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mercoledì 13 giugno 2018

Nella tana dei lupi (Christian Gudegast, USA, 2018, 140')












Uno dei generi più affascinanti dell'action e del crime è senza dubbio, almeno al Cinema, quello dell'heist movie.
Quando, poi, lo stesso si mescola con l'hard boiled, per quanto mi riguarda almeno metà del lavoro è fatto: il suddetto cocktail, infatti, permette ai suoi autori di mescolare storie di "buoni" e "cattivi" con talmente tante sfumature da mescolare continuamente le carte, di regalare passaggi da vecchi duelli da Far West e tenere inchiodato il pubblico dal primo all'ultimo minuto.
Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di godermi vere e proprie pietre miliari del genere, dal mitico Rififi a Inside man, passando per cult personali come Heat - La sfida: posso dire, dunque, che è sempre difficile, per una nuova uscita che entri in questo campo da gioco, pensare di confrontarsi con quelle che l'hanno preceduta.
E' difficile anche per Nella tana dei lupi, firmato dallo sceneggiatore all'esordio dietro la macchina da presa Christian Gudegast, solido filmaccio con duri da entrambi i lati della barricata, proiettili come se piovesse ed un ritmo decisamente sostenuto.
Grazie al fordiano ad honorem Gerard Butler e a queste caratteristiche, il lavoro di Gudegast - che negli USA è stato un buon successo al botteghino, tanto da sollecitare la produzione ad avviare il processo che porterà ad un sequel - avrebbe sula carta tutte le caratteristiche per diventare uno dei guity pleasures di questa spentissima primavera: peccato che lo stesso sia in più di un senso frenato dal suo essere profondamente derivativo, cosa assolutamente dannosa se si pensa al pubblico più smaliziato ed appassionato al genere.
Nonostante, infatti, alcuni buoni passaggi, è possibile chiaramente notare le influenze di David Ayer, Michael Mann, Antoine Fuqua, il Ben Affleck di The Town con una spruzzata finale che sa di scopiazzata de I soliti sospetti talmente evidenti da insinuare il dubbio, nello spettatore, che il regista sia un derivato dei suoi più noti colleghi piuttosto che un giovane in grado di trasformare le influenze in qualcosa di nuovo.
Può essere che si tratti di peccati di "gioventù", per l'appunto, e che con i prossimi lavori il buon Gudegast impari a gestire meglio le sue fonti d'ispirazione, ma per il momento lui e Nella tana dei lupi restano solo interessanti divertissement da una sera di quasi estate assolutamente lontani dai cult che hanno caratterizzato un genere tra i più affascinanti della settima arte, in grado di consegnare al pubblico e alla cultura pop charachters e situazioni memorabili.
Senza dubbio la lunga sequenza dell'uscita dalla Federal Reserve e le sparatorie che ricordano la filosofia dietro a Capolavori come Il mucchio selvaggio o il già citato The Heat sono punti a favore di questo lavoro, ma è ancora troppo poco affinchè lo stesso si affranchi dalle ispirazioni e trovi un carattere ed una via unici: per il momento resta qualcosa destinato a scivolare piano piano dalla memoria, cancellato dalle stesse immagini che devono aver formato il loro autore.
Immagini che prendono il posto di quelle cui si è assistito per oltre due ore, pronte a svanire come un fuggitivo pieno di sorprese anche quando di fronte si ritrova una squadra di sceriffi da far impallidire i più tosti degli sbirri da grande schermo.



MrFord



mercoledì 23 maggio 2018

La casa di carta - Stagione 2 (Netflix, Spagna, 2018)







Ho sempre pensato, dai ricordi d'infanzia - come ho già scritto nel post dedicato alla prima stagione - al retaggio - un nonno Partigiano -, dallo spirito alle prese di posizione, di avere un legame particolare con il concetto di Resistenza.
Un concetto, per quanto mi riguarda, non tanto legato all'idea di essere contro a prescindere, per partito preso, quanto più che altro al motto "hold fast" dei marinai e dei pirati, dell'aggrapparsi alla vita fino all'ultimo, al partecipare, al far sentire al mondo e soprattutto al Potere - inteso anch'esso come concetto - che si è vivi e mai domi.
Perchè è questo il bello della vita: vivere.
Ed il bello della seconda stagione de La casa di carta, per molti versi - soprattutto in termini di scrittura - inferiore alla prima, è che si esprima questo concetto principalmente e paradossalmente attraverso la morte: perchè nell'addio a due dei protagonisti ho trovato il succo di quello che io inseguo, sento, desidero per certi versi dalla vita.
L'affrancarsi dal Potere, in qualunque modo sia esso inteso, la Resistenza, da quella che portiamo avanti ogni giorno quando cerchiamo di fare finta che il nostro lavoro sia solo un lavoro e non la maggior parte del tempo che passiamo lontani da chi amiamo, che viviamo sulla pelle, che porta il cuore a battere per rabbia, passione, desiderio, e chi più ne ha, più ne metta, il sentirsi presenti, pronti ad aggredire ogni giorno anche quando si è così stanchi da pensare di mollare, e dormire il più profondo dei sonni.
E poco importa di una sceneggiatura poco plausibile - anche meno rispetto a quella della prima stagione -, di innesti e dimenticanze, di imperfezioni e via discorrendo: la vita, per quanto mi riguarda, la passione, il desiderio, la Resistenza, sono sempre quelli che vincono, a prescindere da chi siano i "buoni" e chi i "cattivi", da quale parte della barricata si voglia stare, anche se, per quanto mi riguarda, so benissimo dove mi vedo.
Mi vedo a sognare un'isola, a pensare di sfruttare il denaro non in quanto tale, ma come mezzo per vivere, a morire tra le braccia dei miei figli, dicendo loro che gli voglio bene, a combattere a mio modo ogni giorno per mostrare di essere presente, vivo, combattivo, pronto a guardare in faccia quello che accade e a prendere quello che desidero.
In fondo, La casa di carta racconta la storia - implausibile, ma è bello così - di un sogno: quello di essere contro, di tentare di trovare la propria strada, di sbagliare, di essere un cattivo anche quando nel mondo ci sono tanti cattivi tra i buoni, di immaginare che possano esistere sentimenti più grandi di regole, leggi, poteri costituiti.
Che esista una vita oltre i soldi, il lavoro, le case di carta: che esista un'isola in cui rifugiarsi, che costa sacrifici e speranze e sogni infranti, ma che possa cullare come la più generosa delle madri.
Che valga ogni sacrificio, ogni goccia di sudore e di sangue, ogni sofferenza, ogni addio.
Che valga la battaglia, la testa alta, una certa dose di incoscienza e supponenza.
Resistere, per vivere.
Perchè vivere è resistere.
Anche quando si perde. Anche quando si muore.
L'importante sarà averlo fatto per un motivo così grande.




MrFord



 

lunedì 14 maggio 2018

La casa di carta - Stagione 1 (Netflix, Spagna, 2017)





Quando ero piccolo e mio padre mi portava a dormire, la sera, c'erano due possibilità che si prospettavano come "favola della buonanotte": la prima era la versione ridotta - per ovvie questioni di tempo - dell'Odissea, che culminava - anche se non ci arrivavo praticamente mai - con la storia dello scontro tra Ulisse e Polifemo, la seconda un ninna nanna particolare, probabilmente legata al passato di mio nonno, Bella ciao.
Se escludo le sigle dei cartoni animati o i classici di natale imparate all'asilo e a scuola, credo sia stata la prima canzone che imparai a memoria: ai tempi mi colpiva tantissimo l'idea di questo "partigiano" - che non sapevo cosa fosse esattamente - che decideva di combattere il nemico ben sapendo che poteva morire, ma che in caso l'avrebbe fatto per la libertà e per chi sarebbe venuto dopo di lui.
Un'altra cosa che ha finito sempre per affascinarmi è il confine sottile che esiste tra Ordine e Resistenza, intesi come concetti filosofici più che burocratici o legali, un pò come quello che differenzia chi vive per lavorare e chi lavora per vivere, o chi preferisce il denaro o la libertà.
Del resto i confini, le barricate, le leggi sono tutte linee immaginarie create e poste da noi uomini, che in Natura non avrebbero senso senza la nostra geografia sociale: non a caso, spesso e volentieri, sono i fuorilegge ad affascinarmi, o quegli stronzi che, per dirla come Johnny Cash, paiono vivere per il concetto di "walk the line".
Ho ritrovato entrambe in una serie giunta al Saloon grazie al tam tam della rete, non perfetta ma avvincente e tesa come una corda di violino, piena di sorprese ed apparentemente uscita dalla parte bella degli anni novanta, quelli di Tarantino e de I soliti sospetti, e le ho ritrovate in particolare in due sequenze che hanno rievocato proprio quei concetti: la prima è il ballo che i rapinatori e sequestratori addestrati e guidati dal misterioso Professore - personaggio fantastico interpretato benissimo da Alvaro Morte - improvvisano al primo, vero segnale di possibile riuscita della loro impresa, liberatorio e travolgente, sulle note di Bella ciao; la seconda, sulle stesse note cantate dal Professore e dal suo braccio destro Berlino la notte prima dell'assalto alla Zecca di stato, alternata con un ottimo montaggio al possibile fallimento.
In quei momenti, che si tratti del bambino in me che ascoltava ed imparava quel canto o ammirava quel vecchio bastardo di Ulisse, non ho potuto pensare altro che se fossi stato il personaggio di un film, o di una serie, sarei senza dubbio stato uno di loro.
Perchè Bene e Male sono concetti relativi, anch'essi condizionati dalle convenzioni e dal sistema, e nel corso di questa cavalcata mi sono ritrovato a sorridere amaramente al pensiero che charachters come "Arturito", direttore della Zecca, possano considerarsi "i buoni", quando semplicemente si tratta di vigliacchi senza morale con il solo vantaggio di avere troppa paura per superare certi confini, e in situazioni estreme l'umanità o la crudeltà che portiamo dentro definiscono senza dubbio più di quanto non possa fare qualcosa inventato ad uso e consumo della Società.
Non voglio che tutto questo sia una sorta di idealistico quanto irrealistico sfogo contro la società da pseudo ribelle istituzionalizzato, ma l'elogio di un'opera che porta in scena un'umanità dirompente, passionale, caliente - per usare un termine spagnolo -, che anche nelle piccole cose - i messaggi vocali lasciati da Anjel a Raquel in segreteria, che passano dall'amore alla rabbia - rende benissimo tutta la gamma di sentimenti che possiamo provare, vivere, e che abbiamo il dovere, da qualunque parte ci si trovi del confine invisibile, di difendere.
Perchè quello che viviamo, a prescindere dalla carta in torno, è carne e sangue, e gioia, e voglia di riscatto o di rivalsa o di rivolta, è cattiveria, è generosità, spensieratezza, vigliaccheria, coraggio, follia, qualsiasi cosa possa mettervi i brividi possiate immaginare.
E La casa di carta mette i brividi.
Un pò come quando, da piccolo, ascoltavo Bella ciao prima di dormire e sognavo di essere partigiano.



MrFord




 

lunedì 18 settembre 2017

Baby driver - Il genio della fuga (Edgar Wright, UK/USA, 2017, 112')




Ricordo benissimo la prima volta in cui il mio cammino incrociò quello di Edgar Wright: per puro caso, sul retro della copertina del dvd - perchè uscì direttamente per l'home video, cosa a dir poco scandalosa - de L'alba dei morti dementi, terribile adattamento di Shaun of the dead, lessi di pareri entusiastici dell'esordio "da grande" del regista inglese giunti da Peter Jackson, Quentin Tarantino e nientemeno che George Romero, il Maestro indiscusso del genere zombie, che rimase così colpito da invitare poco tempo dopo lo stesso Wright ed il suo protagonista Simon Pegg per un'apparizione in La terra dei morti viventi.
Ricordo anche lo scetticismo spazzato via scena dopo scena da quello che è ancora oggi - e ancor più - un supercult, nonchè forse il miglior film di questo cineasta talentuoso ed originale, che potrebbe non avere i numeri - almeno per ora - di un suo quasi coetaneo ormai considerato una realtà mondiale - Christopher Nolan - ma che rappresenta ad ogni visione una ventata d'aria fresca: dalla strepitosa Trilogia del Cornetto - che non posso che amare in blocco - a Scott Pilgrim, Wright ha fatto del ritmo, della musica e del montaggio i suoi punti di forza, e Baby driver, osannato negli States da pubblico e critica, non è assolutamente da meno rispetto ai lavori precedenti del Nostro.
Senza dubbio, oltre ai punti di forza appena segnalati, questo heist movie andrebbe ricordato per le ottime scelte di casting - spassoso il charachter di Jamie Foxx, grande invece il lavoro svolto dal giovane Ansel Elgort -, la soundtrack variegata e da urlo, il crescendo che conduce lo spettatore come se fosse un guidatore "da rapina" ed una mescolanza di generi che passa dal pulp anni novanta all'heist movie classico - anche se, va detto, come Inside man ancora non ne ho visti -, passando per il film di formazione e quello romantico: si sente forse la mancanza dell'ironia spinta e selvaggia del già citato Shaun e di Hot fuzz, o della maggiore freschezza degli stessi, ma occorre anche ammettere che, ai tempi, un film di Edgar Wright rappresentava un'assoluta novità, qualcosa che nessuno aveva mai portato sullo schermo, quantomeno in quel modo.
Resta però una visione assolutamente meritevole, che intrattiene alla grande e riesce perfino ad emozionare in un paio di passaggi, forse non clamorosa come le voci della vigilia affermavano fosse ma senza dubbio pronta a confermare il valore del regista e sceneggiatore, che oltre ad essere un vero e proprio "batterista" della settima arte per la sua cura del ritmo, dimostra - proprio come Nolan - di non sbagliare film neppure quando di fronte ci si ritrova "soltanto" ad un'opera discreta o buona, e non semplicemente strepitosa.
Baby driver, dunque, apre decisamente bene questo autunno cinematografico, con tanta musica, corse in macchina a velocità folli, amori da melò d'altri tempi, una trama noir e personaggi scombinati come neppure i Coen si immaginerebbero - la coppia Hamm/Gonzalez fa scintille -, un protagonista per il quale è impossibile non fare il tifo e perfino quella speranza che pare ormai fantascienza che, prima o poi, anche i bravi ragazzi avranno la loro gloria.
Questo è senza dubbio uno dei grandi meriti di Wright: quello di credere in una positività che, anche tra sangue e proiettili, è in grado di regalarci un sogno.
Neanche fosse la canzone della nostra vita.




MrFord




sabato 15 ottobre 2016

Bastille Day - Il colpo del secolo (James Watkins, UK/USA/Francia, 2016, 92')





Qualche anno fa, se qualcuno avesse pronunciato il nome di James Watkins in casa Ford, avrebbe guadagnato senza ombra di dubbio almeno un giro gratis: una visione come quella di Eden Lake, infatti, non solo è in grado di segnare qualsiasi spettatore, ma rappresenta ancora oggi una delle migliori esperienze horror - se così si può definire - che abbia vissuto il sottoscritto in età adulta.
Purtroppo, però, che sia per il successo o chissà per quale altro motivo, il suddetto Watkins, dopo quattro anni di silenzio, incappò in uno degli scivoloni da grande distribuzione più clamorosi dai tempi del merdosissimo The Tourist, che affossò Von Donnersmarck, autore dello strepitoso Le vite degli altri, ovvero The woman in black, ghost story blandissima con protagonista l'ex Harry Potter Radcliffe.
Uno scivolone costato altri quattro anni di silenzio prima di tornare alla ribalta con questo Bastille Day - Il colpo del secolo, una sorta di ibrido tra action, heist e buddy movie dal vago retrogusto anni novanta, un'innocua, goduriosa cazzata che senza dubbio recupera in parte il terreno rispetto al lavoro precedente del regista ma che finisce ancora anni luce dietro a quel fulminante esordio.
Senza però rivangare troppo il passato di Watkins devo ammettere di essermi goduto, questa volta in compagnia della Fordina - che comincia a voler essere intrattenuta almeno quanto il fratello maggiore - le peripezie del borseggiatore trapiantato a Parigi Michael - che in molti riconosceranno come il Rob Stark di Game of thrones - e dell'agente della CIA Brian - cui presta volto e fisicità un sempre convincente Idris Elba - alle prese con un affare che mescola terrorismo, rivolta sociale, rapine e morti ammazzati con un buon ritmo ed un paio di twist non male considerato il valore della pellicola, unici segni davvero degni di nota lasciati dal regista sulla sceneggiatura.
Prodotti di questo tipo, perfetti per le serate senza pretese o, nel mio caso, per i momenti in cui accompagno le sessioni di gioco con i bimbi con titoli da soglia di attenzione bassa in sottofondo, risultano sempre innocui e piacevoli, anche se, invecchiando, quando non trovo la scintilla che dopo gli anni ottanta si è vista sempre meno nelle proposte di grana grossa finisco più per rimpiangere quello che non ho potuto avere nell'ora e mezza canonica di intrattenimento che non a godermi il più possibile ciò che, al contrario, ha funzionato.
Nel caso, comunque, in cui dobbiate approcciare Bastille Day, i consigli sono principalmente questi: non considerate James Watkins come l'autore di quella bomba di Eden Lake, liberate la mente dalle pretese e dalla logica e cercate di divertirvi, ma soprattutto, lasciate i "pensieri cannibali" più lontani possibile dalle vostre menti e dai vostri cuori.
In caso contrario, rischiereste di trovarvi invischiati in una vicenda che potrebbe risultare più pericolosa di quella che affrontano i protagonisti di questo film senza neppure avere la mano lesta di Richard Madden o le botte tonanti di Idris Elba a pararvi il culo.




MrFord




lunedì 30 marzo 2015

Inside man

Regia: Spike Lee
Origine: USA
Anno: 2006
Durata:
129'






La trama (con parole mie): Dalton Russell sa bene quello che deve fare. E conosce il piano come le sue tasche. Una rapina, nel pieno centro di Manhattan. Arthur Case è il proprietario e socio della Banca assalita dal commando di Russell, e sa bene cosa potrebbe perdere, se il contenuto di una certa cassetta di sicurezza venisse allo scoperto. Madeleine White è una negoziatrice, una donna con le palle d'acciaio sempre pronta a risolvere le grane peggiori dei potenti, per la giusta parcella. Keith Frazier è un detective tosto ed incasinato, indagato dalla disciplinare per una vicenda di soldi rispetto alla quale si dichiara innocente e una voglia di riscatto che punta ad una promozione.
Quando le loro strade finiranno per incrociarsi, mantenere l'equilibrio potrebbe diventare decisamente difficile: a fare da arbitro, la Grande Mela, New York City, la città che più di ogni altra ha simboleggiato la modernità ed il concetto di metropoli cosmopolita.








Questo post partecipa alle celebrazioni del Black Power Day.





"Ed è qui, come direbbe il Bardo, che sta l'inghippo", sentenzia Dalton Russell, guardando in camera, in apertura di uno dei più straordinari film degli Anni Zero.
Onestamente, l'unico inghippo che mi pare di trovare, è dato dal fatto che si tratti del più grande film che Spike Lee - regista manifesto della cultura "black" - abbia mai girato, nonchè uno dei titoli più importanti, parlando di heist movies, dai tempi di Rapina a mano armata.
E non parliamo, dunque, di piccoli calibri.
Personalmente, ho sempre pensato che il problema del vecchio Spike risiedesse principalmente nella sua eccessiva ed incontrollata rabbia, e nel fatto che i suoi prodotti - anche i migliori - fossero razziali e razzisti, in una certa misura, quanto il sistema che il cineasta newyorkese cercava di criticare: il suo percorso per giungere a questo vertice assoluto, partito con Summer of Sam e passato attraverso l'altrettanto splendido La 25ma ora, ha visto come protagonista principalmente una sorta anestetizzazione del lato più black del suo approccio, affidandosi alla tecnica e ad un'ironia - in questo caso - graffiante in grado di colpire ad ogni latitudine sociale e, allo stesso tempo, fornire al pubblico una delle dichiarazioni d'amore più profonde per New York che siano state mai portate sullo schermo.
Dalla sequenza della ricerca di qualcuno che possa comprendere il linguaggio della registrazione "donata" dai rapinatori alla polizia - "Siamo a New York, qualcuno conoscerà la lingua che stanno parlando" - alla vicenda di Vikram, passando per il cellulare di Peter Hammond ed il dialogo - da antologia - tra Dalton ed il bambino con il padre tra gli ostaggi a proposito del videogame che il piccolo sfrutta come passatempo nel corso delle ore del sequestro, tutto suona come un ritratto ironico ed allo stesso tempo traboccante amore di una città ricca di contraddizioni e conflitti, dalla strada ai salotti d'alto bordo, ma ugualmente e forse proprio per questo una delle più affascinanti al mondo.
Ma Spike Lee non si limita a questo: grazie soprattutto al confronto tra Russell ed il suo antagonista - il perfetto Frazier di Denzellone Washington - con Inside man viene a galla un Cinema di genere che ricorda i Classici come Un bacio e una pistola, o i romanzi di Mickey Spillane ed Elmore Leonard impreziosito da una tecnica ed un approccio assolutamente moderni, cui fa da cornice - o da cuore - una critica meno arrembante ma non per questo poco decisa agli anni del bushismo e della cultura del terrore, culminata con una parte finale grazie alla quale, in una certa misura, tutti i protagonisti di questo intrigo finiscono per cavarsela senza però uscire puliti, quasi come se la sceneggiatura ci ricordasse l'imperfezione - ed il bello della stessa - che si cela dietro l'umanità, rappresentata alla grande dagli ostaggi della banca e dai loro interrogatori.
E dato che, malgrado qualche scivolone nel corso degli anni - cinematografico ed in termini di dichiarazioni -, il pungente Spike non è affatto stupido, Inside man finisce anche per risultare uno degli esempi migliori di confezione hollywoodiana impeccabile e titolo assolutamente perfetto nell'ambito del Cinema dell'illusione - forse, a memoria del sottoscritto, superato soltanto, in tempi recenti, dall'appena precedente The prestige -, che lega lo spettatore alla poltrona e lo trasporta di prepotenza quasi dentro lo schermo: un'evoluzione, in questo senso, è riuscita a farmi rabbrividire, nel corso della revisione concessa a questo Modern Classic grazie al Black Power Day che celebriamo oggi.
Un passaggio che, dal primo gennaio del duemilaquattordici, era accaduto soltanto una volta.
La partenza dal divano e l'arrivo a terra del sottoscritto, cocktail alla mano e culo sul tappeto, a bocca aperta di fronte al televisore: come fu per The Wolf of Wall Street.
E basterebbe questo, per definire Inside Man.
Anche se, a ben guardare, forse l'idea rende di più per definire il filmone totale di Scorsese, altro grande interprete della cultura newyorkese nella settima arte.
Ma poco importa.
Qui non c'è nessun inghippo.
Solo un fottuto, grande colpo.
Un fottuto, grande film.
Anzi, più che grande.
"Noi non dimenticheremo", si intravede su un muro dietro Denzel Washington.
La ferita del World Trade Center ancora aperta.
Neppure io dimenticherò.
Non dimenticherò quanto è grande Spike Lee quando misura l'ego di Spike Lee e diventa un dannato, enorme interprete della cultura americana.
Black e non solo.




MrFord






"Chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya
chal chaiyya chaiyya chaiyya chaiyya."
A. R. Rahman - "Chaiyya Chaiyya" -





martedì 20 maggio 2014

Operazione noccioline - The Nut Job

Regia: Peter Lepeniotis
Origine: USA, Canada, Corea del Sud
Anno: 2014
Durata: 85'





La trama (con parole mie): Surly, scoiattolo dalla forte indipendenza sempre pronto a pensare a se stesso ed alla sua sopravvivenza, vive di espedienti insieme ad un topo compagno di mille avventure incurante delle regole imposte dal Procione a capo della comunità che alberga all'ombra del grande albero. Quando un incidente di "caccia" che coinvolge Surly ed il suo compare ed una squadra inviata proprio da Procione - composta dall'intraprendente Andie e dal sempre pronto a mettersi in mostra Greyson - per recuperare una scorta di noci per l'inverno dal carretto di un venditore ambulante provoca un incendio che distrugge proprio il grande albero e le scorte alimentari di tutti gli abitanti del parco, Surly decide di riguadagnare la stima degli animali elaborando un piano per rapinare un negozio in via di ristrutturazione specializzato nella vendita di frutta secca.
L'impresa richiederà tutto il coraggio e la voglia di mettersi in gioco dello scoiattolo, e porterà a ribaltare l'intero mondo degli animali della zona.








Evidentemente questo non dev'essere l'anno giusto per l'animazione.
Alle spalle la parziale delusione che fu il duemilatredici, per i buoni, vecchi cartoni questa prima parte di 'quattordici ha portato quasi esclusivamente conferme in negativo, fatta eccezione per alcuni episodi che potrei a questo punto definire miracolosi - The Lego movie, per esempio -: con Mr. Peabody&Sherman, ad ogni modo, pensavo di avere toccato il fondo e che non restasse altro che risalire, sperando in qualche sorpresa inaspettata.
Niente di più sbagliato.
The nut job - Operazione noccioline, infatti, si inserisce alla perfezione in questo terrificante trend negativo, portando sullo schermo una storia che, nonostante sia animata discretamente, appare come totalmente sviluppata ad uso e consumo del 3D, terribilmente prevedibile, buonista - altro che i tanto bistrattati Classici Disney! - e poco appassionante perfino per chi, come me e come sottoscriverebbe il Cannibale, cerca di godersi la piacevole sensazione di ritorno al passato di un film d'animazione ad ogni buona occasione.
La vicenda dello scoiattolo "ribelle" - spacciarlo per una sorta di antieroe suona davvero come un colpo basso perfino e soprattutto per l'intelligenza dei più piccoli - Surly alle prese con un piano che vorrebbe portare la struttura degli heist movies old school all'interno di una cornice da Boing di serie b - soltanto portato in scena con più soldi di quelli sborsati per il piccolo schermo - risulta infatti un clamoroso fallimento su tutta la linea, a partire dai personaggi - stereotipati e banali, ben doppiati dal ricco cast originale eppure assolutamente incapaci di creare l'empatia necessaria a fare presa non solo nella parte del pubblico più piccola e sveglia, ma anche in quella più stagionata ed incline alla siesta da noia. Ammetto infatti di avere avuto io stesso enormi difficoltà a tenere gli occhi aperti nonostante il minutaggio decisamente scarso ed il ritmo sostenuto scandito dagli inseguimenti - altro particolare che di norma provoca spasmi incontrollati di "gioia" nel mio rivale Peppa Kid -, tanto poco significativi risultano essere personaggi - principali e non -, script, siparietti almeno sulla carta divertenti e spalle comico/grottesche - la componente umana della pellicola -.
Non che mi aspettassi chissà quale filmone, ma dal trailer - ed in questo senso mi sono lasciato ingannare come se anni di Dreamworks non mi avessero insegnato niente - visto tra l'altro nel pieno di uno degli stacchi tra un episodio e l'altro di Kung Fu Panda su Rai Gulp - ormai uno dei preferiti del Fordino - speravo quantomeno in qualcosa che, entro un annetto, avrei potuto anche mostrare al centro di gravità permanente di casa Ford senza che potesse pensare di essere stato preso per il culo dal suo vecchio: al contrario, invece, Operazione noccioline si inserisce senza neppure fare troppa fatica nel novero dei purtroppo numerosi titoli d'animazione massacrati dal sottoscritto di recente neanche ci trovassimo di fronte ad un qualche inutile film radical chic e pomposo firmato da un regista in cerca di affermazione in un Festival importante.
L'amarcord dei cartoni animati, in questi casi, si concentra tutto sul valore di quelli trasmessi in tv e portati in sala nei favolosi anni ottanta, quando tra Disney e Giappone si potevano trovare vagonate di magia coloratissima e coinvolgente, piuttosto che sequenze ben oltre il trash come quella dei titoli di coda ritmati dalla hit "Gangnam style" di Psy - davvero, davvero imbarazzante -.
Se poi dovessi voler gettare benzina sul fuoco direi che, per un appassionato di noci come il sottoscritto, trovarsi di fronte ad un filmetto di così poco conto è quasi come un guanto di sfida lanciato in faccia alle bottigliate.
Peccato che il valore effettivo di The Nut Job, di fatto, non meriti neppure quelle.



MrFord



"Oppan gangnamseutail 
gangnamseutail
najeneun ttasaroun inganjeogin yeoja 
keopi hanjanui yeoyureul aneun pumgyeok inneun yeoja
bami omyeon simjangi tteugeowojineun yeoja
geureon banjeon inneun yeoja."
Psy - "Gangnam style" - 






sabato 10 maggio 2014

Johnny il bello

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Johnny il bello è un piccolo gangster di New Orleans dal viso completamente deformato, amico d'infanzia del proprietario di un grosso locale vessato dai debiti, Mikey. Organizzata una rapina e traditi dalla coppia formata dal senza scrupoli Rafe e dall'aggressiva Sunny, i due vecchi compagni finiscono male: Mikey all'obitorio, Johnny in carcere.
Proprio dietro le sbarre lo sfortunato criminale viene inserito in uno speciale programma scientifico che prevede una completa riabilitazione attraverso una serie di operazioni chirurgiche volte a rendere il suo viso completamente normale: aiutato da una suora e dal responsabile degli esperimenti, Johnny riacquista dopo cinque anni non solo la libertà, ma anche un aspetto che non ha mai avuto.
Trovato lavoro ai cantieri navali ed iniziata una relazione con una giovane impiegata, l'uomo non riuscirà comunque a liberarsi dei suoi fantasmi, e rintracciati gli ex soci traditori, ordirà vendetta contro di loro.








Fin dai tempi della mitica videoteca gestita dall'altrettanto mitico Paolo e della prima visione de I guerrieri della notte, Walter Hill è sempre stato uno dei protetti di casa Ford, simbolo di un Cinema action dalle palle d'acciaio che furoreggiò nei mitici eighties regalando perle come il supercult appena citato, I guerrieri della palude silenziosa e Danko, tanto per citarne tre che potrei recitare a memoria.
All'appello delle visioni del sottoscritto mancava però Johnny il bello, film minore di questo solidissimo regista che ai tempi ebbe più successo in Italia che in USA - trainato, probabilmente, dalle imprese del poliziotto moscovita interpretato da Schwarzenegger risalenti all'anno precedente - recuperato quasi per caso ed impreziosito da un cast decisamente all star per i tempi e non solo: accanto a Mickey Rourke, infatti, ed ai lanciati - per l'epoca - Lance Henricksen ed Ellen Burstyn, troviamo volti che solo in seguito diverranno ben più che noti come Forest Whitaker e Morgan Freeman, al centro di una vicenda che mescola hard boiled, noir, ballad strappalacrime da sbronza, un'ambientazione southern perfetta ed un gusto per il melò simile a quello che nello stesso periodo rese grandi le epopee del Cinema asiatico di genere, su tutti quello firmato da John Woo.
Visione alle spalle, posso affermare senza troppi patemi di essermi mangiato le mani per non aver goduto prima di uno dei lavori più emozionanti ed intensi del vecchio Hill, il ritratto di un loser con i controfiocchi in grado di unire al gusto crepuscolare dell'antieroe solitario gli elementi base del western dei cani sciolti, dei figli di puttana senza scrupoli e di amori troppo grandi per poter essere davvero coronati: Johnny il bello è un'anticamera crime di The wrestler, Tom Waits che incontra Shane, la vendetta ed il sangue che una vita passata per le strade chiedono anche a scapito della possibilità di vivere il sogno di potersene di fatto affrancare, il riscatto di un uomo cresciuto ai margini del mondo che, una volta avuta la sua possibilità, decide di regolare i conti prima ancora di vivere la vita che ha sempre sognato.
Johnny, un Elephant man dei bassifondi venuto su a pane e crimine, avuta la possibilità di ricominciare a vivere proprio grazie alla più grande perdita della sua esistenza, è passo dopo passo ed inesorabilmente attratto dal ritorno al lato oscuro dell'anima, lo stesso che lo ha reso prima uno zimbello e dunque un vero protagonista, quella vendetta che chiama a gran voce il sangue di chi è costato tutto al suo più caro amico, per una vicenda che non avrebbe sfigurato in una pellicola di Melville o, portando avanti le lancette del grande orologio, in una di Jonnie To - e in questo caso sarebbe nata una curiosa assonanza di nomi -: Walter Hill, con venticinque anni di anticipo, firma dunque uno dei suoi film meno conosciuti eppure più liricamente potenti, un lavoro che oggi farebbe sognare i fan di Refn, la parabola discendente di un protagonista romantico e dannato come pochi ne sono capitati qui al Saloon, ed uno dei charachters meglio calzati dall'altrettanto dannato Mickey Rourke, che ha sempre fatto della sua somiglianza ai personaggi interpretati uno dei suoi assi nella manica.
L'atmosfera ed il contorno della vicenda, inoltre - che potrà peccare di qualche ingenuità rispetto ad una sceneggiatura in alcuni punti parzialmente sbrigativa -, rendono alla grande il contesto hard boiled di quegli anni, raccogliendo il testimone di vere e proprie perle come Vivere e morire a Los Angeles o pellicole decisamente più sociali come Tuta blu, misconosciuto dramma operaio passato purtroppo quasi sotto silenzio ed ancora oggi noto meno perfino meno dello stesso Johnny il bello: di norma da Walter Hill mi aspetto sempre un certo grado di soddisfazione, eppure il risultato ottenuto da questo film è stato decisamente superiore a quanto potessi sperare.
Hill, con tutta la sua ruvida spigolosità da uomo d'acciaio dell'action, è riuscito a sorprendermi con un melodramma crime dalle tinte fosche e romantiche, una storia di vendetta, amicizia ed occasioni sprecate come ora non se ne fanno davvero più - o quasi -, regalando alla settima arte un charachter assolutamente memorabile anche come fantasma di un'epoca definitivamente tramontata - quella dei titoli dati in seconda serata e delle strade bagnate nelle riprese notturne - e volto di un'opera che difficilmente potrà ritagliarsi uno spazio maggiore di quello che ha ottenuto fino ad ora: ma in fondo è giusto così.
Quelli come Johnny il bello sono nati per i margini.
Ci sono cresciuti, ci sono vissuti, e ci sono morti.
E l'hanno fatto alla grande, meglio di quanto qualsiasi vincente potrà mai davvero sognarsi.
Ed io sarò sempre pronto a raccogliere il loro testimone, e a raccontare le gesta di chi vive oltre quel confine e sempre al massimo, pronto a tenere i propri cavalli e dare ai fantasmi le voci che meritano.
In fondo, prima o poi finiamo per diventarlo tutti.




MrFord



"I'm the detective up late
I'm the blood on the floor
the thunder and the roar
the boat that won't sink
I just won't sleep a wink
you're the same kind of bad as me."
Tom Waits - "Bad as me" -



 

lunedì 2 settembre 2013

In trance

Regia: Danny Boyle
Origine: UK
Anno: 2013
Durata: 101'





La trama (con parole mie): Simon, un giovane addetto alla sicurezza alle aste di opere d'arte, è il punto focale di un colpo che porta alla scomparsa di un quadro di Goya dal valore enorme, che una squadra di professionisti tenta di trafugare venendo ostacolata dallo stesso Simon.
La realtà, però, è ben diversa da come viene dipinta: Simon, infatti, è colluso con il leader del gruppo di criminali, Franck, ed è l'unico a conoscere l'esatta ubicazione del preziosissimo pezzo da collezione. Peccato che, a seguito di un trauma cranico subito durante la rapina, sia sopraggiunta un'amnesia che rende impossibile il recupero della merce: decisi a venirne in possesso ed assicuratisi che Simon non menta, Franck ed i suoi uomini decidono di affidarlo alle cure di un'esperta ipnotista che potrebbe catturare l'informazione scavando nei recessi della mente del fulcro dell'intera operazione.





Danny Boyle è un tipo da non sottovalutare, neppure quando gli addetti ai lavori o la critica illustre finiscono per sottovalutarlo a loro volta: del resto, stiamo parlando di un regista in grado di spaziare da cult come Trainspotting a grandi successi come The Millionaire, da horror d'autore come 28 giorni dopo a pregevoli escursioni nella fantascienza come Sunshine.
Eppure, dovevo aspettarmelo: prima o poi doveva arrivare, dopo quelli di Cronenberg, Polanski, Scorsese e Malick - tutti nomi, comunque, di gran lunga più altisonanti del suo - anche per il cineasta nativo di Manchester lo scivolone che avrebbe portato alle bottigliate.
Perchè è proprio questo che è, In trance. Uno scivolone. E anche piuttosto evidente.
Non bastano, infatti, un cast eterogeneo ed internazionale, la consueta regia serrata, una fotografia curatissima e satura, un nudo integrale di Rosario Dawson - sì, avete letto bene -, per rendere consistente una pellicola prevedibile, noiosa e scritta davvero da cani: In trance è il genere di film che se soltanto avesse avuto qualche pretesa in più avrebbe corso il rischio di farmi incazzare tanto da stuzzicare un eventuale inserimento nel peggio dell'anno, un tentativo assolutamente non riuscito di confezionare un gioco a scatole cinesi nello stile - per rimanere in ambito anglosassone - di Christopher Nolan, un gioco di prestigio dilettantistico che oltre ad essere poco originale finisce per tentare inutilmente di prendersi gioco dell'intelligenza dello spettatore attraverso scelte che dovrebbero costituire twist sconvolgenti ma che finiscono per rivelarsi disastrose, caotiche, confusionarie ed assolutamente assurde, neanche ci trovassimo nell'ultimo degli horrorini di stagione buoni giusto come visione riempitiva da limonata selvaggia dei ragazzini.
L'unica giustificazione che potrebbe venirmi in mente per cercare di salvare il buon Boyle è che In trance sia stato una sorta di tributo richiesto dalla Fox - che distribuisce la pellicola - in cambio della possibilità di girare con un certo budget Porno, l'attesissimo sequel del già citato Trainspotting, già annunciato: una sorta, dunque, di lavoro su commissione al quale il regista pare aver partecipato con enorme svogliatezza, un pò come un cast mai così demotivato, da un Vincent Cassel decisamente riciclato ad una Rosario Dawson buona giusto per il suddetto nudo integrale, senza contare James McAvoy, alla sua interpretazione peggiore nonchè volto di un personaggio assolutamente irritante che fin dai primi minuti finisce per spostare le simpatie del pubblico sui quattro criminali che, almeno in teoria, dovrebbero essere i suoi persecutori ma che finiscono per avere appoggio incondizionato da parte dell'audience - almeno di quella di casa Ford - proprio per la supponenza dello stesso.
Se, inoltre, finora potreste pensare che sia uscito da quest'esperienza da spettatore piuttosto contrariato, dovreste considerare che a tutte le lacune sopra elencate si aggiungono tentativi su tentativi di rendere l'intreccio apparentemente più complesso capaci di scadere uno dopo l'altro nel ridicolo più o meno involontario, dal vizio del gioco d'azzardo del protagonista alla sua malatissima - ed implausibile - storia con l'ipnotista: una sorta di gioco a lanciare il sasso e nascondere la mano che appesantisce l'intero lavoro con un'aura malsana frutto di un mix poco riuscito di buonismo e giustizialismo, per quanto le due cose possano trovarsi agli antipodi.
Se queste sono le premesse per il futuro di Danny Boyle, allora chi l'aveva amato negli anni novanta e oltre dovrebbe cominciare davvero a preoccuparsi: da parte mia, confido sempre nell'imposizione del distributore e spero presto di svegliarmi da questa trance scoprendo di aver fatto solo un brutto sogno.


MrFord


"It has has been a thousand years since I have gave up hope in
I've told my heart to know my tears at the bottom of the ocean
I hit the ground, I hate the dirt
when cold turkey on the church
I just keep on running, running, running, running..."
Emeli Sande - "Here it comes" - 



martedì 23 luglio 2013

Now you see me - I maghi del crimine

Regia: Louis Leterrier
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 115'




La trama (con parole mie): Daniel Atlas, Henley Reeves, Merritt McKinney e Jack Wilder sono illusionisti di strada specializzati ognuno in un diverso campo. Contattati da un misterioso committente, i quattro vengono messi in condizione di dare il via ad uno show pronto a sbancare non solo l'audience, ma anche importanti istituti di credito ed assicurazioni proprio nel corso degli eventi, live divenendo, di fatto, una sorta di novelli Robin Hood.
Quando il detective dell'FBI Dylan Rhodes viene affiancato dall'investigatrice dell'Interpol Alma Dray ed il caso esplode anche sui media, la corsa contro il tempo per fermare i quattro inafferrabili illusionisti diviene una priorità delle alte sfere delle forze dell'ordine, pronte a rivolgersi perfino ad ex maghi divenuti esperti nello smascherare trucchi ed illusioni come Thaddeus Bradley.
Riusciranno i quattro a farsi beffe di chi da loro la caccia ed ultimare un piano decisamente più ambizioso di quello che sembra? E chi muove le fila alle loro spalle?





L'estate, come si sa, è spesso e volentieri simbolo di disimpegno artistico, fisico e mentale, una sorta di inno alla leggerezza che ci riporta ai tempi magici della scuola in cui da giugno a settembre ci si dimenticava di tutto e di tutti per ritrovarsi in una realtà parallela - quella delle vacanze al mare o in montagna - fatta di amicizie, storie e situazioni in grado di regalare l'illusione di qualcosa di magico.
Louis Leterrier, regista di caratura certo non clamorosa, autore di tamarrate amatissime dal sottoscritto come il primo Transporter e dell'Hulk post-Ang Lee nella sua versione Avengers-style, colpito da non so quale folgorazione, riesce nell'impresa di unire lo spirito di questa stagione ad un film fresco, intelligente, ritmato alla grande nonchè, senza dubbio, riferimento per quanto riguarda l'intrattenimento non soltanto del periodo, ma di questa intera prima parte di duemilatredici.
Sfruttando un cast eterogeneo ed in buona forma, Leterrier mescola elementi che ricordano il rocambolesco incedere della saga di Danny Ocean alle riflessioni sulla magia e la fede che furono alla base di cose decisamente buone come Red lights ed ottime come The prestige: certo non ci troviamo dalle parti del filmone di Nolan, eppure Now you see me conserva - e molto bene - una sua dignità fornendo allo spettatore del sano e robusto divertimento che possa partire dal cervello invece che dalla pancia ed una leggerezza che gli permette di toccare argomenti sicuramente importanti senza per questo risultare appesantito nella struttura e nell'evoluzione.
A partire dai quattro protagonisti - mai troppo approfonditi, eppure in grado di essere definiti perfettamente da poche ma efficaci sequenze - fino ai due detectives incaricati della loro cattura - una coppiata Ruffalo/Laurent che funziona molto più di quanto non mi sarei aspettato -, passando per l'esperto "smascheratore" Bradley interpretato da Morgan Freeman, nessuna sbavatura perviene allo spettatore, che avvicinandosi sempre più - come viene più volte suggerito dai "Quattro cavalieri" - non solo finisce inevitabilmente per essere ingannato come illusionismo e magia vogliono, ma per godersi senza pensieri una caccia agli uomini divertentissima e ben orchestrata, che avrà pure la pecca di non avere davvero nessuna sbavatura ma che, di fatto, rispolvera il concetto dell'heist movie da una nuova prospettiva, aggiungendo alla sua ricetta diverse chicche - il confronto finale con "l'occhio" - e regalando almeno un paio di twist che, forse proprio perchè impegnati "ad avvicinarsi troppo" riescono nell'intento di sorprendere e rendere l'evoluzione dello script ancora più interessante, oltre a creare una piacevole empatia con questi curiosi, improvvisati ed insoliti Robin Hood pronti a rubare ai ricchi per dare ai poveri in nome di una vendetta che non è soltanto quella rispetto ad un loro collega smascherato decenni prima, ma della meraviglia - e della voglia di meravigliarsi - rispetto al cinismo e alla razionalità eccessivi, aspetto ovviamente molto apprezzato dalle parti del Saloon.
Leterrier firma dunque la sua opera migliore ed una delle sorprese più piacevoli di questo periodo, in barba ai santoni dell'autorialità eccessiva - qualcuno ha detto Malick!? - ma anche ai solo presunti tamarri da giocattoloni per bambini grandi - vero, Del Toro!? -: niente male per quattro illusionisti di strada passati in breve tempo ad essere idoli delle folle - chi non starebbe dalla loro parte, in fondo!? - nonchè alfieri della rivincita del sogno sulla realtà e dell'illusione della magia rispetto alle solide fondamenta dei massimi sistemi dell'economia attuale.
Potrebbe essere da folli, pensare che il potere di quest'illusione è necessario come l'aria a noi poveri vagabondi della Frontiera, eppure non può che essere così: in fondo non esiste Denaro in grado di comprare il Tempo, e non esiste Sogno - o illusione, perchè no - che non possa superare un'apparente certezza.
Basta guardare più da vicino, e lasciarsi ingannare.
In fondo il viaggio è sempre più importante della sua destinazione.


MrFord


"I never believed in things that I couldn't see
I said if I can't feel it then how can it be
no, no magic could happen to me
and then I saw you."
America - "You can do magic" - 



domenica 4 novembre 2012

40 carati

Regia: Asger Leth
Origine: USA
Anno: 2012
Durata:
102'




La trama (con parole mie): Nick Cassidy, ex poliziotto corrotto incastrato per il furto di un diamante unico di proprietà di un milionario senza scrupoli, approfitta del funerale del padre per evadere dalla prigione di Sing Sing e rimanere nell'ombra progettando un tentato suicidio che mascheri di fronte ai media e alla gente della strada una spettacolare rapina che funga, di fatto, da prova che lo scagioni dalle accuse che gli sono costate due anni e il distintivo.
Così, dall'alto del cornicione di un hotel nel centro di Manhattan, l'uomo si ritrova a dirigere il circo di poliziotti, giornalisti, passanti e dei due complici che avranno il compito di recuperare lo stesso diamante costatogli l'accusa e milioni di dollari di risarcimento assicurativo al magnate David Englander.
Riuscirà Cassidy a vendicarsi, smacchiarsi il nome e sopravvivere?



Ammetto che, ai tempi della sua uscita, non avrei scommesso un soldo bucato su questo titolo che appariva come l'ennesimo, inutile tappabuchi da sala che non si sarebbe neppure potuto definire blockbuster con protagonista uno degli attori più inespressivi dell'attuale panorama hollywoodiano, Sam Worthington.
Così, 40 carati è rimasto a prendere polvere mentre passavano i mesi e si succedevano visioni che giudicavo di volta in volta decisamente più interessanti, fino a quando le ferie di fine settembre e la penuria di novità a portata di divano non hanno fatto in modo che venisse riesumato: a questo punto, sorpresa delle sorprese, il lavoro di Asger Leth si è rivelato addirittura un piccolo jolly.
Perchè se il cast non poteva contare su protagonisti particolarmente ispirati - ad affiancare Worthington troviamo il non troppo convincente ex Billy Elliot Jamie Bell ed Elizabeth Banks in un ruolo decisamente lontano da quelli cui siamo abituati -, su una trama innovativa o una tecnica particolarmente stupefacente, nel complesso la pellicola rispetta appieno il suo compito di prodotto d'intrattenimento di grana grossa e senza pretese rivelandosi un filmetto d'azione niente male, di quelli giusti giusti per riempirsi una serata molto pane e salame e godersi una vicenda prevedibilissima per essere il centro di un heist movie che dovrebbe tenere con il fiato sospeso eppure funzionale e ben giostrata, in grado di alternare alle sequenze del cornicione e all'intrigo orchestrato da Worthington/Cassidy quelle legate all'irruzione nel palazzo del bieco milionario Englander - un sempre ottimo Ed Harris, che ripropone la sua versione "villain" senza troppa fatica -, legate alle più classiche situazioni "da rapina" ed incentrate principalmente sulla presenza di Genesis Rodriguez, che per il pubblico maschile varrà da sola la visione del film - e al diavolo la credibilità del cambio d'abito a rapina in corso con tanto di sequenza praticamente in bikini dell'attrice -.
L'intrigo che vede poi Cassidy accusato lottare per la propria innocenza è telefonato almeno quanto la conclusione, ma anche in questo caso ci si mette comodi e si gusta il percorso che l'ex poliziotto - peraltro non uno stinco di santo - compirà per smascherare i complici di Englander che lo fregarono ai tempi, cercando di convincere la negoziatrice neanche dovesse strapparle un appuntamento per poi lasciarsi andare, nel finale, ad un inseguimento di quelli da classico film action con tanto di voli da un cornicione all'altro che fanno sempre la loro porca figura.
Dovessi ripensare ad un cult di questo tipo legato al mio passato, direi che 40 carati mi ha ricordato in qualche modo Speed, seppur con un approccio decisamente meno tamarro ed un risultato che difficilmente resterà negli annali del Cinema e nella memoria del pubblico, ma che in qualche modo - e con tutti i suoi limiti - è riuscito a stupire anche un vecchio cowboy dedito all'azione come il sottoscritto.
E questo riesce a rendere anche una robetta snobbata troppo in fretta un'inaspettata - a suo modo - rivelazione: praticamente, considerate le cartucce che aveva da sparare il regista, un successone.


MrFord


"Meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge
when my time is up I'm gonna see all my friends
meet on the ledge
we're gonna meet on the ledge."
Fairport Convention - "Meet on the ledge" -


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