"A volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: e quello è il Drugo, a Los Angeles": recita più o meno così l'incipit de Il grande Lebowski, uno dei film che più ho amato, amo ed amerò nella mia vita di spettatore e non solo, di quelli che se dovessi scegliere dieci titoli da portare su un'isola deserta in stile Lost non avrei alcun dubbio ad avere con me continuando a rivederlo per il resto della vita.
Nel corso di questo duemiladiciassette, complici l'impoverimento incredibile subito dalla Blogosfera negli ultimi due anni - ricordo quando, ai tempi, non passava settimana senza che decine di blog venissero inaugurate a cadenza quotidiana, nuovi followers, commenti e confronti nascessero senza neppure fare fatica, e via discorrendo -, gli impegni con i Fordini pronti a crescere, altre passioni in questo momento decisamente più soddisfacenti ed una distribuzione certo non favorevole - almeno dai tempi dell'ultima notte degli Oscar -, ammetto senza troppa preoccupazione di essermi sbattuto ben poco, per cercare ed affrontare pellicole potenzialmente interessanti, crogiolandomi nel fatto che, oggettivamente, nelle sale italiote sia giunto davvero ben poco degno di nota.
Poi, quasi per caso, in una sera di questo inizio agosto, ecco giungere I don't feel at home in this world anymore.
Che è stato il film giusto, nel posto giusto, al momento giusto.
Proprio come il Drugo a Los Angeles.
E proprio come Il grande Lebowski, la pellicola di Macon Blair - già attore nell'interessante Green Room - rappresenta un ibrido, una mescolanza tra generi che oltre al mitico lavoro dei Coen è riuscito a farmi sentire echi di altre perle come Hesher o Big Bad Wolves: partito come la classica commedia esistenziale in stile Sundance, evolutosi come un thriller dal sapore lansdaliano ed esploso neanche fosse un Tarantino impazzito nell'escalation finale I don't feel at home in this world anymore è senza ombra di dubbio la cosa più interessante che abbia visto da mesi a questa parte, l'unica mossa da una carica scombinata quanto la sua protagonista - o il suo curioso sidekick, un ottimo, considerato che di norma lo detesto, Elijah Wood - ed in grado di scuotere, emozionare, stupire, lasciare interdetti o profondamente, macabramente divertiti.
Sedersi sul divano preda del caldo svaccandosi con Cuba e gelato al mango e ritrovarsi praticamente seduti a terra con il viso proteso verso lo schermo, l'esaltazione a mille e la voglia di ricominciare senza tregua a vedere tre o quattro film al giorno in barba alla desertificazione della Blogosfera è uno dei meriti più grandi che questa sorprendente pellicola ha, ma non l'unico.
Personalmente, invece che elencarli come nella più classica delle recensioni o liste della spesa, preferisco invitarvi a sperimentare sulla pelle - magari conoscendo il meno possibile della trama - questo gioiellino indie pulp, distribuito da Netflix - in barba a chi vorrebbe tagliare fuori le produzioni di una delle realtà più interessanti del grande e piccolo schermo dai Festival - e pronto ad inaugurare - almeno lo spero prima di tutto per me - una nuova stagione all'interno di un'annata senza dubbio difficile per noi bloggers cinefili, e prima ancora spettatori desiderosi di confrontarsi sempre e comunque con la settima arte.
Se, dunque, con il Cinema e la Blogosfera da diverse settimane I didn't feel at home anymore, I don't feel at home in this world anymore ha finito per ridarmi speranza.
E farmi sentire come il Cinema riesce a farmi sentire.
Tremendamente vivo, tremendamente bene.
Anche quando c'è inevitabilmente da soffrire.
MrFord