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domenica 20 dicembre 2015

The missing - Stagione 1

Produzione: Starz
Origine: UK, USA, Belgio
Anno: 2014
Episodi: 8






La trama (con parole mie): nel corso dell'estate del duemilasei Tony ed Emily Hughes con il loro figlio di cinque anni Oliver trascorrono una felice vacanza in Francia, quando a seguito di un guasto alla macchina finiscono per fermarsi per qualche giorno in una piccola cittadina della provincia. 
Al termine di una giornata passata in piscina con il padre, però, il piccolo Oliver scompare: le indagini partono da subito, e coinvolgono anche un detective leggendario arrivato da Parigi, Julien Baptiste, ed un inviato dalla polizia inglese, Mark Walsh.
Otto anni dopo ancora il caso non è stato risolto, Emily si è rifatta una vita proprio con Walsh, Baptiste è in pensione a seguito di un incidente occorsogli proprio nel corso di quell'estate duemilasei e Tony non si è ancora rassegnato: la sua missione e l'unico scopo della sua vita è ormai la scoperta della verità sul destino di suo figlio.
Quando una foto ritrovata online finisce per diventare la prima traccia concreta che il padre del piccolo Oliver ha la possibilità di seguire, le indagini ripartono: quale sarà il segreto celato dietro la scomparsa del bambino?










Credo che diventare genitori, con tutte le responsabilità, l'impegno e la fatica che il ruolo comportano, sia indiscutibilmente una delle gioie più grandi che si possa provare nel corso della vita: dal momento in cui cominciai a desiderare, un giorno, di esserlo a quando Julez rimase incinta del Fordino, davanti ai miei occhi passarono le immagini di gioia di cult come Little Miss Sunshine e quelle di dolore di Barry Lyndon - che, ricordo, ai tempi della prima visione quasi mi costrinse a spegnere il videoregistratore sulla sequenza della morte del figlio del protagonista, tanto era intensa l'emozione che provavo, e non ero neppure lontanamente pronto o vicino ad essere padre -, e compresi che niente sarebbe stato più lo stesso.
Del resto, per quanta gioia possa rappresentare il fatto di avere dei figli, ogni giorno, dalle piccole alle grandi cose, essere genitori porta con se anche il peso del timore che possa loro succedere qualsiasi cosa brutta, che possano stare male o soffrire: il principio dietro questo tipo di terribili eventi era stato ben esplorato dall'ottima Broadchurch, e torna a colpire dritto al cuore grazie ad una proposta giunta in sordina sugli schermi di casa Ford divenuta una delle sorprese più interessanti dell'autunno, e forse dell'anno, The Missing.
Narrata sfruttando una serie di sovrapposizioni temporali a cavallo tra duemilasei, duemilanove e duemilaquattordici a partire dalla scomparsa del piccolo Oliver Hughes sfruttando una struttura che ricorda la prima, mitica stagione di True Detective, la succitata The Missing esplora i lati più oscuri dell'animo umano sia dal loro punto di vista "positivo" - la lotta e le speranze dei genitori del piccolo, l'investigatore Baptiste, la determinazione di poter raggiungere la verità e la voglia, in un modo o nell'altro, di ricominciare - che negativo - la pedofilia, i tradimenti, la giungla selvaggia che, anche quando si cela tra le pieghe delle comunità apparentemente placide e tranquille o della criminalità di città, finisce per fare inevitabilmente parte del mondo con il quale ci confrontiamo e con il quale si confronteranno anche i nostri figli.
La scrittura a più livelli - punto forte, insieme al realismo estremo, del titolo - permette, inoltre, agli autori, di analizzare le vicende legate al piccolo Oliver - e non solo - da più angolazioni e punti di vista, finendo per portare sullo schermo anche storie personali che sfiorano soltanto la direttrice dell'opera, così come permettersi di mischiare le carte come nei più riusciti tra i crime contemporanei: e da figure come quella di Ian Garrett, pronta a dominare la prima parte della stagione, a quelle dei protagonisti più o meno volontari della verità che circonda la tragica serata in cui scomparve Oliver il mosaico portato alla luce nell'episodio conclusivo raggiunge vette di drammaticità e disperazione sorprendenti, condite da un finale da brividi, che quasi ribalta il punto di vista espresso inizialmente dalla serie.
Le stesse reazioni a fronte dell'avvenimento destinato a cambiare il corso delle loro vite dei genitori di Oliver risultano credibili, umane, complesse e stratificate: dal desiderio di tentare di superare un dolore troppo grande della madre all'ossessione del padre assistiamo ad un confronto sempre in bilico tra il desiderio di ricostruire e quello di distruggere, sacrificando tutto il possibile - e anche di più - per poter ritrovare quello che ogni genitore prega ogni giorno di non perdere.
The Missing, di fatto, non rappresenta solo una delle migliori proposte che il genere abbia offerto nel passato recente, una sorella della già citata Broadchurch o di The Killing, ma anche uno specchio attraverso il quale chiunque sia genitore, o figlio, prima o poi finisce per comprendere se stesso, il mondo e tutto quello che lo stesso ha da offrire.
"Il mondo è un bel posto, e vale la pena lottare per esso", afferma citando Hemingway il Somerset di Se7en, asserendo di essere d'accordo con la seconda parte, come mi è già capitato di recente di sottolineare in occasione del post dedicato a La isla minima.
Hemingway si suicidò, Somerset, nella sua "realtà" di fiction, decise di lottare.
Io resto convinto che, per quanto brutto possa essere, il mondo mi permette ogni giorno di lottare per i miei figli.
E questo mi basta.





MrFord





"It's years since you've been there
now you've disappeared somewhere
like outer space
you've found some better place
and I miss you
like the deserts miss the rain."
Everything but the girl - "Missing" - 





mercoledì 1 aprile 2015

Gemma Bovery

Regia: Anne Fontaine
Origine: Francia
Anno: 2014
Durata:
99'





La trama (con parole mie): Martin Joubert, parigino d'adozione tornato da sette anni nel paese delle sue origini, in Normandia, da sempre legato al mondo letterario eppure felice di godersi la pace dei sensi e dell'anima grazie alla manualità della panificazione, si ritrova l'esistenza sconvolta dall'arrivo di due nuovi vicini, una coppia di sposi inglesi dal cognome evocativo, Bovery.
Entrambi legati al mondo dell'arte, Charles e Gemma appaiono felici e complementari, almeno fino a quando Martin nota una sorta di solitudine nello sguardo della giovane donna che lo porta ad associare la stessa con la protagonista di uno dei suoi romanzi di riferimento: quando il legame tra Charles e Gemma vacillerà a causa della storia di quest'ultima con il giovane Hervè, Martin si prodigherà cercando di intervenire, finendo per complicare ancor di più la situazione.
Come reagirà Gemma? E quale destino letterario si prospetta per l'eroina di questa improvvisata epopea romantica?









Se c'è una cosa che, per quanto potrò per sempre detestare i nostri cugini d'oltralpe, il Cinema francese continuerà ad avere rispetto a quello made in Terra dei cachi, è un tocco di classe che possiamo e potremo decisamente soltanto invidiare.
Ho approcciato Gemma Bovery con estremo ritardo rispetto all'uscita in sala, conteso idealmente tra le recensioni positive di un cinefilo fidato come il Bradipo ed uno assolutamente inaffidabile come il Cannibale, in una serata basata sul ripiego, con Julez destinata al riposo sul divano e nessun film dall'hype particolarmente alto in rampa di lancio, ed ho finito per godermelo giusto poco meno dell'ottimo Nella casa firmato da Ozon, uno dei cineasti transalpini più interessanti al momento in circolazione.
Non so se il magnetismo offerto da questa pellicola - peraltro firmata da Anne Fontaine, responsabile di quell'obbrobrio di Two mothers - sia stato guidato dai riferimenti letterari - pur non avendo mai letto Madame Bovary, resto profondamente legato al periodo della mia vita in cui la Letteratura fungeva da cartina tornasole per le mie giornate anche più di quanto il Cinema faccia oggi - o dalle curve armoniose e decisamente invitanti di Gemma Arterton - essendo da sempre preferibilmente un felliniano, donne di questo genere hanno il potere di toccare tasti decisamente "dolenti" -, ma il risultato non cambia: Gemma Bovery è stata una delle sorprese più interessanti di questi primi mesi del duemilaquindici, una pellicola capace di prendersi il suo tempo neanche ci trovassimo nel pieno di una seduzione, in grado di fotografare alla grande le illusioni maschili e la praticità femminile, e di mantenere l'equilibrio tra la tensione del thriller sentimentale e le risate della commedia romantica.
La figura di Gemma, al centro di una vicenda della quale, almeno in una certa misura, è spettatrice, e quella di Martin, spettatore per inclinazione ed indole, hanno finito per toccare nel profondo le due anime di questo vecchio cowboy, cresciuto come il secondo e vissuto davvero come la prima, passato dal timore di esporsi all'assoluta noncuranza delle conseguenze: e questo film è interessante proprio perchè in grado di mostrare le due cose senza prendere una posizione, ironizzando e drammatizzando senza disequilibri, sfruttando i cani come metronomi - del resto, siamo animali sociali - senza risparmiare nulla agli esseri umani, che finiscono per sentirsi sempre un passo avanti anche quando si trovano dieci indietro - condizione, questa, prevalentemente diffusa nel genere maschile -.
Di pari passo, inoltre, con la levità e l'approccio apparentemente soave del Cinema francese troviamo una fisicità che quasi ci riporta al burro di Bertolucci e di Marlon Brando, nascosto dietro un paio di mosse della Arterton che porterebbero alla resa molti - se non tutti - quelli che leggeranno queste righe: Gemma Bovery, con la sua beffa nel finale ed un dramma profondamente romantico mascherato da leggerissima commedia primaverile, riporta ad una dimensione decisamente semplice quello che i grandi scrittori hanno deciso di trasformare in materia alta pur essendo consci dell'inutilità dell'impresa.
In fondo, come giustamente ricorda il Professor Keating, scrivere è un modo ideale per "rimorchiare le donne", o almeno per credere di poterlo fare: nessuno, del resto, avrà mai alcune risposte, da una possibile conquista, ad un'innamorata, a qualcuno che pensiamo di conoscere, e invece è da un'altra parte, in un altro luogo.
Gemma Bovery è proprio così: pensiamo di averlo compreso, di aver decifrato l'enigma, ed invece è tutto lì, in un pezzo di pane.
La soluzione più tragicamente semplice alla volontà più intensa che si possa pensare: quella legata alla vita.
Peccato che non sempre si abbia la possibilità di concretizzarla: come un amore solo immaginato, o sfiorato, o sfiorito, o tramontato troppo presto.
Del resto, anche quando si crede di sì, non si dettano mai le regole.
Alla vita come al cuore e al basso ventre.
Ed è questo, il bello di Gemma Bovery.
Il dramma dell'impossibilità di fronte alla gioia della primavera.
Quasi il segreto della passione.




MrFord




"L'uomo che cammina sui pezzi di vetro
dicono ha due anime e un sesso di ramo duro in cuore
e una luna e dei fuochi alle spalle
mentre balla e balla,
sotto l'angolo retto di una stella."
Francesco De Gregori - "Pezzi di vetro" - 





domenica 30 settembre 2012

Lock&stock - Pazzi scatenati

Regia: Guy Ritchie
Origine: UK
Anno: 1998
Durata: 107'



La trama (con parole mie): Tom, Soap, Eddy e Bacon sono quattro amici nonchè piccoli criminali da strada con ambizioni di fama e ricchezza. Una via per raggiungerle entrambe potrebbe essere data dal tavolo da gioco di Harry l'accetta, un boss locale che periodicamente organizza partite a poker dal piatto più che ricco. Peccato che lo stesso Harry, da tempo interessato a mettere le mani sul pub del padre di Eddy, è deciso a fregare il ragazzo alzando il più possibile la posta fino ad arrivare al suo scopo.
I quattro amici, dunque, si ritroveranno con un debito enorme da pagare in una sola settimana, pena il passaggio di proprietà del suddetto locale, con buona pace del decisamente furibondo padre di Eddy: con il fiato degli esattori sul collo, la banda organizzerà un colpo che potrebbe rimetterla in pista senza sapere che lo stesso innescherà una serie di avvenimenti e spargimenti di sangue uno più clamoroso dell'altro.




Ricordo quando, nel pieno degli anni novanta, Pulp fiction irruppe come una tempesta tropicale nel mondo del Cinema e nella cultura metropolitana di tutto il mondo, finendo per sconvolgere e strabiliare rendendo, di fatto, il lavoro di Tarantino uno degli tsunami più devastanti mai percepiti dalla settima arte: negli anni appena successivi registi e spettatori finirono così per buttarsi a capofitto in un genere che fino a poco tempo prima veniva considerato la B delle serie B - se non peggio -, spesso e volentieri finendo impelagati in proposte di gusto più che dubbio.
Una delle cose migliori nate dall'influenza del lavoro del bad boy Quentin - insieme a Killing Zoe di Avary, L'odio di Kassovitz e Amores perros di Inarritu - fu proprio Lock&Stock, che lanciò Guy Ritchie nell'Olimpo dei registi "cool" aprendogli di fatto la strada dorata di Hollywood e preparando il terreno per il successivo The snatch, oltre a rivelare Jason Statham, destinato a divenire entro pochi mesi uno dei volti più importanti - se non il più importante - dell'action a cavallo del nuovo millennio.
Il lavoro dell'ex marito di Madonna sfrutta il gioco ad incastro del manifesto tarantiniano per regalare al pubblico un divertissement violento e serratissimo, ironico ed abbastanza pulp da ritagliarsi una buona fetta di appassionati hardcore pur essendo decisamente più artigianale e tagliato con l'accetta - e pare di fare un gioco di parole ispirato al "villain" che sfrutta l'ingenuità di Eddy - dell'opera tarantiniana, che di dozzinale ha soltanto una più che finta apparenza: i personaggi, comunque, funzionano dal primo all'ultimo, la presentazione dei protagonisti anche, alcuni dei charachters secondari - che verranno ripresi in The snatch - conquistano subito lo status di cult - su tutti il Chris di Vinnie Jones, inarrestabile addetto al recupero crediti - ed i ribaltamenti di fronte ed i colpi di scena, pur se numerosissimi, non stancano mai, prendendo di peso ogni spettatore scaraventandolo da una scena all'altra neanche ci si trovasse nel pieno di una rissa da pub.
Certo, il risultato altro non è che il mix di materia che si conosce a menadito di ispirazione legata a classici come La stangata, i titoli di genere e quello che non troppo tempo dopo divverà noto come il grindhouse style "impreziosito" dal look dei bassifondi londinesi allora ancora poco sfruttati da Cinema e piccolo schermo, ma è un mix che funziona come un dannato cocktail di quelli da rimanere stesi con la faccia sul tavolo, ed il crescendo di equivoci che porta al progressivo massacro del finale intrattiene - e diverte - crudelmente rendendo di fatto impossibile non voler bene ad un pezzetto di storia di un decennio che sarà stato spesso e volentieri troppo (auto)distruttivo, ma nelle vicende come quella di Eddy, Tom, Soap e Bacon trova la sua misura migliore respingendo il down con scariche continue d'adrenalina, una colonna sonora ottima e la volontà ferrea di combattere attraverso il caos, quasi fosse un Joker nolaniano alle prese con un ordine che non rientra nei suoi piani.
E se non vi bastasse il destino che attende Frank l'accetta ed il suo gorilla Battista, il finale aperto e beffardo sarà come lo shot che di colpo fa salire una sbronza che si credeva ormai imbrigliata, la goccia pronta a far traboccare il vaso, la scheggia impazzita destinata a far saltare il coperchio alla polveriera del genere anche nella patria della Regina.
Senza contare che, in tutto questo, Guy Ritchie riesce addirittura a rendere quasi simpatico Sting.
Scusate se è poco.


MrFord


"I'm worth a million in prizes
with my torture film
drive a G.T.O.
wear a uniform
all on government loan
I'm worth a million in prizes
yeah, I'm through with sleeping on the sidewalk
no more beating my brains
no more beating my brains
with the liquor and drugs
with the liquor and drugs."
Iggy Pop - "Lust for life" -



 
 
 
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