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giovedì 9 maggio 2019

Thursday's child




Nuova settimana di uscite in sala e, incredibilmente, nuova pubblicazione in orario per il sottoscritto, talmente in orario da risultare quasi strana e disturbante e tentarmi di piazzare comunque la programmazione del pezzo almeno un pochino in ritardo: staremo a vedere, considerato che quando scrivo queste righe per il potere di Ritorno al futuro è sabato pomeriggio.
Al mio fianco in questo viaggio nel tempo e nell'inquietante puntualità come al solito quello scoppiato del mio rivale Cannibal Kid e Sonia Cerca, che non si occupa solo di uno, bensì di due blog!


MrFord



"Quante volte lo devo ripetere!? Dietro le sbarre dovrebbe esserci quello psicopatico di Cannibal Kid, non io!"




Pet Sematary

"Ford, ma i lettori davvero non immaginano che noi ci troviamo in questa baita desolata ogni settimana per preparare la rubrica delle uscite?" "Cannibal, credo non se lo aspetterebbero mai."
Sonia: Ho letto il libro l'anno scorso e appena ho saputo di questo film ho pensato: "Che bello, questo non me lo perdo". Poi ho visto che fanno morire la figlia maggiore invece del bambino perché tanto ormai sta cosa della bambina indemoniata va di moda, e mi è passata la voglia di vederlo.
Cannibal Kid: Io non sono stato ancora colto da questa moda di leggere i libri prima di vedere i film da cui sono tratti, e a dirla tutta non ho nemmeno visto la prima trasposizione cinematografica del 1989, quindi di Pet Sematary sono completamente a digiuno. Non so niente, a parte questo spoiler clamoroso che Sonia ci ha appena sganciato ahahah
Nonostante non sia un grande fan di Stephen King, la recente riuscita pellicola su It mi è piaciuta parecchio e, in attesa del Capitolo 2, una visita a questo cimitero degli animali la farò. Magari insieme a Ford. Lui poi lo lascio lì.
Ford: ricordo vagamente la prima versione di Pet Cemetary risalente ai tempi di Notte Horror, e considerato l'arrivo della bella stagione, un horrorino bel bene o nel male può sempre starci dentro. Non che mi aspetti grandi cose, come dal mio rivale Cannibal, ma al contrario suo potrebbe anche rivelarsi una visione meno "funerea" di quanto non possa sembrare sulla carta.

Ted Bundy - Fascino criminale

"Inutile che fai quella faccia, ragazza mia, poteva andarti molto peggio: potevi finire al ballo con Cannibal Kid!"
Sonia: Dopo anni e anni di film osceni, finalmente un film con Zac Efron che merita di essere visto. Certo, il tono sembra un po' comico e leggero per un film su un serial killer però ci sta tutto dato che il film si basa sull'immagine che Bundy dava di sé — gentile, simpatico, affascinante, carismatico e sicuro di sé.
Cannibal Kid: Anni e anni di film osceni?
E capolavori della Settima Arte come High School Musical, 17 Again - Ritorno al liceo, Cattivi vicini, Mike & Dave - Un matrimonio da sballo e Baywatch dove li mettiamo?!?
Sono molto curioso di vedere Zac Efron in questo ruolo diverso dai suoi soliti, in cui credo dimostrerà anche ai miscredenti come Sonia di essere un valido attore. E di non essere solo uno fissato con la palestra come Ford.
Ford: Zac Efron mi sta simpatico. La sua partecipazione, negli ultimi anni, a tamarrate e film da evasione dei neuroni è riuscita a rendere uno degli idoli del terribile High School Musical sopportabile agli occhi del sottoscritto, e di conseguenza alzare l'asticella della curiosità rispetto ad un ruolo diverso dal solito per lui e legato ad una delle figure più inquietanti ed interessanti della storia della criminologia americana. Staremo a vedere.

Pokémon: Detective Pikachu

"Mi è sembrato di vedere un Cucciolo Eroico!"
Sonia: Il doppiatore il Deadpool che presta la voce ad un carino e coccoloso Pikachu con dipendenza dal caffè? Assolutamente da vedere. Per non parlare di Ludicolo che serve da bere e vale da solo il prezzo del biglietto. Certo, Aipom è a dir poco inquietante, ma che ci vuoi fare, la perfezione non esiste.
Cannibal Kid: Prima mi fa a pezzettini Zac Efron, e poi si esalta con i Pokémon, la peggior bambinata nella storia dell'umanità?
Comincio seriamente a pentirmi di aver cercato questa Sonia Cerca, uahahah
Questo film credo possa anche essere divertente, grazie al suo umorismo in stile Deadpool, ma per cinque minuti al massimo. Dopodiché potrebbe farmi venire voglia di collezionarli tutti questi Pokémon. Sì, per affidarli alle amorevoli cure di Ted Bundy.
Ford: quando esplose la mania dei Pokemon ero già troppo vecchio, non mi sono mai piaciuti e sinceramente questo film mi pare una di quelle cagate atomiche senza possibilità di scampo. Quasi quasi preferirei cimentarmi nella visione di un qualsiasi teen movie consigliato da Peppa Kid.

Red Joan

"Non è un pò troppo vecchia per andare ancora in giro a sbronzarsi?" "Non avete ancora visto Ford!"
Sonia: Non so perché ma appena ho letto il titolo ho pensato: "Ecco l'ennesimo filmetto horror del 2019". E invece no, parla di una vecchia, o meglio, anziana spia britannica che per anni è stata al servizio del KGB. Il trailer mi ha annoiato da morire, e non penso che il film sarà meglio. Sicuramente hanno preso Judi Dench per attirare un po' di gente.
Cannibal Kid: Qui mi trovo abbastanza d'accordo con Sonia. Un film spionistico in vecchio stile fordiano che ispira una gran noia sin dal trailer. Non sono invece d'accordo su Judi Dench, attrice mai piaciuta. Secondo me l'hanno presa per far scappare un po' di gente.
Ford: film dal sapore di naftalina che nonostante l'atmosfera e la cornice fordiane mi pare una cosa da merenda delle cinque che ormai è più in linea con quella zitella di Katniss Kid.

Il grande spirito

"Chissà se questi soldi basteranno a convincere Ford, Cannibal e Sonia a non parlare troppo male del mio film!?"

Sonia:
e se vi dicessi che a me il cinema italiano moderno fa proprio schifo? Certo, ogni tanto un film che merita di essere visto c'è, ma questo sono sicurissima che non sarà uno di quelli. Rocco Papaleo protagonista ne è la garanzia.
Cannibal Kid: Sul cinema italiano quando ero un giovanotto come Sonia la pensavo allo stesso modo. Negli ultimi tempi però mi sto ricredendo e spesso i nostri film non hanno molto da invidiare, tutt'altro, a quelli sempre più prodotti in serie e senza idee statunitensi. Una volta detto ciò, vade retro Rocco Papaleo e questo film!
Ford: basterebbe Papaleo per farmi evitare questo film come la peste. Se poi si aggiunge il fatto che mi pare la tipica roba "troppo italiana", la frittata è fatta.

mercoledì 31 gennaio 2018

Assassinio sull'Orient Express (Kenneth Branagh, USA/UK/Malta/Francia/Canada/Nuova Zelanda, 2017, 114')




Le bieche e classiche operazioni da botteghino "di lusso", fatte di grandi produzioni e cast all stars, di norma sono un campo minato entro il quale non mi piace affatto mettere piede, considerato che il tempo è poco e se proprio devo rilassare il cervello preferisco qualche bella proposta tamarra e trash per godermela in tranquillità: come se non bastasse, nel caso in questione la forte antipatia per molti degli attori ed attrici presenti ed il fatto di non aver mai letto il romanzo di Agatha Christie o visto il celebre film di Lumet rendeva l'approccio ancora più ostico.
La tempesta di bottigliate che prevedevo alla vigilia, però, non si è abbattuta su Branagh e soci, che portano a casa la pagnotta con un compitino ben confezionato pronto ad avere le spalle ed il culo parati da una storia avvincente ed assolutamente innovativa per i tempi in cui fu scritta, ennesima testimonianza della grandezza di una scrittrice incredibile e stimolo a recuperare - come feci qualche anno fa per Dieci piccoli indiani - la storia nella sua versione cartacea.
Da una grande storia, dunque, è difficile - specie con molti soldi ed un certo mestiere a disposizione - riuscire nell'impresa di portare sullo schermo un brutto film, e Assassinio sull'Orient Express certo non lo è, grazie ad un'affascinante cornice, la giusta tensione ed un paio di immagini - soprattutto nel finale - discretamente potenti: certo, non farà mai la Storia del Cinema e resterà comunque intrappolato nel grande oceano di proposte che lo spettatore finisce per dimenticare con il tempo, eppure rispetto a quanto poco mi aspettassi - o forse proprio per quello - si lascia guardare e, chi l'avrebbe mai detto, finisce per stuzzicare anche la curiosità per il seguito - Assassinio sul Nilo, anche questo legato ad una pellicola decisamente nota - e per l'impostato e piuttosto duro Poirot dello stesso Branagh, che pur non avendo nulla dell'immagine letteraria del detective riesce a renderlo credibile senza apparire ridicolo.
Perfino gente bollita come Depp, forse perchè costretta a recitare più sotto le righe del solito, risulta meno disturbante di quanto non sia, mentre altra come la Cruz scompare dietro una storia di vendetta, moralità, giudizio e morte assolutamente attuale e profonda, che mi ha fatto tornare in mente il triste caso Lindbergh, che lasciò gli Stati Uniti dominati dalla CIA di Hoover sconvolti.
Dunque ci si trova di fronte a qualcosa di sicuramente non memorabile o creativo nella messa in scena, ma comunque pronto a presentarsi bene e a non sprecare l'occasione fornita da una storia che funziona così incredibilmente bene: la Christie, probabilmente, che fosse per una grande intelligenza o per un rapimento alieno - lei stessa dichiarò di avere avuto più volte contatti con gli extraterresti - continua ad essere avanti anni luce rispetto alla maggior parte dei giallisti di maggior successo di questa e di altre epoche, e in questo caso anche a salvare Branagh e soci da un fallimento annunciato.
L'ambientazione d'epoca, il fascino del treno a vapore e del passaggio da Gerusalemme a Istanbul fino al cuore delle Alpi innevate fanno il resto, e trasformano un potenziale film da massacro in un innocuo e piacevole divertissement dal sapore di the delle cinque, perfetto - come è stato - per un pomeriggio da giornata detox in cui riposo anche dalle bevute.
E per una volta, in perfetto stile Poirot, posso mettere anch'io da parte i disequilibri e non giudicare troppo. Piuttosto, prendere il tempo per qualche pensiero in più.



MrFord



 

martedì 18 febbraio 2014

Philomena

 Regia: Stephen Frears
Origine: UK, USA, Francia
Anno: 2013
Durata: 98'



La trama (con parole mie): Philomena è un'anziana donna irlandese che, da mezzo secolo, rimugina sul destino del bambino che partorì quando era ancora una ragazza, considerato un peccato da scontare dalle suore presso le quali viveva e venduto come figlio adottivo ad una coppia di coniugi statunitensi. Venuta casualmente in contatto con Martin Sixsmith, ex capo ufficio stampa del Labour Party caduto in disgrazia presso i colleghi nonchè esperto giornalista, la vecchia signora finisce per ispirare lo stesso nella stesura di un libro verità sulla sua vicenda.
Supportata dalla figlia - avuta successivamente rispetto alla permanenza nel convento - e da una fede ed un ottimismo incrollabili, la donna si metterà in viaggio con il disilluso ed ateo Martin nella speranza di ritrovare il figlio ormai adulto negli States.







All'uscita in sala di Philomena, nuova pellicola firmata dal veterano Stephen Frears, ammetto di aver storto il naso all'idea dell'ennesima proposta da signore attempate da the delle cinque finto radical chic buone giusto per la pomeridiana all'Anteo - sala milanese tanto bella quanto inesorabilmente destinata ad un pubblico da sonore bottigliate -.
Tutto questo perchè, per dirla come la direbbe Philomena - la piccola, grande protagonista del qui presente sorprendente prodotto, interpretata ottimamente da Judi Dench -, non sono altro che un "ateo babbeo": lontano, infatti, dalla fede e dalla forza d'animo di questo charachter decisamente più complesso di quanto non appaia, avevo bollato l'opera di Frears come qualcosa di altamente trascurabile, da rimandare ad un'eventuale visione riempitivo futura, in barba alla nomination all'Oscar che, a visione dei candidati al titolo di miglior film avvenuta, risulta decisamente più meritata rispetto a quelle di Gravity e Captain Phillips - non che ci volesse molto, direte voi: ma lo scrivo come un complimento -.
Come si sarà dunque intuito, mi trovo a dover rivedere la posizione a proposito di un titolo che non sarà la scossa definitiva concepibile da uno spettatore o il riferimento assoluto per questo inizio duemilaquattordici - in questo senso soltanto un film è riuscito quasi ad affiancare lo strepitoso The wolf of Wall Street -, ma che è senza dubbio onesto, diretto ed efficace, pur non contando su una trama particolarmente innovativa o un ritmo da cardiopalma.
La perfetta sinergia che si crea tra la Dench e la sua spalla Steve Coogan - in questo caso presente anche in veste di produttore e sceneggiatore - sopperisce infatti ad una prima parte fin troppo lenta ad ingranare spingendo l'audience verso una conclusione al contrario efficace e toccante, in grado di colpire dal momento della rivelazione sull'identità ed il destino del figlio perduto di Philomena al confronto finale che vede coinvolta l'insolita coppia di viaggiatori ed improvvisati investigatori e la Superiora responsabile della vendita del bambino della protagonista, separato dalla madre all'età di tre anni. Rispetto a questo stesso confronto, e cercando con tutte le forze di non spoilerare troppo, inutile per me non prendere le parti - e la posizione più decisa - di Martin, scettico rispetto alla Fede ed ancor più riguardo le istituzioni religiose, pronto a gridare contro un'ingiustizia tra le tante commesse dalla Chiesa nel corso dei secoli e come tante lasciate ben nascoste sotto il pesante tappeto del timore reverenziale che in troppi, ancora, dimostrano di avere quando si tratta di confrontarsi con i galoppini dell'Altissimo, a prescindere dalla provenienza geografica e culturale degli stessi.
Una cosa, però, c'è da dire in favore delle conseguenze di questo incontro tra uno scettico convinto ed una vera credente: così come fu per Vita di Pi, non è detto che il faccia a faccia tra due opposti, quando è costruttivo e votato alla scoperta sincera dell'altro, non sia utile ad entrambi per guadagnare qualcosa in termini umani ed emotivi.
E la sensazione che io stesso ho provato nell'osservare lo sforzo ed il coraggio di Philomena nell'approcciare il perdono è stata quella di una più che sentita ammirazione, perchè neppure con tutte le buone intenzioni riuscirei a giustificare una scelta così forte e pura.
Se non l'amore per un figlio, sia esso perduto, o ritrovato.
Ed in questo senso, al termine del loro viaggio, Martin e Philomena finiscono per ritrovarsi entrambi nel ruolo che, forse, hanno inseguito per tutta una vita.



MrFord



"Mother, you had me, but I never had you
I wanted you, you didn't want me
so I, I just got to tell you
goodbye, goodbye."

John Lennon - "Mother" - 



 

martedì 6 novembre 2012

Skyfall

Regia: Sam Mendes
Origine: UK, USA
Anno: 2012
Durata: 143'




La trama (con parole mie): nel corso di una missione ad Istanbul, impegnato in un inseguimento con un agente venuto in possesso di un drive che rivelerebbe ai nemici dell'MI6 la posizione degli agenti del servizio segreto britannico infiltrati in tutto il mondo, James Bond viene "sacrificato" da M in nome della riuscita dell'incarico, peraltro mancata.
Lo 007 si ritira così lasciando che lo diano per morto fino a quando una misteriosa organizzazione attacca la sede della stessa MI6: a quel punto, spinto dal senso del dovere e dai legami quasi "di famiglia" con M, l'agente fa il suo ritorno.
Molte cose, però, minacciano la sua missione oltre ai nemici dell'Inghilterra: Bond non è più brillante come un tempo, e il dubbio che possa essere soltanto un ingranaggio sostituibile rischia di diventare un peso troppo grande con il quale confrontarsi in un momento delicato come quello di una missione potenzialmente senza ritorno.





Quando Daniel Craig raccolse il testimone dello spento Pierce Brosnan - uno degli 007 peggiori di sempre - rimasi piacevolmente stupito dalla scelta di optare per un Bond più rude ed "operaio", più avvezzo allo scontro fisico che non agli aperitivi di lusso: inoltre, Casinò royale si rivelò un ottimo prodotto d'azione, cui seguì il più posticcio ma comunque discreto Quantum of solace.
Skyfall, il terzo capitolo della saga dell'agente segreto più famoso del grande schermo con protagonista l'appena citato Craig, prometteva scintille già dal nome del regista: Sam Mendes, autore di cult come American beauty e Revolutionary road.
Senza passare dal via, dunque, lo stesso giorno dell'uscita casa Ford ha finito per trasferirsi, nonostante la pioggia torrenziale, in sala per gustarsi quello che prometteva di essere uno dei migliori film dedicati a Bond mai realizzati: peccato che la delusione - come spesso accade quando le aspettative sono molto alte - fosse dietro l'angolo, e Skyfall si sia rivelato fondalmentalmente come uno dei prodotti più posticci e senz'anima che abbia potuto osservare negli ultimi mesi.
Certo, la regia ed ogni altro aspetto tecnico risultano impeccabili, la confezione è pressochè perfetta, il cast funziona a meraviglia - con gente come Ralph Fiennes e Javier Bardem, del resto, si va sempre sul sicuro -, eppure l'impressione che si tratti di una gigantesca operazione commerciale completamente priva di spessore è presente dal primo all'ultimo minuto, a braccetto con una terribile sensazione di pesantezza che neppure le sequenze d'azione riescono ad indurre a lasciare da parte: quasi due ore e mezza per un titolo di questo genere sono indubbiamente troppe, specie se il ritmo non si rivela in grado di sostenerle adeguatamente - in questo senso, confesso di aver avuto un momento di panico quando, alla fine dell'interminabile primo tempo, la scritta "intervallo" lasciava presagire un altrettanto interminabile seconda parte -.
Come se non bastasse la noia, poi, Skyfall viene ripetutamente e pesantemente segnato da una delle cose che meno sopporto all'interno di una pellicola: le marchette pubblicitarie.
Posso capire, infatti, che parte dei finanziamenti di un film dalle esigenze produttive di un certo livello - e rese ancor più ostiche dalle numerose difficoltà incontrate da Mendes e i suoi nel corso della lunga gestazione dell'opera - possa giungere dagli sponsor, ma trovarmi ad ogni piè sospinto una bella bottiglia di birra, un orologio, un portatile o un capo d'abbigliamento di questa o di quella marca inquadrati in primissimo piano pare davvero al limite dello scandaloso, neanche ci fossimo ritrovati nel bel mezzo di uno spot televisivo comandato dalla produzione.
Inoltre, l'ironia di fondo che aveva caratterizzato il già citato Casinò royale pare essersi vaporizzata ed aver contribuito con la sua sparizione ad arrossare gli occhi di un Bond decadente e triste, cupo e lontano anni luce dalla versione action vista due capitoli or sono: se, però, questo potrebbe risultare funzionale da un punto di vista narrativo e d'introspezione, dall'altro rende clamorosamente kitsch e fuori luogo tutte le sequenze altamente irreali legate alle imprese dell'agente britannico più famoso del mondo, tanto da farlo apparire posticcio quanto un Liam Neeson qualsiasi in un Taken 2 qualsiasi - l'inseguimento con le moto sugli stessi tetti di Istanbul bombardati con scorte infinite di granate dalla figlia di Mills mi ha fatto venire i brividi quasi quanto il volo dal ponte di Bond dopo essere stato colpito dalla sua partner apparentemente infallibile con il fucile a seguito dell'ordine di M -.
Una delusione su quasi tutta la linea, dunque, per un film che vorrebbe essere un thriller d'autore senza averne il cuore ed un circo d'azione senza mostrarne gli attributi: una vera disdetta, perchè la materia sulla quale lavorare era molta, il talento e la tecnica non hanno dato forfait ed il personaggio è di quelli "di una volta", dalle potenzialità ancora enormi - unico acuto di (auto)ironia, l'utilizzo dell'indimenticata Aston Martin "classica" -.
Speriamo che Craig e tutto il franchise si riprendano in tempo per il prossimo capitolo.
Altrimenti, il dubbio che oltre ad M anche Bond possa finire in pensione rischia di diventare una pericolosa certezza.


MrFord


"This is the end
hold your breath and count to ten
feel the earth move and then
hear my heart burst again
for this is the end
I've drowned and dreamed this moment
so overdue, I owe them
swept away, I'm stolen."
Adele - "Skyfall" -


mercoledì 11 gennaio 2012

J. Edgar

Regia: Clint Eastwood
Origine: Usa
Anno: 2011
 Durata: 137'




La trama (con parole mie):  racconto che incrocia il presente degli ultimi anni di vita ed il passato legato alla carriera dai primi anni venti di J. Edgar Hoover, creatore e direttore dell'FBI per quasi cinquant'anni, simbolo per eccellenza del potere occulto negli Stati Uniti, passato attraverso otto Presidenti, la lotta al comunismo, la caccia ai grandi gangsters, il maccartismo, le rivolte sociali degli anni sessanta, l'assassinio Kennedy e le prime avvisaglie dell'agghiacciante gestione Nixon.
Ma anche la cronaca di una storia d'amore che passa dalla madre al compagno di una vita Clyde, senza dimenticare la fedele segretaria Helen: un ritratto capace di raccontare tutto il grigio di uno degli uomini più potenti degli Usa senza dimenticarne la disarmante umanità.




Ed eccomi qui, reduce dalla visione del nuovo lavoro di Clint dopo le critiche contrastanti legate al meraviglioso Hereafter ed uno scarso entusiasmo che ha contraddistinto tutta l'attesa di J. Edgar, che reputavo potesse essere una sorta di nuovo Changeling - il film del Nostro che ho meno apprezzato negli ultimi dieci anni -.
Cosa dire, dunque?
Si può dire che questa pellicola sia un inno al classicismo del Cinema? Di sicuro.
Si può dire che siamo comunque distanti da Capolavori come Gran Torino o Million dollar baby? Senza dubbio.
Si possono trovare difetti - per presa di posizione, gusto, ostilità, onestà - ? Non ci piove.
Si può definire il vecchio, granitico Eastwood un conservatore del Cinema? Assolutamente sì.
Eppure J. Edgar, biopic che scava nel cuore del suo protagonista certamente più di quanto non fu con il pur ottimo Invictus, è un film solido, tosto, girato benissimo - ho notato solo una sbavatura sul montaggio in una delle prime scene, ma è proprio andare a cercare il pelo nell'uovo -, in grado di ribaltare le limitate aspettative che nutrivo trasformando tra la prima e la seconda parte una cronaca dei fatti principali legati alla carriera e alla vita di Hoover in un profondo viaggio nel cuore di uno degli uomini più potenti ed oscuri della storia Usa, nonchè una dichiarazione d'amore per l'Amore come concetto e per il Cinema.
Attraverso gli episodi più significativi, infatti, della vita di Hoover - legata a doppio filo a quella della sua creatura, il Bureau -, hanno attraversato la mia mente immagini legate a Quarto potere - la corruzione che progressivamente conquista il conquistatore, lasciandolo solo con i suoi intimi sogni irrealizzati, la sua "Rosebud" -, Nemico pubblico - interessanti i riferimenti a Dillinger e alla vicenda fotografata alla grande da Michael Mann nel suo ultimo magistrale lavoro -, il filone gangsteristico rappresentato da James Cagney, The aviator - sottovalutatissimo e bistrattato lavoro di Scorsese, da me amatissimo, con il quale condivide l'attore protagonista -, Psyco e soprattutto Il divo.
L'idea di Eastwood di portare in scena un protagonista certamente negativo, figlio di un'America costruita attraverso inganni, manipolazioni ed una conduzione interna e legalizzata non così dissimile da quella delle organizzazioni che il sistema combatteva mostrando tutta la sua clamorosa - e fragile - umanità risulta assolutamente vincente, supportata da un'interpretazione maiuscola non soltanto di un "titanico" Di Caprio - che sarebbe ora fosse premiato dall'Academy -, ma anche di un'austera Judy Dench, della sempre ottima Naomi Watts e soprattutto della sorpresa Armie Hammer, superlativo nel ruolo di Clyde Tolson, compagno di una vita - sul lavoro e probabilmente ben oltre - dello stesso J. Edgar, già visto nel ruolo dei gemelli Winklevoss in The social network.
L'incedere della pellicola, partita come un biopic nel senso più classico del termine, si fa serrato ed emotivamente coinvolgente con il passare dei minuti, toccando momenti di grande impatto soprattutto quando l'attenzione del regista si sposta all'interno della sfera più intima del direttore dell'FBI: dai due confronti con la madre - il primo, elegantissimo nel suo passaggio dal passato al presente, con l'Edgar bambino portato su un piedistallo dalla genitrice ed il secondo, alla morte di quest'ultima, in una sequenza allo specchio che è un confronto con se stessi, nonchè l'espressione di un rapporto con l'interno e l'esterno filtrato proprio attraverso giochi di immagini a nascondere il vero io - al rapporto con il Potere costituito e con i Presidenti - il reiterarsi del suo apparire al balcone durante la parata di celebrazione della vittoria del nuovo occupante della Casa Bianca, e la routine del primo colloquio con il Capo di Stato - fino al legame con Clyde - che passa dall'incontro del colloquio in un'atmosfera da commedia romantica anni cinquanta alla lotta nella suite, per culminare nella magnifica sequenza del loro ultimo faccia a faccia, quando, ormai vecchi, tornano a guardare la loro storia negli occhi, e nel passaggio di quel fazzoletto ho visto non soltanto la sensibilità incredibile di un uomo di più di ottant'anni, figlio di un'altra epoca e per giunta di formazione politica decisamente conservatrice mostrare un ritratto dell'amore in grado di andare ben oltre le preferenze sessuali, ma una celebrazione toccante e poetica dello stesso -, senza dimenticare la sequenza potentissima che, sfruttando immagini di repertorio, mostra una parte delle nefandezze compiute dal Bureau quasi a costruire un parallelo con il discorso di Hoover a proposito dello "stare in guardia" che mi ha riportato alla mente le peggiori fobie della più recente era Bush.
Ma, come scrivevo, è quando dall'universale si passa al particolare, che J. Edgar cambia davvero marcia.
E quando la Storia degli Usa diviene la storia tra Edgar e Clyde, ed il Potere diviene lo sfogo di un amore mai vissuto, scopriamo quanta umanità è celata anche dai peggiori individui: così come per i public enemies di Michael Mann, o per l'Howard Hughes di Scorsese, personaggi capaci di grandi imprese e clamorose bassezze trovano la loro più incredibile dimensione mostrando la più semplice, passionale, romantica umanità.
All you need is love, cantavano i Fab Four.
Senza l'amore, la Storia sarebbe forse meno sanguinosa, ma la troveremmo anche priva di tutte le storie che hanno contribuito a scriverla.
Una di questa, lontana dagli States, dai corridoi del Potere, dall'FBI, dagli intrighi, dai delitti e dalle intercettazioni, dai ruoli e dagli incarichi, era quella di due giovani uomini, Edgar e Clyde, che - forse - si sono amati dal primo giorno.
E hanno continuato a farlo per tutta la vita.


MrFord


"Don't need money, don't take fame
don't need no credit card to ride this train
it's strong and it's sudden and it's cruel sometimes
but it might just save your life
that's the power of love,
that's the power of love."
Huey Lewis and The News - "The power of love" -

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