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venerdì 24 novembre 2017

A ghost story (David Lowery, USA, 2017, 92')





Penso che tutti, religiosi, atei o qualsiasi cosa si possa essere, si siano chiesti almeno una volta nella vita cosa ci aspetta una volta che questo grande circo sarà finito, quando il corpo chiuderà i battenti e la mente saluterà baracca a burattini.
Credo sia umano tentare, in questo senso, di trovare una risposta alla paura, all'ignoto, al Tempo che inghiotte e ritorna, alle sfumature che possono o non possono esistere nel nostro mondo e oltre.
Me lo sono chiesto spesso anch'io, che da ateo miscredente adoratore della vita vorrei poter essere un highlander, o un vampiro immortale - anche se mi romperebbe non poco le palle evitare il sole e la luce del giorno, che adoro - pur di rimanere attaccato a questa palla di fango il più a lungo possibile.
Deve esserselo chiesto parecchio anche David Lowery, che con A ghost story tira fuori dal cilindro un miracolo che dal regista dello scialbo e retorico Il drago invisibile davvero non mi aspettavo: perchè più che una storia di fantasmi, il regista regala al pubblico una riflessione da brividi sul Tempo, l'Amore, la Vita e tutte quelle cose che rendono così straordinaria l'esistenza, per quanto dolorosa a volte possa essere, riuscendo nella quasi impossibile impresa di creare un cocktail tra Ghost e Gaspar Noè, due ingredienti che, almeno sulla carta, parrebbero inconciliabili almeno quanto la razionalità e l'istinto, la ragione e la fede, qualsiasi coppia di opposti e di amanti che popolano l'universo.
La vicenda dei due protagonisti di questa storia, del loro legame, dei messaggi nascosti, la musica, una casa che diviene il ricettacolo dei ricordi di una, dieci, cento vite che scorrono come sabbia in una clessidra pronta a ribaltarsi e ricominciare il suo inesorabile corso, per quanto apparentemente ostica in termini di ritmo, è una delle più toccanti e profonde dell'anno, e spinge A ghost story in alto nella classifica non solo di gradimento, ma anche e soprattutto in quella che permette ad alcuni titoli di entrare nel cuore e non uscirne.
Neanche fossero la nona di Beethoven.
Per quanto, comunque, si possa scrivere o filosofeggiare o recensire, un film come questo - con un budget ridotto all'osso, due attori di punta pronti a sacrificarsi come fossero esordienti, Casey Affleck in primis - più che analizzato andrebbe vissuto sulla pelle, in bilico tra la speranza che il Tempo non ci lasci fuori dalla sua danza e ci permetta in qualche modo di continuare a fare parte dell'Esistenza e la tristezza e la malinconia da spettatori di uno spettacolo che una volta era nostro, e che di colpo ci ritroviamo a vivere dall'altra parte della barricata.
Curioso inoltre che, in un anno avaro di grandi soddisfazioni sul grande schermo, una piccola perla come questa non abbia ancora trovato uno spazio in sala, e non si abbia alcuna notizia a proposito di un'eventuale distribuzione italiana: dobbiamo ringraziare la rete e la blogosfera che con il loro passaparola finiscono per fornire occasioni ed esperienze a tutti noi amanti della settima arte non adeguatamente considerate, pronte a sostenere un Malick mistico ed autoreferenziale qualsiasi piuttosto che una sua versione più potente e riuscita come questa.
Ma non voglio che una polemica, così come, per l'appunto, una semplice recensione, possano in qualche modo distogliere l'attenzione da un'esperienza di visione come questa: da adoratore della vita, un film che vada oltre la stessa come questo raccoglie un'intensità che è necessario provare, perchè non sarà mai come ascoltarla raccontata o tradotta in parole o gesti da altri.
A ghost story è la storia di fantasmi più viva che abbia mai avuto il piacere di ascoltare. O ancora meglio, di sentire.
E nella poesia di quel non detto e non letto che porta ad un passo oltre nel finale, c'è tutto quello che non dobbiamo dire e non leggere.
Perchè è vita allo stato puro.
Anche di fronte alla morte, alla fine, al Tempo.




MrFord




mercoledì 13 aprile 2016

Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein

Regia: Paul McGuigan
Origine: USA, UK
Anno:
2015
Durata:
110'







La trama (con parole mie): Igor, da sempre vissuto al circo come clown ed attrazione a causa della sua deformità, in realtà medico brillante e studioso autodidatta, viene sottratto alla sua "famiglia" da tendone quando un incidente occorso alla trapezista Lorelei mostra le sue doti a Victor Frankenstein, medico al lavoro su un progetto apparentemente folle come quello di rompere la barriera tra vita e morte.
Guarito dalla malattia e ripulito, Igor diviene non solo l'assistente, ma anche e soprattutto il partner di Frankenstein, che trovato un insperato finanziatore nel giovane Finnegan, iscritto anch'egli alla scuola di medicina di Londra e rampollo di una delle famiglie più ricche d'Inghilterra, ha la possibilità concreta di realizzare il suo progetto di dare vita ad un uomo dotato di intelletto e capacità razionali  partendo da componenti fisiche morte.
Ma Scotland Yard è sulle sue tracce, e l'esperimento risulterà decisamente più complesso del previsto.












E' davvero curioso quanto, negli ultimi anni, causa crisi di idee o, forse, di una voglia di impegnarsi più limitata, molti registi e sceneggiatori abbiano pescato a piene mani dall'oceano dei reboot e dei remake, o di personaggi e vicende che hanno fatto la Storia del Cinema e non solo: uno di essi è senza dubbio quello di Frankenstein, nato dalla penna di Mary Shelley - moglie dell'altrettanto straordinario poeta Percy -, creatura crepuscolare perfetta per il romanticismo con la sua natura di predestinato e maledetto, protagonista di Classici dell'horror, rivisitazioni moderne, pellicole d'aspirazione autoriale ed improbabili produzioni simil-action.
La versione di Paul McGuigan, talentuoso regista mai davvero esploso - ricordo che, ai suoi esordi con Gangster N°1 mi colpì parecchio -, non è meglio o peggio di molte altre, tentativo di mescolare le versioni di Guy Ritchie di Sherlock Holmes ed un'atmosfera quasi romantica alla Moulin Rouge! pronta a sfruttare il ruolo di protagonista di Igor, interpretato da un sempre inutile Daniel Radcliffe - nonostante l'impegno profuso, soprattutto nella prima parte, rispetto alla postura fisica - spalleggiato da un James McAvoy che, pur folle e scombinato nei panni di Victor Frankenstein, ripulito, ben rasato ed acconciato non funziona certo come nei panni del Lercio.
Le recensioni oltreoceano e non solo di questo prodotto erano a dir poco terribili, ed il mio approccio è stato assolutamente privo di aspettative, eppure non mi è parso di trovarmi di fronte qualcosa di davvero agghicciante, quanto un prodotto d'intrattenimento spicciolo mascherato da produzione cool simil gotica che ha come principale colpa quella di aver snaturato il personaggio del mostro: una delle cose più affascinanti, infatti, della storia di Frankenstein, era data principalmente dal fatto che, in conclusione, era il visionario e folle genio Victor a risultare effettivamente mostruoso, al contrario della sua triste e malinconica creatura, destinata ad essere sempre e comunque reietta nel mondo degli uomini, pronti ad essere più pericolosi di quanto, nonostante l'apparenza e la forza, potesse essere lei.
Nell'interpretazione di McGuigan, invece, la creatura diviene soltanto l'espediente principale di un finale quasi da film action, o d'avventura, poco digeribile almeno quanto la prima parte ambientata al circo, culminata con l'improbabile fuga a suon di pugni e colpi acrobatici di Igor e Victor: molto meglio, al contrario, la parte centrale del lavoro, incentrata sull'ossessione crescente dei due medici di poter realizzare qualcosa che mai era stato realizzato prima, e superare il confine apparentemente invalicabile tra vita e morte, impreziosita dalle parti affidate ad Andrew Scott - il Moriarty di Sherlock - ed il sempre mitico Charles Dance, cui basta una sequenza per rubare la scena a tutto il cast.
Per il resto, questo Victor: la storia segreta del Dottor Frankenstein trova perfetta collocazione nel grande calderone dei film che passano e vanno senza infamia e senza lode, nonostante i tentativi del suo regista di renderlo appetibile e figo agli occhi del pubblico più giovane ed affascinante a quelli dei più cinefili - le strizzate d'occhio al Lynch di Elephant Man o a Terry Gilliam sono parecchie - ed un finale che prevederebbe addirittura un eventuale sequel - che spero vivamente non veda la luce -.
Peccato per i personaggi di Victor e della creatura - che meriterebbero davvero un'opera degna del romanzo -, mentre nel caso di Igor peccato per la scelta dell'interprete - Radcliffe, purtroppo per lui, resterà a vita imprigionato nel ruolo del maghetto Harry Potter che gli ha regalato soldi, fama e celebrità -, considerato che, Frankenstein Jr a parte, non ricordavo alcuna pellicola che lo vedesse protagonista quasi indiscusso.
Se, dunque, siete in cerca di qualcosa che possa riportarvi all'oscurità ed allo struggimento del periodo della Londra vittoriana, mettetevi l'anima in pace: l'esperimento fallirà clamorosamente.
Al contrario, se il vostro obiettivo è divertirvi senza alcun pensiero, orientatevi verso qualcosa di più scanzonato e veloce in termini di ritmo.
Resta soltanto, a sostenere questo film, la voglia di scommettere o tentare di quella parte di pubblico che non ha paura di sporcarsi le mani, un pò per coraggio ed un pò per follia.
Un pò come Victor Frankenstein.





MrFord






"Feed my Frankenstein
meet my libido
he's a psycho
feed my Frankenstein
hungry for love
and it's feeding time."
Alice Cooper - "Feed my Frankenstein" - 






giovedì 5 novembre 2015

Thursday's child

La trama (con parole mie): l'autunno ormai impazza, al contrario di una blogosfera sempre più spenta, e come ogni settimana io ed il mio purtroppo socio e co-conduttore di questa rubrica Cannibal Kid ci ritroviamo a combattere tra noi e soprattutto per rivitalizzare un pò queste lande sempre più desolate scrivendo la nostra a proposito delle uscite in sala di questo weekend.
Grande spazio alla scommessa del nuovo 007 di Sam Mendes, ma anche un occhio puntato su titoli che potrebbero rivelarsi gran fordianate - dunque imperdibili - o terrificanti cannibalate - dunque evitabili -: quale visione la spunterà?


"Hey, Ford, tu si che sei proprio forte!"
Spectre

"Ford e Cannibal si avvicinano: sarà meglio preparare l'artiglieria pesante."
Cannibal dice: Il mio nome non è Ford, James Ford.
E meno male!
Il mio nome non è nemmeno bondiano, jamesbondiano, visto che l'unico film della serie che ho visto è stato l'ultimo, Skyfall, che a sorpresa non m'è manco dispiaciuto. In occasione dell'arrivo di questo nuovo capitolo m'era venuta la tentazione di recuperare anche gli episodi precedenti, ma poi ho pensato: “Sto già sprecando la mia vita, perché sprecarla ancora di più?”. E così per il momento ho accantonato l'idea.
Quanto a Spectre, preannunciato da un'operazione di marketing sfiancante e dal pezzo di Sam Smith che è probabilmente la peggior canzone bondiana di sempre, potrebbe essere un ricalco più o meno spento di Skyfall. Prima o poi magari lo guarderò per curiosità, e per vedere Lea Seydoux più che la MILF Bellucci, ma senza fretta.
Ford dice: il suo nome è Kid. Peppa Kid. E di Cinema non capisce una fava.
Per quanto abbia sempre stimato il personaggio di James Bond, non ho mai completato la visione di tutti i film che l'hanno visto protagonista: ho adorato fin da piccolo le versioni di Connery e Moore, ignorato fondamentalmente le altre fino a riavvicinarmi grazie all'incarnazione di Craig.
Peccato che, dopo un primo episodio bomba - Casinò royale - ed un secondo guardabile - Quantum of solace - sia seguito il tanto osannato ma mortalmente noioso Skyfall, che quasi mi costò una sonora ronfata in sala.
Speriamo che Spectre, in questo senso, tiri fuori un po' di più l'anima action di Bond. Considerata la presenza dell'ex wrestler Batista, posso quantomeno essere positivo.




Snoopy & Friends - Il film dei Peanuts

"Quei due blogger spara-cazzate sono molto più divertenti del nostro film!"
Cannibal dice: Sarà che sono cresciuto in un periodo in cui i Peanuts erano un po' passati di moda, ma non mi sono mai particolarmente avvicinato al loro mondo. Sarà questa la volta buona per farlo?
Ne dubito e lascerò la visione a Mr. Ford, che probabilmente con le prime strisce di Charlie Brown, Linus e Snoopy pubblicate negli anni '50 c'è cresciuto.
Ford dice: per quanto mitiche, le strisce dei Peanuts non sono mai state tra le mie letture preferite neppure nei miei anni da fumettofilo incallito, dunque penso che girerò al largo da quella che mi pare un'operazione di marketing di quelle abominevoli.
Perfino più abominevoli delle opinioni cinematografiche di Cannibal.


Freeheld: Amore, giustizia, uguaglianza

"Siamo la coppia del momento: altro che Ford e Peppa Kid!"
Cannibal dice: Drammone che affronta le tematiche del cancro e dell'amore lesbico con Ellen Page e Julianne Moore, qui su Pensieri Cannibali potrebbe anche essere il filmone della settimana. Non so perché, però, temo nel rischio fregatura. Così come quando vedo un film esaltato su WhiteRussian.
Ford dice: tipico film finto impegnato che probabilmente spera di sfruttare proprio l'apparente impegno per guadagnarsi un posticino alla prossima notte degli Oscar. Personalmente, non ci casco.

Un po' come quando il mio rivale finisce per consigliare caldamente qualche teenata delle sue.



Rock the Kasbah

"Bill, lo sai che sta guidando Ford!?" "Non ci trovo proprio un cazzo da ridere, amico."

Cannibal dice: Pellicola rockettara con un cast interessante, composto da Bill Murray, Zooey Deschanel, Kate Hudson e Bruce Willis. Eppure, anche in questo caso sento l'odore di fregatura e di possibile diludendo lontano un miglio. O sarà solo l'odore di Ford che, per solidarietà con i messinesi rimasti senz'acqua, ha deciso pure lui di non lavarsi?
Ford dice: commedia rock che riporta in auge l'incarnazione forse più amata di Bill Murray sul grande schermo che potrebbe essere la visione della settimana. Speriamo non si riveli una delusione come un disco che si attendeva da tempo della propria band preferita o l'ennesimo film sponsorizzato come un capolavorone su Pensieri Cannibali.


Alaska

"Lo sapevo che una maratona di teenate sarebbe stata troppo, per lui."
Cannibal dice: Elio Germano di rado sbaglia film. E il cinema italiano, checché se ne dica, attualmente è tra i più vitali in circolazione. Questa pellicola potrebbe quindi meritarsi una visione, mentre Ford si merita qualcos'altro: un biglietto di sola andata per l'Alaska.

Ford dice: Elio Germano è uno dei nostri attori più interessanti, eppure, considerato il mio rapporto con il Cinema italiano attuale, resto sempre piuttosto dubbioso, un po' come quando mi tocca leggere i commenti alle uscite settimanali del Cucciolo Eroico.



Malala

"Ford, Cannibal, mi dispiace: voi non vincerete mai un Nobel per la Pace."
Cannibal dice: Documentario dedicato alla giovane premio Nobel per la pace Malala Yousafzai che sembra piuttosto interessante, anche perché su di lei ne so poco e vorrei saperne di più. L'unica cosa che so adesso è che né io né Ford potremo mai vincere il Nobel per la pace. Abbiamo combattuto troppe Blog Wars, troppe.
Ford dice: documentario che potrebbe rivelarsi la sorpresa della settimana, se non fosse che probabilmente sarà distribuito in una sala e mezza per un giorno e che in rete risulterà introvabile. Peccato, perchè la figura, secondo me, merita approfondimento.


45 anni

"Dici che riusciremo a stare insieme più di Ford e Cannibal?" "Ne dubito, quelli non si scollano neanche una settimana."

Cannibal dice: Uno dei trend più incomprensibili degli ultimi tempi sono i film sui vecchi, ormai purtroppo molto più numerosi dei film teen. Questa pellicola sul 45esimo anniversario di una coppia di nonnini è persino troppo old e fordiana per essere vera. E per essere guardata, almeno da me.
Ford dice: il titolo mi fa pensare a quando io e Cannibal festeggeremo il quarantacinquesimo anniversario della prima Blog War.
E mi fa venire i brividi.


Il prezzo della gloria

Katniss Kid e Ford osservano la desolazione della blogosfera.

Cannibal dice: Film franco-belga-svizzero dal sapore radical-chic, ma non abbastanza da sperare in una visione gloriosa. Sarà la vicinanza con quel musone di Ford, ma questa settimana sono davvero sfiduciato e non mi ispira manco mezzo film.
Ford dice: pellicola shakerata radical chic europea che mi attira quanto l'idea di un'altra maratona di teen movies suggerita dal mio antagonista. Passo più che volentieri.


Corpi

Corpi: un film così allegro da far apparire una visione di Antichrist come una vera pacchia.

Cannibal dice: Film polacco che affronta temi leggeri quali morte e malattia. Al confronto, la lettura di WhiteRussian potrebbe quasi passare come un'esperienza divertente.
Ford dice: considerata la provenienza e le tematiche da party selvaggio, questo film potrebbe rappresentare una visione raccapricciante o una vera sorpresa.
L'ideale sarebbe che lo sperimentasse Peppa, in modo da avere un'idea precisa andando nella direzione opposta a quella del suo giudizio.

mercoledì 31 dicembre 2014

Ford Awards 2014: i film (N°5 - 1)

La trama (con parole mie): ed eccoci finalmente giunti al gran finale dei Ford Awards, il momento più importante dell'annata cinematografica qui al Saloon, con la proclamazione del vincitore del premio per il miglior film del duemilaquattordici. A giocarsi il primo posto sono rimasti i cinque film che più sono riusciti ad emozionarmi, commuovere e stupire, unire tecnica e passione: avrà vinto l'esplosività o il lavoro silenzioso di quasi una vita?
Il racconto di un dramma o la delicatezza di un commiato?
Soltanto questo post lo rivelerà.
Che vinca il migliore.


N°5: SI ALZA IL VENTO di HAYAO MIYAZAKI

L'addio al Cinema di uno dei più grandi Maestri viventi della settima arte è l'ennesima conferma della poesia e della semplicità dell'arte di quest'ultimo: un lavoro delicato e leggero pronto a librarsi sfruttando le correnti anche più avverse del vento regalando a tutti quelli che vengono e verranno dopo di lui un testamento magico.
In pochi, negli ultimi cinquant'anni, hanno saputo raccontare come Hayao Miyazaki.
Arigato, Sensei.

N°4: LEI di SPIKE JONZE


Se esistesse una classifica dedicata ai film romantici per eccellenza - e non intendo smielati o da multisala da weekend, ma travolgenti, pronti a metterci tra le mani una bomba in procinto di esplodere e solleticare il desiderio di sentirsi innamorati, o innamorarsi di nuovo -, Her occuperebbe senza dubbio uno dei primi posti.
La creatura di Spike Jonze, sfruttando un cast in forma strepitosa, regala al pubblico una vera e propria magia in grado di conquistare nel profondo, come una cotta incontrollabile capace di metterci nelle condizioni di fare le cose più impensabili.

N°3: ALABAMA MONROE di FELIX VAN GROENINGEN


Uno dei film più controversi della stagione, ed uno di quelli che, negli ultimi anni, sono stati più in grado di colpirmi al cuore: da genitore, da amante della settima arte con in testa il sogno a stelle e strisce, da uomo figlio delle passioni, più che della Fede, da un sacco di punti di vista.
Ancora oggi, a distanza di mesi, non riesco a non provare brividi sulla pelle al solo pensiero.
Il cerchio che si rompe, eppure la luce che soltanto chi sa uscire da un tunnel può vedere.
Meraviglioso e dolente.

N°2: BOYHOOD di RICHARD LINKLATER


Una manciata di settimane nell'arco di dodici anni per una delle storie più importanti che il Cinema abbia portato sullo schermo nel passato recente.
Semplice, diretto, di pancia, senza fronzoli di alcun tipo: una sorta di istantanea dilatata del percorso di una crescita che vede ogni spettatore al suo interno a prescindere dalle distanze geografiche e dalle esperienze di vita vissuta.
Un gioiello come se ne incrociano uno o due per decennio.

N°1: THE WOLF OF WALL STREET di MARTIN SCORSESE


Per quanto la concorrenza sia stata agguerrita, nessuno, quest'anno, avrebbe potuto competere con il Lupo.
Potrei dire che si tratta del miglior Scorsese dai tempi di Casinò, o di una pellicola tecnicamente ineccepibile, con una colonna sonora strepitosa ed un cast perfetto.
Potrei dire tante cose.
Ma chiuderò come avevo chiuso il post, ai tempi dell'uscita: The Wolf of Wall Street è un fottuto, grandioso, Capolavoro.
E fanculo il resto.



MrFord

I PREMI

Miglior regia: Martin Scorsese per The Wolf of Wall Street
Miglior attore: Leonardo Di Caprio per The Wolf of Wall Street
Miglior attrice: Rosamund Pike per Gone Girl
Scena cult: il corso di vendita ed il passaggio della penna di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street
Miglior colonna sonora: Alabama Monroe
Premio "leggenda fordiana": Jude Law nei panni di Dom Hemingway, Dom Hemingway
Oggetto di culto: la macchina da presa, Lo sciacallo
Premio metamorfosi: Ellar Coltrane e la crescita, Boyhood
Premio "start the party": il concerto bluegrass, Alabama Monroe
Premio "be there": l'auto di Ivan Locke nel ruolo di navigatore, Locke

mercoledì 17 settembre 2014

Good Morning Vietnam

Regia: Barry Levinson
Origine: USA
Anno:
1987
Durata: 121'




La trama (con parole mie): siamo a Saigon, nel 1965, e la guerra del Vietnam impazza.
Per risollevare il morale delle truppe viene chiamato a trasmettere l'aviere Adrian Cronauer, popolare dj delle forze armate. L'uomo, decisamente anticonvenzionale in quanto a metodi ed approccio, riscuote da subito un successo clamoroso con la sua "Good morning, Vietnam", ed al contempo attira le antipatie di alcuni degli ufficiali stanziati sul posto e responsabili delle trasmissioni.
Quando il suo legame con una ragazza del luogo e l'amicizia con il fratello di quest'ultima lo mette in pericolo, Cronauer si troverà a dover combattere non solo per la propria libertà di parola e trasmissione, ma per la sua vita e quella dei suoi nuovi amici, arrivando a giocarsi il posto nell'esercito e dietro il microfono.







La recente scomparsa di Robin Williams, oltre a segnare profondamente il sottoscritto - in fondo era stato il volto di almeno un paio di pellicole simbolo della mia crescita - ha risvegliato la curiosità in merito alla riscoperta o al recupero di titoli che l'avevano visto protagonista e che, per colpa o per destino, dalle parti del Saloon ancora non si erano viste: una di esse, se non per qualche spezzone colto nel corso delle numerose visioni concesse invece da mio fratello, è proprio Good morning Vietnam, uscita nel pieno degli anni ottanta e forse all'apice della carriera del suo protagonista e perfettamente ascrivibile alla cerchia dei titoli antimilitaristi in grado di stemperare il dramma attraverso una decisa ironia - non a caso fu paragonato, ai tempi, al MASH di Robert Altman, pur non raggiungendone i livelli -.
Ispirato alla vera storia di Adrian Cronauer e praticamente cucito addosso a Williams - che, di fatto, mise nel personaggio molti dei suoi tratti tipici e dei trademarks in quanto a battute che il pubblico avrebbe ritrovato spesso e volentieri anche in seguito -, il lavoro di Levinson è solido e funzionale, tipico esempio di Cinema USA in grado di accontentare il grande pubblico senza essere snobbato dall'elite legata all'autorialità, meritevole di raccontare una vicenda legata fortemente al Vietnam ma lontana dai drammi bellici che molti grandi Maestri dedicarono a quella che, di fatto, resta una delle cicatrici più profonde nella cultura a stelle e strisce - da Kubrick a Coppola, passando per Stone e Cimino -: interessante, infatti, quanto mostrato rispetto alla vita almeno in parte "pacifica" per le strade di Saigon, ed il rapporto tra i soldati americani ed i locali, dai ristoranti ai corsi di inglese - teatro delle gag migliori di Williams - passando per la lotta legata alle proprie radici dei vietnamiti ed il desiderio di ricominciare a vivere dall'altra parte di quel mondo, nel cuore del sogno americano venduto da quei soldati sempre in bilico tra l'invasione e la voglia di comunicare.
Proprio il linguaggio ed il suo utilizzo come strumento per abbattere le barriere ed agitare le acque si aggiungono alle tematiche più importanti trattate dal lavoro del regista di Sleepers e Piramide di paura, dalle sventagliate di battute a raffica del protagonista alla sua scoperta del mondo celato dalle strade di Saigon, passando alle già citate e spassose lezioni di slang da strada fino al concetto alla base della radio, ovvero un mezzo in grado non solo di divulgare notizie ed informazioni, ma di sfruttare musica e parola affinchè chiunque si trovi in ascolto possa non solo trascorrere del tempo piacevolmente, ma anche prendere spunto ed ispirazione per piccole o grandi imprese.
Certo, ci troviamo di fronte comunque ad un prodotto viziato almeno in parte dal buonismo a stelle e strisce da blockbuster - seppur colto - che non lesina colpi bassi - molto ben riusciti - come l'utilizzo di uno dei pezzi più noti e "da strappo" della Storia della Musica - What a wonderful world di Louis Armstrong -, eppure Good morning Vietnam è uno di quei titoli destinato a rimanere un Classico cui è impossibile non voler bene, quasi fosse lo scatenato Cronauer, che con tutti i suoi eccessi - verbali e non - finisce per segnare il cuore di chiunque si trovi in un modo o nell'altro ad ascoltarlo: dunque, dalle visioni a scuola fino a quelle da serate in famiglia, il lavoro della premiata ditta Levinson/Williams continuerà a funzionare, divertire e, in una certa misura, anche a commuovere.
Perchè in fondo, pur se con un pò di retorica, riesce a parlare della guerra giocando sul sorriso prima che sul dramma, e lo fa con una buona dose di onestà, da titolo pane e salame: se, dunque, un giorno il Fordino dovesse manifestare interesse rispetto all'argomento Vietnam al Cinema, senza dubbio questo sarà uno dei primi film cui penserò.
E non è una cosa da poco.



MrFord



"I see skies of blue,
and clouds of white.
The bright blessed day,
the dark sacred night.
And I think to myself,
what a wonderful world."
Louis Armstrong - "What a wonderful world" - 



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