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domenica 29 maggio 2016

Money monster - L'altra faccia del denaro

Regia: Jodie Foster
Origine: USA
Anno:
2016
Durata:
95'






La trama (con parole mie): Lee Gates, spigliato e senza scrupoli presentatore di uno show televisivo dedicato alla finanza, di settimana in settimana intrattiene e suggerisce al suo pubblico il modo migliore per fare soldi.
Quando Kyle Budwell, che seguendo il consiglio di Gates ha investito i suoi risparmi in un potenziale affare perdendo tutto, in diretta televisiva prende in ostaggio programma ed anchorman giurando vendetta ad un sistema che l'ha privato di ogni cosa, le regole del gioco cambiano, e Gates si ritrova costretto a lottare per la propria sopravvivenza nella speranza che la producer Patty Fenn possa riuscire ad essere determinante come sempre dietro le quinte.
Ma quale verità si nasconde dietro Money monster ed il desiderio di vendetta di Budwell?










Per quanto non lo si voglia mai ammettere apertamente, o non regali la felicità, o la vita eterna, il denaro influenza gran parte della nostra società, costringendoci a fare i conti con i conti, le preoccupazioni, le aspettative, gli status symbol e la voglia di apparire: se non esistesse, o non ne fossimo in una certa misura dipendenti, potremmo essere liberi dai condizionamenti, dalle costrizioni del lavoro, da molte delle regole che, da secoli, sono alla base della civiltà, giuste o sbagliate che siano.
Jodie Foster, attrice dotatissima ma regista non particolarmente brillante, con il suo quarto lungometraggio realizza forse il suo lavoro più interessante, appoggiandosi proprio sull'analisi di questo nodo fondamentale facendo leva da un lato ai riferimenti alla crisi economica che ha attraversato il mondo negli ultimi anni e dall'altro sul ritmo e la leggerezza di un thriller d'azione, o una commedia nera, sfruttando un George Clooney cui pare sia stato chiesto espressamente di restare il più sopra le righe possibile in modo, con ogni probabilità, da rappresentare al meglio il lato predatorio di questo oceano che continuerà a portare il flusso di denaro lungo le stesse correnti mentre i pesci piccoli fanno la fame con gli scarti.
Il confronto tra il presentatore televisivo interpretato dal succitato Clooney ed il ragazzone arrabbiato Kyle Budwell, cui presta volto Jack O'Connell, promettente attore anglosassone già protagonista di prodotti ottimi come '71 e Starred Up, è di fatto quello che ognuno di noi - a meno che chi legge non sia dall'altra parte della barricata - vive sulla pelle ogni giorno, dalle notizie al telegiornale ai conti di fine mese, dagli standard imposti dalla società "social" - agghiaccianti le sequenze in strada con tanto di riprese fatte con gli smartphones ed i conseguenti video da milioni di visualizzazioni su Youtube - alle false speranze date non solo ai giovani, ma anche a tutti coloro i quali desiderano solamente fare tesoro dei propri risparmi e trasformarli in qualcosa che sia più di una promessa per il futuro.
In questo senso, le accuse di Kyle rivolte ai "veri criminali" pongono l'accento allo stesso modo di altri titoli - comunque più validi - come il recente La grande scommessa o in precedenza Margin Call, Wall Street o Americani sul conflitto sotterraneo che probabilmente sempre esisterà tra chi possiede ed amministra il denaro e chi lavora per ottenere una parte irrisoria dello stesso, finendo spesso fagocitato con i propri averi dalle creature dei burattinai di banche, società d'investimento e televisioni: una condizione, quella di Kyle, fuori dalla Legge e sbagliata ma paradossalmente comprensibile, con la quale si finisce per empatizzare nonostante l'innegabile carisma di Clooney e del suo Lee Gates, gigione e oltre misura.
Il film nel complesso, probabilmente, non resterà nella memoria a differenza di cult come quelli già citati, ma ha il pregio di scorrere rapido come un thriller, e di far riflettere lo spettatore da un nuovo punto di vista nonostante la problematica del rapporto tra società e denaro sia più vecchia del Cinema stesso.
E quando la polvere si è depositata, e l'unica domanda che resta è "Cosa dovremo inventarci lunedì prossimo?", l'inquietudine aumenta: quale prezzo la società e noi che ne costituiamo le fondamenta dovremo pagare affinchè il grande spettacolo possa proseguire?
E soprattutto, fino a quando saremo disposti a pagarlo?





MrFord





"Money, get away
get a good job with more pay and you're O.K.
money, it's a gas
grab that cash with both hands and make a stash
new car, caviar, four star daydream,
think I'll buy me a football team."
Pink Floyd - "Money" -







lunedì 7 marzo 2016

Room

Regia: Lenny Abrahamson
Origine: Irlanda, Canada
Anno: 2015
Durata: 118'






La trama (con parole mie): Joy è una ragazza tenuta prigioniera da un uomo in una stanza dai tempi in cui, diciassettenne, fu rapita dallo stesso. Da poco suo figlio Jack, nato dagli abusi del suo stesso rapitore, ha compiuto cinque anni, e dopo essere stato cresciuto da lei protetto dall'esterno, diviene l'unica speranza della giovane madre di tentare la fuga: il ribaltamento dei concetti trasmessi a Jack diverrà, dunque, la chiave del piano di Joy per riuscire a liberarsi da quella stanza che è stata il loro unico universo per un tempo che le è parso infinito e che ha costituito tutta la crescita e l'apprendimento del piccolo.
Quando, proprio grazie alla prontezza ed al coraggio del bimbo, l'impresa riuscirà, la difficoltà starà tornare a vivere una vita normale all'esterno, con Joy costretta a ricostruire la sua identità e risanare ferite soprattutto interiori e Jack alla scoperta di un mondo che fino a pochi mesi prima conosceva solo come non reale e legato alla televisione.








E' difficile, dannatamente difficile, mettersi alla tastiera nel momento in cui si ha ben chiaro che i sentimenti che ribollono nel petto non troveranno mai un riscontro abbastanza potente nelle parole, nel loro flusso e nelle combinazioni, nelle frasi e nei concetti: dunque, considererò il post dedicato a Room, forse non il mio favorito nella corsa all'Oscar per il miglior film di questo duemilasedici, ma senza dubbio quello che ho visceralmente amato di più, come una specie di tentativo.
Il ventotto maggio duemilaquattordici è stato senza dubbio uno dei giorni più difficili della mia vita: quel mattino, quando scoprimmo con Julez che avevamo perso quella che ancora consideriamo come la nostra prima bambina, mi sentii strappare qualcosa dentro, nel profondo.
Quando passammo a prendere il Fordino, rimasto dalla nonna, e ci venne incontro sorridendo come se niente fosse accaduto - in effetti, per lui è stato così -, senza saperlo, ci salvò da uno sconforto che forse ci avrebbe impedito di raccogliere le forze e trovarci qui, ora, in attesa di un altro figlio.
Ed è curioso il fatto che, per quanto ci si sbatta e preoccupi per proteggere i propri figli tutta la vita, siano più loro a salvarci, anche senza rendersene conto.
Questo, almeno dal mio punto di vista, è stato il merito più grande di questo piccolo, potente film: mostrare, senza se e senza ma, la forza e la bellezza disarmante della condizione di bambini, che purtroppo resta un ricordo sfocato per tutti noi e che abbiamo speranza di rivedere soltanto specchiandoci negli occhi di quelli che cresciamo, meravigliandoci ogni giorno della loro profondità.
Una profondità raccontata come raramente accade da Lenny Abrahamson, che si affida, più che a Brie Larson - comunque molto brava - allo straordinario Jacob Tremblay e ad una macchina da presa portata ad altezza bambino neanche fossimo tornati ai bei tempi dello straordinario E. T.: purtroppo, in questo caso la vicenda narrata è molto più drammatica e dolente - l'idea di un rapimento che porti una madre ad escludere a tutti gli effetti il proprio figlio dal mondo e a giocarsi tutte le speranze proprio affidandosi ad una separazione da lui non è certo cosa da poco -, eppure il tocco è leggero e quasi magico, pronto a regalare sequenze che sono pura poesia - lo sguardo di Jack rivolto al cielo ed alla scoperta del mondo proprio nel tesissimo momento della fuga dal cassone del pick up del suo padre biologico nonchè carceriere - o una stretta al cuore - la decisione di tagliarsi i capelli per dare forza alla madre è uno dei momenti più commoventi degli ultimi mesi di visioni -, e conduce lo spettatore attraverso la storia di una rinascita emotiva portata sullo schermo con genuina passione, spostando l'attenzione dal thriller e dal disagio della prima parte - una sorta di incrocio tra Prisoners e The Babadook - e la ricostruzione della seconda, più simile ad un lavoro in stile Sundance di quelli ben riusciti, finendo per risultare come uno dei titoli genitoriali più intensi delle ultime stagioni, e seppur non dirompente nell'effetto, in grado di trovare uno spazio nel cuore di ogni spettatore.
Non era facile raccontare, sfruttando inoltre una vicenda assolutamente drammatica senza scadere nella retorica spicciola ma agendo, al contrario, per sottrazione - sono tratteggiate benissimo le figure del padre di Joy e del nuovo compagno della madre, esempi di reazioni agli antipodi rispetto al dramma vissuto dalla ragazza e da suo figlio -, ed ancor di più farlo mantenendo la naturalezza e la freschezza di una scrittura giocata anch'essa ad altezza bambino, dai dubbi ed il disorientamento iniziali rispetto al cambio di direzione della madre al toccante ritorno nella stanza dell'epilogo, con quell'addio che pare un punto di partenza nuovo per due vite che, di fatto, hanno bisogno di ricominciare e di credere che il mondo possa essere un posto migliore così come di respirare quell'aria e quella meraviglia riflessa negli occhi di Jack steso di schiena su quel cassone, la vita appesa ad un filo, l'ultima chance in gioco, eppure la gioia di scoprire che l'azzurro del cielo è sopra di lui, ed esiste.
E' reale.
Come l'amore di sua madre. Ed il suo.





MrFord





"Oh the mother and child reunion
is only a motion away
oh the mother and child reunion
is only a moment away."
Paul Simon - "Mother and child reunion" - 






domenica 20 dicembre 2015

The missing - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: UK, USA, Belgio
Anno: 2014
Episodi: 8






La trama (con parole mie): nel corso dell'estate del duemilasei Tony ed Emily Hughes con il loro figlio di cinque anni Oliver trascorrono una felice vacanza in Francia, quando a seguito di un guasto alla macchina finiscono per fermarsi per qualche giorno in una piccola cittadina della provincia. 
Al termine di una giornata passata in piscina con il padre, però, il piccolo Oliver scompare: le indagini partono da subito, e coinvolgono anche un detective leggendario arrivato da Parigi, Julien Baptiste, ed un inviato dalla polizia inglese, Mark Walsh.
Otto anni dopo ancora il caso non è stato risolto, Emily si è rifatta una vita proprio con Walsh, Baptiste è in pensione a seguito di un incidente occorsogli proprio nel corso di quell'estate duemilasei e Tony non si è ancora rassegnato: la sua missione e l'unico scopo della sua vita è ormai la scoperta della verità sul destino di suo figlio.
Quando una foto ritrovata online finisce per diventare la prima traccia concreta che il padre del piccolo Oliver ha la possibilità di seguire, le indagini ripartono: quale sarà il segreto celato dietro la scomparsa del bambino?










Credo che diventare genitori, con tutte le responsabilità, l'impegno e la fatica che il ruolo comportano, sia indiscutibilmente una delle gioie più grandi che si possa provare nel corso della vita: dal momento in cui cominciai a desiderare, un giorno, di esserlo a quando Julez rimase incinta del Fordino, davanti ai miei occhi passarono le immagini di gioia di cult come Little Miss Sunshine e quelle di dolore di Barry Lyndon - che, ricordo, ai tempi della prima visione quasi mi costrinse a spegnere il videoregistratore sulla sequenza della morte del figlio del protagonista, tanto era intensa l'emozione che provavo, e non ero neppure lontanamente pronto o vicino ad essere padre -, e compresi che niente sarebbe stato più lo stesso.
Del resto, per quanta gioia possa rappresentare il fatto di avere dei figli, ogni giorno, dalle piccole alle grandi cose, essere genitori porta con se anche il peso del timore che possa loro succedere qualsiasi cosa brutta, che possano stare male o soffrire: il principio dietro questo tipo di terribili eventi era stato ben esplorato dall'ottima Broadchurch, e torna a colpire dritto al cuore grazie ad una proposta giunta in sordina sugli schermi di casa Ford divenuta una delle sorprese più interessanti dell'autunno, e forse dell'anno, The Missing.
Narrata sfruttando una serie di sovrapposizioni temporali a cavallo tra duemilasei, duemilanove e duemilaquattordici a partire dalla scomparsa del piccolo Oliver Hughes sfruttando una struttura che ricorda la prima, mitica stagione di True Detective, la succitata The Missing esplora i lati più oscuri dell'animo umano sia dal loro punto di vista "positivo" - la lotta e le speranze dei genitori del piccolo, l'investigatore Baptiste, la determinazione di poter raggiungere la verità e la voglia, in un modo o nell'altro, di ricominciare - che negativo - la pedofilia, i tradimenti, la giungla selvaggia che, anche quando si cela tra le pieghe delle comunità apparentemente placide e tranquille o della criminalità di città, finisce per fare inevitabilmente parte del mondo con il quale ci confrontiamo e con il quale si confronteranno anche i nostri figli.
La scrittura a più livelli - punto forte, insieme al realismo estremo, del titolo - permette, inoltre, agli autori, di analizzare le vicende legate al piccolo Oliver - e non solo - da più angolazioni e punti di vista, finendo per portare sullo schermo anche storie personali che sfiorano soltanto la direttrice dell'opera, così come permettersi di mischiare le carte come nei più riusciti tra i crime contemporanei: e da figure come quella di Ian Garrett, pronta a dominare la prima parte della stagione, a quelle dei protagonisti più o meno volontari della verità che circonda la tragica serata in cui scomparve Oliver il mosaico portato alla luce nell'episodio conclusivo raggiunge vette di drammaticità e disperazione sorprendenti, condite da un finale da brividi, che quasi ribalta il punto di vista espresso inizialmente dalla serie.
Le stesse reazioni a fronte dell'avvenimento destinato a cambiare il corso delle loro vite dei genitori di Oliver risultano credibili, umane, complesse e stratificate: dal desiderio di tentare di superare un dolore troppo grande della madre all'ossessione del padre assistiamo ad un confronto sempre in bilico tra il desiderio di ricostruire e quello di distruggere, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per poter ritrovare quello che ogni genitore prega ogni giorno di non perdere.
The Missing, di fatto, non rappresenta solo una delle migliori proposte che il genere abbia offerto nel passato recente, una sorella della già citata Broadchurch o di The Killing, ma anche uno specchio attraverso il quale chiunque sia genitore, o figlio, prima o poi finisce per comprendere se stesso, il mondo e tutto quello che lo stesso ha da offrire.
"Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso", afferma citando Hemingway il Somerset di Se7en, asserendo di essere d'accordo con la seconda parte, come mi è già capitato di recente di sottolineare in occasione del post dedicato a La isla minima.
Hemingway si suicidò, Somerset, nella sua "realtà" di fiction, decise di lottare.
Io resto convinto che, per quanto brutto possa essere, il mondo mi permette ogni giorno di lottare per i miei figli.
E questo mi basta.





MrFord





"It's years since you've been there
now you've disappeared somewhere
like outer space
you've found some better place
and I miss you
like the deserts miss the rain."
Everything but the girl - "Missing" - 





sabato 9 agosto 2014

Macabre

Regia: The Mo Brothers
Origine: Singapore, Indonesia
Anno: 2009
Durata: 95'




La trama (con parole mie): Adjie e Astrid, una coppia in dolce attesa, decide di partire alla volta di Jakarta con tre amici in modo che Adjie possa ricongiungersi con una sorella "perduta". Non appena ultimati i preparativi per questo road trip, i compagni di viaggio trovano letteralmente sulla loro strada la giovane Maya, che afferma di essere stata rapinata e chiede al gruppo aiuto.
Accompagnata la giovane fino alla propria casa, gli amici finiscono per accettare l'invito a cena della ragazza, che per sdebitarsi propone di sfruttare l'occasione per offrire ai viaggiatori un tetto ed un pasto con la sua famiglia.
Peccato che, proprio a tavola, la natura terribile e misteriosa dei parenti di Maya venga piano piano a galla, dando inizio ad un vero e proprio incubo senza fine per Adjie ed i suoi amici.







L'horror è da sempre uno dei guilty pleasures favoriti di casa Ford, passato attraverso le epoche dei film condivisi con mio fratello a quelli con Julez, patita almeno quanto il sottoscritto di massacri ed ammazzamenti vari.
Quando il lavoro e le pressioni del quotidiano incombono, una sana e sguaiata scampagnata in territori come questi riesce sempre a mettere di buon umore, sia che si tratti di pellicole in grado di spaventare davvero - ormai sempre meno numerose, occorre ammetterlo -, sia che si parli di slasher da massacro puri e semplici.
Macabre, pellicola indonesiana giunta al Saloon grazie a Dembo, si ascrive proprio a quest'ultima categoria, richiamando alla memoria classici del genere come Non aprite quella porta, proponendo il classico plot del gruppo di amici ritrovatisi alla mercè di una famiglia - o presunta tale - di psicopatici sanguinari assetati di morte.
Senza dubbio la resa ed il livello tecnico del lavoro dei Mo Brothers non sono neppure da paragonare alla lontana a Classici come quello firmato da Tob Hooper, eppure, e nonostante abbiano dovuto battersi con la stanchezza e la palpebra pesante dei coniugi Ford, sono riusciti a divertire abbastanza da soprassedere alle ingenuità e ad un risultato che ricorda gli horror fatti in casa come il nostrano - e spassosissimo - Il bosco fuori: fatta eccezione, infatti, per l'inquietante matriarca Dara - vera e propria mattatrice nel vero senso del termine della pellicola -, spesso e volentieri ci si ritrova con un sorriso stampato sul viso nell'osservare gli squilibri dei protagonisti imprigionati dagli psicopatici capitati per caso sulla loro strada.
In questo senso la sequenza dedicata allo squartamento - in pieno stile Leatherface - che precede l'inizio della fuga della protagonista, è quasi da antologia del trash: i due amici legati come salami che urlano come bambine inseguite dal compagno di classe che vuole sporcare i loro vestitini nuovi finiscono per superare in breve il confine del ridicolo spingendo ad empatizzare con il corpulento macellaio improvvisato, sperando che quest'ultimo possa porre presto fine alle loro sofferenze - e a quelle delle orecchie dell'audience -.
Forse l'intento dei registi non era propriamente questo, eppure non si è disdegnato, da queste parti, un elemento che potesse alleggerire le pretese di un titolo che, onestamente, non potrebbe averne neanche per sbaglio, finendo per farlo risultare anche più simpatico di quanto non si potesse pensare alla vigilia: interessante, comunque, il duello finale tra la matriarca e la giovane fuggitiva, che per ambientazione e svolgimento ha riportato alla mente del sottoscritto piccole chicche di genere come Wrong turn o l'approccio molto fisico del sempre caro Neil Marshall.
Certo, gli standard necessari perchè si possa considerare Macabre qualcosa di più di un tentativo amatoriale di omaggiare un genere di norma ormai fin troppo bistrattato sono ben lontani, ma a volte è quasi meglio trovarsi di fronte un onesto e limitato prodotto piuttosto che una pellicola spocchiosa le cui ambizioni superano di gran lunga la qualità effettiva.
In casi come quello, infatti, risulterebbe ancora più naturale tifare per "i mostri".



MrFord



"Coming to your house
I'll make you scream
catch you all alone and
then you're dead
I'm going to shatter
all your dreams
filling you all full of
fear and dread."
Macabre - "I need to kill" - 




mercoledì 4 dicembre 2013

Captain Phillips - Attacco in mare aperto

Regia: Paul Greengrass
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 134'




La trama (con parole mie): il capitano Richard Phillips, al comando di una nave cargo statunitense, ha il compito di portare scorte di cibo fino a Mumbasa attraversando una parte di acque internazionali infestato dai pirati somali. Attaccato da uno sparuto gruppo degli stessi, Phillips riesce in un primo momento a coordinare i suoi uomini e le difese della nave allontanando la minaccia, dunque, una volta apertasi una falla e subito l'arrembaggio, si ritrova dapprima a lavorare per prendere tempo in attesa dei soccorsi, dunque ostaggio degli uomini che, fallito il tentativo di ottenere un riscatto per la sua nave, decidono di portarlo con loro facendo rotta verso la costa somala sperando che la compagnia possa pagare comunque.
Quando l'esercito ed i Seals entreranno in gioco e le negoziazioni si faranno più difficili, per Phillips inizierà un vero e proprio calvario.





Nonostante i miei ormai noti livelli di tamarraggine, nutro sempre un consistente scetticismo per le produzioni all'ammmeregana nel senso negativo del termine: lo sa bene perfino un mostro sacro come Steven Spielberg, bottigliato di recente in occasione dei suoi War horse e Lincoln, gioiellini di tecnica ma soporiferi mattonazzi di retorica a stelle e strisce.
Proprio uno dei suoi pupilli, Tom Hanks, già di suo tra gli attori più detestati dal sottoscritto - se si escludono le performance in Big, Forrest Gump, Philadelphia e Cast away -, è protagonista dell'ultimo lavoro di Paul Greengrass, che ai tempi apprezzai per il suo operato su Bourne e che come di consueto approccia il genere action/thriller con mestiere e perizia, di Captain Phillips - Attacco in mare aperto, che nonostante qualche parere autorevole positivo - vedi Poison - si è rivelato una sorta di martellata dritta nelle parti basse senza carattere chiusa da alcuni picchi di made in USA da brivido, e certo non in senso positivo.
Del resto era difficile poter sperare di imbastire una pellicola ad alta tensione partendo da una storia realmente accaduta - e quando mai, in questo caso, una grande produzione che si affida ad un protagonista che è il volto del buono e per famiglie si cimenta con un finale negativo, almeno per quanto riguarda lo stesso buono? - a meno di non essere Michael Mann o la Bigelow del magnifico Zero dark thirty: il risultato, dunque, produce una sensazione di attesa per l'ovvia conclusione che accompagna durante l'intera visione e che aumenta con il passare dei minuti, specialmente nel momento in cui ad una prima parte più serrata ed insolita - quella ambientata sulla nave sequestrata - si passa ad una seconda incentrata sul tentativo dell'esercito di riportare a casa il Capitano Phillips, divenuto ostaggio dei pirati.
Proprio il leader di questi ultimi, lo scheletrico e minaccioso Muse interpretato da Barkhad Abdi, rappresenta l'unica nota interessante di un titolo prevedibile quanto privo di qualsiasi picco di mordente o interesse effettivo grazie alla sua crescente ossessione per gli States ed il destino da prigioniero che lo attende in un luogo tra i peggiori del sistema correzionale USA - parlo del terribile penitenziario di Terre Haute - accettato praticamente come una passeggiata rispetto alla sua vita al largo delle coste somale.
Un titolo, comunque, nel complesso, decisamente troppo poco coraggioso per avvincere e convincere, stranamente ben accolto dalla critica, che non aggiunge nulla al genere e non trova un'identità precisa, che si tratti del blockbuster di grana grossa o della pellicola d'autore nello stile del già citato Michael Mann: non un action e non un thriller, non un film d'avventura ma neppure una pellicola di denuncia, un troppo poco di tutto che equivale ad un mezzo niente.
Più che da arrembare, a conti fatti, una barca che affonda.
E nonostante la mia spiccata anima action, non ci tengo davvero a fare la fine dell'orchestra del Titanic.



MrFord



"Huh, please don't you rock my boat
'cause I don't want my boat to be rockin' anyhow
please don't you rock my boat, no
'cause I don't want my boat to be rockin'."

Bob Marley - "Don't rock the boat" - 





lunedì 28 ottobre 2013

Dark skies - Oscure presenze



Regia: Scott Stewart
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 97'



La trama (con parole mie): Daniel e Lacy Barrett sono sposati con due figli, e fino a non troppo tempo fa assaporavano il piacere del sogno americano di una grande casa, sicurezza economica, barbecue con gli amici la domenica e due figli. I tempi della crisi, però, hanno cominciato a minare il rapporto tra i due, troppo impegnati a cercare di far quadrare i conti per dialogare ancora tra loro e con i ragazzi. Quando una serie di nuovi, misteriosi fenomeni comincia a sconvolgere la loro quotidianità a partire dagli incubi del piccolo Sam, però, i Barrett si stringono l'uno all'altro cercando di venire a capo di quello che sta accadendo.
Sarà Lacy, spinta da alcune ricerche in rete e dalla necessità di scoprire l'origine degli eventi che li hanno colpiti, a sospettare per prima che dietro i misteriosi fenomeni si celino, in realtà, esseri provenienti da un altro mondo.




Come molti appassionati ben sanno, ormai, l'horror ed uno dei suoi simboli più inquietanti, i bambini posseduti, sono un terreno minato per qualsiasi regista voglia confrontarsi con gli stessi rischiando, di fatto, di proporre al pubblico, nei casi migliori, un'insipida minestra riscaldata.
Negli ultimi mesi, fortunatamente, ho avuto la fortuna di assistere a due casi che hanno visto portare sullo schermo titoli certo non rivoluzionari o innovativi, nonchè assolutamente derivativi nella loro evoluzione, eppure funzionali e senza dubbio in grado di portare a casa la loro onesta pagnotta: The conjuring e, per l'appunto, questo Dark skies - Oscure presenze.
In più di un senso, potrebbero addirittura essere considerate pellicole sorelle: in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad una famiglia messa alla prova da forze decisamente più grandi di lei e pronta a stringersi attorno ai suoi membri apparentemente più deboli ed esposti al pericolo, pronta a rivolgersi a specialisti "del settore" inizialmente guardati con scetticismo e a combattere le suddette forze fino all'ultimo.
Ma se nel lavoro di James Wan - tecnicamente superiore a quello di Scott Stewart - a fronteggiare i protagonisti troviamo i "consueti" demoni, in Dark skies assistiamo all'interessante esperimento - che definirei riuscito - di riproporre le mitiche figure degli alieni cui ci eravamo abituati nei gloriosi anni ottanta grazie a pietre miliari come Incontri ravvicinati del terzo tipo nell'insolita veste di nemesi horror a tutti gli effetti, inquietanti e silenziosi invasori pronti a studiarci come entomologi del tutto privi di qualsiasi empatia.
Interessanti anche la scelta di mantenere il contatto con gli sgraditi ospiti del nostro pianeta molto in secondo piano, lasciando dunque il compito di inquietare il pubblico ai Barrett e alle loro reazioni alle interferenze "spaziali", e di optare per un'escalation conclusiva assolutamente lontana dagli usuali finali consolatori hollywoodiani, pronta a lasciare almeno parzialmente con l'amaro in bocca come fu con Sinister lo scorso anno.
Certo, l'evoluzione della trama ed i momenti da salto sulla sedia potenziale non sono nulla che non si sia già visto, il cast non pare decisamente il migliore sulla piazza - nonostante abbia ritrovato con piacere J. K. Simmons, ormai mitico dalle parti del Saloon dopo Oz e Juno - ed alcune parti potenzialmente molto interessanti sono lasciate cadere fin troppo presto - i segni lasciati dagli alieni sui due figli che divengono un implicito atto d'accusa e ragione di sospetto rispetto ai genitori su tutti -, eppure il film funziona e si lascia guardare dall'inizio alla fine, mantenendo una dignità che la media dei titoli horror attuali decisamente non ha.
Una discreta sorpresa, dunque, che ha rispolverato un'ansia dal sapore anni ottanta che non si avvertiva dai tempi del successo di X-Files, e che sul grande schermo può essere ricondotta a piccole perle come Arlington Road: considerate le aspettative che il Saloon tutto nutriva in merito, direi che Stewart può considerarsi uno dei piccoli eroi del genere in questo spento, spentissimo duemilatredici.


MrFord


"I'll take you out of this world (to the other side)
on a midnight rocket ('til the morning light)
going up, going down (it's gonna be alright)
I'll take you out of this world tonight."
Kiss - "Outta this world" - 



mercoledì 3 aprile 2013

Le strade della paura

Regia: Eric Red
Origine: USA
Anno: 1988
Durata: 86'




La trama (con parole mie): Cohen e Tate sono due sicari a pagamento assoldati dalla mala di Houston per cercare, scovare ed uccidere un testimone importante e sequestrarne il figlio.
La missione, almeno nella sua prima parte, riesce alla perfezione, e i due hanno facilmente la meglio sugli agenti di scorta ed i genitori del bambino, catturato quasi senza fatica: quando, però, si ritrovano da soli con il piccolo sulla lunga strada che dovrebbe riportarli proprio a Houston, i due cominciano a manifestare segni di profondo disaccordo portati ancora più oltre il limite proprio dal loro ostaggio.
A complicare la situazione già delicata, la notizia che il padre - nonchè il bersaglio grosso dell'operazione - pare essere sopravvissuto all'attacco.
Come finirà il viaggio? Riusciranno Cohen e Tate a giungere a destinazione senza rischiare di uccidere il bambino o farsi fuori tra loro?




Praticamente da quando ci siamo conosciuti il mio fratellino Dembo ha colto al volo i miei gusti, che fossero romanzi, serie tv, film o alcool.
Uno degli ultimi recuperi che gli devo è frutto della mitologia dei thriller on the road che tanto fecero per la nostra formazione cinematografica a cavallo degli anni settanta e soprattutto ottanta, a partire da Duel fino a The hitcher, che con l'inquietante performance di Rutger Hauer riusciva, ai tempi, ad inchiodarmi alla poltrona ed inquietarmi come pochi altri film: Le strade della paura è figlio della stessa formazione nonchè della stessa penna, Eric Red, che da sceneggiatore per l'occasione passò dietro la macchina da presa per dirigere questo serratissimo e violento noir a metà tra Cani arrabbiati e l'estetica pulp che sarebbe stata emblema di Tarantino a partire dagli anni novanta, poggiato sulle spalle di un sempre convincente Roy Scheider, spalleggiato per l'occasione da un giovanissimo Adam Baldwin, che in anni più recenti siamo stati abituati a vedere nel serial Chuck.
Prodotto a bassissimo costo e giocato principalmente sulla tensione costituita dall'attesa - dall'incipit ambientato nella casa di campagna assaltata dai due sicari al viaggio in macchina con il giovanissimo ostaggio a fare da ago della bilancia per i rapporti tra i due killer, fino al drammatico e violentissimo finale -, Le strade della paura mostra senza dubbio il fianco al tempo e ad una società ormai abituata a plot decisamente più smaliziati e meno improvvisati e naif di questo, eppure conserva ancora tutto il fascino del cult di genere, complice una massiccia dose di humour nero, esplosioni di sanguinosa ferocia alternate a fasi di sospensione da mozzare il fiato ed un senso di incertezza e quasi impotenza che accompagna lo spettatore dal principio alla conclusione, quasi fosse egli stesso l'ostaggio catturato dai due veri protagonisti della vicenda.
Interessante, in questo senso, scoprire quale potrebbe essere il vostro "favorito" - nel bene o nel male - della coppia di killer: da un lato il pacato e sotto le righe Cohen, veterano della professione, lupo solitario, votato ad una sorta di nichilismo di fondo e pronto al sotterfugio e al dialogo nel momento in cui si presentano opzioni diverse di comportamento rispetto alla bieca aggressione; dall'altro Tate, giovane ed impulsivo, una sorta di bestia da combattimento che non esita a sfogare la sua ira sul piccolo prigioniero così come sugli animali incrociati lungo la lunga cavalcata in autostrada - anche se il grande merito della carica di umorismo macabro passa tutta dalle sue parti -.
Nel complesso, il lavoro di Red risulta secco, asciutto e potente, anche se indubbiamente esposto all'usura del tempo: peccato soltanto che all'epoca dell'uscita fu praticamente snobbato dalla critica illustre finendo per diventare un esponente di quel Cinema di nicchia buono solo per appassionati duri e puri, quando avrebbe potuto segnare decisamente in misura maggiore l'immaginario collettivo e quello di registi allora agli esordi che avrebbero potuto fare tesoro della sua lezione: resta comunque, insieme ai già citati The hitcher e Duel, Punto zero e a Il buio si avvicina di Kathryn Bigelow - anche in questo caso uno script firmato da Red - uno degli esempi più importanti di cult della strada nella versione più dark e violenta.


MrFord


"I am not your rolling wheels
I am the highway
I am not your carpet ride
I am the sky
I am not your blowing wind
I am the lightning
I am not your autumn moon
I am the night, the night."
Audioslave - "I am the highway" -


giovedì 15 novembre 2012

Argo

Regia: Ben Affleck
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 120'




La trama (con parole mie): siamo alla fine del 1979 a Teheran quando scoppia una rivolta di proporzioni allarmanti che porta la popolazione locale a prendere d'assedio l'ambasciata statunitense, rappresentante del governo che ha concesso asilo politico all'odiato Scià in fuga.
Quando l'assalto ha inizio tutte le persone all'interno dell'edificio vengono prese in ostaggio - e tali resteranno per più di un anno, sotto gli occhi dei media di tutto il mondo - fatta eccezione di sei americani cui viene concessa ospitalità dall'ambasciatore canadese.
Questa condizione, però, è precaria e mette in allarme i servizi segreti di Canada e States, che non senza qualche dubbio affidano il compito di riportare negli USA gli "ostaggi non ostaggi" a Tony Mendez, esperto del settore: l'uomo ha infatti avuto un'idea particolarmente curiosa che potrebbe trarre in inganno le forze iraniane in modo da permettere la fuga proprio sotto i loro occhi.
Questa idea si chiama Argo, un finto film di fantascienza prodotto con tutti i crismi ad Hollywood e che dovrebbe essere girato proprio a Teheran.





"E chi lo fa il regista?"
"Ascolta, puoi prendere anche una scimmia, metterla dietro la macchina da presa, e potrà farlo benissimo anche lei."
Recita più o meno così lo scambio con protagonista Ben Affleck nelle vesti di Tony Mendez, alle prese con l'organizzazione di quell'Argo che potrebbe valergli la carriera e, soprattutto, sei vite al centro di un vero e proprio caso politico - e storico - che ancora oggi fa pensare.
In effetti, qualche anno, fa, nessuno avrebbe scommesso un centesimo sul bisteccone di Pearl Harbour, in qualità di attore o - figurarsi - di regista: ma evidentemente, a parte una stazza da giocatore di football e lo sguardo un pò spento, il vecchio Ben aveva qualcosa di meglio su cui puntare, e così, tra un siparietto e l'altro di "I'm fucking Matt Damon" e "I'm fucking Ben Affleck" - vi prego, recuperateli su Youtube - con l'inseparabile amico ha tempo di realizzare lo script di un film sottovalutato eppure per me sempre bellissimo come Will Hunting, e senza fretta coltivare il sogno di passare il confine, segnando tra l'altro un percorso in continua crescita in grado di portarlo dal discreto Gone baby gone al solido The town fino a questo buonissimo Argo.
Una cosa simile era capitata, parlando sempre di attori "dalle due espressioni", qualche decennio fa anche ad un signore chiamato Clint Eastwood, autore di alcuni dei più grandi Capolavori made in USA degli ultimi trent'anni - Gli spietati, Million dollar baby, Un mondo perfetto, Mystic river, Lettere da Iwo Jima, Hereafter, Gran Torino tanto per citarne alcuni -: certo, Ben Affleck deve ancora battere parecchia strada prima di potersi considerare ai livelli di quello che è ormai un Maestro, eppure le basi per poter nutrire una grande fiducia in lui sono ormai poste su solidissime fondamenta.
Argo, in particolare, assume un'importanza ancora maggiore per la maturità con la quale è presentato, uno stile classico - che non significa noioso, badate bene - che l'anno scorso aveva già vestito uno dei titoli che più mi colpirono in chiusura dell'anno - Le idi di marzo di George Clooney, qui in veste di produttore -, in grado di richiamare il Cinema impegnato che sul finire dei gloriosi seventies consegnò al pubblico quello che, a mio parere, resta il Capolavoro del genere, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula.
Ma non c'è soltanto questo, dietro ad una vicenda ispirata ad una missione resa "unclassified" soltanto da Clinton sul finire degli anni novanta: c'è un amore incondizionato per la settima arte, prima di tutto - dagli impagabili John Goodman e Alan Arkin alle reazioni a metà tra l'ebete ed il felice dei soldati iraniani omaggiati del contenuto dell'artbook di Argo -, il gusto per il suddetto Classico e la costruzione quasi geometrica di un climax conclusivo da cuore in gola, ritmo martellante, interpretazioni convincenti di un cast eterogeneo ed in gran forma, e soprattutto molta ironia.
Dalla questione sulle abilità richieste ad un regista che abbiamo già affrontato alla parodia - che poi, a conti fatti, parodia tanto non è - sul mondo dorato di Hollywood in cui vince chi mente e la spara più grossa degli altri, il lavoro del nostro bisteccone viaggia a corrente tutt'altro che alterna, convincendo sia quella parte di audience abituata al blockbusterone confezionato ad arte sia a quella più incline all'autorialità, prendendo tutti quanti per mano in una corsa contro il tempo che tiene incollati alle poltrone fino all'ultimo, liberatorio annuncio sugli alcolici.
Ma ancora non ha finito, il soprendente Affleck: perchè nonostante già tutto quello che ho elencato basterebbe per rendere Argo una delle proposte migliori delle ultime settimane in sala, c'è una singola scena che, a mio parere, è stata in grado di permettere a questo film il vero e proprio salto di qualità senza alcuno spreco di retorica, grandi mezzi, troppe parole.
Proprio mentre i sei fuggitivi e Tony Mendez, infatti, affrontano gli ultimi istanti liberatori prima di lasciare l'Iran - sequenza, tra l'altro, assemblata con un montaggio incrociato che non ha nulla da invidiare a quelli di Thelma Schoonmaker o di The social network -, la giovane domestica fino a poche ore prima alle dipendenze dell'ambasciatore canadese è costretta ad espatriare in Iraq, quasi si buttasse dalla padella alla brace.
Per lei nessuno spenderà parole, missioni non ufficiali di agenti segreti, o inventerà film che non esistono in modo da poterla sottrarre da un destino triste ed amaro: e senza colpo ferire, o la voce troppo alta, il nostro ex bisteccone consegna pronta una piccola perla che mostra tutto il lato oscuro di una politica - estera o interna che sia - da sempre - almeno per quanto riguarda la contemporaneità - votata a scelte economiche o "scenografiche".
Nessun indice puntato sugli USA - lo Scià cui concessero asilo, colpevole di atroci crimini, del resto, era stato insediato proprio da loro -, ma qualcosa di decisamente più potente, seppure sotterraneo.
Una sorta di presa di coscienza di un concorso di colpa in grado di scuotere e, al contempo, di non sminuire l'impresa che Mendez portò a termine senza un'ufficialità riconosciuta ed effettiva e che diviene ora, a distanza di oltre trent'anni, un simbolo che è quasi un atto di fede.
Una cosa di cui il lavoro di Ben Affleck, ormai, non ha più bisogno.
Perchè è diventato una certezza.


MrFord


"Every time I look in the mirror
all these lines on my face getting clearer
the past is gone
it went by, like dusk to dawn
isn't that the way
everybody's got their dues in life to pay
yeah, I know nobody knows
where it comes and where it goes
I know it's everybody's sin
you got to lose to know how to win."
Aerosmith - "Dream on" -


 

sabato 13 ottobre 2012

6 bullets

 Regia: Ernie Barbarash
Origine: USA, Romania
Anno: 2012
Durata: 93'




La trama (con parole mie):  Samson Gaul, un ex soldato e mercenario tornato nella terra d'origine al mestiere di suo padre, il macellaio, di tanto in tanto viene assoldato da privati cittadini che vedono le loro figlie e figli rapiti affinchè gli stessi finiscano nel giro oscuro della prostituzione minorile.
A seguito di un raid finito male in perdono la vita alcune ragazzine, Gaul si ritira buttandosi nell'alcolismo, tormentato dai sensi di colpa: quando, però, la giovane figlia del campione di MMA americano Andrew Fayden viene rapita da un boss locale che vorrebbe facilitare un affare con un emiro, il fu mercenario torna alla carica aiutato dal figlio e dagli stessi genitori della ragazza chiudendo definitivamente i conti con il passato senza ovviamente lasciare che alcuno dei criminali venga risparmiato.




Non troppo tempo fa mi capitò di incrociare per caso - e per questioni lavorative - il dvd di questo film, uscito direttamente per home video nonostante il recente ritorno alla ribalta del mitico JCVD nell'altrettanto mitico Expendables 2: per quanto possa voler bene al buon Jean Claude, la mia espressione la disse lunga a proposito della possibilità che fosse anche solo lontanamente una pellicola in grado di essere associata ai grandi cult del passato con protagonista l'attore belga, e finii per riporla senza troppi patemi nel dimenticatoio.
Evidentemente avevo sottovalutato - purtroppo per me - la determinazione di uno dei miei action heroes preferiti di tutti i tempi, che spinto da recensioni neppure troppo negative in rete ha finito per incuriosirmi tanto da recuperare il film in questione, appartenente al recente filone est europeo responsabile di aver rilanciato Van Damme negli anni successivi l'ottimo e spesso citato da queste parti JCVD: l'atmosfera da b-movie selvaggio in grado di mescolare malinconia per i vecchi tempi e tematiche scomode - in questo caso il mercato dei minori - è riuscita a farmi piacere una proposta che, tecnicamente, appare alla stregua dei peggiori prodotti televisivi, nonostante l'assenza dei calci rotanti e delle sequenze profondamente fisiche necessarie affinchè un prodotto con Van Damme possa essere considerato un prodotto con Van Damme.
Il regista Ernie Barbarash - lo stesso che firmò l'altrettanto brutto ed affascinante Assassination games - comincia addirittura ad essere stimato dalle parti del Saloon proprio per la sua appartenenza ad una così infima categoria di cineasti da non rendere neppure più necessaria quella tamarraggine che mi parve mancare al titolo appena citato, all'interno del quale non soltanto il Nostro, ma perfino Scott "Boyka" Adkins non venne sfruttato per qualche roboante scazzottata: questo 6 bullets risulta talmente imbarazzante, infatti, da ipnotizzare, e reggere nonostante una durata decisamente notevole per una proposta di questo genere - i novantatre minuti ufficiali indicati da Imdb non collimano con quella che evidentemente è la director's cut cui ho assistito, che è riuscita ad accarezzare le due ore piene - in grado di provare fisicamente non soltanto i detrattori, ma anche i più fanatici estimatori di questo tipo di pellicola.
Rimango comunque grato a regista, truccatori e sceneggiatura per la straordinaria sequenza d'apertura all'interno dalla quale Gaul/Van Damme, infiltratosi in un covo di trafficanti di minorenni alla ricerca del ragazzino che ha il compito di recuperare, sfoggia due look clamorosamente ridicoli che paiono omaggi al Walter White del magnifico Breaking bad e al Verdone prete di Un sacco bello nel giro di dieci minuti scarsi che, da soli, varrebbero l'intera visione.
Come se questo non bastasse, vengono poi liberate sequenze di stampo malinconico in cui il protagonista, roso dai sensi di colpa, serve al banco della sua macelleria bevendo vodka come fosse acqua di fonte intento a tagliare fettine per i clienti con cura e tanto di guanto di lattice salvo poi servirle con la mano libera in bisunti sacchetti di carta osservando con gli occhi vitrei i fantasmi delle ragazzine morte a seguito della sua missione di salvataggio "mascherato": impagabile davvero.
Il ridicolo involontario viene poi riproposto nel momento della riscossa dell'antieroe e dei genitori della quattordicenne scomparsa il cui ritrovamento diviene motore della ripresa del vecchio Gaul schiacciato dalla depressione, una missione di salvataggio che pare scritta da un qualche ragazzino tra elementari e medie che, in effetti, a fronte di un titolo di questo genere, rischia di divertirsi come un pazzo se non fosse per l'assenza di roboanti sequenze d'azione - probabilmente, dato il budget a disposizione monopolizzato dall'ingaggio di Van Damme, impossibili da girare -.
Un titolo che è dunque già leggenda per i fan hardcore di uno dei più grandi interpreti del trash tamarro di tutti i tempi, e che potrebbe addirittura significare l'inizio di una nuova corrente nella produzione che lo coinvolge: considerata l'età che avanta ed un'elasticità non più all'altezza dei tempi delle spaccate, la malinconia in stile Lionheart unita allo stile da piccolo schermo che ha fatto la fortuna di Segal e Chuck Norris negli ultimi anni potrebbe significare un capitolo ancora tutto da scrivere nella carriera di uno dei volti più importanti che il Cinema di botte abbia mai conosciuto. 



MrFord


"Children of tomorrow live in the tears that fall today
will the sun rise up tomorrow bringing peace in any way?
Must the world live in the shadow of atomic fear?
Can they win the fight for peace or will they disappear?"
Black Sabbath - "Children of the grave" -


domenica 23 settembre 2012

Transporter: extreme

Regia: Louis Leterrier
Origine: Francia, USA
Anno:
2005
Durata:
87'



La trama (con parole mie):  Frank Martin, ex agente delle Forze Speciali specializzato in trasporti "eccezionali", vive un periodo di pausa dal suo consueto impiego a Miami, al soldo della famiglia Billings, per la quale si incarica di scarrozzare il piccolo Jack a scuola e dal dottore.
Quando una banda di mercenari e terroristi decide di rapire il bambino in modo da infettare con un pericoloso virus il padre, al centro della lotta ai cartelli della droga colombiani, Frank torna sulla strada deciso a risolvere la faccenda da par suo.
Ovviamente, per quanto il boss dei criminali Gianni Chellini e la sua amante/guardia del corpo Lola possano mettercela tutta, il piano è inesorabilmente destinato a crollare sotto una raffica di colpi dietro l'altra del buon "autista".




Ringrazio il Cinema, l'alcool, la vita ed il panesalamismo di avermi tirato fuori da quel periodo oscuro di qualche anno fa in cui mi tuffai a capofitto solo ed esclusivamente nell'autorialità, precludendomi per troppo tempo il gusto di godere di pellicole come questa.
Perchè indubbiamente la trilogia dedicata all'autista speciale Frank Martin, figlia di tutto il peggio del trash legato all'action anni ottanta e novanta, non sarebbe mai entrata in casa Ford senza una robusta dose di desiderio di evasione totale dei neuroni: ed ancora oggi, vista con tutta la gioia e la goduria possibili, risulta effettivamente essere un prodotto alle soglie del terrificante, eppure proprio per questo irresistibile agli occhi di un Expendable redento dall'essai come il sottoscritto.
Ricordo quando, ormai un paio d'anni fa, riscoprii il primo capitolo della saga in pieno fervore da visione di Statham alla corte di Sly e soci, riuscendo addirittura a superare il fatto che il tutto fosse scritto e prodotto da Luc Besson, uno dei registi in assoluto meno amati qui al Saloon: con questo secondo giro di giostra le avventure del buon trasportatore si fanno ancora più eccessive, sopra le righe e roboanti, complice un plot al limite del ridicolo che pare confezionato ad hoc per regalare al pubblico sequenze di grande impatto soprattutto per quanto riguarda le coreografie di combattimento - realizzate sfruttando vestiti, armi occasionali ed ambiente circostante con spettacolari risultati -, oltre ad un paio di vere e proprie perle da fantascienza dell'inseguimento in auto - il volo tra gli edifici, la bomba sganciata piroettando attorno ad una gru, il passaggio "sui tetti" -, senza contare un gruppo di criminali che il buon Frank sarà più che lieto di asfaltare e che paiono usciti dai peggiori serial in stile Renegade, dal boss in stile finto padrino interpretato da Alessandro Gassman alla killer o presunta tale con la mania di leccare l'intera faccia di Statham passando attraverso un campionario di sgherri degni del peggior b-movie.
Eppure, nonostante tutto questo, se osservato dal corretto punto di vista - e conviene, perchè non penso che il vecchio Jason possa prendere bene un rifiuto da snob della settima arte - questo Transporter extreme rischia di sfiorare vette alle quali neppure il primo della serie ci aveva abituati - anche se la sequenza sui pedali della bicicletta coperto di grasso ancora resta la numero uno -, mantenendo alti ritmo e dosi di adrenalina, nonchè profondo senso di gasamento in tutto il pubblico, che sia maschile - le scazzottate dell'antieroe solitario sono sempre uno spasso - o femminile - Jason Statham, in completo o a petto nudo, è sempre uno spasso -.
Curiosa la presenza di Matthew Modine, che tutti voi ricorderete in Full metal jacket e che, negli anni, ha subito una brusca frenata all'ascesa della sua carriera. 
Non resta molto da dire, se non che ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi eredi della tradizione action nata con gli Stallone, gli Schwarzenegger e i Van Damme e proseguita a suon di imprecazioni dal Bruce Willis della quadrilogia dedicata a McClane: se nel panorama attuale esiste qualcuno in grado di eguagliare le gesta di questi inarrivabili eroi del passato, è senza dubbio questo coriaceo anglosassone dal passato di combattente.
E qui dietro al bancone siamo tutti con lui.


MrFord


"It'll all click when the mortgage clears
all our fears will disappear
now you go to bed
I'm staying here
I've got another level that I want to clear."
The Servant - "Cells" -


giovedì 5 aprile 2012

Cane mangia cane

Autore: Edward Bunker
Origine: Usa
Editore: Einaudi
Anno: 1995 (1999 in Italia)



La trama (con parole mie): Mad Dog McCain, Diesel Carson e Troy Cameron hanno più o meno la stessa età, e si conoscono dai tempi del riformatorio. I loro caratteri sono diversi almeno quanto le loro origini e fisicità, eppure, dai primi reati minori al carcere duro, hanno imparato - con fatica - a rispettarsi l'un l'altro.
Quando Troy esce finalmente dalla prigione, i suoi due vecchi compagni sono in attesa fervente di quello che è in tutto e per tutto il loro leader in modo da iniziare una nuova serie di colpi insieme: la particolarità delle rapine sarà data dal fatto che, tramite i contatti dello stesso Troy, i tre si occuperanno di alleggerire trafficanti di droga ed esponenti del mondo criminale, riducendo così a zero il rischio di intervento delle forze dell'ordine.
Le tensioni, però, continuano a crescere, complice la volontà di Troy e Diesel di guadagnare abbastanza per ritirarsi e la follia irrequieta di Mad Dog: senza contare che su ognuno di loro grava come un macigno il rischio potenziale della terza condanna, che si traduce come carcere a vita assicurato.




Da troppo tempo il vecchio Bunk non faceva capolino in casa Ford.
Precisamente, l'ultima lettura di uno degli autori di riferimento del crime novel moderno risaliva a quasi due anni fa, con l'autobiografia Educazione di una canaglia
Così, anche considerato che era l'ultimo suo titolo pubblicato che mi mancava di affrontare, ho deciso di buttarmi su Cane mangia cane, romanzo consigliatissimo dal mio fratellino Dembo che nelle sue prime pagine è riuscito a lasciarmi sbigottito: sarà che sono sempre stato abituato, leggendo i romanzi del Mr. Blue delle iene tarantiniane, a ritrovarlo specchiato nel suo protagonista - normalmente un tizio solitario - e a mostrare tutto il lato umano del crimine, sarà che non mi aspettavo che l'autore scegliesse di gestire quasi allo stesso livello tre protagonisti, sarà che i primi capitoli dedicati a Mad dog McCain sfoderano un personaggio in grado di apparire disgustoso quanto i peggiori villains della mia storia di lettore, ma qualcosa pareva si fosse incrinato, nel mio rapporto di lettore con Bunker, tanto da far emergere un certo dispiacere rispetto al fatto che la mia ultima lettura del granitico Ed poteva rivelarsi in qualche modo una delusione.
Ma, nonostante lo conoscessi a menadito, avevo sottovalutato l'ex detenuto, romanziere, attore e sceneggiatore: perchè pagina dopo pagina, ritratto dopo ritratto, Bunk sfodera tre personaggi profondi e passionali, arrabbiati e cattivi eppure umani e fragili, ed un crescendo finale che pare una poesia di morte, proiettili e speranze perdute.
Nel mondo di Mad dog, Diesel e Troy, infatti, non esiste nulla che possa essere paragonato ad un sogno: fin da ragazzini, quelli come loro sono dati in pasto ad un sistema in grado di renderli sempre più aggressivi, sempre più assetati di una vendetta che è quasi un dovere, vista dal loro lato della barricata.
Straordinario, nel corso della vicenda, assistere al sezionamento della solitudine di McCain, dai tempi del riformatorio costretto a lasciare che la follia prendesse il timone della sua nave in modo da difendersi dai tipi più grossi e minacciosi di lui: una solitudine che diviene psicosi ed espressione di violenza, e che non guarda in faccia a niente e a nessuno, tranne a Troy.
Accanto, il desiderio di una vita normale di Diesel, ex pugile e gigantesco combattente in grado di vincere la sua battaglia più importante: quella di superare il periodo della libertà vigilata e tornare ad essere un cittadino come gli altri, senza mai dimenticare di mostrare con fierezza i tatuaggi in blu tipici dei carcerati.
E poi, Troy: Troy che nasce ricco, intelligente ed acuto. Troy la cui vita pare in discesa, fino al tentativo di uccidere il padre per difendere la madre ed il tradimento della stessa, prima di essere consegnato ufficialmente al sistema.
Uscirne è difficile, Bunker lo sa bene. Troy, in qualche modo, è quello che gli somiglia di più.
O quello che gli sarebbe somigliato se la scrittura ed il Cinema non l'avessero salvato.
Troy in guerra con il mondo e la società. Troy che non riconosce Dio, ma Dostoevskij.
Troy che non ha paura. Troy che rispetta il codice del crimine.
Lui, Mad dog e Diesel sono criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, chi è davvero innocente?
La zia di Mad dog con i suoi maltrattamenti ad un bambino destinato a divenire uno psicopatico? La madre di Troy la paura di suo marito? La moglie di Diesel, con le sue lamentele che finiscono quando arrivano i soldi per la macchina nuova?
Certo: nessuno che stia da questa parte della barricata ha mai compiuto una rapina a mano armata, un rapimento o un omicidio. Stiamo parlando, del resto, di criminali incalliti, colpevoli e feroci.
Eppure, la Legge ha imposto che lo diventassero ancora di più: l'assurda regolamentazione made in Usa delle tre condanne - chiaramente contestata dall'autore -, in grado di trasformare taccheggiatori in aspiranti assassini, è una delle più assurde forme di repressione che mi sia capitato di osservare applicata, e rappresenta il fantasma che incombe con la sua inquietante presenza su Diesel e Troy in particolare, pronti ad uccidere e morire piuttosto che tornare per l'ultima volta dietro le sbarre.
Ma andando oltre la riflessione sulle legislazioni statunitensi e le parti prevalentemente action e crime del romanzo, è con l'escalation finale che Cane mangia cane arriva a sfiorare le vette raggiunte dal suo autore con Little boy blue ed il mio favorito Come una bestia feroce: i destini dei tre compagni, giocati come in una partita a carte con il Destino, sfuggono alle mani più clamorose per finire all'aria di fronte alla banalità del caso, giunta attraverso due errori di persona.
E se il primo, che scatena le paranoie di Mad dog, è figlio di quelle stesse regole del crimine che Troy si troverà costretto ad infrangere, il secondo, passato attraverso un ometto impaurito e cattivo, eppure perfettamente a norma di legge, ha dell'assurdo, e mostra tutta l'umanità dei questi criminali incalliti e colpevoli: la corsa di Diesel ed il viaggio della speranza di Troy, il reverendo e sua moglie, i poliziotti ed il direttore del supermercato riportano alla mente la necessità di potere del Libanese, la rabbia del Bufalo e la voglia di rivalsa del Dandi in Romanzo criminale: la nostra natura - e Dostoevskij lo sapeva bene, essendo a sua volta stato condannato a morte e graziato ad un passo dal patibolo - è malvagia e terribile, ma è nutrita da un sistema e da una società che aumenta la distanza tra i due lati della barricata, e non lascia soluzione se non il conflitto.
E una guerra, si sa, lascia cicatrici profonde e terribili. Sempre che le si sopravviva.
Mad dog, Diesel e Troy sono vittime di questa guerra: nessuno negherà mai le loro colpe, eppure c'è qualcosa che impedisce di non vedere tutta la genuinità straziante della loro disperazione sputata in faccia ad un mondo che, a ben vedere, non li ha mai voluti.
Non posso giustificare le loro azioni - a tratti agghiaccianti - ma, ripensando alla storia di Bunker, alla sua prosa potente e alla tecnica sorprendente - più volte, nel corso di questo romanzo, ho pensato al montaggio alternato cinematografico applicato alla letteratura - non posso che attribuire a questi tre personaggi un rispetto che forse qualcuno non capirà, o troverà assolutamente assurdo, ma non loro stessi.
E non il vecchio Bunk.
Ed è questo quello che conta.


MrFord


"San Quentin, what good do you think you do?
Do you think that I'll be different when you're through?
You bend my heart and mind and you warp my soul,
your stone walls turn my blood a little cold."
Johnny Cash - "San Quentin" -


 
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