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mercoledì 3 gennaio 2018

Madre! (Darren Aronofsky, USA, 2017, 121')




Aronofsky è uno dei grandi misteri del Cinema, per quanto mi riguarda.
Da sempre esaltato da un nutrito zoccolo duro di sostenitori, qui al Saloon ha avuto una vita difficilissima fin dagli esordi, fatta di delusioni e bottigliate, visioni sconvolgenti - non in senso positivo - ed aspettative sempre più basse.
E d'un tratto, grazie ad un cambio di rotta ed alla scelta di portare sullo schermo una delle mie più grandi passioni - il wrestling -, divenuto un idolo neanche fosse Clint Eastwood: con The Wrestler, infatti, probabilmente uno dei miei film favoriti degli ultimi dieci anni e forse di sempre, il buon Darren riportò piuttosto in alto l'asticella, confermando il suo valore con il successivo ed ipnotico Black Swan, che quasi mi fece pensare che, per un Malick che progressivamente perdevo, andavo forse a guadagnare un nuovo visionario ai miei favoriti.
Niente di più sbagliato: neppure il tempo di consolidare la sua posizione nelle graduatorie fordiane, quand'ecco giungere come una sventagliata di mitra Noah, obbrorio hollywoodiano della peggior specie pronto a scalare le classifiche dei peggiori e a farmi ricredere una volta ancora a proposito di questo autore che definire discontinuo mi pare assolutamente riduttivo.
Con l'arrivo in sala di Madre! le previsioni più ottimistiche prevedevano, da queste parti, una tempesta di bottigliate di quelle delle grandi occasioni, condite da una recensione che avrebbe potuto essere dominata dall'incazzatura o dalla facile ironia rispetto al soggetto: e invece, ecco una nuova sorpresa firmata da Aronofsky.
Madre! mi è parso un film interessante, assolutamente lontano dallo scempio che avevo previsto, con molte idee potenzialmente ottime se ben sviluppate: peccato che, nello specifico, l'autore non sia riuscito neppure per sbaglio proprio in quest'impresa, lanciandosi in una serie di tentativi che vorrebbero apparire estremi e pronti a sconvolgere lo spettatore risultando semplicemente uno di quegli artisti che pensano che basti provocare per essere considerati geniali.
Ad ogni modo, oltre alla canotta senza reggiseno di Jennifer Lawrence, ho trovato questo film a suo modo coraggioso ed intelligente, nonostante la volontà di chi l'ha firmato di esplicitare fin troppo l'abbia minato alle fondamenta, costringendo lo spettatore ad un'agonia che può essere paragonabile a quella della protagonista - e questo potrebbe essere considerato un pregio, da alcuni - e ad una sorta di lezione forzata che rende l'intera operazione spocchiosa ed antipatica, nonostante tematiche come quella del rapporto tra l'artista e la sua arte, il ruolo della donna e la definizione del concetto di sacrificio, che avrebbero senza dubbio potuto trasformare questo titolo nell'ennesimo stupefacente comeback di Aronofsky, che neppure fosse Rocky prende cartoni e critiche all'angolo per poi piazzare il colpo vincente.
A questo giro è mancato, e su questo non ho alcun dubbio, eppure una flebile speranza - al contrario del già citato Malick - esiste ancora, e forse, sotto tutto il suo desiderio di imporsi come autore mistico e complesso, si nasconde un ragazzo che ancora non è cresciuto nonostante si avvicinino i cinquanta che deve ancora trovare la sua strada: personalmente, spero che questa strada possa essere chiara al prossimo film, e che il mancato massacro di Madre! sia un segno che, da qualche parte, lo straordinario narratore di The Wrestler esista ancora.
O quantomeno, che esista la sua Ispirazione.



MrFord



 

martedì 14 gennaio 2014

Cose nostre - Malavita

 
 Regia: Luc Besson
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 111'


La trama (con parole mie): la famiglia Manzoni, a seguito delle soffiate del patriarca Giovanni, è costretta a riparare nel Sud della Francia per evitare che i vecchi compagni della Mafia si liberino della loro presenza. Scortati da un manipolo di fin troppo zelanti agenti, i Manzoni ribattezzati Blake porteranno una ventata di stelle e strisce e durezza da strada nella campagna della Normandia, che sarà letteralmente sconvolta dall'arrivo di questa famiglia ben oltre il disfunzionale all'interno della rodata, composta e solo apparentemente sofisticata realtà di una piccola comunità che tutto si aspetterebbe tranne un tocco certo non leggero come quello di questo gruppo di strambi ex abitanti di Brooklyn.






Luc Besson non è mai stato tra i miei favoriti, non è certo un mistero.
L'autore e produttore francese, uno tra i nomi più sopravvalutati del panorama cinematografico mondiale, tolti l'exploit - fortunato, direi - di Leon e la trilogia regina delle tamarrate di Transporter, ha prodotto una quantità di schifezze inenarrabili da competizione, finendo spesso e volentieri per ricevere tempeste di bottigliate e critiche aspre quanto quelle che normalmente riservo a gente come Paul W. S. Anderson.
Questo Cose nostre - Malavita, giunto al Saloon dopo essere stato piacevolmente massacrato un pò ovunque nella blogosfera, rappresenta il classico film bessoniano utile giusto per una visione dimenticabile e nulla più, prodotto wannabe made in USA che sfrutta tutti i luoghi comuni di un genere ed un cast di richiamo - Robert De Niro, stranamente non così irritante come è solito essere ultimamente, Michelle Pfeiffer, sempre bellissima nonostante l'età che avanza, Tommy Lee Jones nel suo classico ruolo da duro e la star di Glee Dianna Agron - che non riescono, però, nel complesso, a rendere il risultato davvero degno di diventare un riferimento anche minore per gli appassionati del gangster movie.
Senza dubbio nulla per cui perdere davvero la pazienza, e a tratti anche quasi divertente - la sequenza della proiezione di Quei bravi ragazzi che sconfina nel metacinema mi ha onestamente stuzzicato parecchio -, eppure il gioco non regge l'ora e quarantacinque abbondante di durata, specie con alle spalle paragoni di humour nero come lo stesso già citato filmone firmato Scorsese o divertenti esperimenti come Burn after reading dei Coen, e tutto finisce fin troppo presto per apparire implausibile e stantìo, per quanto i Manzoni/Blake possano solleticare le simpatie del pubblico proprio grazie ai loro eccessi ed alle punizioni esemplari che riescono, a turno, a rifilare ai dal sottoscritto sempre detestati cugini d'oltralpe.
Dunque, passando da una serie di quasi citazioni de I Soprano alle disavventure sociali e burocratiche di De Niro e congiunti, il gioco finisce per esaurire il divertimento - già non clamoroso - abbastanza in fretta, svelando principalmente la prevedibilità dell'intero lavoro - per quanto interessante possa sembrare, in questo senso, il complesso mosaico di casualità che porta il boss dei boss a scoprire la posizione del nascondiglio dei Manzoni - così come il suo telefonatissimo epilogo, tipico delle commedie - nere e non - basate sul concetto di Famiglia uscite da Hollywood nel corso delle ultime stagioni - si veda la sorpresa Come ti spaccio la famiglia, ad esempio -.
Niente di nuovo sotto il sole, dunque, e nulla cui un curioso, vecchio Bob intento a reinventarsi scrittore quasi assumendo i connotati di un narratore esterno in pieno stile anglosassone - la voce fuoricampo mi ha ricordato l'approccio di Guy Ritchie a Lock&stock - possa di fatto porre rimedio: resta la delusione di non essermi potuto sfogare maggiormente su una delle mie vittime favorite nell'ambito cinematografico e qualche vago ricordo di una serata di grande svacco sul divano spinta verso i titoli di coda più dal dubbio se alzarsi o no per recuperare delle patatine o resistere pazientemente confidando solo nell'alcool.
MrFord
"Pullin' up at tha club in a 67 'lac
wit tha champagne color, drop top, blowin on a sack
we were rollin like some macs, peepin all foes
I got to Valet, my baby, cause she sittin on some all golds
now Lucci call those, ladies wit fitness
so we can handle our business, and let em know, jus how we kick it
it's time to let em know tha real crooks are on tha scene."
French Connection - "Mr. Pookie" - 

domenica 14 aprile 2013

Una famiglia all'improvviso - People like us

Regia: Alex Kurtzman
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 114'




La trama (con parole mie):  Sam vive a New York, fa il venditore, è sommerso dai debiti e non gli manca la sua famiglia, essendosi costruito una nuova vita con la fidanzata Hannah.
Quando suo padre, un produttore discografico, muore, e Sam è costretto a tornare a Los Angeles per il funerale, scopre grazie all'avvocato dei suoi genitori di aver ereditato la sua incredibile collezione di dischi ma non i centocinquantamila dollari custoditi gelosamente in una borsa da toilette: sono infatti destinati a Josh, undicenne con problemi di comportamento figlio della barista Frankie, madre single ed ex alcolista nonchè figlia illegittima del genitore del nostro sconvolto protagonista.
Venuto a sapere dell'esistenza della sorella, Sam decide di rimanere a L. A. per cercare di venire a capo dei suoi problemi e scoprire se, per lui, c'è la possibilità di ricominciare da capo.





Devo ammettere che è davvero un piacere incrociare il cammino di pellicole come People like us.
Sarà che, in fondo in fondo, anche un cowboy di Frontiera abituato alla solitudine come il sottoscritto è sensibile al concetto di Famiglia, o che quando il tema toccato da una pellicola riguarda il rapporto tra fratelli mi trovo assolutamente più coinvolto, ma ho trovato il lavoro di Kurtzman - già tra gli autori di Alias e Lost - assolutamente sincero e coinvolgente, nel pieno rispetto della tradizione - buona, e non radical chic - del Sundance.
La vicenda di Sam e Frankie e delle loro solitudini da figli trascurati a confronto che si ritrovano senza sapere - almeno dal punto di vista della donna - quanto sono simili i loro vuoti emotivi si inserisce perfettamente nel filone che ha visto affermarsi, negli ultimi anni, titoli come Little Miss Sunshine, Sideways, Paradiso amaro e Hesher: pellicole per certi versi piccole piccole, costruite attorno a produzioni tutto sommato ridotte, che senza alzare troppo la voce riescono ad entrare soprattutto nel cuore dell'audience finendo per emozionare anche i più ostili tra gli spettatori, toccando corde che la gente normale - e in questo senso, il titolo originale ha decisamente molto più senso del poco utile adattamento italiano - ha di norma scoperte, dal rapporto con i propri genitori alla ricerca di un'identità - lavorativa e di aspirazioni -, dall'esperienza della crescita di un figlio a propria volta alla scoperta di un possibile nuovo punto di partenza della quotidianità all'interno della quale si pensava non fosse rimasto nulla se non bugie o la voglia di fuggire lasciando un vuoto che dall'esterno finisce per essere inevitabilmente parte del bagaglio che portiamo nel cuore.
Questo è People like us: un viaggio verso le nostre origini che sia ad un tempo catalizzatore per il superamento del dolore e presa di coscienza di cicatrici che portiamo dentro da troppo tempo, negandole, ed una riscoperta di noi stessi che possa aprire gli occhi rispetto al futuro.
Sam, perso tra i debiti ed un lavoro che porta all'esterno il suo peggio, trova in Frankie e Josh quello che pensa di aver perduto del rapporto con suo padre. Un padre che Josh non ha mai conosciuto, e ritrova, nelle vesti di amico adulto supercool proprio in Sam, proiettato verso Frankie come non è mai stato, forse, neppure con Hannah, o con se stesso, mosso dalla volontà di proteggere e di scoprire il significato del concetto di Famiglia ormai smarrito in ricordi lontani di un parco alla domenica, con il padre chiuso in macchina ad ascoltare gli innumerevoli demo giunti sulla sua scrivania per lavoro.
E Frankie, forte e fragile, sfrontata e vulnerabile, pronta ad innamorarsi di Sam e del suo rapporto con Josh fino alla scoperta del loro effettivo legame, una donna che ha dovuto costruire sulle macerie di un padre che non c'è stato per scelta - anche se non sua, ma questo non può saperlo -, e che rivive nei suoi occhi, gli stessi che stendono Sam al primo incontro, e lasciano l'egoista, l'approfittatore, il venditore fuori dalla porta, in modo che ad entrare ci sia soltanto un ragazzo che ancora non ha scoperto quale sarà la sua strada.
Proprio come lei. E come Josh.
Una strada fatta di educazioni musicali - splendida la colonna sonora, così come le citazioni di interpreti e gruppi storici come i Buzzcocks, i Clash o i Television -, sacrifici, rinunce, tacos, lacrime e sorrisi, imperfezioni, momenti sopra e sotto le righe, confezionati ad arte ed arrangiati come preda di un'improvvisazione: in questo senso, il lavoro di Kurtzman rappresenta alla perfezione il concetto che porta sullo schermo, quella danza di squilibri incrociati che risponde al nome di Famiglia, e che tra genitori e figli, fratelli e sorelle, solitudine e condivisione diviene il teatro più importante per la nostra formazione, il porto cui tornare al termine di una tempesta, il punto di non ritorno e quello di una nuova partenza.
Questo è il sapore di People like us. Quello di una nuova partenza.
Di un riscatto.
Degli occhi di un padre che si specchiano in quelli dei figli che tanto l'hanno detestato, e tanto hanno preso da lui. Nel bene e nel male.
E insieme, proprio come in quelle domeniche al parco, tutto parrà assumere una nuova dimensione.
Un senso che solo un legame di sangue può spiegare.


MrFord


"Early one morning the sun was shining
I was laying in bed
wond'ring if she'd changed it all
if her hair was still red."
Bob Dylan - "Tangled up in blue" -


martedì 22 maggio 2012

Dark shadows

Regia: Tim Burton
Origine: Usa
Anno: 2012
Durata: 113'



La trama (con parole mie): Barnabas Collins, immigrato con la famiglia negli Stati Uniti dall'Inghilterra nel pieno del settecento, inizia un burrascoso rapporto d'amore non ricambiato con la strega Angelique, che lo maledice provocando la morte dell'amata del giovane infierendo ulteriormente trasformandolo in vampiro e rinchiudendolo in una cassa solo con il suo dolore e la sete di sangue e vendetta.
Quasi duecento anni dopo, all'inizio dei mitici seventies, Barnabas viene liberato da un gruppo di operai: tornato alla vita, e venuto a sapere che Angelique è ancora l'eminenza grigia dietro gli affari della città che i suoi genitori fondarono, il vampiro decide che è giunto il momento di prendersi cura dei suoi "futuri" parenti ed assaporare la rivincita sognata per così tanto tempo.
Ma la strada perchè tutto possa finalmente compiersi è lunga, e non priva di difficoltà.





A volte capita anche ai migliori di commettere un errore in grado di cancellare come se niente fosse anni e anni di successi: è accaduto al mio adorato Roberto Baggio nella finale dei Mondiali del 1994 con quel rigore mai dimenticato, a Terrence Malick con quella ciucciata gigante di The tree of life, a Don Winslow con l'ultimo Le belve e anche a Tim Burton, con l'agghiacciante Alice in wonderland.
Certo, tra gli scivoloni appena elencati quello del regista di magie come Edward mani di forbice o Big Fish è decisamente il più grave, tanto da rendere difficile credere che lo stesso possa essersi davvero ripreso: onestamente, e in onore del passato, ho cercato di approcciare Dark shadows con il minor numero di pregiudizi possibile - complice un trailer che mi aveva tutto sommato sorpreso in positivo, nonostante la consueta dose di timburtonite deppiana condita con la presenza da me faticosamente digerita di Helena Bonham Carter -, nella speranza di godermelo non come fosse un tentativo dell'autore di tornare alla ribalta ma come se fossimo ancora nel pieno degli anni novanta, ed il vecchio Tim potesse pensare di essere il regista di culto numero uno di quasi una generazione.
Purtroppo neanche le mie migliori disposizioni mentali sono servite per salvare Dark shadows da un destino di scialba mediocrità reso giusto leggermente più intrigante dalla presenza di Eva Green, che continua ad avere argomenti decisamente interessanti da proporre all'audience: la sequenza del sesso con Barnabas, quasi una parodia estremizzata della luna di miele vista in Twilight, resta uno degli episodi meglio riusciti di un film che passa e scivola via quasi fosse la più superflua delle visioni.
Una cosa che potrebbe suonare normale per un regista senza pretese, ma che per Burton ha il sapore amaro di una sconfitta, soprattutto se si considera che l'intera operazione pare un divertissement ad uso e consumo dei suoi protagonisti ed autori, quasi il triangolo Tim-Johnny-Helena, dopo aver visionato la serie da cui è stato tratto questo lavoro in una sera di noia alcoolica avesse deciso di trasformare il tutto in un giochino sul quale costruire il consueto circo di soldi e pubblicità come la migliore delle famiglie felici.
Ed è proprio la famiglia, il perno delle avventure di Barnabas - personaggio, peraltro, anche piuttosto divertente -: quella ormai perduta, quella in qualche modo rappresentata da Angelique e quella dei parenti acquisiti, una squadra di dissociati molto male assortiti.
Peccato che la sceneggiatura sia decisamente poco approfondita, sbrigativa e slegata, alcuni personaggi si perdano per strada - la Hoffman della Bonham Carter - ed altri decisamente promettenti siano letteralmente abbandonati a se stessi - la Carolyn della bravissima Chloe Grace Moretz di Kickass e Hugo Cabret -: proprio in fase di scrittura, in effetti, il film mostra il suo lato peggiore, presentandosi di fatto come un qualsiasi film Dreamworks tutto scenette e poca sostanza, alternando idee divertenti - l'assonanza McDonald's/Mefistofele ed il linguaggio forbito di Barnabas a colloquio con il gruppo hippy - a lunghi momenti di stanca in cui finiscono tutti per apparire come macchiette prive di spessore.
Peccato davvero, perchè tornando indietro nel tempo e ripensando alle numerose perle regalate da Burton in passato - Ed Wood, Mars attacks!, Beetlejuice - suona davvero un pò triste pensare di doversi rifugiare in un paio di gag che funzionano e sul fascino di un'attrice - anche se, occorre ammetterlo, Michelle Pfeiffer ancora si difende nonostante abbia di fronte la già citata Eva Green - e su una sorta di finto alternativismo fuori dagli schemi per poter portare a casa un film che possa - e neppure troppo - funzionare, ignorando charachters che un tempo avrebbero fatto la fortuna - e la gioia - dell'autore di Frankensweenie e dei suoi sostenitori come quello di David Collins, lasciato ai margini per concedere spazio ad inutili esibizioni di effetti, atmosfere e movimenti di macchina.
Probabilmente Burton comincia a soffrire della stessa mancanza di ispirazione di Allen e Scorsese, eppure, tentato dal successo commerciale, insiste nel non riuscire a concepire che una pausa di riflessione e, perchè no, depurazione, potrebbe essere utile perchè possa tornare sul grande schermo senza essere necessariamente il Burton che il pubblico si aspetterebbe, e chissà, arrivare a sorprenderlo con qualcosa di dirompente come Big Fish, ad oggi a mio parere il suo lavoro più grande ed universale.
L'unica consolazione è data dal fatto che, da queste parti, cominciavano a mancare vittime illustri da sacrificare sul sacro bancone delle bottigliate: che, peraltro, per questo pallido tentativo di ripresa, il buon Tim neanche merita.
Ma, nel dubbio, mi tengo pronto: chissà che la prossima sia la volta buona.  


MrFord


"No more Mister Nice Guy
no more Mister Clean
no more Mister Nice Guy
they say he's sick, he's obscene
I got no friends 'cause they read the papers
they can't be seen with me
and I'm feelin' real shot down
and I'm gettin' mean."
Alice Cooper - "No more Mr. Nice Guy" -


domenica 6 novembre 2011

Ladyhawke

Regia: Richard Donner
Origine: Usa
Anno:1985
Durata: 121'



La trama (con parole mie): il capitano Etienne Navarre e la principessa Isabeau D'Anjou, innamorati contro il volere del Vescovo di Aquila, sono costretti a vagare per il mondo insieme, eppure senza mai incontrarsi. 
Infatti, grazie ad un maleficio operato dallo stesso alto prelato, durante il giorno la donna si trasforma in falco, mentre la notte riserva all'uomo una mutazione in lupo nero.
A cambiare i loro destini giunge, quasi per caso, il piccolo delinquente dalle mille risorse Philippe Gaston, detto il topo, che scampato alla morte voluta proprio da Aquila in persona e stretta un'alleanza con il vecchio monaco in cerca di redenzione Imperius, rischierà la sua vita affinchè i due possano finalmente tornare a vivere il loro amore.



Spesso e volentieri, da queste parti, si è parlato dei cult che, nel corso degli anni ottanta, hanno segnato le esistenze di chi, allora, viveva il magnifico periodo a cavallo tra infanzia e prima adolescenza, quando le giornate duravano una vita ed i sogni ad occhi aperti non ponevano alcuna condizione al resto delle nostre vite: uno dei registi di riferimento dei tempi era Richard Donner, autore di quella perla indimenticabile chiamata I Goonies, ma anche di un'altrettanto celebrata ed amata pellicola che, con Legend, rappresentò per anni il meglio del fantasy sul grande schermo: Ladyhawke.
Ora, potrà suonare strano, ma per una curiosa serie di coincidenze ho visto per la prima volta questo film soltanto ora, ponendo rimedio ad una lacuna che, effettivamente, andava colmata nel rispetto di quelli che sono stati i primi, fondamentali anni della mia formazione cinematografica.
Il risultato, piacevole ed interessante, è stato però indubbiamente ridimensionato dal fatto di aver deciso di dedicarmi a questa visione solo ora: la pellicola di Donner, infatti, per quanto affascinante, risulta inevitabilmente datata, e la mancanza di un legame affettivo con la stessa rende sicuramente arduo il compito di passare oltre la visione "critica" della stessa, senza contare che, nel genere, si è assistito nel corso degli anni seguenti ad esperimenti simili decisamente più efficaci - La storia fantastica, prima o poi ne parlerò - fino a giungere allo standard segnato dalla trilogia de Il signore degli anelli - anche in questo caso, arriverà il momento di ospitare al saloon anche la gigantesca opera di Peter Jackson -.
Resta il fatto - e questo è indubbio - che Ladyhawke costituisca un più che discreto film di genere, affascinante ed insolito - non mancano le sequenze in cui pare di assistere ad una sorta di rivisitazione fantasy del mondo eighties -, fotografato alla grande da Vittorio Storaro ed arricchito da una colonna sonora d'eccezione firmata Alan Parsons - legata a doppio filo alla sensazione "anni ottanta" cui accennavo poco fa - ed incorniciato da locations meravigliose - la pellicola fu girata quasi completamente in Italia, nonostante l'adattamento in stile francese voluto per non incorrere in eventuali polemiche con la Chiesa dovute alla presenza di un "cattivo" in abito talare -, senza contare che il fascino di un certo tipo di ambientazioni unito ad una storia che unisce romanticismo e battaglia ha il potere di stregare il pubblico di ogni età e gusti cinematografici.
Rispetto ai protagonisti, resta mitico il Matthew Broderick che tutti noi almeno una volta nella vita abbiamo considerato cult con il suo Ferris Bueller in un ruolo che pare cucito su di lui, mentre il buon Rutger Hauer appare decisamente più a suo agio nelle vesti dell'assassino psicopatico di The hitcher rispetto all'eroe tenebroso ed innamorato; spicca tra i comprimari, senza soffermarsi troppo sull'indiscutibile e consueto fascino sfoderato da Michelle Pfeiffer, un giovane Alfred Molina in un ruolo che ricorda quello dell'orco delle fiabe, un cacciatore che pare uscito dalla parte barbara di un mondo fantasy decisamente "pulito" in tutto il resto degli elementi della pellicola.
Alla fine, dunque, con la polvere che si posa a terra, le spade di nuovo nei foderi e la prospettiva di una storia d'amore che può finalmente ricominciare, posso dirmi soddisfatto di avere finalmente affrontato un vero e proprio "mostro sacro" dei tempi della mia infanzia, pur godendomelo, per certi versi, soltanto a metà: sono sicuro, infatti, che se fosse passato sugli schermi di casa Ford allora, ora sarebbe uno dei must del mio amarcord personale.


MrFord


"A hundred days have made me older
since the last time that I saw your pretty face
a thousand lies have made me colder
and I don't think I can look at this the same
but all the miles that separate
disappear now when I'm dreaming of your face."
3 doors down - "Here without you" -
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