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lunedì 4 maggio 2015

Sons of anarchy - Stagione 6

Produzione: FX
Origine: USA
Anno: 2013
Episodi: 13





La trama (con parole mie): sono tempi duri, per Jax e i SamCro. Il Club, già provato per le vicissitudini che hanno seguito l'espulsione di Clay, cerca, per mano del suo Presidente di eliminare qualsiasi attività che riconduca i Sons all'illegalità a partire dal traffico di armi.
Peccato, però, che i contatti irlandesi dei motociclisti non siano così felici all'idea di cambiare distributori per i loro "prodotti", soprattutto se a raccogliere il testimone di Jax e soci dovessero essere i neri guidati da August, erede di Pope.
Come se questo non bastasse, l'ex sceriffo federale Toric, in cerca di vendetta, è pronto a fare qualsiasi cosa affinchè i SamCro vengano puniti, e pare trovare nel procuratore Patterson un'alleata preziosa, Tara ripensa al suo ruolo di madre e moglie di Jax meditando un piano per fuggire portando con lei i due bambini e l'alleanza con Nero, compagno di Gemma, mostra i primi segni di cedimento.
Riuscirà il giovane Teller a far fronte a tutto senza crollare?






I SamCro sono ormai da tempo parte della famiglia, qui al Saloon, eredi della grande tradizione che fu di The Shield e Oz nonchè uno dei titoli più amati da tutti i Ford - Fordino compreso, che considerata anche la somiglianza con quella di Justified, adora la sigla -.
Giunti alla loro penultima stagione, i motociclisti creati da Kurt Sutter erano chiamati all'ennesima prova del fuoco, considerato che, di fatto, il livello sempre ottimo di questo prodotto non ha mai subito cali o scossoni: prova, devo ammetterlo, superata a pieni voti.
Jax e soci, alle spalle gli sconvolgimenti della quinta stagione ed alle prese con il tentativo del protagonista di riportare il club sui binari della legalità, trasportano il pubblico attraverso tredici puntate al cardiopalma, pronte a passare dalla sfida lanciata ai Sons dall'ex sceriffo Toric ed alle conseguenze di una sparatoria in una scuola al confronto con l'IRA, la mala cinese ed i latini che la loro distribuzione delle armi riusciva a mantenere in equilibrio: ma non è solo questo, a rendere, per certi versi, questa sesta la miglior stagione di SOA: di fatto, gli ultimi tre episodi, con l'addio drammatico di due personaggi che, nel bene o nel male, hanno rappresentato la storia di questa serie, settano un nuovo standard rispetto alle produzioni crime di piccolo e grande schermo, e, soprattutto con il season finale, inchiodano l'audience alla poltrona a bocca aperta, alimentando - e non di poco - le già altissime aspettative per l'ultima annata dedicata a questo insolito gruppo di criminali di fatto più simili ad antieroi.
Il cast è come sempre in grande spolvero, e dopo tutti questi anni si finisce per essere legati a tutti i membri dei SamCro, caratterizzati alla grande e spalleggiati da comprimari d'eccezione, dallo sceriffo Eli al già citato Toric, passando per la procuratrice e Nero Padilla, entrato in sordina nella serie e divenuto una delle sue colonne - uno dei leit motiv dell'ultima stagione potrebbe essere proprio l'evoluzione non proprio positiva del suo rapporto con Jax -: ma elencare i pregi di Sons of anarchy appare superfluo rispetto ad una proposta che andrebbe vissuta a mille, con l'acceleratore al massimo dalla prima all'ultima puntata, e che tocca tematiche care a noi tutti - a prescindere dal fatto che non sia cosa di tutti i giorni cercare di uscire da un traffico d'armi internazionale - come la Famiglia, l'amicizia, l'amore, il tradimento, la fratellanza.
Per conoscere il sapore, dolce o amaro, di queste emozioni, non occorre avere sospesi con la legge o rischiare la vita, basta assaporare la vita stessa con il cuore, la pancia, la passione, l'istintività che porta quelli come i SamCro a vivere "walking the line", pur consapevoli del fatto che, prima o poi, come amaramente ricorda Nero a Jax, tutto il "bad karma" accumulato finisce per tornare a chiedere il conto.
E quello che viene presentato al Presidente dei Sons in chiusura di stagione è uno dei peggiori con i quali un uomo si trova a dover fare i conti, e che si somma alla perdita del migliore amico Opie, uno degli eventi più sconvolgenti della stagione precedente.
Quello che accadrà a Jax ed ai Sons, per quanto possa essere difficile da dirsi, non potrà che continuare ad essere peggiore: da Romanzo criminale a Edward Bunker, sappiamo bene cosa accade, nel momento in cui si attraversa un confine: non si torna più indietro.




MrFord




"We are strong
no one can tell us we're wrong
searching our hearts for so long
both of us knowing
love is a battlefield."
Pat Benatar - "Love is a battlefield" - 




domenica 30 giugno 2013

Dragon eyes

Regia: John Hyams
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
91'




La trama (con parole mie): St. Jude, un quartiere in mano a spacciatori e piccoli criminali simbolo di degrado urbano, è scosso dall'arrivo di Hong, ex detenuto addestrato proprio dietro le sbarre dal granitico Tiano in modo che, tornato per le strade, lo stesso possa cambiare i destini delle persone che vivono in periferie violente come quella, e di se stesso.
Le gang che si contendono il potere ed il pericoloso Mister V - il boss che regola la vita e la morte da quelle parti - dovranno dunque fare i conti con la variabile impazzita impersonata da questo nuovo paladino della Giustizia, pronto a mettere tutti l'uno contro l'altro e confrontarsi, dagli occhi, al cuore fino ai pugni, con gli ostacoli posti tra lui e l'ordine ristabilito finale.
Non sarà il vecchio JCVD, ma funzionerà comunque.




Ammetto di essermi imbattuto praticamente per caso, in Dragon eyes.
Senza sapere, tra le altre cose, che nel cast fosse presente un idolo fordiano come Jean Claude Van Damme.
Eppure, a volte, anche qualcosa di improvvisato è in grado di conquistare a suo modo un ruolo - nell'ambito del trash tamarro, sia chiaro - contro ogni possibile previsione, regalando soddisfazioni decisamente superiori a quelle che ci si sarebbero potute aspettare: a differenza, infatti, del recentemente passato su questi schermi 6 bullets - già sulla carta un titolo dal potenziale comico illimitato -, il lavoro di John Hyams risulta essere ben più "autoriale" della maggior parte delle proposte di questo tipo, a partire dalla fotografia e dall'uso della colonna sonora fino ad una sorta di look patinato decisamente inusuale per produzioni normalmente confezionate in paesi low budget con un taglio da scadente - ma non per questo meno geniale - soap opera.
E a sorpresa, questo lato involontariamente - forse - raffinato non stona neppure troppo con il risultato finale, clamorosamente ridicolo, sopra le righe e pacchiano quanto godibilissimo per ogni fan del genere nonostante nel ruolo del protagonista spaccaculi non figuri l'asso belga che tanto ha fatto sognare ben più di una generazione tra gli anni ottanta e novanta, bensì il poco noto Cung Le, campione vietnamita di kick-boxing già visto sul grande schermo in parti minori e riconoscibile soltanto agli occhi dei cultori assoluti dei film di botte - e sfido i più coriacei tra i bloggers a trovare almeno una delle sue interpretazioni precedenti senza correre a googlarne il nome -.
Le due cose che hanno colpito maggiormente il mio personale occhio di spettatore sono state, ad ogni modo, l'utilizzo del buon Van Damme nel ruolo del maestro - incredibile pensare che soltanto un battito di palpebre or sono era l'eroe giovane pronto ad affrontare i Tong Po che sgretolavano l'intonaco delle colonne - e quello di Peter Weller - storico interprete di Robocop nonchè volto cardine della quinta stagione di Dexter - a prestare carisma maledetto al poliziotto corrotto nonchè boss locale Mister V, che si distingue per alcune esclamazioni in italiano - anche in originale - da sbellicarsi dalle risate: questo giusto per sottolineare l'importanza dei nomi di rilievo anche in pellicole di cabotaggio decisamente basso come questa, che senza i due suddetti mostri sacri - a loro modo - sarebbe stata probabilmente declassata a produzione di infima serie destinata ai cestini dei computer o al dimenticatoio profondo, in barba alle arti marziali, ai twist che dovrebbero sconvolgere lo spettatore - come quello che riguarda il protagonista ed i suoi ricordi - e alle sonore legnate che in qualche modo hanno il potere di giustificare di fronte alla mente semplice dei dodicenni in crisi ormonale - dunque, la quasi totalità dei maschi adulti - la realizzazione di lavori come questo.
Non sono riuscito, comunque, Van Damme o Weller a prescindere, a considerare Dragon eyes alla stregua del peggio che il genere è in grado di regalare alla settima arte, e trovo che Hyams, in fondo, sappia il fatto suo almeno nell'ambito in cui si muove, e riesca a conferire al suo prodotto una certa onestà di fondo in grado di trasformarlo, rispetto ad altri figli della stessa tradizione, in qualcosa di decisamente più complesso e quasi visionario, neanche ci trovassimo di fronte ad una versione del Cattivo tenente di Herzog del Cinema dei cazzotti e dei calci rotanti.
Lungi da me descriverlo, in ogni caso, come qualcosa di diverso da quello che è - un titolo dalle pretese ben sotto lo zero -, eppure resto convinto che per gli appassionati delle legnate goduriose da grande schermo possa costituire una sorpresa buona per riempire una serata a tema nostalgia o porre le basi per una nuova generazione di proposte che possano garantire anche alle generazioni future - nonchè, ovviamente, agli Expendables old school come il sottoscritto - un pò di sano divertimento fatto di polvere mangiata che precede un addestramento durissimo e l'inevitabile ascesa da eroe in grado di raddrizzare i torti a suon di nemici lasciati con il culo per terra.


MrFord


"Poor pitiful creature 
the winner in heartbreak 
the winner in caring 
the winner in every miniscule method of wearing."
Metallica - "Dragon" -


martedì 18 giugno 2013

Star Trek - Into darkness

Regia: J. J. Abrams
Origine: USA
Anno: 2013
Durata:
132'




La trama (con parole mie): il Capitano Kirk, come sempre allergico alle regole ed ai protocolli, è messo nei guai dal suo primo ufficiale, Spock, quando per salvare la vita dello stesso vìola una delle direttive di non interferenza della Flotta Stellare, finendo per essere degradato e privato del comando della sua nave.
Quando, però, un ribelle ed ex agente della Flotta stessa attacca gli alti ufficiali uccidendo, tra gli altri, Pike, mentore dello stesso Kirk, il giovane capitano viene reintegrato in modo da dare la caccia al criminale ed ucciderlo: dietro le direttive della missione, però, si nascondono scheletri nell'armadio della Flotta e del suo comandante, Marcus, la cui figlia finisce per imbarcarsi sull'Enterprise per mettere a nudo i piani del padre.
Kirk ed i suoi uomini si troveranno dunque presi tra due - e più - fuochi, e dovranno mettere le loro vite in gioco per salvare la Terra da una guerra e da chi - da una parte e dall'altra della barricata - le vuole decisamente male.





E' curioso, il ricordo di Star Trek che conservo: benchè mio nonno, infatti, fosse uno strenuo sostenitore dei film western e di guerra, una delle serie che seguiva - con me accanto - con più passione era proprio l'originale dedicata all'equipaggio dell'Enterprise, storica nave spaziale che con la sua curiosa forma finì per diventare uno dei miti della mia infanzia insieme ai suoi occupanti, dall'apparentemente freddo Spock al mitico Kirk, già allora idolo del sottoscritto, senza dimenticare Chekov, Scotty, Sulu, Uhura ed l'indimenticato McCoy - ribattezzato Bones in questa nuova versione -.
Allo stesso modo, non sono mai diventato un trekker, e ricordo di aver avuto una sorta di fidanzata, ai tempi dell'ultimo anno delle superiori, che invece per le occasioni speciali finiva per indossare tanto di tuta della Next Generation, che a ripensarci avrei dovuto prendere molto più per il culo.
E dalla fine del liceo, il nulla.
Quattro anni fa, quando J. J. Abrams, genio del piccolo schermo consolidatosi e cresciuto grazie a serie di culto come Alias e Lost, mise le mani su questo titolo per farne una sorta di prequel/reboot, la mia curiosità per Kirk e soci tornò ad aumentare, e le attese non furono affatto tradite: il risultato, infatti, fu un ottimo film di fantascienza nel senso più classico del termine, in grado di mescolare gli elementi d'avventura e d'azione - senza contare l'ironia - della prima trilogia di Star Wars e gli effetti e la regia dinamica che il nuovo millennio impone.
Con questo secondo capitolo, ovviamente, speravo quantomeno in una riconferma del regista che, nel frattempo, era riuscito a rievocare gli anni ottanta grazie all'ottimo Super 8, in qualche modo rendendo anche più alte le aspettative della vigilia: e che posso dire!?
Quel gran figlio di buona donna di Abrams ha centrato il bersaglio un'altra volta, se possibile migliorando il suo standard e consegnando al pubblico non solo uno dei migliori film di fantascienza degli ultimi anni - attenzione, questo Into darkness si mangia roba come Prometheus a colazione e molti degli anni settanta a pranzo, rivaleggiando, tra l'aperitivo e la cena, con il meglio dei già citati eighties -, ma andando oltre effettoni e messa in scena preoccupandosi di rendere tridimensionali i suoi personaggi e, di fatto, trasformando un omaggio in qualcosa in grado di rendere ancora più grande l'eredità di una serie - televisiva e di lungometraggi - cult per ben più di una generazione di spettatori.
Esempio perfetto dell'altissimo livello di questa produzione è l'utilizzo di un personaggio già noto ai fan della saga di Star Trek come Khan, protagonista del secondo film dedicato agli uomini e alle donne dell'Enterprise risalente all'ottantadue nonchè uno dei migliori mai prodotti della serie - insieme al supercult Rotta verso la Terra -: l'interpretazione di Benedict Cumberbatch, protagonista di Sherlock, e l'approfondita scrittura del personaggio, rendono l'incastro con quello che sarà il "futuro" di Kirk e i suoi ancora più interessante, senza contare che, nel corso dell'intera vicenda, l'amicizia ed i botta e risposta che coinvolgono il Capitano ed il suo primo ufficale impreziosiscono la pellicola con divertentissimi scambi sulla scia delle migliori proposte della settima arte in materia di amicizia virile - ultimamente, e pare quasi uno scherzo del destino, soltanto gli Holmes e Watson di Guy Ritchie sono riusciti a divertire con il loro bromanticismo in questo modo - ed i differenti caratteri degli ufficiali dell'Enterprise riescono a rendere alla grandissima l'idea dell'equipaggio inteso come Famiglia che passa anche e soprattutto attraverso la caratterizzazione e l'approfondimento della loro vera nemesi, un nemico ben più inquietante e pericoloso di politicanti guerrafondai come Marcus - una critica rispetto alle passate amministrazioni USA? -.
Come se tutto questo non bastasse, due cose alzano ulteriormente l'asticella della qualità rispetto al lavoro di Abrams: la capacità di mantenere altissima la tensione - sfido a trovare uno solo tra il pubblico a non sapere che il buon James Tiberius Kirk sopravviverà a queste imprese - nonostante si tratti, a conti fatti, di prequel, e quella di riuscire ad interpretare al meglio la sensazione che ai tempi di E. T. - ma questo si poteva evincere con il già citato Super 8 - rendeva ogni esperienza in sala e legata ad un genere come la fantascienza un viaggio verso l'ignoto in grado di farci spalancare occhi e bocca neanche fossimo gli indigeni di un pianeta sperduto che finiscono per trovarsi di fronte ad un'astronave migliaia di anni più avanti nel futuro.
Meraviglia, signori miei.
Questa è la specialità di J. J. Abrams.
E del Cinema.
Non dovremmo scordarcelo mai.
E per fortuna c'è gente come lui pronta a rinfrescarci la memoria ad ogni nuova pellicola.



MrFord



"Parlami dell' esistenza di mondi lontanissimi
di civiltà sepolte di continenti alla deriva.
Parlami dell'amore che si fà in mezzo agli uomini
di viaggiatori anomali in territori mistici...di più.
Seguimmo per istinto le scie delle Comete
come Avanguardie di un altro sistema solare."
Franco Battiato - "No time no space" -





mercoledì 14 novembre 2012

24 - Stagione 5

Produzione: Fox
Origine: USA
Anno: 2006
Episodi:
24




La trama (con parole mie):  sono passati diciotto mesi da quando Jack Bauer ha simulato la sua morte per sfuggire alla cattura da parte del governo cinese, finendo per vivere sotto mentite spoglie nella campagna californiana lavorando alla giornata.
Quando l'ex Presidente Palmer e i due ex agenti Tony Almeyda e Michelle Dessler vengono uccisi - tre delle quattro persone a conoscenza del segreto di Jack - Bauer viene allo scoperto avventurandosi in una caccia serrata non soltanto agli assassini dei suoi amici, ma anche ad un misterioso gruppo terroristico venuto in possesso di un quantitativo ingente di gas nervino.
Sullo sfondo, l'incontro tra il Presidente Logan ed il premier russo, i giochi di potere all'interno del CTU ed un intrigo che scoprirà del marcio ben più in profondità di quanto ci si potrebbe aspettare: per Jack, reintegrato in servizio, non sarà affatto un'impresa facile salvare la situazione e smascherare il vero colpevole.





Quando, ormai cinque anni fa, in casa Ford iniziammo a seguire 24 - una delle serie di maggiore successo ai tempi del boom di Lost - onestamente non pensavo che le vicissitudini di Jack Bauer avrebbero guadagnato il favore del sottoscritto in questo modo grazie ad un equilibrio perfetto - e crescente - di azione e consistenza: quello che, negli anni precedenti, era stato Alias, trova dunque un sostituto anche migliore, letteralmente esploso nelle ultime due annate che abbiamo seguito.
Già con la quarta stagione, infatti, il ritmo vertiginoso e la quantità di avvenimenti e colpi di scena improvvisi erano riusciti a sbalordirmi, ma non mi aspettavo che con questa quinta gli autori sarebbero riusciti a bissare il successo portando a casa ventiquattro episodi da cardiopalma, impreziositi da continui cambi di direzione, ritmo serratissimo ed un protagonista sempre più votato al superamento dei limiti.
Perchè Jack Bauer completa, di fatto, il suo passaggio a pieno diritto nelle schiere dei reazionari con una facilità che quasi lascia l'audience nel dubbio che "l'eroe" non sia addirittura più "cattivo" degli stessi criminali: la sua sete di vendetta, l'inclinazione ad ignorare indicazioni, ordini e comandi dei superiori pur di raggiungere i suoi scopi, la violenza imposta ai sospetti, il completo ignorare i patti stretti con gli stessi, rendono il protagonista di 24 uno dei più oscuri che il piccolo schermo abbia offerto dai tempi di Vic Mackie, e fanno pensare all'Ispettore Callaghan eastwoodiano come una sorta di scolaretto timido e buonista.
In particolare, le sequenze che legano Jack a Christopher Henderson - il Peter Weller di Robocop, per intenderci - entrano di diritto tra i cult della stagione - la pistolettata alla gamba della moglie di Henderson in modo da costringerlo a confessare, il faccia a faccia finale tra i due - mostrano il lato più feroce e giustizialista di Bauer, che fin dai primi episodi pare aver definitivamente abbandonato anche quelle già fievoli remore che gli erano costate qualche senso di colpa nel corso delle prime tre stagioni.
L'evolversi della trama, inoltre, porta l'agente che pare più un cane sciolto a fronteggiare in nome della Giustizia - o quasi - anche il personaggio che meno si sospetterebbe, in un climax conclusivo che mette in discussione non soltanto i nemici esterni agli USA - tutti debellati con una discreta facilità - ma soprattutto quelli interni: come se non bastasse, il ritorno clamoroso dei cinesi al termine dell'ultimo episodio lascia presagire una prossima annata consacrata ai danni che Jack farà nella terra della Grande Muraglia, che pare non aver preso in considerazione il fatto di essersi portata in grembo uno dei più pericolosi figli di puttana mai creati per la tv.
Senza dubbio, inoltre, questa sesta è stata la stagione di svolta dell'intero blocco della serie, con l'eliminazione drammatica di molti di quelli che erano stati protagonisti delle prime serie - l'ex Presidente David Palmer, il tecnico del CTU Edgar, Tony Almeyda e Michelle Dessler -, quasi a mostrare al pubblico non soltanto un cambio di rotta con l'occhio rivolto a quello che lo attenderà in futuro ma anche una buona dose di spietatezza, presa probabilmente in prestito dal protagonista, che non avrà avuto problemi a fornirla.
Oltre ad un prodotto d'azione ottimo, 24 resta diviene sempre più una testimonianza importante degli anni del terrore post-undici settembre e del bushismo, aggrappandosi con tutte le sue forze ad un "eroe" violento e spesso e volentieri pronto a porsi al di sopra di tutto e tutti pur di concludere la propria missione: una sorta di avvertimento per i nemici della sicurezza - dentro e fuori i confini - degli States.
Un monito in stile "provateci, a vostro rischio e pericolo" che a tratti esalta, a volte quasi fa sorridere, ma che, di fondo, lascia più di un inquietante interrogativo su quella che potrebbe essere - o è, in certi casi - la condotta degli uomini di potere, e soprattutto delle loro "braccia armate".


MrFord


"Bang bang
that cell door's closin' in
bang bang
here I go again
bang bang
those chains around my legs
bang bang
this is where the highway ends."
Lynyrd Skynyrd - "Bang bang" -




domenica 12 agosto 2012

Robocop

Regia: Paul Verhoeven
Origine: Usa
Anno: 1987
Durata: 102'




La trama (con parole mie): in una Detroit del prossimo futuro messa all'angolo dalla violenza, Alex Murphy, poliziotto di belle speranze, è assegnato ad uno dei distretti più difficili e con la più alta mortalità tra gli agenti. Inseguendo la banda di rapinatori del ricercato Clarence Boddicker viene mortalmente ferito, divenendo di fatto il candidato ideale per il progetto che vede la realizzazione del primo poliziotto cyborg della città.
Murphy rinasce dunque come Robocop, paladino della giustizia che i vertici dell'organismo che sta dietro la polizia pensano manovrabile come un giocattolo, ma che in realtà, nei recessi della mente riprogrammata, cela ancora il carattere e l'anima dell'agente che con la sua morte ha reso possibile l'intero esperimento: è l'inizio di una nuova presa di coscienza che porterà l'Uomo a prevalere sulla Macchina mettendo in scacco gli elementi più corrotti della dirigenza delle forze dell'ordine e trovando anche il tempo di vendicarsi degli stessi rapinatori che gli portarono via la vita a suon di pallottole.



Finalmente, dopo Atto di forza e Starship troopers, giungo a quello che è, senza ombra di dubbio, il mio cult definitivo tra quelli firmati Paul Verhoeven.
Tra i film della mia infanzia, legati indissolubilmente alla golden age che furono gli eighties, Robocop conserva praticamente di diritto un posto nella decina dei miei preferiti: visto in un'epoca in cui non era poi un dramma se un ragazzetto smilzo di dieci o undici anni vedeva un film così forte per contenuti se accompagnato dalle dovute spiegazioni dei genitori - rivisto poi un milione di volte, da solo prima, con mio fratello poi -, il primo ricordo che ho di questa perla indiscutibile firmata dal regista olandese è lo sconvolgimento provato di fronte alla sequenza del vero e proprio massacro di Murphy per mano della banda di Clarence Boddicker.
Non fu tanto l'utilizzo di effetti al limite del gore - e dalle rimembranze cronenberghiane, come l'intera pellicola, del resto -, però, a lasciarmi a bocca aperta, quanto l'inclinazione violenta e priva di ogni pietà dei rapinatori, dalla mano fatta saltare all'esecuzione conclusiva: mai mi era capitato - e raramente l'episodio si è ripetuto in seguito - di trovare villains così spaventosi proprio perchè figli della realtà, senza alcuna maschera o aspetto deforme, o mostruoso. 
Una sensazione che vissi soltanto un paio d'anni dopo con il Bob di Twin Peaks, anima nera, peraltro,del Leland Palmer interpretato dallo stesso Ray Wise che qui gioca il ruolo di uno dei guardaspalle di Boddicker.
Come se non bastasse, le strepitose sequenze dell'operazione volta a salvare la vita a Murphy e la successiva, giocata tutta attraverso la soggettiva del poliziotto in procinto di diventare Robocop mi parvero allora - ed in parte lo sono ancora oggi - tremendamente all'avanguardia e rivoluzionarie, momenti impossibili da dimenticare della pellicola firmata Verhoeven in cui il regista riesce al meglio ad equilibrare dramma, satira sociale ed azione: le prime imprese di Robocop sono uno splendido esempio dell'ironia del regista - il tentato stupro con la pistolettata nelle palle a distanza era un momento di grande esaltazione, ai tempi -, in grado parallelamente di costruire una storia tutta giocata sulla corruzione del potere e del denaro - Dick Jones e Bob Morton sono due personaggi che non avrebbero sfigurato in un qualsiasi estremo Wall Street - senza dimenticare tutto il brivido dell'azione sfrenata - il conflitto a fuoco nell'acciaieria è da antologia, quasi un duello western riportato alla dimensione della sci-fi urbana - ed una riflessione per nulla banale sul confronto Uomo/Macchina da fare invidia a pellicole come Existenz o Terminator.
La battaglia di Murphy per riacquisire l'umanità sepolta nelle profondità della psiche dalla trasformazione in Robocop e la sua conseguente presa di coscienza - culminata in un finale che di nuovo strizza l'occhio alla Frontiera e ad una delle battute migliori del decennio - ancora oggi paiono concrete e profonde, seppur filtrate attraverso un sorriso sardonico del vecchio Paul, che non dimentica di inserire un elemento pacchiano e tamarro per l'aggancio del protagonista ai suoi ricordi come l'acrobatico rinfoderare della pistola: un pò come i reiterati messaggi pubblicitari - uno più agghiacciante dell'altro - che verranno poi utilizzati anche nei due cult citati in apertura di post.
Un film che è una miniera di scene memorabili è che a distanza di venticinque anni non ha perso nulla del suo fascino, che lo si approcci in modo "serio" e riflessivo o alla ricerca della tamarrata action per rinvigorire qualche serata tra amici troppo spenta: atmosfere strepitose, cast perfetto, un ritmo che non perde un colpo e la capacità di trovare punti di contatto con le più disparate tipologie di pubblico.
Se fosse vivo, ad un titolo come questo, una volta terminata la visione, non resterebbe da dire altro se non: "Spari bene, figliolo. Come ti chiami?"
E lui, inarcando le labbra tra un sorriso ed una smorfia - neanche fosse il regista -, affermerebbe deciso: "Murphy".
E ad uno così ti sentiresti di affidare tutto.


MrFord


"Cause I don't want no Robocop
you moving like a Robocop
when did you become a Robocop
now I don't need no Robocop."
Kanye West - "Robocop" -


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