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lunedì 22 gennaio 2018

Heath Ledger Day - Il cavaliere oscuro (Christopher Nolan, USA/UK, 2008, 152')




Fin dai primi giorni dell'apertura del Saloon, ricordo di aver rimpianto alcune recensioni che, per ovvie questioni di tempo, non avrei potuto proporre contemporaneamente all'uscita della pellicola: una di queste era quella legata a Il cavaliere oscuro, secondo capitolo della trilogia dedicata a Batman targata Christopher Nolan, che ancora ho negli occhi per la prima visione in sala, aspettative della vigilia rispettate in pieno ed ovazioni del pubblico di fronte a più di una sequenza.
L'iniziativa dell'ormai sempre più sparuto gruppo di bloggers cinefili di celebrare la ricorrenza dei dieci anni dalla scomparsa di Heath Ledger - incredibile che sia già passato così tanto tempo e quante cose siano cambiate, così come strano risulti pensare che l'attore australiano fosse mio coscritto - è riuscita a regalarmi la possibilità di portare tra queste pagine anche una delle pellicole a tema supereroistico più convincenti mai prodotte, sorretta da un impianto tecnico pazzesco, adrenalina a mille, una regia perfetta ed un'interpretazione, quella di Ledger, da once in a lifetime, che giustamente gli valse un Oscar purtroppo postumo.
Pur se filtrato attraverso la passione per gli illusionismi di Nolan, questo film finisce per rappresentare lo scontro tra un charachter granitico come Batman ed il suo caotico antagonista, Joker, che combatte l'Uomo Pipistrello non per la gloria, i soldi o la sete di potere, quanto per il desiderio di sovvertire le regole e seminare il caos: è nel loro confronto, nonostante l'evoluzione degna di un thriller poliziesco della trama, con la variabile fornita da Harvey Dent/Two Face, che si trova la spinta di un rollercoaster di due ore e mezza pronte a volare, un lavoro che a distanza, per l'appunto, di dieci anni, continua ad impressionare e a risultare superiore alla quasi totalità delle proposte nate dal mondo del Fumetto dopo di lui.
Il dispiacere di non averne potuto scrivere allora, ebbro dell'esaltazione che la prima visione mi trasmise, è ancora vivo, ma dalla matita "scomparsa" al camion ribaltato, passando per l'interrogatorio ed il trucco che porta alla genesi del già citato Two Face ed alla morte di uno dei personaggi cardine dell'universo di Bats riconosco di essere ancora oggi sorpreso, travolto, rapito dal lavoro pazzesco imbastito da Nolan e reso ancora più grande da Ledger, che non solo non fa rimpiangere l'indimenticabile Joker di Nicholson protagonista della pellicola di Tim Burton, ma finisce per superarlo proprio grazie alla carica data al personaggio, che pare totalmente fuori controllo ed allo stesso tempo perfettamente in sintonia con ogni sua azione e soprattutto con quello che rappresenta.
Perchè se Batman, che insegue l'ordine imponendolo come prima cosa a se stesso, forza la mano con la costrizione, Joker è l'emblema della rivoluzione pura, di tutto quello che, da esseri umani vitali ed appassionati, non può essere confinato dalla Legge, dalle regole e dal senso comune.
La visione del Joker potrà essere sconfitta - perchè insito nell'essere umano è anche il Bene - ma non cancellata, perchè figlia di una passionalità che è stata, è e sarà motore di tutto quello che sta agli estremi del nostro concetto di società e di vita: il Joker è un terrorista, un criminale, uno psicopatico, ma anche un uomo libero, che non meno di Batman si pone al di sopra di tutto e di tutti.
E nel farlo, non porta sulle spalle il peso del senso di colpa.
Il discorso potrebbe essere più lungo e complesso, così come questo post potrebbe concentrarsi maggiormente sul valore enorme di un film che è stato - ed è, e sarà - un esempio perfetto di blockbuster intelligente ed autoriale, potrei affermare di ammirare Joker e di essere simile a Batman, o il contrario: il fatto è che, da persona sensibile agli estremi, alle illusioni ed alla lotta, non posso dichiarare altro che, da una parte o dall'altra di questa barricata, è un piacere essere in prima linea.
I muscoli e la determinazione contro le risate e la voglia di stupire.
Ognuno di noi, potenzialmente, porta questo nel cuore.
Ed ognuno di noi, nel corso della vita, può scegliere quale strada prendere.
A prescindere dal momento, da chi si ha di fronte, da cosa si spera per il futuro.
Da cosa meritiamo noi, e da chi merita chi ci è accanto.



MrFord



martedì 23 maggio 2017

Insospettabili sospetti (Zach Braff, USA, 2017, 96')




Nel corso delle ultime stagioni cinematografiche la mancanza di nuove idee così come di produzioni, personaggi e situazioni pronti a diventare instant cult ha provocato un fenomeno decisamente curioso, quello della riscossa dei "vecchietti", leggende dello schermo dal punto di vista attoriale o di charachters riproposte in modo da solleticare la fantasia dei nuovi fan e l'amarcord dei vecchi: dalla saga degli Expendables ai ritorni di Rocky e Terminator, passando per operazioni come Il grande match o Stand up guys, chiaramente basate sull'effetto nostalgia.
Inutile dire che, per la maggior parte di questi titoli, il mio livello di esaltazione sia stato piuttosto alto, essendo cresciuto fortunatamente in un decennio - i mitici eighties - che praticamente ha macinato cult uno dietro l'altro: purtroppo, però, ormai il fenomeno ha raggiunto il suo punto di saturazione, e così come per i supereroi - altro genere ultimamente andato alla grandissima - rischia di stancare perfino i fan più accaniti come il sottoscritto.
Questo Insospettabili sospetti - terribile adattamento italiano, come al solito, dell'originale Going in style - fa parte, purtroppo, del novero: nonostante, infatti, la presenza di tre mostri sacri come Morgan Freeman, Alan Arkin e Michael Caine, alcuni passaggi molto divertenti ed una riflessione sociale non banale, il lavoro di Zach Braff - che tutti noi ricorderemo per Scrubs davanti alla macchina da presa, ma non è da dimenticare l'interessante La mia vita a Garden State, realizzato invece come autore - si presenta come inplausibile e poco avvincente nonostante il minutaggio favorevole, finendo per trasformarsi da commedia dissacrante sull'avanzare dell'età e sul riscatto dell'uomo della strada nel più classico dei film buonisti pronti a mettere d'accordo tutti con il più prevedibile finale che si possa immaginare.
Certo, il prodotto funziona, non fa incazzare ed è perfetto per una visione disimpegnata, ma non aggiunge nulla a questo nuovo "genere", ed anzi finisce per confermare i dubbi rispetto ad una saturazione del mercato dello stesso: Michael Caine e soci che scherzano a proposito di quanti anni restano loro da vivere sono sempre mitici da vedere, ma forse è ora di cominciare a valutare di tirare fuori dal cilindro qualche idea nuova che vada oltre il (ri)pescare attori, situazioni e personaggi che siano garanzie e sbatterli sullo schermo sicuri che bastino i loro nomi a portare a casa il risultato.
Ad ogni modo, doveste aver voglia di un film leggero ed innocuo, pronto a riempire una serata in cui il sonno e la stanchezza la fanno da padroni, Insospettabili sospetti farà al caso vostro.
Non aspettatevi troppo, e non pensiate che si possa andare avanti ancora per molto così: e certo non a causa del poco tempo che sulla carta rimane a certi pezzi da novanta.




MrFord



lunedì 30 maggio 2016

Le ali della libertà

Regia: Frank Darabont
Origine: USA
Anno: 1994
Durata:
142'








La trama (con parole mie): siamo alla fine degli anni quaranta quando Andy Dufresne, vicedirettore di banca, è condannato ad un doppio ergastolo per l'omicidio della moglie e del suo amante.
Incarcerato nella struttura di Shawshank, governata con pugno di ferro dal Direttore Norton e dal capo delle guardie Hadley, stringe immediatamente amicizia con Ellis "Red" Redding, che di norma si occupa del contrabbando tra i condannati: tra i due uomini si sviluppa un legame destinato a durare decenni, che vede detenuti essere rilasciati per finire fagocitati dal Sistema, altri barbaramente uccisi e le speranze alimentate un giorno dopo l'altro, in attesa del momento in cui la libertà possa cambiare le loro vite.
Quando Dufresne, divenuto prezioso per gli affari sporchi di Norton, diverrà una minaccia per il Direttore stesso, l'uomo deciderà di cambiare le carte in tavola rivelando un piano portato avanti per quasi due decenni.











Dovevano essere quasi vent'anni, dall'ultima volta in cui vidi, nell'allora casa Ford, probabilmente con mio fratello, Le ali della libertà, film tra i più cult degli anni novanta e del genere carcerario che lanciò Frank Darabont e consacrò per l'ennesima volta Stephen King come ispiratore del Cinema - i due torneranno a collaborare negli Anni Zero con il più che discreto The Mist -.
Onestamente, temevo molto il confronto con questo titolo: l'esaltazione di molti critici e di una buona fetta di pubblico verso questo titolo è sempre stata alta - a mio parere, fin troppo, considerato il debito che la stessa ha soprattutto con Fuga da Alcatraz -, il Tempo spesso e volentieri non è tenero con i cult che non siano veri Capolavori e la mia percezione, sotto molti punti di vista, è cambiata, eppure la curiosità c'era, e parecchia.
Dunque, come prima cosa devo ammettere che Le ali della libertà - pessimo adattamento dell'originale The Shawshank redemption - è riuscito a tenere testa alle difficoltà alla grande, confermandosi assolutamente un cult di genere ed un grande film, con un cast assolutamente in parte ed un'escalation di quelle in grado di coinvolgere perfino i più freddi tra gli appassionati dediti al solo Cinema d'autore.
Allo stesso tempo, il lavoro di Darabont si conferma anche tra quelli più sopravvalutati - pur bonariamente - del Cinema degli anni novanta e recente, fenomeno che coinvolse titoli di quello stesso periodo come Forrest Gump, Il miglio verde o Strange Days: pellicole che ai tempi dell'uscita in sala apparvero strepitose e che, oggi, hanno il sapore del mito senza, di fatto, averne lo spessore.
Non che sia un male, considerato un tipo pane e salame come il sottoscritto, che li possiede orgogliosamente tutti nella propria videoteca - e non parlo di hard disk, in questo caso - pronto, all'occorrenza, a godersi ogni istante della visione dal primo all'ultimo minuto.
Proprio in questo senso, ripercorrere la vicenda di Andy Dufresne dal processo e dalla condanna al confronto con l'amico di una vita Red che chiude la pellicola vent'anni dopo è stato un vero piacere, dai volti perfetti dei caratteristi che compongono un cast che ogni appassionato si troverà a conoscere quasi a menadito ad un incedere rapido e serrato che spesso e volentieri non ci si aspetta da un film che viaggia spedito verso le due ore e venti, numerose soluzioni tecniche ottime - come la ripresa aerea del carcere all'arrivo del protagonista, davvero strepitosa considerati i tempi in cui i droni sfruttati come appoggio erano fondamentalmente considerati fantascienza - ed un'intensità da grande storia, passando dalla vicenda di Brooks - una delle più toccanti e meglio riuscite del film - alla determinazione quasi glaciale del solo apparentemente fragile Andy, uomo come gli altri detenuti "incastrato dall'avvocato" pronto a fare fronte alle violenze, alle privazioni ed alla propria condizione con acume ed intelletto, quasi fosse un Ulisse dell'evasione.
E nonostante l'elevata importanza dell'aspetto emotivo e partecipativo rispetto alla storia del protagonista, Le ali della libertà diviene un elogio della perseveranza e della pazienza, della capacità di godere delle proprie piccole vittorie - specie da detenuti privati della libertà - in attesa del momento in cui le carte in tavola possano rivelarsi in grado di cambiare le sorti della partita con la vita: come in una partita a scacchi, Dufresne dispone i suoi pezzi con una cura che ad individui istintivi come il sottoscritto, "istituzionalizzati" come Brooks, o rassegnati come Red è sconosciuta, riuscendo ugualmente ad emozionare come un pezzo di Mozart pronto a rapire la mente di uomini che a stento sanno leggere ma con facilità riescono a prendere una vita.
Del resto la Libertà - intesa come concetto, prima ancora che come condizione o fuga - e la Redenzione - che, come spesso cantava Johnny Cash, non avviene certo dietro le sbarre, ma dentro se stessi - passano da momenti di meraviglia come quello.
Momenti che, con tutti i suoi limiti, Le ali della libertà riesce a tradurre in immagini ancora oggi.





MrFord





"Hold on to me
don't let me go
who cares what they see?
Who cares what they know?
Your first name is Free
last name is Dom
cause you still believe in where we're from
man's red flower
it's in every living thing
mind use your power
spirit use your wings."
Pharrell Williams - "Freedom" - 





martedì 12 aprile 2016

Attacco al potere 2

Regia: Babak Najafi
Origine: USA, UK, Bulgaria
Anno: 2016
Durata:
99'







La trama (con parole mie): Mike Banning, uomo di punta del servizio di sicurezza del Presidente degli Stati Uniti Benjamin Asher, medita il ritiro in vista della nascita di suo figlio, quando la morte del Primo Ministro inglese lo costringe ad un'ultima missione legata alla sicurezza del suo capo nel corso del viaggio a Londra per i funerali del "collega".
Appena prima che inizino le esequie ufficiali, però, un attacco su larga scala spazza via i Capi di Stato del mondo occidentale uno dopo l'altro grazie ad un'operazione di alto livello d'infiltrazione e dispiego di mezzi e risorse coordinata dal mercante d'armi Aamir Barkawi, che due anni prima ha visto morire a causa di un'offensiva guidata da un drone la figlia nel corso del suo matrimonio: un'offensiva decisa dal G8 a seguito dei legami dello stesso Barkawi con i terroristi più pericolosi del mondo che aveva lui come bersaglio.
Banning ed Asher, soli ed allo sbaraglio, dovranno fare fronte alla minaccia degli uomini di Barkawi e cercare di portare a casa la pelle, magari sovvertendo i piani della loro nemesi nel mentre.











Non smetterò mai, ma proprio mai, di adorare le tamarrate.
Pellicole a neuroni zero in grado di risollevare il morale ed esaltare neanche si potesse tornare bambini e godersi l'ultimo videogioco uscito o simulare il proprio film o cartone animato preferito al parco con gli amici, ovviamente da protagonisti.
Qualche anno fa, quando uscì in sala Olympus has fallen, rimasi a metà tra lo sconvolto ed il divertito, a fronte di una delle porcate più grosse di grana grossa a stelle e strisce ed anche, c'è da ammetterlo, di una delle più divertenti: Gerardone Butler, prendendo a modello 24 - ed è un bene - ed il franchise di Taken - ed è un male - aveva portato sullo schermo un nuovo eroe tutto ammeregano in grado di rinverdire i fasti della mia epoca favorita - gli anni ottanta, per chi non lo sapesse - senza per questo apparire troppo serio o preso da se stesso - "Di cosa sei fatto?" "Bourbon e cattive scelte", impagabile -.
Con il secondo capitolo, accolto anche dal sottoscritto con più di un interrogativo, devo ammettere che l'operazione non solo è stata replicata, ma ha finito quasi per essere più comprensibile nella portata della prima, sarà anche per il passaggio, al timone di regia, dal decisamente più "alto" Antoine Fuqua a Babak Najafi, che è noto principalmente per aver diretto qualche episodio di Banshee, giusto per rimanere in territori decisamente tamarri.
Partito con una seriosità forse eccessiva, questo secondo capitolo di Attacco al potere si evolve - fortunatamente - come un classico action movie in cui l'eroe spaccaculi non solo spacca i culi e compie la sua missione alimentando il sacro fuoco del patriottismo, ma regala nel farlo chicche a profusione, da quel "Vaffanculo io!? Vaffanculo tu!" che avrebbe potuto pronunciare uno qualsiasi dei beniamini eighties alla risposta al Presidente: "E se non torni?" "Se non torno, lei è fottuto".
Da brividi.
Considerata la wannabe visione a stelle e strisce di Desconocido, Attacco al potere 2 - o London has fallen, decisamente più adeguato - è stata una vera e propria manna dal cielo con tutti i suoi limiti, in barba ai radical, ai pregiudizi rispetto a questo tipo di pellicola - che, devo ammetterlo, nel mio periodo più integralista di spettatore avrei più che detestato - ed all'ostilità aperta di molti appassionati di fronte ad un genere che non deve chiedere altro se non botte, esplosioni, situazioni inverosimili e buoni che rompono il culo ai cattivi come se non ci fosse un domani.
Viviamo in un mondo che non nasconde certo pericoli, distrutto dal Potere - "Quest'auto è a prova di proiettile, non di politico!" - e dai giochi legati allo stesso che vedono cadere vittime pescate sempre e soltanto dalla gente comune - da una parte e dall'altra della barricata -, destinata al ruolo di "danno collaterale" senza neppure che le sia chiesto che pensa in proposito, dunque sognare o anche solo immaginare che, a prescindere da tutto, possa esistere un eroe pronto a togliere a tutti le castagne dal fuoco e vincere non solo è confortante, ma anche e soprattutto piacevole quando si vuole staccare la spina e non considerare che debba necessariamente avere la meglio la paura, o ancora peggio, il pregiudizio silenzioso e non ammesso, che è anche peggiore.
Personalmente, io voglio pensare di poter viaggiare dove voglio senza dare credito alla politica del terrore spinta dai governi e da chi - apparentemente - è in guerra con gli stessi, voglio godermela facendo il tifo per il Gerardone e pensare che, per la mia famiglia, farei assolutamente altrettanto.
A prescindere da dove sia nato, dal mio credo politico o religioso, e dalla mia indole.
Oppure non voglio pensarci troppo.
E semplicemente, godermi Attacco al potere 2.
Meno dannoso e più divertente.






MrFord






"London calling to the imitation zone
forget it, brother, you can go it alone
London calling to the zombies of death
quit holding out, and draw another breath
London calling, and I don't wanna shout
but while we were talking, I saw you nodding out
London calling, see we ain't got no high
except for that one with the yellowy eyes."
The Clash - "London calling" - 






sabato 21 novembre 2015

Ruth&Alex - L'amore cerca casa

Regia: Richard Loncraine
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 92'






La trama (con parole mie): Ruth e Alex sono una vecchia coppia sposata da quarant'anni e residente a Brooklyn, in un vecchio stabile senza ascensore che li ha accolti già dai tempi in cui le unioni miste erano viste come fumo negli occhi in gran parte degli States.
A fronte dell'invecchiamento e degli acciacchi, i due - in particolare Ruth - paiono decisi a vendere l'appartamento che conserva tutti i loro ricordi per acquistarne un altro con più comodità per persone della loro età, magari facendo ritorno a Manhattan: e tra l'intervento subito dalla loro cagnolina alle visite aperte organizzate tra le loro mura e nelle case che decidono di visitare, entrambi i protagonisti trovano spazio per i ricordi costruiti in quarant'anni di legame, dai momenti più tristi a quelli più felici.








Con il progressivo avanzare dell'età media sul pianeta - almeno nelle zone più fortunate - e la ridefinizione dei cinquantenni come i nuovi quarantenni, i film ad argomento "terza età alla riscossa" hanno progressivamente ritagliato uno spazio sempre maggiore in sala negli ultimi anni, contaminando generi come l'action - la mirabolante saga degli Expendables -, la commedia - Last Vegas -, il crime movie - Uomini di parola - e, con questo Ruth&Alex - terribile l'adattamento italiano -, anche il film romantico.
Personalmente trovo che l'abuso di queste proposte abbia finito per mettere fin troppo alla prova il pubblico, senza contare l'effettiva qualità non sempre altissima delle stesse: personalmente, avrei tranquillamente evitato questa visione se non che, in una sera dall'eccessivo minutaggio nella pratica di messa a nanna del Fordino ha finito per restringere il cerchio al solo lavoro di Richard Loncraine con protagonisti i due arcinoti volti di Diane Keaton e Morgan Freeman giocata sul filo sottile della nostalgia e della simpatia dei due personaggi dagli stessi interpretati.
Il risultato non è stato malvagio quanto potessi aspettarmi, quanto più che altro abbastanza insipido e privo di una vera identità: regista e sceneggiatori, infatti, paiono non aver avuto affatto le idee chiare su come sviluppare la trama, mantenendosi sui ritmi della commedia, su quelli della riflessione legata al tempo che inesorabilmente passa, sulla dichiarazione d'amore a New York neanche fossimo in un film firmato da Woody Allen o il film indie leggero in grado di strizzare comunque l'occhio a tematiche attuali come la situazione del mercato immobiliare o la crescente paura alimentata dalle cicatrici lasciate dall'undici settembre.
Gli stessi protagonisti, in bilico tra memoria - confortevoli come una coperta, comunque, i loro ricordi di una vita passata insieme, in particolare la sequenza del ritratto di Ruth e quella della discussione rispetto all'impossibilità della stessa di avere figli -, energia ancora da vendere - incontenibile il sarcasmo di Freeman nel corso delle visite libere - ed incertezza sul futuro paiono non trovare un posto effettivo neppure nella pellicola, che annaspa tra comprimari irritanti - le due agenti immobiliari - ed altri potenzialmente interessanti ma dimenticati per strada - la bambina con la madre appassionata di riposini nelle case che visita senza avere la minima speranza di poterle comprare -.
Un filmetto, dunque, incapace di produrre i danni che mi auspicavo alla vigilia ma che non ha davvero nulla per rimanere davvero impresso nella memoria, se non il pensiero che, prima o poi, saremo noi a faticare a salire un buon numero di piani di scale e diverremo i vicini anziani di qualche giovane coppia nella quale finiremo, volenti o nolenti, per specchiarci, guardando alla loro età con nostalgia o con il sorriso che solo chi ha vissuto davvero destina ai propri figli e nipoti o a tutti quelli che potrebbero esserlo.
  




MrFord




"Don't know what's comin' tomorrow
maybe it's trouble and sorrow
but we travel the road, sharin' our load
side by side."
Ray Charles - "Side by side" - 






lunedì 6 ottobre 2014

Lucy

Regia: Luc Besson
Origine: Francia
Anno:
2014
Durata:
89'





La trama (con parole mie): Lucy, una giovane donna da pochi giorni in coppia con uno strambo trafficante di chissà cosa in pieno Oriente, finisce vittima di un raggiro dell'improvvisato fidanzato e si ritrova costretta a testare una misteriosa droga su se stessa, minacciata da un manipolo di criminali coreani.
Peccato che la stessa sostanza finisca per accelerare l'evoluzione delle capacità cerebrali di Lucy, che progressivamente si ritrova ad essere una sorta di divinità in Terra pronta a spaccare culi a destra e a manca, stringere alleanze improvvisate con la polizia francese, contattare uno studioso del nostro organo più complesso promettendo a quest'ultimo di raggiungerlo per rivelargli quello che ha scoperto sulla sua pelle e diventare una sorta di profeta del Nuovo Millennio in una forma alla quale non daremmo un soldo bucato.







Tendenzialmente, ho sempre pensato che Luc Besson fosse un aspirante grande regista clamorosamente sopravvalutato, fin dai tempi del botto che fece con Leon - che pure mi piacque, e ancora oggi ritengo il suo lavoro migliore -: neppure il suo zampino in tamarrate come Transporter, nel corso degli anni, è riuscito a farmi cambiare idea.
Quando, poi, seppi di questo tentativo a metà tra l'action sguaiato ed una porcatina di qualche anno fa come Limitless, come se non bastasse interpretato da Scarlett Johansson, che ultimamente - soprattutto dopo l'orrido Under the skin - che non solo appare molto meno figa di quanto continuino a volerla dipingere ma anche decisamente cagna maledetta incapace di azzeccare un film uno, la frittata si è potuta dire fatta.
E come volevasi dimostrare, Lucy si è rivelata senza ritegno una delle peggiori pellicole dell'anno fin dai primi montaggi alternati in bilico tra l'azione - completamente implausibile - della narrazione ed inserti agghiaccianti da documentario in pieno delirio malickiano pronti a scatenare al quinto minuto la voglia di bottigliate da grandi occasioni: fortunatamente per il sottoscritto, ad un incipit da calci rotanti in piena faccia del regista, è seguita una lunga parte legata ai primi effetti della droga sulla protagonista buona per un riposino da relax che è riuscito nell'intento di stemperare gli effetti di un'escalation degna dei peggiori film horror - in quanto a ridicolaggine della sceneggiatura - condita da un'altrettanto agghiacciante Johansson nel ruolo di spaccaculi - a questo punto quasi mi trovo a rivalutare Maggie Grace priva della patente improvvisatasi guidatrice di rally urbano in Taken 2 -, un Morgan Freeman in versione Una settimana da dio dall'altra parte della barricata ed una compilation da remix dei poveri di quel pippone di The tree of life con i suoi dinosauri da National Geographic ed il Capolavoro più nocivo della Storia del Cinema, 2001, tanto inarrivabile quanto imitato da generazioni e generazioni di registi assolutamente non all'altezza neppure dell'unghia dell'alluce di una delle scimmie kubrickiane.
Il tutto per vedere scimmiottare - per l'appunto - le danze di proiettili in slow motion tipiche dell'eredità action orientale e pregustare, per dirla con parole di Julez, il fatto che, utilizzando il nostro cervello al massimo delle sue potenzialità, finiremmo per diventare una chiavetta usb.
E sempre per dirla come la signora Ford, "speriamo almeno sia da sessantaquattro giga".
Ironia a parte, continuo ad essere meravigliato di come film come questo, in bilico tra un marchettone alla Samsung - clamorose le inquadrature dedicate alla videocamera hd in bella mostra nel corso dell'esibizione in pieno stile del già citato Under the skin di Lucy - ed uno svolgimento che neppure negli anni ottanta e nel peggiore degli action di serie b sarebbe riuscito a colpire non solo l'immaginario della parte di cervello pensante del pubblico, ma anche di quella naif.
Inoltre, se la Johansson non è mai stata un ricettacolo di speranze per la recitazione, è davvero un peccato vedere ridotti a macchiette il già citato Morgan Freeman - che, negli ultimi anni, pare essersi svenduto almeno quanto De Niro - ed il fu protagonista di Old Boy e I saw the devil Choi Min Sik, villain improbabile e talmente sopra le righe da risultare ridicolo.
Non che il resto del film, le sue radici nere da castello di Maleficent e le sue scimmie in CGI non siano da meno.



MrFord



"Cellophane flowers of yellow and green
towering over your head;
look for the girl with the sun in her eyes,
and she’s gone."
The Beatles - "Lucy in the sky with diamonds" - 



sabato 10 maggio 2014

Johnny il bello

Regia: Walter Hill
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 94'




La trama (con parole mie): Johnny il bello è un piccolo gangster di New Orleans dal viso completamente deformato, amico d'infanzia del proprietario di un grosso locale vessato dai debiti, Mikey. Organizzata una rapina e traditi dalla coppia formata dal senza scrupoli Rafe e dall'aggressiva Sunny, i due vecchi compagni finiscono male: Mikey all'obitorio, Johnny in carcere.
Proprio dietro le sbarre lo sfortunato criminale viene inserito in uno speciale programma scientifico che prevede una completa riabilitazione attraverso una serie di operazioni chirurgiche volte a rendere il suo viso completamente normale: aiutato da una suora e dal responsabile degli esperimenti, Johnny riacquista dopo cinque anni non solo la libertà, ma anche un aspetto che non ha mai avuto.
Trovato lavoro ai cantieri navali ed iniziata una relazione con una giovane impiegata, l'uomo non riuscirà comunque a liberarsi dei suoi fantasmi, e rintracciati gli ex soci traditori, ordirà vendetta contro di loro.








Fin dai tempi della mitica videoteca gestita dall'altrettanto mitico Paolo e della prima visione de I guerrieri della notte, Walter Hill è sempre stato uno dei protetti di casa Ford, simbolo di un Cinema action dalle palle d'acciaio che furoreggiò nei mitici eighties regalando perle come il supercult appena citato, I guerrieri della palude silenziosa e Danko, tanto per citarne tre che potrei recitare a memoria.
All'appello delle visioni del sottoscritto mancava però Johnny il bello, film minore di questo solidissimo regista che ai tempi ebbe più successo in Italia che in USA - trainato, probabilmente, dalle imprese del poliziotto moscovita interpretato da Schwarzenegger risalenti all'anno precedente - recuperato quasi per caso ed impreziosito da un cast decisamente all star per i tempi e non solo: accanto a Mickey Rourke, infatti, ed ai lanciati - per l'epoca - Lance Henricksen ed Ellen Burstyn, troviamo volti che solo in seguito diverranno ben più che noti come Forest Whitaker e Morgan Freeman, al centro di una vicenda che mescola hard boiled, noir, ballad strappalacrime da sbronza, un'ambientazione southern perfetta ed un gusto per il melò simile a quello che nello stesso periodo rese grandi le epopee del Cinema asiatico di genere, su tutti quello firmato da John Woo.
Visione alle spalle, posso affermare senza troppi patemi di essermi mangiato le mani per non aver goduto prima di uno dei lavori più emozionanti ed intensi del vecchio Hill, il ritratto di un loser con i controfiocchi in grado di unire al gusto crepuscolare dell'antieroe solitario gli elementi base del western dei cani sciolti, dei figli di puttana senza scrupoli e di amori troppo grandi per poter essere davvero coronati: Johnny il bello è un'anticamera crime di The wrestler, Tom Waits che incontra Shane, la vendetta ed il sangue che una vita passata per le strade chiedono anche a scapito della possibilità di vivere il sogno di potersene di fatto affrancare, il riscatto di un uomo cresciuto ai margini del mondo che, una volta avuta la sua possibilità, decide di regolare i conti prima ancora di vivere la vita che ha sempre sognato.
Johnny, un Elephant man dei bassifondi venuto su a pane e crimine, avuta la possibilità di ricominciare a vivere proprio grazie alla più grande perdita della sua esistenza, è passo dopo passo ed inesorabilmente attratto dal ritorno al lato oscuro dell'anima, lo stesso che lo ha reso prima uno zimbello e dunque un vero protagonista, quella vendetta che chiama a gran voce il sangue di chi è costato tutto al suo più caro amico, per una vicenda che non avrebbe sfigurato in una pellicola di Melville o, portando avanti le lancette del grande orologio, in una di Jonnie To - e in questo caso sarebbe nata una curiosa assonanza di nomi -: Walter Hill, con venticinque anni di anticipo, firma dunque uno dei suoi film meno conosciuti eppure più liricamente potenti, un lavoro che oggi farebbe sognare i fan di Refn, la parabola discendente di un protagonista romantico e dannato come pochi ne sono capitati qui al Saloon, ed uno dei charachters meglio calzati dall'altrettanto dannato Mickey Rourke, che ha sempre fatto della sua somiglianza ai personaggi interpretati uno dei suoi assi nella manica.
L'atmosfera ed il contorno della vicenda, inoltre - che potrà peccare di qualche ingenuità rispetto ad una sceneggiatura in alcuni punti parzialmente sbrigativa -, rendono alla grande il contesto hard boiled di quegli anni, raccogliendo il testimone di vere e proprie perle come Vivere e morire a Los Angeles o pellicole decisamente più sociali come Tuta blu, misconosciuto dramma operaio passato purtroppo quasi sotto silenzio ed ancora oggi noto meno perfino meno dello stesso Johnny il bello: di norma da Walter Hill mi aspetto sempre un certo grado di soddisfazione, eppure il risultato ottenuto da questo film è stato decisamente superiore a quanto potessi sperare.
Hill, con tutta la sua ruvida spigolosità da uomo d'acciaio dell'action, è riuscito a sorprendermi con un melodramma crime dalle tinte fosche e romantiche, una storia di vendetta, amicizia ed occasioni sprecate come ora non se ne fanno davvero più - o quasi -, regalando alla settima arte un charachter assolutamente memorabile anche come fantasma di un'epoca definitivamente tramontata - quella dei titoli dati in seconda serata e delle strade bagnate nelle riprese notturne - e volto di un'opera che difficilmente potrà ritagliarsi uno spazio maggiore di quello che ha ottenuto fino ad ora: ma in fondo è giusto così.
Quelli come Johnny il bello sono nati per i margini.
Ci sono cresciuti, ci sono vissuti, e ci sono morti.
E l'hanno fatto alla grande, meglio di quanto qualsiasi vincente potrà mai davvero sognarsi.
Ed io sarò sempre pronto a raccogliere il loro testimone, e a raccontare le gesta di chi vive oltre quel confine e sempre al massimo, pronto a tenere i propri cavalli e dare ai fantasmi le voci che meritano.
In fondo, prima o poi finiamo per diventarlo tutti.




MrFord



"I'm the detective up late
I'm the blood on the floor
the thunder and the roar
the boat that won't sink
I just won't sleep a wink
you're the same kind of bad as me."
Tom Waits - "Bad as me" -



 

martedì 4 marzo 2014

The Lego movie

Regia: Phil Lord, Christopher Miller
Origine: USA
Anno: 2014
Durata: 100'




La trama (con parole mie): Emmet, un ordinario e comunissimo operaio Lego in una delle città del multiforme universo dei mattoncini, al termine di un turno di lavoro scandito dall'unica e preferita canzone di tutti i cittadini modello, viene a contatto con un pezzo speciale che potrebbe mettere fine al regno di terrore del Presidente Business, che tempo prima era riuscito a venire in possesso di un potente artificio in grado di bloccare la caotica creatività dei mastri costruttori per lasciare spazio solo all'ordine.
Emmet, apparentemente privo di inventiva e del carisma necessario per assumere il ruolo di prescelto, spalleggiato dal saggio Vitruvius e dalla creatrice Wyldstyle, dovrà trovare la forza per ispirare i suoi nuovi compagni e cambiare definitivamente il mondo che ha sempre conosciuto.






Immagino sia capitato a tutti voi - o quasi - almeno una volta di montare un Lego.
Sia che fosse un castello medievale, un autodromo di macchine di formula uno, una stazione dei pompieri o un'astronave.
E a tutti quelli che ci hanno giocato, sarà capitato almeno una volta di calpestare qualche mattoncino dimenticato sul pavimento a piedi nudi, provando uno dei dolori più pungenti che un giocattolo potesse regalare ad un bambino.
Ai tempi in cui fu annunciato il film dedicato a questi meravigliosi e stimolanti giocattoli in grado di conquistare dagli otto ai cento anni, rimasi abbastanza indifferente all'idea, nonostante l'effetto amarcord che gli stessi continuano a produrre nel sottoscritto, tanto da arrivare a sperare che possano suscitare lo stesso fascino anche sul Fordino in modo da poter rispolverare le antiche soddisfazioni legate al momento in cui la costruzione è giunta a compimento.
L'indifferenza, comunque, persistette nonostante le avvisaglie che cominciavano ad arrivare dagli States, dove The Lego movie è stato - ed è tuttora - uno dei successi al botteghino più clamorosi degli ultimi anni, ed ha finito per raccogliere i favori non solo del pubblico, ma anche della critica, forte di un comparto tecnico notevole e di una storia ironica e divertente, una sorta di ibrido tra l'approccio scanzonato degli eighties ed i cartoni animati classici.
Visione alle spalle, posso dunque senza troppa fatica passare dalla parte di chi ha indiscutibilmente promosso il progetto di Phil Lord e Christopher Miller, già autori del divertentissimo 21 Jump Street, un gioiellino in grado di appassionare grandi e piccoli e di unire al divertimento senza freni - strepitosi i personaggi di Batman e quelli di Superman e Green Lantern con i loro siparietti al limite dell'assurdo - un messaggio da bravo Classico dell'animazione, senza dimenticare una spruzzata di quasi metacinema legata all'idea alla base dell'Uomo dall'altra parte che funge da divinità creatrice - o presunta tale - per gli abitanti dell'universo dei mattoncini più famosi del mondo.
Spaziando dunque dal selvaggio West al futuro delle astronavi - impagabile l'astronauta Billy, residuato degli anni ottanta con tanto di primo modello di tuta e casco che soltanto i più vecchi tra noi ricorderanno - i registi danno origine ad un'avventura tutta inseguimenti e ribaltamenti di fronte che è anche una riuscita riflessione sull'identità e la non omologazione, il rapporto tra padri e figli e la crescita personale attraverso la valorizzazione delle proprie qualità, siano esse attese o no da chi ci sta intorno.
Emmet, eroe "proletario" e uomo qualunque nella grande città governata dal Presidente Business, diviene così protagonista di una favola di riscatto in grado di conquistare a diversi livelli il pubblico, a prescindere dall'età espressa da quest'ultimo, proprio come avveniva - ed avviene - con queste miracolose, colorate e multiuso costruzioni.
Senza dubbio lo svolgimento e la risoluzione della trama non mostreranno nulla di nuovo o innovativo, eppure di rado, soprattutto in questi ultimi mesi decisamente avari di soddisfazioni per l'animazione, ho finito per divertirmi così tanto, provando al contempo il desiderio di guardare questo film accanto al Fordino, quasi si trattasse di un intrattenimento - e di un insegnamento - per entrambi: la piccola parte destinata a Will Ferrell e la rivelazione a proposito dell'Uomo dall'altra parte finiscono per diventare una piccola chicca pronta ad unire genitori e figli sotto un'unica bandiera.
Quella del divertimento e del colore, del caos - almeno in parte organizzato, giusto per dare un pò di soddisfazione ai più vecchi - e dell'unicità delle persone.
Piccole o grandi che siano.



MrFord



"Everything is awesome
everything is cool when you're part of a team
everything is awesome, 

when we're living our dream."
Tegan and Sara - "Everything is awesome" - 





venerdì 31 gennaio 2014

Last vegas

Regia: John Turteltaub
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 105'




La trama (con parole mie): Billy, Paddy, Archie e Sam sono quattro amici inseparabili rimasti in contatto nel corso di tutta la vita, dall'infanzia per le strade di New York all'età adulta che li ha portati su strade completamente differenti.
Sulla soglia dei settanta, Billy decide una volta per tutte di convolare a nozze con una ragazza che ha meno della metà dei suoi anni, e decide di invitare il resto del gruppo per un addio al celibato che sancisca anche per lui la fine dell'epoca da single, come era stato per gli altri, meta Las Vegas, che sarà anche il luogo delle nozze: peccato che Paddy, vedovo della donna che lo stesso Billy ha amato in gioventù, serbi ancora rancore all'amico colpevole di non aver presenziato al funerale della stessa.
Il viaggio nella città del peccato servirà a sciogliere i nodi da troppo tempo al pettine ed indirizzare i quattro amici verso una nuova fase delle loro vite.






Il Saloon, come ormai è noto, è un luogo in cui i vecchi leoni e l'amarcord dei tempi andati possono e potranno trovare sempre un rifugio accogliente, traboccante alcool e buone intenzioni.
Allo stesso modo, chiunque può tranquillamente dichiarare quanto sia grande il mio amore per operazioni come quelle del brand dedicato agli Expendables o a cose come il recente Il grande match o il sorprendente Stand up guys, celebrazioni dell'old school e dei suoi eroi: della stessa corrente di pensiero ed azione fa parte Last Vegas, ultima fatica del ben poco interessante John Turteltaub pronta a portare lo spirito di Una notte da leoni in prossimità dei settanta, spostando in avanti le lancette dell'orologio e lasciando tutti noi ben sperare in una vecchiaia ricca di divertimento e soddisfazioni.
Dunque, almeno sulla carta, si potrebbe parlare addirittura di un titolo che da queste parti dovrebbe avere vita facile, e conquistare favori senza neppure troppi sforzi: eppure, a costo di essere fin troppo onesto e passare per quel pusillanime del mio rivale finto giovane Cannibal Kid, Last Vegas non mi ha convinto affatto.
Certo, mi sono divertito ed ho passato un'ora e quarantacinque di tranquillità assoluta, gustandomi un paio di White russian prima di andare a dormire tranquillo dopo aver riso di fronte a battute, soluzioni e situazioni che il genere old versus young riesce a generare, ma la sensazione di fondo che ha pervaso la visione è stata simile a quella che, di norma, mi illustrano i detrattori dei vari Sly e soci quando mostro il mio entusiasmo rispetto ai loro ritorni on screen: c'era davvero bisogno dell'ennesima pellicola a tema revival, legata peraltro ad un fenomeno già inflazionato nelle ultime stagioni come quello dell'addio al celibato?
Onestamente no, nonostante non si stia parlando, per l'appunto, di una visione sgradevole o poco riuscita, di un cast che, seppur continuando senza sforzo a proporre praticamente le stesse maschere, funziona in grande scioltezza - anche se, onestamente, la differenza tra il Liberace di Behind the candelabra e questo Billy di Michael Douglas fa quasi male al cuore - e di un film che scorre piacevolmente senza risultare noioso o suscitare incazzature.
Il problema vero di Last Vegas è che, principalmente, finisce per essere una visione molto prevedibile, talmente tanto da oscurare perfino l'ironia che questi vecchi ragazzacci hanno finito per riscoprire ed utilizzare come arma vincente nella loro terza età cinematografica: non escludo che questo effetto possa essere legato anche ad una sceneggiatura e ad una regia che non rendono giustizia all'idea di base, finendo per mettere a proprio agio lo spettatore giusto nel momento della visione senza garantire l'impressione che possa rimanere a fondo anche con il passare non tanto dei giorni, quanto delle ore.
Certo, non parliamo di un titolo da ambizioni autoriali, eppure su questo bancone le aspettative in merito erano certamente più alte, sicuramente in grado di superare l'alcool e la notte che sono intercorse tra la visione e questo post senza costringermi a girare intorno al punto perchè, di fatto, privo di argomentida trattare che non fossero gli exploit - seppur divertenti - delle schermaglie Douglas/De Niro, delle imprese al tavolo da gioco di Morgan Freeman o di quelle da seduttore di Kevin Kline.
Il dubbio, infatti, è che quella dei già citati Expendables stia diventando una moda pericolosa, e che questi altri presunti "stand up guys", al contario di quanto lasci presagire il nome, finiscano per adempiere ai loro obblighi ben seduti in poltrona, senza scomodare uno sforzo che conceda il rischio di trovarsi di fronte ad una festa davvero memorabile.
Che sia l'ultima, oppure no.



MrFord



"Stand upright and be strong,
may you stay forever young,
forever young, forever young,
may you stay forever young."
Eddie Vedder - "Forever young" - 



sabato 3 agosto 2013

Danny the dog

Regia: Louis Leterrier
Origine: USA, Francia, UK
Anno: 2005
Durata:
103'




La trama (con parole mie): Danny, strappato alla madre e ridotto in schiavitù, nonchè costretto a combattere ed aggredire come un cane da guardia dal gangster Bart, incontra per caso l'accordatore di pianoforti cieco Sam, che vive con la figliastra Victoria in un tranquillo appartamento scandendo l'esistenza con la musica.
Allontanatosi dalla vita di sangue e violenza cui è sempre stato abituato, Danny finisce per accarezzare il sogno di potersi costruire una nuova famiglia: ma Bart, alla ricerca del suo mastino perduto, è pronto ad usare qualsiasi mezzo per riportare lo straordinario combattente ai suoi ordini.
Danny dovrà dunque venire a patti con i dolorosi ricordi d'infanzia e battersi per chi ha imparato a volergli bene.





Con l'estate, di norma, il desiderio di svago del sottoscritto - e non solo - tende ad alimentarsi a livelli decisamente fuori scala, che si parli di ambito musicale o cinematografico: rispetto a quest'ultimo, quando si chiama in causa lo spegnimento del cervello, due generi sono principi delle mie serate nel periodo più lebowskiano dell'anno, l'horror e il film di botte.
Da diverso tempo puntavo Danny the dog, che incuriosiva anche Julez e rappresentava la tipica pellicola buona per questo periodo, con poche novità interessanti in sala e nessun Festival all'orizzonte: la presenza di Jet Li, poi, veterano del settore nonchè action hero di tutto rispetto, rappresentava una garanzia di legnate come piacciono a noi vecchi Expendables del Saloon.
Devo ammettere, però, di essere rimasto almeno in parte deluso dal lavoro di Louis Leterrier prodotto dal da me tanto detestato Luc Besson: laddove, infatti, pensavo di trovare sangue a fiumi ed una montagna di calci rotanti, ho scoperto un film incentrato sul concetto di Famiglia mascherato da pellicola da battaglia, con un Bob Hoskins irritante e disgustoso quasi al livello de Il viaggio di Felicia ed un Jet Li in forma attoriale - addirittura più che fisica - strepitosa, bravissimo nel rendere al meglio un personaggio a metà tra l'uomo ed il bambino, timido nei rapporti con le persone quanto inarrestabile una volta messo in moto dal suo padre padrone.
Certo, dovrei essere contento che un film di botte sfoggi un background tutto sommato discreto dal punto di vista della profondità dei personaggi ed un messaggio con uno spessore, eppure la mancanza dello spirito tamarro - se escludiamo la parte visiva dedicata ai combattimenti, coreografati davvero niente male - di cose come Transporter e Crank, per non parlare delle perle targate Van Damme figlie degli eighties si è fatta sentire, finendo per spegnere l'entusiasmo tutto forma e niente sostanza del sottoscritto tipico della stagione estiva, sempre in cerca della hit di culto del momento pronta ad essere chiusa in un cassetto non appena tornati alla quotidianità autunnale.
Curiosamente, questa sorta di ibrido cinematografico ha sortito un effetto speculare ed in qualche modo opposto in Julez, che al contrario si aspettava una componente emotiva più pronunciata ed ha finito per rimanere parzialmente delusa proprio a causa della parte più smaccatamente terrena della vicenda, giunta a rovinare il quadro fornito dal rapporto tra Danny/Jet Li e la sua nuova famiglia, formata dall'accordatore di pianoforti cieco Sam e dalla sua figliastra Victoria, entrambi grandi amanti ed appassionati di musica, responsabili inconsapevoli della riscoperta di se stesso - nonchè del drammatico passato che lo portò tra le mani di Bart - di Danny.
Da questo punto di vista il lavoro di Leterrier pare sfruttare l'influenza dei grandi classici dell'action made in Hong Kong, da John Woo in avanti, inserendo con orgoglio l'elemento melò - pur se non romantico - e sfruttandolo come cardine per la costruzione dell'eroe, insolito quanto a suo modo carismatico.
Un film dai molteplici volti, dunque, che potrebbe senza dubbio lasciare l'amaro in bocca a chi si aspetta solo ed esclusivamente sonore mazzate così come a chi spera nel drammone strappalacrime, che comunque riesce ad uscire dalla sua personale "lotta" a testa alta, con tutta la dignità di chi, pur non eccellendo, ha saputo distinguersi e dare un bell'esempio di carattere.
Per un titolo nato ad uso e consumo dell'intrattenimento puro e semplice, direi che è già qualcosa di grande.


MrFord


"I gotta roll, can't stand still
got a flamin' heart, can't get my fill.
eyes that shine, burnin' red
dreams of you all through my head."
Led Zeppelin - "Black dog" -





martedì 23 luglio 2013

Now you see me - I maghi del crimine

Regia: Louis Leterrier
Origine: Francia, USA
Anno: 2013
Durata: 115'




La trama (con parole mie): Daniel Atlas, Henley Reeves, Merritt McKinney e Jack Wilder sono illusionisti di strada specializzati ognuno in un diverso campo. Contattati da un misterioso committente, i quattro vengono messi in condizione di dare il via ad uno show pronto a sbancare non solo l'audience, ma anche importanti istituti di credito ed assicurazioni proprio nel corso degli eventi, live divenendo, di fatto, una sorta di novelli Robin Hood.
Quando il detective dell'FBI Dylan Rhodes viene affiancato dall'investigatrice dell'Interpol Alma Dray ed il caso esplode anche sui media, la corsa contro il tempo per fermare i quattro inafferrabili illusionisti diviene una priorità delle alte sfere delle forze dell'ordine, pronte a rivolgersi perfino ad ex maghi divenuti esperti nello smascherare trucchi ed illusioni come Thaddeus Bradley.
Riusciranno i quattro a farsi beffe di chi da loro la caccia ed ultimare un piano decisamente più ambizioso di quello che sembra? E chi muove le fila alle loro spalle?





L'estate, come si sa, è spesso e volentieri simbolo di disimpegno artistico, fisico e mentale, una sorta di inno alla leggerezza che ci riporta ai tempi magici della scuola in cui da giugno a settembre ci si dimenticava di tutto e di tutti per ritrovarsi in una realtà parallela - quella delle vacanze al mare o in montagna - fatta di amicizie, storie e situazioni in grado di regalare l'illusione di qualcosa di magico.
Louis Leterrier, regista di caratura certo non clamorosa, autore di tamarrate amatissime dal sottoscritto come il primo Transporter e dell'Hulk post-Ang Lee nella sua versione Avengers-style, colpito da non so quale folgorazione, riesce nell'impresa di unire lo spirito di questa stagione ad un film fresco, intelligente, ritmato alla grande nonchè, senza dubbio, riferimento per quanto riguarda l'intrattenimento non soltanto del periodo, ma di questa intera prima parte di duemilatredici.
Sfruttando un cast eterogeneo ed in buona forma, Leterrier mescola elementi che ricordano il rocambolesco incedere della saga di Danny Ocean alle riflessioni sulla magia e la fede che furono alla base di cose decisamente buone come Red lights ed ottime come The prestige: certo non ci troviamo dalle parti del filmone di Nolan, eppure Now you see me conserva - e molto bene - una sua dignità fornendo allo spettatore del sano e robusto divertimento che possa partire dal cervello invece che dalla pancia ed una leggerezza che gli permette di toccare argomenti sicuramente importanti senza per questo risultare appesantito nella struttura e nell'evoluzione.
A partire dai quattro protagonisti - mai troppo approfonditi, eppure in grado di essere definiti perfettamente da poche ma efficaci sequenze - fino ai due detectives incaricati della loro cattura - una coppiata Ruffalo/Laurent che funziona molto più di quanto non mi sarei aspettato -, passando per l'esperto "smascheratore" Bradley interpretato da Morgan Freeman, nessuna sbavatura perviene allo spettatore, che avvicinandosi sempre più - come viene più volte suggerito dai "Quattro cavalieri" - non solo finisce inevitabilmente per essere ingannato come illusionismo e magia vogliono, ma per godersi senza pensieri una caccia agli uomini divertentissima e ben orchestrata, che avrà pure la pecca di non avere davvero nessuna sbavatura ma che, di fatto, rispolvera il concetto dell'heist movie da una nuova prospettiva, aggiungendo alla sua ricetta diverse chicche - il confronto finale con "l'occhio" - e regalando almeno un paio di twist che, forse proprio perchè impegnati "ad avvicinarsi troppo" riescono nell'intento di sorprendere e rendere l'evoluzione dello script ancora più interessante, oltre a creare una piacevole empatia con questi curiosi, improvvisati ed insoliti Robin Hood pronti a rubare ai ricchi per dare ai poveri in nome di una vendetta che non è soltanto quella rispetto ad un loro collega smascherato decenni prima, ma della meraviglia - e della voglia di meravigliarsi - rispetto al cinismo e alla razionalità eccessivi, aspetto ovviamente molto apprezzato dalle parti del Saloon.
Leterrier firma dunque la sua opera migliore ed una delle sorprese più piacevoli di questo periodo, in barba ai santoni dell'autorialità eccessiva - qualcuno ha detto Malick!? - ma anche ai solo presunti tamarri da giocattoloni per bambini grandi - vero, Del Toro!? -: niente male per quattro illusionisti di strada passati in breve tempo ad essere idoli delle folle - chi non starebbe dalla loro parte, in fondo!? - nonchè alfieri della rivincita del sogno sulla realtà e dell'illusione della magia rispetto alle solide fondamenta dei massimi sistemi dell'economia attuale.
Potrebbe essere da folli, pensare che il potere di quest'illusione è necessario come l'aria a noi poveri vagabondi della Frontiera, eppure non può che essere così: in fondo non esiste Denaro in grado di comprare il Tempo, e non esiste Sogno - o illusione, perchè no - che non possa superare un'apparente certezza.
Basta guardare più da vicino, e lasciarsi ingannare.
In fondo il viaggio è sempre più importante della sua destinazione.


MrFord


"I never believed in things that I couldn't see
I said if I can't feel it then how can it be
no, no magic could happen to me
and then I saw you."
America - "You can do magic" - 



venerdì 24 maggio 2013

Olympus has fallen - Attacco al potere

Regia: Antoine Fuqua
Origine: USA
Anno: 2013
Durata: 120'




La trama (con parole mie): Mike Banning lavora come coordinatore della scorta del Presidente degli Stati Uniti Benjamin Asher, quando a causa di un incidente stradale perde la vita la first lady. Sommerso dai sensi di colpa, Banning entra in crisi e per diciotto mesi viene dirottato ad un lavoro di scrivania per il Ministero del Tesoro.
Quando un commando di terroristi nordcoreani assalta la Casa Bianca facendo prigioniero proprio il Presidente suo ex protetto mettendo in scacco tutti gli States, il vecchio Mike tirerà fuori la grinta dei tempi andati e, ad uno ad uno, sistemerà i terroristi senza farsi troppi scrupoli, non solo portando in salvo il Presidente stesso e suo figlio, ma finendo per salvare gli USA e, forse, il mondo intero da una nuova guerra globale.
Il tutto, ovviamente, a suon di battute, entrate ad effetto, momenti al limite del possibile ed un sacco di sana retorica a stelle e strisce.





Cari terroristi nordcoreani,
perdonate l'intrusione, ma probabilmente non avete mai visto, nel corso della vostra vita, un film action anni ottanta o una qualsiasi stagione di 24.
Io mi chiedo, infatti, come sia mai possibile pianificare un attacco a più livelli alla Casa Bianca e agli States sul campo con, ad occhio e croce, un centinaio di uomini - seppur ben equipaggiati - invece che passare direttamente ad un più convincente attacco nucleare diretto: come se non bastasse, per quanto possa di fatto apparire un'impresa impossibile portare dalla vostra parte un eroe incorruttibile e tutto d'un pezzo, come potete pensare di cavarvela quando sul vostro libro paga avete Dylan McDermott e dall'altra parte c'è Gerardone Butler? Avete forse esagerato con gli alcolici neanche vi trovaste in una serata normale al Saloon?
Senza contare che mettete il suddetto centinaio di uomini - sempre ben equipaggiati - ad affrontare in campo più o meno aperto uno che con trecento spogliarellisti capaci solo di gridare "AUGH!" ha tenuto a bada un esercito di centinaia di migliaia di mostri ed esperimenti genetici falliti venuti dall'Oriente intero.
Signori miei, dovete essere davvero a digiuno non solo di film action, ma di Cinema in generale.
La prossima volta, se volete pensare di avere almeno una possibilità di successo, cercate di portare dalla vostra parte un Liam Neeson, o ancora meglio i redivivi Van Damme, Stallone o Schwarzenegger.
Alla peggio The Rock.
O se volete essere proprio sicuri, Chuck Norris.
Altrimenti non vi conviene organizzare attacchi contro gli USA. Anche perchè se Jack Bauer può essere - momentaneamente, a quanto sembra - andato in pensione, c'è sempre qualcuno pronto a raccoglierne l'eredità.
Dunque buona fortuna per la prossima impresa, e cercate di essere un pò meno prevedibili.

MrFord


Caro Antoine Fuqua,
ricordo come se fosse ieri il discreto stupore che provai alla visione di Training day, che valse al Denzellone di noi tutti il primo Oscar "in black" per la migliore interpretazione maschile.
I tempi stavano cambiando, si preparava l'avvento di Obama e finalmente non si doveva più sperare in appelli della settima arte come Indovina chi viene a cena, eppure tutti - me compreso - riconobbero il tuo talento dietro la macchina da presa.
Certo, poi venne King Arthur, una cosa decisamente più tamarra ma non per questo meno godibile, e poteva anche starci il fatto che ti fossi preso una sbornia di successo neanche fossi Tarantino.
Fortunatamente, Shooter ebbe il pregio di farmi intravedere di nuovo il talento di cui parlavo arricchito di quel pizzico di gusto eighties in più in grado di trasformare un filmetto d'azione in una goduria d'azione.
Ed eccoci giunti ad Olympus has fallen: e dico, passi per il fatto che io sia un tamarro old school, che possa divertirmi come un bambino a fronte di una baracconata nel pieno rispetto delle regole che vigevano ai tempi dei gloriosi anni ottanta e della Guerra fredda poi divenuta Guerra al terrore, che consideri Gerard Butler come uno dei buzziconi più simpatici sulla piazza hollywoodiana, ma davvero tu pensi che passi inosservato un giocattolone ben oltre il trash come questo anche agli occhi di un pane e salame come il sottoscritto!?
Pensa che effetto deve aver fatto a tutti gli altri.
Antoine, qui c'è poco da stare allegri.
Ti sei venduto ai fratelli bianchi, amico mio.
E considera un favore che non lo dica a Spike Lee.


MrFord


Caro Gerard,
come tu ben sai, ti ritengo un fordiano ad honorem.
Ti perdono perfino di essere stato il protagonista di uno dei film che ho più detestato nella mia carriera di spettatore, il fatto di essere scozzese e non irlandese, di avermi illuso con qualche particina molto simpatica e molto azzeccata per poi perderti in molti bicchieri d'acqua - senza whisky, purtroppo -.
Stavo pensando perfino di perdonarti di aver preso parte a robaccia come Gamer o come l'ultima fatica targata Muccino, concentrandomi solo ed esclusivamente su come meglio riuscite come Coriolanus.
E poi finisci incastrato in questa sorta di Die hard in versione super ammmeregana con qualche battuta simpatica, un sacco di esplosioni, un finale già scritto e due ore di risate per non far pensare di essere di fronte ad uno degli spettacoli più agghiaccianti dell'anno. Non si fa.
La prossima volta vedi di sceglierti meglio i copioni, e non leggere solo le onomatopee delle esplosioni quando sei in piena sbronza.
Poi, certo, ti avranno sganciato fior di dollaroni, ma pensa anche al tuo vecchio amico James, una volta ogni tanto.
Dico davvero.


MrFord


Tutto questo per affermare che Olympus has fallen - o Attacco al potere, che dir si voglia - è sguaiatamente sopra le righe e divertente, ma anche uno dei film più brutti che abbia visto nell'ultima manciata d'anni.
Dunque, in caso voleste cimentarvi, sappiate che lo state facendo a vostro rischio e pericolo.
Un pò come gli Expendables, o i terroristi nordcoreani.


MrFord



"Speed leaving without
warning
I need some place to sleep tonight
blowing in the rocking of the pine
speed leaving without warning
the sunlight is going
into the mountain
I will crawl
into the mountain
sun shines in the rusty morning
skyline of the olympus mons 
I think about it sometimes
sun shines in the rusty morning
once i had a good fly
into the mountain
I will fall."
Pixies - "Bird dream of the Olympus Mons" -


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