensazioni, più che di sentimenti, in grado di riempirci e svuotarci ad un tempo, far correre al massimo quel brivido che passa lungo la nostra spina dorsale prima di fermarsi alla base della testa, drizzandoci i peli sulla nuca: momenti come il primo morso di un pasto atteso, un orgasmo che non si riesce più a contenere, l'ultimo sorso di una bibita gelata nel pieno di un pomeriggio estivo, la fatica piacevole alla fine di un allenamento, "una bella cagata", come direbbe il vecchio che Vinz, Hubert e Said incontrano nel bagno pubblico de L'odio.
L'escalation finale di The woman può essere paragonabile, cinematograficamente parlando, a quella sensazione di piacere viscerale di cui i momenti appena accennati sono esempi lampanti.
E non solo.
Perchè dal primo all'ultimo minuto, la pellicola di Lucky McKee trasuda questo anelito oltre i limiti, e per lo stesso si batte, con le unghie e con i denti - soprattutto questi ultimi - per poter continuare a liberare il suo grido, a mostrare che c'è un cuore che batte, un respiro che brama l'affanno, mani pronte ad affondare nella terra e nella carne, un ventre pronto ad accogliere una nuova vita.
Dal primo all'ultimo minuto, The woman si mostra come una delle opere più femministe e toste dai tempi di Lezioni di piano e Holy smoke, e nella lotta estrema e terribile che vede contrapposta la Natura della prigioniera e la "buona" società del suo carceriere mostra - con grande intelligenza, oltre ad una forza assolutamente materiale - tutto l'orgoglio e la passione che il "sesso debole" ha messo in migliaia di anni di storia e continua ogni giorno a porre come baluardo a fronte di un maschilismo bieco e violento, che consuma nel sesso - o nel desiderio dello stesso - tutta la sua acredine e la gelosia verso quella che è, a tutti gli effetti, la creatura che più si avvicina alla perfezione che esista al mondo.
Incarnando la passione selvaggia dell'istinto primordiale per eccellenza - quello dell'essere madre, oltre che donna -, la protagonista - una strepitosa Pollyanna McIntosh -, così come Peggy e Belle, conduce lo spettatore attraverso un viaggio terrificante nella mente di Chris - menzione anche per Sean Bridgers, alle prese con un personaggio decisamente scomodo e non facile - e di suo figlio Brian, esporando territori che passano dalle parti di Haneke per giungere all'escalation gore conclusiva, narrata splendidamente e resa - nonostante l'inequivocabile violenza - un atto di emancipazione straordinario più di cuore che non di pancia.
Ma di pancia e solo di pancia ci si dovrebbe perdere nella visione di questo sorprendente film - uno dei migliori nel suo genere degli ultimi anni, simbolo di una finalmente più presente sugli schermi, pur se non italiani, corrente di horror autoriale -, lasciandosi cullare dalla clamorosa colonna sonora e da una vicenda in parte già sentita ma mai portata sullo schermo - specialmente da un regista di sesso maschile - con questo coraggio e questa forza.
A prescindere dalla naturale inclinazione a parteggiare per la prigioniera, resta evidente quanto coinvolgente riesca a rendere lo script McKee, scegliendo di non cadere nel facile ed eccessivo ricorso alla violenza sbattuta in faccia all'audience - anzi, spesso e volentieri giocando d'astuzia e sottrazione per mostrare il meno possibile, o lasciare allo spettatore il disagio di immaginare - per prendere il largo con un finale letteralmente esplosivo, legato a doppio filo a quella sensazione di liberazione - profondamente fisica, ma non solo - di cui parlavo sopra: e la chiusura, se vogliamo forse perfino troppo simbolica, pare la conclusione perfetta di una battaglia che vede la protagonista scontrarsi non soltanto con l'Uomo, ma anche con chi se ne rende vittima e nell'accettazione della sua condizione involontariamente complice - il faccia a faccia finale con Belle ha la stessa intensità di quelli con Brian e Chris -.
Vorrei, onestamente, essere in grado di rendere tutta la prorompente fisicità di questo lavoro, ma forse l'ideale sarebbe che a parlarne fosse proprio una donna, con la pulsante sensibilità di cui noi dell'altra metà del cielo saremo sempre sprovvisti: perchè questo film è una vera forza della natura, un concentrato di istinti e voglia di vivere una libertà ancestrale, e crescere nel proprio ventre quella del futuro.
E nessuno più di una Donna è in grado di comprendere e decifrare questi sentimenti confusi alle sensazioni.

MrFord

"And the thing that gets to me
is you'll never really see
and the thing that freaks me out
is I'll always be in doubt.
It is a lovely thing that we have
it is a lovely thing that we
it is a lovely thing, the animal
the animal instinct."
The Cranberries - "Animal instinct" -

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