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domenica 17 aprile 2016

Getaway

Regia: Sam Peckinpah
Origine: USA
Anno: 1972
Durata: 122'







La trama (con parole mie): Doc McCoy, specialista in rapine in banca, riesce ad ottenere la libertà di parola dopo quattro anni di carcere grazie all'intercessione della moglie Carol, pronta a trattare per con il bieco funzionario Beynon, che intende dare il nulla osta per la scarcerazione di Doc solo in cambio del suo aiuto in un colpo da mezzo milione di dollari in una piccola banca del Texas.
Organizzata la rapina e selezionati gli uomini, però, McCoy e la sua dolce metà si troveranno a far fronte ad una serie di guai imprevisti: i due compagni d'impresa di Doc, infatti, si rivelano il primo troppo instabile ed il secondo pronto a fargli la pelle e lanciarsi in un inseguimento dei soldi una volta rimasto a sua volta ferito da McCoy.
A questo punto, per l'ex galeotto braccato dalle forze dell'ordine non resterà che il faccia a faccia con Beynon, il confronto con sua moglie ed i segreti che ha celato ed una fuga rocambolesca attraverso il Texas verso il Messico, per giungere oltre frontiera con i soldi nelle sue mani.










Basterebbero quattro nomi, per chiudere la recensione di un film come Getaway ed andarsene a sbronzarsi per poi cercare una rissa o una donna e chiudere in bellezza la serata: Sam Peckinpah, Walter Hill, Jim Thompson, Steve McQueen.
Quattro moschettieri che da soli varrebbero - e valgono - un cult, senza se e senza ma.
Rivedere Getaway dopo almeno una decina d'anni è stato come concedersi una "notte da leoni" con un gruppo affiatato di vecchi amici, riscoprire un classico dell'action e del crime - con Cani arrabbiati di Bava, potrebbe benissimo essere considerato uno dei padri del pulp tarantiniano - e goderselo dal primo all'ultimo minuto, dai tratti distintivi del Cinema stile Peckinpah - personaggi di Frontiera, montaggio serrato, una malinconia di fondo che segna i momenti migliori e peggiori di ogni protagonista - allo stile inconfondibile di Steve McQueen, senza dubbio una delle icone più importanti della settima arte in quanto a machismo, e senza che si potessero tirare in ballo muscoli o esplosioni come sarebbe accaduto nel corso degli anni ottanta.
Probabilmente, non esiste nulla, allo stato attuale, Cinema di genere oppure no, che possa trasmettere gli stessi brividi di prodotti come Getaway, quasi si parlasse di una scheggia impazzita e fuori dal tempo: il lavoro di mostri sacri come quelli citati in apertura di post resterà probabilmente esempio per le future generazioni di cinefili ed addetti ai lavori non si sa neppure per quanto tempo, e continuerà a costituire un guilty pleasure assoluto per chi, come il sottoscritto, si è formato almeno in parte con prodotti di questo genere, fatti di alta tensione, inseguimenti, una filosofia ed un approccio che, di fatto, nel corso degli anni settanta portarono l'epica del West nel mondo del crime moderno.
D'altro canto, ho dovuto ragionare anche con il cervello - che, di tanto in tanto, mi diverto ad usare - e non solo con il cuore abbassando di almeno un mezzo bicchiere il voto di questo cultissimo, che con il passare degli anni ha oggettivamente perso qualche colpo rispetto ad altri suoi contemporanei - mi viene subito in mente Punto Zero - e che, a fronte di un pubblico più giovane ed attuale così come a certi personaggi radical o pseudo tali potrebbe apparire datato e fuori tempo massimo, in barba alla maestria di narrazione e messa in scena.
La realtà dei fatti, però, è che nonostante la società sia cambiata e, di fatto, alcuni passaggi di Getaway possano suonare quasi naif, la pellicola di Peckinpah è un gioiellino in termini di definizione dei personaggi, una sorta di scuola per quella che sarà la grande action autoriale degli anni ottanta e novanta, culminata con Michael Mann negli States e Johnnie To e John Woo in Oriente.
Dall'ironia all'efferatezza, nulla viene scontato agli spettatori, compresi gli schiaffi rifilati da McQueen alla moglie e la minaccia al ragazzino in treno, segno della definizione di un antieroe spigoloso eppure profondamente umano come Doc McCoy, con ogni probabilità uno dei charachters più importanti portati sullo schermo dal leggendario Steve: affrontare Getaway - a prescindere da quante volte lo si è visto e vissuto - è come salire a bordo di un ottovolante che, pur con i suoi anni di servizio sulle spalle, è in grado di regalare almeno un paio di evoluzioni che le montagne russe più moderne ed accessoriate possono solo sognarsi.
Cose vere e ben definite, come un colpo di frusta o la sensazione di straniamento dovuta ai troppi e violenti sballottamenti: ma è giusto così.
L'old school non è certo famosa per andarci tenera.




MrFord




"I know I have to go
got no doubt
should I stay or should I go
gotta get away
don't want to stay
leavin' tomorrow by subway."
Kiss - "Getaway" - 





martedì 20 maggio 2014

Operazione noccioline - The Nut Job

Regia: Peter Lepeniotis
Origine: USA, Canada, Corea del Sud
Anno: 2014
Durata: 85'





La trama (con parole mie): Surly, scoiattolo dalla forte indipendenza sempre pronto a pensare a se stesso ed alla sua sopravvivenza, vive di espedienti insieme ad un topo compagno di mille avventure incurante delle regole imposte dal Procione a capo della comunità che alberga all'ombra del grande albero. Quando un incidente di "caccia" che coinvolge Surly ed il suo compare ed una squadra inviata proprio da Procione - composta dall'intraprendente Andie e dal sempre pronto a mettersi in mostra Greyson - per recuperare una scorta di noci per l'inverno dal carretto di un venditore ambulante provoca un incendio che distrugge proprio il grande albero e le scorte alimentari di tutti gli abitanti del parco, Surly decide di riguadagnare la stima degli animali elaborando un piano per rapinare un negozio in via di ristrutturazione specializzato nella vendita di frutta secca.
L'impresa richiederà tutto il coraggio e la voglia di mettersi in gioco dello scoiattolo, e porterà a ribaltare l'intero mondo degli animali della zona.








Evidentemente questo non dev'essere l'anno giusto per l'animazione.
Alle spalle la parziale delusione che fu il duemilatredici, per i buoni, vecchi cartoni questa prima parte di 'quattordici ha portato quasi esclusivamente conferme in negativo, fatta eccezione per alcuni episodi che potrei a questo punto definire miracolosi - The Lego movie, per esempio -: con Mr. Peabody&Sherman, ad ogni modo, pensavo di avere toccato il fondo e che non restasse altro che risalire, sperando in qualche sorpresa inaspettata.
Niente di più sbagliato.
The nut job - Operazione noccioline, infatti, si inserisce alla perfezione in questo terrificante trend negativo, portando sullo schermo una storia che, nonostante sia animata discretamente, appare come totalmente sviluppata ad uso e consumo del 3D, terribilmente prevedibile, buonista - altro che i tanto bistrattati Classici Disney! - e poco appassionante perfino per chi, come me e come sottoscriverebbe il Cannibale, cerca di godersi la piacevole sensazione di ritorno al passato di un film d'animazione ad ogni buona occasione.
La vicenda dello scoiattolo "ribelle" - spacciarlo per una sorta di antieroe suona davvero come un colpo basso perfino e soprattutto per l'intelligenza dei più piccoli - Surly alle prese con un piano che vorrebbe portare la struttura degli heist movies old school all'interno di una cornice da Boing di serie b - soltanto portato in scena con più soldi di quelli sborsati per il piccolo schermo - risulta infatti un clamoroso fallimento su tutta la linea, a partire dai personaggi - stereotipati e banali, ben doppiati dal ricco cast originale eppure assolutamente incapaci di creare l'empatia necessaria a fare presa non solo nella parte del pubblico più piccola e sveglia, ma anche in quella più stagionata ed incline alla siesta da noia. Ammetto infatti di avere avuto io stesso enormi difficoltà a tenere gli occhi aperti nonostante il minutaggio decisamente scarso ed il ritmo sostenuto scandito dagli inseguimenti - altro particolare che di norma provoca spasmi incontrollati di "gioia" nel mio rivale Peppa Kid -, tanto poco significativi risultano essere personaggi - principali e non -, script, siparietti almeno sulla carta divertenti e spalle comico/grottesche - la componente umana della pellicola -.
Non che mi aspettassi chissà quale filmone, ma dal trailer - ed in questo senso mi sono lasciato ingannare come se anni di Dreamworks non mi avessero insegnato niente - visto tra l'altro nel pieno di uno degli stacchi tra un episodio e l'altro di Kung Fu Panda su Rai Gulp - ormai uno dei preferiti del Fordino - speravo quantomeno in qualcosa che, entro un annetto, avrei potuto anche mostrare al centro di gravità permanente di casa Ford senza che potesse pensare di essere stato preso per il culo dal suo vecchio: al contrario, invece, Operazione noccioline si inserisce senza neppure fare troppa fatica nel novero dei purtroppo numerosi titoli d'animazione massacrati dal sottoscritto di recente neanche ci trovassimo di fronte ad un qualche inutile film radical chic e pomposo firmato da un regista in cerca di affermazione in un Festival importante.
L'amarcord dei cartoni animati, in questi casi, si concentra tutto sul valore di quelli trasmessi in tv e portati in sala nei favolosi anni ottanta, quando tra Disney e Giappone si potevano trovare vagonate di magia coloratissima e coinvolgente, piuttosto che sequenze ben oltre il trash come quella dei titoli di coda ritmati dalla hit "Gangnam style" di Psy - davvero, davvero imbarazzante -.
Se poi dovessi voler gettare benzina sul fuoco direi che, per un appassionato di noci come il sottoscritto, trovarsi di fronte ad un filmetto di così poco conto è quasi come un guanto di sfida lanciato in faccia alle bottigliate.
Peccato che il valore effettivo di The Nut Job, di fatto, non meriti neppure quelle.



MrFord



"Oppan gangnamseutail 
gangnamseutail
najeneun ttasaroun inganjeogin yeoja 
keopi hanjanui yeoyureul aneun pumgyeok inneun yeoja
bami omyeon simjangi tteugeowojineun yeoja
geureon banjeon inneun yeoja."
Psy - "Gangnam style" - 






martedì 15 aprile 2014

Need for speed

Regia: Scott Waugh
Origine: USA, Filippine, Irlanda, UK
Anno: 2014
Durata: 132'




La trama (con parole mie): Tobey Marshall, pilota dal talento stupefacente e grande meccanico venuto dalla strada, a causa della rivalità di lunga data con il ricco e supponente Dino Brewster finisce in carcere per due anni, perdendo di fatto tutto quello che si era faticosamente costruito, oltre ad uno dei suoi migliori amici. Uscito dal penitenziario e ricostituita la sua vecchia squadra, Tobey cerca vendetta procurandosi una vettura che possa garantirgli l'accesso al prestigioso Trofeo De Leon, al quale partecipano su invito del misterioso Monarch i migliori collezionisti e guidatori di macchine sportive del mondo.
Aiutato da Julia, emissaria di un milionario inglese cui ha promesso metà del montepremi finale, Marshall lotterà con tutte le sue forze non soltanto per vincere la gara, ma anche per riabilitare il suo nome incastrando Dino.






E' quasi incredibile come, a volte, si incroci il cammino di registi o attori che finiscono per essere una vera e propria garanzia di schifezza rispetto alla pellicola alla cui realizzazione prendono parte: potrei citare, come illustre esempio, il buon Paul W. S. Anderson, una sorta di Re Mida al contrario della macchina da presa, tra i nomi più gettonati del Ford Award dedicato al peggio praticamente ogni anno.
Oltre a lui, di recente una new entry di questa poco edificante lista ha fatto clamorosamente parlare di sè al Saloon: Dominic Cooper, attore più che cane maledetto visto nel terribile Un ragionevole dubbio e tornato alla carica come nemesi di Aaron Paul - ancora nel cuore di molti di noi grazie al suo ruolo in Breaking Bad - in questo Need for speed, film insulso e wannabe Fast and furious - che a confronto pare una cosa da Palma d'oro d'ufficio - ispirato dalla nota serie di videogiochi.
Onestamente, quando ho deciso di approcciare il lavoro di Scott Waugh, speravo di imbattermi nella tipica tamarrata da neuroni spenti buona per le serate senza impegno e costruita con ironia da veri Expendables: purtroppo per tutti gli occupanti di casa Ford, il risultato della visione è stato una sfida all'ultima presa per il culo di un ipertrofico videoclip con modelli di macchine sportive dai costi astronomici privo della scintilla giusta per risultare quantomeno piacevole o tamarro abbastanza per fare la differenza, scritto probabilmente da uno stuolo di pre-adolescenti pronti a divertirsi con battute al limite dei Cinepanettoni, adattato malissimo nella versione italiana - un'intera sequenza costuita sul reiterato utilizzo del termine "terrone", che parte come identificazione del tamarro e diventa un riferimento al dirigersi verso il Sud, decisamente agghiacciante - e recitato da cani, sia che si parli di attori fuori parte - il povero Aaron Paul, che fisicamente non ha davvero nulla del pilota bello, maledetto e tormentato: sarebbe stato meglio optare per qualcuno meno bravo ma fisicamente più prestante - sia che il riferimento tocchi interpreti indecenti che non sarebbero buoni neppure per una soap girata in casa come il già citato Dominic Cooper.
Unico a salvare la faccia nel cast, pur se gigioneggiando oltre misura, è il sempre ottimo - e troppo sottovalutato - Michael Keaton, che non dovrebbe neppure stare sullo stesso pianeta dell'inguardabile Dom.
Se non altro, in compagnia di Julez si sono passate le due ore piene - ma nessuno si degna più di portare in sala i buoni, vecchi, cari film da un'ora e mezza!? - a giocare al tiro al piattello con le stronzate che la sceneggiatura cercava di propinarci come trovate da urlo e molto cool, dalle citazioni di film action di ben altro livello - Speed, ad esempio - fino a passaggi che probabilmente gli autori pensavano di grande effetto come l'assurdo salvataggio nel canyon o la pessima gara conclusiva: se non altro, in questo festival di risate, abbiamo potuto raccogliere chicche degne del "fetore degli occhi" del recente spin off di 300 culminate con la sequenza che vede protagonista la spalla di Aaron Paul, Julia/Imogen Poots che, in ospedale, poco prima della sfida decisiva, chiede all'infermiera di avere un tablet per seguire online la gara, e senza indugio viene accontentata tanto quanto il buon pilota di aereo ed elicottero nonchè guida "dall'alto" di Tobey, che, in un carcere militare, non solo vede esaudita la stessa richiesta, ma addirittura ha l'assistenza del piantone - una piacente fanciulla - che tiene in mano il dispositivo in modo da facilitare la visione da parte del detenuto.
Forse neanche Seagal avrebbe osato tanto.
A questo punto, il nuovo capitolo del brand di Fast and furious con Statham nel ruolo del villain avrà il sapore dei grandi premi internazionali.
E viene il sospetto che il buon Jesse Pinkman abbia rifornito cast e crew con le rimanenze dei cristalli blu di Walter White.
Sceneggiatori in primis.



MrFord



"(Speed Demon)
Speedin' On The Freeway
gotta Get A Leadway
(Speed Demon)
Doin' It On The Highway
gotta Have It My Way
(Speed Demon)."
Michael Jackson - "Speed demon" - 




lunedì 17 dicembre 2012

Il Signore degli anelli - La compagnia dell'anello

Regia: Peter Jackson
Origine: Nuova Zelanda, USA
Anno: 2001
Durata:
228' (versione estesa)




La trama (con parole mie): millenni fa, nel cuore nero della Terra di mezzo, la vulcanica Mordor, si tenne una battaglia che vide opposte le forze di uomini, nani ed elfi a quelle dell'Oscuro signore Sauron, che forgiò un anello in grado di mettere in ginocchio i poteri dei re di tutti gli altri popoli.
Quando Isildur, paladino degli uomini, troncò le dita del mostruoso essere e conquistò l'anello, però, non lo distrusse, e corrotto dal suo potere portò il buio nel mondo: l'anello restò per quasi tremila anni in silenzio, sfruttando dapprima lo stesso Isildur, dunque la sfortunata e tormentata creatura chiamata Gollum, per finire nelle mani dell'innocuo Bilbo Baggins della Contea, pacifica zona rurale abitata dagli hobbit, dediti alla cura dei loro campi e al cibo.
Giunto a centoundici anni di età, Bilbo decide di partire per il suo ultimo viaggio lasciando tutti i suoi averi - anello compreso - al giovane Frodo, che è ancora ignaro del destino che si prefigge per lui: Sauron, infatti, si è destato dal suo torpore, e ha intenzione di rimettere le mani sull'anello.
L'hobbit, aiutato dallo stregone Gandalf il grigio, inizierà dunque un'avventura che lo porterà a scoprire il resto del mondo e che è volta alla distruzione dell'anello, unica speranza di fermare le forze risorte dell'Oscuro signore: a proteggerlo un manipolo di combattenti che verrà battezzato "La compagnia dell'anello".
Quello che i nostri non sanno, però, è che alle loro calcagna non ci sono soltanto i terrificanti servi di Sauron, ma anche i terribili Uruk-Hai creati da Saruman, stregone passato al male, incrocio di orchi e goblin e combattenti impareggiabili: per non parlare dell'anello, che è in grado di esercitare la sua influenza negativa su chi gravita nelle sue vicinanze.



Era davvero parecchio tempo che attendevo l'occasione giusta per presentare qui al Saloon la trilogia cinematografica più importante dei nostri tempi, frutto dell'eccezionale lavoro di Peter Jackson e di migliaia di tecnici, artigiani, artisti, attori e chi più ne ha, più ne metta nonchè, di fatto, equivalente del nuovo millennio di quello che fu Guerre stellari a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.
La cosa curiosa è che, dal punto di vista letterario, ho sempre giudicato il lavoro di Tolkien clamorosamente palloso, roba per nerd senza speranza e ritegno che, nella mia vita di lettore, ho affrontato e clamorosamente abbandonato ben tre volte - ed io cerco sempre di portare a termine le mie letture, anche le peggiori -: il grande merito, in questo senso, del buon Jackson - regista che ho sempre stimato fin dai tempi dei suoi esordi clamorosamente splatter -, è di aver donato la meraviglia del Cinema ad una materia decisamente non per tutti rimanendo comunque fedele all'opera originaria, confezionando un'epopea che è stata ed è una vera e propria impresa, in grado di lasciare a bocca aperta il pubblico, coinvolgere, emozionare e stupire neanche fossimo tornati nel cuore degli eighties dei miracoli dominati da Spielberg e Lucas.
Come se non bastasse, la meraviglia per questi tre film splendidi è resa ancora più grande dalla prima possibilità per il sottoscritto di visione delle versioni estese - anche se sarebbe più corretto affermare director's cut - giunte come richiestissimo regalo di compleanno grazie a Julez nello splendido cofanetto in bluray arricchito da tanti di quei documentari sulla realizzazione che vi parrà di aver preso parte alle riprese una volta esplorati tutti i loro capitoli.
Ma torniamo al film e mettiamo subito le carte in tavola: La compagnia dell'anello è senza ombra di dubbio il mio preferito della trilogia, perfetta sintesi di quello che è stato l'incredibile lavoro del Peterone nostro e dei suoi soci nonchè dello spirito che anima un certo tipo di Cinema, quello dei sogni proiettati sullo schermo e delle bocche spalancate per lo stupore, nonchè dell'idea di avventura come viaggio in equilibrio tra l'entusiasmo e la malinconia, una specie di perenne stato da vacanze - quelle che ti esaltano come non mai, ma che sai che, più prima che poi, giungeranno al termine -.
Dalla lunga introduzione dedicata alla storia antica dell'anello e di Sauron e alla parentesi bucolica della Contea, dall'inizio del viaggio di Bilbo a quello dei quattro giovani hobbit partiti pensando di giungere appena oltre i confini della loro terra d'origine senza sapere di essere destinati a qualcosa di decisamente più grande fino all'incontro con Gran Passo e ai faccia a faccia con i Nazcul, da Gran Burrone ed il mondo fatato degli elfi ai paesaggi sconfinati e all'oscurità delle miniere di Moria - dovessi scegliere una sequenza all'interno di tutta la saga, sarebbe sicuramente quella ambientata nelle profondità del mondo dei nani, tesissima tra l'incontro con orchi e goblin ed il sopraggiungere del Balrog -, dal drammatico scontro con gli Uruk-Hai di Saruman alla presa di coscienza del potere sconfinato dell'anello e della sua influenza rispetto non solo a chi lo porta, ma a chiunque sia nelle vicinanze di esso, tutto pare incarnare alla perfezione l'ideale del film dal respiro epico e magico ad un tempo, quell'emozione che si riesce a provare davvero solo quando si è bambini riportata miracolosamente anche al dialogo con il pubblico adulto, grazie a tematiche profonde quali la fedeltà a se stessi e la tentazione del potere, la voglia di cambiare il mondo e quella di vivere qualcosa di troppo grande anche per le leggende tramandate di padre in figlio.
Non si contano i passaggi già cult di un film gigantesco sotto tutti i punti di vista che è riuscito a conquistarmi visione dopo visione - in particolare, per quanto impegnativa rispetto alla durata, consiglio a tutti di recuperare questa versione estesa, in grado di dare maggiore spessore soprattutto agli avvenimenti "di raccordo" di quelle passate in sala -, e che ancora oggi riesce a coinvolgermi come se fosse la prima volta: lo struggimento di Boromir, perfetto esempio delle debolezze umane, o la scelta di sacrificarsi di Gandalf, o il drammatico susseguirsi di eventi in parallelo allo scontro con gli Uruk-Hai della Compagnia dell'anello sono il sale del Cinema e della straordinaria capacità che questo mezzo spettacolare ha di far sognare il suo pubblico.
In questo senso - sicuramente aiutato da un impianto produttivo, tecnico ed attoriale pressochè perfetto - Peter Jackson è divenuto interprete di un nuovo capitolo della Storia della settima arte, che continuerà a stupire anche le generazioni dopo la nostra, che potranno osservare ammirate la potenza di un incantesimo ben più forte di quello dell'anello del potere le cui vicende vengono così magistralmente narrate.


MrFord


"Get on board, this train ain't going to stop.
Where it's going, I don't know. You know, you know, you know.
Wheels on fire, fields of decent desire.
Punch your ticket, it's time to go......
There's a force around the bend, that drives this engine."
Smashing Pumpkins - "The fellowship" -


sabato 8 dicembre 2012

Arma letale 2

Regia: Richard Donner
Origine: USA
Anno: 1989
Durata: 114'




La trama (con parole mie): Riggs e Murtaugh, ormai partners affiatati e sempre più casinari, si ritrovano in mezzo ad un traffico che vede coinvolti alcuni diplomatici sudafricani nel pieno degli anni dell'apartheid. Pestati un pò troppi piedi politici, i due si ritrovano a fare da cani da guardia ad un esperto del riciclo del denaro sporco - l'ancor più casinista Leo Getz - che involontariamente con la sua presenza li riporterà sulle tracce degli stessi criminali.
I poliziotti avranno tutto il tempo di scampare ad almeno tre attentati a testa prima di riuscire a mettere alle strette i loro avversari, che si riveleranno essere non soltanto a capo di un traffico decisamente milionario, ma anche i responsabili dell'incidente che provocò la morte della moglie di Riggs, anni prima, evento che scatenò la vena più folle dell'indisciplinato agente.





Ci sono alcuni film che sono un vero e proprio toccasana.
Di recente, riscoprendo una delle saghe più emozionanti e divertenti dell'action tutta come quella di Arma letale, pensavo che i miei ricordi dei tempi avessero ragione e che soltanto il primo capitolo sarebbe stato degno di nota per quel sano intrattenimento tamarro di cui tutti noi ogni tanto necessitiamo: e invece ecco giungere a smentirmi un numero due che non compariva sugli schermi di casa Ford da millemila anni - non ricordavo neppure della presenza di Joe Pesci, figurarsi! - e che ha reso alla perfezione i suoi servizi di svago per un cervello reso un pò fiacco dalle recenti disavventure ospedaliere fordiane - e non parlo soltanto delle mie tonsille ormai nel paradiso delle parti del corpo estratte e buttate in un cestino -.
Ma torniamo alle avventure della premiata ditta Murtaugh e Riggs: con l'abbandono di Shane Black alla sceneggiatura, Donner cerca con questo bis di mantenere la narrazione sugli stessi binari del supercult che diede inizio alla storia pur concedendosi un'atmosfera decisamente più fracassona e scanzonata, affidandosi per questo ad un Mel Gibson così sopra le righe da rasentare in più occasioni il gigionismo estremo.
Quello che, però, è interessante, è che nonostante tutto l'insieme continui a reggere, e ad una vicenda assolutamente figlia dell'immaginario di genere anni ottanta - sparatorie come se piovesse, passaggi non proprio limpidi o troppo semplificati dello script - ritroviamo accostato addirittura un tema di grande attualità ai tempi, ovvero la protesta contro l'apartheid sudafricana, non ancora sconfitta dall'ascesa che avrebbe avuto non troppo tempo dopo Nelson Mandela.
Un risvolto, questo, in grado di dare spessore ad una proposta decisamente ricreativa ed al contempo far ripensare ai bei tempi andati - ricordo, in questo senso, Rambo III con gli USA a sostenere i talebani contro i sovietici, roba che ora sarebbe praticamente fantascienza - quasi fossero una sorta di limbo al quale tornare solo ed esclusivamente grazie a questo tipo di visioni.
Per il resto è tutto un botta e risposta tra i due protagonisti e la spalla aggiunta Leo Getz - che diverrà praticamente il terzo incomodo nei successivi due film del franchise -, battute sguaiate da amicizia virile, prove di forza e follia di Riggs - un personaggio più che mitico, il suo confronto con il capo è tornato ad essere uno dei miei cult totali - ed una robustissima dose di botte e proiettili come si conviene ad ogni proposta di questo genere che si rispetti.
Vi confesso che, addirittura, l'eccesso chiassone e da buddy movie con tanto di voli da finestre e containers di questo secondo giro di giostra è riuscito a sorprendermi a tal punto rispetto ai ricordi che avevo dello stesso da farmi pensare che non sia poi tanto distante - parlando di valore cinematografico - dal primo, e che Richard Donner sia riuscito a mantenere decisamente alto il livello del suo lavoro - parliamo, di fatto, di un mestierante del Cinema, benchè autore di un Classico come I Goonies -, tanto da alimentare nel sottoscritto la voglia di recuperare dopo quindici anni almeno anche i restanti due capitoli, sperando che anch'essi possano trasformarsi in piacevoli, caotiche, scombinate perle come questa.
Dunque, se siete in una di quelle giornate in cui pare non vi resti nient'altro se non ubriacarvi e sbattere la testa contro il muro - o entrambe le cose - un titolo come Arma letale 2 è sempre consigliato per riscoprire quelli che sono alcuni degli assoluti piaceri della vita.
Come i buoni, vecchi film d'azione: vecchi amici che non ti abbandonano mai.
Neppure quando per anni ti dimentichi di loro.
E sono sempre lì, pronti ad accorrere per pararti le chiappe.


MrFord



"He sang a song as on he rode,
his guns hung at his hips
he rode into a cattle town,
a smile upon his lips
he stopped and walked into a bar and laid his money down
but his mother's words echoed again:
Don't take your guns to town son,
leave your guns at home Bill,
don't take your guns to town."
Johnny Cash - "Don't take your guns to town" -



martedì 6 novembre 2012

Skyfall

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 143'




La trama (con parole mie): nel corso di una missione ad Istanbul, impegnato in un inseguimento con un agente venuto in possesso di un drive che rivelerebbe ai nemici dell'MI6 la posizione degli agenti del servizio segreto britannico infiltrati in tutto il mondo, James Bond viene "sacrificato" da M in nome della riuscita dell'incarico, peraltro mancata.
Lo 007 si ritira così lasciando che lo diano per morto fino a quando una misteriosa organizzazione attacca la sede della stessa MI6: a quel punto, spinto dal senso del dovere e dai legami quasi "di famiglia" con M, l'agente fa il suo ritorno.
Molte cose, però, minacciano la sua missione oltre ai nemici dell'Inghilterra: Bond non è più brillante come un tempo, e il dubbio che possa essere soltanto un ingranaggio sostituibile rischia di diventare un peso troppo grande con il quale confrontarsi in un momento delicato come quello di una missione potenzialmente senza ritorno.





Quando Daniel Craig raccolse il testimone dello spento Pierce Brosnan - uno degli 007 peggiori di sempre - rimasi piacevolmente stupito dalla scelta di optare per un Bond più rude ed "operaio", più avvezzo allo scontro fisico che non agli aperitivi di lusso: inoltre, Casinò royale si rivelò un ottimo prodotto d'azione, cui seguì il più posticcio ma comunque discreto Quantum of solace.
Skyfall, il terzo capitolo della saga dell'agente segreto più famoso del grande schermo con protagonista l'appena citato Craig, prometteva scintille già dal nome del regista: Sam Mendes, autore di cult come American beauty e Revolutionary road.
Senza passare dal via, dunque, lo stesso giorno dell'uscita casa Ford ha finito per trasferirsi, nonostante la pioggia torrenziale, in sala per gustarsi quello che prometteva di essere uno dei migliori film dedicati a Bond mai realizzati: peccato che la delusione - come spesso accade quando le aspettative sono molto alte - fosse dietro l'angolo, e Skyfall si sia rivelato fondalmentalmente come uno dei prodotti più posticci e senz'anima che abbia potuto osservare negli ultimi mesi.
Certo, la regia ed ogni altro aspetto tecnico risultano impeccabili, la confezione è pressochè perfetta, il cast funziona a meraviglia - con gente come Ralph Fiennes e Javier Bardem, del resto, si va sempre sul sicuro -, eppure l'impressione che si tratti di una gigantesca operazione commerciale completamente priva di spessore è presente dal primo all'ultimo minuto, a braccetto con una terribile sensazione di pesantezza che neppure le sequenze d'azione riescono ad indurre a lasciare da parte: quasi due ore e mezza per un titolo di questo genere sono indubbiamente troppe, specie se il ritmo non si rivela in grado di sostenerle adeguatamente - in questo senso, confesso di aver avuto un momento di panico quando, alla fine dell'interminabile primo tempo, la scritta "intervallo" lasciava presagire un altrettanto interminabile seconda parte -.
Come se non bastasse la noia, poi, Skyfall viene ripetutamente e pesantemente segnato da una delle cose che meno sopporto all'interno di una pellicola: le marchette pubblicitarie.
Posso capire, infatti, che parte dei finanziamenti di un film dalle esigenze produttive di un certo livello - e rese ancor più ostiche dalle numerose difficoltà incontrate da Mendes e i suoi nel corso della lunga gestazione dell'opera - possa giungere dagli sponsor, ma trovarmi ad ogni piè sospinto una bella bottiglia di birra, un orologio, un portatile o un capo d'abbigliamento di questa o di quella marca inquadrati in primissimo piano pare davvero al limite dello scandaloso, neanche ci fossimo ritrovati nel bel mezzo di uno spot televisivo comandato dalla produzione.
Inoltre, l'ironia di fondo che aveva caratterizzato il già citato Casinò royale pare essersi vaporizzata ed aver contribuito con la sua sparizione ad arrossare gli occhi di un Bond decadente e triste, cupo e lontano anni luce dalla versione action vista due capitoli or sono: se, però, questo potrebbe risultare funzionale da un punto di vista narrativo e d'introspezione, dall'altro rende clamorosamente kitsch e fuori luogo tutte le sequenze altamente irreali legate alle imprese dell'agente britannico più famoso del mondo, tanto da farlo apparire posticcio quanto un Liam Neeson qualsiasi in un Taken 2 qualsiasi - l'inseguimento con le moto sugli stessi tetti di Istanbul bombardati con scorte infinite di granate dalla figlia di Mills mi ha fatto venire i brividi quasi quanto il volo dal ponte di Bond dopo essere stato colpito dalla sua partner apparentemente infallibile con il fucile a seguito dell'ordine di M -.
Una delusione su quasi tutta la linea, dunque, per un film che vorrebbe essere un thriller d'autore senza averne il cuore ed un circo d'azione senza mostrarne gli attributi: una vera disdetta, perchè la materia sulla quale lavorare era molta, il talento e la tecnica non hanno dato forfait ed il personaggio è di quelli "di una volta", dalle potenzialità ancora enormi - unico acuto di (auto)ironia, l'utilizzo dell'indimenticata Aston Martin "classica" -.
Speriamo che Craig e tutto il franchise si riprendano in tempo per il prossimo capitolo.
Altrimenti, il dubbio che oltre ad M anche Bond possa finire in pensione rischia di diventare una pericolosa certezza.


MrFord


"This is the end
hold your breath and count to ten
feel the earth move and then
hear my heart burst again
for this is the end
I've drowned and dreamed this moment
so overdue, I owe them
swept away, I'm stolen."
Adele - "Skyfall" -


martedì 18 settembre 2012

The Bourne legacy

Regia: Tony Gilroy
Origine: USA
Anno: 2012
Durata: 135'




La trama (con parole mie): Aaron Cross, agente addestrato e potenziato geneticamente in base ad uno dei programmi nati per costruire intere unità ispirate al ribelle Jason Bourne, scopre sulla pelle che, nel momento in cui l'intera operazione che ha portato alla sua formazione viene portata alla luce, lui e tutti i suoi "colleghi", così come gli scienziati che li hanno monitorati, sono in pericolo di vita.
Con i servizi segreti alle costole ed una dottoressa travolta dagli eventi accanto, Cross dovrà scoprire con chi ha a che fare, cosa fare in modo da potersi liberare dei medicinali che deve costantemente ingerire, far perdere le sue tracce, salvare la vita della donna e, ovviamente, restare vivo.
Perchè tutto questo sia possibile, dovrà imperversare tra l'Alaska, gli States ed il cuore di Manila, dove lo attende il confronto con un suo simile inviato per "chiudere la pratica".





Ricordo che mi accostai al primo capitolo della saga di Jason Bourne con uno scetticismo notevole: in primo luogo, James Bond nel Cinema e l'agente XIII nel Fumetto rimanevano due standard difficili da eguagliare, ed in secondo Matt Damon con il suo viso da bravo ragazzo e la tendenza ad imbolsire non mi ispiravano per nulla l'immagine del coriaceo agente segreto spaccaculi.
Al contrario di quanto pensassi, invece, i tre film dedicati alle sue gesta mi sorpresero tutti in positivo rivelandosi più che discreti sia dal punto di vista della regia che della narrazione, tanto da riuscire a rendere credibile anche un protagonista che pareva completamente fuori ruolo.
Per questo nuovo capitolo, che prevedeva un cambio che avrebbe portato all'introduzione di un nuovo eroe, le cose hanno funzionato esattamente al contrario: un trailer adrenalinico ed un volto decisamente più action - quello di Jeremy Renner, che da Mission impossible: protocollo fantasma a The Avengers ci ha abituati ad una certa impostazione e fisicità - che promettevano scintille hanno portato, in conclusione, ad una pellicola che non risulta niente più di un buon compitino svolto dal regista Tony Gilroy, sceneggiatore anche dei capitoli precedenti per la prima volta chiamato a dirigere le gesta del "suo" Bourne.
Ed è proprio nella regia - e nell'approccio alla pellicola in generale - che vanno ricercati i difetti più grandi di The Bourne legacy: sicuramente precisa, eppure assolutamente anonima sia per quanto riguarda le parti dedicate all'intrigo che quelle concentrate sull'azione, la mano di Gilroy non rischia mai per evitare di strafare - in positivo o in negativo -, poggiando tutti i rischi sulle spalle della coppia di protagonisti - entrambi ottimi - e gestisce male tempi e ritmi - ad una prima metà decisamente verbosa anche per un film di spionaggio ne segue una seconda tutta votata all'azione, con un inseguimento conclusivo a dir poco estenuante per durata e crescendo nonchè decisamente inefficace nella sua conclusione -. 
Un sacrificio, insomma, a favore di una netta distinzione tra costruzione e climax che manca dell'equilibrio al contrario mostrato da una pellicola cui questa è decisamente ispirata, l'ottimo Casinò Royale firmato da Martin Campbell, grande rilancio della figura di James Bond dopo anni di pressochè totale anonimato.
Scritto in questo modo pare quasi un errore trovare i due bicchieri lì in alto invece che le più toste delle bottigliate, eppure nonostante i difetti appena elencati, la durata eccessiva - quando mancano ritmo e coinvolgimento, più di due ore possono risultare infinite per una pellicola action - e più di una punta di noia, il prodotto è sicuramente più che guardabile, il cast - come già sottolineato - funziona alla grande - anche il buon vecchio Edward Norton nei panni di boss senza scrupoli dei servizi segreti - e lo sfruttamento della cornice rende un ottimo servizio alle riprese - dalle distese innevate dell'Alaska al cuore della Manila decisamente non per turisti -.
Certo, se a dirigere l'orchestra fosse stato il Gareth Evans di quella ficata pazzesca di The raid - Redemption, probabilmente le cose sarebbero state ben diverse ma, da quasi tutti i punti di vista, non si poteva davvero chiedere di più ad uno sceneggiatore che, a mio parere, regista non è quasi per nulla e che senza dubbio manca del talento di Paul Greengrass - che firmò i due film precedenti -.
Il botteghino, per ora, non ha premiato lo sforzo, eppure al sottoscritto non dispiacerebbe vedere di nuovo Aaron Cross e la sua compagna di viaggio Martha Shearing alle prese con una successiva avventura, che potrebbe essere sempre scritta da Gilroy ma avvalersi dell'aiuto di qualcuno che possa davvero spingere a fondo l'acceleratore di un charachter che, nonostante abbia tutto dalla sua sulla carta, rischia davvero di scomparire se confrontato con un pur - sempre sulla carta - non irresistibile predecessore.


MrFord


"Extreme ways are back again
extreme places I didn't know
I broke everything new again
everything that I'd owned
I threw it out the window; came along
extreme ways I know will part the colors of my sea
the perfect colored sea."
Moby - "Extreme ways" -



giovedì 14 giugno 2012

Mad Max - Oltre la sfera del tuono

Regia: George Miller, George Ogilvie
Origine: Australia
Anno: 1985
Durata: 107'




La trama (con parole mie): Mad Max, divenuto una sorta di vagabondo nel mondo delle terre perdute, viene derubato dalla vecchia conoscenza Jedediah: inseguendo l'ex alleato, l'uomo si ritrova a Bartertown, una città costruita e governata dalla dispotica Aunty, che prima gli propone un'alleanza in modo da sconfiggere Master Blaster - che controlla la parte sotterranea della città e la sua energia - e poi tenta di eliminarlo.
Salvato da una giovane nel pieno del deserto, Max scoprirà una colonia di ragazzi cresciuti nel mito delle città che anche lui a stento ricorda e di una profezia che lo vede protagonista come guida degli stessi verso il loro futuro: l'impresa risulterà più ardua del previsto, e lo scontro con Aunty e i suoi uomini, ostacolo per la libertà ed il compimento del destino della tribù che guida, lascerà l'antieroe come di consueto solo lungo la strada, una leggenda della Frontiera.





Mi fa quasi impressione pensare che saranno passati vent'anni almeno dall'ultima volta in cui questo film aveva trovato spazio sugli schermi di casa Ford: ricordo che dovevo essere alle medie - o forse anche all'ultimo anno delle elementari -, i capelli platino di Tina Turner e il deserto rosso dell'outback australiano che non avrei mai immaginato di attraversare anni dopo.
Devo ammettere, però, di essere rimasto parzialmente deluso da quello che, per ora, resta l'ultimo capitolo delle avventure di Mad Max: non che questo film mostri particolari lacune, la produzione è nettamente più curata rispetto a quelle dei capitoli precedenti, le parti d'azione funzionano dalla prima all'ultima, la seconda metà e l'esperienza del protagonista nella colonia di ragazzi cresciuti con il mito delle città del passato ha il sapore dell'avventura che solo i grandi romanzi di genere riescono a trasmettere, Gibson e la Turner sono perfetti per i loro ruoli ed il setting è curato come mai era capitato prima in questa saga.
Eppure, in qualche modo, lo stesso successo in grado di garantire fondi per una realizzazione decisamente impressionante rispetto ai primi due capitoli finisce in qualche modo per limitare soprattutto la fase di scrittura, minata in parte dalla volontà di registi e sceneggiatori di fornire al grande pubblico che, ai tempi, si sarebbe avvicinato a Mad Max senza conoscerne l'intera storia, tutti gli strumenti possibili per conoscere e comprendere il personaggio, finendo però per stemperare troppo l'aura più grezza e violenta dello stesso.
Come se non bastasse, l'utilizzo molto forzato di Jedediah, il pilota di elicottero di Interceptor - Il guerriero della strada, nuoce alla completezza della vicenda, considerato il fatto che viene praticamente ignorato lo sviluppo dello stesso personaggio avvenuto nel film precedente, finendo per trasformare la spalla "comica" perfetta del protagonista in una sorta di alleato forzato senza una memoria effettiva dei trascorsi con Max.
Script - o almeno parte di esso - escluso, il resto convince però dall'inizio alla fine, sfoderando una serie di momenti cult che ricordano le atmosfere di Star Wars, i peplum che fecero la fortuna dei b-movies italiani negli anni cinquanta e sessanta e rimandano ai più recenti Avatar e John Carter: dall'arrivo del nostro a Bartertown alla scoperta dell'utilizzo dello sterco di maiale per l'estrazione di metano da usare come combustibile - decisamente avanti rispetto a tempi in cui tutto passava per la benzina -, dalla battaglia nella gabbia contro Master Blaster - che tanto mi ha ricordato uno degli eventi di wrestling che seguo sempre con grande soddisfazione - all'ultimo scontro con Aunty e i suoi, un duello tra mezzi che richiama le atmosfere di quelli tra pistoleri nel vecchio West, abbiamo l'imbarazzo della scelta per ritrovarci meravigliati quanto e più di quanto accade con pellicole ben più recenti portate sullo schermo a suon di effettoni e 3D.
Inoltre, la già citata parte "profetica", in cui Max assume di nuovo il ruolo di riluttante leader di una comunità "debole" amplificando il suo aspetto paterno risulta davvero efficace sia dal punto di vista visivo che di contenuti, tanto da ricordarmi - complice l'aereo che i ragazzi sognano di prendere per raggiungere quelle che ormai sono le rovine di Sidney - l'interessantissimo lavoro di Herzog Dove sognano le formiche verdi, splendido affresco legato alla cultura aborigena e al sogno di un nuovo inizio purtroppo tra i meno conosciuti del regista tedesco, uscito l'anno precedente rispetto a Oltre la sfera del tuono.
Con la conclusione - simile a quelle che hanno già visto l'ex poliziotto e giustiziere nei due capitoli precedenti -, assistiamo all'ennesima scelta di solitudine di un personaggio che è divenuto leggendario tra gli appassionati di Cinema d'avventura e non solo, e resta ancora oggi uno degli eroi "scomodi" più interessanti che la settima arte abbia proposto pescando dalla sua materia più grezza, tamarra e pane e salame, secondo soltanto all'inarrivabile Snake Plissken.
Ammetto che non mi dispiacerebbe affatto pensare ad una produzione che lo ripeschi, e che, se ben curata e non votata alle leggi di mercato, potrebbe davvero diventare un modo perfetto per salutare un mito e rendergli omaggio nel migliore dei modi.
Del resto, Rocky docet.
E quando c'è di mezzo il buon Balboa, io non posso che schierarmi dalla sua - e dalla loro, considerato Mad Max - parte.


MrFord


"We don't need another hero
we don't need to know the way home
all we want is life beyond the thunderdome."
Tina Turner - "We don't need another hero" -


martedì 12 giugno 2012

Interceptor

Regia: George Miller
Origine: Australia
Anno: 1979
Durata: 88'



La trama (con parole mie): "Mad" Max Rockatansky, poliziotto al lavoro lungo le strade di un'Australia violenta e selvaggia del prossimo futuro, è da tempo combattuto se abbandonare il lavoro per trasferirsi con la compagna Jessie ed il figlio in un posto lontano dal degrado e dalla morte.
Quando il collega Jim Goose rimane ferito mortalmente in uno scontro con la banda di bikers di Toecutter, Max capisce che la misura è colma, e con la sua famiglia si muove verso il mare: ma la violenza è difficile da lasciare alle spalle, e quando Jessie ed il bambino stessi cadranno vittime della pericolosa banda di criminali, l'uomo si guadagnerà appieno il soprannome di Mad perseguendo una vendetta che segnerà la fine di ogni suo sogno di vita normale.




Da parecchio tempo accarezzavo l'idea di ripescare dal passato e dalla mia infanzia la trilogia dedicata all'antieroe che lanciò Mel Gibson nel firmamento degli idoli action ben prima di Arma letale, e la recente visione del nuovo cult Bellflower è stata, in questo senso, la proverbiale goccia in grado di far traboccare il vaso: l'occasione è stata perfetta anche per recuperare il primo capitolo della saga, che personalmente ancora non avevo visto e che per molti, almeno qui da noi, non esiste neppure, considerato che il sequel Interceptor - Il guerriero della strada è spesso e volentieri ritenuto l'ufficiale, vero, grande exploit del personaggio di Mad Max.
In realtà, per poter comprendere ed apprezzare anche di più le gesta successive dello scorbutico personaggio questa pellicola risulta assolutamente fondamentale, gettando di fatto le basi per il carattere difficile, schivo e decisamente poco socievole che Max sfoggerà nel corso di tutte le sue avventure: girato con un'ottica assolutamente low budget ed aiutato da locations che nella magnifica Australia non necessitano di particolari modifiche o ricerche - ricordo quando, con Julez, percorremmo l'autostrada che portava da Alice Springs al pieno centro del continente, tra Kings Canyon ed Ayers Rock: una striscia d'asfalto senza guard rail che pareva essere inghiottita dalla sabbia rossa, animali in ogni dove, due macchine incrociate in senso opposto in mille e passa chilometri di strada -, Interceptor accarezza quella che sarebbe divenuta l'ottica più "wild" della Letteratura, del Cinema e del Fumetto cyberpunk accostandovi elementi profondamente legati all'horror figlio dei seventies e del concetto di survival, senza lesinare sulla violenza - che troverà il suo apice nel capitolo successivo - e sugli inseguimenti tra auto e moto, motore della parte più spettacolare della vicenda.
Mel Gibson, allora giovanissimo - il futuro e totalmente instabile regista ed attore aveva soltanto ventitre anni - fu lanciato verso la carriera che ora tutti noi ben conosciamo, diretto con mestiere da un George Miller che, pur senza strafare in originalità, confeziona un prodotto in grado di mettere in linea l'estetica tamarra del fumettone con una certa misura drammatica figlia della letteratura da futuro distopico che da Orwell in avanti segnò generazioni intere di lettori: il risultato è una realtà in tutto e per tutto simile a quella degli anni ruggenti estremizzati da una legge della giungla applicata agli uomini che funziona alla grande, e nonostante la caratterizzazione dei protagonisti e della banda di Toecutter risulti abbastanza elementare, il ritmo e la carica quasi animalesca della produzione finiscono per supplire ad una solo apparente mancanza di profondità, ponendo le basi per quello che diverrà un cult per almeno un ventennio di spettatori, oltre a divenire uno dei primi fenomeni made in down under.
Personalmente ho trovato molto più efficace la seconda parte, legata al sogno improvvisamente spezzato di una vita normale inseguito da Max con il piede premuto sull'acceleratore, culminato con l'incredibilmente violenta sequenza che porta alla morte di Jessie e del figlio del protagonista, che resta negli occhi pur non mostrando direttamente nulla di esplicito: la vendetta dell'ex poliziotto, selvaggia ed aggressiva come, del resto, la stessa pellicola, è dunque portata sullo schermo con una carica che pare Rockatansky abbia trasmesso a Miller e Gibson, nonchè assolutamente lontana dagli standard di invicibilità degli action heroes che negli anni ottanta vennero settati dagli Usa.
Max è un combattente vulnerabile, un lupo ferito, uno cui costano lacrime e sangue le imprese compiute, e che porterà i segni del suo confronto finale con Toecutter ed i suoi per sempre, nel corpo e nell'anima.
Max è un uomo della strada, ed anche se la sua resta decisamente più "wild" della nostra, non possiamo che sentirci al suo fianco, spinti dalla speranza prima e dalla furia poi.
Se il West e la Frontiera sono finiti, Max ancora non lo sa.
E forse va bene così.


MrFord


"I am a pistol packin' man with a gun in my hand
looking for a woman that will understand
you like to roll and I like to ride
I'll stop at nothing, never take me alive
I'm a man with a fast hand
loving on a last stand
outlaw, quick draw
evil talking bandit man."
Ac/Dc - "Badlands" -


 
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