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mercoledì 13 aprile 2016

Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein

Regia: Paul McGuigan
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
110'







La trama (con parole mie): Igor, da sempre vissuto al circo come clown ed attrazione a causa della sua deformità, in realtà medico brillante e studioso autodidatta, viene sottratto alla sua "famiglia" da tendone quando un incidente occorso alla trapezista Lorelei mostra le sue doti a Victor Frankenstein, medico al lavoro su un progetto apparentemente folle come quello di rompere la barriera tra vita e morte.
Guarito dalla malattia e ripulito, Igor diviene non solo l'assistente, ma anche e soprattutto il partner di Frankenstein, che trovato un insperato finanziatore nel giovane Finnegan, iscritto anch'egli alla scuola di medicina di Londra e rampollo di una delle famiglie più ricche d'Inghilterra, ha la possibilità concreta di realizzare il suo progetto di dare vita ad un uomo dotato di intelletto e capacità razionali  partendo da componenti fisiche morte.
Ma Scotland Yard è sulle sue tracce, e l'esperimento risulterà decisamente più complesso del previsto.












E' davvero curioso quanto, negli ultimi anni, causa crisi di idee o, forse, di una voglia di impegnarsi più limitata, molti registi e sceneggiatori abbiano pescato a piene mani dall'oceano dei reboot e dei remake, o di personaggi e vicende che hanno fatto la Storia del Cinema e non solo: uno di essi è senza dubbio quello di Frankenstein, nato dalla penna di Mary Shelley - moglie dell'altrettanto straordinario poeta Percy -, creatura crepuscolare perfetta per il romanticismo con la sua natura di predestinato e maledetto, protagonista di Classici dell'horror, rivisitazioni moderne, pellicole d'aspirazione autoriale ed improbabili produzioni simil-action.
La versione di Paul McGuigan, talentuoso regista mai davvero esploso - ricordo che, ai suoi esordi con Gangster N°1 mi colpì parecchio -, non è meglio o peggio di molte altre, tentativo di mescolare le versioni di Guy Ritchie di Sherlock Holmes ed un'atmosfera quasi romantica alla Moulin Rouge! pronta a sfruttare il ruolo di protagonista di Igor, interpretato da un sempre inutile Daniel Radcliffe - nonostante l'impegno profuso, soprattutto nella prima parte, rispetto alla postura fisica - spalleggiato da un James McAvoy che, pur folle e scombinato nei panni di Victor Frankenstein, ripulito, ben rasato ed acconciato non funziona certo come nei panni del Lercio.
Le recensioni oltreoceano e non solo di questo prodotto erano a dir poco terribili, ed il mio approccio è stato assolutamente privo di aspettative, eppure non mi è parso di trovarmi di fronte qualcosa di davvero agghicciante, quanto un prodotto d'intrattenimento spicciolo mascherato da produzione cool simil gotica che ha come principale colpa quella di aver snaturato il personaggio del mostro: una delle cose più affascinanti, infatti, della storia di Frankenstein, era data principalmente dal fatto che, in conclusione, era il visionario e folle genio Victor a risultare effettivamente mostruoso, al contrario della sua triste e malinconica creatura, destinata ad essere sempre e comunque reietta nel mondo degli uomini, pronti ad essere più pericolosi di quanto, nonostante l'apparenza e la forza, potesse essere lei.
Nell'interpretazione di McGuigan, invece, la creatura diviene soltanto l'espediente principale di un finale quasi da film action, o d'avventura, poco digeribile almeno quanto la prima parte ambientata al circo, culminata con l'improbabile fuga a suon di pugni e colpi acrobatici di Igor e Victor: molto meglio, al contrario, la parte centrale del lavoro, incentrata sull'ossessione crescente dei due medici di poter realizzare qualcosa che mai era stato realizzato prima, e superare il confine apparentemente invalicabile tra vita e morte, impreziosita dalle parti affidate ad Andrew Scott - il Moriarty di Sherlock - ed il sempre mitico Charles Dance, cui basta una sequenza per rubare la scena a tutto il cast.
Per il resto, questo Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein trova perfetta collocazione nel grande calderone dei film che passano e vanno senza infamia e senza lode, nonostante i tentativi del suo regista di renderlo appetibile e figo agli occhi del pubblico più giovane ed affascinante a quelli dei più cinefili - le strizzate d'occhio al Lynch di Elephant Man o a Terry Gilliam sono parecchie - ed un finale che prevederebbe addirittura un eventuale sequel - che spero vivamente non veda la luce -.
Peccato per i personaggi di Victor e della creatura - che meriterebbero davvero un'opera degna del romanzo -, mentre nel caso di Igor peccato per la scelta dell'interprete - Radcliffe, purtroppo per lui, resterà a vita imprigionato nel ruolo del maghetto Harry Potter che gli ha regalato soldi, fama e celebrità -, considerato che, Frankenstein Jr a parte, non ricordavo alcuna pellicola che lo vedesse protagonista quasi indiscusso.
Se, dunque, siete in cerca di qualcosa che possa riportarvi all'oscurità ed allo struggimento del periodo della Londra vittoriana, mettetevi l'anima in pace: l'esperimento fallirà clamorosamente.
Al contrario, se il vostro obiettivo è divertirvi senza alcun pensiero, orientatevi verso qualcosa di più scanzonato e veloce in termini di ritmo.
Resta soltanto, a sostenere questo film, la voglia di scommettere o tentare di quella parte di pubblico che non ha paura di sporcarsi le mani, un pò per coraggio ed un pò per follia.
Un pò come Victor Frankenstein.





MrFord






"Feed my Frankenstein
meet my libido
he's a psycho
feed my Frankenstein
hungry for love
and it's feeding time."
Alice Cooper - "Feed my Frankenstein" - 






mercoledì 20 gennaio 2016

Macbeth

Regia: Justin Kurzel
Origine: UK, Francia, USA
Anno: 2015
Durata: 113'






La trama (con parole mie): nella Scozia dai paesaggi mozzafiato dei Secoli Bui, Macbeth, guerriero indomito e luogotenente del re, incontra dopo una battaglia tre streghe che gli predicono un futuro da regnante, pur se privo di eredi.
L'uomo, roso dall'ambizione alimentata dalla moglie, decide di rendere vera la profezia ricevuta forzando la situazione ed uccidendo il suo sovrano, forte dello status che gli permetterà di prenderne il posto: il sangue sulle sue mani, la maledizione incombente legata al non riuscire ad avere figli, i sospetti della corte ed una rabbia sempre più difficile da contenere lo porteranno ad isolarsi sempre di più e commettere atti barbarici per difendere quella che è stata la conquista più grande e più amara della sua vita.
Quando, ormai solo e giudicato un tiranno dal popolo e dagli uomini che chiamava alleati, verrà affrontato dai suoi ex compagni di lotta e dai loro figli, Macbeth andrà incontro al proprio destino, che pareva lontano ed impossibile da raggiungere come "una foresta che si muove".










Non è la prima volta che penso a William Shakespeare come al miglior sceneggiatore che il Cinema abbia mai avuto: i lavori del Bardo, immortali e privi di confini a prescindere dalla loro ambientazione o dai tempi che nel frattempo corrono loro incontro ed oltre, sono da sempre un'ispirazione fondamentale per la settima arte, che proprio dall'opera del vecchio Bill ha tratto alcune tra le sue pietre miliari più importanti.
Quest'ultima versione di Macbeth diretta dal giovane Justin Kurzel, dal canto suo, appariva come una scommessa rischiosa nonostante i buoni riscontri ottenuti dal regista con il precedente Snowtown e la presenza di due tra gli attori più convincenti ed universalmente considerati belli degli ultimi anni, Michael Fassbender e Marion Cotillard: del resto, quando alle spalle e come termini di paragone troviamo Macbeth come quello firmato da Orson Welles - splendido ed affascinante nonostante le disavventure produttive - ed ancor più da Akira Kurosawa - per chi non l'avesse mai visto, una visione de Il trono di sangue è assolutamente obbligatoria -, che a Shakespeare fu molto legato, finendo per trovare dalla penna di quest'ultimo - precisamente da Re Lear - gli spunti per quello che, forse, è il suo più grande Capolavoro, Ran, il compito di un qualsiasi regista risulterebbe quantomeno proibitivo.
Approcciato, dunque, con tutte le riserve del caso dal sottoscritto, e certo non graziato da un ritmo particolarmente scorrevole - l'idea di mantenere il linguaggio il più "antico" possibile funziona, ma giova poco al già abbastanza statico stile narrativo scelto dal regista -, questo Macbeth che pare mescolare le spigolosità di personaggi come il William Wallace di Braveheart o il Massimo de Il gladiatore ad un colpo d'occhio meraviglioso ed ipnotico che riporta alla mente cose grandiose come Valhalla rising ha finito non solo per farmi ricredere, ma anche per strappare una valutazione assolutamente irraggiungibile alla vigilia, di fatto mantenendo il trend positivo di questo inizio anno così promettente.
Il lavoro di Kurzel, rispettoso del Bardo ed assolutamente splendido in termini estetici, è poi reso ancora più grande dall'operato dei già citati Fassbender e Cotillard, ottimo il primo ed addirittura strepitosa la seconda, al centro di una sequenza da brividi nella sua ultima apparizione nella pellicola e perfetta nel rendere al meglio la natura terrificante e fragile ad un tempo di Lady Macbeth, eminenza grigia tra le più inquietanti dell'intero panorama shakespeariano: i paesaggi mozzafiato della Scozia, gli spigolosi scenari di battaglia e la rappresentazione affascinante delle streghe rendono poi ancora più magica l'atmosfera offerta da questo lavoro, che di fatto non inventa nulla di nuovo - del resto, anche la stessa vicenda è lasciata il più possibile vicina a quella del dramma originale - ma che ipnotizza e colpisce dal primo all'ultimo minuto, con un crescendo che ricorda quello di follia del suo protagonista, pronto a finire affrontando il suo destino - ottima la scelta di rappresentare la foresta "in movimento" come conseguenza di un incendio - da guerriero finendo per riscattare almeno in parte i suoi delitti incorniciato da un velo cremisi da occhi spalancati per la meraviglia.
Sinceramente, non so se correrei subito al Cinema per affrontare di nuovo una lotta come quella che è stata questa visione, ma di certo il mio appuntamento con il Macbeth di Kurzel verrà rinnovato in futuro, avendo quest'ultimo guadagnato il diritto, se non altro, di accompagnarsi ai più indimenticabili esempi della trasposizione di quest'opera senza sfigurare troppo: come il più folle, sanguinario e coraggioso dei guerrieri e dei sovrani, infatti, si è battuto fino all'ultimo, e pur con le sue imperfezioni e follie - ed un andamento lento - ha finito per meritarsi una fine da combattente, a testa alta e quasi statuaria, simbolo di un tempo che è passato ma di un'umanità selvaggia e ferale come mai, probabilmente, cambierà nonostante le epoche ed i sovrani caduti ed ascesi.
Questo Shakespeare lo sapeva bene, e Kurzel l'ha saputo sfruttare al meglio.





MrFord





"What have I become 
my sweetest friend 
everyone I know goes away 
in the end 
and you could have it all 
my empire of dirt 
I will let you down 
I will make you hurt."
Johnny Cash - "Hurt" - 







domenica 3 maggio 2015

We are Marshall

Regia: McG
Origine: USA
Anno: 2006
Durata: 131'




La trama (con parole mie): nel novembre del 1970 una terribile tragedia aerea conduce alla morte l'intera squadra - fatta eccezione per quattro elementi -, lo staff tecnico ed alcuni sostenitori dei Marshall, orgoglio dell'omonima università e di una città letteralmente distrutta dall'evento.
Ingaggiato l'autopropostosi coach Jack Lengyel, sognatore entusiasta, il Presidente della squadra Dedmon si trova ad affrontare il complesso processo di ricostruzione, che parte da una richiesta fatta alla Federazione di convocare in squadra anche le matricole e conduce allo spirito di Lengyel stesso e del suo assistente Red Dawson, scampato per una casualità all'incidente.
Riusciranno dunque i Marshall a tornare i Marshall? E quale sarà il prezzo per rialzarsi dopo un simile evento?







A prescindere dalla mia passione per tutto quello che è a stelle e strisce - anzi, direi più tutto quello che mi piace -, il cosiddetto Football americano è fin dai tempi dell'infanzia un vero e proprio must, da queste parti, per quanto non segua l'NFL dai tempi dei Dolphins di Dan Marino: ricordo quando imparai le regole attraverso i videogiochi ai tempi del Sega Mega Drive, così come l'esaltazione dei tempi più recenti grazie ad una delle serie televisive del cuore di questo vecchio cowboy, Friday Night Lights.
We are Marshall, solido prodotto di genere sportivo/patriottico made in USA fino al midollo diretto dal mestierante McG e sorretto da un cast di prim'ordine - da Matthew McConaughey a David Strathairn -, giaceva in attesa nei meandri del Saloon da parecchio tempo quando ha finito per essere ripescato in una settimana povera di uscite in sala e novità di spessore grazie a Julez, che spesso e volentieri finisce per conoscermi meglio di quanto non creda di farlo io stesso.
Il risultato è stata una di quelle visioni che tanto adoravo nei primi anni della mia crescita come spettatore: una vicenda emozionante e coinvolgente, a tratti sicuramente ingenua e retorica eppure impossibile da non seguire con partecipazione dall'inizio alla fine, resa interessante da un approccio - legato ovviamente anche alle reali vicende di Jack Lengyel e dei suoi Marshall - che nonostante la cornice non fa troppe concessioni e finisce per ricordare i perdenti di successo di Moneyball o il primo Rocky.
A prescindere, dunque, dalla cronaca di fatti drammatici che divennero motivo di riscatto positivo non solo per una squadra di football non professionistico, ma anche di un'Università e di una città, la parte più interessante di questo prodotto va ricercata nell'analisi per nulla superficiale del lavoro che richiede una ricostruzione affinchè si possa, un giorno o l'altro, tornare "a riveder le stelle".
In un certo senso, più che la rinascita di un'istituzione sportiva americana, assistiamo alla costruzione delle sue fondamenta, alla testimonianza di fatti isolati che, a prescindere dal grado di successo immediato, finiscono per assumere la connotazione di una vittoria alla lunga distanza, grazie al lascito che hanno garantito alle generazioni future: entusiasti come Jack Lengyel oppure no, i protagonisti dell'impresa dei Marshall chiamati a colmare il vuoto di una ferita che probabilmente non potrà mai guarire del tutto hanno finito per rendersi complici di un'impresa unica nel suo genere, che ha riportato alla mia mente quella del Grande Torino finito contro il basamento della Basilica di Superga, e non solo rispetto all'incidente aereo.
La perdita di un'intera squadra sportiva, in occasioni come queste, rappresenta, di fatto, la perdita non solo di simboli, idoli, risultati, ma anche e soprattutto di genitori e figli, amici, parenti, fidanzati, addirittura un'intera generazione che pare essersi compressa in un numero "limitato" di vittime: rialzarsi non è mai facile, così come fare tesoro del proprio dolore, della responsabilità di essere ancora vivi, quasi come accade con i sopravvissuti alle guerre.
Ed è il riscatto, il comeback - come si direbbe oltreoceano -, uno dei punti forti della cultura statunitense: We are Marshall rappresenta, racconta e fotografa proprio quell'istante, quella riscossa, quella sensazione di quasi invulnerabilità che avvolge e porta a compiere imprese che si pensavano impossibili.
Anche quando, prima ancora che dalle vittorie, passano da cocenti e clamorose sconfitte.
Nessuno ha mai detto, infatti, che la strada per la Hall of Fame debba essere necessariamente costruita su incontrastati ed a volte perfino noiosi successi.



MrFord



"Don't know what's comin' tomorrow
maybe it's trouble and sorrow
but we travel the road, sharin' our load
side by side."

Ray Charles - "Side by side" - 





mercoledì 25 aprile 2012

Coriolanus

Regia: Ralph Fiennes
Origine: Uk
Anno: 2011
Durata: 122'



La trama (con parole mie): Caio Marzio, generale romano inviso al popolo per aver ordinato la chiusura dei magazzini con le scorte di grano, fronteggia fieramente le contestazioni prima di partire alla volta di Corioli, cuore del territorio in mano ai Volsgi guidati dal suo acerrimo rivale Aufidio, che Marzio ha già più volte in passato affrontato e vinto.
Nel pieno di quello che dovrebbe essere il loro ultimo duello, i due vengono separati, ed il generale romano, pur provato, riesce a portare a compimento la vittoria sui nemici guadagnandosi l'appellativo di Coriolano. Al suo rientro a Roma, sfruttando i successi militari, verrà spinto dalla madre a tentare la carriera politica: osteggiato dal popolo ed esiliato, Caio Marzio tornerà dalla sua nemesi per schierarsi al suo fianco e marciare insieme verso la città che gli ha voltato le spalle.




Avere il Bardo dalla propria è sempre un gran bel pezzo di vantaggio.
In fondo, Storia e Teatro a parte, parliamo del più grande sceneggiatore per il Cinema mai esistito.
In passato Maestri della settima arte hanno confezionato i loro più grandi Capolavori proprio a partire dalle tragedie del mitico Bill - su tutti, due signori chiamati Orson Welles e Akira Kurosawa, tra i più grandi di tutti i tempi -, e anche in tempi più prossimi ai nostri e seppur non portando a casa pellicole immortali, registi come Baz Luhrmann sono riusciti a trasmettere l'energia e l'universalità del messaggio di Shakespeare attualizzandolo visivamente senza che lo stesso perdesse nulla del suo fascino, rischiando addirittura di accrescerlo.
Ralph Fiennes - un attore che, nonostante la bravura, ho sempre poco sopportato - raccoglie con perizia il testimone e sfrutta una delle tragedie meno note al grande pubblico del buon Will trasformando l'ambientazione del primo periodo romano - non siamo tanto lontani da Romolo e Remo, e l'Impero è un futuro ancora a venire - in un mix efficace di The hurt locker e Alexandra, ricordando all'audience quanto conflitti repressivi di questo genere siano comuni a qualsiasi epoca e popolo: personalmente, nel corso della visione, ho associato la parte della battaglia a Corioli, oltre ad un gusto vagamente splatter di sapore quasi videoludico - qualcuno ha detto Call of duty? - ad un ritratto dei drammi che spesso e volentieri vengono riproposti dai notiziari rispetto all'Afghanistan, l'Iraq o la Cecenia - quest'ultima in particolare -.
Del resto, l'Uomo è sempre stato vittima del fascino primordiale ed insano della guerra, probabilmente intendendo la stessa come Shakespeare riusciva a renderla attraverso le sue parole, ovvero un'espressione di una passionalità incontrollata e cieca, che amore o no ci porta inevitabilmente a tirare fuori il peggio della nostra natura per continuare a fronteggiarci l'un l'altro fino all'inevitabile fine.
Caio Marzio detto Coriolano, personaggio ambiguo e tragico, nato come un vero e proprio dittatore e finito come il più fragile degli uomini comuni, affascina e lega il pubblico alla sua vicenda, impreziosita da un'interpretazione ottima dello stesso Fiennes, che si avvale di un cast di prim'ordine per portare in scena questa sua efficace versione del dramma: dal solido Gerard Butler - forse messo in ombra dall'ex Voldemort, eppure duro e roccioso nel ruolo di Aufidio - alla garanzia Brian Cox - un attore troppo sottovalutato e certamente di livello superiore ad alcuni suoi colleghi più blasonati come Anthony Hopkins -, tutto funziona, e ha come vertice le due ottime interpretazioni di Jessica Chastain e soprattutto Vanessa Redgrave, fenomenale volto di Volumnia, madre di Coriolano e vera e propria anima nera dell'intera vicenda.
Il resto, pur se con qualche sbavatura, completa un quadro decisamente interessante per questo esordio come regista del noto attore, che mi ha ricordato - pur se con un piglio decisamente più realistico, meno sfarzoso ed estremo - le atmosfere che resero un cult Romeo+Giulietta: evidentemente la potenza del nostro Bardo e delle sue parole riesce ad andare ben oltre frontiere, ambientazioni, epoche e chi più ne ha più ne metta, grazie alla portata dei messaggi che dallo scritto al rappresentato arrivano quasi a travolgere - e sempre a coinvolgere - il pubblico. 
Certo, non tutti i registi - e non tutti gli attori - sono in grado di riproporre degnamente le sue opere, ma Ralph Fiennes non è tra questi, ed il suo Coriolanus è senza dubbio uno dei film sulla guerra - e non "di" - più interessanti degli ultimi mesi, nonchè una riflessione sull'Uomo in grado di mettere in luce contenuti profondi ed interpretazioni importanti.
Teniamolo d'occhio, e attendiamo di scoprire cosa avrà in servo per noi in futuro: del resto - e questa vicenda lo insegna - cacciare qualcuno potrebbe non portare all'esito sperato della storia.
Se poi c'è di mezzo lo zampino del misterioso William, allora, state all'erta: perchè la tragedia calerà sopra di voi con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno.
Neanche fossimo sotto la Spada di Damocle di Ezechiele 25:17.
O nel pieno dell'hybris nella più spietata delle sue accezioni.


MrFord


"A warning to the prophet, the liar, the honest
this is war
oh, to the leader, the pariah, the victim, the messiah
this is war 
it's the moment of truth and the moment to lie
the moment to live and the moment to die
the moment to fight, the moment to fight
to fight, to fight, to fight."
30 seconds to Mars - "This is war" -


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