Visualizzazione post con etichetta Cinema orientale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cinema orientale. Mostra tutti i post

sabato 9 agosto 2014

Macabre

Regia: The Mo Brothers
Origine: Singapore, Indonesia
Anno: 2009
Durata: 95'




La trama (con parole mie): Adjie e Astrid, una coppia in dolce attesa, decide di partire alla volta di Jakarta con tre amici in modo che Adjie possa ricongiungersi con una sorella "perduta". Non appena ultimati i preparativi per questo road trip, i compagni di viaggio trovano letteralmente sulla loro strada la giovane Maya, che afferma di essere stata rapinata e chiede al gruppo aiuto.
Accompagnata la giovane fino alla propria casa, gli amici finiscono per accettare l'invito a cena della ragazza, che per sdebitarsi propone di sfruttare l'occasione per offrire ai viaggiatori un tetto ed un pasto con la sua famiglia.
Peccato che, proprio a tavola, la natura terribile e misteriosa dei parenti di Maya venga piano piano a galla, dando inizio ad un vero e proprio incubo senza fine per Adjie ed i suoi amici.







L'horror è da sempre uno dei guilty pleasures favoriti di casa Ford, passato attraverso le epoche dei film condivisi con mio fratello a quelli con Julez, patita almeno quanto il sottoscritto di massacri ed ammazzamenti vari.
Quando il lavoro e le pressioni del quotidiano incombono, una sana e sguaiata scampagnata in territori come questi riesce sempre a mettere di buon umore, sia che si tratti di pellicole in grado di spaventare davvero - ormai sempre meno numerose, occorre ammetterlo -, sia che si parli di slasher da massacro puri e semplici.
Macabre, pellicola indonesiana giunta al Saloon grazie a Dembo, si ascrive proprio a quest'ultima categoria, richiamando alla memoria classici del genere come Non aprite quella porta, proponendo il classico plot del gruppo di amici ritrovatisi alla mercè di una famiglia - o presunta tale - di psicopatici sanguinari assetati di morte.
Senza dubbio la resa ed il livello tecnico del lavoro dei Mo Brothers non sono neppure da paragonare alla lontana a Classici come quello firmato da Tob Hooper, eppure, e nonostante abbiano dovuto battersi con la stanchezza e la palpebra pesante dei coniugi Ford, sono riusciti a divertire abbastanza da soprassedere alle ingenuità e ad un risultato che ricorda gli horror fatti in casa come il nostrano - e spassosissimo - Il bosco fuori: fatta eccezione, infatti, per l'inquietante matriarca Dara - vera e propria mattatrice nel vero senso del termine della pellicola -, spesso e volentieri ci si ritrova con un sorriso stampato sul viso nell'osservare gli squilibri dei protagonisti imprigionati dagli psicopatici capitati per caso sulla loro strada.
In questo senso la sequenza dedicata allo squartamento - in pieno stile Leatherface - che precede l'inizio della fuga della protagonista, è quasi da antologia del trash: i due amici legati come salami che urlano come bambine inseguite dal compagno di classe che vuole sporcare i loro vestitini nuovi finiscono per superare in breve il confine del ridicolo spingendo ad empatizzare con il corpulento macellaio improvvisato, sperando che quest'ultimo possa porre presto fine alle loro sofferenze - e a quelle delle orecchie dell'audience -.
Forse l'intento dei registi non era propriamente questo, eppure non si è disdegnato, da queste parti, un elemento che potesse alleggerire le pretese di un titolo che, onestamente, non potrebbe averne neanche per sbaglio, finendo per farlo risultare anche più simpatico di quanto non si potesse pensare alla vigilia: interessante, comunque, il duello finale tra la matriarca e la giovane fuggitiva, che per ambientazione e svolgimento ha riportato alla mente del sottoscritto piccole chicche di genere come Wrong turn o l'approccio molto fisico del sempre caro Neil Marshall.
Certo, gli standard necessari perchè si possa considerare Macabre qualcosa di più di un tentativo amatoriale di omaggiare un genere di norma ormai fin troppo bistrattato sono ben lontani, ma a volte è quasi meglio trovarsi di fronte un onesto e limitato prodotto piuttosto che una pellicola spocchiosa le cui ambizioni superano di gran lunga la qualità effettiva.
In casi come quello, infatti, risulterebbe ancora più naturale tifare per "i mostri".



MrFord



"Coming to your house
I'll make you scream
catch you all alone and
then you're dead
I'm going to shatter
all your dreams
filling you all full of
fear and dread."
Macabre - "I need to kill" - 




lunedì 21 luglio 2014

The Raid 2 - Berandal

Regia: Gareth Evans
Origine: UK, Indonesia, USA
Anno: 2014
Durata:
150'





La trama (con parole mie): Rama, sopravvissuto a stento alla missione che lo vide affrontare uno dei boss locali di Jakarta e ritrovare suo fratello, viene reclutato da un ufficiale della polizia che lo vorrebbe come infiltrato per una missione ad altissimo rischio che ha come obiettivo quello di smascherare i dirigenti delle forze dell'ordine in accordo con i boss criminali della città ed assicurare alla Giustizia - in un modo o nell'altro - gli stessi boss.
Rama, inizialmente refrattario all'idea, accetta convinto dalla promessa di una protezione per sua moglie e suo figlio garantita dalla polizia e per vendicare il fratello, nel frattempo ucciso da uno degli astri nascenti della criminalità di Jakarta.
Incarcerato sotto falso nome, il combattivo tutore dell'ordine dovrà trovare il modo di guadagnarsi la fiducia di Uco, figlio di uno dei più importanti padrini della malavita, e partire proprio da lui per cominciare a costruire la vittoria ed il completamento della missione stessa: peccato che la strada sarà lastricata di cadaveri e continui cambi di prospettiva.






Si può dire che fosse dai tempi del magnifico The Raid - Redemption, che i fan in tutto il mondo di Gareth Evans e del Cinema di botte ed action attendevano il secondo capitolo delle avventure di Rama: io stesso, dopo essere rimasto a bocca aperta di fronte al meraviglioso sfoggio di tecnica e di sprezzo del pericolo degli stuntmen nella prima pellicola, non vedevo l'ora di potermi mettere comodo e tuffarmi nell'allora solo annunciato The Raid 2.
In questi casi, la prima domanda è sempre la stessa: il regista sarà stato in grado di mantenere il livello della sua opera o la stessa sarà crollata miseramente sotto il suo stesso peso?
E subito dopo: il talento sarà all'altezza delle ambizioni?
Nel caso di questo titolo in particolare, la risposta è senza dubbio sì.
Non che il lavoro di Evans sia privo di difetti - soprattutto in fase di scrittura, considerato che le coreografie degli scontri, la fotografia, il montaggio e l'eleganza dei movimenti di macchina sono indiscutibili -, o che non si senta la mancanza della naturalezza del primo film, decisamente meno pretenzioso e più pane e salame, ma questo Berandal rappresenta, di fatto, uno di quei pugni nello stomaco in grado di trascendere un genere e renderlo oggetto di culto, mescolando la perizia di un Michael Mann al gusto per l'eccesso che le arti marziali e l'approccio orientale - benchè l'uomo dietro la macchina da presa sia un ragazzone gallese di nascita - hanno fatto loro fin dagli esordi, in Occidente e non.
Due ore e mezza di furia raccontata con un gusto estetico da fotografo d'elite, come se la pittura delle gallerie d'arte d'alto bordo incontrasse le nocche consumate a furia di pugni delle palestre di strada: la seconda impresa di Rama - un grandissimo Iko Uwais, già protagonista del capitolo precedente e dell'esordio del regista Merantau - riesce nell'impresa di ricordare ad un tempo le epopee di Bruce Lee e di tutti i suoi emuli - non solo orientali, si pensi a Van Damme - e la magia poetica di un Johnnie To, con quel gusto crepuscolare ripreso di recente anche da Refn in Solo dio perdona.
Lo script - certamente non il punto forte della pellicola - recupera a piene mani da tutta la mitologia dell'infiltrazione poliziesca, da Infernal affairs a I padroni della notte, mentre le parti dedicate alla lotta sono tra le migliori mai girate, dallo scontro a partire dal bagno del carcere con protagonista Rama all'inseguimento in macchina, senza contare il duello che precede l'epilogo - davvero degno di rivaleggiare con quello che chiuse Redemption - e soprattutto la prodigiosa sequenza con al centro la figura del sicario Prakoso, tradito dalla sua organizzazione e lasciato in balìa di un'orda di avversari decisi a fargli la pelle: il percorso che dal locale porta lo scatenato Yayan Ruhian - già interprete dell'indimenticabile Mad Dog nel film precedente - sulla strada è vera e propria poesia del Cinema di botte, una lezione indimenticabile con la quale tutti i titoli che usciranno da qui in avanti dovranno, volenti o nolenti, confrontarsi se vorranno assurgere al ruolo di cult.
Devo comunque ammettere che, personalmente e nonostante il livello di esaltazione assoluto provato nel corso di questa visione dal primo minuto alla strepitosa chiusura - non vedo già l'ora del terzo capitolo -, il mio cuore è e resta con The Raid - Redemption, un prodotto forse più grezzo eppure privo di quell'aura di autorialità a tutti i costi cercata - giustamente, considerato il talento visivo - da Evans per questo Berandal.
Senza dubbio, il buon Gareth è riuscito a rompere ogni schema e confine che divideva questo tipo di Cinema e proposte dall'Occidente tamarro e dozzinale all'Oriente esagerato e dalla profonda malinconia - si pensi a tutta la prima produzione di John Woo, o allo stesso e già citato Bruce Lee -: per un figlio della nostra cultura, già questo è sinonimo di un successo senza precedenti, reso ancora più clamoroso dalle evoluzioni che Uwais e tutti gli atleti, attori e comparse riescono a fornire per la gioa del pubblico in quest'occasione.
The Raid 2 è una nuova pietra miliare per il suo genere, e forse non solo.
Di fatto, è come se fosse iniziato un nuovo, strepitoso e senza confini geografici capitolo della Storia dell'action dalle ripercussioni enormi sulla settima arte intera: uno tsunami venuto dall'Estremo Oriente a suon di calci, pugni e colpi proibiti - con ogni tipo di arma ed oggetto - orchestrato da un direttore decisamente unico, venuto dalle brughiere di un Galles che con Jakarta pare non avere nulla a che fare.
Evidentamente, a volte, si sbaglia.
Qui non contano geografia o cultura.
Conta il Cinema.
E The Raid 2 - Berandal è senza dubbio grande Cinema.



MrFord



"Mother Nature's quite a Lady
but you're the one I need
flesh and blood need flesh and blood
and you're the one I need."
Johnny Cash - "Flesh and blood" - 



venerdì 14 dicembre 2012

A simple life

Regia: Ann Hui
Origine: Hong Kong
Anno: 2011
Durata: 118'




La trama (con parole mie): Ah Tao è una governante. Fin da quando era poco più di una bambina e per oltre sessant'anni ha servito con abnegazione e costanza una famiglia divenendo, di fatto, parte di essa: quando la maggior parte dei suoi membri si trasferiscono negli States Ah Tao rimane ad Hong Kong con Roger, l'unico figlio single, noto produttore televisivo e cinematografico, nella casa in cui è cresciuto.
Colpita da un ictus e non più in grado di adempiere alle sue funzioni come vorrebbe, l'anziana donna decide di ritirarsi in una casa di riposo, accudita da Roger che, oltre al pagamento della retta, provvede a farle spesso visita senza risparmiarsi denaro e regali.
Gli ultimi anni di Ah Tao saranno un'occasione per l'uomo di ricambiare con la sua presenza la donna che lo ha, di fatto, cresciuto.





Mia nonna materna è morta quando avevo undici anni.
Facevo la prima media, e ricordo quel giorno ancora come se fosse ieri.
Avevano chiamato dall'ospedale la mattina, mentre facevamo colazione, e mia madre si era precipitata fuori con il cuore in gola - ho ancora in mente le parole che disse a mio padre prima di uscire, figurarsi -, ed io avevo passato l'intera giornata scolastica pensando a cosa mi sarei dovuto aspettare una volta tornato a casa.
Quando suonò la campanella e mi affacciai alla finestra vidi mio padre, che mi salutò dai piedi della scalinata dell'ingresso, e pensai che doveva essere successo qualcosa di grave, se c'era lui, che con il lavoro non avrebbe mai potuto passare a quell'ora.
Tornando a casa a piedi mi spiegò che mia nonna era mancata, ed io rimasi in silenzio ad ascoltare la sua voce ferma e tranquilla fino alla porta di casa: poi aprì mia madre - che allora non aveva neanche quarant'anni, non troppi più di me adesso - con gli occhi gonfi, e non resistetti un secondo.
E' stata sfortunata, mia nonna, è morta giovane, e mi dispiace non poter avere avuto occasione di conoscerla di più. 
Però ricordo ancora le sue mani. Erano sempre profumate, e morbide. Avevano qualcosa di rassicurante e materno.
Forse la mia fissa per le mani delle donne nacque proprio da questo, chissà.
Ma cosa c'entra il mio racconto con il film di Ann Hui?
C'entra eccome, perchè osservando la minuta Ah Tao dal primo all'ultimo minuto di questa delicata, struggente pellicola ho avuto l'impressione di ritrovarmi di fronte alla Nonna come concetto, ed osservare Roger, uno dei bambini che lei stessa allevò - e che continua a riconoscerla quanto e più della sua stessa madre - ripagarle tutte le attenzioni e le cure di una vita è stato malinconico quanto straordinariamente appagante, quasi possa sempre e comunque trovare un senso questo nostro lottare e batterci per chi ci sta accanto, la nostra famiglia, i nostri cari.
Il tocco leggero e la presenza quasi invisibile della macchina da presa lasciano A simple life in equilibrio tra la dirompente carica di Departures e la sensibilità di Poetry, senza dimenticare - anche se siamo in tutt'altro genere - il magnifico Mother firmato da Joon-Ho Bong: Ann Hui ci racconta un mondo di piccole cose, ricordi e saggezza popolare, generosità e valori, ma anche profonda malinconia per il tempo che scorre, e tristezza nel vedere vite piano piano sbriciolate dall'età, dai traumi e dalle malattie.
L'incedere della pellicola non è, però, pesante o eccessivo, e perfino nelle più disturbanti tra le sequenze ambientate all'interno della casa di riposo si respira la volontà di celebrazione che si cela dietro questo titolo rispetto alla sua protagonista: una vita semplice come quella di Ah Tao, donna sola e decisa a rifiutare ogni corteggiatore perchè "puzza di pesce" - bellissimo il botta e risposta con Roger al parco -, perennemente critica sulla cucina altrui ed assolutamente generosa e comprensiva resta un ideale che pochi, probabilmente, riescono ancora a concepire e ritenere "alto" quanto quello che muove le esistenze di grandi sognatori, artisti o scienziati.
Ah Tao è una donna, una governante, una cuoca, una madre, una nonna.
E lo è per tutte le persone che incrociano il suo cammino.
Dai vecchi compagni di scuola di Roger ancora memori dei suoi piatti succulenti all'iperattivo ospite della casa di riposo continuamente a caccia di soldi per una sveltina con l'accompagnatrice del vicolo accanto - una delle parentesi cha pare più grottesca, e chiude divenendo uno dei punti più lirici dell'opera con il finale -, non c'è nessuno che abbia dimenticato questa donna così piccola ed apparentemente ingenua eppure indipendente, viva, determinata.
Una donna che ha imparato il valore della semplicità, che non si sente "al servizio" nel senso dispregiativo del termine, quanto al lavoro per garantire tutto il meglio alle persone di una famiglia divenuta la sua famiglia. 
Così come Roger, la cosa più simile ad un figlio che possa avere.
In fondo, tutti prima o poi diventeremo come Ah Tao.
Piccoli, fragili, spinti soltanto dalla forza dei ricordi e dalla consapevolezza di non poter più dare al mondo attorno quello che vorremmo.
Prima o poi anche noi saremo Nonni.
E non sarà cosa da poco arrivarci con la dignità e il coraggio di questa strepitosa eroina - perchè non mi viene da chiamarla in nessun altro modo -, e per quanto mi riguarda ce la metterò proprio tutta.
Perchè se da un lato è Walt Kowalski che chiama, con il suo ringhiare e la sua montagna di lattine di birra vuote sotto il portico, dall'altro c'è Ah Tao, che con la semplice presenza e due spalle molto più larghe di tanti presunti uomini, ha portato avanti cinque generazioni di una famiglia.
Anzi, del concetto stesso di Famiglia.



MrFord



"Too late, my time has come
sends shivers down my spine, body's aching all the time
goodbye everybody, I've got to go
gotta leave you all behind and face the truth
mama ooo (anyway the wind blows) I don't want to die
I sometimes wish I'd never been born at all."
Queen - "Bohemian rhapsody" -



Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...